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Full text of "Giornale storico della letteratura italiana"

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ATTHB 


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IWIVERSITY  OF 
TORONTO  PRESS 


GIORNALE    STORICO 


LETTERATURA  ITALIANA 


VOLUME   XX. 

(2o  semestre  1892). 


')  ' 


IR. 

GIORNALE  STORICO 


DELLA 


LETTERATURA  ITALIANA 


DIRETTO  E  REDATTO 


FRANCESCO  NOVATI  E  RODOLFO  RENIER. 


VOLUME  XX. 


TORINO 
ERMANNO     LOESCHER 

FIRENZE  —  Ro::.'. 

Via    Tornabuoni,    20  Via    del   Corso,    30' 

1892. 


PROPRIETÀ    LETTERARIA 


Torino  —  Vwcbmxo  Bova,  Tip.  di  8.  lf.«  d«*BR.  Prineipi. 


/' 


FRANCESCO  GALEOTA 

GENTILUOMO    KAPOLITANO    DEL    QOATTBOCEXTO 

E  iXi  SUO  TisriEiiDxrro  c^i^rzoisriEi^E 


Sai  quanne  foste,  Napule,  curona? 
qaanno  regnava  casa  d'Aragona. 
(Poeti  nap.,  coli.  Porcelli,  t.  XXIV). 

Attorno  ai  monarchi  aragonesi,  nella  seconda  metà  del  se- 
colo XV,  stringevasi  in  Napoli  un  gruppo  notabile  di  rimatori, 
la  cui  poesia,  cortigianesca  nel  fondo,  non  ostanti  molte  sue  forme 
e  movenze  accattate  dal  popolo,  vorrebb'essere  studiata  in  rap- 
porto con  quella  che,  circa  ristesse  tempo,  fioriva  all'ombra  delle 
signorie  medicea  ed  estense.  Da  poco,  la  pubblicazione  dei  can- 
zonieri di  P.  J.  de  Jennaro  e  del  De  Petruciis  ha  invogliato  gli 
eruditi  di  tentare  ed  esplorare  anche  questo  campo,  e  vi  si  è 
messo  con  profitto  il  Torraca ,  giovandosi  delle  poesie  conser- 
vate in  un  codice  parigino  ben  noto,  nel  testo  a  penna  di  Mo- 
naco, sommariamente  descritto  dal  Halm,  e  nel  Riccardiano2752; 
suppellettile  scarsa,  certamente,  di  fronte  alla  copiosissima  fino 
a  noi  pervenuta  dall'Italia  media  e  superiore.  Gran  parte  di 
queste  poesie  manca  del  nome  dell'autore;  cosi  che  non  v'è 
modo  di  assegnare  ciò  che  gli  spetta  a  ciascuno  dei  non  molti 
facitori  di  versi,  i  quali  per  esse  han  preso  posto  negli  annali 
della  nostra  antica  lirica.  E  trascurando  quei  minimi,  di  cui  co- 
nosciamo soltanto  qualche  proposta  o  risposta  per  le  consonanze, 
i  quattrocentisti  napolitani  ultimamente  risorti  dall'oblio  som- 
mano appena  a  una  dozzina,  non  tutti  fecondi.  Per  ciò  sarà  gra- 

Giornale  storico,  XX,  fase.  58-59.  1 


2  F.   FLAMINI 

dita,  io  spero,  agli  studiosi  la  notizia,  che  di  Francesco  Galeota, 
del  bel  numero  uno,  si  conserva  manoscritto  nell'Estense  l'in- 
tiero canzoniere,  da  lui  medesimo  raccolto.  Al  quale  volgiamo 
nella  presente  memoria  le  nostre  cure,  perché  ci  sembra  d'alcun 
rilievo  cosi  per  la  storia  dei  tempi,  come  per  quella  delle  forme 
letterarie  allora  in  uso  nel  napolitano;  e  premettiamo  quante 
notizie  c'è  venuto  fatto  di  raccogliere  sull'autore  e  sulla  sua 
nobile  famiglia. 


I. 


La  famiglia  Galeota,  del  Seggio  di  Capuana,  stato  sempre  (come 
nel  1471  affermava  Loise  de  Rosa)  capo  de  Napole,  apparteneva 
all'antico  quartiere  dei  Gapece;  «  una  di  quelle  tre  C  (1),  nelle 
«  quali,  secondo  la  frase  proverbiale,  si  riassumeva  la  più  antica 
«  nobiltà  napolitana  »  (2).  Il  solito  velo  di  leggende  annebbia 
l'origine  di  questi  Gapece.  Deriverebbero  da  Gapi! 

Nam  Capys,  antiquam  Capuam  cui  condere  prima 

cura  fuit,  postquam  venit  in  Ausoniam, 
urbs  ea  cum  sociis  foret  haud  satis  omnibus  una: 

ite,  alt,  0  fortes,  quaerite  tecta,  viri! 
Gampanum  ex  tempio  pubes  troiana  per  agrum 

fertur,  et  hanc  sedem  praeripit  ense  ferox. 
Hic  posuere  domus  sibi.  Gapuanumque  sedile 

a  duce  dixerunt  nomine  forte  Capy: 
bine  arma  est  [nacta?],  bine  nomen  Capycia  proles, 

quae  prior  haec  tenuit  compita,  tecta,  laree  etc.  (3). 

L'anonimo  autore  di  questi  versi,  seguitando,  ci  racconta  peri 


(1)  Gapece,  Caracciolo,  Carafa. 

(2)  Croce,  D.  Onofrio  Oaleota,  Trani,  1890,  pp.  11-12. 

(ò)  Incerti  authoris  de  orig.  et  antiquitate  Sedilis  Capuani  elegia,  ms. 
in  BoLviTo,  Variar,  rerum  voi.  1  (cod.  CDXLl  della  Bibl.  di  S.  Martino), 
ce.  50  b<n  a.  Per  altre  leggende,  Capkcb  Tomacklli,  Il  principe  di  Taranto, 
pp.  457  sgg. 


FRANCESCO  GALEOTA  3 

che  modo  la  famiglia  si  dividesse  in  Bozzuti,  Minutoli,  Tomacelli, 
Galeota,  Aprani;  e,  s'intende,  ripete  altre  favole  (1).  Non  tutti 
i  genealogisti  ammettono  una  si  larga  filiazione  di  tal  gente;  né 
tutti  s'accordano  con  Francesco  Elio  Marchese  nel  riguardare 
come  d'un  medesimo  sangue  e  discendenti  dai  Gapece  le  famiglie 
comprese  nel  loro  quartiere  (2).  Tuttavia  è  certo,  che  dieci  di 
queste,  fra  cui  per  l'appunto  i  Galeota,  nel  1546  stipularono 
un  contratto  circa  lo  repigliare  lo  vero  cognome  et  arme 
Capece,  quali  per  vari  accidenti  sono  stati  da'  nostri  ante- 
cessori lasciati  (3):  e  lo  ripresero,  conservandolo  fino  ad  oggi; 
tanto  che  il  ramo  principale  dei  Galeota  aggiunse  d'allora  in  poi 
al  suo  stemma  (4)  il  leon  d'oro  rampante  in  campo  nero,  in- 
segna dei  Gapece. 

Se  crediamo  a  Don  Giuseppe  Recco,  duca  d'Acquadia,  cavaliere 
di  Galatrava,  milite  napolitano  ecc.,  che  «  vantava  per  sua  gloria  » 
l'ava  materna  Beatrice  Gapece  Galeota;  sarebbe  stato  capostipite 
di  questa  famiglia,  circa  il  1170,  un  Galeotto  Gapece,  figlio 
d'Enrico  conestabile  di  Napoli  (5):  e  Scipione  Ametrano  (ossia, 


(1)  Narra,  che  il  re  (quale?),  avendo  i  Gapece  fatto  rappresaglia  dello 
stupro  da  lui  commesso  d'una  loro  fanciulla,  ne  ordinò  lo  sterminio;  ma  poi, 
badando  all'estensione  e  importanza  della  famiglia,  le  perdonò  purché  mu- 
tasse nome  ed  insegna.  —  Questo  cambiamento  da  altri  con  più  verosimi- 
glianza è  attribuito  all'adesione  dei  Gapece  a  Corradino,  che  avrebbe  tirato 
loro  addosso  lo  sdegno  di  Carlo  d' Angiò  (Naz.  di  Napoli,  cod.  IX.  G.  13, 
ce.  35  6  e  36 a).  G.  G.  Scondito  Canche  gli  Sconditi,  come  i  Pesce,  i  Tor- 
tella,  i  Faccipecora  o  Protonobilissimi,  sarebbero  una  suddivisione  dei  Gapece) 
lasciò  scritto  :  «  Li  Gapici  di  Gapuana  erano  in  gran  numero  gran  cavaliere, 
«  et  propie  trentasei  a  tempo  del  primo  re  Roggiero  Guiscardo,  detti  ad 
«  speruni  d'oro  ;  et  in  tempo  della  guerra  tra  Manfredo  e  Carlo  lo  can.  Pan- 
«  dolfo  Gapece  fé'  ribellare  la  casa  »  (cod.  ora  cit.,  e.  73  ab). 

(2)  D'  opposto  avviso  è,  ad  esempio,  il  De  Lellis,  nelle  Fam.  nob.  del 
Seggio  di  Capuana  (Naz.  di  Napoli,  cod.  X.  A.  9,  e.  119). 

(3)  S.  VoLPiCELLA,  Vita  e  opere  di  F.  Capecelatro,  negli  Studi  di  letterat. 
storia  ed  arte,  p.  56  n. 

(4)  Una  sintesi  a  onde  azzurre  e  argentee ,  col  rastrello  vermiglio  a  tre 
denti,  privilegio  dei  re  francesi. 

(5)  Notizie  di  fam.  nob.  e  illustri  del  Regno  di  Napoli ,  Napoli ,  1717, 
p.  124. 


4  F.  FLAMINI 

com*è  noto,  Bruto  Gapece)  afferma  d'aver  incontrato  in  docu- 
menti un  «  Pietro  Gapece  detto  Galeota  >  a  tempo  di  Fede- 
rigo II  (1).  Certamente,  ab  antiquo  la  famiglia  Galeota  dette  al 
Regno  uomini  cospicui  per  senno,  per  valore,  per  dottrina:  con- 
siglieri 0  famigliari  di  re  Garlo  e  re  Roberto,  di  Giovanna  I  e 
I^adislao,  di  Renato  e  degli  Aragonesi;  prelati,  marescialli,  come 
Giacomo  arcivescovo  di  Bari,  Vincenzo  vescovo  di  Squillace,  e 
quel  Robino,  la  cui  effigie  marmorea,  recante  il  bastone  di  ca- 
pitano generale,  s'ammira  sul  suo  sepolcro,  nella  cappella  gen- 
tilizia dei  Galeota,  in  Duomo;  scienziati  ed  uomini  di  lettere, 
come  Silvestro,  protomedico  del  Reame,  collaterale  di  re  Ferdi- 
nando, professore  nello  Studio  (2),  e  Mario,  suo  nipote,  il  noto 
amico  del  Tansillo  e  di  Garcilasso  della  Vega  (3).  Né  si  vuol 
tacere,  per  ultimo,  di  Giacomo  Galeota,  fratello  a  Robino,  gene- 
rale di  Garlo  VIII  e  vincitore  a  Sant'Albino  del  Duca  di  Bre- 
tagna (4);  e  di  quel  Francesco  (da  non  confondere  coU'oraonimo 
di  cui  trattiamo),  il  quale  nel  1358  condusse  dodici  cavalieri  na- 
politani ai  servigi  della  Repubblica  fiorentina  contro  il  Gonte  di 
Landò  (5). 
Oggidì  questa  illustre  famiglia  è  ascritta  al  libro  d'oro  ne'  suoi 


(1)  Bella  fam.  Capece,  p.  11.  Vedi  anche  B.  Candida  Gq^*zaqa,  Mem, 
delle  fam.  nob.  delle  provinole  merid.  d*Itaìia,  Napoli,  1876,  III,  100. 

(2)  Arch.  stor.  napolit.,  IX,  205,  225. 

(3)  VoLPiCELLA,  M.  G.,  letterato  napol.  del  sec.  XV/,  negli  Atti  della 
R.  Accad.  di  archeologia^  lettere  e  belle  arti,  voi.  VII  (1875),  P.  2*. 

(4)  Ametrano,  Op.  cit.^  pp.  69-70. 

(5)  GoNTARiNO,  La  nobiltà  di  Napoli,  Napoli,  1569,  p.  83;  Carbafa,  Del- 
l'historie  del  Regno  di  Napoli,  Napoli,  1572,  e.  131  b.  Sugli  altri  più  rag- 
guardevoli personaggi  di  questa  casa,  Ametrano,  Op.  cit.,  pp.  63-72,  Cam- 
panile, Armi  0  vero  insegne  de'  nobili,  pp.  306-8,  Mazzella,  Descriz.  del 
Regno  di  Napoli,  p.  627,  Db  Lbllis,  Ms.  cit.,  e.  119  sgg.  Noi  ricorderemo 
qui  ancora  Berardino  Galeota ,  consigliere  del  Sacro  Regio  Consiglio  della 
Giustizia  in  S.  Chiara  nel  1535  (Arch.  di  Stato  Nap.;  Cancell.  Arag.;  Pri- 
vilegiorum  voi.  VII ,  e.  65 ,  Cedole  di  Tesoreria ,  anno  1535 ,  e.  210  b) ,  e 
Fabio,  che  nel  secolo  successivo  presiedette  alla  Real  Camera,  e  si  fece 
onore  cosi  nelle  lettere  come  <  negli  altri  carichi  supremi  >,  che  gli  furono 
affidati  (Capaccio,  Il  forastiero,  p.  1024). 


FRANCESCO   GALEOTA  5 

due  rami  di  Duchi  della  Regina  e  S.  Angelo  e  di  Conti  Galeota: 
il  secondo  dei  quali,  stato  lungamente  fuori  seggio,  ottenne  nel 
1840  il  riconoscimento  de' suoi  diritti.  Rimonta,  di  fatto,  al  sud- 
detto Silvestro  (1). 

Nacque  il  nostro  Francesco  da  Carluccio  Galeota  (2).  Il  quale, 
involto  nelle  prime  sedizioni  onde  fu  turbato  il  regno  di  Fer- 
rante, perdette  nel  14òl  i  molti  beni  ereditati  dal  padre  (3);  ma 
due  anni  dopo  (4)  fu  reintegrato  nel  possesso  del  castello  del 
Serpico,  coi  casali  di  Sorbo  e  S.  Stefano,  antichissimo  feudo  de' 
suoi  maggiori  (5),  essendosi  a  sua  volta  reso  colpevole  di  fellonia 


(1)  Rappresentante  principale  della  famiglia  è  ora  il  Duca  della  Regina, 
Carlo  Gapece  Galeota.  Appartengono  al  ramo  dei  baroni  di  Gasafredda,  prin- 
cipi di  Monasterace  (due  feudi ,  ond'  era  già  investito  nel  quattrocento  Sil- 
vestro), mons.  Nicola  e  il  co.  Giuseppe  (Candida  Gonzaga,  III,  108). 

(2)  Spogli  inediti  di  genealogisti  ci  danno  modo  di  comporre  questo  spec- 
chietto : 

Francesco 

1 

Niccolò 

con  Sveva  della  Marra 

I 

Carluccio 

con  Antonella  Boccapianola 

e  Marta  di  Somma 

I 


I                                il  II 

Francesco               Annibale        Domizio  Girolamo           Laura 
con  Sigismonda  della  Tolfa                                           con  Verdella  Moccia 

\ I 

I                                          I                                 I  I^uigi 
Ippolita                               Maria                         Orsina 
con  Luigi  Galeota           con  Gio.  Poderico 

Non  si  sa  da  quale  delle  due  mogli  nascesse  a  Carluccio  Francesco.  La  se- 
conda, di  nobile  famiglia  ascritta  al  sedile  Capuano ,  ottenne  da  Alfonso  1 
un'annua  provvigione  sui  dritti  fiscali  di  Scrino  (Ricca  ,  La  nobiltà  delle 
due  Sicilie,  Napoli,  1869,  IV,  436);  forse  pei  meriti  di  suo  padre.  Coletta, 
valoroso  condottiero  di  genti  d'arme,  soprannominato  altezza  di  guerra. 

(3)  Era  costui  Niccolò,  nipote  di  Giacomo  Antonio ,  cioè  del  primogenito 
di  quel  Francesco  che  sopra  abbiamo  ricordato  fra  i  più  onorati  membri 
della  fam.  Galeota.  Possedeva  Montevairano,  Trentola,  Basa,  Baronelli,  Ca- 
stelpizzuto,  Castel  degli  Schiavi,  S.  Martino  Longano  e  Serpico  (De  Lellis, 
Ms.  cit.,  e.  121). 

(4)  Ametrano,  Fam.  Capece,  p.  70. 

(5)  Un  Pietro  Galeota  de  Serpico  (cosi  detto  per  essere  signore  di  questa 


6  F.   FLAMINI 

Camillo  della  Marra,  figlio  del  consigliere  Giacomo  Antonio  cui 
la  munificenza  reale  aveva  assegnata  quella  terra  (1). 

Nulla  sappiamo  di  Francesco  prima  del  1470,  nel  quale  anno 
compare  il  suo  nome  tra  quelli  delle  lancie  in  servigio  del  Re  (2); 
ma  è  ben  lecito  supporre,  che,  come  tanti  altri  gentiluomini  na- 
politani del  par  suo,  trascorresse  gaia  e  spensierata  la  giovi- 
nezza fra  le  armi  e  gli  studi  geniali  ;  durante  i  primi  decenni 
del  lungo  regno  di  Ferdinando,  che,  se  non  fu  propriamente, 
come  quello  d'Alfonso  il  Magnanimo,  l'età  dell'oro  pei  letterati 
di  Napoli,  riusci  forse  ancora  più  accetto  del  precedente  ai  cul- 
tori della  poesia  volgare,  e,  in  ogni  modo,  va  segnalato  per  la 
protezione  concessa  al  Sannazaro  e  ai  Pontaniani. 

L'alto  lignaggio,  il  censo  dischiusero  fin  da  principio  al  Galeota 
l'adito  alla  famigliarità  cogli  Aragonesi.  Egli  era  al  tempo  stesso 
soldato  e  cortigiano,  gentiluomo  e  ufflziale:  nel  '79  e  '80  uomo 
d'arme  del  re,  nel  '84  suo  consigliere  (3).  Anzi,  quest'ultimo  anno 
lo  troviamo  già  ben  addentro  nella  grazia  e  nella  fiducia  di  Fer- 
rante I.  Poiché,  cercando  questi  un  uomo  savio,  fedele  e  ornato 
di  buoni  costumi  da  far  tutore  di  Raimondo  e  Roberto,  figli 
del  defunto  Duca  d'Ascoli  e  Conte  di  Nola,  Orso  Orsini,  mise  gli 
occhi  per  l'appunto  sul  nostro  magnifico  cavaliere.  Non  ignari 


terra)  fu  con  altri  inviato  in  Calabria,  a  tempo  di  re  Roberto,  per  far  fronte 
a  un'invasione  nemica. 

(1)  Arch.  di  Stato  Nap. ,   Quintemioni  appartenenti  alle  scritture  deUa 
R.  Camera  della  Sommaria,  voi.  447  (ant.  IX),  ce.  190  b,  194  a, 

(2)  BoRRELLi,  Apparatus  historicus,  ins.  nella  Naz.  di  Nap.,  II,  898. 

(3)  Arch.  di  Stato  Nap.,  Cedole  di  Tesoreria,  voi.  LXXXV  ,   ce.  33  6  e 
105 a.  Nel  voi.  LXXVIII,  e.  75 a: 

Pro  Fran.co  Qaliota 
€  S.'*  Missere  Pasquale.  Donate  a  Fran.co  Galiota,  homo  d'arme  dil 
«  S.  Re,  in  panno  la  valuta  de  octo  ducati.  Lo  dicto  S.  li  comanda  dare 
«  in  cumpto  de  suo  soldo  de  Tanno  presente,  et  per  la  meza  paga  general- 
«  mente  data  a  la  gente  d^arme  de  sua  M.t^,  Io  mese  de  decembre  prox. 
«  passato,  quale  non  haveva  avuto.  In  Napoli,  a  xxvj  de  Jennaro  1480  >. 

De  V.  S.  Ser.»«'  Antonio  Dosa. 
M.  Fran.co  Coppola  fate  lo  suprascripto. 

El  V.  p.  Diaz  Garlon. 


FRANCESCO   GALEOTA  7 

(cosi  il  mandato  di  tutela,  sottoscritto  in  Napoli,  dal  re  e  da  An- 
tonello de  Petruciis,  il  6  maggio  1484),  qua  fide  et  integritate 
in  rebus  et  negotiis,  quae  vóbis  supradicio  Francisco  commi' 
simus,  usi  semper  fueritis ,  nemini  melius  huius  rei  curam 
comm>icti  per  nos  posse  exìstimavimus ;  cum,  preler  singu- 
larem.  prohiiatem  et  virtutem,  qua  prestaiis,  vestra 
sponte  ipsis  flliis  summo  amore,  ut  accepimus,  afflciamini,  ut 
affìnitas  quae  vohìs  cicm  ipsis  intercedit  expostulat  (1).  Il  Ga- 
leota  avrà  assunto,  non  c'è  da  dubitarne,  l'officio  ;  ma  si  sa,  che, 
non  ostanti  le  proteste  di  singolare  affezione  contenute  in  questo 
documento,  non  valsero  i  meriti  del  defunto  conte  Orso,  capitano 
ne'  suoi  tempi  eccellentissimo  (2),  a  salvarne  gli  eredi  dalla  cu- 
pidigia d'Alfonso  duca  di  Calabria ,  dimentico  delle  promesse 
fatte  (3).  Spogliati  dei  loro  domini  e  fatti  prigioni ,  il  9  giugno 
1485  Raimondo  e  Roberto  Orsini  venivano  allogati  in  Castel 
Nuovo  (4);  unitamente  alla  madre,  cioè  a  quell'istessa  madonna 
Paola,  che  pur  dianzi  stava  tanto  a  cuore  alla  maestà  di  re  Fer- 
rando, da  giudicar  necessario  d'alleviarle  in  parte  il  carico  della 
tutela  e  dell'amministrazione  dei  beni  de'  figliuoli  !  (5). 

Più  importante  mandato  era  già  stato  conferito  al  Galeota  due 
anni  avanti;  onorando  in  lui,  oltre  allo  splendore  dei  natali,  la 
pietà  religiosa,  che  tanto  apertamente  si  manifesta  anche  nel 
suo  canzoniere. 


(1)  Commissio  rerum  gerendarum  guhernacionis  filiorum  Ducis  Asculi 
in  persona  domini  Francisci  Galioti  (Arch.  di  Stato  Nap.,  Gancell.  Arag., 
Privilegiorum  voi.  II,  e.  117  ab). 

(2)  LiTTA,  Fam.  cel..  Orsini,  tav.  XVI.  Mori  a  Viterbo  nel  1479,  mentre 
tornava  col  Duca  di  Calabria  dalla  guerra  di  Firenze.  Nel  cod.  958,  fonds 
ital.,  della  Bibl.  Nazionale  di  Parigi,  di  provenienza  aragonese,  è  una  sua 
narrazione  di  quanto  gli  occorse  «  in  governo  et  exercitio  de  la  militia  », 
preceduta  da  una  dedicatoria  al  Re  (Napoli,  2  gennaio  1477);  della  stessa 
opera  il  Porro  (Catal.,  pp.  323-24)  descrive  un  cod.  Trivulziano. 

(3)  Porzio,  Gong,  dei  baroni,  in  Opere ,  Firenze,  1848 ,  pp.  47-8;  Litta, 
loc.  cit. 

(4)  Passero,  Historie  in  forma  di  Giornali,  Napoli,  1785,  p.  45;  Notar 
Giacomo,  Cronica  di  Napoli,  Napoli,  1845,  pp.  155-56. 

(5)  Vedi  la  Commissio  gubernacionis  ora  citata. 


8  F.   FLAMINI 


Uno  degli  ultimi  giorni  di  febbraio  del  1483,  dal  molo  di  Na- 
poli, affollatissimo,  salpava  alla  volta  di  Francia  S.  Francesco  da 
Paola.  V'era  giunto  in  quello  stesso  mese,  il  25  (1),  dal  suo  con- 
vento di  Calabria  ;  donde  a  gran  fatica,  non  senza  l'intercessione 
del  pontefice,  l'avea  scovato  la  superstizione  di  Luigi  XI,  volon- 
tario recluso  nel  castello  di  Plessis,  che  con  ineffabile  angoscia 
si  sentiva  mancare  lentamente  la  vita  (2).  Per  onorare  il  frate 
e  compiacere  al  re  cristianissimo.  Ferrante  aveva  fatto  del  suo 
meglio.  Salirono  col  Santo  sulla  galea  francese,  oltre  a  sei  ca- 
valieri diputati  dalla  cittadinanza,  il  secondogenito  del  re,  Fede- 
rico (gran  personaggio  nel  Regno  e  designato  viceré  di  Valenza), 
e,  come  rappresentante  della  nobiltà  napolitana,  messer  Fran- 
cesco Galeota.  Il  quale,  in  una  poesia  che  riporteremo  tutta  in- 
tera, ha  narrato  le  vicende  di  questo  viaggio  oltralpe,  d'accordo 
coi  biografi  del  Santo  nei  particolari  che  lo  riguardano  (3). 

La  galera,  salvatasi,  raccontano,  da  una  tempesta  (grande  in- 
clemenza delle  onde  avrebbe  osteggiato,  beninteso  senza  frutto, 
la  traversata),  approda  ad  Ostia,  donde  il  Santo  va,  festeggiato. 


iMq_    ^m 


(1)  Scrive  il  Passero  (Hist,  p.  43):  «  Hoggi,  che  sono  li  25  di  febraro 
«  1483,  ei  venuto  in  Napuli  frate  Francisco  de  Paula;  donde  tutta  Napole 
«  Tei  andata  a  basare  la  mano  all'horto  de  Santo  Loise,  in  pede  lo  pennino 
«  della  Chiesa  della  Croce  de  fora  Napole  ».  E  Notar  Giacomo  (Cron., 
pp.  149-50):  «  A  di  xxv  de  febraro  MCCCGLXXXIIl  fra  Francisco  de  Paula 
«  venne  in  la  cita  de  Napoli ,  et  andò  ad  slanciare  ad  Sancto  Loyse  a  lo 
«  incontro  de  la  ecclesia  de  Sancta  Croce,  dove  hebbe  uno  grandissimo  oon- 
«  curso  de  homini  et  de  donne,  le  quale  con  devocione  li  basavano  la  mano, 
«  et  da  Uà  a  pochi  di'  se  nne  andò  in  Franza  ». 

(2)  Legeay,  Hist.  de  Louis  XI,  Paris,  Didot,  1874  ,  11 ,  495  sgg.;  Dk 
MAULDE-LA-Ci.AvikRE ,  Hìst.  de  Louis  XII,  Paris,  Leroux,  1890,  première 
partie,  t.  II,  pp.  1^6-41.  Chi  non  ricorda  le  pagine  mirabili  che  Filippo  de 
Gommines  dedica  nelle  sue  Mémoires  agli  anni  estremi  e  alla  malattia  di 
questo  monarca? 

(3)  Vedi  Toscano  ,  Della  vita ,  mrtù ,  miracoli  ed  istituto  di  S.  Fr.  di 
P.,  Milano,  1712,  pp.  210  sgg.;  G.  G.  Capaccio,  Descrittione  della  perdo- 
nanza  di  S.  Fr.  di  P.  ecc.,  Napoli,  1631,  p.  28;  e,  sul  soggiorno  di  S.  Fran- 
cesco in  Francia,  principalmente  De  Maulde-i.a-Clatièrb,  Les  origines  de 
la  Revolution  Fran^ise  au  commenccment  du  X  VI*  siècle,  Paris,  Leroux, 
1889,  pp.  57-69.  Il  dotto  francese  s*  è  valso  per  molti  particolari  d*un  im- 
portante manoscritto  della  Bibl.  Nazionale  di  Parigi. 


FRANCESCO   GALEOTA  9 

a  inchinarsi  al  pontefice;  poscia  a  Genova,  dove  il  Doria  e  la 
Signoria  lo  accolgono  a  braccia  aperte  ;  e  finalmente,  dopo  molti 
stenti,  in  Francia.  Sbarcato,  il  miracoloso  fraticello  passa  bene- 
ficando in  mezzo  alle  popolazioni  della  Provenza  travagliate  dalla 
peste,  e  attraversa  il  Lionese,  il  Borbonese,  l'Auxerrese,  l'Orlea- 
nese,  «  per  giungere  più  tosto  a  Tursi,  a  sodisfare  il  desiderio 
«  del  Re,  che  impaziente  l'attende  »  (1).  A  Tours,  il  24  aprile  1483, 
popolo  e  corte  gli  muovono  incontro.  Accompagnato  dal  Principe 
di  Napoli,  dal  Galeota,  da  Gruyot  o  Guinot  de  Lauzières,  siniscalco 
di  Quercy,  seguito  dai  compagni  dell'Ordine  e  dai  cavalieri  na- 
politani ,  egli  prende  la  via  di  Plessis-les-Tours.  Solenni  acco- 
glienze, processione  solenne  ;  preci,  lagrime,  inchini  (2).  In  mezzo 
al  festoso  scampanio  e  allo  strepito  delle  bombarde,  un  raggio 
d'allegrezza  torna  a  balenare  sul  viso  scarno  e  pallido  del  mo- 
narca. La  speranza  gli  è  rifiorita  un  istante  nel  cuore:  egli  ha 
tolto  per  mano  «  il  sant'uomo  »,  se  l'è  messo  a  dritta  del  pari, 
pende  estasiato  dal  suo  labbro.  Poiché,  secondo  un  insigne  spetta- 
tore del  fatto,  sembra  che  lo  Spirito  Santo  parli  per  quella  bocca; 
le  parole  che  n'escono  sembrano  ispirate  da  Dio  (3). 

Non  era  il  primo,  né  fu  il  solo  lungo  viaggio  che  Francesco 
Galeota  imprendesse:  visitò  la  Catalogna  e  «  la  deliciosa  cita  di 
«  Barzelona  »  (4),  fu  in  Levante,  corse  tutta  l'Italia.  Ma  di  nessun 
altro,  io  credo,  avrà  ritratta  un'impressione  cosi  profonda  e  re- 
cati seco  tanti  incancellabili  ricordi.  La  varietà  dei  paesi  tra- 
versati, gli  onori  che  per  tutto  gli  procurava  il  suo  mandato, 
la  compagnia  del  santo  e,  sopra  tutto,  il  fasto,  ispirato  da  com- 
punzione sincera,  delle  accoglienze  ricevute  a  Plessis,  resero 
quesV ambassata  al  re  Alvise  ben  memorabile  per  lui,  sviscerato 


(1)  Toscano,  Op.  cit,  p.  222. 

(2)  È  noto,  che  re  Luigi  gli  mosse  incontro  vestito  de'  più  suntuosi  palu- 
damenti, con  quell'istessa  magnificenza  che  avrebbe  usata  col  pontefice,  e  gli 
si  gittò  a*  piedi,  facendogli,  in  cambio  della  vita  che  tanto  bramava  prolun- 
gare, ogni  sorta  di  offerte  (De  Maulde,  Les  origines,  pp.  62-63). 

(3)  GoMMiNES,  Mémoires,  lib.  VI,  cap.  6.  Ben  diversa  eloquenza  sfoggia 
il  santo  nella  tragedia  del  Delavigne! 

(4)  Trivulz.  566,  p.  7. 


10  F.   FLAMINI 

figliuolo  di  S.  Chiesa  e  cresciuto  fra  le  magnificenze  della  corte 
aragonese.  La  descrisse,  di  fatto,  con  minuzia  di  cronista,  e  ral- 
legravasi  d'averla  compiuta: 

Viddi  de  vane  cose 

e  varie  gente, 

ch'io  sono  lieto  haver  visto  el  Ponente. 

Laddove  di  quegli  altri  viaggi  appena  ci  ha  lasciato  nel  canzo- 
niere qualche  accenno  (1). 

Luigi  XI,  come  nulla  tralasciò  che  potesse  render  più  gradito  al 
monaco  calabrese  il  soggiorno  presso  la  sua  corte ,  cosi  anche 
al  Galeota  e  ai  cavalieri  napolitani  fece  larghe  profferte,  e  li  pre- 
sentò riccamente.  Dal  canto  suo,  il  Santo  regalò  a  messer  Fran- 
cesco un  reliquiario,  che  sino  ad  una  generazione  fa  si  conser- 
vava presso  i  Duchi  della  Regina,  suoi  discendenti  principali  (2); 
inoltre,  scrisse  per  mano  di  lui,  Galeota,  a  re  Ferdinando  L  Poi 
si  separarono.  Don  Federico  mosvse  alla  volta  di  Tolone,  il  Ga- 
leota di  Marsiglia;  entrambi  liberalmente  provveduti  lungo  il 
cammino  per  ordine  del  re  di  Francia.  Racconta  Padre  Isidoro 
Toscano,  che  il  nostro  si  mise  in  mare  a  Marsiglia,  che  gli  zoc- 
coli del  santo  lo  salvarono  da  una  procella,  che  sbarcò  a  Porto 
Venere,  indi  a  Napoli;  ma  dal  poeta  medesimo  apprendiamo,  ch'egli 
passò  invece  pei  monti  della  Savoia,  attraversò  il  Monferrato,  la 
Lombardia,  e  di  là  si  ridusse  in  Napoli,  desiderando  di  porre  fine 


(1)  Cosi  neir  Epistola  in  versta  che  si  legge  a  ce.  ili  a-112&  del  codice 
Estense,  egli  allude  al  suo  soggiorno  in  Levante: 

E  q  II  isti   Turchi,   che  redato  m'hanno, 
piatosi  furo  al  mio  grave  tormento. 

Un'  altra  epistola ,  in  prosa ,  facta  in  Catalogna  a  la  sua  Almanté] ,  parla 
della  cara  immagine  di  donna  che  sempre  sta  presente  alia  memoria  del 
poeta,  «  fra  tanti  venti  contrari,  oppresso  dal  caldo  sole  et  dal  sereno  fredo, 
«  in   mezo  l'onde  del   Tyremno  mare  »  (e.  1126). 

(2)  Per  mediazione  d'  un  amico ,  so  dal  Duca  Carlo  Capece  Galeota,  che 
trattavasi  d'uno  dei  soliti  frammenti  del  legno  della  croce,  veramente  inter- 
minabile. 


FRANCESCO  GALEOTA  11 

alle  sue  peregrinazioni  in  «  un  luogo  chiuso,  presso  ad  un  foco  », 
nel  paese  natio  «  tutto  in  pace  »,  accanto  al  valoroso  signore  (1). 
L'Andres,  il  quale  ebbe  sott'  occhio  un  codice  di  rime  del  Ga- 
leota  diverso  da  quello  di  cui  noi  ci  serviamo,  afferma  che  il 
Nostro  «  al  ritorno  di  Francia  si  fermò  qualche  tempo  in  Pavia, 
*  e  di  là  scrisse  varie  poesie  » ,  che  quindi  passò  a  Ferrara, 
«  dove  per  lungo  tempo  tenne  compagnia  alla  Duchessa  Eleonora 
«  di  Aragona ,  figliuola  del  suo  sovrano  » ,  e  che  per  lei  pure 
compose  varie  poesie  ed  una  novella.  Quest'ultima,  infatti,  è 
indirizzata  alla  Duchessa.  Nella  chiusa  il  poeta  dice  d'averla  det- 
tata, fra  molti  timori  e  fastidì,  «  passando  da  Tesino  in  Po  »,  e 
compiuta  in  Ferrara.  Eccone  la  dedicatoria: 

Al  piccolo  spazio  di  riposo  eh'  è  (2)  a  me  in  mezzo  di  tanti  affanni  con- 
cesso nel  mio  peregrinare ,  o  illustrissima  Elianora  d'  Aragona ,  Duchessa 
di  Ferrara  eccellentissima,  e  figliuola  diserta  del  mio  virtuoso  principe,  mi 
è  di  bisogno  per  alcun  mio  alleviamento  di  pena  alcuna  volta  di  scrivere. 
Ed  essendomi  quasi    dimenticato,  per  la  indisposizione    del  tempo  e  negozi 


(1)  Vedi  Appendice,  pp.  76-78.  N'  è  conferma  questo  strambotto  composto 
«ritornando    di   Fransa»: 

Chi  fosse  del  mio  mal  vera  consorte 
d'og^ni  lite  del  mar  vo  cercando  io, 
poi  che  fra  mille  fiamme  e  luce  attorte 
d'nna  me  messe  Amor  tanto  desio; 
e  ritornando  al  mio  dolor  piti  forte, 
ansi    che    d' Ar  n  o  tr  app  assase    el    rio, 
in   mezo   l'Alpe    ritrovai  per  sorte 
nn  fuoco  eterno  simil  al  cor  mio. 

In  fine  alla  novella  di  cui  siamo  per  parlare  il  Galeota  scrive:  «  La  grati- 
«  tudine  sola,  che  io  debio  de  li  recevuti  benefitij  al  mio  vittorioso  principe 
«  observare,  mi  ha  facto  tanti  fiumi,  tanti  mari  et  tanti  paesi  transcorrere, 
«  et  tanti  pericoli,  fatiche  et  supplitii  comportare  »  (Trivulz.,  566,  fase,  ult., 
p.  22).  A  questi  viaggi  poco  graditi  allude  anche  spessissimo  ne'suoi  strambotti: 

Qnand'io  mi  trovo  solo  cavalcando, 
misero  !  da  chi  amava  allontanato , 
per  lochi  donde  io  vao  peregrinando, 
me  vene  inansi  el  bel  tempo  passato  ecc. 

(2)  Le  parole  in  corsivo  sono  sottosegnate  nel  ma.  con  una  linea  tratteggiata. 


12  F.  FLAMINI 

del  mio  Cesare;  per  forza  riterato  da  una  nuova  cagione,  per  darne  alla  tua 
altezza  notizia,  la  dimenticata  penna  in  mezzo  di  duo  correnti  grandissimi 
a  prendere  ho  dato  principio,  fra  tanti  rumori  tacendo  e  navigando,  scrì- 
vendo la  più  rara  e  maravigliosa  novella  che  fosse  mai  nelle  orecchie  degli 
uomini  pervenuta,  nella  quale  quanto  sia  grande  la  potenzia  della  invidia 
e  della  gratitudine  se  dimostra.  E  perché  di  regale  progenie  devota  e  cat- 
tolica e  più  che  mai  altra  gratissima  ti  riconosco,  la  piccola  opera  del  tuo 
fedelissimo  servo  che  la  legga  ti  supplica  (1). 

Non  sappiamo  bene  quanto  sia  restato  il  Galeota  ai  servigi 
della  Duchessa;  ma  è  certo  che  i  suoi  voti  furono  esauditi,  ed 
egli  potè,  prima  del  1487,  passare  più  anni  fermo  nella  cara  Na- 
poli, tanto  bella  a'  suoi  occhi,  tanto  degna  d'onore.  Con  che  in- 
dicibile struggimento,  di  lontano,  veleggiando,  aveva  ripensato 
al  suo  cielo,  alla  distesa  scintillante  del  mare  entro  quel  golfo 
maraviglioso,  ai  begli  occhi  delle  sue  gentildonne.  In  un  viaggio 
nel  Levante,  capitando  a  Napoli  di  Romania,  un  palpilo  l'aveva 
tutto  riscosso  a  questo  nome: 


(1)  Godd.  Trivulziani  566  e  570.  Sono  ambedue  copie  tarde;  migliore  il 
primo,  perché  contiene  nella  sua  integrità  la  novella.  La  quale,  del  resto, 
benché  l'autore  vi  sfoggi  i  ricami  più  fantastici  sull'ordito  comune  e  grosso- 
lano, ci  sembra  una  ben  povera  cosa.  Basterà  riferirne  l'argomento:  «  Amerìco 
<(  di  Guascogna,  allievo  del  Re  Aloise  di  Francia,  ritrovata  una  penna  di 
«  falcone  d'oro  andando  a  caccia,  facendone  al  suo  signore  uno  presente, 
«  per  invidia  fu  accusato  che  aveva  il  falcone  intero;  gli  fu  dato  esilio 
«  penale  della  vita,  se  a  capo  d'uno  anno  tale  uccello  dato  non  avesse. 
«  Trovò  uno  cavaliere  morto,  e  lo  fece  seppellire  a  sue  dispese,  satisfacendo 
«  prima  a'suoi  debiti.  Torna  povero  e  misero,  metesi  per  disperato  nel  bosco: 
«  trova  un  vecchio  barbuto,  il  quale  gli  donò  tre  venture:  perde  le  due,  e 
«  con  l'ultima  le  ricovera;  e,  tornato  felicemente  a  sue  contrade,  satisfece 
«  alle  sue  promesse,  ed  ebbe  remunerazione  e  gratitudine  dal  morto  cavaliere 
«  che  seppellito  avea.  »  Principia  :  «  Fu  adunque  nella  gran  corte  del  Re 
«  Aloiso  di  Franza,  illustrissima  Madonna,  uno  cavaliero  virtuosissimo,  che 
«  avea  nome  Americo  di  Guascogna  ecc.  >.  E,  come  ognun  vede,  s'impernia 
attorno  a  un  vecchio  motivo  della  novellistica:  il  morto  riconoscente^  am- 
piamente studiato  dal  Hippe  ncWArchiv  f.  das  Studium  d.  neu.  Sprachen 
u.  Litterat.,  LXXXI  (1888),  141-82.  Cfr.  anche  Rua,  Intorno  alle  «  Piacevoli 
€  Notti*  dello  Straparola,  in  questo  Qiom.^  Xlll ,  273-74,  e  Brutn  An- 
DRBWS,  Contes  ligures,  Paris,  Leroux,  1892,  nov.  XXVI. 


FRANCESCO   GALEOTA  13 

Napuli  bolla,  desiata  tanto 

dal  core  e  da  la  mia  penosa  vita, 

Napuli  bella,  ch'io  lassai  da  canto, 

Napuli  bella,  e  come  t'ho  fuggita? 

Napuli  bella,  gli  occhi  miei  di  pianto 

son  pieni  per  la  misera  partita! 
Un'altra  n'ho  trovata  per  la  via 

Napole,  che  dimora  in  queste  bande, 

ma  non  è  questa  Napoli  la  mia! 

Versi  che  vengono  dal  cuore.  Nato  in  ira  alle  Muse,  quasi,  a 
un  tratto,  ti  diventa  poeta  il  buon  Francesco!  ...Gran  mercé  di 
quella  favilluzza  di  sentimento,  che  in  lui  ha  saputo  destare  il 
nome  della  Napoli  sua.  —  Altra  volta ,  venendo  di  Barcellona , 
a  un  cavaliere  suo  conterraneo  che  rimpatriava  avea  detto: 

Amico  mio,  se  pur  tu  arrivi  innante 
al  bel  paese  che  '1  mio  cor  desia, 
bassa  la  testa  infino  alle  tue  piante, 
e  fagli  onor  da  la  tua  parte  e  mia. 
E  di',  che  nel  ponente  e  nel  levante 
terra  non  è  che  più  felice  sia, 
ma  se  tu  vedi  la  mia  cara  amante, 
dirai  ch'io  so'  rimasto  per  la  via. 

In  Napoli,  oltre  all'amante,  contava  amici  carissimi.  Abbiamo 
visto  che  di  novelle  s'intendeva,  e  che  avea  fatte  le  sue  prove 
anche  in  questo  genere  letterario:  non  è  maraviglia  se  a  Ma- 
succio  salernitano  lo  stringeva  famigliarità  «  non  moderna  ». 
Come  si  sa,  il  Guardati,  che,  al  dir  del  Fontano, 


nobilis  ingenio,  nata  quoque  nobilis  idem, 
et  doctis  placuit  pi'incipibusque  viris  (1), 


intitolò  <r<  a  lo  Magnanimo  Francesco  Galioto  »  la  sua  XLI  novella, 
indotto  «  de  l'armonia  de  soa  dolcissima  lira  ».  Mutua  stima  ali- 


(1)  MiNiERi  Riccio,  Biografie  de'  Pontaniani,  p.  124. 


14  V.   FLAMINI 

raentava  la  loro  amicizia;  di  che  sono  argomento  due  sonetti 
editi  non  ha  guari  (i).  Inoltre,  nella  Duchessa  di  Calabria  (la 
cólta  Ippolita,  figlia  di  Francesco  Sforza)  avevano  una  comune 
protettrice:  il  Galeota  la  celebrò  ne* suoi  versi,  Masuccio  le  de- 
dicò il  Novellino,  uscito  in  luce  a  Napoli  nel  1476;  fatto  carat- 
teristico, quest'ultimo,  bene  osservava  il  compianto  Gaspary,  per 
i  costumi  del  tempo,  attesa  l'oscenità  del  libro  e  la  «  excellentia 
«  de  virtù  »  di  quella  degnissima  fra  le  dame  del  suo  tempo. 
Ricorda  chi  ci  legge  il  ritratto  che  ne  ha  lasciato  Sabadino  degli 
Arienti?  —  Bella,  bionda,  grande,  dagli  occhi  onesti  e  dalla  mano 
sottile  :  aveva  aspetto  di  maestà ,  eppur  grazioso  e  mansueto. 
«  In  eloquio ,  facunda  et  eloquente.  Legea  cum  suavi  acenti  et 
«  resonantia,  et  intendeva  assai  mediocremente  latino  (2).  Dicea 
<v  che ,   legere  spesso  li  morali  libri ,   la  persona  vile  se  faceva 

«  egregia Le  parole  de  lei  erano  de  tanta  virtute  et  dolceza, 

€  che  averebbeno  acceso  el  fuoco  nel  iazzo  »  (3).  Non  meno  in- 
tendente àliistorie  che  di  falconi  e  cani,  dotta  nel  greco,  in  cui 
r  aveva  ammaestrata  Costantino  Lascaris,  come  in  ogni  altro 
genere  di  amena  letteratura,  Ippolita  favoriva  di  gran  cuore 
le  lettere,  incoraggiando  e  premiando  liberalmente  i  cultori  della 
poesia  volgare;  dai  quali  era  ricambiata,  in  Napoli  e  fuori,  con 
omaggi  ed  encomi  (4).  A  lei  il  Cornazano,  poeta  ne'  suoi  tempi  fa- 
moso, intitolava  la  Vita  di  Maria  Vergine,  e  Luigi  Pulci,  forse 
ad  esempio  di  Masuccio,  la  novella  di  Messer  Goro;  a  lei  un 
Giovanni  di  Cosenza,  da  identificare,  io  credo,  coll'autore  del  la- 
mento per  la  morte  di  Don  Enrico  d'Aragona  (5),  faceva  dono  di 


(1)  Nelle  Discussioni  e  ricerche  letterarie  di  F.  Torraca,  Livorno,  1888, 
pp.  127.28. 

(2)  Ne  prova  l'orazione  edita  dal  Mansi. 

(3)  Gynevera  de  le  clare  donne,  pp.  33940,  345. 

(4)  Oltre  al  Tiraboschi,  vedi  Litta,  Pam.  cel.,  Attendolo,  tev.  V;  Db 
Blasiis,  Tre  scritture  del  sec.  XV,  in  Arch.  star,  napol,  IV,  413-14;  Ga- 
BOTTO,  lov.  Fontano  e  Ippolita  Sforza,  nel  cessato  periodico  fiorentino  Vita 
Nuova,  II,  156  sgg. 

(5)  Su  Giovanni  Morelli  Cosentino  cfr.  anche  De  Cesjarb,  Una  famiglia 
di  patriotti,  Roma,  1889,  p.  xxni. 


FRANCESCO    GALEOTA  15 

certe  rozze  epistole  in  terza  rima,  glorificanti  il  Duca  di  Cala- 
bria (1),  precedute  da  una  dedicatoria  faticosamente  ampollosa, 
e  Gio.  Luigi  Guidobono  inviava  un  carme  in  esametri  tuttora 
inedito  (2).  Simpatia  piena  di  rispetto  avrà  dunque  nutrito  per 
la  Duchessa  il  Galeota;  onesto  egli  pure,  amante  de' buoni  studi  e, 
che  più  importa,  tutto  della  real  casa  e  del  Duca.  —  Anche  Ferdi- 
nando I  l'onorava  d'una  molto  benevola  dimestichezza  e  d'incom- 
benze delicate.  Una  volta  (scrive  il  poeta  in  capo  a  una  canzone), 
essendo  data  da  un  cavalliero  a  la  Maestà  del  Signor  Re  una 
petitione  lamentandose  de  la  sua  innamorata,  Sua  Maestà  la 
mandò  a  Messer  Francesco,  che  de  ciò  se  informasse  e  rife- 
risse. La  bella  non  fé'  buon  viso  al  real  m,esso  (3)  ;  il  quale 
perciò ,  avendo  prese  le  parti  del  cavaliere ,  a  questo  modo  si 
licenziava  dalla  sua  relazione  in  versi: 

Cesar  per  obedir,  te  rappresenta 
dinanzi  al  mio  Signor,  quando  el  vedrai; 
tre  volte  inchina,  e  poi,  bassando  el  pede, 
prega  che  tanto  error  non  se  consenta, 
e  che  soa  spata  ormai 
raquisti  un  altro  regno  a  la  sua  fede  ecc.  (4). 

A  ben  altre  lotte,  che  alle  incruente  del  regno  di  Cupido,  Fer- 
dinando aveva  affilata  codesta  spada,  cui  lordò  del  sangue  dei 
primi  gentiluomini  del  regno  !  Ma,  come  nella  sua  corte,  spagno- 


(1)  In  persona  d'Ippolita,  al  marito:  la  prima  Florentinorum  expugna- 
tori, la  seconda  contra  Turchos  Christianae  Reip.  protectori,  la  terza  Fer* 
rariensia  patriae  contra  Venetos  salvatori,  la  quarta  contumaces  et  rebelles 
subditos  expufjnanti.  Formano  un  codicetto  in  pergamena,  con  lettere  e  fregi 
miniati,  n«  1053  fonds  ital.  della  Biblioteca  Nazionale  di  Parigi,  di  prove- 
nienza aragonese. 

(2)  Arch.  star,  lomb.,  anno  XIII  (1886),  54. 

(3)  E  me,  come  a  real  messo  mandato, 
m*ha  l)en  poco  stimato, 
dicendome  :  lontan  de  qui  te  tira  ! 

Tal  che  de  sdegno  el  cor  me  *nde  sospira. 

(4)  La  canzone  comincia:  «  Inclito  Signor  mio,  po'  ch'a  te  piace  ». 


16  F.    FLAMINI 


^ 


lescamente  fastosa,  pur  quando  sull'orizzonte  politico  s'addensas- 
sero nubi  gravide  di  procella,  continuava  l'allegria  delle  caccie 
e  dei  conviti  ;  cosi  ben  poteva  il  re,  fra  le  cure  di  stato,  porger 
l'orecchio  al  Galeota  che  ricantavagli,  in  versi  da  cantimpanca, 
le  sette  allegrezze  d'Amore  {los  siete  gozos  de  Amor  di  Juan 
Rodriguez;  il  vecchio  tema,  insomma,  ugualmente  gradito  in  ogni 
tempo  al  popolo  e  alle  corti,  con  cui  si  spassò,  sembra,  anche 
il  Magnifico)  e  le  nove  virtù  che  de'  havere  uno  amante  (1); 
ben  poteva  accettare  con  un  sorriso  d'aggradimento  dal  cortigiano 
fedele  un  lunghissimo  dialogo  pure  in  istrambotti  e  di  soggetto 
amoroso  (2). 

Giovavasi  peraltro  dell'opera  di  Mosser  Francesco,  «  suo  amico 
«  e  parente  »  (3),  anche  in  faccende  di  natura  e  importanza  ben 
diversa.  Nel  maggio  del  1487,  essendosi  avviato  in  pellegrinaggio 
verso  Roma  il  Duca  di  Ferrara  suo  genero,  Ferdinando  gli  mandò 
incontro  il  Galeota,  per  confortarlo  a  venirsi  a  riposare  alquanti 
di  alla  corte  di  Napoli,  dove  sarebbe  accolto  con  piacere  e  te- 
nuto allegro.  «  Non  perdonarete  (dice  Y Istruzione)  a  cosa  ninna 
«  che  sia  per  indurlo  a  venire,  rimettendo  alla  discretione 
«vostra  li   modi  che    in   questa    parte   haverete    da 

«  provare Studìareteve  di  fareli  quella   più  assidua  compa- 

«  gnia  che  la  honestà  rocercarà  et  di  darle  in  ogni  vostro  rag- 


(1)  Inclyto,  glorioso  et  trìomphant«, 

magnanimo,  possente,  alto,  regale, 

▼ictorloso  mio  bon  re  Ferrante, 

degno  de  la  gram  sedia  imperlale, 

tn  sol  me  fld  cantar  in  consonante, 

però  che  me  si  stato  liberale  I 

Septe  allegreie  odiste   de   l'amante, 

nove  virtate  ascolta  principale. 

(2)  Comensa  uno  dialogo  facto  partendose  da  la  soa  amante^  et  se  puose 
nome  Silvio^  che  per  alguno  tempo  nelle  selve  se  stette  a  scrivere.  Il  quale 
dialogo  cum  le  seguente  epistole  donò  a  la  Maestà  de  l' invictissimo  Signor 
Re  ecc.  (cod.  Est.,  e.  170  a). 

(3)  Cosi  lo  chiamava  egli  stesso,  scrivendo  per  la  morte  di  Francosco 
Minatolo  (notizie  cit.  dell'Andres ,  cod.  Trivuh.  570,  e.  1  h). 


FRANCESCO   GALEOTA  17 

«  gionamento  suavità  et  piacere  ^>  (1).  Tre  mesi  dopo  iy Istruzione 
ora  citata  è  del  19  maggio)  il  Galeota  veniva  eletto  castellano 
di  Gastellamare  di  Stabia  (2).  Il  successivo  anno  lo  troviamo  le- 
galo regio  a  Milano  (3);  alla  quale  ambasceria  sembra  riferirsi 
una  seconda  Istìnizione,  tuttora  inedita,  del  3  ottobre  '87,  dove 
Ferdinando  incarica  «  Messer  Francesco  »  (il  cognome  non  è  detto 
per  ommissione  dell'indirizzo)  di  rallegrarsi  in  suo  nome  col 
Moro  della  ricuperata  sanità,  accordandosi,  circa  i  modi  della 
commissione,  con  Simonetto  Belprato  stabile  ambasciatore  a  Mi- 
lano, e  visitando  poscia  Gian  Galeazzo.  Nell'andata,  deve  far  sosta 
in  Firenze  e,  d'intesa  con  Marino  Tomacello  (4),  abboccarsi  col 
Magnifico  (5). 

Mentre  ad  uffici  così  importanti  lo  designava  la  fiducia  di 
Ferrante  I,  il  Galeota  era  in  dimestichezza  cordiale  anche  col 
potentissimo  erede  del  trono.  Quel  buon  Leostello,  concittadino 
e  corrispondente  d'Antonio  Ivani,  che,  per  ordine  espresso  avuto, 


(1)  [Volpicella],  Regis  Ferdinandi  primi  Instructionum  liber,  Napoli, 
1861,  p.  227. 

(2)  Arch.  di  Stato  Nap.,  Cancell.  Aragonese,  Collaterale,  Partium  voi.  II 
(1487-8),  e.  94  a: 

Nobiles  et  egregii  viri  fìdeles  nostri  dilecti.  Perché  nui  havimo  ordi- 
nato, che  Messer  Frane"  Galioto  de  questa  nostra  cita  de  Napoli  sia  vostro 
Gapitanio  per  Io  anno  presente,  Sexte  Indictionis  secundo,  vederete  più  cla- 
ramente  per  lo  privilegio  che  ne  li  facimo  expedire,  secundo  è  solito.  Et 
perché  è  el  tempo  de  fare  lo  ingresso,  et  a  l'expedire  del  dicto  privilegio 
ce  correranno  alcuni  di;  a  ciò  che  quessa  cita  non  stea  senza  oflBciale, vo- 
limo  lo  admictate,  e  li  fate  fare  lo  ingresso  liberamente:  et  cosi  exegrete 
{sic)  senza  difficultà,  se  havite  cara  nostra  gratia.  Datum  in  Castello  Novo 
Neap.,  ij  Septembris  Mcccclxxxvij.  Rex  Ferdinandus. 
{Universitati  Castrimaris  de  Stabia). 

(3)  In  una  lista  di  Cavalieri  e  Ambasciatori  (Bibliot.  Nazion.  di  Napoli, 
cod.  X.  E.  40,  e.  77  a). 

(4)  Valente  e  dotto  oratore  del  re  a  Firenze  (Mancini,  Yita  di  L.  Valla, 
p.  221). 

(5)  Bibl.  Naz.  di  Napoli,  codd.  XV.  B.  17,  e.  276  &,  e  XIV.  A.  14,  e.  239  b. 
—  Non  sembra  che  il  mandato  possa  riferirsi  né  a  Frane.  Spinello,  né  a 
Francesco  de  Montibus ,  ricordati  anch'  essi  nel  Liber  Instructionum ,  a 
pp.  166,  181  e  183. 

Giornale  storico,  XX,  fase.  58-69.  2 


18  F.  FLAMINI 

notò  giorno  per  giorno,  con  minuzia  a  volte  puerile,  le  cose  fatte 
per  el  Duca  di  Calabria,  dal  22  maggio  1484  al  6  febbraio  1491, 
in  apposite  Ephemeridi  (1),  non  tralascia  di  registrare  sovente 
fra  i  nomi  dei  commensali  del  padrone  quello  di  «  Francisco  Ga- 
«  leocto  ».  Cosi  lo  troviamo  fra  i  convitati  del  Duca  «  a  lo  giar- 
«  dino  grande  a  la  fontana  »  in  onore  dell'ambasciatore  turco 
(20  luglio  '87);  poi  in  un  banchetto  offerto  dal  medesimo  al  fra- 
tello Federico  e  ad  alquanti  Fiorentini  (18  giugno  '89).  Gola  d'A- 
vanzo, ospitando  Alfonso  a  mensa  nel  suo  giardino,  voleva  seco 
anche  il  Galeota  (22  maggio  '89);  questi,  a  sua  volta,  convitava 
in  Serpi  il  suo  signore  (27  novembre  '90),  e  non  di  rado  gli  of- 
friva una  modesta  refezione,  nella  masseria  cui,  sia  da  Napoli 
sia  da  Bagnoli ,  il  Duca  facevagli  1'  onore  di  visitare.  In  un'  e- 
pistola  notevole  (delle  molte  inchiuse  nel  suo  Canzoniere)  il  Qa- 
leota  si  rammarica  con  Alfonso  per  la  lontananza  di  lui:  «  Credi 
«(gli  scrive),  suavissimo  mio  Sonofra,  che  quanto  più  valorosi 
«  sono  i  cuori  de  li  homini  et  de  sangue  più  alto,  più  caldamente 
«se  incendono  de  l'amorose  fiamme,  le  quale  non  per  natura 
«  sono  ardentissime  da  longa  tanto  quanto  da  presso  te  agiac- 
«  ciano;  et  per  questa  cagione  me  sono  mosso  non  altramente 
«  a  venire  de  te  pia  toso,  che  de  me  stesso  dolente  quando  era 
«  nelle  affannose  stigmate  de  l'exilio ,  dov'  io  te  vegio  et  non 
«  senza  grandissima  doglia  te  indico.  Vedete  absente  con  l'animo, 
«  credendome  il  mio  dolor  passato,  imaginando  il  tuo  presente, 
«  nel  quale  selli tariamente,  insieme  cum  le  scerete  lacrime,  de- 
«  sidere  venirtene  a  la  tua  Partenope;  che  non  manche  te  tira 
«  lo  affanno  de  chi  t'aspecta,  che  '1  tuo  proprio.  Pertanto,  fide- 
«lissimo  amico  S.  mio,  io  te  prego,  se  la  fortuna  prospera 
«  te  guide,  et  in  breve  spacio,  al  tuo  paese  tranquillo,  advisame 
«del  viver  tuo  lontano,  acciò  eh* io  del  tuo  piacere  et  de  la 
«  gloria  sia  corno  ad  tuo  vero  amico  participe  »  (2). 


(1)  Nei  Documenti  per  la  storia,  le  arti  e  le  industrie  delle  provincie 
napolilane,  a  cura  del  principe  Filangieri,  Napoli,  1883,  voi.  1. 

(2)  God.  Estense,  e.  94  a. 


FRANCESCO   GALEOTA  19 

Anche  al  Principe  di  Gapua,  Ferrandino,  che  aveva  caro  ol- 
tremodo il  dire  in  rima  e  i  versi  del  Petrarca,  il  Galeota  (in 
Parnaso  non  più  Francesco,  ma  Silvio)  disfogava  con  pistolotti 
di  tal  genere  le  sue  pene  amorose.  Uno ,  zeppo  d'  antitesi ,  è 
del  1484  (1);  e  poco  dopo  quest'anno,  a  nostro  avviso,  dovette 
esser  raccolto  e  ordinato  dal  poeta  tutto  il  Canzoniere;  nel  quale 
trovi ,  fra  1'  altre  cose ,  rime  in  lode  della  Duchessa  Ippolita, 
morta,  si  sa,  nel  1488,  e  una  lettera  in  istrambotti  per  una  donna 
di  Boemia  del  Signore  Illustrissimo  Don  Francesco  de  Ara- 
gona (2) ,  terzogenito  de'  figli  legittimi  di  Ferrante  I ,  il  quale 
mancò  ai  vivi,  poco  più  che  ventenne,  il  26  ottobre  1486  (3). 
All'opera  dell'accozzare  e  ricucire  rassettandole  le  rime  e  prose, 
per  lo  avanti  disperse,  dettate  in  varie  congiunture  e  per  varie 
persone,  il  Galeota  dovè  attendere  riposatamente,  in  questi  anni 
che  furono,  senza  dubbio,  i  migliori  della  sua  vita.  Mandò  in- 
nanzi alla  raccolta  un  prologo  a  Tirinzia\  nome  poetico  della 
donna  amata ,  bellissima  e  di  crudeltà  pari  all'alto  sangue  :  — 
Schivo  di  lodi,  egli  non  ha  escogitato  finzioni  poetiche;  il  suo 
colibeto  vuol  essere  l'espressione  modesta,  ma  fedele,  dei  tor- 
menti patiti.  Unico  il  fine ,  varie  le  voci,  «  secondo  el  languire 
«  derivato  dal  vario  dolore  ».  Gli  basta  che  Tirinzia,  «  dato  al- 
«  quanto  di  luogo  ai  più  importanti  e  più  grandi  negozi  » ,  lo 
legga  secondo  l'innata  benignità  —  (4). 


(1)  Ivi,  e.  116  a.  Il  poeta  gli  appicca  il  soprannome  arcadico  di  Sireno. 

(2)  «  Corre  da  gli  ochij  mei  Tamara  vena  ». 

(3)  Ecco  uno  strambotto   manifestamente   ispirato  al  Galeota   da   questa 
sventura  : 

De  dolor  grande  et  de  tremor  no  ardisco 
e,  qnando  ardisse,  scriver  non  poria, 
perché  scrivendo  a  lacrimar  m'infrisco, 
e  non  me  lassa  dir  che  io  dovria; 
e  però  in  tanto  navigar  me  'nde  isco 
a  dir  del  ciel  quel  che  oggi  s'invia, 
ma  pianger  sol  r  infante   don   Francisco 
io  voglio  sin  al  fin  de  vita  mia. 

Altre   notizie   su   «  don  Francisco  »  dà   E.  Pércopo   (Arch.   stor.  napoL, 
XIII,  147). 

(4)  Ci  piacerebbe  essere  in  grado  d'identificare  questa  novella  Laura;  ma 


20  F.  FLAMINI 

Prima  di  divulgarla,  «  mandò  a  vedere  l'opera  »  alla  Contessa 
dell'  Acerra.  Ricanteremo  qui  le  lodi  di  Costanza  de  Davalos 
(dopo  il  1501  duchessa  di  Francavilla),  la  zia  dei  Marchesi  di 
Pescara  e  del  Vasto,  la  vigile  educatrice  di  Vittoria  Colonna  (1), 
r  eroina  che  nell'  isola  d' Ischia  sostenne  a  lungo  e  gloriosa- 
mente r  assedio  di  quaranta  galee  francesi  ?  (2).  Giantommaso 
Moncada  conte  d'Adernò,  ch'ebbe  a  conoscerla  in  Sicilia,  fug- 
gita di  Napoli  a  tempo  della  discesa  di  Carlo  Vili,  narrò  lati- 
namente i  casi  occorsi  alla  gentildonna  fino  a  quel  tempo  (3); 
gli  ultimi  anni  di  sua  vita,  spentasi  nel  1541,  descrisse  Filonico 
Alicarnasseo.  Bernardino  Martirano  le  assegna  una  parte  onori- 
fica nel  poemetto  ì'Aretusa  (4);  e  per  ispiegare  l'invio  del  Ga- 
leota,  basterà  richiamarci  alla  nominanza  ch'ella  consegui  nelle 
lettere,  agli  elogi  che  le  fecero  in  diversi  tempi  uomini  reputa- 
tissimi:  il  Cariteo  nel  quattrocento  (per  costui  era  addirittura, 
come  Saffo,  la  decima  musa)y  nel  cinquecento  il  Giovio.  «  Fu 
4c  donna ,  scrive  Filonico,  di  grande  e  profonda  letteratura  e  di 
«  giudizioso  conoscimento.  E  che  sia  il  vero,  scrisse  in  latino, 
€  in  volgare,  in  prosa,  in  versi;  e  nell'una  e  nell'altra  lingua  si 
«accuratamente,  che  Marsilio  Ficino,  Ermolao,  Poliziano,  Pico 
«  della  Mirandola,  Volaterrano  e  il  Duca  d'Atri,  e  cosi  pure  il 


il  poeta  s*  è  chiuso  riguardo  a  lei  nel  più  assoluto  riserbo.  Nessun  nome  se- 
creto; se  non  forse  nello  strambotto  «  La  voce  e  '1  mio  cantar  ecc.»,  che 
finisce: 

Intendame  chi  'ntese 

come  era  prim»  la   mia   bella   anrora; 

mo*  ò  tarca,  ingrata  I  e  fiJsa  inde»  mora. 

Altrove  il  poeta  si  duole  «  d\ina  colomna  »  che  gli  ha  tolto  la  vista  della 
persona  amata. 

(1)  Reumont,  Vitt.  Colonna,  traduz.  Muller-Ferrero»,  pp.  14-15,  131,  209. 

(2)  Vedi  ciò  che  di  tal  difesa  scrive  il  Capaccio,  Neap.  hist.,  p.  582; 
niustrium  muUerum  et  ili.  litteris  virorum  elogia,  p.  195;  Il  Forastiero, 
p.  949. 

Qi)  Il  VoLPiCELLA  die  fuori ,  tradotti ,  due  brani  di  questa  biografia  (Le 
nozze  di  Costanza  D'Avalos  e  Federico  Del  Balzo  nel  sec.  XV  e  La  moglie 
esemplare,  nella  strenna  La  Sirena,  Napoli,  1845  e  1846). 

(4)  Gfr.  i  miei  Studi  sulle  poesie  del  Tansillo,  p.  73  n. 


FRANCESCO   GALEOTA  21 

«  Bembo,  il  Molza  e  la  gran  turba  delli  poeti  volgari  del  tempo 
«  suo,  leggevano,  ammiravano  ed  imitavano  sovente  la  sua  dot- 

«  trina.  Per  qual  rispetto,  Pompeo  Colonna seco  si  trastullava 

«scrivendo;  né  sapendo  trovar  rimedio  d'uguagliarsi  nelle  ri- 
«  sposte,  chiedeva  soccorso  invano  ai  più  notabili  scrittori  e  let- 
«  terati  d'Italia  ecc.  »  (1).  Il  Galeota  accompagnò  l'invio  con  una 
lettera,  dove  strettamente  prega  Gostanza,  levandola  a  cielo,  di 
volergli  rivedere,  giusta  la  promessa,  l'opera  sua;  affinché  questa, 
«  cum  le  sue  mani  anzeliche  in  qualche  parte  emendata  et  cor- 
«  repta,  iongendo  et  mancando  le  syllabe,  cassando  et  sopra  seri- 
«  vendo,  limando  segondo  il  bisogno  et  al  suo  recto  iudicio  se 
«  richiede  »,  possa  finalmente  uscire  fra  la  gente,  non  più  «  ti- 
«  mida  povera  e  tenebrosa  »,  ma  «  richissima  lucida  et  secura  », 
insieme  «  con  li  altri  libri  de  più  gram  titoli  e  minij  »  (2). 

Nel  1491  la  pubblicazione  del  Canzoniere  era  già  avvenuta: 
vale  a  dire,  che  già  n'erano  state  tratte  più  copie  a  penna  in 
buona  forma.  Nelle  Cedole  di  Tesoreria  di  quest'anno  troviamo 
assegnati,  il  6  aprile,  ducati  18,  3  tari  e  15  grana  allo  scrivano 
Giovan  Marco  «  per  la  scriptura  de  36  quaterni  de  carta  de 
«  coyro  de  foglio  e  meczo  comone  avantagioso,  scrìpto  de  litera 
«antiqua,  un  poco  fermetta,  in  li  quali  è  notato  un'opera 
«  facta  per  Frane.**  Galioto,  in  li  quali  nce  so' litere  pari- 
«  sine  866  e  certe  toncze,  e  quilli  [Joan  Marcho]  ha  consignato 
«  in  la  dieta  libraria  »  (3).  La  libreria  di  cui  qui  si  parla  era 
della  maestà  di  Ferrante  I;  il  copista,  Giovan  Marco  Cinico  Par- 
mense noto  scrittóre  della  biblioteca  regia  (4).  Alla  quale,  dunque. 


(1)  Vite  ecc.,  nel  noto  cod.  X.  B.  67  della  Bibl.  Nazion.  di  Napoli,  e.  15  a. 
Vedasi  anche  Ammirato,  Fam.  nob.  nap.,  II,  98. 

(2)  Cod.  Estense,  e.  5  bS  b.  —  Altri  rimatori  coetanei  del  Nostro  manda- 
rono pure  dei  versi  alla  Contessa  d'Acerra;  per  esempio,  il  de  Jennaro  e 
Gio.  Antonio  de  Petruciis. 

(3)  Rego  142,  e.  329  a. 

(4)  Cinico  de  Palma  hanno  le  Cedole;  ma  a  pie  del  famoso  codice  di 
Plinio,  già  Famesiano,  ora  della  Nazionale  di  Napoli,  costui  si  sottoscriveva: 
Johannes  Marcus,  clarissimi  et  virtute  et  nobilitate  viri  Petri  Strozae 
Fiorentini  discipulus  ecc.  Parma  e   oriundus.  Cfr.  [A.  Miola],  Introduz. 


I 


22  F.  FLAMINI 

passò  senza  dubbio  questo  codice  dell'Opera  del  Qaleota,  di  cui 
non  s'hanno  ulteriori  notizie.  Un  altro  ne  vide  il  NapoH-Signo- 
relli  nella  Biblioteca  dei  Teatini  (1);  e,  di  fatto,  i  cataloghi  di 
questa,  che  tuttora  si  conservano  manoscritti,  registrano,  colla 
segnatura  Scanzia  VI,  n°  28,  un  membranaceo,  in  quarto,  man- 
cante nel  principio  e  nella  fine,  dov'  è  una  «  raccolta  di  diverse 
<  lettere  e  canzoni  amorose  in  lingua  volgare  »  di  Francesco  Ga- 
leota  (2).  Ma  se  ancora  esista,  e  in  quali  mani,  non  possiamo 
determinare  ;  certo  non  è  quello  di  cui  ci  siamo  giovati  noi  per 
la  presente  memoria.  Poiché  il  codice  della  Biblioteca  Estense 
di  Modena  X.  B.  13  (nel  catalogo  degli  italiani,  n»  MCXXXVI),  di 
199  fogli  numerati,  oltre  a  due  bianchi  in  fine,  non  manca 
di  nessuna  parte,  ed  è  cartaceo.  Nulla  ha  di  comune  né  pur  col- 
l'Aragonese;  essendo  pulito  e  chiaro,  ma  privo  d'eleganza.  Ha 
iniziali  rosse  e  azzurre,  legatura  originale  con  borchie  e  avanzi 
di  fermagli,  e  s'intitola:  FRANGISGI  GALEOTI  EQUITIS  AG 
BARONIS  OPVSGVLUM. 

Non  pili  addietro  del  secolo  passato  risalgono  le  notizie  che 
possediamo  intorno  a  questo  manoscritto.   Cesare  Chierici,  pa- 


alle  Ephemeridi  del  Leostello,  pp.  xi-xii;  e,  sui  mss.  dovuti  a  questo  celebre 
amanuense  e  miniatore,  Mazzatinti,  Inventario  dei  codd.  italiani  delle 
biblioteche  di  Francia^  I,  xxxvi-vii,  Wagen,  Die  vornehmsten  Kunstdenk- 
mdler  in  Wien,  II,  110. 

(1)  Vicende  della  cultura  nelle  due  Sicilie,  Napoli,  1810,  IV,  549.  Pro- 
babilmente è  il  medesimo  di  cui  si  valse  TAndres  per  le  citate  notizie  del 
Trivulz.  570;  poiché  del  Galeota  egli  conosceva  <  alcuni  componimenti  diretti 
«  al  Re  Ferdinando,  molti  più  al  Duca  di  Calabria  Alfonso  li  e  alla  Duchessa 
«  sua  moglie,  altri  al  Principe  di  Capua,  altri  al  conte  di  S.  Angelo  e  ali  i 
«  contessa  dell'Acerra  e  ad  altri  signori,  ove  si  vede  certa  intrinsichezza  ( 
€  familiarità,  che  aveva  con  tutta  la  famiglia  reale  e  co*  primi  signori  della 
«  Corte  ».  E  coglieremo  noi  nel  segno ,  congetturando  che  da  esso  derivi 
anche  quel  manipoletto  di  Rime  e  prose  scelte  da  un  manoscritto  in  per- 
gamena del  Galeota,  che  il  Pèrcopo  afferma  di  conoscere  nella  sua  ediz. 
delle  Rime  del  Chariteo  (Napoli,  1892, 1,  ci  w.),  giuntaci  mentre  stiamo  per 
licenziare  le  stampe  del  presente  lavoro?  Si  tratta  di  <  ventitré  poesie,  una 
«  novella  ed  alcune  epistole  in  prosa  al  duca  di  Calabria  e  al  principe  di 
«  Capua  ». 

(2)  God.  466  della  Bibl.  di  S.  Martino,  alla  lettera  G. 


FRANCESCO   GALEOTA  23 

trone  dì  questo  libro,  leggesi  sopra  una  delle  sue  guardie;  e 
dev'essere  il  nome  dell'antico  proprietario  napolitano.  Nel  1756 
lo  comprò  in  Modena  Giovanni  Antonio  Panelli,  a  Dominico 
Santagata,  in  Mutinensi  Foro  maiori  publico  Mhliopego,  odo 
soluiis  scutis  romanis.  Ma  per  fortuna  degli  studi,  dalle  mani 
degli  eredi  di  Giovanni  Panelli ,  nipote  da  parte  di  fratello  di 
Giovanni  Antonio ,  passò  in  quelle  d'  un  intelligente  e  appassio- 
nato ricercatore  d'antichi  testi,  pur  modenese,  Giulio  Basini,  che 
l'acquistò  nel  1802;  e,  com'è  noto,  il  figlio  di  costui.  Proposto  Ot- 
tavio, offri  alla  Biblioteca  Estense  più  di  dugento  codici,  di  molta 
e  svariata  importanza,  ereditati  dal  padre.  Questo  dono  ha  sal- 
vato dal  naufragio  dell'oblio  le  rime  del  cavaliere  Galeota. 

Non  molti  anni  ancora  durarono  per  Messer  Francesco  tempi 
cosi  felici,  nei  quali  non  aveva  altra  cura,  se  non  di  banchettare 
allegramente  coi  padroni  di  Napoli,  e  dettar  frottole  o  stram- 
botti per  le  dame  di  corte.  Il  25  gennaio  del  1494  re  Ferdinando 
moriva,  e  quasi  al  tempo  stesso  si  affacciava  alle  Alpi,  vindice  dei 
diritti  angioini,  Carlo  Vili.  Alfonso  duca  di  Calabria,  salito  al  trono, 
deluse  le  speranze  de' suoi  fautori  ed  amici.  L'eroe  d'Otranto, 
vinto  per  terra  e  per  mare,  dopo  un  solo  anno  di  regno  abdi- 
cava a  favore  del  figlio  Ferrandino,  e  spegnevasi  di  crepacuore 
in  un  chiostro,  lontano  dalla  sua  Napoli  ;  lasciando  anche  ne'  cuori 
più  fidi  un  dispettoso  sconforto: 

Scorno  eterno  a  l'italico  paese, 
quando  fia  letto,  che  un  regno  si  forte 
contr'  a'  Francesi  non  si  tenne  un  mese!  (1). 

Il  Galeota  aveva  ricevuto  dai  principi ,  cui  la  sorte  volgeva 
allora  cosi  avversa,  favori  e  benefici;  ma  di  non  minori  n'avevan 
fatti  alla  sua  casa,  nei  tempi  andati,  gli  Angioini.  D'altra  parte, 
che  poteva  egli  sperare  dal  real  giovinetto,  sulle  cui  spalle  gra- 
vava ora  un  tanto  peso,  quando  a  sorreggerlo  era  stato  impo- 


(1)  Versi  del  Tebaldeo,  nel  ben  noto  sonetto  contro  Alfonso. 


24  F.   FLAMINI 

lente  il  padre,  guerriero  valoroso  ed  esperto?  Se  qualche  bar- 
lume di  speranza  gli  era  rimasto  in  fondo  al  cuore,  dove  inte- 
ramente svanire  quand*egli  seppe  profugo  in  Sicilia  il  disgraziato 
Ferdinando  II,  e  vide  il  conquistatore  francese  entrare  nella  ca- 
pitale del  Regno  in  mezzo  «  all'entusiasmo,  si  facile  ad  esser  ec- 
«  citato,  del  popolo  napolitano  »  (1).  Certo,  il  fasto  spavaldo  di 
costui,  i  suoi  torneamenti  e  conviti,  le  sue  baldorie  gli  fecero  ca- 
pire, che  ormai  soltanto  all'ombra  dell'orifiamma  poteva  conti- 
nuare la  vita  frivola  e  gaia  ,  ch'era  ne'  suoi  desideri  (2).  Spo- 
sata dunque  francamente  la  nuova  causa,  s'addisse  ai  servigi  di 
Francia;  perciò,  anche  quando,  nel  giugno  del  '96,  Napoli  era 
di  nuovo  libera  dagli  stranieri,  e,  sorretto  dalle  armi  di  Con- 
salvo, del  Papa,  dei  Veneziani,  vi  si  era  insediato  nuovamente 
Ferrandino,  e  per  le  vie  di  Roma,  insultando  alla  ritirata  di  re 
Carlo,  cantavano: 

È  venuta  la  casa  d'Aragona, 

che  fa  vendetta  de  lo  traditore!  (3); 

anche  allora,  troviamo  il  Galeota,  insieme  co'  suoi  congiunti  Ia- 
copo e  Dionigi,  fra  i  baroni  angioini  in  campo  coi  Francesi  (4). 
Fu  ventura  per  lui,  che  Don  Federico  d'Aragona  (il  secondoge- 
nito di  Ferrante  I,  succeduto  al  nipote  ch'era  mancato  ai  vivi 
sulla  fine  di  quel  medesimo  anno)  non  facesse  rappresaglie,  anzi 
restituisse  ad  amici  e  nemici  i  beni  che  avevano  prima  degli 
sconvolgimenti  avvenuti  nel  Reame.  Capiva  questo  principe,  che 
l'aver  diffidato  della  fortuna  di  Aragona,  quand'era  caduta  cosi 
basso,  non  poteva  riguardarsi  come  vera  fellonìa  ;  e  quindi,  non 
immemore  dell'antica  famigliarità,  dovette  nuovamente  accogliere 
nelle  sue  grazie  il  Galeota;  i  cui  figli,  di  fatto,  subito  dopo  la 
morte  del  padre,  pagando  il  relevio  de' feudi,  sovvennero  il  re 


(1)  Delaborde,  Uexpéd.  de  Ch.  Vili  en  Italie^  pp.  555^. 

(2)  Vedi  infatti  De  Gherrier,  Hist.  de  Ch.  Vili,  II,  157,  ed  anche  Notar 
Giacomo  (pp.  189-90). 

(3)  Croce,  Canti  politici  del  popolo  napolitano,  Napoli,  1892,  p.  ix. 

(4)  Sanudo,  Diari,  1,  22545. 


FRANCESCO   GALEOTA  25 

ne'  suoi  bisogni,  per  le  mani  del  tesoriere  generale  Michele  de 
Afflitto,  di  quattrocento  ducati. 

Mori  Francesco  Galeota  nel  settembre  del  1497,  regnante  an- 
cora Don  Federico  (1);  e  fu  sepolto  nel  suo  casale  del  Sorbo,  in 
Principato  Ulteriore,  diocesi  d'Avellino  (2).  Gli  ultimi  mesi  di  vita 
gli  furono  amareggiati  dalle  brighe  di  una  lite  coi  terrazzani  del 
Serpico  circa  il  salario  per  l'esercizio  d'un  «  pozzo  dove  se  fa 
lo  sale  »  ;  e  per  ciò  appunto,  crediamo,  la  morte  lo  sorprese,  an- 
ziché in  Napoli,  in  quel  suo  feudo.  Poiché  il  20  giugno  del  '97 
la  causa  era  ancora  pendente.  Il  3  di  questo  mese,  rifiutando 
quo'  terrazzani  di  seguitar  a  lavorare  coi  patti  stabiliti ,  la  Ca- 
mera della  Sommaria,  sentito  il  ricorso  del  padrone,  aveva  in- 
giunto loro  di  desistere  dalla  dannosa  deliberazione  (3);  il  20, 
notificava  ai  riottosi  il  suo  decreto  «  de  incontinente  comenzare 
«  ad  exercitare  dicto  puzo  et  da  dicto  exercitìo  non  togliere 

«  mano; per  che  per  dieta  Camera  serra  stabilito  lo  salario, 

«  intendendo  questo  citra  preiudicium  utriusqice  partis  »  (4). 


(1)  Nelle  Cedole  di  Tesoreria  di  quest'anno,  a  di  viiij  de  ociobre  (vo- 
lume GLXI,  e.  39 a),  leggiamo: 

«  Da  Luisi  Galiota,  marito  di  M*  Ipolita  Galiota,  figlia  del  condam  Franco 
«  Galiota,  seicento  ducati,  quali  paga  a  la  Regia  Corte:  ciò  è  200  D.  per  lo 
€  rellevo  e  nova  investitura  de  la  terra  de  Serpico,  de  la  provintia  de  Prin- 
«  cipato  Ultra,  in  la  quale  succede  per  morte  de  dicto  Frane»  suo  socero. 
€  ad  ipso  promisso  per  lo  dicto  Frane"  dum  in  humanis  ageret^  per  con- 
«  templatione  de  dicto  matrimonio,  eum  consensu  prestito  per  dieta  Maestà: 
«et  quattrocento  ducati  restantì  subvene  dieta  Maestà  in 
«questi  sol  bisogni,  secundo  in  lo  privilegio  expedito  in  lo  Castello 
«  Novo  de  Napole  a  ij  del  presente  se  contene  ». 

11  medesimo  dice  la  consulta  che  citiamo  qui  appresso. 

(2)  Arch.  di  Stato  Nap.,  Consulte  della  R.  Camera  della  Sommaria, 
anni  1507-1509,  voi.  I,  e.  107  a. 

(3)  «  Per  tenore  de  la  presente  ve  d[iciamo]  e  comandiamo,  che  debiate 
elaborare  et   fare   comò  è  principiato  e  risponderli   [al  Galeota]   iuxta  la 

€  conveneione  et  iuxta  lo  solito Verum,  se  del  predieto  ve  sentissino 

«  agravati,  compariti  infra  tre  di, che  ve  serra  ministrata  iusticia  ex- 

«pedita;  et  interim  non  interessati  la  opera  de  lo  puezo,  intendendo  el 
«comparere  lepitime  •»  ('Archiv.  di  Stato  Napol.,  Sommaria,  Partium  vo- 
lume XLll,  e.  102). 

(4)  Arch.  di  Stato  Nap.,  Sommaria,  Partium  voi.  XLIII,  e.  40. 


26  1.    1  1  A.MINI 

Altri  documenti  della  contesa,  posteriori,  non  abbiamo;  né  c'im- 
porta di  sapere  se  la  continuassero  gli  eredi  di  Messer  Francesco. 
Il  quale,  non  v'ha  dubbio,  usci  di  vita  in  età  ancor  fresca. 
Poiché  non  solo  le  notizie  che  di  lui  abbiamo  non  risalgono  molto 
addietro  nel  quattrocento,  ma,  quantunque  lasciasse  tre  figliuole 
adulte,  una  delle  quali  già  maritata,  sua  moglie  gli  sopravvisse 
di  più  che  quarant'anni.  Era  costei  Sigismonda  dei  Frangipane 
della  Tol'fa,  casa  nobilissima  del  Seggio  di  Nido  (1).  Non  aven- 
done egli  avuto  nissun  figlio  maschio,  che  potesse  ereditare  il  suo 
nome  e  i  suoi  feudi;  aflfìnché  questi  non  uscissero  della  famiglia, 
di  buon  grado  dette  in  isposa  la  primogenita  Ippolita  a  Luigi 
Galeota  (suo  nipote  per  parte  del  fratello  Gerolamo),  <  gentil- 
«  homo  de  nobile  generacione,  barone,  bono  christiano  »  (2)  ;  e 
ne' capitoli  matrimoniali,  consenziente  re  Federico,  s'obbligò  a 
tenerli  seco,  lasciando  loro  post  tnoriem  il  castello  del  Serpico, 
con  condizione  di  maritare  Maria  ed  Orsina,  sorelle  d'Ippolita  (3). 
Queste  nozze  furono  feconde;  che  nel  1507  n'erano  già  nati  sette 
maschi  e  una  femmina.  Il  povero  Francesco,  il  quale  tanto  do- 
veva aver  desiderato  un  erede,  non  potè  godersi  questa  benedi- 
zione di  Dio  (4).  Toccò  invece  a  sua  •  moglie ,  Madonna  Sigis- 
monda; ma  costei,  nella  vedovanza  precocemente  iniziata,  non 
si  conservò,  come  sembra,  tenera  madre,  poiché  nel  1538,  in  età 
davvero  non  verde,  citava  dinanzi  al  Sacro  Regio  Consiglio  la 
propria  figlia  ed  erede,  nientemeno  che  per  ricuperare  la  dote 
ch'ella,  Sigismonda,  aveva  recata,  una  sessantina  d'anni  avanti, 
al  marito  Francesco,  già  da  otto  lustri  passato  a  miglior  vita! 


(1)  Della  Marra,  Discorsi  delle  famiglie  estinte,  forastiere^  o  non 
comprese  ne"  Seggi,  Napoli,  1641,  pp.  173-80;  Mazzella,  Descrittione  del 
Regno  ecc.,  p.  739;  De  Lellis,  Fam.  nobili,  nel  cod.  X.  A.  6  della  Nazion. 
di  Napoli,  ce.  224a-229  6. 

(2)  Arch.  di  Stato  Nap.,  Consulte  della  Sommaria,  voi.  cit.,  e.  108  fc. 

(3)  Ivi,  e.  iOQb;  cod.  X.  A.  3  della  Nazion.  di  Napoli,  e.  182  6. 

(4)  Il  privilegio  d'investitura  di  suo  nipote  è  del  2  ottobre  V7.  Costui 
chiese  ed  ottenne  la  conferma  del  Serpico  nel  1507;  quando,  per  l'incendio 
di  S.  Chiara,  bruciarono  i  privilegi  e  l'altre  scritture  che  quivi  avea  riposte 
(Arch.  di  SUto  Nap.,  Quintemioni,  Princ.  Ultra,  voi.  13,  ant.  Vili,  e.  109  agg.). 


FRANCESCO   GALEOTA  27 

E  la  povera  Ippolita,  nolens  litigare  cum  maire,  fu  costretta  a 
cederle  S.  Stefano,  uno  dei  due  casali  che  aveva  ereditati  in- 
sieme col  castello  (1). 


II. 


Il  Canzoniere  del  Galeota  ha  vera  importanza.  Più  ampio  del- 
l'intera raccolta  edita  dal  Mazzatinti  e  dall'Ive,  rappresenta  uno 
stadio  mediano  della  lirica  nel  mezzogiorno  d'Italia  durante  l'ul- 
timo trentennio  del  quattrocento.  Mentre,  infatti,  ha  già  accolte, 
e  in  quanta  copia  !  le  forme  d'arte  in  cui  s'esplicherà  sul  cadere 
di  quel  secolo  la  nuova  maniera  poetica,  lo  stile  modella  ancora 
sul  Petrarca,  e  si  serba  quasi  immune  dal  secentismo  che  sarà 
presso  la  nuova  generazione  di  verseggiatori  il  peggiore  effetto 
dei  criteri  artistici  mutati.  In  verità,  qual  differenza  tra  questo 
ed  altri  canzonieri ,  pur  napolitani ,  scritti  qualche  anno  dopo  ! 
Non  io  vorrei  togliermi,  ad  esempio,  la  briga  d'illustrare  quel 
membranaceo  dell'Alessandrina,  che  nel  seno  capace  racchiude 
gl'infiniti  encomi  ed  omaggi  in  rima  d'uno  sconosciuto,  mosso  «  da 
«  le  extreme  parte  del  felice  paese  de  Italia  »,  alla  beltà  d'una 
Elisabetta  Gola,  milanese.  Guai,  se  tanto  sfolgorio  di  diamanti  e 
raggiar  di  sole  e  biancheggiar  di  neve,  a  lungo  andare  (e  lunga 
la  descrizione  è  davvero),  avessero  per  avventura  sul  lettore  gli 
stessi  effetti  che  sul  poeta! 

Son  una  nave,  et  in  me  stesso  ò  il  mare, 
le  lacrime  son  l'onda  e  '1  fiato  è  '1  vento; 
Madonna,  con  quel  sol  ch'ogni  altro  ha  spento, 
la  stella  fu  ch'a'  naviganti  appare  ecc.  (e.  39  b). 

Chi  ravvisa  più  qua  dentro  il  petrarchesco  «  Passa  la  nave  mia  »? 


(1)  Arch.  di  Stato  Nap.,  Quinternioni,  Princip.  Ultra,  voi.  45  (già  XIU), 
e.  9  a.  La  cessione  veniva  ratificata  il  primo  di  giugno;  ma  già  Sigismonda 
ne  aveva  alienata,  quindici  giorni  avanti,  una  parte!  (Ricca,  IV,  409). 


28  F.  FLAMINI 

Ed  è  tutta  cosi  la  congerie  di  questi  sonetti  e  ternari,  di  queste 
canzoni  e  sestine:  ghiribizzi,  ampolle,  concettini.  Le  fiamme  del 
cuore  (osserverebbe,  arguto,  il  D'Ancona)  sono  salite  al  cervello 
del  poeta  per  farlo  delirare  ingegnosamente. 

Per  fortuna,  il  Canzoniere  del  Galeota  è  altra  cosa.  V'incon- 
triamo si  un  frasario  convenuto  e  immagini  stravecchie:  sempre  a 
un  modo  rappresentata  la  donna,  Amore  sempre  cieco  e  faretrato; 
ma  non  per  ciò  vorremo  noi  mettere  il  Galeota  in  ischiera  col 
Tebaldeo,  con  Serafino.  Goteste  frasi,  coteste  immagini,  nonché 
certi  artifizi  formali  ed  estrinseci,  trovava  già  nel  Petrarca:  le 
ha  accolte ,  e  niente  più.  Ben  altro  hanno  fatto  que'  valentuo- 
mini della  nuova  scola  !  Attribuendo  al  senso  proprio  delle  pa- 
role ciò  eh'  è  soltanto  del  figurato ,  costoro  dai  traslati  e  dalle 
ambiguità  stillavano  a  gara,  per  via  d'inaspettate  deduzioni,  la 
quintessenza  dell'arguzia.  Non  tanto  l'abuso,  quanto  il  malo  uso, 
di  quell'istesso  linguaggio  metaforico,  che  già  il  massimo  dei  li- 
rici aveva  consacrato  col  suo  esempio,  ha  partorito  la  più  gran 
parte  delle  sottigliezze  strampalate ,  onde  anche  il  quattrocento 
estremo,  come  il  secento,  va  tristamente  famoso. 

Il  Galeota  dev'  essere  semplicemente  imbrancato  nel  gregge 
dei  belanti  dietro  al  pastore  di  Valchiusa.  Emistichi  ed  anche 
qualche  verso  intiero  tolto  al  Petrarca  non  mancano  nel  suo 
Canzoniere  (1);  come  non  vi  mancano  luminose  testimonianze 
della  sua  ammirazione  per  quel  grande.  In  S.  Chiara  d'Avignone 
la  memoria  dell'innamoramento  del  Petrarca  quivi  accaduto  gli 
ispira  alcuni  versi.  Oimè ,  alcuni  versi  soltanto  ;  non  un  senti- 
mento, non  un  pensiero  men  che  pedestre  ! 

Dov'è  Laura  soave,  et  in  qual  loco 
de  questo  sacro  tempio  s'assise, 
quand'ella  intenta  suo'  begli  occhi  affise, 
per  far  d'un  giaccio  un  si  mirabil  foco? 

(1)  Uno  strambotto,  ad  esempio,  finisce: 

Un  b«l  morir  tatU  U  vita  onora  (e.  Il  a). 
E  un  altro: 

Co0i  M  spende  el  miser  tempo  mio 

fr»  le  rane  sperante  e   '1  ran  disio  (e.  82 a). 


FRANCESCO   GALEOTA  29 

Questa,  ognun  vede,  è  squallida  prosa,  costretta  a  gran  fatica 
nelle  ritorte  del  metro.  Seguitiamo  : 

Dov'è  colui,  ch'ardendo  amando  in  gioco 
tant'anni  in  pace  visse,  e  chi  conquise 
tant'amor  e  tant'arte,  e  si  divise 
sono  de  là  fra  lor  molto  né  poco? 

E  basta  ;  che  di  qui  esce  troppo  malconcia  la  grammatica.  Un 
sonetto  analogo  compose  il  Galeota  «  passando  per  Gomont, 
*  dove  nacque  madonna  Laura  »  (1)  ;  ma  anche  questo  luogo 
non  gli  ha  suscitato  in  mente  se  non  l'idea,  che  anche  la  sua 
bella  dovrà,  al  par  di  Laura,  morire  !  Parimente,  può  restarsene 
senza  infamia  e  senza  lodo  nel  manoscritto  il  sonetto  con  cui 
accompagnava  a  Gostanza  de  Davalos  il  ritratto  di  Laura  : 

Ecco  qui  Laura,  tal  qual  era  viva, 
le  chiome  d'or,  la  forma  del  bel  viso, 
dove  Francesco  riguardando  affiso 
tant'anni  pianse,  e  per  lui  fatt  e  diva  ecc. 

Poiché  il  Galeota  s' è  ben  poco  esercitato,  invero,  nella  forma 
più  diffusa  della  poesia  d'amore.  Oltre  a  questi,  egli  non  ha  che 
altri  sei  sonetti,  due  dei  quali  d'argomento  sacro  (2);  e  quindi 
in  essi,  per  manco  d'esperienza,  riesce  duro  e  contorto  (3).  Fu 
invece,  senza  dubbio,  il  più  fecondo  strambottisia,  o  strambottaio, 
del  quattrocento.  Altro  che  Serafino  dell'Aquila  e  i  suoi  imitatori  ! 
Del  Cariteo  conosciamo  trentadue  strambotti  ;  quelli  del  Nostro  si 


(1)  Vignion,  Coment,  là  dov'ella  nacque, 

Eodano  e  Sorga  ancor  vid'io  passando, 

e  dove  scripse,  e  dove  arse  cantando 

il   mio   maestro    quanto  a  Laura  piacque  ecc. 

(2)  L'uno,  in  modo  de  supplicatione  a  Dio,  chiude  il  canzoniere;  l'altro  è 
stato  scritto  passando  per  5.  Maximirn,  dove  sta  la  gloriosa  figura  di  Mag- 
dalena  (e.  17  a). 

(3)  Nell'unico  sonetto  amoroso  del  canzoniere  Estense,  per  dipingerci  la 
sua  inquietudine,  il  Galeota  usa  un  brutto  artificio  :  in  fin  d'ogni  verso  pone 
espressioni  di  questo  genere:  di  luoco  in  luoco,  di  gioco  in  gioco,  a  poco 
a  poco  ecc.  (e.  8  a). 


30  F.  FLAMINI 

contano  a  centinaia ,  tutti  su  due  sole  rime ,  quattro  volte  al- 
ternate: l'ottava  siciliana  (ancor  viva  nel  mezzogiorno  d'Italia 
fra  '1  popolo,  e  dal  popolo  usata  già  in  antico),  che  fu  nel  secolo 
decimoquinto  la  forma  preferita  per  lo  strambotto  dai  rimatori 
della  corte  aragonese  (1).  Qualche  volta  hanno  una  coda,  com- 
posta di  due  endecasillabi  a  rima  baciata  e  d'un  settenario;  svol- 
g(mo  per  lo  più  in  un  solo  periodo  grammaticale  una  sola  idea, 
atteggiata  e  ripercossa  in  vari  modi.  Ve  ne  sono  inoltre  d'inca- 
tenati mediante  un  rappicco  di  due  o  più  voci  ;  e  questi,  come 
i  rispetti  continuati  polizianeschi  e  pseudo-polizianeschi,  ci  rap- 
presentano «  or  l'epistola,  or  l'elegia,  ora  la  serenata  e  la  dipar- 
te tita  e  il  dialogo  »  (2);  ma  con  tanto  meno  di  garbo  e  d*efl3cacia, 
quanto  a  componimenti  d'una  qualche  estensione  è  più  disadatta 
dell'ottava,  metro  narrativo  per  eccellenza,  una  monotona  fila- 
tessa di  versi  su  due  sole  consonanze. 

E,  s'intende,  cercheresti  invano  negli  strambotti  di  cui  ci  stiamo 
occupando  alcun  tratto  di  quell'arte  mirabile,  con  cui  il  corti- 
giano del  Magnifico  rivestiva  pulitamente,  senza  punto  sciuparne 
la  freschezza,  i  parti  della  musa  popolare.  Anch'egli,  il  buon  Ga- 
leota,  travasò  a  più  non  posso  nel  suo  gran  serbatoio  dalla  sor- 
gente, vivida  e  perenne,  onde  attingevano  o  avevano  attinto,  a 
Firenze  l'Ambrogini  e  il  Pulci,  a  Venezia,  più  anni  addietro,  il 
Giustinian.  Ma,  prima  di  tutto  e  sopra  tutto,  era  un  petrarchista; 
e  se,  forse  per  gradire  alle  dame  e  ai  cavalieri,  s'era  acconciato 
a  scrivere  strambotti  in  vece  di  sonetti,  non  per  ciò  reputava 
opportuno  dilungarsi  dalla  via  tenuta  dal  maestro.  Or  come  con- 
servare allo  strambotto  popolare  la  sua  schiettezza  e  la  sua 
grazia,  ormeggiando  il  Petrarca?  Non  fa  maraviglia,  che  questo 


(1)  Cfr.  ToRRAGA,  Discuss.  e  ricerche  lett.^  pp.  142  sgg.  —  Irregolarmente, 
uno  strambotto  del  Galeota  (cod.  Est.,  e.  38  6)  consta  di  12  versi,  tutti  a 
rime  alterne;  altri,  di  10  (im,  ce.  11  a,  bla). 

(2)  Carducci  ,  Poliziano^  p.  cxvii.  —  Anche  per  un'  orazione  a  Dio  (cfr. 
p.  86)  e  per  una  delle  solite  confessioni  in  rima  (<  Rendome  in  colpa  ecc.  »; 
cfr.  la  mia  Lirica  tose,  del  Rinascimento,  p.  483)  il  Oaleota  si  vale  di  queste 
serie  di  strambotti! 


FRANCESCO   GALEOTA  31 

genere  di  poesia  abbia  perduto  nelle  mani  del  Galeota  la  sua 
impronta  caratteristica  e  genuina  (1).  —  Quantunque  e'  si  sia 
adoperato,  se  non  c'inganniamo,  con  ogni  industria  per  conser- 
vargliela. Sentasi  di  fatto,  in  che  modo,  per  esempio,  si  duole 
^una  heltissima  donna  che  se  parti  : 

In  mare  è  la  mia  vita  arisicata 

d'inverno,  in  mezo  al  Faro  de  Messina; 

al  vento,  a  la  fortuna  abandonata, 

de  notte  cum  le  negre  onde  camina  : 

un  remo  et  una  vela  ha  conserbata 

la  stanca  mia  barcheta  peregrina, 

e  cosi  sola  va  per  disperata, 

ch'Ammore  lo  commanda  e  '1  Giel  destina. 
Io  sono  al  mare!  et  ella  se  n'è  andata, 

lassando  el  mondo  cieco  e  '1  vano  errore, 

nel  cielo,  eterna  libera  e  beata, 

la  donna  ch'io  portai  tanto  nel  core: 

la  fiamma  che  fra  noi  fo  conservata 

non  sera  meno  del  continuo  ardore, 

che,  persa  al  mondo  cosa  tanto  amata, 

non  sera  parso  tanto  antico  amore. 

E  col  medesimo  intento,  forse,  egli  pure,  come  l'Altissimo,  si 
richiama  cosi  spesso  a  costumi  d'animali  o  d'uomini  in  istato  di- 
verso dal  suo: 

Un  povero  villano  e  zappatore 

che  zappa  in  aqua  a  questo  mondo  fui; 
stentando  con  suspiri  e  con  dolore, 
vao  semenando,  e  non  saccio  per  cui; 


(1)  Voglio  dire  quel  tono  popolaresco,  che  trovi,  ad  esempio,  ne'saggi  an- 
tichissimi di  strambotto  siciliano  su  due  sole  rime,  editi  primamente  dal 
Carducci  (  Cantilene  e  ball.,  pp.  56  sgg.),  e  negli  altri  pur  dell'istessa  forma, 
ma  posteriori  ai  tempi  del  Galeota,  che,  col  titolo  di  Canzoni  alla  ciciliana, 
produsse  A.  von  Flugi,  tra  i  Neapolitanische  Volkslieder  des  16.  Jahrhun- 
derts  {Roman.  Studien  del  Boehmer,  I,  595). 


32  F.   FLAMINI 

delle  fatiche  e  de  lo  mio  lavore 
nutrico  chi  non  è  come  già  fui:  ~ 

io  son  l'affaticato  cacciatore, 
che  la  mia  preda  feci  per  altrui. 
L'uccello  mi  chiam'io  perdigiornata, 
che  trova  e  pur  aspecta  e  mai  non  prende; 
son  noctola,  che  sempre  sta  celata, 
et  è  batuta,  e  mai  non  se  deffende; 
so'  nibio,  che  speso  fa  calata, 
e  piglia  molto  poco  et  assai  stende; 
son  nave  sensa  vela  abandonata, 
sensa  timone  et  arboro  et  intende  (1). 

Anche  è  da  notare,  che  in  non  pochi  di  questi  strambotti  cia- 
scun verso  da  principio  riprende  le  ultime  parole  del  prece- 
dente (2);  ripetizione  ovvia  negli  improvvisi,  ed  utile  senza  dubbio 
a  dare  alla  poesia  un  più  rilevato  carattere  di  popolarità;  non 
meno  che  le  serie  proverbiali,  di  cui  la  più  ragguardevole,  e  in- 
sieme la  più  noiosa,  si  ha  in  una  Cansone  de  proverbi  de  una 
consonansia,  quattro  strambotti  sulle  medesime  rime  alternati*, 
monotoni  come  il  tic  tac  d'un  orologio  (3).  Non  ostante  tutto  ciò, 
(jual  differenza  fra  gli  strambotti  del  Galeota  e,  non  dirò  già 
i  Rispetti  per  Tisbe,  popolarissimi,  ma  molti  altri  anche  di  let- 
terati! Quelli,  ad  esempio,  del  Giustinian  vivono  ancora  in  park- 


(1)  Dello  stesso  genere  è  lo  strambotto  «  Cosi  come  fatica  al  campo  il 
«  bove  »  e  T altro  che  comincia:  <  Son  passar  solitario  tornato,  Che  vivo 
«  solo  e  piango  sovr  un  tecto  ». 

(2)  Un  esempio: 

Io  par  ezpecto  el  t«mpo  che  non  rene, 
e1  tempo  che  non  rene  io  Tao  cercando; 
io  TM  cercando  le  mie  dnre  pene, 
le  dnre  pene  mei  fine  non  hanno  ; 
fine  non  hanno  mai  pensando  a  tene, 
pensando  a  tene  io  moro  desiando  ; 
io  moro  desiando,  el  vento  vene, 
el  Tento  Tene  e  porta  lo  mio  afEuiDO. 

(3)  Risparmiando  a  chi  legge  il  martirio  affannoso  di  quesi'  altalena ,  mi 
contenterò  d'uno  strambotto  spicciolo,  ugualmente  intessuto  di  sentenze: 


FRANCESCO   GALEOTA  33 

sul  labbro  de* nostri  volghi  ;  l'Olimpo  da  Sassoferrato  ne  scrisse, 
a  principio  del  cinquecento,  di  fragranti  e  freschissimi  (1). 

Né  con  questo  vogliam  dire,  che  in  genere  gli  strambotti  di 
cui  parliamo  siano  epigrammaticamente  artificiosi  come  più  d'uno 
del  Gariteo,  o  scipiti  come  quelli  di  Panfilo  Sasso,  o  secentistici 
come  i  pochi  del  Gei.  Ghe  se  v'incontriamo  motivi  convenzio- 
nali, questi  sono  i  soliti,  comuni  a  tutta  la  lirica  del  quattro- 
cento anche  toscana  e  della  prima  metà  :  contrari  esprimenti 
gli  effetti  delle  freccie  d'Amore,  imprecazioni  come  le  solite  delle 
disperate  (2),  serque  di  cose  impossiMlì  (3),  invettive  contro  la 
fortuna,  contro  le  donne,  contro  le  male  lingue  (4);  e,  inoltre, 
strambotti  a  dialogo  (5;,  in  versi  tronchi,  in  versi  comincianti, 
quasi  per  ribadire  il  concetto,  all'istesso  modo  (6).  G'è  da  con- 
tentar tutti  i  gusti;  come  apparirà  anche  dal  piccolo  florilegio 
che  ne  offriamo  qui  al  lettore: 


In  uno  puncto  volta  la  ventura, 
questo  lo  dico,  e  voglio  che  se  saccia  ; 
foco  di  paglia  poco  tempo  dura, 
tristo  chi  de  parole  se  procaccia; 
un  animo  constante  no  se  cura 
de  vento,  e  de  remore  non  se  impaccia  ; 
tale  minaccia  che  vive  in  paura, 
e  can  che  abaia  mai  non  piglia  caccia. 

fi)  «  Un  bel  mazzo  di  fiori  campestri  »  ci  ha  offerto  il  Luzio,  ristam- 
pandone alcuni  nella  Nuova  Antologia. 

(2)  Stramb.  «  De  mall[ann]*agia  quando  te  guardai  ». 

(S)  Frequentissime  anche  presso  altri  strambottisti,  come  Luigi  Pulci  e 
l'Altissimo. 

(4)  Sul  «  maldicente  »  negli  strambotti  alla  maniera  popolare,  cfr.  Giorn., 
IV,  53  n. 

(5)  Scegliamo  questo: 

Io  per  te  piango.  —  Io  non  te  '1  cred'ancora.  — 
Credime  ben,  che  '1  ver  amor  non  fenge.  — 
Tn  ben  lo  sai.  —  I'  non  so  el  di  né  l'ora.  — 
Sallo  colai  che  t'affigura  e  penge  — 
Perché  a  me  fuggi  ?  —  Per  non  far  dimora.  — 
Dimora  fa'  con  chi  tua  voglia  strenge, 
ch'io  son  to  servo.  —  Et  io  to  serva  fCra, 
se  non  fosse  che  Amor  m'alluma  e  spenge. 

(6)  Di  queste  due  ultime  foggie  di  strambotto  abbonda  il  canzoniere  del 
^Oaleota;  come,  del  resto,  anche  gli  altri  de'  suoi  sincroni  conterranei. 

Giornale  storico,  XX,  fase.  58-59.  8 


34  F.  FLAMINI 

1. 
Io  vedo  che  ogni  tempo  passa  via, 
ogni  fortuna  e  gran  tempesta  manca; 
quilli  che  son  pregioni  in  Barbarìa 
aspectan  libertà  per  carta  bianca; 
Io  galioto  sempre  voga  e  sia, 
e  pur  aspecta  aver  la  scala  franca; 
ultra  che  de  voler  la  morte  mia, 
questa  crudel  è  dura,  e  mai  non  manca. 

2. 

Li  spirti  afBicti  per  pietà  del  core 
correno  tutti,  et  hànolo  occupato; 
che  '1  viso  mio  è  pallido  da  fore, 
et  ogni  membro  è  de  color  mutato  (1); 
Tanima  trista  e  piena  de  dolore 
ha  quasi  el  corpo  lento  abandonato; 
la  rosa  senza  fronde  n'è  più  fiore, 
né  io  so  più  come  era,  allontanato. 

3. 

La  nave  a  la  fortuna  destinata 
invano  aspecta  de  trovar  bon  vento; 
la  stanca  peccorella,  al  lupo  nata, 
bisogna  che  ne  sia  d'ella  contento; 
la  cosa  ch'è  promessa  una  fiata 
più  no  se  ne  pò  far  novo  convento; 
la  vita  mia  che  in  lacrime  è  dannata, 
poi  che  a  te  piace,  no  me  ne  lamento. 

Io  no  me  ne  lamento  fin  che  dura, 
fine  che  Tossa  mei  ponno  soffrire, 
fin  che  ritorno  la  mia  carne  oscura, 
fine  ch'a  lo  mio  cor  sono  suspire, 
fine  che  Talma  mia  poco  se  cura 
d^affanno  de  tormenti  e  de  martire; 
poi  ch'à  voluto  questa  mia  ventura, 
ch'io  veda  tant'amore  desparti  re. 


(1)  Ecco  uno  strambotto  d'un  napolitano  del  quattrocento  che  sembra  vo- 
glia arieggiare  lo  Stil  Novo! 


'FRANCESCO  GALEOTA  35 

4. 

Quando  te  cridi  star  da  me  nascosa, 
e  pensi  ch'io  non  saccia  quanto  sai, 
quando  èi  la  nocte  oscura  e  tenebrosa, 
alora  sento  et  odo  ciò  che  fai. 
Quando  te  cridi  de  trovar  la  rosa, 
la  mano  ne  le  spine  trovarai; 
la  serpe  che  fra  l'erbe  si  riposa 
te  morderà,  che  non  la  vederai. 


S'io  mai  ritorno  a  lo  mio  tempo  bono, 
navicarò  securo  per  lo  mare; 
accordare  lo  canto  cum  lo  sono, 
nesuno  me  farà  suspecto  andare. 
Per  quella  barba  ch'è  di  Sancto  Antono! 
Se  tu  fai  stima  de  me  straciare, 
tu  vederai  lo  lampo  cum  lo  trono, 
insieme,  ad  uno  puncto,  desperare! 

6. 

'Quand'era  meza  nocte  che  sonava, 
io  tutte  l'ore  ben  contate  avea; 
e  sempre  cum  quest'ochij  lacrimava, 
quando  per  te  la  letera  scrivea. 
Oh  quante  cose,  che  me  recordava, 
del  tempo  che  più  lieto  esser  solea! 
Cosi  nel  pianto,  miser,  vigilava, 
quando  ciascuno  in  requie  dormea!  (1). 

7. 


Va',  dormi,  cane,  e  posate  la  testa 

in  fra  le  gambe,  e  cava  con  le  branche, 

e  fa  na  fossa  per  to  aiuto  presta, 

e  jace  dentro,  e  fa'  che  mai  te  stanche 


(1)  Strambotto,  quasi  direi,  pregevole;  se  non  ci  arrivasse  in  fine  tra  capo 
e  collo  quel  «  dormea  ».  Crassa  Minerva,  il  Galeota  ha  fatto  del  suo  meglio 
per  trar  partito  da  una  situazione  ben  trovata. 


36  F.   FLAMINI 

perfin  che  dura  questo  gran  tempesta; 
col  tempo  muta  le  tue  vele  bianche, 
ch'ad  omne  sancto  vene  la  so  festa, 
e  n*è  SI  gran  fortuna  che  non  manche. 

8. 
Non  me  venir  in  somno  a  molestare! 
Quand'è  la  nocte  lassame  dormire! 
Che  '1  giorno  vivo  come  l'onda  al  mare, 
portato  da  gran  vento  de  sospiro; 
poi,  quando  credo  de  me  repossare, 
me  viene  sempre  per  darme  martire. 
Che  se  tu  me  venisse  a  consolare, 
vorìa  del  somno  mai  non  me  partire!  (1). 

9. 
La  negra  polve  de  la  carne  mia 
menar  al  vento  ancora  guarderai; 
Tamara  vita  che  passar  solia 
[per]  qualche  tempo  te  recorderai. 
S'io  moro,  tu  recirche  un'altra  via; 
tardo  la  fede  mia  cognoscerai! 
Fortuna,  amor,  disdegno  e  gelosia 
finire  in  uno  puncto  vederai  (2). 

Non  è  da  credere,  che  la  vena  poetica  del  Qaleota  dilagasse 
in  tanta  copia  di  strambotti  sol  per  isfogare  le  pene  del  suo 
cuore.  Egli  secondava  il  desiderio  di  cari  amici,  scriveva  in 
persona  di  donne  innamorate.  Leggiadramente,  qualche  volta  : 

Due  belle  rose  ad  una  spina  stanno, 
nate  in  un  puncto  assai  teneramente; 


(1)  D'intona/ione  popolare.  Negli  strambotti  dei  volghi  siffatte  apparizioni 
in  sogno  della  donna  amata  sono  (chi  non  ricorda?)  frequenti. 

(2)  h  uno  di  quelli,  dirò  col  mio  illustre  maestro,  «  dove,  con  sincerilo  di 
€  affetto,  il  poeta  vede  la  prossima  sua  fine  e  la  tomba  che  lo  attende  »; 
analogo  perciò  anch'  esso  agli  strambotti  popolareschi.  Fa  il  paio  con  un 
altro,  riprodotto  dal  D'Ancona  e  assegnato  nelle  antiche  stampe  a  Serafino, 
che  comincia:  «  Cenere  in  terra  torneran  mie  ossa  »  {Il  secentismo  nel 
quattrocento^  in  Antologia  del  Morandi,  p.  374). 


FRANCESCO   GALEOTA  37 

doe  stelle  son,  che  tanta  luce  fanno, 
ch'ai  cielo  non  è  nulla  più  lucente; 
doe  angelecte  per  la  terra  vanno 
per  far  al  mondo  consumar  la  gente; 
doe  belle  donne  sole  e  sensa  inganno 
son  da  doe  amanti  amate  lialmente. 

Anche  a  Napoli,  come  a  Firenze,  gli  strambotti  si  cantavano  alle 
amanti  (1);  in  quel  fermento  di  vita  spensierata,  che  dalla  reggia 
con  lieto  strepito  si  riversava  per  le  vie  e  per  le  piazze  (2).  E 
quanti  non  ne  avrà  intonati  sul  liuto  il  nostro  barone  nelle  bri- 
gate galanti  e  frivole  della  corte  aragonese!  Immaginatevi  che 
ressa  dovevan  fare  le  dame ,  plaudenti  e  insaziabili ,  attorno  al 
facile  verseggiatore  !  (3). 

Le  sfide  dei  cantori  in  piazza  si  riproducevano  là  entro,  con 
tutto  il  sussiego  d'una  corte  spagnolesca ,  e  il  Galeota  vi  aveva 
nel  barone  di  Favarotta  un  accanito  competitore.  Come  si  pro- 
cedesse in  tali  gare,  ci  fa  sapere  la  seconda  delle  sue  corri- 
spondenze con  questo  misterioso  personaggio ,  pubblicate  dal 
Torraca  (4).  L'argomento  vi  è  proposto  dal  Galeota;  ma  dal  suo 


(1)  Gfr.  Giorn.,  IV,  218,  227. 

(2)  Cosi  cavalcano  poi 

per  Napoli  magna  e  bella, 
in  frocta,  cantando  oy  oy, 
con  mani  signa  e  favella. 
Cosi  ogni  damigella 
se  fanno  alla  finestra  ; 
ogni  una  corre  destra 
per  videro  il  suo  galente. 

Tutta  l'anonima  ballata  a  cui  appartengono  questi  versi  è  una  vivace  e  cu- 
riosa descrizione  (Rimatori  napol.  del  Quattrocento^  Appendice). 

(3)  È  opportuno  osservare,  che  non  pochi  strambotti  incatenati  del  suo 
canzoniere,  s'intitolano,  certo  per  riguardo  all'uso  ch'egli  ne  faceva,  Causane 
de  partita,  Cansone  de  proverbi.  Causo  ne  facta  per  la  partita  d'una 
damicella  ecc.  (cfr.  la  Tavola  delle  rime). 

(4)  Op.  cit.,  pp.  147  sgg.;  di  sul  cod.  Riccardiano.  —  Dico  misterioso  per- 
sonaggio, perché  non  c'è  verso ,  pare ,  di  ripescarne  notizie.  Nulla  ne  sa  il 
Torraca;  nulla  un  valoroso  conoscitore  della  storia  delle  famiglie  napolitane, 
interrogato  in  vece  mia  dall'amico  B.  Croce,  al  quale  (come  anche,  per  altri 
favori,  al  dr.  Pèrcopo  e  al  prof.  Dejob  di  Parigi),  qui  mi  piace  professarmi 
grato. 


38  F.  FLAMINI 

strambotto  rileviamo,  che  il  primo  a  scrivere  era  stato  il  barone, 
che  quindi  la  sfida  (1)  era  partita  da  lui.  Missive  e  risposte,  no- 
tate in  furia  su  foglietti  che  i  contendenti  si  scambiavano,  eran 
sempre  improvvisate.  E  si  sente  !  Verso  la  fine  i  versi  si  rimor- 
chiano l'uno  appresso  dell'altro  con  lena  affannata,  i  poeti  trovano 
insopportabile  quel  letto  di  Procuste  delle  rime  d'obbligo.  Pur 
tuttavia  il  Galeota  trascina  innanzi  ancora,  alla  meglio,  la  bar- 
caccia sdruscita;  mentre  il  povero  barone,  che  ha  altro  per  la 
testa,  ed  ha  tentato  molto  men  pratico  di  lui  l'erta  del  Pindo 
(tutte  frasi  che  non  invento,  ma  raccolgo  dalla  curiosa  tenzone), 
è  spedato  addirittura.  Di  comune  accordo,  pertanto,  poiché  anche 
il  Nostro  ha  «  la  mano  in  tanto  scrivere  stancata  »,  si  ricorre, 
al  modo  dei  vecchi  dicitori  in  rima,  ad  un  arbitro: 

Lo  signor  Conte  è  de  casa  magnata; 
parlerà  netto,  senza  allìgoria. 

Ecco  la  poesia  ridotta  a  mero  trastullo,  a  quello  che  oggi  chia- 
miamo un  giuoco  di  società!  Contentare  tutta  la  irrigata  è  il 
grande  obietto  dei  tenzonanti  (2). 

Un  dei  soliti  quesiti  di  metafisica  amorosa  è  argomento  di  tutti 
questi  strambotti  per  le  rime  del  Galeota  e  del  Barone  ;  stram- 
hotte  davvero,  come  piace  chiamarli  a  quest'ultimo:  — Prenacque 
Amore  o  Gelosia?  Amore,  se  segui  l'avviso  del  Favarotta;  ma 
pel  Galeota  son  nati  ad  un  parto.  —  E  la  contesa  tira  innanzi, 
rimbeccando  l'un  l'altro  con  sottigliezze  da  far  pietà.  Cose  un  po' 
diverse  Francesco  tratta  con  un  altro  gentiluomo,  suo  assiduo 
corrispondente.  Come  ?  gli  scrive  il  Barone  di  Muro;  non  mi 
mandi  più  tuoi  scritti? 


(1)  Un  semplice  saluto,  io  credo,  come  nelPaltra  tenzone. 

(2)  Chi  sarà  stato  questo  Conte,  ch'entra  di  mezzo,  invitato,  nella  gara?  — 
Forse,  Antonio  Caracciolo,  conte  di  Santangclo;  del  quale  neir  Estense  tien 
dietro  immediatamente  alla  corrispondenza  di  cui  si  è  parlato  fino  a  qui  uno 
strambotto,  «  Francesco,  amico,  sappi  in  che  manera  »,  a  cui  il  Galeota  ri- 
sponde: «  Ammico  mio,  so  ben  quanto  se  spiera  ».  Vedi  la  Tavola  delle ^ 
RIME,  ed  anche  Torraca,  Op.  ctf.,  pp.  124-25  e  152. 


FRANCESCO   GALEOTA  39 

Non  so  la  causa,  che  tacere  fa 
la  dolce  lira  che  ven  da  là  su  !  (1). 

Accagionane,  risponde  il  Galeota,  gl'impacci  d'un  maladetto 
litigio,  che  non  mi  lascia  trovar  posa.  E  poco  stante  riscrive, 
egli  primo,  a  quel  cortese: 

Movo  le  corde  a  consonar  la  lira, 

ch'era  nel  litigar  tutta  smarrita; 

e,  volendo  cantar,  quasi  sospira 

pensando  nelli  articoli  fornita; 

e  non  possendo  ritrovar  la  mira, 

ch'era  da  prima  facile,  erodita, 

con  la  suave  tua  citara  tira 

la  nebia  ch'è  denanti  a  la  mia  vita. 
Gh'è  pur  de  la  partita 

de  Puglia  e  de  li  barbari  molesta; 

tal  ch'io  non  so  dove  tener  la  testa. 

Qui  in  fine  s'allude  (mi  par  chiaro)  all'impresa  d'Otranto  del  1481, 
nella  quale  Francesco  Galeota  fu  a  fianco  del  Duca  suo  signore. 


(1)  Probabilmente,  era  costui  quell'Errìchetto  de  Fortis,  barone  di  Muro, 
che  Ferdinando  inviò  ambasciatore  nel  1459  al  Duca  di  Milano  {Ardi.  st. 
nap.^  IX,  470;  Torraca,  Op.  cit.,  p.  131).  Si  penserebbe  più  tosto,  a  bella 
prima,  a  Mazzeo  Ferrillo  (m.  1499),  gentiluomo  del  seggio  di  Porto,  consi- 
gliere di  quel  medesimo  re,  scrivano  di  ratione  o  camerlingo  del  Duca  di 
Calabria  già  nel  1468,  castellano  di  Capri  nel  '93  (Arch.  di  stato  nap.,  Can- 
cell.  Arag.,  Comune,  V,  xxvi  a,  Ced.  di  Tesoreria,  CLI,  486)  ;  poiché  costui 
aggiunse  nel  1477  ai  feudi  ond'era  investito  anche  Muro  Lucano.  Ma  quando 
il  Galeota  mise  insieme  il  suo  Canzoniere,  Mazzeo  era  Conte  di  Muro^ 
avendogli  Ferrante  conferita  questa  dignità  nel  1483  (cfr.  Giustiniani,  Di- 
zion.  geogr.  d.  Regno  di  Nap.,  VI,  189).  Né  è  da  credere  che  dal  '77  fino 
a  quest'anno  fosse  conosciuto  col  titolo  che  gli  è  dato  nei  manoscritti;  Ba- 
rone di non  era  forma  in  uso  a  Napoli  nel  secolo  decimoquinto.  Invece 

Errichetto  Fortis,  verosimilmente  non  napolitano,  chiamavasi  proprio  cosi; 
e  quando  scrisse  a  Francesco  i  versi  di  cui  parliamo  doveva  essere  in  età 
avanzata,  avendo  avuto  fin  dal  '59  incarichi  cosi  ragguardevoli.  Di  fatto,  in 
una  di  queste  corrispondenze  ci  si  rivela  laudator  temporis  adi,  e  chiama 
figliuolo  il  Galeota  («  Figliol  mio  caro,  non  se  trova  fé  »),  e  ne  riceve  cor- 
rispondente appellazione.  In  due  strambotti  il  Nostro  s'aflanna  a  provargli 
che  conserva  immutata  verso  di  lui  l'antica  fede. 


40  F.   FLAMINI 

Anche  il  Barone  de  Muro  ne  parla,  beneaugurando,  nella  doppia 
coda  da  sonetto  burchiellesco,  che  appiccica  al  suo  floscio  e  ar- 
rembato strambotto  responsivo: 

E  sia  appresso  ponila 

l'ira  cum  la  barbarica  tempesta, 

e  sia  cum  la  vigilia  la  festa: 
però  fa' che  sia  presta 

la  salvatica  carne  e  la  cecina, 

acciò  che  non  s'aspeta  de  matina. 

(ria  si  è  accennato,  che  il  Galeota  adopera  le  serie  di  stram- 
botti, incatenati  dal  rappicco  o  unicamente  dal  senso,  in  luogo 
dell'epistola  e  dell'elegia.  Ei  ne  fa  dunque  quell'istesso  uso,  che 
nel  cinquecento  si  farà  da  molti  delle  stanze,  che  nelle  età  tras- 
corse si  era  fatto  della  canzone  (1):  poiché,  come  il  sonetto,  cosi 
anche  questa  essenzial  forma  della  poesia  petrarchesca  fu  da  lui 
lasciata  in  disparte;  nel  suo  Canzoniere  ve  n'ha  una  sola  (2). 
E  il  più  lungo  componimento  del  Galeota  in  ottave  siciliane  è 
quel  dialogo  di  cui  abbiamo  riferita  la  didascalia  (3):  il  quale 
ha  l'ordito  (ma  non  più  che  l'ordito,  semplicissimo)  d'una  novella. 
—  Silvio  e  la  sua  donna  si  rammaricano  alternamente  per  la 
partenza  eh'  egli,  costretto  da  V altrui  invidia,  deve  fare.  A  un 
certo  punto  il  poeta,  entrando  a  parlare,  ci  fa  sapere  che  sono 
svenuti,  e  che  Silvio,  tornato  in  sé,  ha  stretta  fra  le  braccia 
l'amata.  Poi  ripigliano,  sempre  a  dialogo,  i  piagnistei;  fra  cui 
l'autore  non  cessa  d'innestare  melanconiche  riflessioni.  Qua  e  là 


(1)  Di  fatto,  una  delle  sue  epistole  in  istrambotti  («  Làssote  questa  let* 
<  tera  affannosa  »)  termina,  al  modo  stesso  delle  canzoni,  con  una  specie  di 
congedo. 

(2)  È  la  citata  relazione  a  re  Ferrando  circa  gli  amori  d'un  cavaliere; 
schema  metrico  di  tutte  le  stanze  :  ABC  .  ABC  :  DEeDD.  —  Troppo  se  ne  di- 
scosta, perché  possa  con  questa  appaiarsi,  la  canzonetta  «  Amor,  come  tu 
«  vedi,  la  sentenzia  »,  le  cui  strofe  han  tutte  tre  sole  rime,  ugualmente  dis- 
poste (Ab  Ba  Acc  A),  con  un  congedo  di  ire  versi  (ac  C).  Né  tengo  conto  di 
una  stanza  di  cantone  isolala  (e  Amor,  tu  '1  vedi,  in  questa  extrema  vita  »). 

(3)  Pag.  16,  n.  2. 


FRANCESCO   GALEOTA  41 

alcun  tratto  affettuoso;  per  esempio,  la  donna  lascia  a  Silvio  un 

ricordo: 

Portate  quisto  anello!  e,  se  mutato 

lo  vidi  de  [la]  sua  forma  e  mesura, 

pensa,  che  '1  corpo  è  cenere  tornato; 

che  de  la  morte  presto  sto  sicura! 

A  cui  il  meschino: 

...Caro  serra  l'anello:  che  sotterra 
starà  con  meco,  per  salute  mia! 

E  l'addio  di  Silvio  è,  nel  suo  petrarcheggiare,  pieno  di  gentilezza  : 

Adio,  suave  e  dolce  mia  nemica! 
Adio,  che  sensa  Silvio  te  stai! 
Adio,  compagni  de  la  mia  fatica! 
Adio  lo  core  e  l'alma  ch'io  lassai  ! 
Adio,  secreta  mia  camera  antica, 
che  li  miei  pianti  e  li  martiri  sai! 
Adio  la  ingrata  mia  patria  antica, 
che  le  mie  ossa  non  possederai!  (1). 

Ciò  detto,  egli  parte.  Singhiozzava  nell'andare,  e  voltavasi  ad- 
dietro. Pallido,  vestito  di  nero,  reggeva  con  un  hastone  le  membra 
affrante.  Il  suo  dolore  s'estrinseca,  occorre  appena  aggiungere, 
in  una  filza  di  strambotti:  poscia  il  dialogo  ricomincia.  Poiché, 
dopo  lungo  errare  per  foreste  e  deserti,  egli  è  giunto  finalmente 
in  un  valle  dove  abita  un  eremita.  Gran  curioso  questo  santo!  Le 
sue  domande  si  incalzano  come  i  flutti  del  mare.  Saputo  della 


(1)  Tènere  anche  l'ultime  parole  di  lei: 

Silvio  mio,  che  te  'nde  si  andato, 
qnist'ochij  non  te  vedano  pili  mai  ! 
Silvio,  el  core  te  'nde  l'hai  portato, 
e,  se  ritorni,  non  me  troverai! 
Silvio  caro  e  tanto  tempo  amato, 
novella  ch'io  son  morta  sentirai! 
El  mondo  d'ogni  parte  mi  è  scarato, 
Silvio,  che  non  te  vedo  dove  stai! 


[Peccato,  che  il  Galeota  maneggi  cosi  male,  bene  spesso,  la  lingua  e  il  verso 


42  F.   FLAMINI 

patria  di  Silvio  (Napoli),  del  suo  amore,  delle  sue  sventure,  gli 

addita  il  Cielo,  comune  rifugio  di  tutti  gli  infelici,  e  prega  per 

lui.  Ma  tanto  non  basta  a  consolare  il  pellegrino,  che  tristamente 

conchiude  : 

^  Misero  Silvio,  che  piangendo  vai, 

è  giunta  al  fine  la  toa  vita  dura!  ecc. 

Voltava  siciliana  fu  usala  dal  Galeota,  come  dicevamo,  anche 
nelle  epistole.  D'ugual  metro  e  di  pari  antichità  non  si  conosceva 
fino  ad  ora  che  l'anonima  riduzione  in  rima  ^oWEroide  di  Lao- 
daraia  (1).  Quando  poi,  sullo  scorcio  di  quel  secolo  e  negli  inizi 
del  successivo,  l'epistola  diventò  di  moda  ed  ebbe  cultori  di  grido, 
come  Serafino  dell'Aquila,  le  si  adattò  la  terzina.  Perciò  le  let- 
tere in  versi  del  nostro  gentiluomo,  non  poche  né  brevi,  sono 
importanti. 

Ignotum  aliìs  opus,  l'epistola  d'amore  in  versi  fu  primamente 
usata  da  Ovidio;  poeta  ammirato  quant'altri  mai  nel  tre  e  quat- 
trocento. La  traduzione  delle  Eroidi  in  ottave  (metro  vicinissimo 
agli  strambotti  del  nostro),  che  fin  dal  trecento  n'era  stata  fatta 
da  quel  Domenico  da  Monticchiello,  che  anche  colle  Metamorfosi 
mostra  vera  dimestichezza  in  un  ternario  ben  noto,  a  tempo  del 
Galeota  era  diffusissima,  ed  ottenne  l'onore  della  stampa;  di  quel 
torno  è  pure  il  minuto  commento,  che  fece  Ubertino  da  Grescen- 
tino  delle  epistole  famose  (2).  Le  quali,  del  resto,  già  nel  deci- 
moquarto, e  più  nel  secolo  decimoquinto,  venivano  comunemente 
imitate,  ma  non  nella  lor  forma  peculiare,  sibbene  in  quei  la- 
menti di  donne  tradite  o  neglette,  ond'ebbi  a  segnalare  tanta 
copia  presso  i  rimatori  del  primo  quatlrocento  (3),  e  di  cui  ta- 
luno s'incontra  anche  nel  nostro  sconosciuto  Canzoniere.  Tale  è, 


(1)  ToRRACA,  Op.  cit.,  pp.  154-57. 

(2)  In  fine  alla  rarissima  edizione  milanese  di  quest'opera,  del  1490,  che 
ho  consultata  nella  Trivulziana ,  si  avverte:  «  Edita  est  [l'interpretazione 
«  d'Ubertino]  in  loco  Casalis  Sancti  Evaxii  anno  salutis  humanae 
«  MCCGCLXXXI,  octavo  Idus  Sept.,  prnedicto  Hubertino  artem  dicendi 
«  in  ipso  loco  Casalis  publice  interpretante  »  ecc. 

(3)  La  lirica  tose,  del  Rinascimento,  pp.  451-57. 


FRANCESCO   GALEOTA  43 

di  fatto,  l'epistola  in  persona  di  Napoli  al  re  Ferrando,  che  pub- 
blichiamo in  appendice  (1),  tale  una  Cansone  in  modo  di 
Epistola  de  passione  amarissima,  dove  parla,  non  senza  af- 
fetto, una  donna  tradita  dall'amante.  Questi  notevoli  strambotti 
cominciano  al  modo  d'una  delle  solite  disperate  (2),  proseguono 
densi  di  reminiscenze  ovidiane;  ma  v'incontriamo  altresì  parecchi 
motivi  invalsi  da  lungo  tempo  tra  '1  popolo,  di  qua  e  di  là  dalle 
Alpi.  Cosi  la  infelice  paragona  se  medesima  alla  salamandra  «  che 
«  nel  foco  dura  » ,  alla  fenice  «  che  ardendo  si  rinnova  » ,  alla 
farfalletta,  al  cigno  : 

El  cigno  (3)  al  Iago,  più  che  neve  bianco, 
dispregia  il  mondo,  e  morese  cantando; 
essendo  già  di-  questa  vita  stanco, 
forsi  che  spera  meglio  andar  volando; 
ma  io,  ch'a  poco  a  poco  vengo  manco, 
languendo  me  vao  sempre  e  lamentando; 
poi  che  m'ha  messo  Amor  tal  foco  al  fianco, 
non  moro  allegra,  e  vivome  stentando  (4). 

Ella  è,  misera!  «quell'amoroso  pellicano,  che  per  amor  d'altrui 
«  se  stesso  occide  »;  ell'è  la  candela  «  che  manca  a  poco  a  poco  », 
la  nave  che,  sguernita  del  suo  meglio,  vien  lasciata  in  balìa 
delle  onde. 

Poi  ch'io  te  devi  (5)  del  timon  la  chiave, 

tu  te  pigliasti  l'arbore  mio  d'oro, 

(1)  Pag.  m. 

(2)  Udite  el  mio  dolor,  gente  che  andate 

peregrinando  per  qualunque  via  ! 

0  monti  alpestri  in  piano  ve  colcate, 

e  '1  mar  turbato  qui  sens'onde  sia. 

Con  una  movenza  molto  simile  comincia  il  capitolo  della  Bella  Mano  «  Udite, 
monti  alpestri,  gli  miei  versi  »,  ovvio  ne'  manoscritti. 

(3)  Cenno  il  ms.,  alla  napolitana. 

(4)  Precisamente  come  l'Altissimo  (ed.  Renier,  p.  5): 

El  bianco  cigno  arente  al  patrio  fiume 
cantando  accenna  che  '1  suo  fin  prevede  ; 
io  per  far  nota  mia  infelice  sorte, 
dolce  ploro,  alto  sclamo,  e  canto  forte. 

(5)  Intendi  diedi. 


44  F.   FLAMINI 

l'ancore  cura  le  vele  me  levave, 
fine  che  avesti  ogn'altro  mio  tesoro. 

Segue  nel  codice  un'altra  Lettera  in  versi,  simile.  In  questa 
un  uomo  esulta  per  esser  finalmente  riuscito  a  spezzare  le  ca- 
tene che  lo  stringevano  alla  sua  bella  infedele,  e  sa  trovare  ac- 
centi di  vera  passione  e,  in  fine,  di  sdegno  fierissimo.  La  diamo 
qui,  poi  eh' è  breve,  per  intiero: 

Innansi  che  tu,  falsa,  legerai 

la  lacrimosa  lettera  presente, 

che  io  la  mando  ben  conoscerai, 

vedendola  cum  gli  ochi  solamente: 

che  tu,  crudele,  ben  comprehendi  e  sai 

lo  mio  cor  lasso,  e  quanta  doglia  sente: 

per  novo  amante  sospirando  vai, 

e  del  mio  bene  hai  facto  altro  contente. 
Non  aspectar  de  me  nulla  salute; 

ch'io  non  la  tengo,  e  tu  tolta  me  l'hai, 

con  tutte  l'altre  mie  speranze  avute 

e  tuto  '1  tempo  ch'io  fedele  andai  I 

Le  fronde  son  dell'arbore  cadute, 

non  è  più  verde,  ch'è  seccato  ormai; 

e  la  toa  vista  non  ha  più  virtute, 

ch'io  più  ritorne  al  tempo  che  t'amai. 
Non  creder  ch'io  te  scriva  più  sperando; 

che  so  che  del  mio  ben  sempre  te  dole: 

né  meno  parlo,  che  tu,  ricoi*dando, 

ritorni  dove  lo  tuo  cor  non  vote! 

Ma  de  te  me  lamento,  che  parlando 

manca  la  doglia  quando  crescer  sole; 

che,  avendo  perso  el  tempo  lacrimando, 

io  perdo  queste  misere  parole. 
El  longo  amore  ch'è  fra  noi  passato 

non  te  ricordi,  falsa  dona  ingrata? 

E  questo  el  bene  ch'io  agio  expectato, 

che  da  me  fusti  tanto  tempo  amata? 

Da  poi  che  tale  merito  m'hai  dato, 

che  per  un'altra  via  te  'nde  si  andata, 

e  me  con  tante  lacrinìe  hai  lassato; 

che  fosse  io  morto,  e  tu  non  fusse  nata! 


FRANCESCO   GALEOTA  45 

È  questa  quella  fede  che  me  diste? 

le  lacrime,  che  prompte  avive  tanto? 

Son  queste  le  parole  che  diciste, 

che  tu  credevi  solo  ad  uno  sancto? 

Son  queste  le  preghiere  che  faciste, 

e-H'altre  cose,  ch'io  non  dico  quanto? 

Col  baso,  comò  ad  Juda,  me  tradiste, 

tu,  falsa,  allegra,  et  io,  Adele,  in  pianto! 
Più  non  te  credo;  nen  tu  creder  mai, 

ch'io  t'ame;  nen  che  m'arai  più  non  voglio! 

Io  farò  quanto  posso,  e  tu  che  sai; 

tu  crudel  onda,  et  io  son  duro  scoglio: 

io  no  me  adormo,  se  vegliante  stai; 

se  te  lamenti,  et  io  me  pento  e  doglio: 

io  sarò  armato,  se  tu  guerra  fai; 

e  quanto  lighi  e  stringi,  io  taglio  e  sciogli©. 
Ma  se  tu  pensi  a  quel  ch'io  penso  ancora, 

el  novo  amante  poco  fede  attende; 

pensando  dentro  com'io  son  de  fora, 

per  lo  mio  amore  lo  to  fallo  intende: 

fra  voi  non  sarà  mai  tranquilla  un'ora, 

che  '1  foco  non  è  suo  dove  s'accende; 

io  aspecto  la  vendeta  ansi  ch'io  mora, 

che  merito  per  merito  se  rende. 
In  fin  non  aspectare  ch'io  te  dica: 

amata  donna,  ad  te  mi  racommando; 

ma  ben  te  adviso,  ingrata  mia  nemica, 

ch'io  vao  lo  tempo  perso  biastemando. 

Poi  ch'altro  è  lieto  de  la  mia  fatica, 

e  più  salute  non  se  spera  amando, 

io  maledico  la  mia  fede  antica 

e  '1  tempo  che  ho  servito  desiando! 
Quando  pentita  in  lacrime  serai, 
ad  me  con  altra  donna  vederai! 

Da  questo  saggio  avrà  sufflcientemente  rilevato  il  lettore, 
quali  sieno  i  pregi  e  i  difetti  delle  epistole  amorose  del  Galeota. 
Ve  n'ha  di  scritte  in  Napoli  e  di  scritte  «  per  via  »,  di  destinate 
ad  alleviare,  in  qualche  modo,  le  pene  cagionate  al  poeta  dalle 


46  F.  FLAMINI 

saette  di  Cupido,  e  di  composte  a  petizione  d'illustri  amici  (1)  : 
in  tutte,  parole  di  dolore,  accenti  d'ira.  Scorgendo  fra  le  altre 
un'Epistola  di  Phedra  ad  Hyppolito ,  translata,  ed  una  Di 
TheseOy  mandata  per  Adriana  da  Visola  ci  vengono  subito  alla 
mente  le  celebri  E'roe'rfrovidiane.  E  di  fatto  repistola  di  Fedra 
comincia  parafrasando  — dirò  meglio:  annacquando —  un  distico, 
0  poco  più,  del  Sulmonese  (2).  Ma,  subito  dopo,  tanto  sfronda, 
stralcia,  recide,  che  deWEroide,  pingue  e  formosa,  non  vi  ri- 
mane che  lo  scheletro.  Quel  eh'  è  peggio,  l'imitatore  (traduttore 
non  oserei  chiamarlo)  ha  ommesso  il  bello  e  il  nuovo  dell'ori- 
ginale, e,  in  cambio,  ricuciti  grossamente  i  luoghi  comuni.  Quanto 
all'altra  epistola,  d'Arianna,  è  gran  che  se,  di  tratto  in  tratto, 
puoi  sorprendervi  qualche  pallida  reminiscenza  dell'erotico  latino. 
Per  ultimo,  la  fama  di  Ovidio  non  è  estranea  né  anche  alla  ri- 
gogliosa fioritura  di  lettere  d'amore  in  prosa,  che  nella  seconda 
metà  del  quattrocento  vigoreggiò  in  ispecial  modo  alla  corte  di  re 
Ferdinando  e  degli  ultimi  Aragonesi  (3).  Accompagnavano,  qualche 


(1)  Degna  di  nota  è  la  già  ricordata  epistola  per  una  donna  di  Boemia, 
chiamata  Panalena,  in  persona  del  giovine  Don  Francesco  d'Aragona.  Costui 
si  duole  che  altri  abbia  presa  la  sua  caccia,  e  trova  modo  d'annoverare,  al 
solito,  gli  antichi  amanti. 

(2)  Ovidio,  Epp.,  IV,  1-3: 


E  il  Oaleota: 


Qua,  nisi  tn  dederìs,  caritura  est  ipsa  salate, 

mittit  Amazonio  Cressa  paella  Tiro. 
Perleg^e  qaodcumque  est  etc. 


Hjrppolito,  la  toa  Phedra  in  la  presente, 
amando  ad  te,  te'nvia  salute  assai; 
le  qual  non  posso  avere  da  te  absente, 
nò  d'altro  f>piero,  e  tu  no  me  Ile  dai. 
Liegila  questa  lettera,  che  sente 
del  foco  grave  che  fugendo  vai; 
che  la  mia  lingua  già  Umidamente 
per  troppo  amure  ardendo  rarrenai. 


(3)  Molte  se  ne  hanno  a  stampa  in  fino  ai  Rimatori  tmpol.  del  Quattro' 
cento,  e  parecchie  ne  accoglie  da  principio  il  Riccard.  2752  (ce.  Ma  —  ibh). 
Un  altro  cod.  Parigino,  di  cui  è  pubblicata  la  tavola  (Mazzatinti,  /  tnss.  di 
Francia,  11,  124-29),  ne  ha  parecchie  dirette  a  re  Ferdinando,  al  duca  Al- 
fonso, a  Eleonora  d'Aragona,  a  Don  Federico;  opera  senza  dubbio  di  qualche 
concittadino  e  coetaneo  del  Nostro. 


FRANCESCO   GALEOTA  47 

volta,  l'invio  di  canzoni  (1);  servivano  a  esporre  casi  o  consigli 
d'amore,  a  sfogare  l'animo  cruccioso,  a  propiziare  l'amata  donna. 
Il  Galeota  ne  ha  di  molte,  e  le  sottoscrive  o  col  nome  poetico 
Silvio,  o  con  perifrasi  allusive  al  suo  stato  :  Quillo  ch'è  fora  de 
amore  e  de  speranza,  ovvero,  all'opposto,  Quillo  che  da  te  spiera 
la  salute  sua\  quando  non  gli  piaccia  diventare,  fantasticamente, 
QuUlo  che  nelle  obscure  spellonghe  dimora.  Inutile,  andar  cer- 
cando il  modello  stilistico  di  queste  prose.  Ce  l'addita  Pier  Jacopo 
de  Jennaro,  altro  autore  fecondo  d'epistole  cosi  fatte,  anzi  peg- 
giori e  più  sibilline.  Al  quale  nel  leggerne  una  del  Conte  di  Po- 
poli è  parso  di  sentir  proprio  el  limato  dire  del  fioreniin  voc- 
caccio  (2);  di  quel  famoso  Boccaczo  fiorentino,  che,  a  sua 
volta,  il  Conte  di  Popoli,  rispondendo  il  20  agosto  1468,  confida 
di  vedere  uguagliato  da  lui,  Pier  Iacopo  (3). 

Chi  abbia  qualche  famigliarità  con  le  stampe  popolari,  che  in 
tanta  copia  andavano  attorno  fra  gli  ultimi  anni  del  decimoquinto 
e  i  primi  del  secolo  decimosesto,  conosce  a  maraviglia  gl'ingre- 
dienti di  codesti  intingoli ,  la  cui  ricetta  si  stampava ,  ghiotta 
promessa,  sui  frontespizi.  Tutte  cose  piacevoli  ed  utili:  capitoli, 
egloghe, "frottole,  barzellette,  disperate.  Di  capitoli,  se  togli  alcune 
terzine  d'argomento  sacro  (4),  ve  n'  ha  nel  Canzoniere  del  Ga- 
leota uno  solo;  e  precisamente  in  lode  d'una  persona  illustre  per 
altezza  di  grado  e  di  prosapia,  come  i  famosissimi  di  Niccolò 
Cieco,  coi  quali  ha  comune  anche  l'enfasi  retorica  del  prin- 
cipio (5).  Migliore  accoglienza  è  toccata  quivi  alla  terzina  sdruc- 
ciola, metro  peculiare  dell'egloga,  e  per  essa  usato  in  quello 
scorcio  di  secolo  da  poeti  d'ogni  parte  d'Italia,  grandi  e  piccini, 
cortigiani  e  popolari  (6).   Il  Galeota  se  ne  vale  in  due  compo- 


(1)  Rimalori  napol.  del  Quattrocento,  pp.  165,  174,  177. 

(2)  Ivi,  p.  176. 
Ci)  Ivi,  p.  178. 

(4)  «  0  vos  omnes  ecc.  »  (cfr.  p.  86). 

(5)  «  Inclita,  gloriosa,  alta  Madonna  »  (Appendice,  p.  61). 

(6)  Galeotto  del  Carretto,  Niccolò  da  Correggio,  Guidotto  Prestinari,  Iacopo 


48  F.  FLAMINI 

nimenti.  È  il  primo  una  Cansone  in  strusdola  a  modo  d' e- 
grog  a,  composta  vedendo  piangere  Tirintia,  dubitando  che 
simulato  tal  pianto  non  fosse  (1);  umile  querela  amatoria,  che 
in  fine  si  converte  in  un  lamento  dei  soliti  sulla  tristizia  dei 
tempi,  come  ne  ha,  e  famosi,  anche  Iacopo  Sannazaro,  per  l'ap- 
punto nel  medesimo  metro  (2).  Nell'altro  (un'egloga  vera  e  pro- 
pria, a  esaltazione  del  Duca  di  Galahria,  che  pubblichiamo  in 
appendice)  più  degli  sdruccioli  attrae  la  nostra  attenzione  la  po- 
limetria. Di  fresco  lo  Scherillo,  studiando  l'egloghe  polimetre 
deW Arcadia,  le  ha  opportunamente  ravvicinate  ad  una  simile, 
e  certo  anteriore,  di  Francesco  de  Arsochis,  colla  quale  offre 
analogie  sopra  tutto  la  sesta  delle  sannazariane.  A  noi,  tuttavia, 
non  par  necessario  ammettere  una  diretta  «  filiazione  metrica 
«  dell'egloga  del  napolitano  da  quella  del  senese  ».  Poiché  già 
prima  della  divulgazione  del  celebre  romanzo  pastorale  d'Azio 
Sincero,  la  polimetria  doveva  essere  molto  in  uso,  e  non  soltanto 
nella  poesia  pastorale.  Oltre  all'egloga  del  nostro,  possiamo  in 
questo  proposito  ricordare  una  Satyra  m.orale  &  prophetica  in 
la  ribellione  de  li  Baroni  S  morte  del  condam  Conte  de  Samo 
secretano  &  figliuoli,  di  quel  Giuliano  Perleoni,  detto  Rustico 
Romano,  che  altrove  segnalammo  fra  i  corrispondenti  di  Ber- 
nardo Pulci,  e  qui  dobbiamo  registrare  tra  i  corrispondenti  d«'l 
<ialeota  (3);  la  quale  è  una  lunghissima  tirala  di  versi  sdruc- 


Gorsi,  Baldassarre  Taccone,  Gualtiero  da  S.  Vitale,  Giuliano  Perleoni,  ecc.  ; 
più  noti,  il  Sannazaro,  il  Boiardo,  il  Tebaldeo,  Serafino  dell'Aquila,  gli  au- 
tori delle  Bucoliche  elegantissime,  due  volte  impresse  a  Firenze,  nel  1481 
e  nel  1494.  Cfr.  questo  Giom.,  V,  236,  n.  1 ,  IX,  458,  n.  4,  XV,  208; 
Rossi,  Batt.  Guarirli  e  il  Pastor  Fido,  pp.  164  sgg.;  D'Ancona,  Origini*, 
li,  70  n;  Scherillo,  Arcadia,  pp.  ccxi  sgg. 

(1)  Comincia:  «  Per  troppo  desiar,  lasso,  in  fastidio». 

(2)  Arcadia,  ed.  Scherillo,  p.  99  sgg.  —  Indotto  forse  dalle  difficoltà  della 
rima  sdrucciola,  il  Galeota  in  queste  terzine  polifiUggia.  Vi  trovi  latinismi 
fidenziani  e  parole  di  nuovo  conio,  come  incidio,  veteroy  abetera  (=:  abete), 
intentichi  (=  intenti  I),  falido,  oblivere,  paludine. 

(3)  Cfr.  Propugnatore,  N.  S.,  1,  220,  n.  3.  11  sonetto  del  Pulci  In  risposta  a 
Napoli  a  Giuliano  de'  Perleoni  Romano  (sic)  per  le  rime  proprie  («  Queste 


FRANCESCO   GALEOTA  49 

cioli  in  terza  rima,  intramezzata  da  un' Silìrai  dì  rimalmez zi  (i) . 
Anche  appartiene  probabilmente  all'istesso  tempo,  ma  a  diversa 
regione  d'Italia,  una  disperata  amorosa,  in  cui  a  un  certo  punto 
la  terzina  cede  pure  il  campo  ad  una  serie  di  rimalmezzi,  e 
questi  alla  lor  volta,  insensibilmente,  a  strofe  come  di  canzone, 
con  rima  spesso  variamente  ripercossa  nell'interno  dei  versi,  per 
ricondurci  in  ultimo  daccapo  alla  terzina  (2).  E  altre  ricerche 
condurrebbero  senza  dubbio  a  scoprire  altri  esempì  di  questa 
forma  speciale,  gradita  più  tardi  anche  a  Serafino  dell'Aquila  e 
Cassio  da  Narni.  Non  occorre  aggiungere,  che  l'egloga  del  Ga- 
leota ,  come  quasi  tutte  le  altre  della  fine  del  quattrocento ,  è 
allegorica. 

E  veniamo  alle  barzellette,  che  nel  codice  da  noi  preso  ad 
esaminare  occupano,  dopo  gli  strambotti,  il  luogo  più  cospicuo, 
quantunque  disperse  per  entro  alla  gran  folla  di  questi  (3).  Il 
poeta  le  intitola,  per  riguardo  all'uso  cui  le  destinava,  cansoni 
0,  con  determinatezza  anche  maggiore,  cansoni  per  canto.  Né 
sia  di  maraviglia,  che  tanta  parte  delle  rime  galeotiane  (già  ve- 
demmo ugualmente  intestati  non  pochi  strambotti)  dovesse  esser 


«  cose  mortai,  che  sempre  vanno»)  si  conserva  nel  Mglb.  VII.  1137,  e.  30 a. 
A  Misser  F.  Galiota,  suo  conterraneo,  il  Perleoni  indirizza  tre  sonetti,  il 
primo  dei  quali  responsivo;  donde  appare,  che  i  due  rimatori  avevano  fra 
loro  una  certa  dimestichezza.  Uno  di  essi,  non  al  tutto  spregevole,  comincia: 

Poi  che  Fortuna  al  tuo  stato  hai  seconda, 
colme  le  vele  e  ben  terzati  i  remi, 
a  che  senza  ragion  di  calma  temi, 
perché  contrario  effetto  al  fin  risponda? 

(i)  Compendio  di  sonecti  ecc.  (v.  appresso),  pp.  lxv-lxxvi. 

(2)  Questa  poesia  comincia  «  Se  iusto  prego,  o  summo  love  eterno  »,  e 
noi  la  conosciamo  da  un  codicetto  stemmato,  scritto  d'un  bel  carattere  uma- 
nistico in  membrana,  nel  quale  si  conserva  tra  più  capitoli  e  canzoni  senza 
nome  d'autore  (Ambros.  Z.  100  sup.,  e.  8  h).  Il  ms.  risale,  al  meno,  al  pe- 
nultimo decennio  del  sec.  XV;  delle  poesie  ch'asso  contiene  non  abbiamo 
rintracciata  la  paternità,  e  però  non  possiamo  assicurare  che  siano  inedite. 

(3)  Nuovo  indizio  del  modo  come  si  solevano  mettere  insieme  siifatti  can- 
zonieri (cfr.  Mandalari  ,  prefaz.  ai  Rimatori  napol.  del  Quattrocento , 
p.  xxvi). 

Giornale  storico,  XX,  fase.  58-59.  4 


50  F.  FLAMINI 

rivestita  di  note  musicali.  Gli  Aragonesi  quasi  pareva  volesser  fare 
di  Napoli  una  specie  di  accademia  musicale;  e  appunto  circa  il 
1480  v'insegnavano,  ad  un  tempo,  tre  rinomati  maestri  de'  Paesi 
Bassi:  Giovanni  da  Nivelles,  il  favorito  di  quei  principi,  Bernardo 
Hykaert,  Guglielmo  Guarnier  (1).  Del  resto,  anche  fuori  di  Na- 
poli la  barzelletta,  o  frottola,  come  dicevano  con  appellazione 
ben  più  generica  e  comprensiva  (2),  era  largamente  diffusa  e 
cantata  per  le  corti.  Galeotto  del  Garretto  e  Niccolò  da  Correggio, 
due  gentiluomini  come  il  nostro,  ne  scrissero  moltissime  per  la 
marchesa  Isabella  Gonzaga,  che  subito  le  faceva  musicare;  anzi 
Galeotto  fece  in  questo  genere  le  sue  prove  migliori.  E  molte 
volte,  sul  cader  del  quattrocento,  le  barzellette  s'innestavano 
entro  ad  opere  di  qualche  estensione,  in  ispecie  poetiche;  come 
se  a  quei  verseggiatori  piacesse  respirare  di  tratto  in  tratto  una 
boccata  d'aria  libera  e  viva  in  mezzo  al  tepido,  al  rinserrato  del- 
l'ambiente cortigianesco  (3). 

Non  occorre  qui  ricordare  le  raccolte  di  frottole,  che  tennero 
dietro  all'  amplissima  del  Petrucci,  studiata,  oltre  che  dal  nostro 


(1)  Ambros,  Geschichte  der  Musiky  II,  498-99. 

(2)  Or,  poi  che  o  nulli  o  pochi  ti  paregiano 

a   cantar   versi   si   legiadri   e   frottole, 
de,  canta  ornai,  che  par  che  i  tempi  il  chieg^ano  ! 

Cosi  Selvaggio  a  Ergasto,  neW Arcadia  del  Sannazaro  (ed.  Scherilio,  p.  13). 
E  P.  J.  DE  .Iennaro,  pure  in  un'egloga  (Ivi,  p.  333): 

Escano  tatti  fuor  l'ombrose  grottole 
i  pastar  mesti,  e  lieti  al  mondo  riedano, 
cantando  dolce  et  amoroie  frottole. 

Un  altro  napolitano,  anonimo:  «  Lampazo  mio,  che  spesso  parie  in  frot- 

«  loia E  sensa  canto  balle  a  suon  di  nachare  »  (Torraca,  Op.  cit., 

p.  166). 

(3)  Ve  n'ha,  per  citare  qualche  esempio,  nelle  Nozze  di  Psiche  e  Cupi- 
dine,  nel  Tempio  d'Amore,  nel  dialogo  tra  Fileno  e  la  Speranza  (Renier, 
Saggio  di  rime  ined.  di  G.  del  Carretto ,  in  questo  Giornale ,  VI ,  242  ; 
cfr.  XIV,  246);  in  fine  allo  Specchio  d'Esopo  di  Pandolfo  Gollenuccio  (Sa- 
vioTTi,  P.  C.  umanista  pesarese  del  sec.  XV,  Pisa,  Nistri,  1888,  p.  190); 
in  più  rappresentazioni,  auliche,  del  Bellincioni  (ed.  Fanfani,  11,  202,  201, 
225-37  e  238^).  Una  barzellette  è  anche  il  canto  bacchico  dell' Or/èo. 


FRANCESCO  GALEOTA  51 

Vernarecci,  dall' Ambros  e  da  Rodolfo  Schwartz  (1).  Né  anche 
torneremo  sul  giudizio  eccessivamente  severo  che  ne  die  il  Kie- 
sewetter  (2);  fin  troppe  parole  avendo  speso  nel  confutarlo  lo 
Schwartz  (3),  preceduto  in  questa  bisogna  già  dall'Ambros,  ch'egli 
non  cita  (4).  Soltanto  vogliamo  un  momento  indugiarci  intorno 
ai  rapporti  di  questo  genere  poetico  coi  canti  popolari  francesi. 
Niun  dubbio,  che  questi,  appartenendo  a  una  letteratura  ch'ebbe 
sempre  così  festosa  accoglienza  tra  noi,  non  siano  stati,  su  quello 
scorcio  di  secolo,  divulgatissimi  anche  in  Italia.  Basta  a  persua- 
dercene VOdhecalon;  ì  cui  capoversi,  bene  osserva  il  Vernarecci, 
«  sono  ancora  un  ricordo  di  ciò  che  era  generalmente  l'allegra 
«  e  galante  società  italiana,  nel  cui  seno  cantavasi  quella  mu- 
«  sica  »  (5).  Chi  peraltro  affermasse  una  immediata  derivazione 
delle  nostre  frottole  dalle  canzonette  importate  d'oltralpe,  sarebbe, 
a  mio  avviso,  in  errore.  Sfogli  di  fatto,  dopo  le  raccolte  su  men- 
tovate, i  Franzósische  Volhslieder  del  Haupt,  le  Chansons  du 
XV  siede  del  Paris.  Dalle  somiglianze  frequenti  si  accorgerà  su- 
bito d'aver  percorso  successivamente  due  limitrofi  territori  del 
fotk-lore\  ma  niente  più.   Diverse   le  forme   d'arte,  diversi  i 


(1)  Per  le  Canzoni  nove  dell'Antico  e  somiglianti  florilegi,  Zenatti,  Nuovi 
appunti  su  A.  A.  da  Montona,  estratto  àoìVArch.  st.  p.  Trieste ,  voi.  Ili, 
pp.  3  sgg.  ;  Rossi,  Calmo,  pp.  403-4  n  e  passim.  Riuscirà  certo  interessante, 
in  ispecie  dal  lato  musicale,  la  collezione  di  frottole  che,  per  quanto  sap- 
piamo, prepara  Emilio  Vogel. 

(2)  Schicks.  u.  Beschaffenheit  d.  weltl.  Gesanges,  p.  15;  Die  Verdienste 
d.  Niederldnder  um  die  Tonhunst,  p.  69. 

(3)  Die  Frottole  im  i5.  Jahrhundert,  nella  Yierteljahrsschrift  f.  Musik- 
^issenschaft,  li,  443-45. 

(4)  Scrive  T Ambros  :  «  Selbst  dem  nur  ganz  flùchtig  die  Biicher  der  Frot- 
te tole  Durchblàtternden  muss  auffallen ,  dass  die  Anzahl  der  eigentlich 
«  scherzhaften  oder  gar  niedrigkomischen  Lieder  ...  verschwindend  klein  ist, 
«  gegen  die  Unzahl  hòchst  sentimentaler  Liebesgedichte  im  Style  der  fein- 
*  sten  italienischen  Kunstpoesie  der  Zeit.  Macaronisch  ist  keine  einziges  » 
{Op.  cit.,  Ili,  479).  Il  Kiesewetter  aveva  accusato  i  frottolisti  di  grande  tri- 
vialità e  di  stile  a  volte  maccheronico  ! 

(5)  Ottaviano  de'  Petrucc^,  p.  67.  Se  ne  ha  ora  a  stampa  la  tavola  com- 
piuta (Weckerlin,  La  chanson  populaire,  Parigi,  1886,  p.  viii  sgg.). 


52  F.  FLAMINI 

metri  (1).  E  in  verità  (su  questo  il  vecchio  Quadrio  ha  ragione), 
la  barzelletta  non  è  che  una  specie  subordinata  della  canzone  a 
ballo  antica  quasi  quanto  la  nostra  letteratura.  I  suoi  schemi 
metrici  fondamentali  sono  gli  stessi  della  ballata  grande,  ove  si 
sostituisca  agli  endecasillabi  ed  eptasillabi  il  popolaresco  otto- 
nario (2).  È  insomma  la  ballata  del  trecento,  con  tanto  meno  di 
finezza  e  di  grazia,  quanto  v'  è  più  enfatico  il  sentimento  e  la 
franchezza  più  spavalda  :  procace,  a  volte,  e  (sia  pur  detto)  vol- 
gare; come  allorquando  accoglie  le  smorfie  della  beffa  plebea  e 
le  licenze  dell'oscena  novella,  i  lamenti  della  malmaritata  o  della 
vergine  impaziente  del  suo  stato  e  il  canto  carnascialesco  (3). 
Signoreggia,  con  variate  appellazioni,  lungo  tratto  del  secolo  de- 
cimosesto nel  nostro  parnaso  popolare  ;  ma  nel  1574  altre  forme 
l'hanno  già  cacciata  di  nido  (4). 

Il  Galeota  viene  ad  accrescere  la  schiera  de' nostri  frottolisti 
con  vistoso  fardello.  Salvo  due,  le  barzellette  ch'egli  ha  dissemi- 
nate pel  suo  Canzoniere  hanno  identico  schema: 

ab&a  II  ed  ed  |  db  |]  fra, 


(1)  Nella  raecolta  del  Paris  s'aceostano  alla  struttura  della  barzelletta  sol- 
tanto tre  canzoni  (pp.  70,  105,  108). 

(2)  Diventa  una  barzelletta  l'esempio  di  ballata  grande  addotto  dal  Ca- 
srni  {Forme  metr.,  p.  25),  quella  eioè  del  Cavalcanti,  leggiadrissima ,  che 
comincia  Era  inpenser  d'amor  quand'  C  trovai,  se  c'immaginiamo  un  istante 
che  il  popolo,  fattala  sua,  le  abbia  adattato  il  suo  metro  prediletto  (come 
alla  famosa  di  Dante  «  Per  una  ghirlandetta  »),  senza  alterarne  lo  schema. 
Ed  è  notevole,  in  tal  proposito,  che  appunto  questa  ballata  chiuda  la  serie 
delle  Barzellette  di  Seraphino  nell'edizione  veneta  delle  Opere  de  lo  ele- 
gante poeta  S'  Aquillano,  Bindoni,  1516.  —  11  Renier,  che  della  harxelletUi 
ha  trattato  meglio  d'ogni  altro,  congettura  che  questa  forma  derivi  dalla 
ballata  minima  {Giornale,  VI,  241  ;  IX,  301);  ma  non  è  ipotesi,  a  parer 
nostro,  cui  si  possa  fare  buon  viso. 

(3)  Cfr.  [Alvisi],  Canzonette  antiche,  Firenze,  Libreria  Dante,  1884,  pp.  37 
e  51  ;  Ferrari,  Bibl.  di  letterat.  popol.  itaL,  I,  333-53  passim;  Vnr.  Rossi, 
in  questo  Giornale,  XV,  190;  A.  von  Fluoi,  Art.  cit.,  p.  597,  ecc.  Spesso 
delle  beffe  il  clero,  more  solito ,  fa  le  spese;  come  nella  «  canzone  a  rigo- 
«  letto  »,  diffusissima,  El  prete  del  popolo  mio. 

(4)  Basta  per  persuadersene  sfogliare  //  libro  di  canto  e  liuto  di  Cosimo 
BoTTEOARi,  nell'edizione  recentissima  procurata  dal  conte  L.  F.  Valdrighi. 


FRANCESCO  GALEOTA  53 

ed  ogni  loro  strofe  consta  di  sei  versi ,  quasi  sempre  ottonari  ; 
più  il  ritornello,  cioè  rultima  coppia  della  ripresa  (1).  È  questo 
uno  dei  due  schemi  fondamentali  della  barzelletta  notati  dal 
Minturno;  ovvio  anche  in  gran  parte  delle  barzellette  di  Sera- 
fino contenute  nell'edizione  veneta  del  1516,  e  in  molte  laudi  (2). 
È  inutile  soggiungere,  che  le  frottole  del  Galeota  sono  d'argo- 
mento amoroso;  che,  al  solito,  vi  trovi  lodi  della  donna  amata 
e  iperboliche  rappresentazioni  dei  tormenti  ond'ella  è  cagione, 
non  senza  reminiscenze  petrarchesche,  molte  e  notevoli,  in  più 
luoghi  (3).  Il  metro  facile,  spedito,  l'indole  un  po'  leggiera  di 
queste  poesiòle  ha  fatto  in  modo  che  il  Galeota  vi  si  muova,  per 
cosi  dire,  con  tutto  suo  agio.  E  però  in  esse  le  strofette  d'otto- 
nari si  susseguono  le  une  alle  altre  agili  e  snelle,  compensando 
la  volgarità  del  concetto  con  queste  doti  esteriori  ;  né  mai  vi 
scorgiamo  quel  non  so  che  d'aulico,  di  culto,  d'artifiziosamente 
gentile,  che  il  Vernarecci  già  ebbe  a  rilevare  in  molta  parte 
delle  frottole  edite  dal  Petrucci  (4).  Della  qual  cosa  può  persua- 
dersi chi  voglia,  leggendo,  ad  esempio,  la  barzelletta  che  occorre 


I 


(1)  Inesattamente  lo  Schwartz  {Op.  cit.,  pp.  431-32)  aflferma  che  i  versi 
delie  frottole  son  sempre  ottonari  e  a  rime  piane.  Per  restringerci  ad  esempi 
desunti  dal  nostro  Canzoniere^  è  tutta  di  settenari  la  barzelletta  del  Galeota 
«  Piange  Tamara  vita  »,  tutta  di  versi  tronchi  quella  che  comincia  «  Altro 
«  che  Amor  non  è  ».  Né  anche  può  dirsi  esatta  la  divisione  che  lo  Schwartz 
fa  d'ogni  strofe  ;  poiché  egli,  non  avvertendo  che  la  barzelletta  è  una  varietà 
della  ballata,  trascura  di  distinguervi  le  mutazioni  e  la  volta^  e  s'attiene  a 
criteri  fallaci.  —  11  Galeota  ha  pure  una  canzone  a  ballo  del  vecchio  stampo, 
composta  d'endecasillabi  e  settenari,  eh' è  nvidi  petiziotie  ad  Amore  («Amor, 
«  che  tu  me  sogli  io  t'  ho  pregato  »). 

(2)  11  Minturno  cita  come  esempio  di  questo  schema  una  barzelletta  del 
Magnifico.  Convien  peraltro  osservare ,  che  tanto  il  Medici  quanto  il  Poli- 
ziano ne  han  preferito,  in  genere,  un  altro,  più  complesso: 

abba  \\  ed  ed  |  deea  ||  abba. 

Vedi  anche  Gaspary,  Geschichte^  traduz.  ital..  Il,  i,  229. 

(3)  Una  di  queste  barzellette  [Cansone  disperata)  impreca  fieramente; 
un'altra  snocciola  i  soliti  contrari.  Vedi  la  Tavola  delle  Rlme  ,  dove  di 
molte  è  indicato  l'argomento. 

(4)  Op.  cit.,  p.  92. 


54  F.  FLAMINI 

anonima  a  p.  126  de'  Rimatori  napolitani  del  Quattrocento.  In 
essa  il  Galeota,  che  nel  codice  la  intitola  Cansone  de  recordansa 
de  la  Morte y  procede  per  via  di  paragoni  graditi  al  popolo; 
ragguagliando  il  proprio  stato  a  quello  del  marinaro,  dell'usu- 
raio, dello  schiavo  in  Barberia ,  del  prigioniero,  del  pellegrino, 
del  galeotto  (1).  Ed  ecco  un  lamento  comunissimo  nella  poesia 
popolare,  dalla  quale  passò  presso  i  letterati: 

Io  zappai  questo  zardino 
sempre  intorno  cura  sudore, 
solo  solo  e  peregrino 
comportai  pena  e  dolore; 
altro  vene  poi  da  fore, 
dentro  l'orto  io  lo  trovai  (2). 

Ma  per  saggio  di  questo  genere  di  poesia  è  opportuno  riferire 

qui  intiera  una  barzelletta  del  nostro.  Scegliamo  una  delle  più 

brevi  : 

[0]  Fortuna,  volta  volta, 

volta  bene  quanto  vói 

con  li  falsi  inganni  toì, 

poi  che  la  vita  m'hai  tolta. 
Poi  che  tu  m'hai  posto  a  terra 

con  tuo  falso  mutamento, 

non  me  curo  de  tua  guerra, 

né  de  pace  me  contento. 

Se  tu  volti  ad  ogni  vento, 

fame  lo  pogio  che  pòi 

con  li  falsi  inganni  toi, 

poi  che  la  vita  m'hai  tolta. 


(1)  In  un'altra  si  richiama  invece  alla  cornacchia,  al  cigno,  alla  cicala; 
con  questa  vivace  ripresa: 

Core  mio,  flamna  de  foco, 
guarda  bene,  e  tiene  a  mente, 
e  la  lenga  fra  li  dente 
te  constringi  a  poco  a  poco. 

(2)  Dalla  barzelletta  «  lo  per  forsa  me  lamento  ».  Gfr.  D'Angon.ì,  Poes. 
pop.,  pp.  161^;  Ferrari,  Bibl.y  l,  296. 


FRANCESCO   GALEOTA  55 

De  te  falsa  me  lamento, 

se  non  muti  fantasia, 

per  la  gram  pena  ch'io  sento 

de  te.  Fortuna  mia, 

che  si  sempre  acerba  e  ria; 

però  volta  quanto  vói 

con  li  falsi  inganni  toi, 

poi  che  la  vita  m'hai  tolta. 
Per  la  mia  cruda  bataglia 

c'ogne  puncto  me  mo[lesta]» 

io  sto  dentro  la  travaglia, 

come  nave  a  la  tempesta. 

Se  tu  me  volti  la  testa, 

famme  lo  pegio  che  pòi 

con  li  falsi  inganni  toi, 

poi  che  la  vita  m'hai  tolta  (1). 
S'io  non  son  morto  ancora,  alcuna  volta 
de  la  mia  doglia  vederò  ad  altrui; 
io  no  me  curo  se  Fortuna  ascolta, 
0  che  me  fazi  lo  pegio  che  pòi: 
che  la  mia  nave  se  tu  l'hai  disciolta 
de  la  tua  rotta  che  felice  foi, 
se  non  provide,  la  mia  vita  è  tolta 
con  li  malvasii  e  falsi  inganni  toi. 

Questa  barzelletta,  convien  notare,  non  è  delle  migliori  che 
abbia  scritto  il  Galeota;  la  cede,  per  esempio,  di  gran  lunga 
all'ultima  del  Canzoniere  (2).  Ma  forse  appunto  per  ciò  vale  a 
porgerci  una  chiara  idea  di  quello  che  in  genere  esse  sono.  E 
certo  il  lettore  avrà  posto  mente  allo  strambotto  (sciatto  e  sco- 
lorito), che   ne   riprende  in  fine  le  rime ,  e  ne  suggella  il  con- 


^1)  Come  si  vede,  questi  ottonari  sono  variamente  accentati,  e  ciò  accade 
sovente  nelle  frottole.  Non  è  dunque  nel  vero  lo  Schwartz,  laddove  afferma 
che  in  esse  «  das  Versmass  ist  immer  trochàisch  »  (Op.  cit.^  p.  431). 

(2)  «  Vive  in  terra  una  fenice  ».  È  la  sola  che  si  discosti  dal  tipo  strofico 
dianzi  accennato;  presentando  lo  schema: 


bc  bc  I  ca  [I  aa. 


56  F.  FLAMINI 

cetto;  apposizione  comune  a  tutte  le  barzellette  del  Galeota, 
cui  serve  a  riepilogare  e  conchiudere,  qualche  volta  con  un 
epifonema  (1).  Era  questa  un'  usanza  dei  rimatori  meridionali, 
che  già  il  Quadrio  e  il  Grescimbeni  ebbero  ad  avvertire  nelle 
rime  d'un  coetaneo  di  Serafino  dell'Aquila  (2),  e  il  Torraca  se- 
gnalò presso  parecchi  dei  poeti  studiati  nel  suo  bel  lavoro. 
Egli  ne  giudica  severamente;  e  con  ragione,  per  riguardo  all'arte. 
Tuttavia  1'  accoppiamento  non  deve  far  maraviglia  ;  chi  pensi 
quanto  e  la  barzelletta  e  lo  strambotto  siciliani  fossero  adatti 
ad  esser  musicati.  Nella  musica,  appunto,  è  da  cercare  la  ragione 
probabile  del  fatto:  dopo  i  brevi  periodi  ritmici  della  frottola, 
i  più  larghi  e  più  gravi  dello  strambotto  in  endecasillabi  dovevan 
giungere  graditi. 

Il  generico  titolo  di  canzone  recano  per  ultimo  anche  altri 
componimenti  del  Galeota,  meritevoli  d'una  speciale  considera- 
zione. Divisi  in  istrofe,  non  hanno  che  l'esteriore  apparenza  di 
quella  foggia  di  poesia;  e  se  unifichiamo  in  essi  due  versi  con- 
secutivi, avremo  (talvolta  con  qualche  ipermelria)  una  o  più 
serie  di  endecasillabi  con  la  rima  al  mezzo.  Il  Galeota  si  giova 
di  questo  metro,  tanto  diffuso,  come  tutti  sanno,  tra  il  cadere  del 
secolo  decimoquinto  e  il  sorgere  del  decimosesto,  anche  per  sup- 
plicare Amore ,  per  descriverne  gli  strazi  e  lamentarsi  dispera- 
tamente; ma,  molto  più  spesso  e  volentieri,  per  tutt'altro  genere 
d'argomenti.  Cosi,  in  rimalmezzi  possiamo  ridurre  e  il  suo  rac- 
conto delle  cose  vedute  in  Francia,  e  cert«  lamentazioni  del 
«  falso  mondo  »,  vecchie  proprio  quanto  il  mondo  (3),  e  un  con- 


(1)  Non  in  tutte,  peraltro,  conserva  le  rime  della  ripresa. 

(2)  Cioè  nell'Opera  de  Antonio  Ricco  Neapolitano,  intitolata  Fior 
de  Delia ,  edita  In  Yinegia^  per  M.  Manfredo  Bono  de' Monte  ferrato^  adi 
7  del  mese  de  Maggio  1508. 

(3)  0  flilao  mondo  ingrato, 

ben  ti  pò  dir  beato 
chi  non  vede 
de  la  toa  fklsa  fede 
ogni  radice  ecc. 


FRANCESCO   GALEOTA  57 

trasto  dei  soliti  fra  il  cuore  e  l'anima  (1),  e  una  breve  Cansone 
facta  che  se  deve  estimare  più  el  senno  che  la  belieza  (2). 
Donde  è  facile  capire,  che  in  fondo  qui  si  tratta  di  frottole  se- 
condo la  più  antica  accezione  del  vocabolo;  cioè  del  motto  con- 
fetto de'  trattatisti,  acconciatosi  alla  meglio  anche  all'espressione 
elegiaca  dell'amore,  ma  senza  smettere  mai  interamente  il  suo 
carattere  originarlo  (3).  N'  è  prova  questa  strofe,  che  togliamo 
da  una  Cansone  [del  Oaleota]  per  la  sua  donna: 

Sorda  è  l'alma  mia  cotanto  acuta  (4). 
Si  come  el  tempo  muta 
l'erba  verde, 
cussi  cercando  perde 
quel  che  zappa. 
Volpe  tal  volta  incappa 
in  questa  rete; 
ma  se  me  agionge  sete, 
io  vivo  in  fuoco. 
Chi  non  è  dentro  el  iuoco 
me  riprehende; 

ma  chi  non  è  [l.  n'è]  sordo  intende 
il  mio  parlare. 
De  vivande  più  amare 
me  nutrico, 

e  poi  col  vechio  antico 
possa  e  dorme, 
ed  io,  lasso!  disforme 
in  pianto  veglio, 
perché  vien  tardo  il  mio  fido  conseglio.. 

È  noto,  che  l'endecasillabo  con  rimalmezzo  predomina  nelle 
frottole  di  tale  specie  già  nel  trecento.  Ma  ciò  non  toglie  punto 
novità  e  importanza  al  fatto,  che  presso  il  Galeota  ne  diviene 


(1)  «Pariamo  el  core,  e  diceme:  Che  fai?». 

(2)  «  Son  dolci  al  ben  servir  li  mesi  e  l'anni  ». 

(3)  Gfr.  Gian  ,  Motti  inediti  e  sconosciuti  di  P.  Bembo ,  Venezia ,  1888, 
pp.  32  sgg.,  95  &^g.^  e  la  mia  Lirica  tose,  del  Rinascimento,  pp.  494-97. 

(4)  Cosi  principiano  tutte  le  strofe. 


58  F.  FLAMINI 

il  metro  peculiare,  escludendo  ogni  altro.  Cosi  dall'anarchia  me- 
trica, per  cui  la  frottola  nel  trecento  spesso  andava  barcollando 
con  ditirambica  licenza  fra  qualità  disparate  di  versi  (1),  siamo 
giunti,  per  gradi  (2),  alla  fissazione  d'uno  schema  comune  a  tutte. 
E  la  frottola  ha  partorito  il  rimalwjezzo',  meglio,  le  tirate  d'en- 
decasillabi con  rima  interna,  ond'è  piena  la  poesia  lirica  e  dram- 
matica del  primo  cinquecento.  Nel  nostro  Canzoniere  v'ha  inoltre 
una  frottola  ingliomaro,  nella  quale,  com'è  facile  capire, 
i  caratteri  del  motto  confetto  sono  vie  più  chiari  e  rilevati. 
GliomarOy  voce  viva  tuttora  nel  romanesco  (3),  significa  gomitolo, 
vale  a  dire  agglomeramento  di  cose  varie;  e  già  il  Torraca  ha 
messo  in  sodo,  per  via  d'analogie,  essere  niente  altro  che  frottole 
i  perduti  gliommeri  del  Sannazaro,  su  cui  s'è  tanto  discusso; 
anzi,  come  esempio  di  questi  egli  produce  una  poesia  inedita  del 
medesimo  autore,  nel  metro  di  cui  parliamo.  «  Però  (egli  ebbe 
«  a  soggiungere  qualche  anno  dopo),  supponendo  che  il  metro 
«  de'  gliommeri  non  fosse  quello  stesso  che  la  frottola  preferi, 
«  cioè  l'endecasillabo  con  la  rima  al  mezzo,  potrebbe  qualche 
«  S.  Tommaso  della  critica  negare  il  nome  di  gliommero  al  com- 
«  ponimento  del  Sannazaro  di  recente  pubblicato  »  (4).  E  contro 
tale  obiezione  recò  tre  versi,  citati  dal  Bolvito  (5),  d'uno  glio- 
maro  sannazariano,  che  sono  per  l'appunto  endecasìllabi  con  rima 
interna.  —  Non  occorre  mostrare,  qual  sicura  e  direi  inoppugna- 
bile conferma  riceva  l'asserto  del  valoroso  erudito,  pel  ritorno 
alla  luce  della  frottola  del  Galeota,  di  cui  solo  il  titolo  si  cono- 
sceva. Questo  gliommero  d'un  altro  napolitano,  scritto  intorno 
al   penultimo   decennio  del  quattrocento  o  indirizzato  a  quell'i- 


(1)  Dairendecasillabo  al  binario!  Vedi  quelle  di  Francesco  Vannozzo  edite 
dal  Grion  insieme  col  trattato  del  da  Tempo  e  nel  Jahrb.  f.  rom.  u.  engl. 
Lit.  (V, 327),  nonché  il  bisticcio  overo  gliomaro  del  medesimo, segnalato 
dal  Torraca. 

C2)  Cfr.  la  mia  Lirica  ecc.,  p.  559. 

(3)  D'Ancona,  Origini^,  II,  97  n. 

(4)  Nuova  AntoL,  S.  Ili,  voi.  XVIll  [1888J,  p.  565. 

(5)  In  uno  dei  noti  volami  mas.  Variarum  Rerum ^  onde  ci  siamo  valsi 
a  p.  2. 


FRANCESCO   GALEOTA  59 

stesso  Don  Federico  (amante,  pare,  di  siffatti  ghiribizzi),  ad  istanza 
del  quale  Azio  Sincero  compose  i  suoi ,  può  darci  una  chiara 
idea  di  ciò  ch'essi  fossero.  Ancorché  materialmente  costruito 
secondo  il  vecchio  modello,  consta  di  veri  e  propri  rimalmezzi, 
e,  quanto  all'argomento,  non  ha  niente  di  drammatico,  niente  di 
scurrile,  ma  di  fantastico  e  stravagante  moltissimo.  È,  insomma, 
come  la  maggior  parte  delle  frottole,  un  intingolo  d'ingredienti 
svariati,  di  cose  «  legate  insieme,  dirò  col  Torraca,  quasi  unica- 
«  mente  dalla  convenzione  di  far  corrispondere  alla  parola  finale 
«  d'un  verso  una  rima  interna  del  verso  seguente  ». 

E  qui  chiudiamo  la  nostra  rassegna  del  Canzoniere  di  Fran- 
cesco Galeota.  Facile  verseggiatore  davvero  :  d' una  fecondità 
non  comune!  Ma  (e  ce  ne  duole  pei  ricercatori  di  squisitezze 
artistiche)  non  punto  dissimile,  a  malgrado  d'alcuni  pregi,  dai 
due  terzi  de'  suoi  confratelli,  quattrocentisti,  trecentisti,  dugen- 
tisti.  Vero  è,  che  a  lui  spetta  senza  dubbio  il  posto  d'onore  tra 
quelli  del  suo  tempo  e  del  suo  paese,  presentatici  in  cosi  tristo 
arnese  da  Mario  Mandatari  ;  ma  non  è  titolo  che  possa  meritargli 
grazia  dinanzi  al  tribunale  della  critica  estetica. 

Più  indulgenti ,  io  credo ,  saranno  verso  di  lui  i  glottologi  ; 
lieti  di  trovare  in  codesto  suo  Canzoniere  un  nuovo  documento 
di  quel  periodo  di  transizione  linguistica,  che  si  ebbe  in  più  parti 
d'Italia  sul  cadere  del  quattrocento  (1).  Poiché  (fatto,  in  vero, 
notevole)  le  poesie  del  Galeota  non  sono  vernacole,  come  la  più 
parte  delle  estratte  dal  cod.  Parigino  e  come  le  frottole  pubbli- 
cate dal  Torraca  (2).  Vi  trovi  il  toscano  letterario,  «  piegato  in 
«  misura  assai  considerevole  alle  abitudini  fonetiche  e  altresì 
«  morfologiche  dialettali,  e  scritto  lasciandosi  alquanto  guidare 
«  la  mano  dalla  tradizione  latina  »;  precisamente  come  nella  can- 
zone di  Antonio  da  Ferrara ,  che  Pio  Rajna  illustrò  in  questo 
Giornale  con  garbata  dottrina.  E  non  è  da  credere  che  Vitalia- 


(1)  Cfr.  ScHERiLLO ,  Prefaz.  all'  Arcadia ,  pp.  cclxv  sg. 

(2)  Giorn.,  IV,  219  sgg. 


60  F.  FLAMINI 

nità,  relativa,  del  manoscritto  sia  dovuta  al  copista.  Ugual  fiso- 
nomia  idiomatica  presentano  le  rime  del  nostro  e  nel  codice  Ric- 
cardiano,  e,  quel  che  più  importa,  nel  su  mentovato  di  Pa- 
rigi (1);  senza  contare,  che  l'Estense  ha  tutta  Taria  d'un  apo- 
grafo (2). 

Il  Galeota  (si  vede  chiaro)  fa  ogni  possibile  sforzo  per  attenersi 
alla  tradizione  toscana,  che  s'è  fatta  strada  negli  altri  territori 
linguistici.  Questa  tradizione  è  rappresentata,  anche  per  lui,  dal 
Petrarca  nella  poesia,  dal  Boccaccio  nella  prosa.  Perciò  toscano 
è  il  suo  lessico;  con  una  notabile  tendenza  alle  forme  anticate, 
come  lianza,  dubitanza,  dolzore.  Non  vi  mancano,  s'intende, 
dialettalismi;  v'incontriamo  anche,  prodotte  da  influssi  ben  noti  (3), 
alcune  voci  spagnuole  —  aquela,  verdadero,  porfìa  ecc.  (4)  —  ; 
e,  rispetto  alla  sintassi,  anacoluti  ed  iperbati.  Ma  ciò  non  toglie, 
che  nel  suo  insieme  il  Canzoniere  del  Galeota  non  riproduca 
abbastanza  fedelmente  il  tipo  linguistico  dei  grandi  trecentisti. 

Una  più  minuta  analisi  dei  suoni  e  delle  forme  ricorrenti  nel 
nostro  manoscritto  sarebbe  qui  fuori  di  luogo.  D'altra  parte,  le 
poesie  che  pubblichiamo  in  appendice  appagheranno,  a  tal  ri- 
guardo, il  giusto  desiderio  degli  studiosi. 

Francesco  Flamini. 


(1)  Se  si  eccettuano  due  o  tre  napoletanismi  già  rilevati  in  esso  dal  Tor- 
RACA  (Op.  cit.,  p.  141). 

(2)  Cfr.  p.  79,  n.  7,  p.  84,  «.  10,  p.  87,  n.  4. 

(3)  GoTHEiN,  Die  Culturentwicklung  Sùd-Italiens,  pp.  413  sgg. 

(4)  Quest'ultima  frequentissima  presso  i  rimatori  napolitani  del  quattrocento. 


FRANCESCO   GALEOTA  61 

APPENDICE  I. 
EIME  PANECtIRICHE  E  POLITICHE  DI  F.  GALEOTA  (*) 


Terseto  composto  per  la  Ill.ma  Madonna  Duchessa  di  Calabria. 

Inclyta,  gloriosa,  alta  Madonna, 
per  cui  amor  del  ciel  hogi  si  spera, 
ormai  che  si  fra  nui  ferma  colomna,  3 

libera  e  salda  de  fermeza  vera, 
iusta  nel  cor,  magnanima  et  beata, 
tuta  piatosa,  in  ogni  parte  intera,  6 

alma  felice  ad  tante  laude  ornata, 
benigna  a  chi  te  prega  et  chi  te  chiama, 
soccorso  a  qualunqua  anima  affannata;  9 

vidi  la  terra,  che  sovente  brama 
la  tua  salute  al  tuo  rimedio  prima, 
che  per  amore  et  riverentia  t'ama;  12 

videla,  come  piange  et  se  delima 
Napole  bella  toa,  de  parte  in  parte, 
ch'io  non  so  dirlo  in  angosciosa  rimai  15 

Vedile  intorno  el  summo  Jove  et  Marte, 
che  sanguinoso  absedio  li  fanno, 
ove  so'  invano  le  nostre  arme  et  l'arte:  18 


(•)  Siproduciamo  fedelmente  la  lezione  del  ms,  :  conservando  i  segni  eh'  abbian  valore  fonico, 
ma  sdoppiando  le  parole  ;  ponendo  le  maiuscole  e  interpungendo,  ma  senza  impedire,  per  facilitar 
la  lettura  di  questi  testi ,  lo  studio  della  forma  in  cui  ci  sono  giunti.  Avvertiamo ,  inoltre,  che 
le  poesie  seguenti  sono  tutte  ricavate  dal  cod.  di  Modena;  il  Eiccard.  2752  (ant.  0.  IV.  50)  ne  , 
contiene  una  sola.  Di  questo,  peraltro,  la  maggior  parte  è  formata  da  rime  adespote  del  Nostro, 
che  la  scoperta  dell'Estense  ci  ha  permesso  d'identificare.  Una  mano  del  secolo  scorso  1'  ha  inti- 
tolato Rime  ed  alcune  prose  d^autori  napoletani.  Inesattamente;  poiché  ne  accoglie  anche  di  to- 
scani e  settentrionali;  fra  le  altre,  il  sonetto  «  Fa'  che  tu  sia  leale  e  costumato  »  (e.  10 a). 

1.  Parla  a  Ippolita  Maria  Sforza,  figlia  di  Francesco,  duca  di  Milano,  e  moglie  al  primogenito 
di  Ferrante  I. 

2.  n  ms.  per  cui  more. 

12.  «  ...  Era  habiuta  in  «iugulare  amore ,   timore  et  reverentia  da  li  popoli  »  (Io.  Sab.  db  li 
Ariekti,  Gynevera  de  le  clare  donne,  p.  340). 


F.  FLAMINI 

vedi  quel  gram  dolor,  vedi  Taffanno 
de  popul  tuo,  che  del  bel  nome  aspecta 
soccorso  vero  nel  continuo  damno:  21 

però  che  tu  fra  noi  si  stata  electa, 
che  fusse  al  gram  remedio  (sic)  salute, 
togliendone  del  Ciel  ogni  vendeta.  24 

Raffrena  dunque  tante  offese  havute 
per  le  colpe  ch'è  il  Sol  voltato  ad  ira; 
per  quella  innata  toa  grande  vertute,  27 

volgi  i  begli  ochi,  e  i  toi  servi  remira, 
guidando  nel  ben  far  tutta  la  gente, 
che  in  mezo  alle  crudel  onde  sospira.  30 

Et  poi  rivolta  el  viso  al  to  servente, 
che  tanto  tempo  in  contumacia  è  stato, 
che  del  suo  grave  error  tuto  si  pente.  33 

Se  le  fu  forsa  de  in  te  haver  peccato, 
in  generar  fastidio  al  tuo  conspecto, 
habi  pietà  del  misero  incolpato,  36 

non  volger  gli  ochi  al  mio  grave  diffecto; 
ma  pensa  al  tuo  valor  quanto  si  spande, 
che  non  sei  più  superba  al  to  sogieto:  39 

che  se  ne  ho  havuta  penitencia  grande, 
se  sente  nel  mio  cor,  ch'è  stanco  e  lasso, 
che  nel  secreto  assai  lacrime  spande.  42 

Non  vogli  adonque,  ch'io  retorni  un  sasso 
languendo,  e  per  fallir  forsi  d'altrui 
finisca  de  l'andar  l'ultimo  passo  45 

là  dove  ardendo  per  invidia  fui. 


II. 
Frotola  a  lo  lllustr.*>*o  S.  don  Feerico  in  gliomaro. 

Magnanimo  Fedrico,  mio  servire, 

per  novellar  l'antico  ho  preso  alquanto  ardire 


34.  Di  che  fkllo  qai  si  renda  in  colpa  il  Q.,  non  eontU;  né  ci  piace  arrentarard  nd  campo 
delle  ipotesi. 

1.  Qaesto  Federico  è  il  secondogenito  di  Ferrante  I  e  Iiabella  di  CUaromonte,  nato  il  19  aprile 


de  basso  inzegno, 

levarlo  in  alto  segno 

non  usato; 

però  ch'ardir  m'hai  dato, 

ch*io  te  scriva: 

ma  per  un'altra  riva 

navigare; 

perché  del  mio  parlare 

de  solazo 

alchun  me  tene  pazo, 

e  no-llo  intese: 

le  rettene  mie  stesse 

io  no-lle  lasso, 

ma  vado  a  passo  a  passo, 

e  quando  a  trotto. 

Paghelo  chi  l'ha  rotto, 

lo  bechiere; 

che  sono  li  mei  pensieri, 

più  presto  bavere 

dece  bote  e  tacere, 

che  darne  una: 

però  che  la  fortuna 


FRANCESCO   GALEOTA 
5 


m'ha  tornato 

col  tempo  castigato 

et  con  la  paglia. 

Però  muto  versaglia, 

e  cambio  vela 
10  col  tempo,  e  la  statela 

porto  in  mano. 

Tu  stai  da  me  lontano; 

et  io  te  dico, 

che  me  venne  uno  amico 
15  nella  horechia, 

ch'è  de  la  scola  vechia 

de  Galcella. 

Dissime  d'una  stella, 

che  parca 
20  al  monte  di  Medea, 

la  incantatrice, 

et  che  risponde  e  dice 

ad  chi  per  arte 

arriva  in  quelle  parte, 
25  navigando. 

Disseme  Thora  e  quando 


63 


30 


35 


40 


45 


1452,  il  quale  nel  '97  successe  a  Ferrandino  sul  trono  di  Napoli,  mancando  eredi  diretti.  Quando 
il  Galeota  gli  indirizzò  la  presente  frottola,  don  Federico  doveva  avere  circa  trent'anni;  ma  era 
già,  dopo  Alfonso,  il  più  potente  della  real  casa  :  principe  di  Taranto,  Squillace  e  Altamura,  duca 
d'Andri  e  Venosa,  conte  di  Nicastro  e  Belcastro,  grand' ammirante  del  Regno  (cfr.  Capoto,  De- 
scendenza  della  Real  Casa  d'Aragona,  Napoli,  1667,  p.  59).  —  È  noto,  ch'egli  amò  la  poesia  vol- 
gare, e  ne  protesse  i  cultori.  La  celebre  raccolta  aragonese  fu  messa  insieme  dal  Magnifico  ap- 
punto per  lui;  il  Sannazaro  compose  a  sua  istanza  i  non  meno  famosi  gliommeri;  Giuliano  Perleoni 
non  solo  intitolò  al  nome  suo  parecchi  sonetti,  ma  gli  dedicò  addirittura  l'intero  canzoniere,  im- 
presso in  la  cita  di  Napoli,  per  Aiolfo  de  Cantano  da  Milano,  a  dì  X  de  marito  M.CCCC.LXXXXJI, 
col  seguente  notevole  frontespizio:  Compendio  di  sonecti  et  al  \  tre  rime  de  varie  texture  \  inti- 
tulato  I  lo  Perleone  \  recolte  tra  le  opere  anti  \  che  et  moderna  de  Vhumile  \  discipolo  et  imita- 
tore de  I  votissimo  de'  vulgari  poeti  \  (|  Giuliano  Perleonio  dicto  |  Rustico  Romano:  minimo 
ira  \  regii  cancelleri  :  et  de  \  presente  date  in  luce  |  ad  persuasione  et  mandato  de 
Villu\  strissimo  suo  S.  lo\S.  infante  don  Federico  de  Aragonia  P. 
d'A  Ita  I  mura:  duca  d'A  ndri  et  \  .C.  et complacen  |  tia  de  |  alcu  \  ni  a  \  mi  |  ci.  Ed  egli 
stesso,  il  coltissimo  Don  Federico,  poetò  in  volgare.  D'una  sua  canzonetta,  scritta  nel  1501,  quando 
gli  fu  tolto  il  regno,  e  diffusa  tra  'l  popolo ,  riporta  i  primi  versi  Gokzal  d'Oviedo  nella  Natu- 
rale e  gen.  historia  delle  Indie  (cfr.  D' Ancona,  Poes.  pop.,  p,  59;  Novati,  Studi  crit.  e  lett., 
p.  222). 

12-15.  Il  poeta  allude ,  probabilmente  ,  ad  altri  gliomari  da  lui  scritti  per  V  addietro  ,  anche 
pili  ghiribizzosi  di  questi. 

16.  rettene  '  redini  '  ;  stesse  '  stese  '. 


64 


F.  FLAMINI 


se  può  andare 

a  la  Sybilla,  et  intrare 

sensa  paura; 

e  ne  la  valle  obscura, 

col  cilicio, 

al  pozo  de  Sam  Patricio 

sensa  lume, 

et  de  passar  quel  fiume 

ch'è  bugliente, 

et  quelle  fiame  ardente 

che  'nce  stanno, 

quelle  fere  che  vano 

SI  rabiose. 

De  farli  star  nascose 

el  sa  ben  fare, 

e  posene  ritornare 

col  libro  in  mano; 

monte  barbaro  (sic)  e  *l  piano 

tuto  intende, 

e  dice  che  se  attende 

sua  venuta; 

poi  ch'ogni  lenga  muta 

fa  parlare, 

la  bufala  fa  volare 

come  a  grifone, 

el  nibio  fa  falcone 

de  ri  vera, 

e  la  cornachia  vera 

fa  colomma, 

el  boe  portar  la  somma, 

el  mullo  arrare, 

e-H'aseno  fa  cantare 

dolce  cansone, 


el  lupo  col  montone 
50         ragionare, 

la  peccora  attachare 

el  gram  leone,  85 

la  volpe  col  capone 

buoni  amice, 
^  la  rapa  cum  la  radice 

sensa  danno» 

el  corbe  sensa  affanno  90 

far  la  caccia, 

el  lepore  che  minaccia 
60  un  can  da  presa. 

Dice,  che  l'ocha,  offesa 

dal  moscheto,  95 

se  pone  legne  al  pecto, 

el  no  la  sente; 
65         el  sorece  volente, 

desperato , 

va  chon  la  spata  allato  100 

per  la  gatta. 

Dice,  che  sa  la  pata 
70  de  la  luna, 

e  de  pianete  ognuna 

quanto  corre,  i05 

e  '1  sole  che  discorre 

in  Tequinocio. 
75         Dice,  che  non  bave  ocio, 

e  puro  scrive; 

le  fronde  dell'olive  HO 

fa  de  vita, 

e  de  la  calamita 
80         fa  rapillo; 

del  sorece  Camillo 


52-61.  Ecco  OD  puso  di  qaalche  interesM  per  la  leggenda  del  Purgatorio  di  S.  Patiislo,  ohe 
da  noi  non  fa  panto  eoei  diffusa  come  altrore.  Vedi  particolarmente  Siliiar  Eczuon,  IH»  dUutt 
Sckiìdtrung  vom  Ftgtf.  d.  hL  Patriciu»,  Halle,  1885;  Frati,  Tradir,  ttor.  d*l  Purg.  et  8.  Pa- 
tritio,  in  questo  Oiomalt^  XVII,  46  sgg. 

64.  posent  *  pnossene  *. 

77.  colomma  *  colomba  \  Il  mi.  ha  cohmma\  «quivoco  del  copista  non  meridionale. 

102.  la  paia  '  l'epatta  \ 

114.  Camillo  *  camelo  '. 


trapassante, 

el  rizo  fa  elephante 

in  India  andare; 

el  cionto  fa  sonare 

la  zampogna, 

el  muto  dir  mensogna, 

el  sordo  udire, 

el  cieco  dipartire 

el  gram  dall'orgio. 

El  sa,  se  Len  m'accorgio, 

un'altra  cosa: 

sa  fa'  'na  rapa  rosa 

in  primavera; 

una  recepta  vera 


FRANCESCO   GALEOTA  65 

115  al  mal  del  fianco: 

un  pede  d'orso  stancho  130 

per  camino, 

con  lochij  d'un  tarpino 

sensa  sale, 
120         chon  un  porco  con  l'ale 

stemperato,  135 

e  sia  bem  deseccato 

sensa  broda, 

la  rana  con  la  coda 
-125  del  pantano: 

fatende  unguento  in  vano         140 

e  bon  boglito; 

se-U'ài  adosso,  tu  serai  guarito. 


III. 


Strussula  in  laude  del  Duca  di  Calabria. 

Silvio        Sei  tu,  Norima  mio,  maestro  affabile, 

che  si  languente  in  queste  selve  a  piangere 
te  vedo,  afflicto  e  de  dolor  dorabile? 

Norima    Silvio,  non  voler  più  el  cor  mio  tangere; 

ch'io  sono  l'ombra,  et  non  cului  che  scorgimi 
lassarne  solo  qui  dolerme  e  angere! 
Se  del  pianger  alcun  soccorso  porgimi, 
lo  poi  ben  far;  ma  d'altro  non  attendere, 
in  questo  stato  ove  languir  accorgimi. 

[Silvio]     Non  te  sia  grave  la  mia  voce  intendere, 
e  me  raconta  del  to  amaro  vivere 
la  causa,  e  '1  foco  eh'  in  te  vedo  accendere. 

Norima      Non  se  poriano  in  mille  carte  scrivere 
li  duri  affanni  che  mia  vita  trovano, 
ma  l'uno  de  cui  piango  io  non  so  oblivere. 


12 


15 


138.  Il  TOB.  ranochia. 
140.  fatende  '  fattene  ', 
1.  Additare  le  fonti  letterarie  di  quest'  egloga,  d'  un  ordito  cosi  comune,  sarebbe  ovvio;  ma 
che  valore  hanno  le  poesie  storiche  o  panegiriche  del  G.  rispetto  all'arte? 

OiornaU  storico,  XX,  fase.  68-59.  5 


66  F.  FLAMINI 

Pietre,  herbe,  parol  d^altri  non  giovano 
al  pianger  mio,  ma  sol  la  vista  amabile 
e  gli  ochij,  ch'a  pietà  ver  me  si  movano,  18 

de  quel  Alfonso,  mio  bon  Duca  stabile; 
ca  m'è  da  longa,  in  altri  luogi  a  imprehendere 
dimora,  e  la  mia  vita  è  stanca  e  labile.  21 

E  più  non  posso  el  mio  baston  ben  prehendere 

come  fi  in  principio, 

quando  volsi  per  lui  mio  sangue  spendere;  24 

che  iamai  Lelio  in  amistà  con  Sipio 
non  fo,  com'  io  fu'  prompto  al  suo  serviti©, 
quando  volse  il  Liom  non  far  mansipio:  27 

ch'ora  son  vechio,  e  più  non  trovo  indicio, 
che  de  lui  sia,  o  se  '1  mio  fine  e  termine 
me  lassano  ch'i  '1  veda  anci  el  iudicio,  30 

per  lui  riserbo  el  mio  già  secto  germine 
e  le  mie  piante,  in  fin  ch'ai  fructo  arivano, 
che  d'ogni  cosa  el  suo  voler  determine;  33 

e  sotto  l'ombra  et  soa  speransa  vivano 
li  merinari  (?)  e  quei  che  'n  terra  iaceno, 
che  per  suo  amor  de  vita  hogi  si  privano.  38 

Silvio       Quanti  pasturi  de  sotto  al  sol  se  taceno, 
e  le  lor  nocte  de  sampogne  sprezano, 
che  non  son  lieti  i  versi  ove  despiacenol  39 

Cossi  de  pianto  et  de  languir  s'avezano, 
può'  che  non  hano  la  lor  luce  valida, 
dove  la  lyra  e  le  serenge  apprezano.  42 

E  quanti  vedi  con  la  facie  pallida, 
tutti  son  quei,  che  '1  gram  desir  l'accendono 
de  veder  l'ombra  che  non  fo  mai  squalida.  45 

E  Bsol  chon  la  speransa,  che  l'attendono 
vederlo  trìomphar  con  la  Victoria, 
men  grave  el  tempo  de  lor  vita  spendano.  48 

Donque,  Norima,  per  veder  sua  gloria, 
non  più  languir  in  questo  pensier  mobile, 
che  non  s'acquista  in  reposar  memoria.  51 


28.  Lft  laonna  ò  nel  m». 

27.  Cfr.  il  verso  04. 

85.  Il  ma.  <MM«riiii/i  «  futi. 


FRANCESCO   GALEOTA  67 

Ch'era  la  gente  hormai  caduca  e  ignobile, 
se  non  che  Marte  e  '1  suo  Sonofla  splendido 
l'hanno  rivolta  e  rivestita  nobile.  54 

Costui  rimesse  il  primo  foco  accendito 
d'Italia  tuta  ne  la  età  sua  tenere, 
non  da  paura  o  da  fatiche  offendito.  57 

E  noi  possendo  alcun  ocio  retenere, 
Toscana  el  vinse,  e  '1  Monte  de  l'Imperio 
spugnò  per  forza,  et  non  per  gioco  o  venere.  60  . 

Poi,  sensa  attediar  nel  refrigerio, 

sconfisse  el  Turco  e  soa  rabiosa  furia, 

e  non  per  suono  de  sinfona  o  psalterio.  63 

Poi  corse  ove  '1  Leon  facea  penuria, 
per  farse  in  Lombardia  sua  vana  sedia, 
e-U'à  rimesso,  e  piange  altrui  la  iniuria.  66 

E  con  la  mazza  de  Hercule  lo  assedia, 
per  farse  de  sua  pelle  un'altra  spoglia, 
e  d'ogni  parte  in  molestar  l'atedia.  69 


53.  Sonofla  è  anagramma  d'Alfonso,  duca  di  Calabria;  come  Norima  d'un  Marino,  cui  po- 
trebbe forse  identificare  chi  avesse  modo  di  far  qualclie  ricerca.  Silvio  è  il  poeta. 

58-63.  Fanno  ottimo  riscontro  a  queste  due  terzine  i  versi  seguenti  di  Giuliano  Peblrohi 
{Compendio  di  sonetti  ecc.,  p.  54),  che  appartengono  a  una  Canzone  de  nuova  textura  a  l'illu- 
strissimo S.  Duca  di  Calabria,  recitata  in  un  convito,  in  forma  d^un  pastore,  in  la  recuperatione 
de  Hydronto: 

Come?  Non  se'  tu  quel  primo  figliolo 
del  gran  Re  Ferdinando, 
che,  da  la  vinta  Etruria  alsando  il  volo, 
ne  soccorresti,  quando 
l'hydrontine  delitie  erano  in  bando, 
la  gente  senza  lena, 
e  '1  Regno  tucto  in  pena, 
Italia  piena  —  di  sospecto  &  duolo? 

Anche  P.  J.  de  Jennabo  non  diversamente  s'esprime  in  una  sua  egloga,  composta,  senza  dubbio, 
nel  1484,  per  celebrare  il  ritomo  del  Duca  di  Calabria  dalla  guerra  ferrarese  (in  fine  d\V Arcadia 
di  J.  S.,  ed.  Scherillo,  pp.  333-34): 

Colendio:  Questo  èi  coUui,  ch'i  lupi  da  Massabia 

scacciò,  che  l'avian  fatta  tal  ingiuria, 

ch'ogie  chi  '1  sa  par  che  piatate  n'abbia. 
Jetmaro  :  Anczi  è  colini,  el  qual  vinse  in  Etruria , 

nel  Pogio   Imperlai,  l'armato  ostacolo, 

Bensa  temer  la  sua  possente  furia. 

Sull'impresa  d'Otranto ,  celebrata  anche  dal  Boiardo  e  dal  Cariteo ,  cfr.  segnatamente  Foocard  , 
in  Arch.  stor.  per  le  prov.  napol. ,  voi.  YI,  e  le  assennata  osservazioni  del  Cipolla  ,  Storia  d. 
Signorie  ital.,  II,  607. 


68  F.  FLAMINI 

Donque  te  par  ch'io  cambie  stato  e  voglia, 

e  me  discioglia  de  si  grave  ardore? 

I  mei  desii  dal  core 

tu  me  rinovi, 

può'  me  raconti  et  provi  74 

in  ragion  vera, 

che  U  mio  bel  lume  e  spera 

hoggi  risplende, 

et  che  per  lui  s'attende 

la  speranza  79 

de  Italia  tuta  e  *1  viver  che  me  avanza. 
[Silvio^     Me  par  ben,  che  tu  debbi  esser  contento, 

portar  dolce  il  tromento 

e-lle  fatiche; 

pui  che  le  fiamme  antiche  84 

e  quilli  affanni, 

al  fin  de  li  ultimi  anni, 

habian  riposo. 

Non  viver  più  doglioso, 

e  lassa  andare  89 

questo  tuo  lacrimare, 

che  te  distilla; 

che  solo  una  favilla 

e  una  pace 

del  mio  Signor  audace  94 

ne  resalda 

quante  piago  che  '1  sol  cuopre  et  scalda. 
[iVbrima]  Quant'io  son  stato  in  doglia  e  con  tormento, 

tanto  son  lieto,  e  sento 

nel  mio  core  99 

nuove  fiamme  d'amore, 

e  del  disio 

ch'io  veda  el  Signor  mio, 

che  'n  terra  adoro, 

sopra  un  caro  d'oro  104 

ben  portato, 

de  fronde  incoronato 

de  Victoria, 

cantando  laude  per  la  sua  memoria. 


FRANCESCO   GALEOTA 


IV. 


Epistola  in  rima,  al  tempo  de  la  pestilencia  (1),  in  lamento  per  parte  de 
la  terra  valorosa  de  Napuli,  al  suo  Signore  Re  don  Ferrando  de  Aragona. 

Pervenga  el  pianto  mio  tanto  angoscioso 

ad  te  presente,  o  caro  mio  Signore; 

pervenga  el  foco  e  '1  viver  mio  penoso, 

pervenga  del  mio  mal  tanto  dolore; 

pervenga  anchora  Thabito  doglioso,  5 

la  vista  obscura  e  'lamentar  del  core  ; 

pervenga,  che  de  me  sol  si  piatoso, 

ch'io  de  te  sola  fui  lo  primo  amore. 
Piangane  el  ciel  e  le  so  stelle  ornate, 

la  luna  e  '1  sole,  e  le  pianete  anchora;  10 

piangano  li  elementi  et  le  citate 

cose  che  pur  da  Dio  se  fanno  ognora; 

pianga  la  terra  e  '1  mar,  con  l'habitate 

parte  del  mondo  che  mia  fede  adora, 

ad  far  che  '1  mio  Signor  habia  piotate  15 

a  chi  con  tante  lacrime  dimora. 
Vedoa,  e  sola  sono,  da  te  absente, 

misera,  dolorosa  e  tempestata, 

inelle  fiamme  del  gram  foco  ardente, 

de  mei  figlioli  in  tuto  abandonata.  20 

L'aer  sereno  è  facto  pestilente, 

e  d'ogni  canto  io  sono  lacerata: 

tu  solo,  amante,  se  non  sei  presente, 

sono  io  d'ogni  conforto  disperata. 
Ogni  persona  fuge,  e  lassarano  25 

sole  e  diserte  le  mei  antiche  mura; 

li  mei  palagi  se  rimanerano 

con  ogni  parte  inhabitata,  oscura; 


(1)  Per  ciò  che  s'è  detto  circa  il  tempo  in  cui  dovette  il  Galeota  raccogliere  e  divulgare  il  suo 
canzoniere,  qui  non  può  trattarsi  che  dell'epidemia  scoppiata  in  Napoli  nel  '79.  Della  quale  scrive 
il  Pabsebo  (Hist.,  pp.  40-41):  «  In  questo  anno  1479  è  stata  la  moria  grande  in  Napoli,  che  tutta 
«  quanta  sbrattai,  et  scanzamente  potevi  vedere  uno  cristiano.  La  maestà  de  re  Ferrante  se  ne 
«  andai  alla  torre  de  lo  Greco  con  tutta  la  Corte  ecc.  ». 


70  F.  FLAMINI 

li  templi  sensa  officii  saranno, 

el  pianto  mio  sera  fuor  de  misura;  30 

per  le  mei  strate  più  non  passarano 

li  mei  triomphi  de  to  grande  altura. 

Fin  ch'io  te  vedo  ad  me  vicino  e  sento, 
pare  ch'ai  mio  dolor  speransa  sia; 
che  la  toa  vista  allevia  el  tormento,  35 

che  da  te  pende  la  salute  mia; 
no  puote  esser  si  grave  il  mio  lamento 
nel  popul  mio  menato  in  mala  via, 
che,  se  non  fusse  el  tuo  provedimento 
ogni  mia  cosa 40 

De  la  toa  vista  io  sono  consolata, 
pensando  al  grande  amor  che  m'ha'  portato, 
per  esser  toa  fidele  sempre  stata 
e  sopra  ogn'altra  cosa  da  me  amato. 
Tu  m'ài  difeso  con  la  iusta  spata,  45 

per  me  con  tanti  affanni  hai  fatigato, 
nen  credo  d'esser  mai  dementicata, 
che  'n  segno  del  mio  amor  vai  coronato. 

Li  mei  figlioli  abandonata  m'hanno, 
la  toa  citade  quasi  sola  sede,  50 

da  terra  in  terra  pagorosi  vanno, 
fugendo  l'ira  che  dal  ciel  si  vede. 
Da  nulla  parte  loco  non  avranno, 
se  lo  to  amor  ardente  non  provede: 
l'ochij  tranquilli  toi  lieta  me  fanno,  55 

sperando  ch'io  sarò  salva  per  fede. 

La  vera  fede  ch'ò  per  te  serbata 
me  farà  salva,  e  questo  spero  in  Dio; 
che  per  la  Sancta  Chiesa  confìrmata 
te  fui,  che  fusti  el  vero  sposo  mio.  60 

L'impresa  iusta  sempre  ch'ai  pigliata 
farà  che  sempre  salva  sarrò  io; 
che  se  non  son  da  te  abandonata, 
sarò  contenta  d'ogni  tuo  desio. 


40.  Il  iMto  mane*. 

50.  Ricorda  il  celebre  comlncUmeato  delle  lameoUtiooi  di  Geremia. 


FRANCESCO   GALEOTA  71 

Ma  s'è  pur  tanta  la  mia  grave  offesa,  65 

che  '1  Giel  al  tuto  pur  fusse  adirato, 

e  per  sententia  al  grave  ardor  sommessa, 

per  le  mei  colpe  e  per  lo  mio  pecato; 

quilli  omini  gentil  de  la  discesa 

antica  del  mio  nobil  parentato  70 

te  ricommando,  che  ne  la  toa  impresa 

ognuno  monstrarà  so  ardir  armato. 
El  nobel  sangue  mio  te  racommando 

(che  più  ch'ogn'altra  terra  fui  dotata), 

che  s'io  mi  resto  sola  lacrimando,  75 

la  gente  mia  da  te  sia  consolata. 

Misera,  dolorosa,  tempestando 

sarrò,  se  pur  da  te  so'  allontanata; 

conforto  me  rimane  desiando, 

ch'io  non  sarò  già  mai  dimenticata.  80 

L'amore  mio  alquanto  m'assecura, 

e  la  speransa  ancora  mi  notrica, 

che  la  mia  vita  non  sarà  sì  dura, 

se  tu  soccorri  a  tanta  mia  fatica: 

con  tieco  sola  n'averò  pagura,  85 

essendo  sempre  con  toa  gratia  amica; 

che,  se  fai  lieta  tu  la  mia  ventura, 

non  sera  ingrata  la  to  patria  antica. 
Quand'io  non  vedo  la  mia  gente  ornata 

per  ogni  loco  andarse  dimonstrando,  90 

più  ch'altra  alcuna  valorosa  armata, 

per  tutte  le  mie  parte  luminando: 

quant'era  prima  in  gloria  beata, 

tanto  è  dolente  el  viver  mio  penando: 

se  non  ch'io  sono  da  te  consolata,  95 

l'exilio  mio  seria  peregrinando. 
Le  belle  donne,  timide  fugendo, 

ch'io  tanto  caramente  hagio  allevate, 

vano  disperse,  misere!  piangendo, 

per  lochi  soUitarij  menate.  100 

De  quelle  più  di  me  pietà  te  avendo, 

te  prego  che  recogli  in  libertate; 

che  poi  del  viver  mio  tanto  languendo, 

io  le  riveda  ne  la  toa  citade. 


72  F.  FLAMINI 

Pregamo  insieme  el  nostro  San  Genaro,  105 

per  lo  suo  gram  miracolo  evidente 
(che  lo  suo  sancto  sangue  è  mio  riparo 
innante  al  summo  Patre  omnipotente), 
che  veda  al  ciel  el  pianto  mio  si  amaro, 
e  la  soa  matre  el  grande  arder  che  sente;    110 
ch'ogi  d'amarlo  e  riverirlo  imparo, 
monstrandose  ver  me  piatosamente. 

Io  so'  Napole  toa,  che  te  la  mando 
la  lettera  presente  lacrimosa, 
che  se  ne  vene  a  te  tuta  tremando,  115 

de  lacrime  composta  e  dubitosa, 
che  me  soccorri  et  ami  desiando 
la  terra  toa  cotanto  valorosa. 
Se  te  ne  vai,  o  misera!  restando, 
serò  piena  d'affanni  e  dolorosa.  120 

Letera  mia,  tu  te  n'anderai 
donanti  al  mio  Signor  alto  e  clemente; 
tre  volte  prima  te  inzenochiarai, 
facendo  el  tuo  saluto  umilemente; 
che  me  defenda  solo  li  dirai,  125 

e  come  sono  nelle  fiamme  ardente; 
per  chi  te  scripse  ancora  pregarai, 
ch'io  so  che  l'è  fidele  suo  servente. 

Quelle  salute  che  per  me  desio, 

quelle  te  mando,  o  caro  Signor  mio.  130 


V. 

Oinsone  dove  sono  notate  tute  le  cose  de  memoria^  che  vide  per  lo  viagio 
di  Pranza  (1),  havendolo  mandato  la  AIM  del  S.  Re  Ferandc  per 
ambassatore  al  re  Alvise. 

Io  volea  dire  ad  mente,  e  quanto  intesi 

quanto  ho  visto  in  presente,  per  varij  paesi. 


117.  n  ara.  comi  $oeeorri. 

(1)  Tedi  sopra,  a  p.  8.   Ecco  ano  strambotto,  non  cattivo,  io  cai  il  poeta  allade  a  qaMt'  an- 
data: 


FRANCESCO   GALEOTA 


73 


ond'io  son  stato  5 

dal  mio  Signor  mandato; 
et  non  possendo, 
questo  rimedio  prehendo, 
a  scriver  quanto 

io  vidi  d'ogni  canto  10 

e  d'ogni  parte, 

se  non  è  lesa  la  ragione  et  l'arte. 
Ma  perché  '1  tempo  mancha, 
e  per  camin  è  stancha 
la  memoria,  15 

contentome  de  toa  gloria 
e  de  la  vista. 
Io  vidi  el  papalista, 


el  lubileo, 

la  cithara  d'Orfeo,  20 

el  gram  cavallo 
che  par  vivo  mettallo 
in  quella  anticha 
ch'era  una  volta  de  vertude  amica. 
Poi  vidi  el  Re  Luise,  25 

che  per  ben  far  se  mise 
al  contemplare. 
Viddi  per  fiumi  e  mare 
el  bon  romito, 

poverello  vestito,  30 

tuto  humile, 
ad  far  d'inverno  aprile 


Primavera  per  mi  non  ha  più  fronde, 
fiari,  nen  erbe  verde  o  dolce  canto; 
l'ucelli  i  versi  lor  dicono  altronde, 
e  sol  per  me  non  è  tepido  alquanto; 
ch'io  chiamo  aiuto  a  chi  no  me  risponde, 
non  è  chi  asiuca  a  li  mei  ochii  il  pianto. 
Però  so'  messo  a  navigar-.fr»  l'onde,  '• 

e  fine  in  Pranza  mende  vao  col  Santo. 

21-24.  Allude,  senza  duhbio,  alla  statua  equestre  di  Marc'Aurelio  ;  il  famoso  CahaUus  Constantini, 
che  in  quel  tempo  era  sulla  piazza  di  S.  Giovanni  in  Laterano  (Graf,  Roma  nella  mem.  e  nelle 
immaginaz.  del  M.  E.,  II,  Ili  sgg.).  —  Miglior  chiosa  non  si  potrebbe  desiderare  a  questi  versi 
del  seguente  strambotto,  con  cui  il  Galeota  licenziavasi  dalla  città  eterna  : 

Adio  de  Roma  grande  le  memorie, 
adio  le  mura  tanto  derocate, 
adio  quill 'archi  de  le  gram  victorie, 
adio  l'antiche  marmore  guastate, 
adio  la  voce  de  le  eterne  glorie 
de  li  figlioli  toi  tanto  laudate, 
adio  quell'ombre  che  ne  ferno  storie  ; 
ch'io  vao  con  doglia,  et  ho  de  vui  piotate! 


25-27.  Si  sa ,  che  Luigi  XI ,  1'  ultimo  anno  di  sua  vita  (quando  a  punto  lo  visitò  il  Galeota), 
vivevasene  tutto  inteso  a  pratiche  d'ascetismo,  nella  solitudine  di  Plessis-les-Tours.  Raccoglieva 
con  infaticabile  zelo  le  pili  preziose  reliquie,  e  s'  era  circondato  ,  scrive  il  contemporaneo  Jean 
DE  Tbotes,  di  «  bigots,  bigottes  et  gens  de  dévotion,  comme  hermites  et  saintes  créatures  »,  dalle 
cui  preghiere  ripromettevasi  la  guarigione. 

28-33.  Molto  bene  è  qui  descritto,  in  pochi  versi,  il  celebre  taumaturgo  ch'esercitò  tanta  effi- 
cacia sulla  corte  e  sulla  nazione  francese  a  tempo  di  Carlo  Vili  e  Luigi  XII.  S.  Francesco  di 
Paola  era  veramente  umile  e  poverello  :  mangiava  appena,  non  beveva  che  acqua  ;  sempre  scalzo, 
sempre  coperto  di  cilicio.  I  miracoli  attribuitigli  dai  panegiristi  sfuggono  ad  ogni  novero.  Come 
al  suo  grande  omonimo  d'Assisi,  anche  a  lui  tutta  la  natura  obbediva  docilmente. 


74 


F.  FLAMINI 


e  nascer  rose. 

Viddi  de  varie  cose 

e  varie  gente,  35 

eh'  io  sono  lieto  haver  visto  el  Po- 
[nente. 
Poi  viddi  al  Borbonese 

un  cavalier  cortese 

e  ben  armato. 

Stavase  recelato,  40 

et  bora  intende, 

quanto  se  sale  e  scende 

per  fortuna; 

vive  cum  lega  in  una 

con  Bertagna.  45 

Donde  che  Lera  bagna 

è  un  altro  sire, 

più  giovane  che  sagio  per  ver  dire. 
De  la  Burgugna  in  Pranza 

io  vidi  ordir  la  danza  50 

el  parentato, 


là  donde  odio  è  stato 
e  tanta  guerra. 
E  mobil  questa  terra, 
e  questa  vita  55 

non  ha  cosa  compi  ita, 
nen  che  dura. 
E  mobil  la  ventura, 
0  Signor  mio; 

ma  ben  è  fermo  chi  Taiuta  Idio!  60 
Poi  vidi  in  sul  camino 
un  regal  dalfino, 
e  ben  guardato, 
dal  vulgo  recelato 
honestamente,  65 

mansueto  e  prudente. 
Ingienochiato 
al  sanato  homo,  pregato 
n'ebbe  in  palese 
del  suo  patre,  che  intese  70 


87-45.  Il  poeta  allude,  pare,  al  Duca  di  Borbone,  eh'  egli  avrà  arato  modo  di  conoscere  allor- 
quando ne  attraversò  i  domimi  per  accompagnare  a  Tours  il  Santo.  Allora,  di  fatto,  il  duca  sia- 
9086  recelato.  Ma,  non  appena  spirato  Luigi  XI ,  sorse  a  far  valere  con  voce  più  alta  i  saoi  di- 
ritti, e  dalla  reggenza,  che  lo  temeva,  venne  tosto  colmato  di  favori  e  fatto  coneetabile  e  Inogo* 
tenente  generale  del  regno.  Quando  furono  scritti  questi  versi  ,  cioè  nella  primavera  del  1484, 
anch'egli,  come  il  Duca  di  Orléans,  se  la  intendeva  segretamente  con  la  Bretagna. 

46-48.  Luigi  d'Orléans,  il  primo  principe  del  sangae,  il  futuro  Luigi  XII.  Qui  non  gli  è  inflitto 
un  biasimo  immeritato;  vedi  infatti  ciò  che  dice  della  condotta  da  lai  tenuta  in  questi  anni  il 
Db  Maoldb,  nella  sua  bella  Hist.  tU  Loiiù  XJJ,  Paris,  1890,  I,  it,  cap.  7  e  8. 

49-60.  Fr.  Oaleota  potè  assistere  in  Parigi ,  il  2  giugno  1483  ,  alla  solenne  e  fkstoca  entnt.i 
della  fidanzata  del  delfino,  che,  sebbene  avesse  appena  quattro  anni ,  vi  fNi  accolta  con  gli  onori 
dovati  a  una  regina  (Db  Cbbrbibk  ,  Hùt.  tU  CharUs  YllI,  I,  46;  Lbobay,  Hiat.  dt  Lauti  X/, 
II,  48£).  Era  co!»tei  Margherita,  figlia  di  MaFsimiliano  e  della  defunta  Maria  di  Borgogna;  re 
Luigi,  adunque,  stringeva  ora  parentado  con  una  casa  che  poc'anzi  aveva  aspramente  conbattnta. 
Argomento,  pel  Oaleota,  di  riflessioni  malinconiose  e  d'un  bello  epifonema! 

62.  Il  futuro  conquistatore  del  reame  di  Napoli,  allora  appena  tredicenne. 

66.  Consuona  col  giudizio  del  ComiixBs,  secondo  il  qaale  era  si  buono  «  qn'il  n'ett  postible  do 
«  voir  meilleare  creatura  ». 

67  sgg.  «  Alla  città  di  Ambuosa  {Àmbcùt)  Carlo  Delfino  di  Viennois,  che  in  quel  castello  stava 
«  ritenuto  (donde  rarissime  volte  n'  era  uscito) ,  d'ordine  del  Re ,  accompagnato  da  molti  nobili 
«  de*  paesi  di  Bloise  e  del  Toroneee,  usci  ad  incontrare  il  Santo  ftaori  la  porta  della  città,  nella 
«  Strada  Reale,  preeso  il  fiume  Loire,  et  inginocchioni  T  abbracciò  ecc.  »  (Toscako,  Vita,  ttrtù, 
mUraeoU  ed  ùtituto  di  S.  Frane,  da  Paola,  p.  223).  Nella  chiesa  di  Tours  consacrata  a  S.  Fraa- 
oeeco  di  Paola  ammiravasi,  a  principio  del  nostro  secolo,  un  quadro  dov'  era  felicemente  ritratto 
quest'incontro  (Lboiat,  Op.  cit,  II,  508);  inoltre,  il  delfino,  salito  al  irono,  fece  più  tardi  co- 


FRANCESCO  GALEOTA 


75 


era  in  langore; 

viddil  in  pianto  del  paterno  amore. 
Avignom  viddi  anchora, 

donde  Laura  se  honora 

ben  scolpita,  75 

bella  se  fosse  in  vita, 

e  vidi  el  luoco 

là  donde  accese  il  foco 

al  mio  Petrarcha; 

scorsi  cum  una  barcha  80 

il  nido  e  '1  fiume, 

là  donde  hebbe  in  costume 

andar  cantando; 

Rhodano  et   Sorga  anchor  vid'  io 

[passando. 

In  sul  ponte  del  Leone,  85 

per  ponto  de  ragione, 


fui  tentato 

d'esser  preso  infiammato, 
in  una  parte 

dove  natura  e  l'arte  90 

perderla  ; 

stranio  amor  per  via 
chi  anda  trova: 
se  no  che  '1  cor  mio  a-pprova 
havea  fermato,  95 

per  certo  io  me  saria  pericolato. 
Viddi  la  gram  basciata, 
che  de  Pranza  è  mandata, 
per  favore; 

de  tutta  Italia  honore,  100 

et  honta  acerba 
de  Vinesia  superba, 
e  di  lontano 


sirnire  pel  santo  dae  conventi,  nno  dei  quali  per  l'appunto  ad  Amboise  (De  Maulde,  Les  orig. 
'de  la  Revolution  fran^aise,  pp.  64-65).  —  Queste  affermazioni  del  Galeota ,  testimonio  oculare , 
dimostrano  e  la  fiducia  del  giovinetto  nelle  prerogative  di  Francesco  da  Paola  e,  che  più  importa, 
il  suo  profondo  dolore  per  l'infermità  del  padre.  Il  quale  ,  dunque  ,  aveva  saputo  ispirargli  pietà 
religiosa  e  tenerezza  filiale.  Quanti  pregiudizi  si  vengono  sfatando  intorno  a  Luigi  XI  ! 

97-105.  Manifestamente  il  Galeota  o  s'illudeva  o,  cortigianescamente  ,  cercava  d'illudere.  Vero 
è,  che  il  giovine  successore  di  Luigi  XI,  nel  settembre  del  1483,  aveva  risposto  favorevolmente, 
in  luogo  del  padre  morto  poco  avanti,  alle  istanze  del  Papa  e  del  Duca  di  Milano  invocanti  la 
pacifica  mediazione  del  re  di  Francia  (Delabordb,  L'expédition  de  Charles  Vili  en  Italie,  p.  172); 
ma  un'ambasceria  con  tal  mandato  parti  per  Roma  soltanto  nel  luglio  successivo  (Baluzio,  Mi- 
scell.,  ed.  Mansi,  I,  363,  col.  I),  e  giunse  quando  già  da  qualche  tempo  la  pace  era  stata  con- 
chiusa. Le  altre  che  passarono  le  Alpi  durante  il  1484  non  ebbero  altro  incarico  se  non  di  rispon- 
dere cortesemente  agli  omaggi  ricevuti  dal  nuovo  re  (Delabokde,  loc.  cit.).  —  Tanto  meno  poi 
la  Francia  aveva  intenzione  di  fare  onta  acerba  a  Venezia!  Fin  dal  1478  Luigi  XI,  inaugurando 
negli  ultimi  anni  di  sua  vita  una  politica  veramente  pacifica,  aveva  fatto  un  trattato  con  questa 
repubblica  ;  in  conseguenza  del  quale  era  divenuto  mediatore  nelle  intricate  faccende  della  nostra 
penisola,  ufficio  a  cui  teneva  moltissimo  (HniLLABO-BRÉHOLLES,  in  Revue  des  socie'te's  savantes , 
an.  1861,  p.  314;  Drsjabdins  ,  in  Me'm.  pre's.  par  divers  savants  à  VAcade'mie  des  inscript,  et 
belles-lettres ,  t.  VIII,  2c  partie,  p.  1;  cfr.  anche  Dantier,  L'Italie,  e'iudes  hisioriques ,  Paris, 
1874,  II,  151  sgg,,  e  Fraktz,  Sixius  IV  u.  die  Rep.  Fbrenz,  Regensburg,  1880,  pp,  260  sgg.). 
Le  buone  relazioni  stabilite  allora  continuarono  fra  i  due  stati,  che  avevano  entrambi  interesse 
a  mantenerle,  anche  dopo  la  morte  di  Luigi  (30  agosto  1483):  durante  la  reggenza  d'Anna  di 
Beaujen ,  subito  nel  1484  la  pace  fu  rinnovata ,  in  séguito  a  quei  negoziati  ,  sui  quali ,  come  in 
generale  sui  rapporti  di  Luigi  XI  e  Carlo  Vili  con  Venezia ,  recano  molta  luce  due  monografie 
speciali  di  P.-M.  Pekret  ,  recentemente  comparse  nella  Bibliothèque  de  VÉcole  des  Charles ,  LI 
(1890),  111  sgg.,  630  sgg.  Certamente,  il  Galeota  sapeva  che  l'oratore  veneto  Antonio  Loredano 
cercava  di  proseguire  coi  nuovi  capi  della  Francia  le  trattative  interrotte  dalla  morte  di  Luigi  XI; 
ma  non  poteva  sapere,  che  questi  avesse  il  mandato  di  ricordare  al  re  i  diritti  della  casa  d'Anjou 
sol  trono  di  Napoli  e ,  secretamente ,  al  duca  d'Orléans  quelli  della  sna  famiglia  su  Milano  ^Bo- 


76 


F.  FLAMINI 


tener  la  briglia  in  mano 

facto  ha  qualchuno.  105 

El  Rheno  ben  digiuno 

se  ne  è  andato, 

povero  venne,  raiser  è  tornato. 
Per  monti  de  Savoia 

non  sensa  qualche  noia  HO 

n'ebbi  passato; 

el  piccol  Duca,  cogniato 

al  Frederico, 

ben  parente  et  amico 

s'è  trovato.  115 

El  Sir  de  Monferrato 

anchora  trovo, 

più  nella  impresa  novo 

che  fosse  mai; 

che  de  tal  vista  e  senno  il  iudicai.  120 
Poi  viddi  in  Lombardia 


briga  che  non  solia, 
e  romper  guerra, 
gran  remor  ne  la  terra 
de  Milano;  125 

poi  vidi  un  Duca  humano, 
Ludovico, 

ch'ogni  suo  bono  amico 
far  con  conseglio, 
tenne  che  fosse  el  meglio         130 
tal  malicia, 

perhaverforsainmanoetlaiustitia. 
Poi  viddi  esser  chiamato 
il  mio  bon  Duca  armato. 
E  venne  al  ponte,  135 

fece  volvere  el  Conte, 
e  r  gram  Leone 
rimesse  in  sua  masone; 
e-llarmelino 


BiKsoK,  Claiin  0/  Orleans  to  JUilan,  in  The  Englùh  histor.  Review ,  1888,  p.  27U;  Db  Macloc. 
Hist.  de  Louis  XII,  I,  ii,  68-69).  Troppo  lusingato  forse  dairaccoglienza  ricerata  a  corte,  come 
ambasciatore  del  re  di  Napoli,  il  valentaomo  non  s* immaginava  che  quivi  si  dovesse  prestare  fa- 
cile orecchio  anche  agli  acerrimi  nemici  del  sao  signore.  A  noi  scoprono  la  verità  i  docomenti 
pubblicati  dal  Romanin  e  dal  Buser. 

106-108.  Scherniscono  questi  versi  Renato  duca  di  Lorena,  che  dopo  la  morte  di  Banato  d'Angiò 
(1480),  avendone  sposata  la  figlia  Iolanda,  era  il  legittimo  rappresentante  delle  pretese  angioine 
al  trono  di  Napoli.  Costui,  entrato  al  soldo  di  Venezia  per  la  guerra  ferrarese,  v'era  gionto  nel* 
l'aprile  del  1483,  aveva  lasciato  il  campo,  ritornando  in  Francia,  il  di  8  settembre  (Malipikbo, 
Annali,  p.  285). 

112-15.  Carlo  I  di  Savoia  (1482-89)  ,  terzo  figlio  di  Amedeo  IX  ,  era  cognato  a  don  Ped«frioo 
d'  Aragona,  avendone  questi  sposata  la  sorella  Anna.  Notevole  questa  testimoniania  del  Qaleota 
sul  contegno  del  principe  piemontese  verso  la  corte  di  Napoli. 

116-20.  Bonifazio,  marchese  del  Monferrato,  succeduto  nel  1483  al  fhitello  Qnglielmo,  non  sa- 
grificò  punto  agli  studi  teologici ,  ond'  era  passionato  cultore ,  la  gloria  delle  armi.  Queir  anno 
istesso,  d'ottobre,  entrò  al  Roldo  del  Duca  di  Milano,  il  quale,  collegato  con  re  Ferdinando,  col 
papa,  con  Firenze  e  con  Ferrara,  era  in  guerra  contro  Venezia  (questa  Vimprtsa  a  cui  allude  il 
Qaleota);  e  s*  obbligò  di  servire  il  Moro  <  con  ducento  nomini  d'  arme,  cinquanta  balestrieri,  e 
«  ducento  fanti  ben  in  ordine  »  (Bbkv.  di  S.  Giobgio,  Ragionam,  famil.  tni  princ.  di  Monfer- 
rato, in  R.  I.  S.,  XXlll,  750;  Dsl  Carbbtto,  Cronica,  in  Monum.  hi$t.  pairùu,  SS.,  IH,  1237). 

126-32.  Son  note  le  arti  di  governo  del  Moro,  e  come  «i  riuaeisae  in  solle  prime  a  ingannare 
i  pili  sul  suo  conto. 

133-144.  Conohiusa  Talleansa  del  papa  coi  Veneaiani,  Alibnao  Daca  di  Calabria  entrò  in  Roma 
il  giorno  di  Natale  del  1482,  e  di  là  mosse  incontanente  veno  il  teatro  della  gnerra,  come  capi- 
tano generale  della  lega,  accompagnato  da  Niccolò  Orsini  condotUera  pontificio.  Non  appena  egli 
fu  giunto,  il  15  gennaio  dell'anno  appresso ,  a  Ferrara ,  il  conte  Roberto  da  S.  Severino  ripassò 
il  Po.  La  fortuna  fu  propizia  ad  Alfonso  anche  quando  dopo  la  metà  di  loglio  si  recò  in  I^om- 
bardia  per  opporsi  naovamente  al  Sanseverino,  che  arerà  passato  l' Adda.   Poiché  lo  ricacciò  nel 


FRANCESCO  GALEOTA 


77 


145 


corre  per  bon  camino  140 

ad  far  vendeta: 

Venesia  ha  ben  constrecta 

e  messa  in  volta, 

c'ogni  rabiosa  furia  Tà  tolta. 
Poi  viddi  ogni  conducta 

de  la  gram  lega  tucta 

in  una  corda; 

che  col  Papa  s'accorda 

il  Fiorentino, 

Mantua,  Sena,  Urbino, 

el  Milanese, 

Ferrara,  el  Bolognese 

a  tal  conquesta 

rimene,  et  Fam  non  resta 

e  '1  mio  Signore, 

ballano  tuti  inanti  al  bon  pastore. 
E  vedo  ben,  si  dura 

questa  chatena  dura 

e  queste  voglia, 


150 


155 


Vinesia  si  dispoglia  160 

libertate; 

mal  verno  e  pegio  state 
la  riprehende. 

Se  tarda?  Ghé  non  se  offende 
el  ferro  caldo?  165 

Se  aspecta  che  sia  saldo 
e  duro  e  forte? 

Chi  passa  un  punto  passa  una  gran 
[sorte. 
Poi  vini  al  mio  paese, 
tute  in  pace  palese:  170 

el  mio  Signore, 
pieno  de  gram  valore, 
incoronato  ; 
el  Turco  humiliato 
e  da  rimedio  175 

in  mare  ad  fare  l'assedio 
e  levar  via, 
che  Venesia  più  non  sia 


Bresciano,  nello  stesso  tempo  che  Lodovico  il  Moro  invadeva  il  Bergamasco  e  il  duca  Ercole  d'Este 
respingeva  dalla  Stellata  i  Veneziani,  pei  quali  si  mettevano  molto  male  le  cose  (Cipolla,  Storia 
d^lle  Signorie  Hai.,  P.  Il,  pp.  619,  621).  Non  occorre  avvertire  che  il  leone  è  Venezia,  l'armel- 
lino  il  re  di  Napoli. 

145-156.  L'alleanza  del  pontefice  Sisto  IV  con  Ferdinando,  coi  Duchi  di  Milano  e  Ferrara,  con 
Firenze  ed  altri  stati  minori,  fu  pubblicata  il  30  aprile  1483. 

157-168.  È  chiaro ,  che  questa  poesia  fu  scritta  prima  del  7  agosto  1484  ,  nel  qual  giorno  fu 
conchìnsa  la  pace  tra  la  lega  e  i  Veneziani.  D'  altra  parte,  essa  è  certo  posteriore  al  settembre 
del  1483,  poiché  vi  si  allude  (vv.  106-108)  al  ritorno  in  Francia  di  Renato.  I  termini  di  tempo 
si  possono,  per  via  di  fondate  congetture,  ridurre  anche  più  stretti.  Di  fatto ,  l' intonazione  di 
questa  e  delle  precedenti  strofe  induce  a  pensare  che  il  G.  le  scrivesse  in  un  momento  in  cui  le 
sorti  della  guerra  volgevano  molto  avverse  ai  Veneziani.  Ciò  fu  veramente  dopo  il  settembre  del- 
r83,  sia  per  la  scomunica  loro  inflitta  (in  Napoli  n'  era  giunto  il  bando  fin  dall'  8  giugno  ;  vedi 
Notar  Giacomo,  p.  150),  sia  per  la  fortunata  scorreria  d'Alfonso  sotto  Verona.  Ma  le  cose  muta- 
rono d'aspetto  dopo  l'impresa  di  Gallipoli ,  del  maggio  '84 ,  che  tanto  nocque  a  Ferrante  (vedila 
descritta  da  Akg.  Tafubo  ,  in  Murat. ,  R.  1.  S. ,  voi.  XXIV)  ;  alla  quale  pertanto  è  da  credere 
anteriore  la  presente  poesia,  in  cui  ne  cerchi  invano  qualche  accenno.  V'ha  di  più.  L'esortazione 
della  chiusa  di  questa  strofe,  a  battere  il  ferro  fin  eh'  è  caldo,  ci  pare  buon  argomento  per  cre- 
dere, che  quando  il  G.  scriveva  pendessero  trattative  ira  i  belligeranti,  a  lui,  o,  per  dir  meglio, 
al  suo  Signore,  non  accette.  Ora  di  siffatte  trattative  ce  ne  furono  nei  primi  mesi  del  1484,  e, 
scegliendo  Cesena  per  luogo  di  convegno,  vi  presero  parte  quasi  tutti  gli  stati  principali  d'Italia. 
Il  solo  Ferrante,  si  noti,  non  volle  esservi  rappresentato  (Cipolla,  Op.  cit.,  II,  624).  Ci  sembra 
ovvio  concludere ,  che  la  composizione  di  questi  versi  debba  cadere  in  quel  torno  ;  secondo  noi, 
nel  marzo  o  nei  primi  d'aprile,  quando  appunto  avvenne  cotesto  rifiuto  del  re  di  Napoli,  e  quando 
pid  stretti  erano  quei  segreti  rapporti  dei  Duchi  d'  Orléans  e  di  Borbone  con  la  Bretagna,  a  cui 
il  G.  ha  accennato  più  sopra  (cfr.  De  Maulde,  Hist.  de  Louis  XJJ,  I,  ii,  87-88). 


78  F.  FLAMINI 

donna  del  mare, 

ansi  rechiusa  in  roezo  all'onde  stare.  180 

Magnanimo  Signor  mio, 
da  longa  arde  un  disio 
d'aver  un  luoco 
chiuso  preso  ad  un  foco, 
come  amico,  185 

per  far  del  vero  antico 
alcuna  prova, 
forsi  dir  cossa  nova 
e  si  evidente, 

che  '1  cor  pieno  e  la  mente  190 

ben  seria. 
Però  cavalco  e  raettome  per  via. 


FRANCESCO   GALEOTA  79 


APPENDICE  IL 
TAYOLA  DELLE  RIME  DI  FRANCESCO  GALEOTA  (l) 


A  chi  più  fugge  tu  pur  vai  cercando  St.  e.  -  E,  193  6;  R,  138  6  (ad.). 
Addio  de  Roma  grande  le  memorie  St.  (2).  -  E,  191  b;  R,  132  (ad.). 
Addio  l'affanno  e 'mei  suspiri  ardenti  2  Su.  (3).  -  E,  111. 
Alcuna  vista  torta  invidiosa  St.  -  E,  28;  R,  143  (ad.). 
Alla  partita  tua  non  serrò  io  Si.  -E,  23  6;  R,  141  (ad.). 
Al  mondo  fui  beato  e  '1  bel  giardino  St.  e.  -  E,  52  6. 
Altro  che  Amor  non  è  Br.  con  St.  -  E,  195  b;  R,  114. 
Altro  soccorso  al  viver  mio  lontano  -S.  (4).  -  E,  8. 
Amando  sempre  visse  in  fantasia  St.-E,  21;  R,  142  6  (ad.). 
Amico  mio,  fidele  me  si  stato  St'.  -  E,  69  6. 
*Amico  mio,  se  pur  tu  arrivi  innante  St.  (5).  -  E,  34  6. 
Amico  mio,  so  ben  quanto  se  spiera  St.  (6).  -  E,  31  6;  R,  125  6. 
Amor,  che  pien  d'invidia  m' è  stato  2  Stt.  (7).  -  E,  130. 
Amor,  che  tante  volte  in  un  momento  St.  e.  -  E,  156  6. 
Amor,  che  tu  me  sogli  io  t'  ho  pregato  B.  (8).  -  E,  58  6. 
Amor,  come  tu  vedi,  la  sentenzia  C.  (9).  -  E,  33  t. 
Amor,  con  quella  man  che  tu  m'ài  tolta  C.  in  Rm  (10).  -  E,  13. 


(1)  st.  significa  strambotto;  St.  e.  strambotto  caudato;  S  sonetto;  C  canzone;  C  in  Rm.  can- 
zone in  riraalraezzi;  B  ballata;  Br.  barzelletta;  Fr.  frottola.  —  Per  agevolare  le  ricerche,  ridu- 
ciamo alla  grafia  moderna  le  prime  due  parole  d'  ogni  verso",  e  segniamo  d'asterisco  le  poesie 
edite  nel  testo  del  presente  lavoro.  Delle  serie  di  strambotti ,  collegati  da  rappicco  o  dalle  rime 
0  dall'argomento,  diamo  soltanto  il  primo  verso. 

(2)  Cfr.  p.  73  n. 

(3)  Il  secondo  caudato. 

(4)  Soneto  de  absenti  per  la  mano  de  Tirintia. 

(5)  Tenendo  da  Barzelona  ad  un  cavallieri  che  venia  prima  in  Napuli.  Cfr.  p.  13. 

(6)  Resposta  de  Franco  Galeoto  allo  str.  «  Francesco,  amico,  sappi  in  che  manera  »  del  Coktb 
DI  Santahgelo  (E),  Antonio  Cabacciolo  (K). 

(7)  Per  la  mia  lucerna.  Cfr.  pp,  84,  n.  10. 

(8)  Cansone  per  le  lucerne. 

{9)  Cantone  per  le  due  belle  lucerne. 
(10)  SuppUcaUone  all'amore. 


80  F.  FLAMINI 

Amore,  a  te  richiamo,  a  te  che  intendi  St.  >  E,  157. 

Amore,  io  te  lo  dico.  -  v.  0  Amore. 

Amore,  io  te  'nde  prego  un'altra  volta  Si.  •  E,  58. 

Amor,  lo  to  bel  arco  e  la  saeta  St.  -E,  157 b. 

Amor  mio,  te  prego,  eh* oramai  St.-E,  130  6;  R,  137  ft  (ad). 

Amor  non  stima  mai  dolce  riposo  St.  -  E,  191  b;  R,  133  (ad.). 

Amor,  provedi,  eh'  io  non  sia  inganato  2  Stt.  -  E,  156. 

Amor,  tu  '1  vedi  in  quanta  estrema  vita  Stanza  (1).  -  E,  159  b. 

Amor,  tu  vedi  e  sai  C"»  in  Rm.  -  E,  189. 

Ancora  che  tu  legere  non  sai  5<.  -  E,  50  6;  R,  134  (ad.). 

Ancora  eh'  io  me  sia  discompagnato  4  Stt.  •  E,  49. 

A  tanti  affanni,  a  tanti  mei  languire  St.  -  E,  26  ;  R,  144  (ad.). 

Avara  morte,  poi  che  m' hai  levata  St.  (2).  -E,  56 è. 

Ave  piaciuto  a  Dio,  ch'io  viva  ancora  St.c.  -  E,  23;  R,  140  6  (ad.). 

Avvisami,  se  l'hai  deliberato  St.  -  E,  158  b. 

Avvisami,  se  '1  viver  mio  penando  St.  -  E,  20  6,  R,  142  (ad.). 

Beata  te,  felice  pastorella  3  Stt.  (3).  -  E,  193;  R,  136  (ad.). 

Beato  chi  piangendo  in  terra  trova  St.  -  E,  45. 

Beato  chi  reposti  e  sta  contente  St.  -  E,  HO. 

Benigno  cielo,  a  me  tanto  contrario  C.  in  Rm.  -  E,  196;  R,  117  (ad.). 

Cari  compagni,  ad  vui  la  recomando  St.  -  E,  27  b. 
Cercherò  lo  mio  pianeta  Br.  con  St.  (4).  -  E,  60. 
Che  para  viva  e  per  remedio  dura  St.  (5).  -  E,  57. 
Che  pensi,  e  che  favelli,  e  con  chi  stai  St.  •  E,  51  ;  R,  37  (ad.). 
•Chi  fosse  del  mio  mal  vera  consorte  St.  (6).  -  E,  162. 
Chi  giudica  e  non  ha  parte  nel  gioco  St.  -  E,  35  6;  R,  138  (ad.). 
Chi  l'ha  pensato  o  chi  già  mai  lo  crese  St.  -  E,  155  b. 
Chi  m*-ha  tirato  del  mio  albergo  fuora  i^^  •  E,  66  &. 
Chi  mi  t'ha  tolto,  o  dolce  mia  nimica  St.-E^  47;  R,  133  6  (ad.). 
Chi  non  conosce  doglia  in  questa  vita  St.»E^  256;  R,  144  (ad.). 
Chi  non  l'offese  in  questo  mondo  mai  St.  e.  -  E,  192;  R,  133  (ad.). 


(1)  Protnto  ad  Amort. 

(2)  D0  Mori». 

(8)  CanM<m$  d*  la  pattorttta. 

(4)  Cantont  dt  partitua. 

(5)  P*r  la  m*dt$ima.  D$  Mori».  È  di  10  Terai  altorni,  pid  osa  coppia  a  rima  baciaU. 

(6)  Cft.  p.  11,  n.  1. 


FRANCESCO   GALEOTA  81 

Chi  si  tene  fermo  sta  Br.  con  St.  -  P,  19;  Mand.,  19;  Torr.,  159. 

Chi  vede  el  fin  de  l'opera  qual  è  St.  e.  -  E,  2  h. 

Come  l'amor  falso  puoi  mostrare  *S^.  -  E,  36  &. 

Come  ti  posso  amare,  se  non  voglio  St.  -  E,  137. 

Core  mio,  fiamma  de  foco  Br.  con  St.  (1).  -  E,  39;  R,  118  (ad). 

Core  mio,  scontento  tace  Br.  con  St.  (2).  -  E,  64. 

Corre  da  gli  ochij  mei  l'amara  vena  14  Stt.  (3).  -  E,  142. 

Cosi  come  fatica  al  campo  il  bove  St.  -E,  11. 

Da  canto  in  canto,  da  longo  e  per  traverso  St.  -  E,  62  &. 
Da  oggi  inansi  so  deliberato  St.  -  E,  69  b. 
Da  ponto  in  ponto,  tu  me  fai  dorare  7  Stt.  (4).  -  E,  67  b. 
Degli  mie'  afianni  e  lacrime  non  scrivo  4  Stt.  (5).  -  E,  81. 
Deh,  mall[ann]'  agia  quando  te  guardai  St.  -  E,  23  b. 
Della  mia  morte  chi  getao  na  voce  St.  e.  -  E,  22  b;  R,  140  b  (ad.). 
Della  partenza  mia  chi  se  contenta  St.  -E,  17;  R,  126  &;  Torr.,  153(6). 
Dentro  na  reca  dura  de  ferme/a  2  Stt.  (7)  -  E,  49  b. 
Destinato  à  cielo  e  terra  Br.  con  St.  (8).  -  E,  198. 
*Di  dolor  grande  e  de  tremor  no  ardisco  St.  (9).  -  E,  188. 
Di  lacrime,  di  disio  e  di  lamento  2  Stt.  -  E,  21  &;  R,  139   (ad.). 
Di  lacrime  di  sospir,  di  passo  in  passo  St.  -  E,  21  è;  R,  139  (ad.). 
Dimmi,  se  t'  hai  niente  recordato  St.  -  E,  27  b. 
Di  quanto  t'agio  amata  me  'nde  pento  St.  (10).  -  E,  45. 
Di  questa  fiamma  piango,  eh  è  nascosa  3  Stt.  •  E,  19. 
Di  sangue  sono  le  parole  messe  7  Stt.  (11).  -  E,  111. 
Di  sangue  sono  le  parole  messe  8  Stt.  (12).  -  E,  126;  R,  73  (ad.). 
Dogliome,  e  'n  nulla  parte  non  lo  sento  St.  -  E,  67;  R,  135  b  (ad.). 


(1)  Canzone  per  canto  facta  che  'l  soverchio  parlar  de  chi  se  ama  noce. 

(2)  Cansone  de  canto  de  passione  intrinsica. 

(3)  Cfr.  p.  19.  —  L'ultimo  è  caudato. 

(4)  Son  collegati  dal  comune  artifizio  con  cui  cominciano  tutti  i  versi. 

(5)  Collegati  dall'argomento;  l'ultimo  caudato. 

(6)  B,  e  quindi  anche  il  Tobbaca,  l'attribuisce  al  Principe  di  Capua,  vale  a  dire  a  Ferrandino. 
Secondo  questo  ms.,  risponde  allo  str.  «  Della  partenza  tua,  Signor  mio  caro  »,  d'autore  anonimo. 

(7)  Cansone  a  lo  Ser.mo  Principe  de  Capua,  bisoniandoU  soi  colori. 

(8)  Cansone  per  canto,  de  Fortuna. 

(9)  Cfr.  p.  19,  n.  3. 

(10)  Cfr.  il  capoverso  «  In  mezo  a  tanti  affanni  ecc.  ». 

(11)  Epistola  in  versi.  —  L'ultimo  è  caudato. 

(12)  Epistola  in  versi.  In  E  porta  la  data  A  di  xxij  de  agusto  1480.  —  Ha  comune  con  la  pre- 
cedente i  due  primi  e,  quasi  interamente,  i  due  ultimi  strambotti.  L'ultimo  è  caudato. 

Giornale  storico,  XX,  fase.  58-59.  6 


82  F.  FLAMINI 

Dolce  è  Tafifanno,  e  dolce  è  lo  martire  5^  -  E,  25  e  55;  R,  143  6  (ad.). 
Dov'  è  Laura  soave  et  in  qual  luoco  S,  (1).  -  E,  16. 
Dove  so'  andati  li  amorosi  versi  5  Stt.  (2).  -  E,  41  b. 
Dove  son  l'ochi  de  mia  bella  aurora  5  Stt.  (3).  -  E,  68  b. 
Dove  son  Tore  tanto  desiate  2  Stt.  -  E,  46  e  51  6  (4);  R,  43  ò  e  131  (ad.). 
Dove  son  tanti  affanni  ch'ò  portato  St.  -  E,  20;  R,  141  b  (ad.). 
Dove  tu  stai,  el  core  mio  te  sente  St.  -  E,  56  e  193  &;  R,  136  b  (ad.). 
•Due  belle  rose  ad  una  spina  stano  St.  (5)  -  E,  36  d. 
Duro  Teseo,  io  so'  quella  Adriana  6  Stt.  (6).  -  E,  76  b. 

Ecco  qui  Laura,  tal  qual  era  viva  S.  (7).  -E,  191. 

Faccia  Fortuna  falsa  quanto  vo'  ^S'^  e.  •  E,  188. 

Fa'  che  tu  pensi,  vidi,  intendi  e  guarda  5^  -  E,  25^  e  50  6;  R,  144  (ad.). 

Faore  o  morte,  dice  lo  mio  mutto  St.  -  E,  157. 

Femina  vana  volta  come  ad  vento  St.  -E^  69  b. 

Fermezza  con  speransa  non  pò  stare  St.  (8).  •  E,  50. 

Fino  che  gli  ochii  mei  luce  averano  -S'^  e.  -  E,  25  6;  R,  114  (ad.). 

Fino  che  luce  la  lanterna  mia  St.  •  E,  45. 

Fortuna,  attendi  a  la  mia  impresa  ormai  9  Stt.  (9).  -  E,  160. 

Fortuna,  di  te  sola  me  lamento  St.  -  E,  41  ;  R,  138  (ad.). 

Fortuna,  poi  che  veni,  veni  armata  St  -  E.  41  ;  R,  138  (ad.). 

Già  mai  non  trona,  e  mille  volte  lampa  St.  -  E,  156  b. 

Gli  occhi  soavi  tuoi,  Tirintia,  fanno  St.  •  E,  187  6. 

Guarda  li  vestimenti  negri  e  tristi  St.  (10).  -  E,  38  b. 

Guardato  sono  assai,  Masucio  mio  S.-R,  29  b;  Torr.,  128. 

Guerra,  né  sdegno,  o  amor  condutto  m'  ha  St.  (11).  -  E,  34  6;  R,  125  d. 


(1)  Sontto  facto  in  Sancta  Clara  d'Avigwtnt,  p«r  mtmoria  d4l  Petrarca,  dovè  ««  immurò. 

(2)  CansoH*  dt  partila. 
(8)  L'ultimo  oaad«to. 

(4)  Ma  U  MCondA  Tolta  ricorre  soltanto  il  primo. 

(5)  Cfr.  p.  M. 

(6)  Bpùiala  tU  Th*$»o  mandata  p«r  Adriama  da  Vi$oìa.  —  L'nitimo  ò  eaodato. 

(7)  Cfr.  p.  29. 

(8)  Cansom  d«  biat  t  d4  U  colori  de  VJOu.mo  S.  Prineip*  di  Ca/fnna.  —  Non  so  m  fVMlo 
titolo  li  riferisca  anche  ad  altri  strambotti  socoeadTi. 

(9)  Supplicattom  a  la  fortuna.  —  L'altimo  è  di  10  versi. 

(10)  Son  10  versi  alterni. 

(11)  Risponde  allo  str.  «  Lo  tempo  che  se  perde  a  chi  non  sa  •  del  BaMK  di  Mcro  ,  e  gli 
tien  dietro. 


FRANCESCO   GALEOTA  83 

Il  mondo  infermo  inpegiorar  non  pò  S.  (1).  -  R,  29. 

Inclita,  gloriosa,  alta  Madonna  Cap.  (2).  -  E,  il  b;  R,  38. 

Inclito,  glorioso  e  triomfante  H  Su.  (3).  -  E,  148  b. 

Inclito  Signor  mio,  può'  eh'  a  te  piace  C.  (4).  -  E,  189  b. 
*In  mare  è  la  mia  vita  arisicata  2  Stt.  (5).  -  E,  56. 

In  mezzo  a  tanti  affanni  e  tanto  ardore  3  Stt.  (6).  -  E,  44  b. 

In  mezzo  un  prato,  misero,  se  stava  St.  -  E,  14  b. 
•Innanzi  che  tu,  falsa,  legerai  8  Stt.  (7).  -  E,  73  b. 

Innanzi  eh'  io  me  parta  te  la  mando  St.  -  E,  17  b. 

Innanzi  eh'  io  ne  parli,  o  eh'  io  lo  dica  3  Stt.  -  E,  14  ^. 

Innanzi  il  tempo  pallida  e  smarita  2  Stt.  (8).  -  E,  2  ò 

In  questa  vita  trista,  adolorata  St.  -  E,  37  b. 

In  questo  tempo  se  la  mia  ventura  St.  -  E,  157. 
♦In  uno  puncto  volta  la  ventura  (9)  St.  -  E,  27. 

Io  mi  remaneragio  da  te  absente  St.  e.  ■  E,  43  b. 

Io  non  Io  dissi,  né  Io  dirò  mai  St.  -  E,  159  b. 

Io  non  spero  già  mai  più  bona  nova  St.  -  E,  37. 

Io  non  te  offesi  in  questo  mondo  mai  St.  ■  E,  20. 

Io  per  forsa  me  lamento  Br.  con  St.  (10).  -  E,  64  &. 
*Io  per  te  piango.  —  1'  non  te  '1  ered'  ancora  (11)  St.  ■  E,  15. 

Io  prego  la  fortuna,  che  non  facia  St.  -  E,  159  b. 
*Io  pur  expecto  el  tempo  che  non  vene  (12)  St.  -  E,  26  b. 

Io  solo  sono  che  me  so'  ingannato  St.  -  E,  23;  R,  140  (ad). 

Io  t'  ho  pregato,  Amor,  che  tu  me  lassi  St.  -  E,  34. 

lo  t'  ho  pregato  e  prego,  o  dolce  amica  St.  -  E,  158. 

Io  ti  prego,  Baron,  per  quella  fé  ^S'^.  e.  (13).  -  E,  170. 


(1)  F.  OaUota.  Risponde  al  son.  «  Francesco ,  figliuol  mio ,  più  non  se  pò  »  del  Barone  dk 
MoBO.  Ambedue  in  versi  tronchi. 

(2)  Cfr.  l'AppENDiCE  I,  p.  61. 

(3)  Cfr.  p.  16.  —  L'ultimo  è  caudato. 

(4)  Cfr.  p.  15. 

(5)  Consone  per  una  bellissima  donna  che  se  partì.  Cfr.  p.  31. 

(6)  Il  terzo,  sebben  privo  del  rappicco,  è  collegato  al  precedente  dall'identità  delle  rime,  e  fi- 
nisce con  una  coppia  a  rima  baciata.  Tuttavia  lo  notiamo  anche  separatamente  in  quest'  indice 
(«  Di  quanto  t'agio  amata  ecc.  »). 

(7)  Cfr.  p.  44. 

(8)  De  partita. 

(9)  Cfr.  p.  33  n. 

(10)  Cansone  de  canto  de  lamento. 

(11)  Cfr.  p,  83  n. 

(12)  Cfr.  p.  32  n. 

(13)  Proposta  de  Franco  Oa.ta  al  decto  Babor  [de  Mitro]  per  le  consonantie.  Tien  dietro  allo 
Btr.  :  «  Patte  mio  caro  ecc.  ». 


84  F.  FLAMINI 

•Io  vedo,  che  ogni  tempo  passa  via  (1)  St  •  E,  131  b. 
Io  voglio  che  s'intenda,  e  che  se  dica  St.-Ey  41. 
Io  volea  dire  ad  mente  C.  in  Rm.  (2).  -  E,  145  b. 
Ippolito,  la  toa  Fedra  in  la  presente  10  Stt  (3).  -  E,  75. 

La  dolce  lira  toa,  che  m'hai  mandata  5  Stt.  (4)  -  E,  29  ò;  R,  123  6;  Torr.,  149. 

La  fede  che  se  dà  sensa  pensare  St.  -  E,  37  6. 

La  fine  sempre  de  li  mei  martiri  St.  -  E,  23  ;  R,  140  (ad.). 

La  longa  fede  e  quillo  amor  ardente  5  Stt.  (5).  -  E,  54. 

L'amor  mio  quando  cresce  e  quando  manca  St.  e. -E,  22ft;  R,  140  (ad.). 

L'amor  mio  quando  cresce  e  quando  manca  St.  -  E,  HO  (6). 
*La  nave  a  la  fortuna  destinata  4  Stt.  (7)  -  E,  22;  R,  139  (ad.). 
*La  negra  polve  de  la  carne  mia  St.  (8)  -  E,  27  e  57  (9). 

La  notte  è  longa  a  chi  non  pò  dormire  St.  -  E,  110  6. 

Lassame,  Amore,  poi  che  m'ài  lassato  2  Stt.  -  E,  236;  R,  141  (ad.). 

Lassa,  non  lasso,  vàtene,  non  vao  St.  -  E,  20  6;  R,  142  (ad.). 

Lassote  questa  lettera  affannosa  9  Stt.  (10).  -  E,  31  6. 

La  prima  toa  partensa  me  fo  dura  2  Stt. -E,  18  e  80;  R,  129  6  - 130  (ad.). 

La  voce  che  oramai  più  non  s'intende  9  Stt.  (11).  -  E,  124  6. 

La  voce  e  '1  mio  cantar,  che  dolcemente  St.  e.  -  E,  162  6. 

Le  lacrime  per  dolor  chiuse  se  stano  St.  -  E,  186. 

Libera  e  sensa  forsa  te  obligaste  St.  -  E,  37  6. 
•Li  spirti  afflicti  per  pietà  del  core  St.  (12)  -  E,  20  6;  R,  142  (ad.). 

L'umilitade  mia  sera  bastante  -5^  -  E,  36  6  e  136  6;  R,  43  (ad.). 

Magnanimo  Federico  Fr.  in  gì.  (13).  -  E,  107. 
Male  contento  fui  quella  giornata  St.  -  E,  136  6. 


(1)  Cfr.  p.  84. 

(2)  Cfr.  lA  72. 

(3)  Bpiitoìa  di  Phtdra  ad  HyppoUto  translata.  —  L'ultimo  è  caadato. 

(4)  A  cUuwano  di  oan  tien  dietro  nei  mss.  e  nell'  edÌEÌone  una  risposta  del  Bakoxk  di  Fata* 
ROTTA,  di  cai  la  prima  com.  :  <  La  raza  rima  mia  mal  misurata  ».  Missire  e  risposte  eon  tntte 
sulle  due  medesime  rime.  Ve  n'ha  di  10  versi  alterni. 

(5)  Kpiitola  in  rima  per  T.  —  L'ultimo  è  caadato. 

(6)  Ha  comuni  alcuni  Tersi  col  precedente,  ma  non  è  il  medesimo. 

(7)  Cfr.  p.  34. 

(8)  Cfr.  p.  88. 

(9)  La  seconda  Tolta  con  qoalohe  notabile  Tarietà  di  lesione. 

(10)  CanMoU  per  U  dui  betti  ochii  d«  ìa  mia  donna,  ehiamaU  dut  htc«rnt.  —  QnaiU  mbrica 
induce  a  pensare,  che  il  cod.  Estense  derivi  direttamente,  o  quam,  dall'autografo. 

(11)  Epistola  in  mtìì.  —  L'ulUmo  ò  caudato. 
(18)  Cfr.  p.  34. 

(18)  Cfr.  p.  62. 


FRANCESCO   GALEOTA  85 

Manda  ne  gli  ochii  mei  di  quella  vena  ^S*.  (1).  -  E,  17. 
IVIille  disdegni  e  più  mille  tormenti  St.  -  E,  191  ;  R.  131  b  (ad.). 
Misera  e  stanca,  afficta  vita  mia  -S^.  -  E,  156;  R,  135  (ad.). 
Misera,  quanti  affanni  e  quanta  doglia  St.  e.  -  E,  43. 
Misero  me,  che  so'  sensa  speransa  St.  -  E,  44. 
Misero  me,  chi  è  chi  se  lamenta?  *S'^.  (2).  -  E,  26;  R,  144  b  (ad.). 
Misero  me,  ch'io  sto  sensa  speransa  St.  -  E,  2&b;  R,  136  (ad.). 
Misero  me,  per  tropo  amor  t'offendo  St.  -  E,  185  b. 
Misura  cento  volte  et  una  taglia  4  Stt.  (3)  -  E,  55  &;  R,  137  (ad.). 
Morte  ad  un  tempo  dui  n'occiderai  St.  -  E,  38. 
Morte,  fuggi  da  me,  ch'io  non  te  voglio  St.  -  E,  53;  R,  135  6  (ad.). 
•Movo  le  corde  a  consonar  la  lira  St.  e.  (4).  -  E,  35;  R,  126. 

*Napuli  bella,  desiata  tanto  2  Stt.  (5).  -  E,  26. 

Né  fallo  0  mancamento  io  te  pensai  St.  -  E,  192  b. 

Non  creder  che  già  mai  ponto  né  ora  3  Stt.  -  E,  57  b. 

Non  curo  del  dolor,  del  mio  tormento  St.  -  E,  12  6  e  131. 

Non  è  di  fraude  lo  mio  vero  amore  St.  e.  -  E,  158. 

Non  ha  tante  unde  il  mare  tempestando  St.  -  E,  21  b  e  114. 
*Non  mi  venir  in  somno  a  molestare  2  Stt.  (6)  -  E,  36. 

Non  pensar  mai,  ch'io  pensi,  o  parli,  o  dica  -S'^.  -  E,  12  6. 

Non  pò  star  lieto  l'animo  mio  quando  St.  -  E,  38. 

Non  spero,  che  già  mai  parie  profeta  St.  -  E,  67. 

Nullo  disdegno  mai,  nulla  pagura  St.  -  E,  21  e  106  6;  R,  138  6  (ad.). 

0  Amore,  io  te  lo  dico  Br.  con  St.  -  E,  194;  R,  113  (ad.). 
0  crudel  donna  ingrata  Br.  con  St.  (7)  -  E,  63. 
0  falso  mondo  ingrato  C.  in  Rm.  -  E,  1336;  R,  115. 
*0  Fortuna,  volta  volta  Br.  con  St.  (8)  -  E,  197;  R,  118  6  (ad.). 
Ogni  altra  fantasia  sera  fugita  St.  -  E,  131  6. 


(1)  Soneto  facto  passando  per  S.  Maximim,  dove  sta  la  gloriosa  figura  di  Magdalena,  andando 
per  ambassatore  al  Re  de  Franzo. 

(2)  C.  in  dialogo. 

(3)  Cansone  de  proverbi  di  una  consonansia. 

(4)  Preposta  de  Fran.co  Ga.to  al  Baro»  di  Mpeo.   Questi  risponde  collo  str.  «  Ben  par  comò 
«  vincendo  ella  se  gira  »,  a  doppia  coda.  Cfr.  p.  39. 

(5)  Canzon  facto,  in  Levante  in  Najpu\l\\  de  Romania. 

(6)  Cfr.  p.  36. 

(7)  Cansone  disperata. 

(8)  Cfr.  p.  54. 


86  F.  FLAMINI 

Ogni  cosa  è,  ch'ai  debito  suo  rende  St.  -  E,  162. 

Ogni  cosa  furiosa  Br.  con  St.  (1)  -  E,  65  &. 

Ogni  giorno  in  pena  passa  Br.  con  St.  (2)  -  E,  61  ;  Mano.,  126  (ad.). 

Ogni  persona  me  diceva:  lassa  St.  -  E,  52. 

0  maledetta  femina  fallace  «S"^.  -  E,  11. 

0  maledetta  lingua,  e  quanto  errore  St.  e.  •  E,  192;  R,  133  (ad.). 

0  misero  colui,  che  conta  l'ore  St.  -  E,  55  è. 

0  se  cent'anni  avesse  con  dolore  St.  •  E,  191  b. 

O  tempo  bono,  e  chi  me  t'ha  levato  St.  -  E,  67. 

0  tempo  bono,  e  come  si  tornato  St.  (3)  -  E,  110. 

0  vita  amara,  tanto  disperata  St.  e.  -  E,  25;  R,  143  6  (ad.). 

0  vos  omnes,  qui  transitis  per  la  via  Caja.  (4).  -  E,  163. 

Pace  dimando,  e  non  più  guerra  ormai  St.  e.  -  E,  158  J. 

Padre  del  ciel,  e  de  la  terra  artista  S.  (5)  -  E,  199. 

Padre  mio  caro,  è  ver  che  quella  fé  St.  e.  (6)  -  E,  169  b. 

Pariamo  el  core,  e  diceme:  che  fai  C  in  Rm.  (7)  -  E,  9. 

Partendo  tu,  partendo,  amando  ancora  St.  -  E,  20  6;  R.  142  6  (ad.). 

Pasco  la  vita  mia  solo  de  pianto  St.  (8)  -  P,  34;   R,  106  6  (ad.);  Torr.. 

140;  Mano.,  34  e  93. 
Pensando  ad  ognie  mio  grave  peccato  St.  (9).  -  R,  122  b  ;  Torr.,  147. 
Per  altro  non  m'è  grave  la  partita  83  Stt.  (10). 
Perché  t'impacci  di  chi  non  se  cura  St.  e.  -  E,  192;  R,  133  (ad.). 
Per  la  colpa  d'altrui  sono  in  tormento  2  Stt.  -  E,  157. 
Per  quello  ardente  amor  ch'ai  dimonstrato  8  Stt.  (11).  -  E,  151. 
Per  troppo  desiar,  lasso,  in  fastidio  Cap.  (12).  -  E,  6  6. 


(1)  OamoH*  antiraUva  pur  p*r  canto. 

(2)  Cantone  éU  rteordanta  d*  ìa  mori». 

(8)  SomigllaniiBBimo  &1  precedente,  ma  non  lo  steiso.  Ne  conaerr»  le  rime. 

(4)  Orationé  tUl  Vtner  tanto. 

(5)  Sontto  eompotto  in  modo  d«  tuppUcationt  a  Dio. 

(6)  Bùponde  per  le  rime  allo  i tr.  :  «  Figliol  mio  caro,  non  se  trora  fò  »  del  Bàsom  bb  Mobo, 
e  gli  tien  dietro. 

(7)  Ragionati  il  cort  t  ranima. 

(8)  In  forma  d'ottava. 

(9)  Strat^tto  mandaio  da  Mtu.  Praneneo  (Mioto  <U  Baroni  do  te  /iMorotts,  ttonilà  «I  «^ 
puìero  m  vtmrdi  tanto. 

(10)  Cfr.  p.  16,  n.  2. 

(11)  OraHone  del  nottro  Signore  Idio  facto  ptr  Franctteo  Ga.ia. 

(12)  Cantont  in  ttruteiola  a  modo  d'tgrogha ,  compottoi  wtdondo  piangor*  TtrinUa,  dubitando 
eht  timulato  tal  pianto  non  futt*. 


FRANCESCO  GALEOTA  87 

Pervenga  el  pianto  mio  tanto  angoscioso  16  ^tt.  (1).  -  E,  139  b. 

Pianga  con  meco  quella  sventurata  2  Stt.  -  E,  15  e  131  (2). 

Piange  Tamara  vita  Br.  con  St.  (3).  -  E,  18. 

Piangendo  gli  ochii  mei  l'amara  vita  15  Stt.  (4),  -  E,  127. 

Piglia  lo  pianto  e  piglia  li  sospire  St.  -  E,  17  b. 

Poi  che  fortuna  a  torto  me  molesta  St.  -  E,  61. 

Poi  che  fu  fortuna  mia  Br.  con  St.  (5).  -  E,  40. 

Poi  che  la  lingua  mia  non  pò  parlare  C.  in  Rm.  (6)-  -  E,  132. 

Poi  che  la  pena  mia  sempre  è  più  dura  St.  -  E,  12;  R,  134  (ad.). 

Poi  che  la  vista  toa  m'è  stata  tolta  St.  -  E,  51. 

Poi  che  l'è  secco  il  fonte  de  mercé  St.  -  E,  169. 

Poi  che  sarò  da  te  dilontanato  aS'^  -  E,  159. 

Poi  che  sarò  da  te  domenticato  St.  -  E,  ìi  b;  R,  134  (ad.). 

Poi  la  partensa  toa  se  me  vidisse  St.  -  E,  136  b;  R,  136  b  (ad.). 

Pregoti,  che  me  lassi  o  vivo  o  morto  3  Stt.  -  E,  43  b. 

Primavera  per  mi  non  ha  più  fronde  St.  -  E,  52. 

Primavera,  se  mai  parse  più  lieta  St.  -  E,  12  e  130  &. 

Provvedi,  alto  Signor,  dove  Fortuna  St.  e.  -  E,  192  b;  R,  134  (ad.). 

Qualche  tempo  te  ricorderai  St.  (7).  -  E,  39. 

Quando  da  gli  ochii  mei  lontana  stai  St.  -  E,  17  &  ;  R,  28  &  (ad.). 

Quando  del  viso  tuo  fai  caristia  St.  -  E,  50  &. 
♦Quando  era  meza  nocte  che  sonava  St.  (8)  -  E>  25;  R,  143  &  (ad.). 

Quando  era  tanto  forte  namorato  St.  -  E,  27. 

Quando  io  me  vedo  in  puhlico  presente  St.  -  E,  53;  R,  50  (ad.). 

Quando  lo  mare  vederai  senz'onde  St.  -  E,  21;  R,  138  &  (ad.). 

Quando  mi  avevi  stretto  in  le  to  mano  St.  -  E,  77  b. 

Quando  mi  trovo  solo  cavalcando  St.  -  E,  11. 
•Quando  te  cridi  star  da  me  nascosa  St.  (9)  -  E,  24  ;  R,  141  (ad.). 

Quante  so'  quelle  fiamme,  che  se  stanno  St.  -  E,  38  &  ;  R,  130  (ad.). 

Quanti  pian,  quanti  monti  e  quante  rive  2  Stt.  -  E,  162  b;  R.  40  (ad.). 


(1)  Cfr.  p.  69. 

(2)  Per  la  htcerna.  —  La  seconda  volta  rultimo  è  caudato. 

(3)  Caneion  de  partita  per  canto. 

(4)  Spiatola  in  versi  per  la  mi  lucerna.  Cfr.  p.  84,  n.  10.  L'ultimo  è  caudato. 

(5)  Cantone  per  canto. 

(6)  Cansone  per  la  mia  lucerna. 

(7)  Sono  10  versi  alterni. 

(8)  Cfr.  p.  35. 

(9)  hi. 


5»  F.  FLAMINI 

Quanti  punti  e  quante  ore  sono  al  giorno  St.  -  E,  185  b. 

Quanti  sol,  quanti  mari  e  quanti  fiumi  St.  -  E,  47.  * 

Quanti  sospiri  e  lacrime  te  mando  St.  •  E,  12. 

Quanti  sospiri  e  lacrime  versare  8  Stt.  (1). 

Quanto  ch'io  parlo  e  penso  e  quanto  scrivo  3  Stt.  -  E,  53. 

Quanto  fo  dura  quella  mia  nemica  St.  -  E,  27. 

Quanto  ha  che  '1  mio  bel  fonte  aqua  non  rende  St.  e.  -  E,  155  b. 

Quell'ora  maledetta  e  despietata  St.  -  E,  161  b. 

Quel  serpe  eh' è  nascoso  dentro  l'erba  3  Stt.  -  E,  35. 

Questa  cansone  sensa  ch'io  te  dica  St.  -  E»  37. 

Questa  crudele  mia  fiamma  secreta  4  Stt.  (2)  -  E,  19  b. 

Questa  mia  dura  partita  Br.  con  St.  (3).  -  E,  66  &. 

Questi  begli  ochii  toi  m'ànno  forsato  4  Stt.  -  E,  8  6. 

Questo  è  quel  loco,  donde  solea  stare  2  Str.  (4).  -  E,  51  b. 

Questo  tempo  rio  comporto  Br.  (5).  -  E,  59  b. 

Rendomi  in  colpa  io  miser  peccatore  14  Stt.  -  E,  152  ò;  R,  57  6  (ad.)  (6). 

Sai  che  te  dico?  impara,  se  non  sai  St.-E,  Al  b. 
Saziati,  eh'  io  non  voglio  più  oramai  5^  -  E,  156. 
Se  da  la  vista  toa  so  allontanato  St.  -E^  ìiSb. 
Se  fosse  stato  al  tempo  de  Vergilio  S.  (7).  -  R,  29  &;  Torr.,  127. 
Se  freno  al  foco  mio  non  fusse  stato  St.  -  E,  51. 
Se  gli  occhi  mei  potessero  parlare  St.  -  E,  53. 
Se  gli  occhii  mei  sapessero  parlare  St.  (8).  -  E,  130  b. 
*Se  io  mai  ritorno  a  lo  mio  tempo  bono  St.  (9)  •  E,  24  6;  R,  141  b  (ad.). 
Se  io  metto  foco,  poe  vento  menare  St.  -  E,  38. 
Se  io  quanto  tengo  in  core  se  vedesse  ^S^.  •  E,  38. 
Sei  tu,  Norima  mio,  maestro  affabile.  Egl.  polim.  (10).  •  E,  137. 
Se  la  fortuna  la  sua  rota  volta  St.  (11).  -  E,  63. 


(1)  Lèttera  in  terti  per  1$  ìuctrtu.  —  Tatti  strambotti  sulle  due  stesse  rime;  il  teno  eaodaio. 

(2)  In  forma  d'epistola. 

(3)  Canson»  dt  partmta. 

(4)  Camom  per  el  luoco  do9e  eoUtmo  iiare  le  htcertte.  H  secondo  è  caudato. 

(5)  Cantone  de  canto^  che  io  atpeetar  è  duro. 

(6)  Cof^etsione  de  teete  peccati  mortali  (B). 

(7)  Bl  Oalioto  al  Guardato. 

(8)  Per  la  lucerna. 

(9)  Cfr.  p.  35. 

(10)  Cfr.  p.  65. 

(11)  Di  soU  6  versi  alterni? 


FRANCESCO   GALEOTA  89 

Se  l'alma  trista  in  questa  mia  partita  St.  -E,  11  b;  R,  133  6  (ad.). 

Se  la  tua  umanità  sentuta  avesse  4  Stt.  (1).  -  E,  150  b. 

Se  mille  offese  a  torto  o  mille  inganni  St.  -  E,  37. 

Se  mille  vite  avesse  e  mille  morte  St.  -  E,  24  6  e  55(2);  R,  143  6  (ad.). 

Seogi  non  te  veo,  eh'  è  la  gran  festa  St.  -  E,  24  b;  R,  141  b  (ad.). 

Se  vedi  il  mondo  misero  che  sta  St.  e.  (3).  -  E,  161  b. 

Se  voi  sapere,  come  vive  e  campa  St.  -  E,  158  b. 

Son  dolci  al  ben  servir  li  mesi  e  l' anni  Canz.  a  Rm.  (4),  -  E,  5. 

Son  passar  solitario  tornato  St.  -  E,  110  6. 

Sorda  è  l'alma  mia  cotanto  acuta  C.  a  Rm.  (5).  -  E,  3. 

Speranza  mia,  che  si  tardo  veniste  St.  -  E,  159. 

Stanco  del  sempre  sospirar  tacendo  2  Stt.  -  E,  28;  R,  142  6  (ad.). 

Stanco  mi  trovo  e  pieno  de  fatica  <S^.  -  E,  193. 

Stare  non  pò  più  l'alma  senza  '1  core  St.  -  E,  28;  R,  143  (ad.). 

Tanto  fo  grande  quella  disciplina  2  Stt.  (6).  -E,  29;  R,  123;  Torr.,  147. 

Tengo  le  fiamme  si  richiuse  al  core  2  Stt.  -  E,  52  6. 

Tirintia  bella,  che  m'  hai  preso  il  core  St.  -  E,  187  6. 

Tirintia,  la  bella  e  bianca  mano  2  Stt.  (7).  -  E,  187. 

Tirintia,  vedi  ben  quanto  gran  torto  4  Stt.  -  E,  188  6. 

Tristi  son  gli  ochii  mei  pieni  d'ardore  St.  -  E,  55;  131  6  (ad.). 

Tu  ben  conosci  la  mia  ardente  pena  St.  -  E,  36. 

Tu  che  ài  veduto  e  vedi  el  mio  cor  lasso  2  Stt.  -  E,  15  6. 

Tu  che  me  vidi  el  cor  de  parte  in  parte  2  Stt.  -  E,  16. 

Tu  lieta  lieta  for  dell'onde  stai  St.  -  E,  114. 

Tu  m'  hai  si  forte  desdignato  el  core  St.  -  E,  159. 

Tu  sola  poi  alquanto  consolare  St.  -  E,  52. 

Tu  stai  ristretta  e  chiusa  in  presonia  St.  -E,  110  6. 

Tu  ti  stai  lieta,  e  dormi  a  la  secura  St.  -  E,  67  6;  R,  138  (ad.). 

Tutta  la  vita  mia  conven  che  dica  St.  -  E,  131  6. 

Tutto  quel  mal  che  tu  m'hai  pensato  St.  -E,  24;  R,  141  6  (ad.). 

Tu  vedi  ben  che  li  toi  ochii  fanno  St.  -  E,  12  6. 


(1)  S[acrà]  iZ[eofe]  Miaes]tà. 

(2)  La  seconda  volta  con  leggiere  varietà  dì  lezione. 

(3)  De  Morte. 

(4)  Cantone  facto  che  se  deve  estimare  pùi  el  senno  che  la  belleza. 

(5)  Cansone  per  la  sua  dona  che  li  fu  nascosa. 

(6)  Risposta  de  Francesco  Gó  {a  due  altri  Del  Baeon  db  la  Favarotta:  «  Dimme,  Francesco, 
«  s'Amore  ne  inclina  »,  che  precedono  ne'  mss.  e  nell'  edizione).  Il  secondo  è  caudato.  —  In  B 
precede  anche  lo  stramhotto  del  GJaleota  «  Pensando  ad  ogfnie  mio  grave  peccato  ». 

(7)  Entrambi  per  Tirinzia. 


90      •  F.   FLAMINI 

Udite  el  mio  dolor,  gente  che  andate  21  Stt.  (1).  -  E,  70. 
Una  dolce  et  una  amara  Br.  con  St.  (2).  -  E,  45  b. 
Uno  fatica  e  sparge  la  semensa  3  Stt.  -  E,  48  b. 
•Un  povero  villano  e  zappatore  2  Stt.  (3)  -  E,  58. 
Un  tempo  piansi  e  la  mia  doglia  scripsi  St.  -  E,  12. 

•Va',  dormi,  cane,  e  posate  la  testa  St.  (4)  -  E,  28  6;  R,  143  (ad.). 
Vedi  chi  t'ama,  e  prova  chi  a  te  piace  St.  -  E,  39. 
Ventura,  torna  e  sei  la  ben  venuta  St.  -  E,  155  &. 
Vidi  na  dura  marmerà  cavare  St.  -  E,  44. 
Vignion,  Coment,  là  dov'  ella  nacque  S.  (5).  -  E,  16  b. 
Vive  in  terra  una  fenice  Br.  con  St.  -  E,  199. 
Vivendo  non  poria  mai  far  Fortuna  St.  •  E,  130. 
Vivo  in  piacere,  e  pascome  di  guai  St.  -  E,  70. 
Volesse  mia  fortuna,  che  tornasse  7  Stt.  (6).  -  E,  123;  R,  50  b. 


(1)  Cansone  in  modo  de  Epistola  d*  pasiiotu  amaristima.  —  L'nltiino  è  candato. 

(2)  Catuone  de  canto  in  dubio. 

(3)  Cfr.  p.  31. 

(4)  Cfr.  p.  35. 

(5)  Soneto  composto  passando  psr  Comonto  dov»  nacqu»  Madona  Laura. 

(6)  Epistola  in  versi.  —  L'altimo  è  caudato. 


su  L'ORDINAMENTO  DELLE  POESIE  VOLGAEI 

DI 
Fli-AJMOESCO     FETI^-A-HO-A.  (1) 


XXXVII  canz.  Italia  mia. 

La  bella  disputa  circa  il  luogo  e  il  tempo  ne'quali  fu  composta 
questa  canzone,  dura  da  un  pezzo;  e  tutt' i  più  dotti  critici  vi 
si  sono  affaticati  con  tanto  ardore,  che  non  s'intende  come  non 
sian  riusciti  finora  a  accordarsi  sul  risultato.  Rifacciamoci  un 
po'  da  capo  e  vediamo,  lasciando  da  parte  le  argomentazioni  di 
carattere  soggettivo ,  di  raccogliere  e  raffrontare  tutt'  i  dati  di 
fatto  recati  dagli  illustri  uomini  a  vantaggio  della  lor  tèsi. 

I  primi  commentatori  del  '500,  il  Vellutello,  Fausto  da  Longiano, 
il  Gastelvetro,  e  poi  giù  giù  altri  molti,  fino  al  Leopardi,  tennero 
che  la  canzone  fosse  stata  composta  per  la  calata  di  Ludovico 
il  Bavaro  in  Italia,  l'anno  1328.  Quest'opinione  del  resto,  sospet- 
tata 0  combattuta  dal  Gesualdo,  dal  De  Sade  (2)  e  da  altri,  ora 
è  lasciata  da  parte:  di  fatti,  le  sta  contro,  non  che  altro,  la  cer- 
tezza che  il  Petrarca  nel  1328  fu  sempre  in  Provenza  e  non  mai 
in  Italia;  dove  invece  egli  stesso  dichiara  di  trovarsi  nella  canzone: 

Piacemi  almen  eh'  e'  miei  sospir  sien  quali 

Spera  1  Tevere  e  FArno, 

E  '1  Po  dove  doglioso  e  grave  or  seggio. 

Ripigliati  in  esame  gli  argomenti  della  più  parte  degli  anteces- 
sori ;  espugnata  la  congettura  su  la  calata  del  Bavaro,  il  Carducci 
stimò  non  rimanere  probabile,  anzi  consentanea  al  vero,  se  non 


(1)  Continuazione  e  fine.  Vedi  voi.  XIX,  p.  229. 

(2)  Op.  cit,  li,  p.  187. 


92  G.   A.  CESAREO 

l'opinione  del  De  Sade  :  che  la  canz.  Italia  mia  fosse  stata  composta 
dal  Petrarca  nel  tempo  della  sua  seconda  dimora  in  Parma  (1). 

Le  ragioni  del  Carducci  sono:  la  perfetta  convenienza  della 
canzone  alla  guerra  che  si  combatteva  intorno  a  Parma  da  pa- 
recchi signori  d'Italia,  gli  Estensi  e  i  Gonzaga,  i  Visconti  e  gli 
Scaligeri,  i  Pepoli  e  gli  Ordelaffl,  da  una  parte  e  dall'altra;  il 
luogo  della  canzone  nella  distribuzione  antica  e  originale  del 
Canzoniere,  dove  la  si  trova  in  mezzo  a  due  altre  per  Laura, 
In  quella  parte  e  Di  pensier  in  pensier,  composte,  secondo  il 
Carducci,  a  punto  in  quegli  anni.  Circa  le  interpretazioni  sue 
de'  luoghi  difficili,  diremo  più  avanti. 

Ma,  quasi  al  tempo  stesso,  un  altro  insigne  maestro  di  scienza 
letteraria,  il  D'Ancona,  non  si  rimase  contento  a  tali  ragioni  ;  e 
in  nota  a  un  suo  dotto  discorso  circa  II  concetto  deW  unità  po- 
litica {2),  dichiarò  di  discostarsi  dall'opinione  comune,  secondo 
la  quale  la  canzone  sarebbe  stata  composta  in  tempo  anteriore 
a  quello  ch'ei  ravvisava  più  probabile,  vale  a  dire  al  1370.  Il 
D'Ancona  si  ferma  «  soprattutto  a  due  punti  :  la  menzione  del 
«  Po,  e  gli  aggiunti  doglioso  e  grave  ».  E  non  gli  sembra  che  il 
Petrarca,  essendo  in  Parma,  potesse  dire  di  sedere  sul  Po.  Dunque 
ei  ricerca  una  città,  fra  le  tante  abitate  dal  Petrarca,  posta  pro- 
priamente su  codesto  fiume;  e  si  ferma  a  Ferrara.  «  Ivi  el  fu, 
«  tra  le  altre  volte,  ma  veramente  doglioso  e  grave,  cioè  do- 
«  glioso  per  malattia  e  grave  d' anni,  nel  1370  ». 

Finalmente  un  critico  che  alla  molta  e  originale  dottrina  con- 
giunge straordinaria  intelligenza  dell'arte,  Bonaventura  Zumbini, 
s'oppose  recisamente  alla  proposizione  del  D'Ancona. 

Lo  Zumbini,  pigliando  in  esame  la  canzone,  dapprima  ribatte 
con  nuovi  argomenti  la  congettura  ornai  smessa  su  la  calata  del 
Bavaro;  ma  poi  anche  sostiene  che  la  canzone  non  potè  essere 
scritta   dopo  il  1361.   Prima  di  tutto,   non  sembra  probabile  al 


(1)  Op.  cit.,  pp.  118-134. 

(2)  Gfr.  negli  Studj  di  critica  e  storia  letteraria,   Bologna,  Zanichelli, 
1880:  nota  65. 


su  l'ordinamento  delle  poesie  volgari  di  F.  PETRARCA       93 

critico  calabrese  «  che  il  Petrarca  scrivesse  all'età  di  sessanta- 
«  sei  anni  una  delle  più  belle,  se  non  la  più  bella  addirittura, 
«  delle  sue  poesie  »;  poi  anche  egli  osserva  che,  imprecando  alle 
compagnie  mercenarie  verso  il  1370,  il  poeta  non  avrebbe  no- 
minati Bavari  soli  e  Tedeschi,  ma  anche  Inglesi,  Francesi,  Nor- 
manni, Spagnuoli,  tutta  gente  venuta  in  Italia  dal  '60  in  poi.  E 
raffrontata  la  canzone  con  alcuni  passi  della  FamzL,  XXII,  14, 
scritta  a' 27  febbraio  1360,  e  del  libro  De  vita  solitaria,  II,  IV, 
4  (1),  lo  Zumbini  con  chiude  che  la  canzone  Italia  mia  non  può 
essere  stata  immaginata  fuor  che  nell' inverno  del  '44:  né  certo 
in  odio  all'Impero,  sempre  ammirato  e  lodato,  come  istituzione, 
dal  poeta;  anzi  per  dispetto  di  quelle  forastiere  e  vili  masnade, 
che  alla  distruzione,  e  non  alla  difesa  dell'Impero,  accorrevano, 
come  corvi  affamati,  dal  Settentrione. 

Ma  lo  Zumbini,  nel  calore  della  sua  bella  confutazione,  non  si 
ricordò  d'oppugnare  i  due  particolari  argomenti  del  D'Ancona: 
l'uno,  dell'interpretazione  data  al  verso: 

E  '1  Po  dove  doglioso  e  grave  or  seggio, 

l'altro,  dell'interpretazione  agli  aggettivi  «  doglioso  e  grave  ». 

Il  D'Ancona  non  ammette  che  il  poeta,  con  quel  verso,  possa 
intendere  Parma.  Sta  bene;  ma  il  valentuomo  ammetterà  sicu- 
ramente che  vi  s'intenda  una  riva  del  Po;  giacché  «ninno», 
riferisco  le  argute  parole  di  Francesco  d'Ovidio  (2),  «  fu  mai  cosi 
«  sottile  da  arrischiarsi  fino  a  sospettare  che  il  poeta  scrivesse 
«  la  canzone  seduto  in  una  barchetta  sul  Po,  o  addirittura  ac- 
«  coccolato  nell'acqua  ».  Ma  che  il  poeta,  dimorando,  se  non  in 


(1)  Studi  sul  Petrarca,  Napoli,  Morano,  1878,  pp.  213-241.  Il  Gaspary, 
loc.  cit.,  p.  486,  sospetta,  per  la  citazione  di  codesto  luogo  del  De  Vita  so- 
litaria, che  la  canzone  possa  essere  stata  composta  del  1356  ;  ma  più  ragioni 
contrastano  con  tale  ipotesi,  segnatamente  quella  del  verso  E  7  Po  dove 
doglioso  e  grave  or  seggio,  che  non  può  certo  essere  stato  scritto  né  in 
Milano,  né  in  Praga;  i  soli  luoghi  ove  il  poeta  dimorasse  quell'anno. 

(2)  Sulla  Canzone  «  Chiare,  fresche  e  dolci  acque  »,  in  Nuova  Antologia, 
16  gennaio  1888,  p.  248. 


94  G.  A.  CESAREO 

Parma  precisamente,  almeno  in  Selvapiana,  si  figurasse,  non  im- 
porta se  a  torto  o  a  ragione,  di  star  su  la  riva  destra  del  Po, 
ce  l'attesta  egli  medesimo  in  un'epistola  poetica  a  Barbato  di 
Sulmona  ;  quella  a  punto  del  lib.  II,  che  comincia  Dulcis  amice, 

vale  : 

.  .  .  me  dextera  regis 

Ripa  Padi^  laevumque  patris  latus  Apennini 

Arvaque  pontifrago  circum  contermina  Parmae^ 

Nunc  reducem  expectant  planaeque  umbracula  sylvae; 

che  significa  :  —  Me  aspettan  ora  tornante  la  destra  riva  del  regal 
Po,  e  il  lato  sinistro  del  patrio  Apennino,  e  i  campi  vicini  a 
Parma  e  l'ombre  di  Selvapiana.  —  Dunque  a  Selvapiana  il  poeta 
era  persuaso  di  trovarsi  in  riva  al  Po,  di  sedere  sul  Po;  e  a 
me  non  par  punto  strano  che  propriamente  in  Selvapiana,  dove 
pure  aveva  ripresa  l'intermessa  sua  Africa,  ei  componesse  anche 
la  maravigliosa  canzone. 

Circa  il  «  doglioso  e  grave  »  che  il  D'Ancona  traduce:  doglioso 
per  malattia  e  grave  d' anni,  io  non  so  perchè  s'abbia  a  tener 
giusta  la  sua  interpretazione  più  tosto  che  quella  d'altri  critici 
egregi,  i  quali  intendono:  aggravalo  dalla  doglia  d'un  feroce 
assedio  e  d'una  guerra  fratricida.  «  Come,  soggiunge  il  D'Ovidio, 
«se  l'esser  vecchio  di  sessantasei  anni  ed  ammalato,  fosse  una 
«buona  condizione  per  far  quel  capolavoro  di  poesia!  »(1). 

Se  poi,  com'è  probabile,  il  V.  L.  3195  fu  veramente  trascritto 
parte  dal  poeta  medesimo,  parte  dal  figliuolo  Giovanni,  la  data 
proposta  dal  D'Ancona  riesce  insostenibile  affatto.  Nel  V.  L.  3195 
la  canzone  all'Italia  si  trova  ricopiata  di  mano  del  menante  tra 
le  rime  anteriori  al  foglio  38 1?,  dove  comincia  la  trascrizione 
del  poeta.  Or  se  Giovanni,  morto  nel  1361,  ricopiò  quella  canzone, 
ella  non  potè  esser  composta  di  certo  nel  1370,  nove  anni  dopo 
che  il  ricopiatore,  o  amanuense  o  menante  che  dir  si  voglia,  era 
morto. 


(1)  Sulla  Cantone,  loc.  cit.,  p.  247. 


su  l'ordinamento  delle  poesie  volgari  di  F.   PETRARCA       95 

Ma  se  anche  il  copista  non  fu  Giovanni,  che  importa?  È  certo 
che  il  poeta  cominciò  a  trascriver  da  sé  de' versi  suoi,  quando 
la  parte  del  codice  uscita  di  mano  altrui  era  scritta  da  un  pezzo. 
Or  bene:  la  trascrizione  del  Petrarca  cominciò  verso  il  1368, 
com'ebbe  a  dimostrare  il  Pakscher:  di  fatti  la  canz.  Ben  mi 
credea,  eh'  è  il  decimosettimo  componimento  di  mano  del  poeta 
nella  prima  parte  del  Canzoniere,  fu  trascritta  in  ord.  rnem- 
branis,  vale  a  dire  nel  V.  L.  3195,  il  23  ottobre  1368,  come  si 
rileva  dalla  postilla  a  f.  15r  del  V.  L.  3196.  E  se  il  23  ottobre 
1368  fu  trascritta  codesta  canzone,  come  potè  esser  composta 
nel  1370,  due  anni  dopo,  la  canzone  all'  Italia,  anteriore  a  quella 
d' un' ottantina  di  componimenti  sul  codice  definitivo? 

Restan  dunque,  a  mio  credere,  incrollabili  la  data  del  De  Sade, 
le  chiose  del  Carducci  e  i  ragionamenti  dello  Zumbini  su  la  can- 
zone, e  segnatamente  su  quel  luogo: 

Non  far  idolo  un  nome 
Vano,  senza  soggetto, 

che  dal  D'Ancona  vien  riferito  all'Impero,  e  dal  Carducci  e  dallo 
Zumbini  alla  fama  infondata  di  valore  delle  masnade  barbariche, 
secondo  l'interpretazione  di  Luigi  de'Marsili,  contemporaneo  e 
amico  del  poeta  (1). 

Io  qui  non  ripeterò  i  dotti  raffronti  e  gli  acuti  argomenti  recati 
dallo  Zumbini  per  sostenere  che  il  Petrarca  non  ebbe  né  potè 
mai  aver  l'animo  a  incitare  gl'Italiani  contro  l'istituzione  del 
sacro  romano  Impero:  al  più,  dopo  le  delusioni  lasciategli  da 
Carlo  IV,  ei  potè  querelarsi  dell'Imperatore  che,  a  parer  suo, 
non  faceva  a  bastanza  per  la  gloria  e  la  dignità  dello  Stato;  a 
quel  modo  che  un  amante,  maltrattato  dalla  sua  bella,  gliene 
dice  di  tutt'i  colori,  ma  senza  nessuna  voglia  di  romperla  dav- 
vero con  lei. 


(1)  Commento  di  una  canzone  di  F.  P.,  per  Luigi  de  Marsili,  pubblicato 
da  C.  Gargiolli,  Bologna,  Romagnoli,  1863,  p.  34. 


96  G.  A.  CESAREO 

Che  abbia  poi  che  vedere  l'Impero  conversi  della  canzone,  su' 
quali  s'  è  tanto  arzigogolato,  io  non  so  intendere.  La  canzone  è 
scritta  principalmente  per  incitare  i  signori  italiani  a  liberarsi 
da'  mercenari  stranieri,  i  quali,  senza  servir  quelli,  mettevano  a 
soqquadro  ogni  cosa;  e,  in  fine,  come  necessaria  conseguenza 
d'un  tale  disarmo  generale,  è  consigliata  e  commendata  la  pace. 
Basta  leggere  senza  preconcetti  l'intera  canzone,  per  certificarsi 
che  il  richiamo  dell'Impero  a  quel  punto  riesce  inaspettato  e  ir- 
ragionevole, qualcosa  che  non  lega,  un  fuor  d'opera,  un  appic- 
cicaticcio, una  zeppa.  Il  poeta,  dopo  aver  lamentato  le  piaghe 
arrecate  all'Italia  dalla  guerra  crudele  di  quegli  anni,  e  aver 
pregato  Dio  di  provvedere  alle  sorti  del  bel  paese  (st.  I)  si 
volge  a'  signori  e  chiede  loro  : 

Che  fan  qui  tante  pellegrine  spade? 

e  gli  ammonisce  di  non  cercare  amore  e  fede  in  gente  prezzo- 
lata, e  ricorda  loro,  secondo  la  Bibbia,  che  più  sono  i  servi,  più 
sono  i  nemici  (st.  II).  Poi,  come  codesti  servi,  vale  a  dire  co- 
desti mercenari,  nel  1344-45,  quando  ferveva  l' assedio  intorno  a 
Parma,  eran  la  più  parte  tedeschi,  il  poeta  considera  amara- 
mente che  tali  rabbiosi  bevitori  e  saccheggiatori  si  sceglievan 
proprio  dal  seme  di  quel  «  popol  senza  legge  »  vinto  da  Mario 
(st.  Ili)  e  debellato  da  Cesare:  e  torna  a  maravigliarsi  che  i 
signori  d'Italia  possan  «Cercar  gente,  e  gradire  Che  sparga'! 
«sangue  e  venda  l'alma  a  prezzo»  (st  IV).  Fin  qui  dunque, 
dell'Impero,  nulla.  Fin  qui  il  poeta  ha  cercato  d'indurre  i  signori 
a  far  a  meno  de' mercenari,  con  ragioni  di  sentimento:  la  patria 
afflitta,  l'amor  de' vicini,  l'obbrobrio  di  chiamare  in  propria  di- 
fesa, a  prezzo,  i  nepoti  de' vinti. 

Nella  stanza  seguente  egli  passa  a  un  altro  ordine  d'argomen- 
tazioni; passa  dalle  ragioni  di  sentimento  a  quelle  d'interesse. — 
Non  v'  accorgete  ancora,  dopo  tante  esperienze,  che  questi  Bavàri, 
questi  Tedeschi,  questi  mercenari  v'ingannano;  perchè  né  anche 
combattono,  ma,  come  dice  il  Marsili,  *  l'uno  s'arrende  all'altro 


su  l'ordinamento  delle  poesie  volgari  di  F.  PETRARCA       97 

<  per  niente  senza  colpo  aspettare  »  (1)?  Figurarsi  se  loro  voglion 
veder  finita  la  cuccagna!  Voi  altri  si  che  ve  la  pigliate  calda, 
e  vi  macellate  da  maledetto  senno,  sferzati  dall'ira,  giacche  com- 
battete per  la  vostra  stessa  causa.  Pensateci  un  poco;  e  vi  con- 
vincerete come  non  può  amarvi  sinceramente  una  moltitudine 
prezzolata.  Dunque,  levatevi  di  torno  codesta  marmaglia,  non  vi 
lasciate  più  illudere  dal  fantasma  dell'  Impero — 

—  L'Impero?  E  che  c'entra  l'Impero?  —  deve  qui  domandarsi 
il  lettore.  0  se  non  s' è  parlato  mai  d'altro  che  di  mercenari,  di 
gente  stipendiata?  Eran  forse  mandati  dall'Imperatore,  costoro?  — 

Oh  no  davvero  !  Dice  lo  Zumbini  :  «  gli  si  è  attribuito  che  in  quei 
«  mercenari  egli  »  il  Petrarca  «  maledicesse  quasi  i  satelliti  del- 
«  r  impero,  quando  in  quei  mercenari  egli  malediceva  i  distrut- 
ti tori  dell'  Impero  !  »  (2).  E  dice  bene. 

La  stravaganza  di  quell'interpretazione  salta  agli  occhi.  Invece, 
come  facile,  come  naturale  e  coerente  diventa  quel  luogo  secondo 
r  interpretazione  del  Marsili  !  —  Levatevi  di  torno  codesta  mar- 
maglia; non  v'esaltate  nella  fama  senza  fondamento  del  suo 
coraggio:  è  colpa  nostra  soltanto  se  la  gente  di  là  su,  di  Germania, 
ha  voce  d'esser  più  accorta  o  più  valorosa  di  noi.  —  E  va  in- 
nanzi cosi  fino  alla  fine,  senza  che  l' Impero  torni  più  sul  tap- 
peto, né  pure  per  le  glosse  de'  critici. 

Dopo  ciò  tutto,  io  non  so  veramente  su  che  cosa  ancora  s'appoggi 
l'opinione  dell' illustre  professore  di  Pisa.  La  canzone  Italia  mia 
non  potè  esser  veramente  immaginata  e  composta  fuor  che  in 
Selvapiana,  nell'inverno  del  1344-45. 

Se  non  che  qui  viene  in  taglio  un  grave  argomento  contro  la 
succession  cronologica.  S'è  visto  che  il  son.  Dicesett' anni  ^\i 
scritto  dell' aprile  1344;  e  d'allora  fino  alla  composizione  di  questa 


(1)  Ch'alzando  1  dito  con  la  Morte  scherza. 

Quante  chiose  non  si  son  fatte  su  questo  verso!  E  pure,  per  intenderlo  di- 
rittamente, bastava  (né  alcuno,  ch'io  sappia,  l'ha  fatto  finora)  ravvicinarlo  a 
quel  passo  presso  che  eguale  della  canz.  Solea  dalla  fontana: 

Or,  lasso,  aìeo  la  mano,  e  l'arme  rendo. 

(2)  Op.  cit.,  p.  233. 

Oiornale  storico,  XX,  fase.  58-59.  7 


98  G.  A.  CESAREO 

canzone  il  Petrarca  non  si  mosse  di  Parma,  come  si  può  rilevare 
dalla  cronologia  comparata  del  Fracassetti,  preposta  alla  tradu- 
zione delle  Lettere  famigliari  e  dalle  note  in  calce  alle  lettere, 
le  quali  a  quegli  anni  si  riferiscono.  Or  bene  :  fra  il  sonetto  e  la 
canzone  air  Italia  intercedono,  neir  ordinamento  dato  dal  poeta 
alle  poesie  volgari,  le  due  canzoni  sorelle  Se  7  pensier  che  mi 
strugge  e  Chiare,  fresche  e  dolci  acqice,  composte  evidentemente 
0  in  Valchiusa  o  ne'  luoghi  abitati  da  Laura.  Nella  prima  in  fatti 
si  trovan  di  questi  versi: 

Odil  tu,  verde  riva. 
E  presta  a'  miei  sospir  sì  largo  volo, 
Che  sempre  ti  ridica 
Come  tu  m'eri  amica. 
Ben  sai  che  sì  bel  piede 
Non  toccò  terra  unquanco, 
Come  quel,  di  che  già  segnata  fosti.  .  . 

con  quel  che  segue.  E  l'altra  comincia  con  la  strofe  famosa: 

Chiare,  fresche  e  dolci  acque 

Ove  le  belle  membra 

Pose  colei  che  sola  a  me  par  donna; 

Gentil  ramo,  ove  piacque 

(Con  sospir  mi  rimembra) 

A  lei  di  fare  al  bel  fianco  colonna; 

Erba  e  fior  che  la  gonna 

Leggiadra  ricoverse 

Con  Tangelico  seno; 

Aer  sacro  sereno, 

Ov'  Amor  co'  begli  occhi  il  cor  m'aperse: 

Date  udienza  insieme 

Alle  dolenti  mie  parole  estreme. 

E  più  sotto,  dopo  aver  richiamato  la  leggiadra  visione  di  Laura 
bionda,  sedente  in  una  gloria  di  fiori: 

Da  indi  in  qua  mi  piace 

Quest^erba  si,  ch'altrove  non  ho  pace. 


su  l'ordinamento  delle  poesie  volgari  di  F.  PETRARCA       99 

Quest'erba  non  può  esser  di  certo  l'erba  di  Selvapiana,  e  d'altra 
parte  tutti  i  commentatori  s'accordano  a  riportare  la  composi- 
zione di  codesti  due  componimenti  in  Provenza,  su  le  rive  di 
Sorga  0,  alla  peggio,  del  Rodano.  Dunque  è  indubitabile  che, 
collocate  tra  il  sonetto  DicesetV anni  e  la  canzone  all'Italia,  le 
sono,  cronologicamente,  spostate. 

XXXVm  son.  Fonmi  ove  'l  Sol. 
Ha  il  verso: 

Continuando  il  mio  sospir  trilustre; 
dovrebb' esser  dunque  del  1342. 

XXXTX  son.  Per  mezz'  i  boschi.        XL  son.  Mille  piagge  in  un  giorno. 

Narra  il  poeta  in  questi  due  sonetti,  i  quali  par  che  si  riferi- 
scano entrambi  al  viaggio  nelle  Ardenne,  com'  e'  si  trovasse  solo 
e  securo  per  quelle  selve, 

Onde  vanno  a  gran  rischio  uomini  ed  arme. 

Il  De  Sade  gli  tenne  composti  nell'estate  del  1333  (1),  e  a  ra- 
gione, perchè  a  punto  raccontando  quel  suo  viaggio  il  poeta  in 
una  lettera  di  quell'anno,  FamU.,  I,  4,  dà  gli  stessi  particolari 
che  prima  avea  resi  col  verso:  Arduennam  sylvam  visu  atram 
atque  horrificam  transivi  solus  et  {quod  magis  (xdmireris) 
belli  tempore;  sed  incautos,  ut  aiunt,  Deus  adiuvat. 

Che  il  Petrarca  fosse  stato  altra  volta,  solo  e  senz'armi,  nei 
boschi  delle  Ardenne  pieni  d'armati,  oltre  che  sarebbe  per  sé 
un  caso  troppo  straordinario,  non  si  rileva  da  alcun  luogo  delle 
sue  0  delle  opere  de' suoi  glossatori;  di  modo  che  riman  fuori 
di  dubbio  che  quei  sonetti  sono  dell'estate  1333. 

XLI  son.  0  bella  man. 
Nel  V.  L.  3196,  a  f.  2 1?,  questo  sonetto  è  preceduto  dalla  po- 


(1)  Op.  cit.,  1. 1,  p.  215  sgg.  Gfr.  Fracassetti,  in  trad.  Famil.,  l  4.  nota. 


100  G.  A.  CESAREO 

stilla  :  d368.  maij  19  veneris  nocte  concumb.  insomnis  din  tan- 
dem surgo.  et  occurrit  hic  vetustissìmus  ante  XXV  annos. 
Se  nell'anno  1368  quel  sonetto  era  antico  di  più  che  venticinque 
anni,  è  chiaro  che  dovè  esser  composto  circa  Tanno  1343. 

XLII  canz.  Ben  mi  credea. 

Nel  V.  L.  3196,  a  f.  15  r,  questa  canzone  è  annotata  cosi  dal 
Petrarca  medesimo:  Tr"  in  alia  papiro  post  XXII  annos.  i368 
dominico  inter  nonam  et  vesperas  22  Octobr.  mutatis  et  ad- 
ditis  usque  ad  comple{mentum)  et  die  lune  in  vesperis  tr' 
in  ordine  membranis.  Qui  segue  la  prima  strofe  della  canzone, 
dopo  la  quale  è  scritto  :  hoc  addo  nunc  1368  Jovis  post  vesperas 
octobr.  19,  E  il  rimanente  della  canzone  continua  sino  alla  fine. 

Il  significato  di  codeste  postille  è  chiaro  a  bastanza,  e  anche 
dimostra  come  sia  da  intendere  in  certi  casi  la  sincerità  d'  un 
poeta.  Perchè,  insomma,  non  può  parer  dubbio  che  quella  can- 
zone, incominciata  del  1346,  fu  mandata  avanti  e  finita  il  19  ot- 
tobre 1368,  e  corretta  e  trascritta  nei  giorni  seguenti  dello  stesso 
mese.  Laura  era  morta  e  sepolta  da  più  di  vent'anni. 

XLin  son.  Beato  in  sogno. 

La  data  di  questo  sonetto  è  ne' versi: 

Cosi  vent'anni  (grave  e  lungo  affanno!) 
Pur  lacrime  e  sospiri  e  dolor  merco: 

dunque,  6  aprile  1347. 

XLIV  son.  Qual  mio  destin. 

La  seconda  quartina  si  chiude  col  verso: 

E  son  già  ardendo  nel  vigesim'anno. 

Or,  poi  che  il  «vigesim'anno  »  dall' innamoramento  del  poeta 
fu  tra  il  6  aprile  1346  e  il  6  aprile  1347,  codesto  sonetto  dovette 
esser  composto  in  giorni  più  vicini  alla  prima  che  alla  seconda 


su  l'ordinamento  delle   poesie   volgari  di  F.   PETRARCA    101 

di  queste  due  date:  tale  è  il  senso  logico  e  grammaticale  (spero 
che  non  bisognino  altre  dichiarazioni)  del  verso  citato.  Io  inclino 
a  credere,  per  gli  accenni  della  prima  quartina,  donde  appar  che 
il  poeta  fosse  allora  tornato  in  Provenza: 

Qual  mio  destin,  qual  forza  o  qual  inganno 
Mi  riconduce  disarmato  al  campo 
Là  've  sempre  son  vinto, 

che  quel  sonetto  fosse  stato  composto  a  punto  cadendo  il  1346, 
quando  il  Petrarca  di  Verona  tornò,  dopo  più  anni  di  lontananza, 
in  Avignone  (1), 

XLV  son.  Real  natura. 

Il  De  Sade  (2),  il  Bartoli  (3),  il  D'Ovidio  (4),  per  non  citar  altri, 
riportan,  con  buoni  argomenti,  codesto  sonetto  alla  venuta  di 
Carlo  di  Lussemburgo,  futuro  imperatore,  in  Avignone,  che  fu 
del  1346;  e  io  m' accordo  con  quegli  insigni  maestri  di  critica. 

XLVI  canz.  /'  vo  pensando. 

Fu  già  notato  dal  De  Nolhac,  e  si  rileva  anche  dall'Aldina 
del  1501,  che  a  punto  con  questa  canzone  incomincia,  nell'  au- 
tografo vaticano  a  f.  53,  la  seconda  parte  del  Canzoniere.  E  non  a 
torto  qualcuno  osservò,  che  tanto  la  canzone  quanto  i  due  sonetti 
che  seguono,  come  scritti  vivendo  ancor  Laura,  avrebber  tro- 
vato luogo  nella  prima  parte  delle  rime,  se  il  poeta  avesse  in- 
teso d'ordinarle  cronologicamente. 

Spetta  poi  a  Adolfo  Gaspary  il  merito  d'aver  dimostrato,  con 
un  rapido  e  acuto  raffronto  tra  codesta  canzone  e  l'epistola  poe- 
tica I,  14,  che  cosi  l'una,  come  l'altra,  furono  scritte  l'anno  della 
peste,  1348  (5).  Il  contesto  medesimo  di  quella  poesia,  dov'è  cosi 


(1)  Gfr.  Fracassetti,  Famil.,  trad.,  XIII,  4;  XX,  7;  XXVIII,  7,  e  note. 

(2)  Loc.  cit.,  t.  II,  note  XVIII. 

(3)  St.  della  leti,  it.,  Firenze,  Sansoni,  t.  VII,  p.  266. 

(4)  Madonna  Laura^  nella  Nuova  Antologia,  1  agosto  1888,  p.  402. 

(5)  Op.  cit.,  pp.  487488. 


102  G.  A.  CESAREO 

intensamente  rappresentato  il  terror  della  morte,  che  di  quei 
giorni  mieteva  amici  al  poeta  e  gente  in  tutta  Europa,  conferisce 
particolar  valore  alla  congettura  del  professore  tedesco. 

XLVn  son.  Aspro  core. 

La  collazione  Gasanatense  lo  conserva  (nel  V.  L.  3196  non 
esiste  più)  con  due  postille,  delle  quali  Tuna  ferma  la  data  della 
sua  composizione:  1350.  Sepf  21  mariis  hora  3  die  mathei  apo- 
stoli propter  unum  quod  leggi  (cosi)  padue  in  Cantilena  ar- 
naldj  danielis  A  man  prian'  fafrancha  vor  suffers.  Di  modo 
che  questo  sonetto,  per  ispirazione  d'un  luogo  d'Arnaldo  Daniello, 
letto  male  dal  coUazionatore  (cfr.  Ganello,  La  Vita  e  le  Opere 
del  trovatore  Arnaldo  Daniello^  Halle  a.  S.,  Niemeyer,  1883, 
p.  114),  fu  composto  dal  Petrarca  il  21  settembre  1350(1). 

XLVm  son.  Signor  mio  caro. 

La  seconda  terzina  rileva  chiaramente  Tanno  in  cui  codesto 
sonetto  fu  immaginato  e  composto: 

Un  lauro  verde,  una  gentil  Colonna, 

Quindici  l'una,  e  l'altra  diciott'anni 

Portato  ho  in  seno,  e  giammai  non  mi  scinsi. 

Il  poeta  conobbe  Laura  nel  1327  e  il  cardinal  Colonna  nel  1330: 
dunque  il  sonetto  è  del  1345. 

XLIX  canz.  Che  debbo  io  fari 

n  V.  L.  3196 ,  a  f.  12  r,  reca  la  seguente  postilla  :  tr'  in  or- 
dine aliquot  mutatis  1356  Veneris  XI  noverribr.  in  vesperis. 
1349  nov)emi)r.  28  inter  primam  et  tertiam.  videiur  nunc 
animus  ad  haec  eccpedienda  pronus  propter  sonitia  de  morte 
sennucij  et  de  aurora  quae  his  diebus  dixiy  et  erexerunt  ani- 
m,um.  Cosi  che  codesta  canzone,  trascritta  di  poi  TU  no- 
vembre 1356,  era  stata  composta  poco  avanti  il  28  novembre 


(1)  n  Beccadelli,  per  errore,  lesse  6  settembre.  Cfr.  Appbl,  Z.  E.,  p.  130. 


su  l'ordinamento  delle  poesie  volgari  di  F.  PETRARCA    103 

1349  (f.  13  r),  dopo  i  sonetti  Sennuccio  mio,  hen  che  doglioso 
e  solo,  e  Quand'  io  veggio  dal  ciel  scender  V Aurora  (1).  Or  bene, 
nella  volgata  questi  sonetti ,  non  soltanto  si  trovan  dopo  la  can- 
zone su  detta,  ma  anche  dopo  il  son.  NelV  età  sua,  composto, 
come  or  ora  vedremo,  nel  1350. 

L  son.  NeWetà  sua. 

Che  questo  sonetto  sia  stato  composto  il  6  aprile  1350,  è  atte- 
stato dal  suo  ultimo  verso: 

0  che  bel  morir  era  oggi  è  terz'anno! 

LI  son.   Yalle  che  de'  lamenti. 

Nessuno,   cred'io,   può   dubitare  cbe  questo  sonetto  sia  stato 

composto  in  Valchiusa;  da  che  il  poeta,  volgendosi  alla  valle,  al 

fiume  Sorga,  alle  fere  e  agli  augelli  de' boschi,  all'aria  persino, 

si  lagna: 

Ben  riconosco  in  voi  l'usate  forme, 

Non,  lasso,  in  me. 

Or  il  Petrarca,  dopo  la  morte  di  Laura,  non  rimise  piede  in 
Provenza,  se  non  cadendo  il  giugno  del  1351  (2);  dunque  è  in- 
dubitabile che  codesto  sonetto  ha  da  esser  di  poco  posteriore  a 
quella  data;  anzi  sembra  a  punto,  all'angoscioso  raffiguramento 
de' luoghi  noti,  ma  ahi!  tanto  diversi,  di  quell'estate  medesima. 
E  forse  a  que'  giorni  voglionsi  pur  riportare  altri  componimenti 
che  seguono;  segnatamente  i  sonetti:  Quella  per  cui  con  Sorga, 
Sento  l'aura  mia  antica  e  È  questo  7  nido. 

Ln  canz.  Standomi  un  giorno. 

Sur  un  frammento  (st.  III-VII)  di  questa  canzone,  a  f.  2t?  del 


(1)  Sennuccio  Del  Bene  morì  in  Firenze  nell'anno  1349.  Gfr.  Fracassetti, 
Cronologia  comparata. 

(2)  Gfr.  Fracassetti,  in  Famil.,  trad.,  I,  Cronologia  comparata,  e  note 
a  pp.  177-179;  A.  Bartoli,  Il  Petrarca  viaggiatore,  in  Nuova  Antologia, 
15  agosto  1884,  p.  585. 


104  G.  A.   CESAREO 

V.  L.  3196,  è  la  postilla  seguente:  1368.  octobr.  i3.  veneris  ante 
maV.  ne  labatur  contuli  ad  cedulam  plicsqicam  triennio  hic 
inclusam  et  eodem  die  inter  primam  facem  et  concubitum 
tv'  in  alia  papiro  quibusdam  etc.  Onde  si  rileva  che  codeste 
stanze,  le  più  e  le  meglio  significanti  della  canzone,  furon  com- 
poste (quello  del  V.  L.  3196  appare  evidentemente  un  primo 
getto)  più  di  tre  anni  avanti  l'ottobre  del  1368,  vale  a  dire  su' 
primi  del  1365:  e  a  questo  tempo,  se  anche  l'altre  stanze  furono 
aggiunte  di  poi,  è  da  riportare  l'origine  del  componimento. 

LIll  ball.  Amor  quando  fioria. 

Sul  f.  14  r  dello  scartafaccio  si  trova  accompagnata  dalle  po- 
stille seguenti  :  1348.  Septembris  1  circa  vesperos.  E  sopra  e  a 
canto  a  codesta  postilla:  i356.  7(1)  febr.  prima  face,  hoc  est 
principium  unjus  plebeie  cantionis  d.*  s.°  (2)  Amor  quandi 
teoria.  Mia  spene,  el  guidardon  di  tanta  f.  etc.  alibi  scrfpsi 
hoc  principium,  sed  non  vacat  quaerere.  E  in  un  angolo  a  si- 
nistra: tr'  in  ordine,  post  tot  annos.  1368.  octóbris  31""  mane 
quibusdam  etc.  Onde  si  rileva  che  la  ballata,  cominciata  certo 
poco  avanti  il  V  settembre  1348,  fu  qui  stesa  come  «  in  alia 
«  papiro  »  quel  giorno,  continuata  e  corretta  il  7  febbraio  1356 
e  riportata  sul  codice  definitivo  il  31  ottobre  1368. 

LIV  son.   Tennemi  Amor. 

La  prima  quartina  tradisce  l'anno  della  composizione  di  questo 
sonetto: 


(1)  L'Appel,  invece  di  «  7  »  (sette)  legge  «  et  »  (la  notazione  è  quasi  la 
medesima);  ma  non  bada  a  un  segno  di  richiamo  dal  piede  della  parola 
€  febr.  »  a  quel  7,  e  dimentica  che  il  poeta  non  notò  mai  il  mese  che  non 
notasse  anche  il  giorno. 

(2)  11  cod.  Gasanatense  legge  «  d.'  d.*  »;  TUbaldini  «  d.  b.  »;  TAppel 
«  d.^  B.°  ».  Io  leggo  4  d.'  8.*  »  e  intenderei  dictae  supra.  In  fatti,  che  nello 
stesso  scartafaccio  dovesse  esistere  un'altra  redazione  dello  stesso  componi- 
mento, si  rileva  dalle  parole:  alibi  scripsi  hoc  principium^  e  dal  senso  in- 
certo d'un' altra  postilla  a  piò  di  pagina,  ora  a  fatto  corrosa.  Gfr.  Appbl, 
Z.  E.,  pp.  98-90. 


su  L'ORDINAMENTO  DELLE  POESIE   VOLGARI  DI  F.   PETRARCA    105 

Tennemi  Amor  anni  ventuno  ardendo 
Lieto  nel  foco  e  nel  duol  pien  di  speme; 
Poi  che  Madonna  e  '1  mio  cor  seco  insieme 
Salirò  al  ciel,  dieci  altri  anni  piangendo: 

è,  dunque,  del  1358. 


III. 


Raccogliendo  le  sparse  fila  del  nostro  ragionamento,  a  cin- 
quantaquattro delle  poesie  volgari  di  messer  Francesco  Petrarca 
possiamo  apporre  date  certe  o  probabili;  e  la  serie  di  tali  date, 
secondo  la  succession  delle  Rime,  è  questa  a  punto  (1). 


1356 

1331 

1337 

non  dopo  il  1331 

cadendo  il  1333 

cadendo  il  1333 

6  aprUe  1334 

dopo  il  1338 

cadendo  il  1336 

febbraio-marzo  1337 

cadendo  il  1337 

avanti  il  1339 

natale  del  1338 

6  aprile  1338 

16  novembre  1337 

inverno  1336-37 

id. 

id. 

133940 


(1)  Le  rime,  in  questa  tavola,  sono  ordinate  secondo  la  loro  successione 
nel  V.  L.  3195  e  nella  volgata;  benché,  nell'antecedente  trattazione,  il  di- 
scorso su  i  tre  sonetti  contro  Babilonia  preceda  quello  su  la  canzone  a'  si- 
gnori d'Italia,  la  quale,  nel  codice  autografo,  vien  dopo  quelli. 


I. 

Voi  ch'ascoltate 

IL 

Gloriosa  (Jolonna     . 

III. 

Movesi  'l  vecchierel 

IV. 

Nel  dolce  tempo 

V. 

n  successor  di  Carlo 

VI. 

0  aspettata 

VII. 

Giovine  donna 

Vili. 

S' Amore  e  Morte    . 

IX. 

Perch'io  t'abbia 

X. 

Nella  siagion  . 

XI. 

Spirto  gentil    . 

XIL 

Perch'  al  viso  . 

XIII. 

La  guancia  che  fu  g 

XIV. 

Padre  del  ciel. 

XV. 

Se  voi  poteste  . 

XVI. 

Del  mar  tirreno 

XVII. 

L'aspetto  sacro 

XVIII. 

Ben  sapev'  io   . 

XIX. 

Per  mirar  Policleto 

gta 


06 

G.  A.  CESAREO 

XX. 

Quando  giunse  a  Simon         .                                    133940 

XXI. 

S'al  principio  risponde   . 

aprile-maggio  1340 

XXII. 

La  bella  donna 

1337 

XXIII. 

Piangete  donne 

inverno  1336-37 

XXIV. 

Poi  che  voi  ed  io    . 

1342 

XXV. 

Lasso  ben  so    . 

1341 

XXVI. 

Vinse  Annibal. 

estate  1333 

XXVII. 
XXVIII. 
XXIX. 

L'aspettata  vertù 

Non  veggio  ove  scampar 

Rimansi  a  dietro     . 

1356 

6  aprile  1342 

aprile  1343 

XXX. 

Una  donna  più  bella 

inverno  134041 

XXXI. 

Quelle  pietose  rime 

cadendo  il  1343 

XXXII. 

Dicesetf  anni   . 

6  aprile  1344 

XXXIII. 

Amor  fortuna  . 

dopo  il  1339 

XXXIV. 

Italia  mia 

134445 

XXXV. 

Fiamma  del  ciel 

1^2 

XXXVl. 

L'avara  Babilonia  . 

id. 

XXXVII. 

Fontana  di  dolore  . 

id. 

XXXVllI 

.  Ponmi  ove  7  Sol     . 

1342 

XXXIX. 

Per  mezz'  i  boschi . 

estate  1333 

XL. 

Mille  piagge  in  un  giorno 

id. 

XLI. 

0  bella  man    . 

1343 

XLII. 

Ben  mi  credea 

1346^ 

XLIII. 

Beato  in  sogno 

6  aprile  1347 

XLIV. 

Qual  mio  destin 

cadendo  il  1346 

XLV. 

Real  natura     . 

1346 

XLVI. 

r  vo  pensando 

1348 

XLVII. 

Aspro  cor         ... 

21  sett.  1350 

XLVIII. 

Signor  mio  caro 

1345 

XLIX. 

Che  debVio  far 

28  nov.  1349 

L. 

NelVetà  sua     .        .        . 

1350 

LI. 

Valle  che  de*  lamenti 

1351 

LII. 

Standomi  un  giorno 

1365 

LUI. 

Amor  quando  fioria 

1348^ 

LIV. 

Tennemi  Amor 

1358 

Basta  gettare  uno  sguardo  su  codeste  cifre  per  accorgersi  a 
tutta  prima  come  la  successione  cronologica  non  debba  esser  mai 
stata  nel  pensiero  del  poeta  che  ordinò  le  poesie  volgari.  Certo, 


su  l'ordinamento  delle  poesie  volgari  di  F.  PETRARCA    107 

una  progressione  di  tempo,  da' componimenti  del  '30  a  quelli  del 
'58, si  nota;  ma  come  incerta,  come  trascurata  e  intermittente! 
E,  del  resto,  perchè  una  tal  quale  progressione  a  tratti  e  a  balzi 
non  apparisse,  bisognava  proprio  che  il  Petrarca,  non  solo  non 
avesse  pensato  a  disporre  i  suoi  versi  cronologicamente,  ma  in 
vece  si  fosse  proposto  precisamente  il  contrario.  Fuor  di  questo 
caso,  assolutamente  inammissibile  per  la  sua  stessa  irragionevo- 
lezza, va  da  se  che  il  poeta,  comunque  intendesse  d'ordinar  le 
sue  rime,  cominciasse  da  quelle  dell'età  giovine  per  venire  giù 
giù  fino  a  quelle  dell'età  matura,  trasponendo,  intramezzando, 
raggruppando  e  staccando,  senza  pensiero  alcuno  della  cronologia, 
dove  gli  paresse  più  opportuno^  secondo  il  principio  eh'  ei  prese 
a  guida  del  suo  riordinamento. 

Il  qual  principio  non  fu  il  cronologico.  Già  s'  è  visto  come  di 
ogni  sorta  argomenti  contraddicano  al  concetto  della  succession 
cronologica.  Poesie  scritte  di  certo  dopo  il  1348  si  trovano  nella 
prima  parte  secondo  il  V.  L.  3195  e  l'Aldina  del  1501  :  cosi  due 
sonetti  dell'aura,  due  sonetti  della  bella  mano,  i  tre  sonetti  contro 
la  corte  d'Avignone,  il  son.  L'aspettata  vertù,  e  in  parte  la  canz. 
Ben  mi  credea,  che  cominciata  a  pena  del  1346  fu  compiuta 
nel  1368;  senza  dir  d'altre,  come  torse  dimostreremo  più  avanti. 
E,  all'incontro,  poesie  scritte  in  vita  di  Laura  si  trovano  nella 
seconda  parte:  cosi  la  canzone  r  vo'  pensando;  il  son.  Signor 
mio  caro  e,  secondo  qualche  erudito,  anche  la  canz.  Vergine 
tella  (1).  La  canz.  l^el  dolce  tempo  che,  a  detta  del  poeta  me- 
desimo, fu  una  delle  sue  prime  Invenzioni,  si  trova  nel  V.  L. 
3195  dopo  venti  altre  poesie;  alcune  delle  quali  composte  nel 
1331,  come  il  son.  Gloriosa  Colonna;  o  anche  forse  nel  1337, 
come  il  son.  Movesi  H  veccUiarel,  quando  il  Petrarca  da  sette, 
dieci  anni  sospirava  e  rimava  per  Laura;  le  quali  tutte  vincon, 
per  il  magistero  dell'arte,  quella  cosi  ondeggiante,  cosi  anneb- 


(1)  Cfr.  Appel,  Handschriften^  pp.  61-62.  Io  non  m'accordo,  come  si  vedrà 
appresso,  con  l'Appel  in  tutto  ;  ma  riconosco  che  quella  canzone  dovè  essere 
scritta  prima  d'altri  componimenti  della  seconda  parte  del  Canzoniere. 


108  G.  A.  CESAREO 

biata,  cosi  discorde,  non  ostante  che  dal  poeta  medesimo  fosse 
stata  rimaneggiata  più  tardi. 

Il  son.  S' Amore  o  Morte  composto,  come  s' è  dimostrato,  dopo 
il  1338,  precede  il  son.  Perch'io  V abbia,  scritto  a  Gapranica 
cadendo  il  1336;  il  son.  La  guancia  che  fu  già,  composto  il 
giorno  di  natale  del  1338,  precede  il  son.  Padre  del  ciel,  scritto 
otto  mesi  prima,  il  6  aprile  dello  stesso  anno;  il  madrigale 
Perch'ai  viso  d'Amor,  scritto  sui  primi  del  *39  o  al  più  nel 
'38  (1),  precede  di  parecchi  componimenti  il  son.  Se  voi  poteste, 
eh' è  del  16  novembre  1337;  in  fine  i  tre  sonetti.  Del  mar  Tir- 
reno, L  aspetto  sacro,  Ben  sapev'  io,  scritti  senz'  alcun  dubbio 
durante  il  viaggio  in  Italia  su  la  fine  del  1336  e  sul  principio  del 
1337,  sono,  come  s'è  dimostrato,  irregolarmente  disposti.  Ma  ciò 
sarebbe  un  nulla  se  non  fosse  eh'  ei  seguono  a  molta  distanza  il 
son.  La  guancia  che  fu  già  e  il  son.  Padre  del  ciel,  composti 
entrambi  nel  1338. 

Andiamo  avanti.  I  sonetti  per  Simon  Martini  composti  del  1339- 
40  precedono  il  son.  La  bella  donna,  eh 'è  probabilmente  del  1337 
e  il  son.  Piangete  donne,  che  fu  scritto  sicuramente  su  lo  scorcio 
del  1336  0  su  i  primi  del  1337.  Il  son.  Poi  che  voi  ed  io,  eh'  è 
probabilmente  del  1342,  precede  il  son.  Lasso  ben  so,  eh' è  del 
1341  di  certo;  e  il  son.  Quella  fenestra,  che  si  trova  fra  l'uno 
e  l'altro,  s'ha  da  riportare  alla  primavera  del  1340:  come  alla 
primavera  del  1340  s' ha  da  riportare  il  son.  S' al  pìHncipio  ri- 
sponde, che  sta  avanti  a  quello  d'una  ventina  di  poesie,  composte 


(1)  In  fatti  il  poeta  dichiara: 

E  tornai  'ndietro  qaui  a  meiso  il  giorao; 

vale  a  dire  era  su'  trentacinque  anni.  Né  il  Petrarca  era  uomo  da  confessar 
più  anni  che  in  realtà  non  avesse;  egli  che  schiettamente  s'accusava:  Etsi 
nunquam  quod  mihi  sim  conscius  de  aetate  mentitus  ipse  mea  sitn,  si 
quando  tamen,  quod  persaepe  accidit,  juniorem  me  aliquis  diceret,  deleo 
tabar;  si  quis  vero^  quod  rarum  fuit,  seniorem  faceret ,  hoc  mendacio 
tacitus  irascebar:  et  si  quando,  vel  acriori  ittdicio,  vel  casu  aliquo,  quiS' 
quam  verum  meorum  numerum  diaissct  annorum,  ventate  ipsa  offensus 
et  admirans  quasi  me  proditum  eaittimabam  (Famil.,  VI,  3). 


su  l'ordinamento  delle   poesie   volgari   di   F.  PETRARCA    109 

anche  del  '36,  del  '37,  del  '42,  quando  tutte  avrebbero  a  essere 
della  primavera  medesima. 

In  ogni  modo,  siamo  già  al  1341  ;  quand'ecco  che  il  son.  Vinse 
Annibal  ci  riporta  a  dietro  d'otto  anni,  al  1333;  e  subito  dopo 
il  son.  V aspettata  vertù  ci  sbalza  avanti  di  ventitré  anni,  al 
1356.  Di  qual  tempo  saranno  i  componimenti  che  intercedono? 
Di  nuovo  ci  troviamo  su  la  via  cronologica  col  son.  iVon  veggio 
ove  scampar  del  6  aprile  1342  e  col  son.  Rimansi  a  dietro  del- 
l' aprile  1343  ;  ma  la  canzone  che  segue.  Una  donna  più  bella, 
è  quasi  sicuramente  del  1340-41.  Il  son.  Dicesett'anni  è  irrecu- 
sabilmente del  6  aprile  1344,  e  la  canzone  Italia  mia,  dell'in- 
verno 1344-45:  e  poi  che  nello  spazio  di  tempo  che  intercede 
fra  codeste  due  date  il  Petrarca  restò  sempre  in  Parma,  anche 
in  Parma,  secondo  la  disposizion  cronologica,  dovrebbero  essere 
state  composte  le  rime  intermedie;  fra  le  quali  le  due  canzoni: 
Se  7  pensier  che  mi  strugge  e  Chiare,  fresche  e  dolci  acque, 
che  respiran  per  ogni  verso  la  freschezza  dell'acque  e  la  fra- 
granza de' boschi  e  la  spiritale  amorosa  dolcezza  de' luoghi  ove 
il  poeta  amò  Laura  e  compose  di  certo  quelle  sue  vaghissime 
stanze. 

I  sonetti  contro  la  corte  d'Avignone  sono,  come  ho  dimostrato, 
del  1352  0  giù  di  li;  il  son.  Ponmi  ove  H  sol  è  del  1342:  in 
qual  tempo  saranno  state  composte  le  poesie  che  intercedono 
fra  i  sonetti  satirici  e  il  sonetto  amoroso?  In  qual  tempo  quelli 
che  stanno  fra  codesti  sonetti  e  i  due  che  seguono  a  gran  di- 
stanza. Per  m£zzo  i  boschi  e  Mille  piagge  in  un  giorno,  scritti 
nell'estate  del  1333? 

II  son.  Beato  in  sogno  è  del  6  aprile  1347  ;  il  son .  Qual  mio 
destin  pare  scritto,  se  bene  si  trova  assai  dopo,  su  lo  scorcio  del 
1346:  e  le  composizioni  intermedie  a  qual  anno  si  riporteranno? 
E  il  son.  Real  natura  come  può  egli  trovarsi  tanto  più  presso 
alla  fine,  se  fu  pure  composto  nel  1346? 

Che  dire  del  son.  Signor  mio  caro,  il  quale,  composto,  per 
attestazione  del  poeta,  nel  1345,  vien  dopo  sonetti  e  canzoni  del 
'46,  del  '47,  del  '48,  del  '52,  del  '56  e  persino  del  '68? 


110  G.  A.  CESAREO 

Ma  lasciamo  andare;  e  veniamo  alle  Rime  in  morte  di  Laura. 
La  canz.  Che  deWio  far,  se  bene  compiuta,  per  testimonianza 
del  poeta,  dopo  i  sonetti  Sennuccio  mio  e  QuaruV  io  veggio  dal 
ciel,  si  trova  avanti;  ed  è  del  28  novembre  1349.  E  avanti  a  quei 
due  sonetti,  pur  essi  del  1349,  si  trova  il  son.  NelVetà  sua,  ch'è 
del  1350.  In  vece  la  canz.  Amor,  se  vuoi  e  il  son.  V ardente 
nodo,  che  per  la  chiara  allusione  a  quell'altro  amore,  onde  si 
lagna  il  Petrarca  nel  sonetto  estravagante  ad  Antonio  da  Ferrara, 
^Antonio,  cosa  ha  fatto  la  tua  terra,  si  debbono  riportare  al 
giugno  del  1350  (1),  trovansi  collocati  avanti  il  son.  NelVetà  sica, 
che  fu  composto  il  6  aprile  dello  stesso  anno. 

Ancora  :  il  son.  Sennuccio  mio  fu  scritto,  come  s'è  dimostrato, 
nel  1349.  Dal  novembre  1347  al  giugno  '51  il  poeta  dimorò  sempre 
lontano  a  Valchiusa  e  alla  Provenza.  Cosi  che,  secondo  l'ordine 
cronologico,  tutti  i  componimenti  in  morte  di  Laura  che  prece- 
dono il  sonetto  di  Sennuccio,  dovrebbero  apparire  composti  in 
Italia.  In  vece,  per  non  citar  altro,  il  son.  Quante  fiate  ha  queste 
terzine  onde  si  rileva  che  fu  scritto  in  Valchiusa  : 

Or  in  forma  di  ninfa  o  d'altra  diva, 

Che  del  più  chiaro  fondo  di  Sorga  esca, 

E  pongasi  a  seder  in  su  la  riva; 
Or  l'ho  veduta  su  per  l'erba  fresca 

Calcar  i  fior  com'  una  donna  viva, 

Mostrando  in  vista  che  di  me  le  *ncresca. 


(1)  Il  sonetto  ad  Antonio  de'  Beccari  da  Ferrara,  attribuito  al  Petrarca 
da  molti  codici,  fu  dato  in  luce  dal  Melchiorre  e  ristampato  dal  Fracas- 
SETTI,  Famil,  III,  p.  185.  Per  la  data  cfr.  la  postilla  a  f.  12r  del  V.  L. 
3196  :  Transcript'  in  alia  papiro  1351  Aprii.  20  sero  prò  me  scilicet  prò 
Bastardino ,  at  (autem  lesse  il  Daniello)  prius  1350.  mercur.  9  Junij. 
post  vesperos.  voluj  incipere  sed  vocor  ad  cenam.  proximo  mane  prosegui 
cepi.  hanc  transcripsi  et  correxi.  et  dedj  Bastardino.  1351.  die  Sabati 
XXV  mart.  mane  rescribo  iterum.  Rescripsi  iam  XX  Vili"*  martij  mane 
et  illam  etiam  {et  lesse  1'  Appel ,  che  non  vide  la  linea  orizzontale  su  l' et 
=  7)  sibi  dedi.  Questa  postilla,  come  si  pub  arguire  dalle  date,  fu  scritta 
a  più  riprese;  ma  in  somma  viene  a  dire  che  il  9  giugno  1350  il  poeta  ri- 
copiò, da  abbozzi  sparsi,  su  quel  foglio  dello  scartafaccio,  una  canzone  com- 
posta  allora  ;  e  che  la  corresse  e  trascrisse  1'  anno  seguente  sur  un  altro 
foglio,  prima  di  riportarla  sul  codice  definitivo. 


su  l'ordinamento  delle  poesie  volgari  di  F.  PETRARCA    111 

E  chi  ci  assicura  che  altre  poesie,  le  quali  si  trovano  attorno  a 
questa  non  siano  state  immaginate  e  composte  pure  in  Valchiusa, 
vale  a  dire  dopo  il  giugno  del  1351  ?  Noi  non  possiamo  sorprender, 
per  cosi  dire,  V  anacronismo,  se  non  dove  un  indizio  ce  lo  riveli  ; 
ma  quando  alla  prova  dei  fatti  ci  siamo  dovuti  convincere  che 
l'anacronismo  è  frequente,  abbiamo  il  diritto  di  sospettarlo  anche 
in  molti  luoghi  che  non  offrono  indizio.  Possibile  che  la  trascu- 
ranza  della  succession  cronologica  sia  solo  in  quei  componimenti 
dov'ella  si  potè  mettere  in  chiaro? 

Un  gruppo  di  rime,  le  quali  incominciano  col  sonetto  Valle 
che  de'  lamenti  e  vanno  avanti,  non  senza  qualche  intermittenza 
0  trasposizione,  fino  al  sonetto  È  questo  7  nidOy  appar  composto 
indubbiamente  in  Valchiusa,  dove  il  Petrarca  tornò  su  la  fine 
del  giugno  1351  e  rimase  fino  a  tutto  l'aprile  1353.  Or  bene,  la 
ballata  Amor  quando  fìoria  vien  dopo  codesto  gruppo  di  rime, 
vien  dopo  la  canz.  Standomi  un  giorno,  eh'  è  del  1365  :  e  pure 
quella  ballata  fu  immaginata  e  composta  nel  1348;  se  bene  com- 
piuta 0  corretta  più  tardi.  Si  può  opporre:  il  Petrarca  segnava 
la  data  del  giorno  in  cui  aveva  data  l'ultima  mano  all'opera 
sua.  Sta  bene:  allora  la  canz.  Ben  mi  credea  andava  in  fondo 
alla  raccolta,  perchè  fu  terminata  il  22  ottobre  1368. 

Tanta  copia  di  prove  dovrebbe,  io  credo,  bastare  a  distrug- 
gere il  preconcetto  dell'ordinamento  cronologico  nelle  poesie  vol- 
gari ;  ma,  con  un  po'  di  pazienza,  altre  se  ne  potrebbero  tirar 
fuori,  se  bene  di  minor  peso.  Ma  una  a  me  par  più  luminosa 
di  tutte;  e  voglio  recarla  in  mezzo. 

Il  Petrarca  vide  Laura  l'ultima  volta  su  lo  scorcio  del  1347; 
giacché  il  20  novembre  di  quell'anno  riparti  dalla  Francia  (1), 
per  non  tornarvi  se  non  nel  1351,  tre  anni  dopo  la  morte  della 
sua  donna.  Laura  mori  il  6  aprile  1348,  l'anno  della  peste  ;  e  il 
Petrarca  ebbe  l'inaspettata  notizia  per  lettere  del  suo  Ludovico, 
in  Parma  :  ciò  a  punto  egli  attesta  in  una  postilla,  ormai  tenuta 
autografa  dalla   più  parte  degli  eruditi ,  sul  codice  ambrosiano 


(1)  Cfr.  Fracassetti,  Famil.,  trad.,  VII,  1,  5,  7  e  note. 


112  G.  A.  CESAREO 

delle  opere  di  Vergilio  :  Laurea,  propriis  virtutibus  illustris  et 
meis  longum  celebrata  carminibus,  primum  oculis  meis  ap- 
paruit  sub  primum  adolescentiae  m£ae  tempus,  anno  Domini 
MCCCXXVIJy  die  vj  mensis  Aprilis  in  Ecclesia  Sanctae  Clarae 
Avìnioni  ìiora  m^atutina:  et  in  eadem  civitntey  eodem  m^ense 
Aprilis,  eodem  die  sexto,  eadem  hora  prima,  anno  autem 
Domini  MCCCXLVIII,  ab  hac  Itcce  lux  illa  subtracta  est, 
cum  ego  forte  Veronae  essem,  heu  fati  mei  nescius  ! 

Fermiamoci  qui  :  fati  mei  nescius.  Dunque  il  poeta  non  so- 
spettava punto  che  Laura  potesse  esser  vicina  a  morire  ;  anzi 
forse  in  quei  giorni,  lavorando  su  la  canz.  r  vo  pensando,  egli 
accusava  la  donna  sua  di  crudeltà  e  d'orgoglio: 

Quella  che  sol  per  farmi  morir  nacque, 
Perch'a  me  troppo  ed  a  sé  stessa  piacque. 

Oh  certo,  se  il  poeta  avesse  potuto  immaginare  che  la  sua  Laura 
di  li  a  qualche  giorno  sarebbe  stata  sotterra,  non  ostante  il  for- 
mulario dell'amore  cavalleresco  e  platonico  al  tempo  suo,  ei  non 
avrebbe  avuto  cuore  di  rammaricarsi  cosi  duramente!  D'altra 
parte,  comò  avrebbe  fatto  il  poeta  a  indovinar  che  Madonna  era 
vicina  a  morte,  s' ella,  com'  è  ora  accertato,  fu  cólta  dalla  pèste, 
che  durante  quell'anno  imperversò  per  tutta  l'Europa? 

Francesco  D'Ovidio  dimostrò,  con  vigore  erudito  d'argomenta- 
zioni, come  non  possa  mettersi  in  dubbio  che  la  Laura  del 
Petrarca  morisse  di  pèste.  «  Che  poi  Laura,  dice  il  critico  napo- 
«  letano,  morisse  di  pèste,  come  già  s'argomenterebbe  dall'essere 
«  stata  seppellita  ipso  die  mortis,  è  espressamente  chiarito  nella 
4(  canzone  Standomi  un  giorno,  ove  una  repente  tempesta  orien- 
«  tale  si  leva  ad  affondare  la  nave  della  vita  di  Laura.  Anche  in 
«  una  delle  epistole  famigliari  (Vili,  3)  il  Petrarca  dice,  con  altret- 
«  tanto  chiara  allegoria,  che  il  suo  già  cosi  verde  lauro  era  per 
«  forza  di  subitanea  tempesta  inaridito  (vi  repentinae  tempestatis 
«  exaruit).  Anzi,  poiché  ivi  stesso  unisce  nel  rimpianto  la  sua 
«  donna  e  il  suo  padrone,  il  cardinal  Colonna,  morto  circa  tre 
«  mesi  dopo  di  lei,  come  già  nell'  affetto  li  aveva  uniti  viventi 


su  l'ordinamento  delle  poesie   volgari   di  F.   PETRARCA    113 

«  (nel  sonetto  Signor  mio  caro,  scritto  il  1345),  s'avrebbe  da  ciò 
«  una  cotal  conferma  circa  la  natura  della  morte  di  Laura,  nel 
«  caso  che  il  cardinale  fosse  morto  di  pèste.  Sennonché  guest' ul- 
«  tinia  cosa  è  stata  bensì  generalmente  affermata,  ed  è  in  sé  pro- 
«  babìlissima,  ma  dimostrata  non  fu  da  alcuno;  eppoi,  bastava  la 
«  quasi  contemporaneità  delle  due  morti  per  indurre  il  Petrarca 
«  a  unificarle  nel  suo  pensiero,  prescindendo  dalla  identità  o  di- 
«  versila  del  morbo  che  le  aveva  prodotte  »  (1). 

In  fatti,  anche  nelle  poesie  volgari  il  poeta  si  lagna  e,  vorrei 
dire,  s'accusa  di  non  aver  presagita  la  sorte  di  Laura.  Cosi  nel 
son.  0  giorno,  o  ora: 

Or  conosco  i  miei  danni,  or  mi  risento: 
Gh'  i'  credeva  (ahi  credenze  vane  e  'nferme  !) 
Perder  parte,  non  tutto  al  dipartirme  .  .  . 


Ma  'nnanzi  agli  occhi  m'era  posto  un  velo, 
Che  mi  fea  non  veder  quel  eh'  i'  vedea. 
Per  far  mia  vita  subito  più  trista. 

Cosi  nel  son.  Quel  vago  dolce: 

Intelletto  veloce  più  che  pardo. 

Pigro  in  antiveder  i  dolor  tuoi. 

Come  non  vedestu  negli  occhi  suoi 

Quel  che  ved'  ora,  ond'  io  mi  struggo  ed  ardo  ? 

vale  a  dire  i  segni  della  prossima  morte.  E  potrei  andare  avanti 
per  un  bel  po',  se  gli  esempi  già  addotti  non  dovesser  bastare  a 
vincere  qualunque  dubbiezza. 

È  dunque  presso  che  certo  la  Laura  esser  morta  di  pèste;  é 
certissimo  poi  il  Petrarca  non  aver  avuto  alcun  indizio,  alcun 
sentore  del  fato  di  lei,  se  non  dopo  ch'ella  fu  morta,  e  il  poeta 
viveva  inconsapevole  in  Verona  ed  in  Parma.  Or  bene  :  ecco  che 
una  decina  di  sonetti  in  coda  alla  prima  parte  delle  poesie  vol- 


(1)  Madonna  Laura,  in  Nuova  Antologia,  loc.  cit.,  p.  220. 

Giornale  storico,  XX,  fase.  58-59. 


il4  G.  A.   CESAREO 

gari,  posposti  al  son.  Beato  in  sogno  del  6  aprile  1347,  contengon 
tutti  accenni  precisi  alla  fine  di  Laura.  Il  son.  Chi  vuol  veder 
ammonisce  che,  se  alcuno  vuol  veder  Laura,  venga, 

E  venga  tosto,  perchè  Morte  fura 
Sempre  i  migliori,  e  lascia  star  i  rei: 
Questa,  aspettata  al  regno  degli  Dei, 
Cosa  bella  mortai  passa  e  non  dura. 
Vedrà,  s'arriva,  a  tempo  ogni  virtute  .  .  . 


Ma  se  più  tarda,  avrà  da  pianger  sempre. 

Nel  son.  Qual  paura  hOy  si  conchiude  col  terzetto: 

Così  in  dubbio  lasciai  la  vita  mia: 

Or  tristi  augurii  e  sogni  e  pensier  negri 

Mi  danno  assalto;  e  piaccia  a  Dio  che  'n  vano. 

In  sogno  appar  Laura  al  suo  poeta  nel  son.  Solea  lontano^  e 
gli  dice  espressamente: 

r  non  tei  potei  dir  allor  né  volli, 
Or  tei  dico  per  cosa  esperta  e  vera: 
Non  sperar  di  vedermi  in  terra  mai. 

Il  poeta  ha  persin  la  netta  visione  della  morte  di  Laura  nel 
son.  0  misera  ed  orriMl. 

È  dunque  ver  che  'nnanzi  tempo  spenta 
Sia  l'alma  luce  che  suol  far  contenta 
Mia  vita  .  .  .? 

Ma  com'è  che  sì  gran  romor  non  sone 
Per  altri  messi,  o  per  lei  stessa  il  senta? 

Si  badi  a  queste  parole  :  non  è  che  il  poeta  avesse  notizie  di- 
rette 0  indirette  di  Laura,  no;  è  proprio  l'anima  sua  profetica, 
come  dirà  più  tardi  Amleto,  che  gli  annunzia  l'immensa  sven- 
tura. E,  senza  soffermarci  su  altri  sonetti  intermedi  di  minore 
importanza,  riportiamo  il  son.  r pur  ascolto: 


su   l'ordinamento  delle   poesie   volgari   di   F.  PETRARCA     115 

r  pur  ascolto,  e  non  odo  novella 

Della  dolce  ed  amata  mia  nemica, 

Né  so  che  me  ne  pensi  o  che  mi  dica; 

Sì  '1  cor  tema  e  speranza  mi  puntella. 
Nocque  ad  alcuna  già  l'esser  si  bella: 

Questa  più  d'altra  è  bella  e  più  pudica: 

Forse  vuol  Dio  tal  di  virtute  amica 

Torre  alla  terra,  e  'n  ciel  farne  una  stella. 
Anzi  un  sole:  e  se  questo  è,  la  mia  vita, 

I  miei  corti  riposi  e  i  lunghi  affanni 

Son  giunti  al  fine.  0  dura  dipartita, 
Perchè  lontan  m'hai  fatto  da'  miei  danni? 

La  mia  favola  breve  è  già  compita, 

E  fornito  il  mio  tempo  a  mezzo  gli  anni. 

Qui  la  notizia  della  morte  si  dà  a  dirittura  per  certa.  E  l'a- 
cuto lettore  avrà  potuto  osservare  e  ammirare,  ne' sonetti  che 
a  mano  a  mano  si  son  venuti  citando,  una  sottil  progressione 
psicologica  di  quel  sentimento  pauroso  della  morte  di  Laura: 
prima  un  vago  sospetto,  poi  il  dubbio  angoscioso,  poi  1  neri  e 
tristi  presagi,  poi  l' avviso  in  sogno,  poi  la  visione  intera,  in  fine 
la  certezza  amara  e  irrimediabile  della  sciagura.  Come  diavol 
mai  potè  avere  il  Petrarca,  lontano  dall'amata  e  senza  notizie, 
una  tal  successione  crescente  di  ambascia  e  di  costernazione,  e 
potè  rappresentarla  con  tanta  diligenza  di  particolari  affettivi  e 
fantastici  ? 

Racconta  Filostrato  nella  Vita  d'Apollonio  di  Tiana  come  l'il- 
lustre filosofo  un  giorno,  mentre  dissertava  ne' giardini  d'Efeso, 
d'improvviso  s'interrompesse  e,  guardando  a  terra  con  le  pupille 
sbarrate,  gridasse:  —  Colpisci  il  tiranno.  —  E  in  quell'istesso 
momento,  l'imperatore  Domiziano  veniva  ucciso  in  Roma.  E  il 
Matter  nella  Vita  dello  Swedenborg  riferisce,  come  il  veggente 
svedese  seguisse  da  Gothenburg,  a  tante  leghe  di  distanza,  le 
peripezie  d'un  incendio  scoppiato  a  Stoccolma.  S'ha  dunque  da 
credere  che  il  nostro  messer  Francesco  avesse  il  dono  della  se- 
conda vista?  La  sarebbe  un  po'  forte  per  gente  che  tratta  l'este- 
tica come  una  malattia  dello  spirito.  0  dunque?  Dunque  i  famosi 


116  O.  A.  CESAREO 

sonetti  furon  composti  quando  il  poeta  aveva  avuto  tutto  il  tempo 
di  mettere  in  sodo  la  novella  della  morte  di  Laura,  vale  a  dire 
dopo  l'aprile  del  1348.  Sono  un'abile  e,  in  certo  senso,  sincera 
esercitazione  di  psicologia  amorosa;  tal  quale  per  altro  avrebbe 
potuto  farla  il  poeta,  se  avesse  saputo  a  tempo  del  morbo  che 
doveva  rapirgli  l'amica.  Né  il  caso  deve  far  meraviglia  in  un 
rimatore  che,  a  circa  sessant'anni,  quando  Laura  era  già  morta 
da  un  pezzo,  ripigliava,  mandava  avanti  e  compiva  de*  versi  d'a- 
more  cominciati,  più  di  vent'anni  prima,  per  Laura  viva. 

A  ogni  modo,  se  la  nostra  argomentazione  non  falla,  i  sonetti 
de' presagi  sono  anch'essi,  secondo  il  principio  cronologico,  fuori 
di  luogo;  e  si  traggon  dietro  una  schiera  di  composizioni,  alle 
quali  è  difficile  assegnare  una  data,  e  che  posson  essere  state 
disposte  qua  e  là  dal  poeta  secondo  un  criterio  diverso  dal 
cronologico. 

Ma  per  che  ragione  stimò  necessario  il  Petrarca  d'aggiunger 
dopo,  alle  Rime  della  prima  parte,  i  sonetti  de'presagif  E  qual 
criterio  potè  servirgli  di  norma  per  l'ordinamento  delle  poesie 
volgari  ? 


IV. 


La  ricerca  del  criterio,  secondo  il  quale  dal  poeta  furon  di- 
sposte le  poesie  volgari,  non  può  aver  quel  carattere  di  deter- 
minatezza, che  deriva  soltanto  dalla  luce  de'documenti  e  de' fatti. 
Il  Petrarca  non  lasciò  detto  come  e  perchè  ordinasse  a  quel 
modo  le  sue  poesie  ;  anzi  e'  è  più  d' un  indizio  per  ritenere  che, 
se  una  legge  ei  si  prefisse,  non  si  fece  scrupolo  a  quando  a 
quando  di  violarla,  sia  per  accrescere  la  raccolta  d'un  qualche 
componimento  condannato  da  prima  e  poi  rimaneggiato  ed  as- 
solto; sia  per  far  luogo  a  componimenti  i  quali,  secondo  quella 
legge,  andavano  esclusi;  sia  per  ragioni  a  fatto  particolari,  che 
a  nessuno  è  dato  d'indagare  e  d'intendere. 

Anche  si  sa  che  il  Petrarca,  se  bene  in  fondo  si  tenesse  dei 


su  l'ordinamento  delle  poesie  volgari   di  F.  PETRARCA     117 

Tersi  italiani  per  la  fama  che  gli  procuravano  (come  si  può  rile- 
vare dalla  lettera  al  Malatesta,  Senil.,  XIII,  10),  si  die  sempre 
un  po' l'aria  di  trascurarli  al  confronto  dell'altre  sue  opere  più 
faticose  e  solenni;  e  non  ne  parla  altrimenti  che  come  d'inezie: 
de  vulgaribus  meis  paucìs,  in  SemL,Y,2;  nugellas  meas  vul- 
gares,  in  Senil,  XIII,  10;  Rerum  vulgarium  fragmenia,  nel 
codice  autografo.  E  non  a  torto  si  può  sospettare  che  il  Petrarca 
considerasse  le  Rime  quasi  frammenti  d'un  lavoro  più  vasto  in 
lingua  volgare,  ch'egli  forse  avrebbe  compiuto,  se  non  fosse  stato 
sempre  tanto  persuaso  dell'eccellenza  e  della  bontà  del  latino  (1). 

Or  se  il  Petrarca  nell'ordinamento  delle  lettere  in  prosa,  alle 
quali  attribuiva  tanta  importanza,  non  potè  in  tutto  e  per  tutto 
seguire  il  prestabilito  principio  della  cronologia,  che  dovremo 
pensar  delle  poesie  volgari,  opera  per  sé  stessa  frammentaria; 
che  non  richiedeva  una  rigorosa  osservanza  di  qualsivoglia  prin- 
cipio; che  non  era  tenuta  dal  suo  autore  nel  conto  dell'altre 
opere? 

Questo  per  dire,  che  la  ricerca  del  criterio  a  cui  s'attenne  il 
Petrarca  ordinando  le  Rime  va  intesa  in  senso  un  po'  largo; 
giacche  noi  stessi  siamo  persuasi  che  il  poeta ,  se  si  fece  una 
legge,  mantenne  anche  il  diritto  d'eluderla,  quando  un'altra  con- 
venienza glielo  consigliasse. 

Salta  subito  agli  occhi  che,  mentre  nella  prima  parte  del  Can- 
zoniere son  intercalate  rime  eroiche  come  la  canz.  Spirto  gentil^ 
i  sonetti  a  Orso,  il  son.  Vinse  Annibal,  il  son.  L'aspettata  vertu 
e  altri;  o  ammonitlve  e  incitative  come  il  son.  Il  successor  di 
Carlo  e  la  canz.  0  aspettata  in  del;  o  civili  come  la  canzone 
all'  Italia  ;  o  satiriche  come  i  sonetti  contro  Avignone,  nella  se- 
conda parte  son  tutte  rime  d'argomento  morale,  religioso  e  fu- 
nereo. Noi  ci  siamo  ingegnati  di  dimostrare  come  alcune  rime 


(1;  11  De  Nolhac  nel  suo  Canzoniere  autographe,  loc.  cit.,  p.  28,  afferma 
che  il  Petrarca  scrisse  di  ciò  a  Giovanni  Boccaccio.  È  possibile;  ma  la 
citazione  del  De  Nolhac  intanto  è  sbagliata;  e  a  me  non  è  riuscito  di  trovar 
nulla  di  simile  nella  lettera  del  poeta  al  suo  amico  novellatore. 


Ì18  G.   A.   CESAREO 

della  prima  parte,  d'argomento  amoroso  e  non  amoroso,  si  deb- 
bano riportare  a  dopo  il  1348;  ora  poi  domandiamo  se  può  parer 
verisimile  che  realmente  il  poeta  dopo  il  1348  non  iscrivesse 
altri  versi  italiani  che  malinconici  o  mistici,  e  negasse  d'un  tratto 
la  lode  in  volgare  a  tutt'i  suoi  amici  re,  principi,  capitani  e  pre- 
lati, che  esaltava  eloquentemente  in  latino  con  le  lettere  in  prosa, 
con  l'epistole  in  versi,  con  Teologhe,  con  le  dedicatorie  e  i  ri- 
chiami degli  altri  scritti. 

Se  ciò  non  accadde,  e  se  valgon  gli  argomenti  recati  avanti 
per  dimostrare  come  alcune  rime  della  prima  parte  furon  com- 
poste dopo  il  1348,  bisogna  pur  concedere  che  il  Petrarca,  rele- 
gando tutte,  proprio  tutte  le  rime  eroiche,  civili,  ammonitive, 
incitative  e  satiriche  avanti  la  canz.  r  vo  pensando,  avesse  un 
intendimento.  E  codesto  intendimento  non  potè  esser  altro,  che 
quello  di  separar  nettamente  le  rime  che  si  riferiscono  a  cose 
terrene,  come  l'amor  de' sensi,  il  valore  guerresco,  la  gloria  delle 
lettere  e  dell'armi,  l'infamia  e  lo  sdegno,  da  quelle  che  si  rife- 
riscono a  cose  celesti,  come  l'amore  spirituale,  il  pentimento,  la 
morte,  la  Vergine  e  Dio. 

Non  è  qui  il  caso  di  rifare  la  storia  dell'  anima  del  Pe- 
trarca, eh' è  già  stata  narrata,  e  spesso  insuperabilmente,  dal 
De  Sanctis,  dal  Bartoli  e  dal  Gaspary;  ma  tutti  sanno  oramai 
come  l'interna  contraddizione  più  acuta  dell'insigne  poeta  fosse 
tra  la  carne  che  cercava  il  piacere  mondano,  e  l'intelletto  che 
anelava  spasimando  al  conforto  religioso;  tra  il  bisogno  dell'amore, 
della 'gloria,  di  tutte  le  passioni  terrene,  e  il  desiderio  di  Dio. 
Lo  spirito  del  poeta  era  come  un  uccello  che  batte  l'ali  per 
uscire  di  gabbia  e  volar  verso  il  cielo;  ma  urtando  alle  stecche 
di  ferro,  ricade  stanco  e  ammaccato. 

Forse  nell'anno  1348,  l'anno  terribile  della  pestilenza,  credè  il 
poeta,  stupefatto  e  smarrito  per  la  morte  di  Laura  e  d'alcuni 
fra'  suoi  più  cari  amici,  di  poter  liberarsi  finalmente  da'  legami 
terrestri,  e  darsi  per  sempre  a'  più  casti  pensieri  dell'eterna 
beatitudine.  Io  veramente  sospetto,  senza  osar  d'affermarlo,  che 
non  soltanto  la  canz.  Vvo  pensando,  ma  anche  l'altra  Vergine 


su  l'ordinamento  delle   poesie  volgari   di   F.  PETRARCA    119 

bella  sia  stata  immaginata  e  composta  quell'anno  medesimo,  con 
l'ultima  epistola  in  versi  del  1. 1;  eguale  è'I  tòno  de'tre  compo- 
nimenti, eguale  è  la  posizion  dello  spirito,  eguale  è  persino  il 
materiale  fantastico  e  rettorico  (1). 


(1)  Cosi  nelle  due  canzoni  come  nell'epistola,  il  poeta,  per  la  paura  della 
morte  vicina ,  si  dimostra  invaso  da  una  smania  quasi  angosciosa  di  penti- 
mento ;  e  si  raccomanda  ora  a  Dio ,  ora  alla  Vergine ,  perchè  lo  scampino 
dal  peccato  e  dalla  perdizione.  Così  nella  canz.  7'  vo  pensando  è  detto: 


Ma  temenza  m'accora 

Per  gli  altrui  esempi;  e  del  mio  stato  tremo; 

Ch'altri  mi  sprona,  e  son  forse  all'estremo. 


E  nell'Epist.  1,  14: 


Si  noscis  mors  cuncta  facit,  solet  illa  venire 
Jmprovisa  .  .   . 


E  nella  canz.  Vergine  bella: 


Mortai  bellezza,  atti  e  parole  m'hanno 

Tutta  ingombrata  l'alma. 

Vergine  sacra  ed  alma, 

Non  tardar,  oh'  i'  son  forse  all'  ultim'  anno. 


Anche  nella  canz.  F  vo  pensando  il  poeta  si  rivolge  a  Dio   supplicandolo: 


E  nell'Epistola: 


Tu  che  dagli  altri,  che  'n  diversi  modi 
Legano  '1  mondo,  in  tutto  mi  disciogli, 
Signor  mio,  che  non  togli 
Ornai  dal  volto  mìo  questa  vergogna? 

Quis  me  de  faucibus  hostis 
Ertpiatf  Quis  me  mortali  carcere  raptum 
Restituat  caelo  ?  Quis  rectum  monstret  ad  astra 
Inter  tot  laqueos,  tam  multa  per  invia  caUeml 


E  nella  canz.  Vergine  bella: 

Vergine  d'alti  sensi, 

Tu  vedi  il  tutto;  e  quel  che  non  potea 

Far  altri,  è  nulla  alla  tua  gran  virtute. 

Por  fine  al  mio  dolore; 

Che  a  te  onore  ed  a  me  fia  salute. 

Il  contrasto  interno  del  poeta  ha  nome  ài  guerra  nella  canz.  V  vo  pensando: 

Quando  novellamente  io  venni  in  terra 

A  soffrir  l'aspra  guerra 

Che  'ncontra  a  me  medesmo  seppi  ordire  ; 

e  di  guerra  nella  canz.  Vergine  bella: 


120  G.   A.   CESAREO 

Passato  quel  primo  momento  di  paura  e  di  fervor  mistico,  il 
Petrarca  non  dirò  che  tornasse  1'  uomo  di  prima ,  ma  né  pure 
si  die  tutto  a'  pensieri  ascetici,  come  qualcuno  potrebbe  credere. 


Soccorri  alla  mia  guerra. 

La  paura  e  l'affanno  del  conflitto   non  s'acqueta  se  non  al  pensiero  della 
morte  nella  canz.  7'  vo  pensando: 

CanzoD,  qui  sono;  ed  ho  *1  cor  ria  più  freddo 

Della  panra,  che  gelata  neve. 

Sentendomi  perir  senz*alcan  dabbio; 

Che  par  deliberando,  ho  volto  al  sabbio 

Gran  parte  ornai  della  mia  tela  breve: 

Né  mai  peso  fa  greve 

Qaanto  quel  eh'  i*  sostengo  in  tale  stato; 

Che  con  la  morte  a  lato 

Cerco  del  viver  mio  novo  consiglio, 

E  veggio  *1  meglio  ed  al  peggior  m'appiglio. 

E  il  medesimo  è  nell'Epistola: 

Scupé  0go  perinetutnSf  atùmamqué  ampkxtu  tturttm 
Cogito  ti  qua  via  est  mediai  auferre  per  aettut 
Corporetuqite  unda  tachrymarum  extinguere  Jtammat, 
Sed  reiinet  mundus,  Irahit  imperiosa  voluptas 
Funestisqtie  ligat  nodit  violentior  ustts. 


Sic  teneor  muUumque  /Uà,  meque  ipse  frequentar 
Percontor,  quid  va)i«  paras  f  quo  pergere  tendit 
Ah  miseri  aut  quo  nam  tantis  anfraeUòtu  ire 
Poti»  putasf  moriere  quidem  .  .  . 

E  il  medesimo  anche  nella  canz.  Vergine  bella: 

li  di  s'appressa,  e  non  pot«  esser  longe; 

Sì  corre  il  tempo  e  vola, 

Vergine  unica  e  sola  ; 

E  '1  cor  or  coscienza  or  morte  pange. 

Altri  raffronti  si  potrebbero  stabilire,  di  frasi,  di  locuzioni,  d'immagini,  che 
non  ìsfuggiranno  certo  al  sagace  lettore,  se  a  pena  rilegga  que'  tre  compo- 
nimenti. E  poiché  mi  cade  in  acconcio,  anche  mi  piace  rilevar  qui  una  so- 
miglianza ,  sfuggita  agli  studiosi,  e  che  reca  luce  su  la  questione.  La  mossa 
della  canzone: 

I'  TO  pensando  e  nel  pensier  m'assale 

Una  pietà  si  forte  di  me  stesso, 

Che  mi  conduce  spesso 

Ad  altro  lacrimar  eh*  i*  non  solerà, 

si  ritrova  tal  quale  nella  Famil.y  Vili,  7,  del  1348:  h£u  mi  frater  optinie^ 
piget  ea  intimisi  oc  miseret  me  tnei.  Si  vegga  anche  il  tremebondo  desi- 
derio della  morte  cosi  nella  lettera  come  nella  canzone. 


su   l'ordinamento   delle   poesie  volgari   di   F.   PETRARCA     121 

In  quello  stesso  anno  probabilmente,  come  s'  è  visto,  avea  già 
volto  l'animo  a  un  nuovo  amore;  di  li  a  non  molto  anche  lodava 
le  gesto  del  suo  amico  Pandolfo,  e  saettava  d'invettive  terribili 
la  corte  avignonese.  Ma  nel  corpo  delle  poesie  volgari  par  che 
si  studiasse,  per  amore  della  progression  psicologica  e  morale, 
di  nascondere  d'allora  in  poi  qualunque  rivolta  e  qualunque 
vittoria  della  sua  parte  umana  contro  la  parte  spirituale:  di  fatto, 
nelle  rime  dette  in  morte  di  Laura,  il  poeta  si  mostra  sempre 
tutto  raccolto  in  meditazioni  di  preghiera  e  di  morte,  tutto  in- 
tento alla  perfezione  celeste.  E  un  tal  proponimento  è  posto  a 
effetto  con  tanto  scrupolo,  che  chi  ravvicini  le  rime  in  morte  di 
Laura  al  carteggio  e  a'  versi  latini  scritti  in  quel  torno,  non 
riesce  quasi  a  raffigurare  nel  melanconico  e  pio  poeta  dell'une, 
il  caldo,  eloquente,  battagliero  agitatore  e  ammonitore  degli 
altri.  Forse  a  punto  per  questo  la  seconda  parte  delle  Rime 
volle  conchiusa  il  poeta  con  la  canz.  Vergine  bella,  un  componi- 
mento a  fatto  religioso  e  morale. 

Un  altro  principio  costante,  e  non  da  vero  casuale,  nella  di- 
sposizione delle  Rime,  sta  nel  raggruppamento  di  quelle  che  si 
riferiscono  a  uno  stesso  avvenimento,  a  una  stessa  impressione,  in 
somma  a  uno  stesso  stato  d'animo  del  poeta.  Di  fatto  si  trovano 
assieme  tra  loro  le  rime  per  la  Crociata,  quelle  per  Simon  Martini, 
le  due  canzoni  del  fiume,  i  sonetti  delle  Ardenne,  i  sonetti  del 
viaggio  a  Roma,  i  sonetti  a  rime  eguali  dell'arrivo  e  della  par- 
tenza di  Laura  {Quando  dal  proprio  sito,  Ma  poi  che  'l  dolce 
riso,  Il  figliuol  di  Latona\  i  sonetti  del  guanto,  i  sonetti  de' 
presagi,  i  sonetti  contro  Avignone,  e  via  seguitando.  Forse  qua 
e  là  qualche  strappo  a  codesto  principio  si  troverebbe:  come 
ho  detto,  il  Petrarca  non  sopportava  l'eccessivo  rigor  d'una 
legge, anche  fatta  da  lui;  ma  tutti  gli  esempi  citati  bastan,  credo, 
a  provare  come  la  legge  fosse:  e,  in  questo  caso,  l'intendimento 
del  poeta  fu  d'armonia  estetica  e  psicologica;  forse  gli  parve,  e 
a  ragione,  che  i  componimenti  ispirati  da  una  stessa  occasione, 
si  sarebber,  vicini,  rilumeggiati  e  rilevati  a  vicenda,  e  ciascuno 
avrebbe  guadagnato  in  bellezza  e  in  efficacia. 


122  G.   A.   CESAREO 

Non  senza  cura  studiosa  sembran  anche  disposti  il  prologo  e 
l'epilogo,  non  soltanto  di  tutto  il  Canzoniere,  ma  e  di  ciascuna 
delle  due  parti  di  esso.  Il  son.  Fo2  c/i' a^co/Zate  si  capisce  che  fu 
immaginato  quando  gran  parte  del  Canzoniere  era  già  stato  com- 
posto; ma  pure  i  tre  o  quattro  sonetti  seguenti  sembran  méssi 
li  quasi  per  avviare  una  storia  d'amore.  In  que' componimenti 
si  contengono  le  notizie  generali  :  la  cagione  dell'  innamora- 
mento (son.  II)  e  la  data  di  esso  (son.  Ili);  la  patria  (son.  IV) 
e  il  nome  dell'amata  (son.  V):  ora  a  me  non  par  verisimile  che 
un  uomo  ami  davvero  cosi  ordinatamente,  com*ei  farebbe  rac« 
contando  una  storia  d'  amore;  e  il  pensiero  di  premetter  quei 
dati  di  fatto  alle  sue  dichiarazioni  galanti  non  può  venirgli,  se 
non  quando,  in  un  posterior  periodo  dell'amore,  ei  consideri  i 
suoi  versi  a  fatto  oggettivamente,  a  fatto  esteticamente,  come 
opera  d'arte  e  non  come  mozzo  di  persuasione  amorosa.  L'in- 
namorato non  ha  alcun  bisogno  di  cominciare  a  raccontare  alla 
sua  amica  il  come,  il  quando  e  il  perchè  dell'amore,  e  il  nome 
e  la  patria  di  lei:  codesto  è  un  bisogno  del  poeta,  il  quale  ri- 
tornando dopo  alcuni  anni  su'  suoi  versi  d'amore,  eh'  ei  vuol  dare 
in  pubblico,  teme  che  a  punto  il  pubblico  non  possa  gustar  bene 
l'opera  d'arte  senza  un  po' di  notizie  preliminari.  Anche  il  son. 
Arbor  vittoriosa  con  cui  si  chiude  la  prima  parte  delle  Rime 
secondo  l'autografo  e  l'aldina  del  1501,  pare,  ben  che  meno  evi- 
dente, una  conclusione  voluta:  vi  son  tutte  riepilogate  le  lodi 
della  bellezza  e  della  virtù  di  Laura  viva,  che  furon  solo  argo- 
mento a' versi  d'amore  di  tutta  la  prima  parte.  Si  può  forse 
opporre  che  molti  altri  componimenti  del  Canzoniere  hanno  a 
a  un  di  presso  il  contenuto  medesimo;  e  sta  bene:  ma  non  è 
forse  per  caso  che  a  punto  un  di  codesti  componimenti  compen- 
diosi, e  non  un  componimento  occasionale  di  lode  o  di  dispetto, 
fu  collocato  sul  limite  estremo  della  raccolta  di  rime  in  vita  di 
Madonna  Laura. 

Che  le  due  famose  canzoni  V  va  pensando  e  Vergine  bella 
fossero  state  elette  con  opportuna  significazione,  quella  ad  aprire, 
questa  a  conchiudere  la  seconda  parte  delle  poesie  volgari,  ove 


su  l'ordinamento  delle  poesie  volgari  di   F.   PETRARCA     123 

l'ascensione  amorosa  dell'anima  al  Cielo  è  cercata  rappresentare, 
a  punto  come  nella  prima  il  tumulto  de' sensi,  non  parmi  che 
possa  parer  dubbio  ad  alcuno.  E  non  mi  fermo  su  questo  luogo 
se  non  per  domandare  come  mai  possan  trovarsi,  dopo  la  canzone 
introduttiva  alla  seconda  parte,  que'  due  sonetti  Aspro  core  e 
selvaggio  e  Signor  mio  caro,  i  soli  in  tutta  la  raccolta,  i  quali 
contrastino  con  quello  studio  d'una  certa  unità  quasi  di  poema, 
determinata  particolarmente  nei  prologhi  e  negli  epiloghi,  che 
si  riscontra  per  tutto  il  volume.  Sarà  stato  un  capriccio?  un 
errore  di  trascrizione?  una  convenienza  materiale  che  a  noi 
riesce  troppo  oscura  e  lontana?  Io  non  ne  so  nulla. 

La  prova  più  diretta  d'una  meditata  progression  psicologica 
nelle  poesie  volgari  sono  i  sonetti  che  denominammo  de'  presagi. 
I  fatti  eran  questi:  il  poeta,  partito  sul  cadere  del  1347  da 
Avignone,  non  aveva  più  novelle  di  Laura,  e  girava  tranquilla- 
mente per  r  Italia  settentrionale,  quando  a  Parma,  il  19  maggio 
1348,  gli  giunse  l'inaspettato  avviso  che  Laura  era  morta. 

Tutto  ciò  poteva  stare  nella  realtà;  ma  nell'architettura  del 
Canzoniere  era  un  altro  paio  di  maniche.  Come  passare  improv- 
visamente, mettiamo,  dal  luminoso  son.  Due  rose  fresche  al  fu- 
nereo Oimè  il  bel  visoì  Poteva  il  lettore  inconsapevole  ricostruir 
tutto  il  dramma  che  intercedeva  fra  quei  due  componimenti?  E 
lo  stacco  non  sarebbe  stato,  rispetto  all'  arte,  troppo  violento  e 
irragionevole? 

Forse  dopo  tali  considerazioni  venne  al  poeta  l'idea  di  pre- 
parar l'animo  de' lettori  con  lo  sgomento,  a  mano  a  mano  più 
vicino,  della  catastrofe;  e  per  dissimulare  abilmente  quell'arti- 
fizio, finse  d' averne  avuta  egli  stesso  l' anticipata  visione  :  di  qui 
que' mirabili  sonetti  de' presagi,  ne' quali  l'effetto  estetico  è  me- 
ravigliosamente prodotto  a  punto  dalla  progression  psicologica 
dell'oscuro  terrore  che,  giunto  al  colmo,  offre  agevole  il  pas- 
saggio agli  scritti  di  dolore  e  di  morte  della  seconda  parte  delle 
poesie  volgari. 

Si  vorrebbe  anche  esaminare,  tenendo  conto  di  queste  osser- 
vazioni, il  carattere  generale  del  Canzoniere,  per  farsi  un'idea 


124  G.   A.   CESAREO 

giusta  di  quel  che  il  poeta  intendesse  di  rappresentare  neir  im- 
mortale raccolta;  ma  non  è  qui  il  luogo  da  risolvere  cosi  spi- 
nosa questione,  a  cui  tante  altre  questioni  minori  si  ricollegano. 
A  noi  basti  d'aver  provato,  che  le  poesie  volgari  non  furon 
disposte  secondo  il  principio  cronologico;  anzi,  a  tutti 'i  segni, 
secondo  un  principio  estetico  e  psicologico. 

G.  Alfredo  Cesareo. 


VAR I  E  T  À 


IL  PROBABILE  FALSIFICATORE 

DELLA 
GÌTT-A-ESTIO    I>  E    -A.QXJ-A-    ET    TEI^R-A. 


I. 

Curiosa  invero  la  storia  del  trattatello  De  aqua  et  terra! 

In  sul  principio  del  1320  Dante  si  trova,  non  si  sa  come,  in 
Mantova,  ove  sorge  una  disputa  intorno  alla  posizione  de'  due 
elementi,  Tacqua  e  la  terra,  pretendendo  alcuni  che  l'acqua  fosse 
in  qualche  parte  della  sua  sfera  più  alta  della  terra  emergente. 
Dante  invece  crede  che  la  terra  sia  sempre  più  elevata  della  su- 
perficie del  mare,  e  sa  per  quali  motivi  avvenga  tale  emersione. 
Egli  ne  discute,  ma  tuttavia  la  questione  «indeterminata  restabat», 
onde  l'altero  poeta,  educato  alla  verità  sin  dall'infanzia,  non  tol- 
lera che  vi  sian  dubbi  in  proposito,  e  si  propone  di  risolvere  il 
quesito  definitivamente  (1).  Si  direbbe  che  dovesse  risolverlo  in 
Mantova,  dove  se  n'era  discusso;  ma  no.  Per  cause  misteriose 
va  a  tener  la  sua  conclone  in  Verona,  «  in  sacello  Helenae  glo- 
«  riosae,  coram  universo  clero  veronensi  »,  il  20  genn.  di  quel- 
l'anno 1320  (2).  Si  crederebbe  che  di  quella  disputa  solenne  do- 
vesse rimanere  ricordo  presso  i  contemporanei  e  che  qualcuno 


(1)  «  Unde  quum  in  amore  veritatis  a  pueritia  mea  continue  sim  nutritus, 
€  non  sostinui  quaestionem  praefatam  linquere  indiscussam  :  sed  placuit  de 
€  ipsa  verum  ostendere,  nec  non  argumenta  facta  contra  dissolvere,  tum  veri- 
«  tatis  amore,  tum  etiam  odio  falsi tatis  ».  De  aqua,  §  1. 

(2)  De  aqua,  §  24. 


126  LOZIO-RENIER 

di  que*  tanti  sacerdoti  intervenuti  dovesse  sentir  la  curiosità  di 
possedere  quella  disseriazione.  Habent  sua  fata,  non  solo  libelli, 
ma  anche  quaestiones.  Quantunque  l'Alighieri  nel  1320  non  fosse 
certo  un  ignoto,  quantunque  largomento  fosse  ghiotto,  quantunque 
le  città  ove  si  agitò  la  disputa  si  distinguessero  entrambe  pel  culto 
a'  buoni  studi,  quantunque  in  Verona  v'assistesse  cosi  gran  pub- 
blico, non  uno  degli  storici  o  degli  scienziati  del  tempo  serbò 
memoria  di  quel  fatto ,  non  uno  dei  biografi  di  Dante ,  neppur 
coloro  che  come  Mario  Filelfo  ebbero  vaghezza  di  donare  all'A- 
lighieri quante  più  opere  fosse  possibile,  non  uno,  ripetiamo,  dei 
biografi  antichi  di  Dante  ebbe  contezza  di  quella  disgraziata 
Quaestio.  Di  codici  che  la  rechino  non  v'è  neppure  da  parlare. 
Ma  a  dir  le  fortune  che  toccano  a  certuni!  Quasi  due  secoli 
dopo,  il  padre  Benedetto  Moncetti  da  Castiglione  Aretino,  agosti- 
niano, scopre  l'autografo  della  Quaestio,  sepolto  in  non  si  sa  quali 
scrigni  impenetrabili,  ed  egli  lo  pubblica  in  Venezia,  co'  tipi  di 
Manfredo  da  Monferrato,  in  sullo  scorcio  del  1508.  Nota  peraltro 
vanità  ed  imbecillità  d'editore!  Non  contento  d'aver  tra  le  mani 
un  autografo  sicuro  dell'Alighieri  (il  che  anche  in  sull'alba  del 
cinquecento  non  sembra  accadesse  tutti  i  giorni),  il  Moncetti, 
lungi  dal  comunicarci  tal  quale  quello  scritto,  si  prende  l'arbi- 
trio di  correggerlo  «  diligenter  et  accurate  >,  come  dice  nel  ti- 
tolo, di  castigarlo  ed  elucubrarlo,  come  confessa  nella  seguente 
ciarlatanesca  nota  finale  : 

([Ad  Lectorem. 

Habes,  candide  lector,  questionem  perpulchram  Dantis  Poetae  Fiorentini 
de  duobus  elementis,  videlicet  aquae  et  terrae  diserentis,  castigatami  lima- 
tam,  elucuhratam  a  Reverendo  patre  magistro  Benedicto  de  Ca^tilione  Ar- 
retino  artium  liberalium  excellentissimo:  ex  hoc  opuscolo  mirificam  doctrìnam 
carpes,  que  (ut  autumo)  mentem  tuam  oblectabit.  Nocte  et  diu  hoc  opusculum 
perlege;  non  fronte  coperata  sed  vultu  sereno  diligenter  hoc  opusculum  evolve, 
quo  perlecto  animus  tuus  variis  rebus  saturabitur.  Quemadmodum  princìpes 
non  uno  ferculo,  sed  plurimis  eduliis  opiperatis  satiantur,  eapropter  Dantes 
poeta  florentinus  et  philosophus  divinis  laudibus  est  extollendus,  qui  non 
solum  lingua  vernacula  sed  etiam  litteratura  monumenta  scitu  digna  poste- 
ritati  reliquit:  ideo  Grammatici  Poetae  Oratorea  celeberrimique  philosophi 
Dantem  Poetam  clarissimum  atque  philosophum  excellentissimum  elloquio 
pierio  deberent  extoUere,  qui  Tonantis,  Purgatorii,  Plutonis,  terra  et  aquae 
sedes,  ingenio  divino  exaravit  (1). 


(1)  A  e.  12  r  dell'  ediz.  principe,  prima  àeW Impressum  fuit  Yenetiis  per 


VARIETÀ  127 

La  irriverenza  del  padre  Agostiniano  è  tanto  più  deplorevole, 
inquantochè  l'autografo,  naturalmente,  spari,  e  rimase  soltanto 
quel  povero  trattato,  con  lo  sue  limature  ed  elucubrazioni,  delle 
quali  davvero  faremmo  volentieri  a  meno. 

Ma  la  storia  non  è  finita,  anzi  è  appena  cominciata.  L'opuscolo 
edito  dal  Moncetti,  senza  sparger  di  sé  molta  fama,  diviene  ben 
presto  rarissimo  (1),  né  giova  che  nel  1576  lo  ristampi  in  Na- 
poli, in  mezzo  ad  altri  opuscoli  di  scienza,  PYancesco  Storella  (2). 
Si  continua  ancora  per  secoli  a  non  rammentare  la  Quaestio 
fra  le  opere  di  Dante.  La  cita  qualche  bibliografo,  più  per  tra- 
dizione, che  per  conoscenza  diretta.  Il  Pelli  ne  vede  l'esemplare 
Marucelliano,   che  poi  rimane  per  lunghi  anni  introvabile  (3); 


Manfredum  de  Monteferrato  sub  inclyto  principe  Leonardo  Lauredano 
Anno  domini  MB  Vili  sexio.  Cqlen.  Novembris.  Nel  riprodurre  dairantica 
stampa,  sciogliamo  i  nessi  e  poniamo  a  suo  luogo  l'interpunzione. 

(1)  Oggi  se  ne  conoscono  tre  esemplari.  Uno  si  trova  nella  Marucelliana, 
segnato  4.  F.  V.  31,  del  quale  noi  ci  serviamo.  È  in  ottimo  stato  di  conser- 
vazione, legato  in  pergamena,  con  scioglimenti  di  nessi  e  correzioni  a  penna 
dei  molti  errori  tipografici  praticate  da  mano  esperta.  Un  secondo  esemplare, 
su  cui  fu  condotta  la  ediz.  moderna  di  Aless.  Torri,  è  nella  Trivulziana, 
con  una  nota  bibliografica  ms.  di  Pietro  Mazzuchelli  che  il  Torri,  Opere 
di  Dante,  voi.  V,  Livorno,  1842,  p.  165,  e  poi  il  Giuliani,  Opere  lat.  di 
Dante,  Firenze,  1882,  II,  379-81  stamparono.  La  terza  copia,  appartenuta  ad 
Ulisse  Aldrovandi,  è  nell'Universitaria  di  Bologna,  e  ne  diede  notizia 
C.  Ricci,  L'ultimo  rifugio  di  Dante,  Milano,  1891,  p.  41,  n.  2.  Descrizioni, 
più  0  meno  minute,  del  libro  non  mancano  nei  recenti  bibliografi:  noi  ri- 
mandiamo a  quella  del  Torri,  V,  166.  II  Libri,  nel  Journal  des  savants,  1844, 
pp.  559-60,  riprodusse  il  recto  della  prima  carta,  ove  frammezzo  a  due  epi- 
grammi latini  sta  il  lungo  titolo,  tante  volte  riferito,  disposto  a  triangolo, 
o  a  cul-de-lampe,  come  dicono  i  bibliografi  francesi.  Il  Libri  si  valeva  d'un 
esemplare  da  lui  posseduto,  che  figura  nel  suo  Catalogue  di  vendita  del  1847, 
sotto  il  n*  609.  Il  Brunet,  nella  più  recente  ediz.  del  Manuel,  ci  avverte 
che  quell'esemplare  fu  allora  venduto  per  L.  715  e  poi  rivenduto  nel  1855. 
per  L.  530,  ma  non  dice  ove  oggi  si  trovi.  Riuscendo  difficile  l' identificarlo 
coi  tre  menzionati,  sarà  forse  quell'esemplare  in  qualche  grande  deposito 
straniero. 

(2)  Di  quella  ristampa  napoletana,  divenuta  anch'essa  rarissima,  si  suol 
citare  soltanto  un  esemplare  dell'Ambrosiana.  La  descrive  il  Torri  nelle 
cit.  Opere  di  D.,  V,  167;  poi  meno  ampiamente  il  Fraticelli,  Opere  minori 
di  D?,  Firenze,  1873,  II,  415. 

(3)  Memorie  per  la  vita  di  D.,  p,  202,  n.  74.  L'esemplare  Marucelliano 
era  smarrito  anche  quando  il  Fraticelli  curò  la  prima  edizione  delle  Opere 
minori;  ma  fu  trovato  poi,  e  giovò  alla  seconda. 


128  LUZIO-RENIER 

lo  Zeno  accenna  alla  Quaestio  come  ad  opera  non  conosciuta  e 
che  «  bisognerebbe  rinvenire  »  (1).  Poco  appresso  il  Tiraboschi, 
con  la  sua  critica  guardinga ,  la  menziona ,  dubitando  che  sia 
«  un'impostura  »  (2),  e  questo  dubbio  ripete  l'Arrivabene  e  rin- 
calza il  Foscolo,  affermando  che  la  Quaestio  «  va  tenuta  con 
«  molti  per  impostura  indegna  d'esame  »  (3).  A  tali  dubbi  ac- 
cenna il  Troya  e  aggiunge  dal  canto  suo  schiettamente  che  per 
l'autenticità  di  quell'operetta  non  vuole  stare  «  punto  malleva- 
*  dorè  »  (4).  Il  Balbo  non  si  pronuncia,  perchè  non  ha  veduto  il 
libro  e  teme  non  «  sia  superstite  »  (5).  Altri  propone  l'ipotesi 
destituita  di  fondamento  che  autore  della  Quaestio  non  sia  il 
poeta  della  Commedia,  ma  un  suo  pronipote,  assai  reputato  per 
dottrina,  che  abitò  in  Mantova,  Dante  III  Alighieri  (6). 

Di  contro  a  questi  scettici  o  dubitosi  si  levano,  pieni  d'ingiu- 
stificata baldanza,  i  credenti.  Nel  1842  Alessandro  Torri  ristampa 
l'opuscolo  sull'esemplare  Trivulziano;  corredandolo  d'una  cattiva 
versione  di  Francesco  Longhena.  Egli  ne  reputa  indiscutibile  la 
autenticità;  cita  in  appoggio  le  autorità  cosi  poco  autorevoli  del 


(1)  Lettere,  Venezia,  1785,  111,  411. 

(2)  Storta,  ediz.  Antonelli,  V,  650. 

(3)  Cfr.  Arrivabene,  Il  secolo  di  D.,  Firenze,  1830,  II,  308,  ov'è  la  nota 
del  Foscolo.  Il  Giuliani,  Op.  lai.,  11,  423  non  si  perita  a  dare  al  Foscolo 
dell'avventato  e  poco  manca  dell'insensato. 

(4)  Veltro  allegorico,  Firenze,  1826,  p.  175. 

(5)  Vita  di  Dante,  Firenze,  1853,  p.  409. 

(6)  Gregorio  Ottoni,  in  certa  sua  appendice  parecchio  sconclusionata 
su  Dante  in  Mantova,  che  si  legge  nella  Gazzetta  di  Mantova,  anno  II, 
1864,  n'  70  e  72,  scrive:  «  Fuvvi  alcuno  che  leggendo  di  un  Dante  Aii- 
«  ghieri,  morto  a  Mantova  nel  1510,  pensò  che  a  costui  si  dovesse  attri- 
€  buire  la  Quistione  ».  Ignoriamo  chi  abbia  avuto  questa  bizzarra  idea; 
ma  certo  ei  non  vide  l'opuscolo,  a  meno  che  non  ritenesse  Dante  III  un 
falsificatore,  il  quale  volesse  far  passare  l' opera  propria  come  scritta  dal 
suo  grande  antenato.  Dante  III  fu,  del  resto,  uomo  dotto,  poeta  latino  e 
volgare,  sicché  Scip.  Maffei  ne  diede  notizia  nella  Verona  illustrata.  Tenne 
cariche  in  Verona  e  Peschiera,  e  poi  si  ritirò  in  Mantova,  ove  il  Vale- 
RiANO,  nel  De  infelicitate  literatorum,  lo  dice  morto  nel  1510.  Lo  com- 
batte L.  Passerini  (Della  famiglia  di  D.,  in  Dante  e  il  suo  secolo, 
Firenze,  1865,  pp.  74-75),  il  quale  cita  un  documento  d'onde  risulta  ancora 
vivo  nel  febbr.  del  1514,  mentre  era  trapassato  senza  dubbio  nel  novembre 
del  1515.  11  Reumont  (Dante's  Familie,  in  Jahrbuch  der  dentsch.  Dante- 
Qesellschaft,  II,  345)  fraintendendo  una  nota  del  Passerini,  che  del  resto 
compendia,  lo  fa  vivere  sino  al  1517. 


VARIETÀ  129 

Gorniani,  dell'Orelli,  del  Missirini;  fa  dei  confronti  inconcluden- 
tissimì,  ma  a  cui  egli  attribuisce  gran  peso,  col  De  Monarchia 
e  con  le  epistole  (1).  Alla  edizione  della  Quaestio  data  dal  Torri, 
di  cui  furono  tirati  a  parte  56  esemplari  (2),  successe  la  prima 
del  Fraticelli,  con  la  quale  ricompare  la  traduzione  del  Longhena. 
È  una  ristampa  destituita  di  critica,  con  in  capo  copiate  le  os- 
servazioni del  Torri   e  l'asserzione  sbalorditola  e  impudente: 

«  Rispetto  all'autenticità  di  questo  scritto,  giudico tempo  per- 

«  duto  il  sostenerla  contro  i  pochi  oppositori,  dappoiché  la  mas- 
«  sima  parte  de'  biografi  ed  espositori  di  Dante  sono  concordi 
«  nel  riconoscerlo  pet*  lavoro  di  lui  ».  È  il  caso  di  dire  :  chi  si 
contenta  gode!  Più  coscienzioso  il  terzo  ed  ultimo  editore  mo- 
derno, Giambattista  Giuliani,  volle  nel  II  voi.  delle  Opere  latine 
di  Dante  corredare  il  testo  del  De  aqua  d'un  larghissimo  com- 
mentario e  fargli  seguire  un  nuovo  e  molto  più  esatto  volgariz- 
zamento. Il  commentario  senza  dubbio,  nella  immensa  quantità 
di  riscontri  che  reca,  rivela  la  rara  conoscenza  che  delle  opere 
tutte  di  Dante  ebbe  il  Giuliani;  ma  per  la  questione  dell'auten- 
ticità è,  al  contrario  di  quanto  egli  credette,  di  valore  quasi  nullo. 
Fra  tutti  i  suoi  riscontri,  alcuni  dei  quali  indeterminatissimi  (3)^ 


(1)  Voi.  V,  p.  XXI.  Nel  §  22  del  Be  aqua  sono  addotti  alcuni  passi  della 
Scrittura  a  conferma  del  consiglio  «  desinent  homines  quaerere  quae  supra 
«  eos  sunt,  et  quaerant  usque  quo  possunt  ».  11  Torri  osserva  che  di  passi 
biblici  D.  fa  uso  spessissimo  nelle  epistole.  Ma  degli  scrittori  medievali  e 
scolastici  chi  non  ne  faceva  uso  ?  Ed  il  consiglio  dato  ai  filosofanti,  che  nella 
Commedia  più  volte  si  trova  e  corrisponde  precisamente  a  quello  del  Purg., 
III,  37,  non  è  forse  comune  nei  cultori  della  filosofia  dommatica,  che  al  di- 
sopra della  scienza  e  della  ragione  umana  ponevano  sempre  la  verità  rive- 
lata? I  riscontri  del  §  18  col  De  Monarchia  e  con  le  lettere  sono  del  tutto 
vani,  perchè  si  tratta  d'una  semplice  ripetizione  di  concetti  comunissimi  e 
di  quella  tecnica,  a  dir  così,  del  ragionamento,  che  per  tanti  secoli  fiorì  e 
sopravvisse  nelle  scuole.  Del  resto,  come  fu  osservato,  quest'  argomento  dei 
riscontri  ha  nel  caso  nostro  pochissimo  valore.  Data  la  falsificazione,  è  ele- 
mentare l'ammettere  che  il  falsario,  prima  di  porsi  all'opera,  studiasse  con 
qualche  cura  gli  scritti  del  suo  autore,  cercando  di  ri  trarne  l'intonazione  e 
qualche  tratto,  per  poter  parlare  con  verosimiglianza  in  persona  di  lui. 

(2)  Ferrazzi,  Encicl.  Dantesca,  IV,  528-29.  Il  Witte,  che  per  lunghi 
anni  fu  scettico  rispetto  all'autenticità  della  Quaestio^  rimase  meno  dubitoso 
dopo  la  edizione  del  Torri.  Vedi  Dante  Forschungen,  I,  499. 

(3)  Basti  questo  per  esempio.  Nel  §  5  si  legge:  «Omnis  opinio,  quae  con- 
«  tradicit  sensui,  est  mala  opinio  ».  Il  Giuliani  reca  in  mezzo  passi  del 
Convivio  e  del  Paradiso  {Op.  lat.^  II,  386).  Ma  quella  sentenza,  nel  medioevo, 

Giornali  storieo,  XX,  f*BC,  58-59.  9 


130  LUZIO-RENIER 

non  ve  n'ha  uno  solo  che  possa  persuadere  chi  non  sia  già  prima 
persuaso  dell'autenticità,  perchè  non  uno  solo  accenna  a  fatto  o 
ad  idea  che  non  potessero  essere  pensati  o  scritti  da  chi  avesse 
qualche  famigliarità  con  le  opere  dì  Dante  e  seguisse  la  maniera 
di  filosofare  che  gli  fu  propria  (1). 

Naturalmente  l'acquisto  di  un  nuovo  scritto  dantesco  dovette 
riuscire  ai  più  una  novella  graditissima,  massime  in  tempi  nei 
quali  il  culto  dell'Alighieri  rifioriva,  non  solo  nella  penisola,  ma 
in  tutt'Europa.  I  Mantovani  ben  volentieri  si  persuasero  che  il 
sommo  poeta,  peregrinante  per  tante  terre,  avesse  soggiornato 
anche  in  Mantova,  e  tramutarono  in  certezza  qualche  vago  ac- 
cenno dei  biografi  ,  e  s'industriarono  a  trovarne  conferma  nel 
poema  (2).  Ai  Veronesi  non  parve  vero  di  poter  affermare  che 
anche  un'altra  volta,  poco  prima  della  morte,  l'esule  illustre 
trovasse  ospitalità  nella  città  loro  (3);  e  per  iniziativa  di  quel 
valentuomo  che  fu  mons.  Giullari,  volle  nel  1865  il  Capitolo  della 


l)Oco  mancò  non  la  si  scrivesse  sui  boccali  di  Montelupo,  poiché  era  illazione 
diretta  del  principio  aristotelico  famosissimo  Nihil  est  in  intellectu  quod 
prius  non  fuerit  in  sensu. 

(1)  I  passi  più  rilevanti  del  commento  del  Giuliani  sono  quelli  alle  pp  383, 
389,  391,  396-97,  422-23,  426;  ma  chi  li  esamini  vedrà  quanto  agli  occhi 
di  queir  illustre  cultore  di  cose  dantesche  facesse  velo  la  persuasione  di  aver 
a  che  fare  veramente  con  uno  scritto  di  Dante.  Nella  medesima  condizione 
d'animo  è  scritta  la  memoria  di  G.  Poletto,  L' opuscolo  di  D.  A.  «  De  aqua 
et  terra  »  in  raffronto  al  moderno  progresso  delle  scienze  fisiche^  negli  Atti 
del  R.  Istit.  Veneto,  Serie  VI,  voi.  I  (1883),  pp.  843  sgg.  Tanto  è  vero  che 
oggi,  sbollito  quel  primo  entusiasmo,  il  Poletto  medesimo  dubita  forte  che 
quello  scritto  sia  di  Dante,  nel  recente  voi.  Alcuni  studi  su  D.  A.,  Siena, 
1892,  p.  314.  Anche  quando  egli  lesse  la  sua  menzionata  memoria  nell'Isti- 
tuto veneto,  sorse  a  confutarla  R.  S.  Minich,  che  accampò  molte  ragioni 
contro  l'autenticità.  Il  discorso  del  Minich  può  vedersi  sunteggiato  nel  cit. 
voi.  degli  Atti,  pp.  864-68. 

(2)  Vedi  il  cit.  artic.  deirOxTONi  nella  Gazz.  di  Mantova  del  1864.  La 
dimora  di  Dante  in  Mantova  era  stata  congetturata  prima  dall'ARRivABENS 
(Secolo  di  Dante,  I,  429)  e  poi  dal  Balbo  (Vita  di  D.,  pp.  271-72),  come 
una  cosa  semplicemente  possibile  nel  suo  viaggio  del  1306  da  Padova  alla 
Lunigiana.  Il  Fraticelli  (Storia  della  vita  di  D.,  Firenze,  1861,  p.  167), 
copia  il  Balbo;  ma  reputa  poi  cosa  certa  (p.  245)  una  seconda  dimora  di  D. 
in  Mantova  nel  1320,  fondandosi  sulla  Quaestio^  e  così,  dopo  di  lai,  molti 
altri. 

(3)  Vedi  Belviglieri,  Dante  a  Verona,  in  Scritti  storici^  Verona  Padova, 
1881,  p.  149. 


VARIETÀ  131 

Cattedrale  veronese  che  fosse  posta  un'epigrafe  commemorativa 
nel  sacello  di  S.  Elena,  ch'era  antica  chiesa  domestica  di  quei 
canonici  (1).  Cosi  la  memoria  della  discussione  sull'acqua  e  sulla 
terra,  ignota  ai  contemporanei,  veniva  acquistando  pei  posteri 
tanta  celebrità  da  essere  rammentata  da  una  lapide  come  una 
gloria  cittadina!  E  la  fama  dell'opuscolo  crebbe,  crebbe;  e  s'au- 
mentò di  pari  passo  la  reputazione  del  sapere  cosmologico  di 
Dante  Alighieri.  Il  Boehmer,  considerando  la  Quaestio  come  opera 
sicura  di  Dante,  propose  varie  emendazioni  al  testo  (2),  ette  fu- 
rono accolte  dal  Giuliani;  lo  SchefFer-Boichorst,  cosi  diffidente 
in  tanti  casi,  prese  le  mosse  dal  nostro  trattatalo  per  sciogliere 
un  inno  alla  versatilità  dell'ingegno  dantesco,  che  paragona  a 
quello  del  Goethe  (3).  Tra  noi  lo  Stoppani  scrisse  una  lettera  al 
Giuliani  (4)  nella  quale  esalta  il  valore  cosmografico  della  Quae- 
stio. La  lettera  del  dotto  e  compianto  geologo  è  tutta  una  me- 
raviglia per  i  veri  affermati  o  presagiti  da  Dante,  tutt' un'am- 
mirazione per  la  sua  mente  divinatoria.  Alcuni  infatti  tra  quei 
veri,  dice  egli,  sono  cosa  compiutamente  nuova,  come  la  teoria 
del  sollevamento  dei  continenti,  l'ipotesi  della  forza  elastica  dei 
vapori  e  l'affermazione  dell'attrazione  planetaria;  di  qualcuna 
tra  queste  verità  non  si  credeva  che  la  scienza  avesse  avuto 
sentore  prima  di  Leonardo  da  Vinci.  All'entusiasta  geologo  fu 
ragionevolmente  osservato  che  sono  appunto  quelle  straordinarie 
divinazioni  meglio  atte  d'ogni  altra  cosa  a  confermare  i  sospetti 
circa  l'autenticità  del  trattato.  Ed  oltracciò  (non  possiamo  dissi- 
mularlo, quantunque  sia  lontana  da  noi  la  pretesa  di  perigliarci 
su  terreno  non  nostro)  ci  sembra  che  lo  Stoppani  abbia  straor- 
dinariamente gonfiato  l'importanza  della  Quaestio,  e  ne  abbia 
discorso  senza  una  preparazione  storica  sufficiente.  Tra  i  nove 
veri  da  lui  rilevati ,  non  occorre  essere  geologi  per  sapere  che 
alcuni,  come  per  es.  l'azione  della  luna  sulle  maree  e  la  sferi- 
cità della  terra ,  erano  da  lungo  tempo  patrimonio  scientifico 
quando  Dante  scriveva.  Infatti  L.  Gaiter  fece  osservare  con  bel 
garbo  allo  Stoppani  che  tutti  quei  veri,  all'infuori  dei  due  sul- 


(1)  Gfr.  Albo  dantesco  veronese,  Milano,  1865,  p.  336,  ed  anche  Ferrazzi, 
IV,  529  e  Giuliani,  Op.  lai.,  11,  428. 

(2)  Jahrhuch  der  deutschen  Dante- Gesellschaft,  I,  1867,395-96. 

(3)  Aus  Dantes   Yerhannung,  Strassburg,  1882,  pp.  99-101. 

(4)  Prima   comparsa    nel    periodico   torinese  La  Sapienza,   voi.  V,  1882, 
p.  116;  poi  nelle  Op.  lat.  di  D.,  ediz.  Giuliani,  lì,  451  sgg. 


132  LUZIO-RENIER 

l'aggruppamento  boreale  dei  continenti  e  sul  sollevamento  di  essi, 
si  trovano  tali  e  quali,  prima  di  Dante,  nel  Tresor  di  Brunetto 
Latini  (1),  libro  che  a  sua  volta,  aggiungiamo  noi,  non  è  che 
una  compilazione,  ove  nulla  è  scoperto  di  nuovo.  Ed  un  giovane 
scienziato  tedesco ,  Guglielmo  Schmidt,  educato  all'ottima  scuola 
del  Peschel ,  sottoponendo  sei  anni  prima  la  Quaestio  ad  un 
esame  molto  più  serio  di  quello  dello  Stoppani,  vale  a  dire  con- 
siderandola in  relazione  con  tutto  ciò  che  di  cosmografìa  seppe 
il  medioevo  (2),  fu  ben  lungi  dal  trovarvi  i  veri  stupefacenti  che 
fecero  andare  in  visibilio  lo  Stoppani;  anzi  ravvisò  molti  riscontri 
delle  teorie  credute  dantesche  nei  cosmografi  e  naturalisti  ante- 
riori, segnatamente  in  Ristoro  d'Arezzo,  la  cui  Composizione 
del  mondo  è  davvero  un  libro  mirabile  per  molti  rispetti  (3). 
Tuttavia  anche  lo  Schmidt  non  esita  a  riconoscere  nella  Quae- 
stio un  precursore ,  rimasto  senz'  efficacia ,  di  successivi  pro- 
gressi (4).  Un  nuovo  esame  del  trattatello  dal  punto  di  vista 
scientifico  ci  sembra  tuttavia  quasi  indispensabile,  se  non  altro 
per  misurare  l'abilità  del  falsificatore,  al  quale  certamente  non 
dovette  mancare  l'accortezza  di  far  intravvedere  a  Dante  delle 
verità  non  chiarite  ai  tempi  suoi  ed  insieme  di  non  fargli  dire 


(1)  Lettera  al  prof.  A.  Stoppani,  nel  Propugnatore,  XV,  P.  I,  430  sgg. 

(2)  Curioso  il  rimprovero  che  gli  muove  a  questo  riguardo  il  Giuliani, 
Op.  lat..  Il,  418,  d'aver  confuso  la  scienza  di  Dante  con  quella  del  tempo 
suo.  Certamente  per  crearsi  di  Dante  un  idolo  non  è  questa  la  vera  via: 
convien  invece  sempre  chiosare  Dante  col  solo  Dante.  In  questo  modo,  non 
vedendo  ciò  che  gli  sta  intorno,  egli  grandeggia  isolato  anche  per  merito 
delle  idee  non  sue,  che  trovò  belle  e  fatte  ne'  pensatori  antecedenti  e  con- 
temporanei. 

(3)  Vedi  la  prima  parte,  unica  comparsa,  dell' opera  dello  Schmidt,  Veber 
Dante  's  Stellung  in  der  Oeschichte  der  Kosmographie,  Graz,  1876,  special- 
mente a  p.  32,  n.  1.  Lo  Schmidt  fu  preceduto,  fin  dal  1867,  dal  GOnther, 
in  un  artic.  della  Beilage  zur  allgem.  Zeitung,  che  non  ci  riuscì  di  vedere.  11 
Marinelli  indicò  questo  scritto  al  Poletto,  insieme  con  un  libro  posteriore  del 
Gùnther  (1879),  ove  pure  si  discorre  del  De  agita.  Vedi  per  le  citazioni 
esatte  gli  Atti  del  R.  Istit.  Veneto,  Serie  VI,  voi.  I,  p.  845,  n.  4.  Del  valore 
di  Ristoro  parlò  assai  bene  il  Bartoli,  Storia,  III,  163  sgg.  Il  Malfatti  lo 
chiama  <  precursore  della  fisica  e  della  geologia  odierna  >,  in  un  erudito 
discorso,  ove  nel  De  aqua  è  ravvisato  solo  un  «nuovo  e  più  largo  sapere 
«  geografico  ».  Cfr.  Della  parte  che  ebbero  i  Toscani  alfincremento  del  sapere 
geografico,  Firenze,  1879,  pp.  18-20. 

(4)  Op.  cit.,  p.  35. 


VARIETÀ  133 

cosa  alcuna  che  fosse,  anche  in  bocca  d'un  uomo  superiore,  as- 
solutamente inverosimile.  Se  il  falsificatore  fu  veramente  il  Mon- 
cetti,  ciò  dovette  riuscirgli  meno  arduo  che  ad  altri,  perchè  egli 
era  tutto  imbevuto  di  scienza  medievale  (1). 

In  questi  ultimi  tempi  i  sospetti  si  aggravarono  sul  capo  del- 
l'editore cinquecentista,  che  scopre  un  autografo  dantesco  ignoto 
e  poscia  non  più  veduto  da  alcuno ,  che  comunica  al  pubblico 
uno  scritto  di  Dante  di  cui  nessuno  aveva  prima  avuto  notizia, 
che  abusando  della  propria  fortuna  ha  l'ardire  di  metter  le  mani 
in  quel  testo  prezioso  e  di  rimaneggiarlo,  facendosene  bello  come 
d'una  benemerenza.  In  cinque  densissime  pagine  il  Bartoli  espose, 
con  la  consueta  lucidità  ed  efficacia,  le  ragioni  per  cui  ritiene 
la  Quaestio  un  apocrifo  dovuto  al  Moncetti  (2),  e  la  sua  argo- 
mentazione convinse  interamente  lo  Scartazzini ,  che  passò  a 
questo  riguardo  dalla  fede  più  inconcussa  (3)  al  più  deciso  scet- 
ticismo (4).  Dopo  aver  riferito  le  parole  del  Bartoli,  egli  conclude 
che  se  la  Quaestio  non  fosse  stata  cosi  rara  ed  i  dotti  avessero 
avuto  agio  d'esaminarla  «  si  sarebbe  senza  dubbio  sciupato  meno 
«  carta  per  commentarla  e  farvi  sopra  delle  dissertazioni  ».  Ag- 
giunge che  se  anche  venisse  fuori  qualche  ms.  del  sec.  XV,  la 
questione  non  sarebbe  decisa  in  favore  dell'autenticità,  giacché 
«  per  ammettere  che  la  Quaestio  sia  un  lavoro  di  Dante  biso- 
«  gnerebbe  ammettere  un  miracolo  ».  Apertamente  negativo  è 
pure  Corrado  Ricci,  che  ripete,  allargandoli,  gli  argomenti  del 
Bartoli  (5)  e  cerca  dimostrare  Valibi,  giacché  ritiene  che  Dante 
dimorasse  stabilmente  in  Ravenna  negli  ultimi  anni  suoi. 


(1)  Questa,  a  parer  nostro,  è  la  principal  ragione  per  cui  egli  «  potè  scri- 
ve vere  così  nel  senso  di  Dante  e  con  le  parole  di  Dante  » ,  ciò  che  faceva 
inclinare  il  Gaspary,  Storia^  I,  462,  a  ritener  autentica  la  Quaestio.  Del 
resto  la  innegabile  identità  di  molti  concetti  rimarrebbe  pur  sempre  strana 
in  uno  scritto  che  fra  Benedetto  confessa  d'aver  corretto  ed  elucubrato. 

(2)  Storia,  V,  293  sgg. 

(3)  Dante,  Milano,  1883,  li,  93  sgg.  e  I,  122  e  124. 

(4)  Prolegomeni  della  Div.  Commedia,  Leipzig,  1890,  pp.  409-415.  I  con- 
cetti ivi  esposti  sono  da  lui  ripetuti  nel  Dante-Handbuch ,  Leipzig,  1892, 
pp.  370-74. 

(5)  L'ultimo  rifugio  di  D.,  Milano,  1891,  pp.  40-47.  Nei  Commentari  del- 
l'Ateneo di  Brescia,  1890,  pp.  54-76,  Emilio  Lodrini  inseri  una  memoria  inti- 
tolata Se  l'opuscolo  «  Questio  de  aqua  et  terra  »  sia  da  attribuirsi  a  Dante 
Alighieri.  Egli  viene  a  conclusioni  del  tutto  negative,  adducendo  anche  ar- 
gomenti intrinseci   nuovi  e  mettendo  in  chiaro  la  meschinità  deiropuscolo, 


134  LUZIO-RENIER 

Come  i  lettori  si  saranno  accorti  nel  leggere  lo  schizzo  storico 
sinora  tracciato,  noi  pure  propendiamo  a  ritenere  il  De  aqica 
una  falsificazione,  e  siccome  alcuni  documenti  da  noi  rinvenuti 
e  l'esame  delle  cose  fatte  stampare  dal  Moncetti  ci  persuasero 
viemmaggiormente  della  sua  capacità  a  delinquere,  vogliamo 
considerarne  la  figura  un  pò*  più  d'appresso  che  sinora  non  si 
sia  fatto.  Gioverà  forse  quest'esame  ad  affrettare  la  desiderata 
soluzione. 


n. 


Dei  nuovi  editori  della  Quaestio  solamente  il  Torri  si  occupa 
alquanto  delle  molte  quisquilie  che  precedono  e  seguono  il  trat- 
tato (1);  il  Fraticelli  ed  il  Giuliani  riproducono  puramente  il 
testo  creduto  di  Dante.  A  noi  non  è  lecito  trascurare  l'assetto 
della  edizione  1508,  che  è  abbastanza  caratteristico. 

Le  quattordici  facciatine  della  dissertazione  sono  circondate  da 
prose  e  versi  d'occasione.  Era  costume  del  tempo,  senza  dubbio; 
ma  qui  ci  sembra  siasi  abusato  del  costume,  quasi  che  l'editore 
volesse  far  servire  l'edizione  più  a  gloria  propria  che  non  del- 
l'autore. Dopo  un  epigramma  latino  in  lode  del  dedicatario,  il 
lungo  titolo  ed  un  tetrastico  a  Dante  (tuttociò  sulla  e.  1  r),  s'a- 
dagia sulle  carte  It;  e  2r  la  gonfia  lettera  di  dedica  al  cardi- 
nale Ippolito  d'Este,  di  cui  si  professa  «  cliens  indignus  »  l'autore 
«  Magister  Joannes  Benedictus  de  Castilione  Arretino,  ordinis  Ere- 
sse mitarum  divi  Augustini,  sacrae  Theologiae  doctor  minimus  ». 
L'epistola  è  piena  di  lodi  per  il  cardinale,  la  cui  dottrina,  sin 
dai  più  teneri  anni  alimentata,  è,  con  preziosità  d'imagini  e  di 
paragoni,  alzata  alle  stelle  dal  frate  scrittore,  il  quale  confessa 
di  essere  stato  particolarmente  indotto  a  scrivere  dall'amore  d'Ip- 
polito per  le  cose  antiche  e  dal  suo  mecenatismo.  Egli  è  della 
Chiesa  «  propugnaculum  atque  valium  invictissimum  »  e,  ag- 
giunge il  piaggiatore  agostiniano,  «  tuo  ingenio,  tua  fortitudine 
<  Bononiam  illam  studiorum  matrem  ab  hostilibus  armis  libe- 


vuoi  in  riguardo  al  contenuto,  vuoi  nella  forma.  Della  memoria  del  Lodrini 
noi  conosciamo  solo  il  riassunto  che  ne  diede  G.  L.  Passerini  nel  periodico 
L'Alighieri,  an.  II,  pp.  489  sgg. 

(1)  Oltre  la  descrizione  menzionata  della  stampa  veneta,  il  Torri  dà  notizie 
0  saggi  degli  accessori  di  quell'edizione  nel  voi.  V,  pp.  159  e  161. 


VARIETÀ  135 

«  rasti.  Proh  Dii  immortales!  Ferrarla  alterum  Camillum  genuil, 
«  qui  Gallos  Senones  exuvias  ex  urbe  asportantes,  bellona  fa- 
«  vento,  profugavit  ».  Passa  poi  a  tessere  l'elogio  del  padre  suo 
Ercole  d'Este,  che  paragona  a  Scipione,  a  Paolo  Emilio,  a  Mar- 
cello. E  prosegue:  «  Insulsum  mihi  esset  laudes  tuae  Illustris- 
«  simae  sororis  D.  Isabellae  Marchionissae  Mantuanae  domi- 
«  naeque  meae  obticescere,  quae  ex  prosapia  regali  originem 
«  duxit.  Rarae  heroides  hoc  tempore  comperiuntur,  quae  litteris, 
«  moribus,  honestate,  generosità  te ,  munificentia,  comitale,  fa- 
«  cundia,  pudicicia,  fide  tuae  sorori  doctiloquae  sint  comparan- 
«  dae.  Graecas  illas,  romanas  et  Hortensii  filiam  emulatur.  Lu- 
«  cretiam  pudiciciae  speculum  romanam  castitate  excedit:  deinde 
«  Bibliam,  Quirinam  integerrimaeque  sinceritatis  spectaculum  pro- 
«  hi  tate  integrità  te  Illustrissima  soror  tua  praecellit  ».  E  dopo 
aver  nuovamente  lodata  la  facondia  del  cardinale,  conclude: 
«  Quamobrem  hanc  questionem  pene  divinam,  a  Dante  Floren- 
«  tino  poeta  clarissimo  olim  decisam,  disputatam,  et  manu  pro- 
«  pria  exaratam,  celsitudini  tuae  dedicavi,  in  qua  duo  dementa 
«  aquae  et  terrae  describit,  qualemcunque  eminentiorem  locum 
«  contineant.  Qua  de  re  mihi  visum  fuit,  ne  tam  erudita,  perutilis 
«  ac  famigerata  quaestio  periret,  conatus  sum  ut  in  lucem  pro- 
«  deat,  et  ne  ipsius  Dantis  ingenium  speculationemque  astrono- 
«  micae  artis  delitescat.  Igitur  agnoscere  poteris  benivolentìam, 
«  amicitiam  quam  erga  celsitudinem  tuara  sororemque  tuam  II- 
«  lustrissimam  habeo.  Haec  quaestio  quippe  Mantuae  fuit  au- 
«  spicata,  quam  magis  deamo  quam  patriam.  meam..  Ideo 
«  tuam  celsitudinem  quaeso  quod  serena  facie  melifluoque  elo- 
«  quio  eam  perlegere  velit.  Quoniam  tempore  proximo  malora 
«  etiam  opera  tuae  dominationi  dedicabo,  cui  plurimum  Gliens 
«  tuus  commendat.  Vale!  » 

Non  basta,  h.  e.  2v  seguono  tre  distici  del  Moncetti  ad  Ippolito 
d'Este  e  quindi  dteci  esametri  al  medesimo  del  padre  Girolamo 
Gavardi  d'Asola,  egli  pure  «  Eremitarum  ordinis  minimus  »,  come 
si  professa  in  una  lettera  che  segue  subito  dopo,  diretta  al  suo 
compagno  di  religione  Moncetti,  che  v'è  chiamato  «  regens  Pa- 
«  tavinus  >  e  «  praeceptor  »  dello  scrivente.  In  un  latino  arti- 
ficiosissimo esalta  il  Gavardi  la  dottrina  varia  e  profonda  di  Dante 
e  poi  cosi  dice  della  Quaestio  (a  e.  3r  e  ì;):  «  lam  multae  olym- 
«  piades  praeteriere  quod  haec  Quaestio  florulenta  in  scriniis 
«  quiescehat:  medius  fidius,  mi  praeceptor  candidissime,  ut  hoc 
«  opusculum  pene    divinum    elucubrationes,    algores    multaque 


136  LDZIORENIER 

«  exantlasti,   in  lucem  exiliret  (1) Praeterea  opusculum 

«  Dantis  jìoetae  Fiorentini  plurimis  locis  adulten'num  lucu- 
«  brationibus  minerva  tua  levigatum  effecisti,  ut  in  lucem  exi- 
«  liret.  0  floridum  doctiferum  opusculum!  Philomusii,  Dialectici, 
«  Geometrae,  Phisici,  Astronomici,  denique  omnes  philosophan- 
«  tes  inefifabilem  doctrinam  decerpent,  propterea  quod,  mi  cle- 
«  mentissimo  praeceptor,  te  quaeso  et  exhortor,  ut  in  lucem 
«  prodire  facias,  ne  fiat  iactura  huius  opusculi  tam  praeclari. 
«  Quod  ad  sydera  extollendum  est  hercle,  mi  praeceptor,  reli- 
«  ftionis  nostrae  clypeus.  Fauci  hac  tempestate  religiosi  scatu- 
«  riunt,  qui  ad  tua  fastidia  possint  accedere.  Quid  antiqui  scrip- 
«  tores  referunt,  Socratem,  Esohinem,  Pythagoram  in  disserendo 
«  acerrimos  disputatores  fuisse,  in  disserendo  Socrati,  Eschini,  Py- 
«  thagorae  es  equìparandus,  in  arguendo  es  affabilis,  comis,  om- 
«  nibus  gratiosus,  in  legende  copiosus  et  elegans,  in  concionando 
«  populo  benignus,  qui  voce  tua  melliflua  dulcisona  mortalium 
«  corda  mulces.  Manina  illa  celeberrima  opuleniiarum  atqice 
«  musarum  fertilissima  in  maxima  honore  te  habet.  Omnes 
«  tanquam  Calcanta  vaticinantem  res  futuras  ariolumprae- 
«  dicani,  qui  pestem  m,ortiferam  ante  alios  venturam  prae- 
«  vidìsii.  Vale.  » 

Leggonsi  quindi  ancora  due  distici  inconcludenti  del  Gavardi 
al  Moncetti  e  poi,  finalmente,  viene  la  Quesiio  aurea  acperutilis. 
Dopo  la  quale  il  padre  Gavardi  si  sbizzarrisce  di  nuovo  in  ese- 
crabili versi  latini,  che  sono  per  ordine  i  seguenti:  1% un  deca- 
stico  «  in  praeconium  Illustrium  Dominorum  Venetorum  »;  2»,  un 
altro  decastico  al  Duca  Alfonso  d'Este  ;  3°,  un  epithalamion  per 
le  nozze  di  Alfonso  con  Lucrezia  Borgia,  la  quale  v'è  con  insi- 
stenza chiamata  «  sponsa  pudica  »  ;  4",  tre  distici  «  ad  Ferrariam 
«  alloquentem  cum  Alphonso  Duci  magnanimo  »;  5*,  un  tetrastico 
all'Eucaristia;  6%  un  esastico  ad  Egidio  da  Viterbo,  generale  del- 
l'ordine Agostiniano;  7°,  un  tetrastico  ad  Ambrogio  Napoletano, 
dottore  in  teologia  «  ac  Regentem  bononiensera  excellentissimum 
«  ejus  praeceptorem  »;  8%  un  carme  di  sei  distici  ad  Librum, 
Quivi  il  Gavardi  si  rallegra  col  libro  che  sarà  ospitato  da  Ippo- 
lito e  da  Alfonso,  uomini  cosi  dotti,  e  che  avrà  i  favori  di  Lu- 
crezia. 


(1)  Che  costruzione!  Ai  danni  del  contorto  latino  fratesco  cospirò  l'igno- 
ranza, 0  la  disattenzione,  deir  antico  tipografo.  Noi  ci  arbitriamo  di  correg- 
gere gli  errori  manifesti. 


VARIETÀ  137 

Inde  pudica  dabit  Lucretia  mollia  vultu 

Oscula  sydereo:  regia  tecta  vides; 
Golliget  illa  rosas  et  nectet  laurea  serta 

Mixta  simul  violis  dulcia  verba  canet. 

Terminati  questi  sdilinquimenti,  viene  la  nota  del  Moncetti,  che 
abbiamo  riferita  in  addietro,  e  poi  Vlmpressum. 

Non  c'è  che  dire:  il  Moncetti  ed  il  suo  sozio  e  discepolo  sep- 
pero far  servire  molto  bene  questa  stampa  al  proprio  esaltamento 
ed  a  quello  dei  loro  protettori.  Ma  vediamo  quali  notizie  di  fatto 
si  possano  ricavare,  da  tutto  quel  contorno  di  versi  e  di  prose,  in 
riguardo  a  fra  Benedetto. 

Fra  Benedetto  Moncetti  da  Castiglione  Aretino  (1)  ci  appare 
anzitutto  in  grande  relazione  con  gli  Estensi  e  coi  Gonzaga.  Egli 
è  professore  ed  ha  tenuto,  o  tiene,  ufficio  di  reggente  in  Padova, 
ove  forse  io  ebbe  a  maestro  il  Gavardi.  Predilezione  massima  ha 
per  Mantova,  dove  pare  dimorasse  a  lungo  e  si  trattenesse  a 
più  riprese.  Il  Gavardi  dice  che  vi  si  segnalò  come  profeta  ;  pro- 
feta di  sciagure,  perchè  predisse  la  peste,  forse  quella  famosa  del 
1506.  Questi  dati,  che  si  ricavano  dagli  accessori  della  Quaestio, 
non  discordano  da  quel  poco  che  del  Moncetti  ci  sanno  dire  i 
biografi  speciali  degli  Agostiniani,  unici  scrittori  che  si  tratten- 
gano alquanto  su  fra  Benedetto.  Il  più  antico  fra  essi  (o  almeno 
fra  quelli  a  noi  accessibili),  il  Panfilo,  cosi  ne  scrive:  «  Ioannes 
«  Benedictus  Moncettus  de  Castellione  Aretino ,  philosophus  et 
«  theologus  insignis.  Qui  cum  Patavii  in  loco  nostro  Eremitano 
«  academiam  regendam  suscepisset,  maxima  documenta  sui  in- 
«  genii  ac  virtutis  praebuit,  dum  per  hoc  tempus  quasdam  ad- 
«  versus  Scotisticas  subtilitates  defensitaret  conclusiones ,  quas 
«  ipse  late  explicat  in  libro  a  se  edito,  qui  inscribitur:  Trac- 
«  tatus  aureus  de  distinctione  rationis  cantra  Scotum.  Is  etiam 
«.  fuit  vicarius  ordinis  in  Gallia,  ut  provinciae  Franciae  et  Nar- 
«  bonae  corruptos  mores  reformaret  corrigeretque  »  (2).  L'Elsio'(3) 


(1)  Castiglione  Aretino  è  una  terra  di  Val  di  Chiana,  tra  Cortona  ed 
Arezzo.  Già  nel  sec.  XIV  si  chiamava  Castiglione  Fiorentino,  per  essere  stato 
incorporato  nel  contado  di  Firenze;  ma  sembra  che  il  più  antico,  nome  so- 
pravvivesse, perchè  il  Moncetti  si  dice  costantemente  di  Castiglione  Aretino. 
Cfr.  Repetti,  Dizion.  geogr.  fis.  stor.  della  Toscana^  I,  608  sgg. 

(2)  G.  Pamphili,  Chronica  ordinis  fratrum  eremitarum  Sancii  Augustini, 
Roma,  1581,  e.  101  v. 

(3)  Encomiasticon  Attgustinianum,  Bruxellis,  1654,  p.  332. 


138  LUZIO-RENIER 

aggiunge  che  nel  1517  fu  «  Regens  Perusinus  »  e  nel  1525  se- 
gretario del  Duca  di  Milano.  «  Fuit  etiam  consiliarius  et  secre- 
«  tarius  Ducis  Mantuani  ».  Della  sua  morte  dà  i  seguenti  parti- 
colari :  «  Gum  valde  mortis  amaritudinem  timeret,  et  a  Deo  su- 
«  bitaneam  sed  non  improvisam  mortem  poposcisset,  voti  compos 
«  effectus,  genibusque  flexis  in  oratione  intra  propriura  cubiculum 
«  expiravit,  sic  jue  inventus  est  a  Fr.  Xisto  Buoninsegni  socio  ejus, 
«  cum  illi ,  ut  ad  matutinum  surgeret ,  lumen  deferret.  Obiit 
«  anno  1547  ».  Il  loquace  Luigi  Torelli  diluisce  queste  poche 
notizie  in  un  lago  di  ciarle.  Egli  peraltro  sa  alcune  cose  nuove, 
vale  a  diro  che  il  Moncetti  «  coronato  con  la  laurea  magistrale  » 
fu  «  mandato  reggente  in  vari  studi  principali  dell'Italia»,  e  che 
<c  riusci  un  celeberrimo  predicatore  ».  Scrive  inoltre  che  si  di- 
stinse, non  solamente  fra  noi,  ma  anche  fuori,  come  «  matema- 
v<  tico  et  astrologo  fra  i  più  eccellenti  eccellentissimo  »  e  che 
n'ebbe  onori  dal  Duca  di  Milano,  da  Enrico  Vili  d' Inghilterra, 
dall'imperatore  Massimiliano,  il  quale  in  un  privilegio  ch'è  nel 
convento  d'Arezzo  «  concede  a  questo  gran  Religioso  alcune  gratie 
«  singulari  e  nello  stesso  diploma  lo  chiama  Vicario  generale 
«  dell'ordine  di  S.  Agostino  nella  Germania  >.  Infatti  i  suoi  su- 
periori lo  avrebbero  mandato  a  reggere  e  riformare,  non  solo 
la  Francia,  come  dicono  i  più  antichi  biografi,  ma  anche  la  Ger- 
mania e  l'Inghilterra.  Sulla  edificante  morte  di  lui  il  Torelli  si 
diffonde,  rammentando  che  molti  de'  suoi  correligionari  lo  chia- 
mano, a  cagion  di  essa,  beato  (1). 

Ricerche  speciali  nell'archivio  Vaticano  e  a  Parigi  darebbero 
forse  buoni  risultati;  ma  non  sappiamo  se  il  personaggio  sia  tale 
da  valerne  la  pena,  per  quanto  la  sua  riputazione  presso  i  con- 
temporanei non  sia  stata  mediocre  (2).  Delle  sue  opere  il  Trac- 
taius  aureus  cantra  Scotum  {aureus,  come  la  Quaestio  aurea} 
non  ci  venne  fatto  di  trovarlo  registrato  dai  bibliografi,  né  di 
rintracciarlo  nelle  biblioteche  di  varie  città  italiane,  neppure  in 


(1)  L.  Torelli,  Secoli  Agostiniani^  voi.  Vili,  Bologna,  1686,  pp.  255  sgg. 

(2)  Importunammo  parecchi  amici  perchè  facessero  ricerche  su  questo  sog- 
getto, senza  ricavarne  molto  frutto.  Ma  la  colpa  non  fu  certamente  loro, 
onde  qui  adempiamo  al  grato  obbligo  di  ringraziarli  pubblicamente.  A  Padova 
frugò  per  noi  nell'Universitaria,  ncU'Antoniana  e  nella  Comunale  il  prof. 
Guido  Mazzoni;  ma  non  trovò  come  e  quando  il  Moncetti  vi  stesse.  A 
Firenze  fece  per  noi  ricerche  il  prof.  Pasquale  Papa,  a  Bologna  il  prof. 
Angelo  Solerti,  a  Roma  il  dr.  Carlo  Merkel. 


VARIETÀ  139 

quelle  di  Roma,  cosi  ricche  d'opere  monastiche,  teologiche  e  filo- 
sofiche. Crediamo  probabile  sia  rimasto  inedito;  ma  il  titolo  ci 
fa  indovinare  che  cosa  dovesse  essere  :  una  delle  tante  opere  po- 
lemiche piene  di  sottigliezze,  cui  diede  luogo  l'ardita  dottrina  di 
Scoto  Erigena,  in  quel  mare  tante  volte  burrascoso  della  filosofia 
scolastica.  Trovammo  invece  rilegato  in  un  raro  volume  della 
Nazionale  di  Torino  (1)  certo  opuscolo  del  Moncetti ,  di  cui  non 
sappiamo  che  altri  abbia  fatto  cenno.  È  un  frutto  della  sua  di- 
mora in  Francia,  giacche  fu  stampato  in  Parigi,  da  Enrico  Ste- 
fano, nel  1515,  e  consiste  in  una  consolatoria  in  forma  di  dialogo 
diretta  alla  regina  di  Francia  in  occasione  della  morte  di  re 
Luigi  XII.  Il  Moncetti  «  inter  sacrae  theologiae  doctores  mini- 
«  mus  »  (2) ,  vi  si  chiama  «  totius  Franciae  et  Angliae  vicarius 
«  generalis  atque  commissarius  apostolicus  ».  Il  dialogo  filosofeggia, 
considerando  il  fine  della  vita  umana,  sicché  fin  verso  la  chiusa 
la  morte  del  re  è  lasciata  in  disparte  compiutamente.  Tutta  l'o- 
peretta, che  ha  valore  scarsissimo,  serve  all'autore  di  pretesto 
per  isfoggiare  la  sua  indigesta  dottrina.  Notevole  la  preoccupa- 
zione ch'egli  ha  della  critica  :  «  Solent  enim,  dice  egli,  rudes  ac 
«  ignari  nimium  rerum  iudices,  si  quod  novum  opus  in  publicum 
«  venerit,  mox  livoris  tabe  illud  inficere  ac  depravare:  aut  certe 
«  si  a  ventate  coacti  nonnumquam  laudent,  frigide  satis  ac  re- 
«  raisse  nimium  laudant  :  eo  tantum  animo  ut  sua  in  coelum 
«  tollent  inanissimi  boatores  »  (3).  La  consolatoria  è  preceduta 
da  una  lettera  di  dedica  a  «  Lodovico  Silvio  Mauro  Philologo 
«  Sartano  »,  al  quale  il  Moncetti  professa  affetto  e  stima  gran- 
dissimi.' Da  lui  si  accomiata  dicendo  :  «  Vale,  animae  dimidium 
«  meae,  et  quidem  foelix  faustusque,  ac  Licurgum  tuum  vicaria 
«  amplectitor  charitate  ».  Ad  intendere  le  quali  parole  bisogna 
aver  presente  che  nella  intitolazione  il  Moncetti  si  dice  da  se  : 


(1)  Il  volume  è  segnato  XV,  VII,  260  ed  ha  prima  un  trattato  d'Egidio 
Romano,  sul  quale  ritorneremo.  Sgraziatamente  tanto  il  trattato  quanto 
l'opuscolo  mancano  del  frontispizio. 

(2)  Anche  nel  De  aqica  Dante  si  qualifica  «  inter  vere  philosophantes  mi- 
«  nimus  ». 

(3)  Sentimento  analogo  esprime  Dante  nell' ultimo  paragrafo  del  De  aqua, 
là  dove  dice  che  alla  dissertazione  intervenne  tutto  il  clero  veronese  «  praeter 
«  quosdam,  qui,  nimia  caritate  ardentes,  aliorum  rogamina  non  admittunt,  et 
«  per  humiiitatis  virtutem  Spiritus  Sancti  pauperes,  ne  aliorum  excellentiam 
«  probare  videantur,  sermonibus  eorum  interesse  refugiunt  ». 


b 


140  LUZIO-RENIER 

<  Licurgus  vulgo  nuncupatus  !  ».  Dove  e  come  diamine  s'acqui- 
stasse quel  cosi  onorifico  appellativo,  Dio  lo  sa.  Nella  dedicatoria, 
del  resto ,  fa  professione  di  grande  modestia  e  dice  che  quello 
«  nugationes  »  le  ha  composte  in  Parigi  <  intercapedinatim  prò 
«  animi  leva  mine  »,  in  mezzo  alle  molte  cure  della  sua  missione 
apostolica.  Accenna  chiaramente  ad  altre  opere  da  lui  fatte  stam- 
pare in  Italia:  «  Addis  insuper  hactenus  nostris  mirum  in  modum 
«  fuisse  delectatum  lucubratonusculis,  quae  quidem  in  Italia  nostra 
«  habeantur  impressae  ».  In  fine  promette  all'amico  che,  se  questo 
scritto  gli  riuscirà  gradito,  ne  pubblicherà  degli  altri  «  statim, 
«  et  quaestionum  nostrarum  super  regia  morte  et  proprietatum 
«  mysticarum  libellos,  malora  insuper  quae  apud  nos  observantur 
«  ac  domini  scrinia  magnopere  exire  cupiunt  (1),  sub  tuo  emit- 
«  tam  favore  ».  Che  questo  disegno  dell'ambizioso  agostiniano 
venisse  effettuato,  non  consta. 


III. 


Meglio  peraltro  che  queste  notizie  raccolte  dalle  biografie  e 
dagli  scritti  di  fra  Benedetto  da  Gastiglion  Aretino  varranno  a 
delinearcene  il  carattere  alcuni  documenti  di  lui,  o  a  lui  relativi, 
che  si  trovano  nell'Archivio  Gonzaga.  Vedemmo  quanto  aff*etto 
legasse  il  Moncetti  a  Mantova  e  con  quali  parole  dedicasse, 
oltreché  ad  Ippolito,  a  Isabella  d'Este  il  De  aqua.  Ora  è  appunto 
ad  Isabella  che  egli  si  rivolge  nel  1509,  per  condolersi  secolei 
della  prigionia  del  Marchese,  caduto  in  potere  de' Veneziani,  e. 
per  pregarla  insieme  d'un  segnalato  favore.  La  lettera  è  di  tal 
natura  da  far  congetturare  una  lunga  servitù  precedente: 

111.™*  et  unica  Signora  mia, 
Premesso  al  debito  ofStio  de  servitù  et  fede,  la  multitudine  de  gran  mae- 
stri venuti  a  V.  Ex.  per  condolersi  de  lo  atroce  caso  de  lo  III."»  consorte 
vostro  me  hano  retardato  che  io  simile  offitio  facto  non  habia,  perchè  uno 
gran  rumore  fa  che  una  pichola  voce  non  si  sente:  pur  a  una  Dea,  come 
è  V.  Ex.,  ogni  gran  peccato  pentito  trova  perdono.  La  fedo  che  io  servo  vo- 
stro ho  havuto  in  V.  Ex.  me  ha  constrecto  dimandarve  quello,  che  per  vo- 
sta  humanità  fa/.endo,  beato  e  felice  essere  mi  parerebe:  et  questo  è  che 


(1)  Anche  la  Quaestio   €  in  scriniis   quiescebat  »,  quando  ve   la   trovò  il 
fortunato  Moncetti  (nuper  reperta). 


VARIETÀ  14i 

V.  Ex.  se  dignasse  per  salute  di  me  so  servitore  de  mandare  questa  opera 
qualle  ho  composta  in  laude  del  Pontifice  e  quella  nelle  mane  soe  farla 
apresentare,  o  per  via  del  secretarlo  del  Cardinale  di  Medici,  o  vero  per  qualche 
altra  via  più  expediente  a  V.  Ex.;  e  tanto  più  giovarebe  quanto  che  cum  più 
gratificatione  et  exaltatione  de  l'opera  da  persona  più  honorevole  presentata 
gli  fusse,  eo  maxime  che  '1  Pontifice  è  molto  inclinato  tal  opera  vedere.  Per 
la  qual  chosa  suplico  V.  Ex.  che  si  degna  de  speciali  gratia  farme  questo 
presente,  restandovi  obligatissimo  e  schiavo  in  perpetuo.  Alla  bona  gratia  di 
la  quale  del  continuo  mi  aricomando. 

In  Bologna,  adì  12  de  octobre  1509. 

Servulus 

Fr.  Benedictus  de  Gastilione  Aretino 

Studij  Bononiensis  Regens  (1). 

Il  segretario  del  card.  Giovanni  de'Medici,  della  cui  protezione 
voleva  fra  Benedetto  avvantaggiarsi  per  presentare  la  sua  opera 
a  papa  Giulio  II,  era  Bernardo  Dovizi  da  Bibbiena  (2).  Ma  quali 
nuove  speranze  si  dovette  sentir  germogliare  nel  petto  il  frate 
ambizioso,  allorché  qualche  anno  dopo  il  cardinale  de'  Medici 
s'ebbe  la  tiara,  e  poco  appresso  il  suo  fido  Bernardo  la  porpora  l 
Non  tardò  allora  ad  acconciar  l'opera  in  modo  da  poter  soddi- 
sfare al  novello  pontefice,  e  per  cattivarsi  l'animo  del  Bibbiena 
si  rivolse  di  nuovo,  con  maggiore  unzione,  alla  buona  Marchesa 
di  Mantova,  che  sapeva  amatissima  dal  cardinale  di  S.  Maria  in 
Portico  (3).  Questa  lettera  del  Moncetti  vale,  a  parer  nostro,  un 
ritratto  : 


(1)  Nei  Rotuli  dello  Studio  di  Bologna  del  1509  il  rettore  dell'Università 
degli  artisti  è  Heronymus  Tigrinus  de  Bagnacavallo:  il  Moncetti  non  figura 
quell'anno  neppure  tra  gli  insegnanti.  Jo.  Benedictus  de  Gastigliono  compare 
invece,  non  come  rettore,  ma  come  professore  di  metafisica,  nell'anno  sco- 
lastico 1511-12.  Vedi  Dallari,  Rotuli,  I,  212.  Come  va  dunque  che  fra 
Benedetto  si  qualifica  nel  1509  Studii  Bononiensis  Regens'?  Il  dott.  Dallari, 
a  cui  ci  rivolgemmo  siccome  a  persona  specialmente  competente  in  materia, 
ci  suggerì  la  supposizione  che  il  Moncetti  reggesse  l'Università  degli  artisti 
come  sostituto  del  Rettore,  in  conformità  a  quanto  prescrivevano  gli  statuti. 
Vedi  gli  Statuti  delle  università  e  dei  collegi  dello  Studio  Bolognese^ 
pubbl.  da  C.  Malagola,  Bologna,  1888,  p.  226;  cfr.  p.  316,  n.  10. 

(2)  L' accorto  Bibbiena,  che  s' era  stabilito  in  Roma  nel  1505,  godeva  già 
allora  favore  alla  corte  pontificia.  Cfr.  Bandini,  Il  Bibbiena,  Livorno,  1758, 
pp.  9-10. 

(3)  Sui  rapporti  tra  Isabella  ed  il  Bibbiena  ci  tratteniamo,  dandone  molti 
documenti,  nel  libro  nostro,  che  è  in  corso  di  stampa,  intorno  Mantova  e 
Urbino. 


142  LUZIO-RENIER 

111.°»»  et  Hon.»  S."  et  unica  patrona  mia, 
Premisso  servitutis  officio,  salutem.  Per  bavere  veduto  che  V.  Ex.  sempre 
è  stata  honoratissimo  domicilio  di  virtuosi  e  singular  presidio  a  quelli  e  sem- 
piterno aiutorio  di  servi  suoi,  che  mai  né  intervallo  di  tempo  né  distantia 
de  luogo  ha  mai  separato  quello  che  inverso  el  servo  fa  el  padrone  eterno 
e  de  memoranda  fama  vestito,  pertanto  me  à  dato  audacia  la  florida  speranza 
qual  sempre  ho  hauto  in  V.  Kx.  de  recorrere  a  quella  e  humilmente  a  li  suoi 
piedi  suplicare,  che  vogli  per  questa  volta  queste  tre  gratie  concederme. 
Prima,  che  se  degni  questa  mia  lettera  leggere,  e  un  poco  più  che  '1  solito 
drento  da  sé  con  carità  receverla.  La  seconda  che  se  degni  de  mandarmi  una 
littera  di  favore  calda  a  messer  Bernardo  Cardinale  da  Bibbiena,  che  Sua 
S""'*  se  degni  per  amor  vostro  apresentare  questa  mia  opera  quale  ho  fatta 
in  laude  del  Pontifico  :  nella  quale  metto  Sua  Sanctità  ha  a  recuperare  el 
perduto  stato  della  virtù ,  e  quivi  vi  metto  V.  Ex.  regina  de  tal  carro,  e 
questo  sopra  la  expositione  del  Psalmo  Beati  immaculati  in  via  ;  tanto  che 
quando  pel  mezzo  de  V.  S.  possessi  stare  cum  Sua  S.  R.™*  a  me  sirebbe 
precipuo  beneficio,  da  poi  che  l'atroce  fortuna  me  ha  in  precipitoso  scoglio 
gittato.  Dato  che  quando  lui  era  in  minoribus  per  amor  vostro  me  babbi 
fatto  sempre  bona  cera  e  prestato  gran  favore;  pure  adesso  tali  cappelli  in 
tal  modo  ombreggiono  che  tutti  i  fiori  non  se  cognoscono.  La  terza  si  è  che 
ricorro  humilmente  un'altra  volta  a'  piedi  di  quella,  suplicando  se  degni  di 
farme  tanto  di  elemosina  che  io  possessi  comparare  una  cavalcatura  e  ch*io 
possessi  stare  un  mese  in  Roma ,  la  qual  cosa  a  me  varrebbe  più  che  un 
pozzo  d'oro  in  questa  mia  extrema  miseria  che  ho  in  pegno  infino  al  core. 
E  questo  vorrei  per  fare  doi  effecti  grandi  :  prima ,  se  io  possessi  mediante 
il  favor  di  V.  S.  da  tanta  miseria  levarmi  mostrando  qualche  virtù  che  per 
el  mondo  con  tanto  sudore  ho  aquistato;  l'altro  si  é  che  io  vorria  fare  stam- 
pare questa  opera  del  Psalniista,  quale  ho  composto  in  laude  di  V.  Ex.,  de 
la  quale  opera  ve  ne  mando  al  presente  per  questo  mio  nepote  dieci  quin- 
terni, li  quali  quanto  so  e  posso  suplico  li  vogli  far  transcorrere.  Io  ce  ho 
pensato  già  anni  otto  e  ho  cavato  di  ducente  vinti  dua  expositori  el  fiore, 
e  questo  per  fare  immortale  Sua  Excellentia  :  cosa  che  mai  più  fu  atentata 
nella  Chiesa  di  Dio  né  exposta.  L'opera  sera  grande  doi  volte  più  che  non 
è  Virgilio,  overo  Dante  :  passarà  più  di  cento  e  trenta  quinterni  insieme  co 
la  cantica  di  Salamene,  dove  introduco  V.  Ex.  triomphare  sopra  septe  carri 
delle  septe  arte  liberale.  La  qual  opera  non  vorrei  che  per  povertà  cosi  mi- 
seramente se  perdesse.  Dove  humilmente  suplico  a  piedi  di  quella  che  vogli 
far  conto  di  recuperare  un  servo  suo  che  é  in  miseria  caduto;  e  ogni  pic- 
cola cosa  a  me  sirà  gran.™»  relevamento,  aciò  questa  opera  non  vadi  male, 
che  quando  V.  Ex.  e  col  favor  suo  se  possessi  commettere  che  a'  Vinetia  se 
stampasse,  serebbe  cosa  dignissima,  e  colui  che  la  stampasse  aguadagnarebbe 
assai,  perchè  me  basta  l'animo  a  me  solo  in  termine  de  doi  mesi  farne  spac- 
ciare quattrocento  volumi  a  un  ducato  l'uno,  perchè  ogni  homo  l'adimanda 
e  tuti  con  sommo  desiderio  l'aspectano;  ma  la  povertà  e  miseria  mia  venire 
a  questo  passo  noi  comporta,  maxime  per  una  infermità  quale  m'ha  snervato 
e  le  forze  e  la  borscia,  e  hamme  condocto  in  questa  prosuntione  de  andare 
per  mendicata  suffragia  a  questo  e  a  quello.  Si  che  V.  S.  harà  compassione 


VARIETÀ  143 

a  me  famellico  e  pensarà,  come  se  dice  in  comuni  proverbio,  che  la  fame 
caccia  el  lupo  for  dal  boscho.  Ho  fatto  tutto  quello  sia  possibile  a  me  per 
non  venire  a  questi  meriti ,  ma  la  necessità  me  ha  constrecto ,  suplicando 
che  me  perdoni  che  -mai  più  tale  impaccio  son  per  dargli;  e  non  se  mara- 
vigli né  del  messo  né  dove  è  alogiato ,  perché  el  tutto  é  andato  e  va  con 
sommo  silentio  e  taciturnità.  Il  qual  messo  a  V.  Ex.  aposta  mandato  è  mio 
nipote  carnale,  al  quale  porrà  V.  Ex.  dargli  tanta  fede  quanto  a  me  mede- 
simo, che  tutto  sirà  ben  dato.  Quando  io  potessi  ancora  pel  mezzo  vostro 
ritornare  a  Mantova  e  predicare  questa  quatragesima  li ,  io  saria  per  mo- 
strarve  cosa  che  in  fra  le  altre  quattro  o  sei  secreti  che  V.  Ex.  cognoscia- 
rebbe  che  fra  Benedecto  vostro  gli  é  stato  sempre  bon  servidore,  e  altro  non 
penso  mai  di  e  nocte  si  non  de  haver  commodità  di  posservi  monstrare  quella 
servitù  verso  V.  S.  quale  nell'animo  mio  sempre  si  serva.  So  che  col  mio 
insulso  e  longo  e  mal  composto  scrivere  ho  le  orecchie  di  quella  offeso:  che 
humilmente  ne  dimando  perdono,  suplicando  de  gratia  speciale  almancho  di 
raandarme  una  lettera  calda  di  favore  al  Cardinal  Bernardo,  come  di  sopra 
ho  ditto  a  V.  Ex.;  a  la  gratia  de  la  quale  de  continuo  mi  racomando  hu- 
milmente, ricordando  a  quella  che  si  andasse  a  San  Jacopo  de  Galitia  non 
porrebbe  più  meritare  che  alquanto  aitarme  da  questa  mia  extrema  miseria 
per  le  cause  ante  decte,  e  maxime  per  l'opera  a  V.  Ex.  intitulata,  li  quali 
quinterni  per  qualcun  di  vostri  trascorsi  e  reveduti  suplico  per  el  presente 
messo  me  remandiate,  che  del  tutto  cognoscerò  di  gratia  speciale  da  V.  Ex. 
a  la  cui  ombra  me  do,  dedo,  trado  atque  devoveo. 
Ex  Gastilione  Aretino,  die  XI  octobris  1513. 
E.  Ex.  V. 

Prope  mancipium 

Fr.  Benedictus  de  Gastilione  Aretino 
Ordinis  Sancti  Augustini  infelix  et  inquietus. 

II  Moncetti  si  trovava  allora  in  patria,  angustiato  dalla  miseria. 
Non  sapremmo  imaginare  cosa  più  ghiotta  di  questa  lettera,  in 
cui  è  difficile  il  dire  se  meglio  predominino  gli  istinti  dello  scroc- 
cone 0  quelli  del  cerretano.  Si  notino  le  lodi  che  il  frate  fa  del- 
l'opera propria  e  le  promesse  rispetto  alla  sua  predicazione  fu- 
tura, che  vorrebbe  avesse  luogo  in  Mantova.  Si  noti  il  gran  la- 
voro di  turibolo  per  cattivarsi  vieppiù  la  Gonzaga,  e  l'impudente 
richiesta  della  cavalcatura.  Isabella  fece  rispondere  da  Benedetto 
Capilupo,  con  garbo,  ma  non  senza  freddezza,  il  20  ottobre  del  '13: 
«  Havemo  con  lieta  fronte  et  con  non  mediocre  piacere  et  sati- 
«  sfactione  acceptata  et  lecta  tutta  la  lettera  et  epistola  et  parte 
«  de  l'opera  de  la  R.^»  P.  V.  et  factola  legere  a  qualche  valent- 
ie huomo,  la  quale  è  stata  laudata  si  come  meritano  le  cose 
«  sue ».  Gliela  rimandava  insieme  con  una  lettera  commen- 
datizia pel  Bibbiena;  ma  nulla  prometteva   riguardo  la  stampa. 


144  LUZIO-RENIER 

Quanto  al  cavallo,  si  scusava  di  non  poterglielo  dare,  non  aven- 
done disponibili,  perchè  presto  doveva  recarsi  a  Milano.  Il  mel- 
lifluo Moncetti  fece  insomma,  quella  volta,  mezzo  fiasco. 

Non  dovette  tardar  molto  il  tempo  in  cui  il  Moncetti  fu  man- 
dato, con  un  ufl3cio  onorevole,  in  Francia,  ove  si  trattenne  pa- 
recchio. Del  1515  infatti  è  l'opuscolo  suo  a  stampa,  che  abbiamo 
esaminato.  I  documenti  mantovani  tacciono  fino  al  1525,  nel  qual 
anno  troviamo  una  lettera  di  fra  Benedetto  al  Marchese  Federico, 
datata  da  Milano,  ove,  secondo  l'Eisio,  era  allora  il  Moncetti  se- 
gretario ducale.  La  lettera  riguarda  gli  interessi  dell'ordine  ago- 
stiniano, che  lo  .scrivente  cerca  di  tutelare: 

111.™°  et  Ex.™o  Principe  S.""  et  Patron  mio  unico  sempre  obs.™^ 
Per  lo  amore  et  honore  della  religione  mia,  dalla  quale  il  lacte  et  il  lume 
ho  receputo,  son  constretto  ricorrere  alla  Ex.  V.  alla  quale  supplico  per  quanta 
servitù  gli  porto  voglia  essere  contenta,  per  la  sua  innata  humanitate,  non 
intromettere  la  sua  auctoritate  né  voglia  patire  lo  convento  nostro  de  obser- 
vantia  essere  subvertito,  il  quale  li  Padri  nostri  con  il  favore  delle  sue  ora- 
tioni  et  prediche  in  Bozolo  se  hanno  acquistato;  imperochè  al  presente  o  per 
favore  de  V.  Ex.  o  per  quello  de  altri  è  andato  in  ditto  Bozolo  a  predicare 
uno  frate  de  l'ordine  carmelitano  anchor  che  lì  non  habbiano  convento,  la 
qual  cosa  è  in  gran."*  vergogna  et  danno  de  essi  nostri  Padri,  li  quali  per 
bavere  già  pocho  tempo  datto  principio  al  loro  convento  sono  molto  poveri. 
Pertanto  V.  Ex.  se  dignarà  per  sua  benignità  et  clementia  commettere  che 
gli  sia  provisto. 

Non  passarano  molti  giorni  che  la  Ex.  V.  odderà  un  gran.™»  scopio,  la  qual 
cosa  Dio  voglia  ch'io  menti  perchè  me  dubito  de  una  gran.'"*  mina  in  Italia. 
Et  alla  bona  gratia  de  V.  Ex.  ecc. 

Mediolani  XXX  sept.  1525. 

Servulus 

Fr.  Jo.  Benedictus  Moncettus. 

Degna  di  speciale  osservazione  apparirà  a  tutti  la  chiusa.  Il 
Moncetti  non  ha  perduto  il  vezzo  di  fare  delle  predizioni  ;  ma 
questa  volta  forse  con  maggior  fondamento  di  quando  profetò 
la  peste  mantovana,  poiché  è  probabile  che  intenda  alludere  alla 
congiura  del  Morene,  scoperta  poco  dopo,  nell'ottobre  del  1525. 
Ma  l'anno  successivo  i  documenti  di  Mantova  ci  permettono  d'in- 
travvedere  una  pratica  del  Moncetti  che  pone  in  chiaro  sempre 
più  la  sua  straordinaria  ambizione.  Per  conseguire  certe  elevate 
cariche  ecclesiastiche,  egli  voleva  sfratarsi,  e  non  aveva  mancato 
di  iniziare  a  questo  scopo  delle  pratiche  in  Roma,  appoggiato  dal 
fido  Marchese.  Ecco  quanto  l'ambasciatore  Francesco  Gonzaga 


VARIETÀ  145 

partecipava  da  Roma  il  19  aprile  1526  al  suo  signore:  «  Circa 
«  quanto  la  mi  scrive  del  desiderio  che  Ella  havaria  che  il  R.**" 
«  Patre  Fra  Benedetto  Moncetto  fosse  compiaciuto  da  N.  S.  di 
«  essere  fatto  prothonotario  apostolico  (1)  con  concessione  di 
«  potere  conseguire  anche  altre  dignità  ecclesiastice  fuori  de  la 
«  religione  sua,  io  ne  ho  parlato  con  S.  B.^®  con  quella  efficacia 
«  che  scio  essere  mente  di  V.  S.  lU.™^  et  diteli  che  per  il  sin- 
«  gular  amore  che  ella  porta  a  esso  R>  patre  per  le  buone 
«  qualità  sue  et  virtù,  ogni  grado  de  honore  et  dignità  che 
«  S.  B.°«  se  dignarà  di  conferirli,  V.  Ex.  sarà  per  reconoscerlo 
«  in  singular  piacere  et  gratia  et  havergliene  non  mediocre 
«  obligo.  Al  che  la  si  deveva  anche  rendere  tanto  più  facile 
«  quanto  che  p.**  V.  Ex.  attesta  de  la  molta  devozione  et  ser- 
«  vitù  che  esso  ha  avuto  sempre  verso  S.  S.*^ .  Essa  ha  risposto 
«  haver  conosciuto  per  fama  el  p.**'  R.^<>  Patre  et  inteso  de  le  bone 
«  conditioni  sue  che  li  sono  piaciute:  cosi  dove  li  potesse  fare 
<  piacere  et  comodo  lo  farla  sempre  voluntieri,  maxime  per 
'<  rispetto  di  V.  Ex.  Che  ben  era  vero  che  di  questo  che  io  di- 
«  mandava  in  nome  di  quella  li  parea  un  poche  cosa  nova,  non 
<<  sapendo  come  si  convenesse  alla  professione  sua  una  cosa  tale, 
«  maxime  non  havendo  la  correspondentia  di  qualche  altro  ef- 
<^  fette  di  emolumento  ;  pur,  che  facendo  io  fare  una  instructione 
«  0  supplica,  S.  S.*^  la  faria  vedere  et  quello  che  se  potesse  con- 
«  cedere  con  honore  suo  lo  admetteria  voluntieri  in  specie  a 
«  contemplatione  di  V.  S.  Ili™*  et  me  ha  ditto  che  saria  bene  che 
«  di  là  si  mandasse  ditta  instructione  che  contenga  il  particulare 
«  de  li  modi  che  esso  dessignaria  de  tenere  in  la  religione,  in 
«  che  habito  voria  andare  et  con  che  auctorità  desiderarla  questa 
«  dignità  te,  acciochè  si  sappia  come  governarsi  qui  circa  tal 
«  concessione.  Però  subito  che  habbia  la  instructione  non  man- 
«  charò  di  procurare  che  se  exequisca  quanto  farà  il  bisogno. 
«  Circa  il  costo  non  posso  dare  particularmente  ad  viso,  perchè 
«  bisognarà  prima  vedere  la  continentia  di  quello  che  si  ricer- 
«  cara:  ma  per  quanto  mi  è  ditto,  passando  per  penitentiaria 
«  come  pare  sia  necessario,  sarà  per  ascendere  ad  una  buona 


(1)  Il  protonotariato  apostolico  era  una  dignità  lucrosa,  che  nella  gerar- 
chia della  prelatura  consideravasi  come  la  più  onorevole  dopo  quella  dei 
vescovi.  Per  informazioni  particolari  in  proposito  vedasi  Moroni,  Dizion.  di 
erud.  storico-ecclesiastica,  voi.  LVI,  s.  v. 

Giornale  storico,  XX,  fase.  58-59.  10 


146  LDZIO-RENIER 

€  somma  de  denari  ».  Più  esplicito  si  spiegava  Francesco  Gon- 
zaga scrivendo  in  cifra  quel  giorno  stesso  una  lettera  risen^atis- 
sima  al  segretario  Calandra.  «  Circa  il  desiderio  che  haveria  il 
«  R.^o  Fr.  Benedetto  Moncetto,  vedereti  quello  che  ne  scrivo  al 
«  S.""  Ill.™o.  lo  certamente  ho  fatto  l'officio  efficacissimamente  et 
«  tanto  più  volontieri  quanto  gli  son  stato  sempre  et  sono  aff"**. 
«  Cosi,  havuta  la  instructione  che  si  ricerca,  solicitarò  la  expe- 
«  ditione  con  quella  più  diligentia  che  mi  sera  possibile:  vero  è 
«  che  il  Papa  si  è  scandalizato  di  questa  dimanda  et  me  ha 
«  detto  che  li  par  strano  che  un  frate  che  desideri  essere  in  bon 
«  predicamento  et  reputato  homo  da  bene  recerchi  simil  dignità 
«  per  haver  solo  questo  nome  de  honore  senza  altro  emolumento, 
«  parendoli  esser  cosa  demostrativa  de  natura  ambitiosa.  Io  gli 
«  ho  risposto  come  meglio  ho  saputo  et  mi  son  sforzato  de  dif- 
«  fenderlo  quanto  ha  comportato  il  mio  ingegno.  Ne  ho  parlato 
«  anche  col  Datario,  qual  più  che  più  si  è  maravigliato  et  me 
«  ha  ditto  la  dimanda  esser  poco  condecente,  parendoli  che  con 
«  questo  meggio  il  frate  babbi  animo  de  uscire  de  la  religione, 
«  con  molte  altre  parole.  Similmente  gli  ho  risposto  come  meglio 
«  ho  saputo  et  l'ho  pregato  ad  voler  essere  favorevole,  al  che 
«  me  ha  detto  che  questa  cosa  bavera  ad  passare  per  la  via  de 
«  S"  Quatro  (1),  però  lui  non  se  ne  impaciarà  altramente  ma 
«  che  ben  non  può  laudare  la  cosa.  Ho  voluto  darve  adviso  dif- 
«  fusamente  de  questa  cosa,  acciò  che  la  sapia  lei  tutto:  non 
«  direti  se  non  quello  vi  piacerà,  al  S.'  non  ho  voluto  scrivere 
«  cosi  distintamente  ».  Di  qui  s'intende  come  l'ambizione  del 
nostro  Agostiniano  gli  avesse  fatto  avanzare  tali  pretese  da  pro- 
durre un  vero  scandalo  in  Roma,  ove  se  ne  mostrarono  sinistra- 
mente colpiti,  non  solo  l'austero  e  puro  Datario  Giammatteo  Gi- 
berti  (2),  ma  lo  stesso  Clemente  VII,  che  era  più  largo  di  manica. 


(1)  Cardinale  dei  Quattro  Santi  coronati  era  nel  1526  Lorenzo  Pucci,  che 
ebbe  la  porpora  nel  1513  insieme  col  Bibbiena,  ed  era  stato  assai  addentro 
nella  grazia  di  Leone  X.  Gfr.  Ciacconio,  Vitae  pontif.  et  cardin.,  Ili,  337; 
e  Gregorovius,  St.  di  Roma,  Vili,  219  a  501.  Il  Pucci  era  allora  probabil- 
mente anche  cardinale  penitenziere,  ed  in  questa  qualità  doveva  occuparsi 
della  faccenda  del  Moncetti.  Infatti  la  penitenzierìa  apostolica  si  occupava 
delle  suppliche  e  dei  ricorsi  di  colpevoli  o  di  coloro  che  volevano  essere 
dispensati  da  obblighi  contratti;  mentre  la  dataria  accordava  unicamente 
grazie  e  benefici.  Vedi  MoRO>a,  Dixion.  cit.,  voli.  LII  e  XIX  sotto  Peniten» 
xiaria  e  Dataria. 

(2)  Gregorovius,  Vili,  525;   Virgili,   Francesco  Bami,  Firenze,  1881, 


VARIETÀ  147 

Conosciamo  un'altra  lettera  del  Moncetti,  diretta  da  Ferrara, 
il  23  novembre  1526,  al  Marchese  di  Mantova.  Da  essa  risulta 
che  fra  Benedetto  erasi  recato  colà  con  una  commendatizia  del 
Gonzaga,  la  quale  avevagli  fruttato  non  poche  carezze  da  parte 
del  Duca.  Non  tralasciò  per  questo  il  Gonzaga  di  rinnovare  nel 
dicembre  1526  le  insistenze  presso  la  Corte  di  Roma,  onde  il 
Moncetti  potesse  ottenere  il  protonotariato;  ma  le  risposte  furono 
evasive  come  la  prima  volta.  La  questione  era  complicata  dal 
fatto  che  il  Moncetti  essendo  un  frate  «  ricco  sol  di  virtù  »,  come 
si  esprimeva  il  Marchese,  avrebbe  voluto  sottrarsi  alle  tasse  di 
cancelleria,  che  erano  forti.  S'andò  per  le  lunghe,  finché  soprav- 
vennero i  terribili  casi  di  Roma,  che  troncarono  ogni  pratica. 


IV. 


In  conclusione.  L'editore  della  Quaestio  de  aqua  et  terra, 
contro  la  cui  autenticità  si  sono  levati  dei  dubbi  cosi  fondati, 
non  era  sicuramente  fior  di  farina.  I  documenti  prodotti  ce  lo 
fecero  conoscere  abbastanza  da  vicino,  il  che  giovò  a  confermarci 
nella  impressione  che  producono  e  l'assetto  curioso  della  stampa 
principe  della  Quaestio  e  la  consolatoria  per  la  morte  di  Luigi  XII. 
Dovunque  si  vede  in  quel  frate  una  gran  voglia  di  figurare,  di 
farsi  innanzi,  di  sfoggiare  dottrine  recondite.  Teologo  e  filosofo, 
astrologo  e  verseggiatore,  egli  mette  tutte  le  scienze  e  le  arti 
al  servizio  de'  principi  da  cui  spera  favori  e  specialmente  della 
propria  ambizione.  C'è  da  giurare  che  lo  stesso  Alighieri,  cono- 
scendolo, non  avrebbe  esitato  a  cacciarlo  tra  quei  frati  vanitosi, 
che  pascon  di  vento  le  pecorelle  e  gonfiano  il  cappuccio,  purché 
si  rida  alle  loro  prediche  piene  di  motti  e  di  scede  (1).  Codesto 
Moncetti,  insomma,  considerato  un  po'  attentamente,  non  si  può 
negare  che  abbia  in  grado  non  comune  la  capacità  a  delinquere. 

Scrive  il  Torelli  che  fra  Benedetto,  durante  la  sua  dimora  in 
Parigi ,  pubblicò  il  Tractatus  de  formatione  humani  corporis 
in  utero,  di  Egidio  Romano,  dedicandolo  ad  Enrico  VIII  d'Inghil- 
terra, che  era  ancora  cattolico;  e  di  quel  libro  riferisce  il  ti- 


pp.  95  sgg.   L'elenco  dei  Datari,  che  pubblica  il  Moroni  nel  XIX  voi.  del 
Dizionario  è  confuso  ed  inesatto. 
(1)  Farad.,  XXIX,  115. 


148  LUZIORENIER 

tolo  (i).  La  prima  edizione  del  Tractatus  è  di  Parigi  1515;  la 
seconda,  curata  dall'agostiniano  Augusto  Montefalcone,  è  di  Ve- 
nezia 1523;  la  terza,  di  cui  abbiamo  solo  notizia  indiretta,  è  di 
Rimini  1626.  I  maggiori  bibliografi  non  registrano  quest'opera  (2), 
che  abbiamo  ragione  di  ritenere  alquanto  rara  in  tutte  le  stampe, 
rarissima  nella  prima  (3).  Ne  tengon  conto  invece,  dandone  uni- 
camente il  titolo,  i  vecchi  eruditi  che  particolarmente  ebbero  ad 
occuparsi  di  Egidio  Colonna  (4).  Ora,  quello  è  un  curiosissimo 
libro.  Diviso  in  25  capitoli ,  discute  se  vi  sia  o  no  virtù  attiva 
nel  liquido  che  emette  la  femmina  nell'amplesso  sessuale;  se  la 
femmina  possa  concepire  senza  il  contatto  diretto  col  maschio; 
a  che  serva  lo  sperma  ed  a  che  la  secrezione  venerea  femmi- 
nile; che  cosa  sia  il  menstruo  e  quali  rapporti  abbia  col  conce- 
pimento; come  si  formi  il  feto  e  come  lo  si  partorisca;  quali 
sieno  le  cause  del  vario  sesso  del  feto;  perchè  si  concepiscano 
talora  più  figli  ;  perchè  essi  somiglino  ora  al  padre  e  ora  alla 
madre  ecc.  ecc.  ;  tutti  argomenti ,  come  ognun  vede ,  che  per 
quanto  infarciti  del  solito  pesantissimo  formulario  scolastico,  non 
sembrano  i  più  adatti  ad  essere  discussi  in  apposito  libro  da  un 
arcivescovo  e  cardinale,  e  propalati  per  le  stampe  da  un  monaco. 
Interesse  scientifico  il  Tractatus  pare  ne  abbia  pochissimo.  Un 
vecchio  storico  dell'anatomia  lo  dice  «  un  ouvrage  très  mal  écrit  » 
e  «  rempli  d'indécences  et  de  prójugés  superstitieux  »  ;  più  sotto 
aggiunge  che  <  l'Auteur  y  traite  des  questions  les  plus  singu- 
«  lières  et  les  plus  indócentes  qu'il  soit  possible  d'imaginer  »  (5). 
Il  dottissimo  nostro  investigatore  della  storia  medica,  prof.  Al- 
fonso Corradi,  ci  scrive  in  proposito  :  «  Mi  meraviglio  come  i  rac- 


(1)  Secoli  AgosHnianiy  Vili,  256-57. 

(2)  Neppure  lo  Hain,  che  nel  Repertortum  dà  un  elenco  cosi  copioso  degli 
scritti  filosofici,  politici,  fisici  e  teologici  di  Egidio. 

(3)  Della  ediz.  principe  del  Tractatus  esiste  una  copia,  rilegata  con  l'opu- 
scolo del  Moncetti  alla  regina  di  Francia,  nel  cit.  voi.  XV,  VII,  260  della 
Nazionale  di  Torino.  Sventuratamente  manca  del  frontispizio  e  della  dedica. 
Facemmo  invano  ricerca  d'un  altro  esemplare  in  alcune  delle  principali  bi- 
blioteche italiane.  Uno  ve  n'era  nella  Nazionale  di  Parigi  (vedi  Catalogne 
des  Sciences  médicales,  voi.  I,  1857,  p.  407),  ma  ora  non  si  trova  più. 

(4)  Si  osservino  il  Bulbo,  Historia  universit  Parisiensis^  Parisi  is,  1666, 
III,  672,  che  segue  il  Tritemio,  ed  anche  Prosp.  Mandosio,  Biblioth.  Ro- 
mana, Roma,  1682,  p.  246. 

(5)  PoRTAL,  Histoire  de  l'anatomie  et  de  la  chirurgie,  Paris,  1770,  V, 
588^9. 


VARIETÀ  149 

«  coglitori  di  cose  pornografiche  non  abbiano  fatto  una  nuova 
«  edizione  del  trattato  cardinalizio:  ma  vi  fa  difficoltà  la  lingua 
«  barbara  e  la  forma  scolastica  ». 

A  quale  scopo  un  frate  mandato  a  Parigi  per  esercitarvi  be- 
nefico influsso  sui  costumi  si  sarebbe  preso  la  briga  di  far  ge- 
mere i  torchi  per  diffondere  tante  sudicerie  d'uno  scrittore  fa- 
moso, morto  due  secoli  prima?  (1).  Non  difficile  è  il  riconoscere 
anche  in  questo  caso  un  fine  ambizioso,  quello  di  congiungere 
di  nuovo  il  proprio  nome  ad  un  altro  nome  già  illustre;  e  questo 
fine  poteva  essere  tanto  meglio  raggiunto,  quanto  più^J'opera  era 
curiosa  ed  attirava  quindi  l'attenzione.  Il  trattato  di  Egidio  non 
è  falso  (2);  ma  l'intento  del  Moncetti  nel  pubblicarlo  non  sembra 
del  tutto  diverso  da  quello  per  cui  probabilmente  fabbricò  il  De 
aqua  et  terra.  Il  Tractatus  di  Egidio  fu  da  fra  Benedetto,  come 
dice  il  titolo,  «  correctus ,  revisus ,  renovatus  et  auctus  »,  tanto 
perchè  non  si  credesse  ch'egli  facesse  opera  d'amanuense  o  poco 
più  (3).  Non  vediamo  noi  ogni  giorno  uomini  piccini  d'animo  e 
di  mente,  che  per  figurare  nel  mondo  s'arrampicano  con  ogni 
arte  ai  veri  grandi,  e  con  questo  parassitismo  morale  conseguono 
talora  lo  scopo  d'essere  reputati  ciò  che  non  sono?  Il  Moncetti 
può  avere  adoperato  in  tal  guisa ,  e  senza  ciò  non  vi  sarebbe 
certo  oggi  chi,  bene  o  male,  s'occupasse  di  lui. 

Alla  falsificazione  del  De  aqua  può  aver  anche  contribuito  il 
desiderio  di  far  cosa  grata  ai  Gonzaga,  mostrando  con  un  argo- 


(1)  È  noto  che  Egidio  Colonna  visse  dal  1247  al  1316. 

(2)  Di  ciò  è  prova  evidente  il  fatto  che  nel  ms.  lat.  15863  della  Nazionale  di 
Parigi,  venuto  dalla  Sorbona,  e  scritto  tra  la  fine  del  XIII  e  gli  inizi  del  XIV 
secolo,  il  Tractatus  si  legge  da  e.  18  a  e.  56,  con  attribuzione  formale  ad 
Egidio  ed  in  mezzo  ad  altri  opuscoli  del  medesimo  autore.  Ebbe  la  cortesia 
di  avvertircene,  su  richiesta  nostra,  il  dr.  Camillo  Gouderc,  addetto  alla  se- 
zione manoscritti  della  Nazionale,  al  quale  esprimiamo  i  più  vivi  ringrazia- 
menti. 

(3)  Sarebbe  interessante  constatare  col  confronto  del  cod.  Parigino  quali 
correzioni  ed  aggiunte  il  Moncetti  praticasse  nell'opera  d'Egidio.  Noi  rica- 
viamo le  parole  citate  dal  titolo  che  riferisce  il  Torelli,  dolenti  che  la  rarità 
dell'edizione  principe  non  ci  abbia  permesso  di  vedere  coi  nostri  occhi  la 
prefazione,  con  tutta  probabilità  apposta  da  fra  Benedetto  alla  stampa.  Tale 
prefazione,  a  ogni  modo,  se  v'  è,  non  deve  aver  nulla  a  che  fare  con  l'ap- 
parato ciarlatanesco  che  circonda  il  De  aqua,  perchè  con  la  seconda  carta 
comincia  già  il  testo,  come  osserviamo  nell'esemplare  mutilo  torinese  di  cui 
possiamo  disporre. 


150  LUZIO-RENIER 

mento  inoppugnabile  che  rAlighieri  aveva  dimorato  nella  loro 
città.  Ma  in  questo  caso,  obbietterà  alcuno,  perchè  non  far  discu- 
tere nella  stessa  Mantova  la  Quaestio,  anziché  in  Verona?  Questo 
davvero  non  lo  sappiamo,  ed  è  difficile  lo  si  venga  a  scoprire. 
Per  indovinare  le  ragioni  di  fatti  simili,  bisognerebbe  conoscere 
più  a  fondo  la  vita  del  Moncetti.  Noi  ignoriamo  se  per  caso  non 
gli  stesse  a  cuore  di  gratificarsi  anche  i  Veronesi,  o  se  la  tra- 
dizione costante  e  sicura  della  dimora  di  Dante  in  Verona  non 
gli  facesse  scegliere  appunto  quella  città,  per  dare  alla  disputa 
imaginaria  maggior  apparenza  di  vero. 

ALESSA>rDRO  LUZIO  —  RODOLFO  ReNIER. 


IL  CODICE  DI  EIME  ANTICHE  DI  G.  G.  AMADEI 


I. 

Nel  secondo  volume  della  sua  Storia  e  ragione  di  ogni  poesia, 
Saverio  Quadrio,  parlando  di  Gan  Grande  della  Scala,  non  esita 
a  dirlo  «  della  nostra  vulgar  poesia  coltivatore  assai  buono 
«  pei  suoi  tempi  »;  e  fonda  siffatta  curiosa  asserzione  sull'esi- 
stenza d'un  sonetto  indirizzato  dal  gran  condottiero  ai  Bolognesi, 
allora  quando  Enrico  VII  l'ebbe  creato  vicario  imperiale  e  ge- 
nerale de'Ghibellini  (1).  Il  Quadrio  aveva  letto  il  sonetto,  il  quale 
è  ben  noto  per  esser  stato  più  volte  stampato,  in  un  codice  esi- 
stente presso  il  canonico  Giovan  Giacomo  Amadei;  ed  in  questo 
ms.,  oltreché  la  sciatta  rima  attribuita  a  Gan  Grande,  dovevano 
leggersene  molt'altre  di  nostri  antichi  poeti,  giacché  il  Quadrio 
asserisce  che  vi  si  contenevano  componimenti  di  Dante,  di  Gino, 
di  Antonio  da  Ferrara,  di  Andrea  da  Perugia,  di  Gherardo  da 
Reggio,  di  Matteo  Gorreggiari,  di  Zanobio  Garauri  da  Firenze,  di 
Bernardo  da  Bologna  e  d'altri  parecchi. 

Or  dove  è  andato  a  finire  questo  ms.?  Ecco  una  dimanda  che 
io  mi  son  spesso  rivolto.  E  poiché  m'era  noto  che  de'mss.  del- 
l'Amadei  alquanti  si  trovano  oggi  nell'Universitaria  di  Bologna, 
mi  venne  vaghezza  di  intraprendervi  qualche  ricerca.  Or  mentre 
attendeva  a  siffatta  indagine,  un  codice  mi  parve  subito  merite- 
vole d' attenzione,  come  quello  in  cui  si  riscontrano  parecchie 
fra  le  rime  di  quegli  autori,  de'quali  il  Quadrio  lesse  già  i  nomi 
nel  ms.  Amadei.  Questo  codice,  cartaceo  in  quarto,  di  ff.  214  nu- 
merati con  inchiostro  rosso,  di  mano  de'sec.  XVI-XVII,  è  già  stato 
descritto  dal  prof.  N.Arnone  (2);  gioverà  tuttavia  aggiungere  qui, 


(1)  Quadrio,  Op.  cit.,  voi.  II,  pp.  174-176. 

(2)  Rime  di  G.  Cavalcanti,  Pref.,  pp.  lxiii  e  sgg. 


152  fe.   LAMMA 

a  quanto  egli  ne  ha  detto  taluni  nuovi  particolari  al  nostro  scopo 
opportuni. 

Chi  esamini  il  ms.  Bolognese  si  avvedrà  tosto  commesso  non 
risulti  vergato  da  una  sola  mano  in  un  sol  tempo,  ma  appaia 
invece  formato  di  vari  quinterni,  dovuti  a  varie  mani  e  messi 
insieme  qualche  tempo  dopo  da  un  possessore  di  essi.  La  com- 
posizione frammentaria  —  per  dir  cosi  —  d§l  codice  è  attestata 
anche  dal  non  piccolo  numero  di  carte  bianche  che  vi  si  incon- 
trano, soprattutto  in  fine  d'ogni  quinterno  (1).  E  poiché  la  lega- 
tura è  guasta,  si  può  sospettare  che  de'quinterni  che  costituivano 
un  tempo  l'ultima  parte  del  zibaldone,  parecchi  siano  andati 
perduti  o  per  lo  meno  si  trovin  ora  separati  dai  loro  compagni. 

Questo  codice,  l'ho  già  detto,  contiene  molte  delle  rime  ricor- 
date dal  Quadrio  come  esistenti  nel  ms.  dell'Amadei,  ed  anzitutto 
il  sonetto  di  Gan  Grande  (e.  127  b).  Vi  si  leggono  poi  versi  di 
Zanobi  Gamuri,  a  e.  149  a\  di  Bernardo  da  Bologna  a  e.  194 a; 
di  ser  Mula  de'Muli,  a  e.  101  a\  di  Gherardo  da  Reggio  a  e.  107a; 
di Gherarduccio  de'Garisendi  tre  sonetti  a  ce.  114 a,  116a,  117a; 
di  Guelfo  Taviani  due  a  ce.  118  a  e  119a;  e  di  Zampa  Ricciardi 
uno  a  e.  125  &;  e  pur  uno,  testé  edito  da  noi  (2),  di  Gio.  di  Meo 
Vitali  a  e.  135  b.  Gontiene  inoltre  una  tenzone  in  sei  sonetti  tra 
Gecco  di  Meletto  de' Rossi,  il  Petrarca,  il  Boccaccio,  Antonio  da 
Ferrara  e  l'Angoscioli  a  ce.  94a-96«. 

Ma  sebbene  il  codice  Boi.  Univ.  1289  racchiuda  rime  attribuite 
ad  autori  che  il  Quadrio  ricordò  nello  spoglio  del  cod.  Amadei, 
può  da  questo  dedursi  che  esso  sia  da  identificar  con  quello? 
La  cosa  riesce  dubbia:  1°  perché  non  tutti  gli  autori  ricordati 
dal  Quadrio  nello  spoglio  del  cod.  Amadei  hanno  rime  nel  Boi. 
1289;  2»  perchè,  dato  pure  che  questo  ms.  contenesse  rime  di 
tutti,  mancherebbe  sempre  la  prova  che  le  rime  attribuite  ad 
essi  dal  codice  Amadei  fossero  le  stesse  date  loro  dal  cod.  Boi. 
1289.  Occorre  adunque  una  più  minuta  indagine  che  rechi  mag- 
giori conforti  all'ipotesi  nostra. 

Ho  detto  che  il  cod.  Boi.  1289  pare  mutilo  sulla  fine:  si  pnò 
adunque  ragionevolmente  supporre,  che  gli  autori  citati   dal 


(1)  Ecco  l'elenco  delle  carte  bianche:  f.  8  &,  90  6, 123  &,  129  b,  130  (bU)  a-b\ 
140a-1476;  151a.l58ò;  1626,  164  6,  1966,  1686,  169a.6,173a,  174  a^, 
176  6,  186,  187  a.6. 

(2)  Cfr.  il  nostro  articolo  Dante  Alighieri  e  Giovanni  Quirini  in  Ateneo 
Veneto,  1888,  p.  263. 


VARIETÀ  153 

Quadrio,  di  cui  oggi  non  si  hanno  rime  nel  cod.  Boi.,  le  avessero 
nella  parte  che  manca.  Questa  supposizione  è  tramutata  in  cer- 
tezza dal  ritrovamento  di  due  altri  codicetti,  pur  nella  Univer- 
sitaria di  Bologna,  che  dovevano  essere  tutt'una  cosa  col  codice 
1289.  Gol  n.  177  i-^  sono  indicati  in  quella  Biblioteca  cinque 
codicetti,  di  varia  natura  e  di  scarsa  importanza,  che  appar- 
tennero tutti  air  Amadei  e  che  or  son  raccolti  in  una  sola  cu- 
stodia. Di  questi  cinque  mss.,  già  da  noi  altrove  menzionati  (1), 
il  terzo,  cartaceo  in-S"*  piccolo,  di  mano  del  sec.  XVII,  si  appalesa 
a  prima  vista  qual  frammento  strappato  da  un  codice  di  mole 
maggiore.  Nella  prima  carta  vi  si  legge  la  seguente  nota  :  «  Rime 
«  di  vari.  \  Dà\  un  libro  antiquissimo  di  M.  Già.  Georgia  Tres- 
«  sino,  che  gli  fu  donato  a  Bologna  da  un  libraro,  il  quale 
«  appena  si  poteva  leggere  per  Vantiquità.  Copia  fatta  nel  prin- 
«  cipio  del  1600.  Amadei  ».  Eccoci  dunque  d'innanzi  al  fram- 
mento del  cod.  1289,  di  cui  abbiamo  prima  sospettata  la  perdita. 
Ma  la  prova,  si  dirà?  La  possediamo  e  certissima.  Ho  già  detto 
che  il  cod.  1289  reca  una  numerazione  in  rosso  che  dall'I  va  al 
213.  Orbene  nel  codicetto  177  ^  noi  vediamo  riapparire  la  stessa 
numerazione  in  rosso ,  che ,  partendo  dal  214 ,  arriva  al  237. 
Niun  dubbio  adunque  che  al  tempo  dell'Amadei  il  cod.  1289  ed 
il  177^  non  ne  formassero  un  solo,  quello  appunto  che  il  Quadrio 
ebbe  sott' occhi.  Più  tardi  la  discordanza  del  formato  suggerì  a 
qualcuno  l'infelice  idea  di  staccare  i  mss.  e  formarne  due  distinti, 
come  oggi  li  vediamo. 

Ho  già  fatto  notare  che  il  cod.  1289  non  contiene  rime  di  tutti 
gli  autori  ricordati  dal  Quadrio;  ebbene  quasi  tutti  quelli  che  ivi 
non  hanno  luogo,  stanno  nel  cod.  177^.  Di  Riccardo  di  France- 
schino  degli  Albizi  questo  contiene  due  canzoni  (ce.  215  «-217  &), 
di  Bartolo  de'Bicci,  la  ballata  :  Io  non  ardisco  di  levar  più  gli 
occhi  (e.  231  a);  di  ser  Amasio  di  Landoccio  Albizzi,  che  il  Qua- 
drio chiama  «  Amano  »  (2),  una  gentile  ballata:  Occhi  miei 
lassi,  homai  vi  rallegrate;  una  canzone  e  un  sonetto  di  Lan- 
cialotto  Anguscioli  (231-232 a);  infine  una  ballata  (e.  235 a)  di 


(1)  Rime  di  Matteo  Correggiari,  Bologna,  Romagnoli,  1891,  p.  x. 

(2)  II  Quadrio  ha  lasciato  correre  parecchi  errori  nella  trascrizione  dei 
nomi  dei  poeti  che  leggeva  nel  cod.  Amadei.  Bartolo  de'  Bicci  divien  per 
lui  «  de  Bricci  »,  e  cosi  via. 


154  E.   LAMMA 

Matteo  Gorreggiari  dettovi  da  Bologna  (1).  Osservabile  è  il  fatta 
che  questo  codice  offri  al  Quadrio  la  prova  per  sostenere  che  il 
Gorreggiari  fu  Bolognese,  errore  ripetuto  poi  dal  Fantuzzi. 

Ma  il  cod.  Amadei,  a  quanto  lasciò  scritto  il  Quadrio,  conte- 
neva anche  poesie  di  Bartolomeo  di  Castel  della  Pieve,  e  nei  due 
codici  che  noi  abbiamo  finora  studiati  non  s' incontrano  rime 
dell'umanista  studiato  con  tanta  diligenza  dal  Novati,  e  che  poco 
dovè  invece  conoscere  il  Quadrio,  se  alterò  in  Battista  il  nome 
di  Bartolomeo.  Ma  1'  Univ.  Bolognese  possiede  un  codicetto,  di 
poche  carte,  di  scrittura  del  sec.  XV,  che  appar  anch'  egli  fram- 
mento di  codice  di  maggior  mole,  segnato  col  n.  401*.  Esso  non 
rimase  ignoto  al  Renier,  che  lo  citò  nella  sua  edizione  delle 
rime  di  Fazio  (2).  Dico  subito  che  anche  questo  frammento  fa- 
ceva parte  del  codice  Amadei,  giacché  più  indizi  stanno  a  di- 
mostrarlo. 

La  numerazione  anzitutto  in  rosso  ed  identica  a  quella  dei 
codd.  1289  e  177  ^  a  cui  si  accompagna  dopo  breve  lacuna  (dal 
237  si  va  al  250);  quindi  il  leggervisi  proprio  nella  prima  carta 
una  Chanzone  morale  di  ser  Bat.  de  chastello  della  pieve  chia- 
mata ruffianella,  che,  in  realtà,  non  è  altro  che  il  notissimo 
serventese:  Cruda  selvaggia  fuggitiva  e  fiera  ^  il  quale  si  con- 
serva in  altri  e  molti  codici,  di  cui  si  può  vedere  l'elenco  nella 
citata  monografia  del  Novati  (3). 

Di  qui  adunque  proviene  l'errore  del  Quadrio  che  chiamò 
<  Battista  »  il  rimatore  umbro  invece  che  Bartolomeo;  di  qui 
Taltra  sua  curiosa  e  inesplicabile  affermazione  che  il  serventese 
di  Bartolomeo  fosse  chiamato  Ruffìanella,  sebbene  —  aggiungeva 
il  brav'uomo  —  con  la  poesia  Boccaccesca  di  tal  nome  nulla 
avesse  a  che  fare. 

Del  cod.  Amadei,  cosi  restituito  in  parte  alle  sue  antiche  sem- 
bianze coll'aiuto  dei  tre  codici  bolognesi,  noi  crediamo  opportuno 
presentar  qui  adesso  la  tavola.  Non  affermiamo  però,  ben  s'in- 
tende, che  esso  ci  si  offra  in  questa  guisa  ricondotto  alla  primi- 
tiva integrità.  Gerto  vi  ha  una  lacuna  fV'a  le  carte  237-250;  lacuna 
che  potrebbe  essere  deplorevole,  se  fossimo  certi  che  i  fogli  man- 
canti erano  scritti,  ma  che  verrebbe  ad  esser  senza  importanza, 
ove  potesse  mettersi  in  sodo  che  erano  bianchi,  e  per  questa 


(1)  Vedi  Le  rime  di  M.  Correggiari,  p. 

(2)  Introd.,  cap.  VI,  p.  cccLxn. 

(3)  Gfr.  questo  Giorn.,  XII,  211. 


XI. 


VARIETÀ  155 

ragione  quindi  trascurati  da  chi  ruppe  la  compagine  del  codice 
Amadei.  Cosi  non  è  a  escludere  che  alla  e.  259  ultima  del  co- 
dicetto  401  e  ne  tenessero  dietro  delle  altre. 


II. 

TAVOLA  DEL  GOD.  AMADEI. 
I.  —  [Cod.  Univ.  di  Boi.  1289,  e.  1-213]. 

1  a.  M.  Guido  Guinizzelli  da  Bologna.  Io  vuo  del  ver  la  mia  donna  lo- 
dare. Son. 

1  b.  M.  Dante.  Dhe  ragioniamo  un  poco  insieme  Amore.  Son. 

2  a,  Id.  Sonar  brachetti  et  cacciator  aizzare.  » 

2  b.  Questo  sonetto  fu   dato  a  Guido    Orlandi  di  Firenze  et  non  seppe 

chi  li  le  mandasse  se  non  che  si  pensò  per  le  precedenti  parole  che 
fosse  Guido  Cavalcanti.  Una  figura  della  donna  mia.  Son. 

3  a.  Risp.  di  Guido  Orlandi.  S'havessi  detto  amico  di  Maria.  Son.  dop. 

3  è.  M.  Gino.  Se  '1  viso  mio  alla  terra  s'inchina.  Son. 

»     Ser  Lapo  Gianni.  Nel  vostro  viso  angelico  amoroso.  Ball. 

4  a.  Id.  Si  come  i  Magi  a  guida  della  stella.  Canz. 
4  b.  Donna  del  vostro  fin  pregio  e  valore.  Ball. 
ba.  Tutto  è  piacer  piacente.  Canz. 

6  a.  Risposta  di  M.  Guido  Cavalcanti  a  Danti  Allighieri  ciò  e  al  sonetto 

della  vita  nova.  Vedesti  al  mio  parere  ogni  valore.  Son. 
6&.  Donna  poi  ch'io  mirai.  Ball. 

•»     Ser  Noffo  Notaio  d'Oltrarno.  Vedete  se  pietoso.  Canz. 
la.  Guido  Orlandi.  Ragionando  d'amore.  Son.  dop. 

7  b.  Lippo  PASCI  DE  Bardi  di  Firenze.  Così  fossi  tu  acconcia  di  donarmi. 

8  a.  M.  Gino.  Voi  che  per  nova  vista  di  ferezza.  Son. 

9  a.  Messere  Dante  Allighieri.  Nele  man  vostre  gentil  dònna  mia.  Son. 
9&.  M.  Gino  da  Pistoia.  Vinta  et  lassa  era  [già]  l'alma  mia.  » 

10  a.  Id.  Angel  di  dio  somiglia  in  ciascun  atto.  Ball. 

10  b.  Id.  lo  sento  pianger  l'anima  nel  core.      Son. 
Ha.  Id.  Io  era  tutto  fuor  di  stato  amaro.  » 

11  &.  Id.  Novelle  non  di  veritate  ignuda.  » 
12 a.  Id.  Lo  fin  piacer  di  quell'adorno  viso.        » 

12  b.  Id.  Huomo  pensoso  che  smarrito  vai.  » 

13  a.  Id.  Signori  io  son  colui  che  vidi  Amore.    » 

13  b.  Id.  Dehe  com  sarebbe  dolce  compagnia.     » 

14  a.  Id.  Ben  è  forte  cosa  dolce  sguardo.  » 

14  b.  M.  Guido  Guinizzelli.  Ghi  vedesse  a  Lucia  un  var  capuzzo.  Son. 

15  a.  Id.  Ghi  core  havesse  mi  potria  laudare.  Son. 

15  &.  S.  Bonagiunta   orbicciani  da  Lucca  a  Gui.  Guiniz.  Voi  che  havete 
mutata  manera.  Son. 


156  E.   LAMMA 

16  a.  Risp.  di  Gui.  Guiniz.  a  S.  Bonag.  Homo  eh'  è  saggio  non  corre  leg- 
gero. Son. 

16  ft.  M.  Gino.  La  vostra  disdegnosa  gentilezza.  Ball. 

17  a.  Id.  Donna  io  miro  et  non  è  chi  mi  guidi.    Son. 

17  b.  Id.  La  bella  donna  eh'  in  vertu  d'Amore.       » 

18  a.  Id.  Oimè  eh'  io  veggio  per  entro  un  penserò     > 

18  fe.  lo.  Tu  che  sei  voce  che  lo  cor  conforte.        >        Incompl. 

19  a.  Id.  Se  non  si  mor  non  trovara  mai  possa.     » 

19  ft.  Id.  Bella  gentile  amica  di  piotate.  » 
20/2.  Id.  0  voi  che  siete  voce  nel  deserto.             » 

20  b.  Id.  Ciò  eh'  io  veggio  di  qua  m'è  mortai  duolo  » 

21  a.  Id.  Non  credo  eh'  in  madonna  sia  venuto.      » 

21  b.  M.  Dante  a  M.  Gino.  Perch'  io  non  trovi  chi  meco  ragioni.      Son. 

22  a.  Risp.  di  M.  Gino  a  M.  Dante.  Dante  non  so  di  quale  albergo  soni.       > 

22  &.  M.  Dante.  Voi  che  per  gli  occhi  mi  passaste  il  core.  > 

23  a.  M.  Francesco  Petrarca.  S'  io  potessi  cantar  dolce  et  soave.         » 

23  6.  M.  Guido  Cavalcanti.  Biltà  di  donna  et  di  sacciente  core.  » 

24  6.  Id.  L'anima  mia  vilmente  sbigottita.  » 

24  b.  Questo  si  è  uno  respetto  che  fece  Guido  Orlandi  a  M.  Guido  Caval- 

canti perchè  disse  eh"  ei  farebbe  piangere  Amore.  Guido  Orlandi. 
Per  troppa  sottigliezza  il  fil  si  rompe.  Son. 

25  a.  Guido  Gavalc.  a  Guroo  Orlandi.  La  bella  donna  dov'Amorsi  mostra.  Son. 

25  b.  Risp.  di  Guido  Orlandi.  A  suon  di  trombe  anzi  che  di  corno.  -Son, 

26  a.  Guido  Cavalcanti.  Tu  m'  hai  si  piena  di  dolor  la  mente.  » 

26  b.  Id.  Chi  è  questa  che  ven  eh'  ogni  huom  la  mira.  > 

27  a.  Id.  lo  vidi  gli  occhi  dove  Amor  si  mise.  » 

27  6.  Id.  S'io  prego  questa  donna  che  piotate.  j» 
28a.  Id.  A  M.  Dante.  Dante  un  sospiro  messaggier  del  core.              » 

28  6.  Id.  Li  miei  foli' occhi  che  prima  guardare.  » 

29  a.  Id.  Donna  mia  non  vedesti  colui.  p 

29  b.  Dino  Compagni  a  Guido  Guiniz.  Non  vi  si  monta  per  iscala  d'oro.      » 

30  a.  FrateGuittone  A  M.  Onesto.  Credo  savete  ben  Messere  Honesto.  » 

30  6.  Risp.  di  M.  Honbsto.  Vostro  saggio  parlar  eh' è  manifesto.        > 

31  a.  Giudice  Ubertino  da  Rezzo  (sic)  a  F.  Guittone.  S'  il  nome  deve  se- 

guitar lo  fatto.  Son. 

31  6.  Risp.  di  F.  Guittone.  Giudice  Ubertino  in  alcun  fatto.  Son. 

32  a.  M.  Dante  a  M.  Betto  Brunklleschi  di  Firenze.  Messere  Botto  que- 

sta polzelletta.  Son. 
22  b.  Lippo  Pasci  de  Bardi.  Io  si  vorrei  eh' un  segno  avelenato.  Son, 

33  a.  Messer  Guido  Guinizzelli  da  Bologna.  Dolente  lasso  già  non  m'as- 

sicuro. Son. 

33  6.  Messer  Dante  Allighieri  iu  Firenze.  Chi  guarderà  giamai  senza 

paura.  Son. 

34  a.  Messere  Gino  da  Pistoia.  Amor  si  come  credo  ha  signoria.  Son. 

34  6.  Id.  Poscia  ch'io  vidi  gli  occhi  di  costei.  > 

35  a.  Id.  L'intelletto  d'amor  eh'  i'  solo  porto.  » 
356.  Id.  Poi  che  satiar  non  posso  gli  occhi  miei.  Ball. 


VARIETÀ  157 

36  a.  1d.  Amor  la  doglia  mia  non  ha  conforto.  Ball. 

36  &.  Id.  Questa  donna  ch'andar  mi  fa  pensoso.  Son. 

37  a.  Messer  Guido  Novello.  Ogni  diletto  et  bene.  Ball. 

2n  b.  Messere  Dante  Allighieri.  Molti  volendo  dir  che  fosse  Amore.  Son. 

38  a.  Messere  Francesco  Petrarca.  0  monti  alpestri,  o  cespigliosi  mai.   » 

38  è.  Id.  Sarà  pietà  in  Siila  in  Mario  et  Nerone.  » 

39  a.  Id.  Per  liti  et  selve  per  campagne  et  colli.  » 

39  b.  M.  Dante  a  Guido  Cavalcanti.   Guido  vorrei  che  tu  et  Lapo  et  io.    » 
40 a.  Risp.  DI  Guido.  S'io  fossi  quello  che  d'amor  fu  degno.  » 

40  b.  M.  Dante  Allighieri.  Delli  occhi  della  mia  donna  si  move.  » 

41  a.  Canzone  di  Messere  Guido  Guinizzelli  da  Bologna.   Tegno  di  folle 

impresa  lo  ver  dire.  Canz. 
41  b.  Canz.  di  Messer  F.  Petrarca.  Vergine  pura  et  sol  unica  luce.  Canz. 
43  a.  Re  Enzo  ET  M.  Guido  Guinizzelli  da  Bologna.  S'eo  trovasse  pietanza.  » 

43  b.  Federico  imperatore.  Poi  che  te  piace  Amore.  » 

44  b.  Re  Enzo.  Amor  mi  fa  sovente.  » 

45  a.  NoTARO  Jacomo  da  Lentino.  Amando  lungamente.  Canz, 

46  b.  Inghilfredi.  Audite  forte  cosa  che  m' avene.  » 

47  b.  M.  Dante  Allighieri.  Fresca  rosa  novella.  Ball. 

48  b.  Risp.  del  Petr.  ad   un  sonetto  che  gli  fu  mandato  da  Parigi.  Più 

volte  il  di  mi  fo  vermiglio  et  fosco. 

49  a.  Anonimi.  Quando  Amor  sua  mercede  et  mia  ventura.  Son. 

49  b.  Quella  ghirlanda  che  la  bella  fronte.  » 

50  a.  Sostenne  con  la  spalla  Hercole  il  cielo.  » 

50  b.  Antonio,  cosa  ha  fatto  la  tua  terra.  » 

51  a.  S'alia  divota  fede  ai  pensier  cari.  » 

51  b.  Responsivo  a  Cecco  di  Meletto.  Per  che  l'eterno  moto  sopraditto.    » 

52  a.  Io  son  si  vago  della  bella  aurora.  » 

52  b.  Quanto  era  amata  d'Acontio  Gidipe.  » 

53  a.  -Stato  foss'io  quando  lei  vidi  prima.  » 

53  b.  Non  è  sublime  il  cielo  ov'  è  il  suo  centro.  » 

54  a.  Al  lampeggiar  de  gli  occhi  alteri  e  gravi.  » 

54  b.  Io  ho  molt'  anni  già  piangendo  aggionte.  » 

55  a.  Io  venni  a  rimirar  gli  ardenti  rai.  » 

55  b.  Io  non  posso  ben  dire,  Italia  mia.  » 

56  a.  Se  l'aureo  mondo  in  che  già  militaro.  » 

56  b.  Per  coglier  mercurio  il  gran  pianeto.  > 

57  a.  Ai  lingua,  ai  penna  mia  che  in  tante  carte.  ^> 

57  b.  0  monti  alpestri  o  cespugliosi  mai.  » 
^a.  Questa  è  l'ultima  pugna,  o  illustre  conte.  » 

58  b.  L' alpestre  selve  di  candide  spoglie.  > 

59  a.  Ne  l'hora  che  sotto  il  cancro  cambiato  hanno.  » 

59  b.  0  chiara  luce  mia  dove  sei  gita.  > 

60  a.  Gli  antichi  e  bei  pensier  convien  eh'  io  lassi.  » 

60  è.  Non  fossi  attraversati  o  monti  alteri. 

61  a.  Frottola  di  M.  Franc"  Petrarca.  Di  ridere  ho  gran  voglia.  Incom- 

piuta. 


158  E.   LAMMA 

64  a.  Prima  ritornarebbo  il  Pado  al  seno.  Son. 

64  b.  Donna  mi  viene  spesso  nella  mente.  Ball. 

65  a.  Quel  che  ha  nostra  natura  in  se  più  degno.  Canx. 

69  b.  Non  creda  essere  alcuno  in  alto  stato.  Son. 
10  a.  Ben  che  il  camin  sia  faticoso  et  stretto.  > 

70  b.  Fra  verdi  boschi  che  Y  erbetta  bagna.  » 

71  a.  Il  core  che  a  ciascun  di  vita  è  fonte.  » 

71  b.  Perchè  non  ho  chi  a  me  di  me  si  doglia.  Canz. 
75  a.  Solo  soletto  ma  non  dai  pensieri.  Son. 

75  6.  Piango,  ohimè  lasso,  ove  rider  solea.  > 

76  a.  Poi  che  al  fattor  dell'  universo  piacque.  » 

76  b.  Prestómi  Amore  il  benedetto  strale.  » 

77  a.  Se  quelle  usate  Rhyme  onde  più  volte.  » 

77  b.  Savio  ortolan  sul  tuo  verde  giardino.  p 

78  a.  Tu  giongi  afflittione  al  tristo  e  afflitto.  )» 

78  b.  Anima  sconsolata  a  cui  ti  lasso?  » 

79  a.  Colui  che  per  viltà  sul  grado  estremo.  » 

79  b.  In  ira  al  ciel,  al  mondo  et  alla  gente.  » 

80  a.  Per  liti  et  selve  per  campagne  e  colli.  )» 
80  6.  Vergine  pura  e  sol  unica  laude.  Canz. 

82  6.  Sarà  pietà  in  Siila  in  Mario  e  Nerone.  Son. 
83 a.  S'io  potessi  cantar  dolce  et  soave.  > 

83  6.  0  vana  speme  eh'  indarno  t'  affanni.  » 

84  a.  Perduto  ho  l'hamo  homai,  la  rete  e  l'  esca.  » 

84  6.  Si  come  il  padre  del  folle  Phetonte.  » 

85  a.  Lasso  s' io  mi  lamento  io  ho  ben'  onde.  » 

85  6.  Perchè  non  cangi  nell'oscure  cave.  » 

86  a.  Conte  Ricciardo,  quanto  più  ripenso.  » 

86  6.  Né  per  quante  giamai  lagrime  sparsi.  > 

87  a.  Per  util  per  diletto  et  per  honore.  y 

87  6.  Nova  bellezza  in  habito  celeste.  BaU. 

88  a.  Più  volte  il  di  mi  fo  vermiglio  e  fosco.  » 

88  6.  Quando  talhor  da  giusta  ira  commosso.  » 

89  a.  S'  havessi  al  petto  mio  fermati  schermi.  » 

89  6.  Non  è  piaggia  diserta  o  selva  o  serra.  » 

90  a.  Santa  colonna  che  sostieni  anchora.  » 

91  a.  Credeami  stare  in  parte  omai  dov'  io.  » 

91  6.  L' aspre  montagne  et  le  valli  profonde.  » 

92  a.  La  vaga  luce  che  conforta  il  viso.  ^ 

92  6.  Ingegno  usato  a  le  question  profonde.  )» 

93  a.  Lasso  com'  io  fui  mal  proveduto.  * 

93  6.  Se  sotto  legge  ancor  vivesse  quella.  » 

94  a.  Sonetto  di  Ser  Cecco  di  Meletto  de"  Rossi  da  Forti   mandato  a  m. 

Francesco  Petrarca^  a  m.   Lancialotto  Anguscioli,  a  m.   Ant.**  da 
Ferrara  et  a  m.  Qio.  Boccaccio.   Voglia  il  ciel  voglia  pur  seguir 
l'editto.  Son. 
94  6.  Risposta  del  Petrarca  a  Cecco  di  Meletto^  V.  sopra  e.  51. 


VARIETÀ  159 

9Ab.  Risposta  del  Boccaccio.  L'antico  patre  il  cui  primo  delitto.  Son. 
95 a.  Risposta   di  m.  Lancialotto  Anguscioli.   Alzi   l'ingegno   ognun  con 
quel  amitto.  Son. 

95  b.  Rep.c<^  di  M.  Ant.°  da  Ferrara.   11    cielo   e  '1   fermamento   suo   sta 

dritto.  Son. 

96  a  Rep.<^(^  di  Ser  Cecco  di  Meletto  a  m.    Gio.  Boccaccio.  Quando  redire 

al  nido  fu  disditto.  Son. 

97  a.  Dante  a  M.  Gino,  lo  mi  credea  del  tutto  esser  partito.  » 
^7  h.  Risposta  di  M.  Gino  a  Dante.  Poi  eh'  io  fui  Dante  dal  mio  natal  sito.     >> 

98  a.  Dante  a  M.  Gino.  Perch'io  non  trovo  chi  meco  ragioni.  » 

98  h.  Risp.  di  M.  Gino  a  Dante.  Dante  io  non  odo  in  quale  albergo  suoni.    » 

99  a.  Risposta  di  M.  Gino  al  sonetto  di  M.  Eonesto  il  quale  e  in  questo 

a  car.  6.  Amor  che  vien  per  le  più  dolci  porte.  Son. 
99  b.   Cino   essendo  a  Prato   ribello   di   Pistoia.  Lasso  pensando  alla  de- 

structa  valle.  Son. 
100  a.  M.  Cino  essendo  alle  Sambuche  in  sul  monumento  della  vaga  sita. 
Io  fui  in  sul  alto  en  sul  beato  monte.  Son. 

100  b.  Risposta  di  M.  Cino  al  seguente  di  M.  Mula.  Ser  Mula  tu  te  credi 

senno  avere.  Son. 

101  a.  M.  Mula  de  Muli  a  M.  Cino.  Homo  saccente  è  da  maestro  saggio.    Son. 

101  b.  M.  Gino  a  M.  Gecco  d'ascoli.  Gecco  io  ti  prego  per  virtù  di  quella.   » 

102  a.  Risp.f^  di  M.  Ceccho  a  M.  Cino.  Di  ciascheduna  mi  mostra  la  guida     » 

102  b.  M.  Honesto  a  M.  Gino.  Mente  humile  et  più  di  mille  sporto.  » 

103  a.  M.  Cino  per  lo  libro  di  Dante.  In  verità  questo  libel  di  Dante.  » 

103  b.  Risposta  di  S.  Gio.  di  Meo  Vitali.  Gontien  sua  Gomedia  parole  sante.  » 

104  a.  31.  Cino  sopra  la  detta  materia.  In  fra  gli  altri  difetti  del  libello.     » 

104  b.  M.  Cino  manda  ad  M.  Bosone  essendo  morto  Dante  et  Emanuel 

Giudeo.  M.  Bosone  Io  vostro  Manoello.  Son. 

105  a.  Risposta  fatta  in  persona  di  M.  Bosone.  Manuel  che  mettesi  in  quello 

avello.  Son. 

105  b.  M.  Gino.  Tutto  ciò  che  altrui  grada  mi  disgrada.  Son. 

106  a.  Id.  Una  ricca  rocca  et  monte  manto.  > 

106  b.  Id.  essendo  a  Perugia.  Perchè  voi  state  forse  anchor  pensivo.      » 

107  a.  Gherardo  da  Reggio  a  Mes.  Gino.  Gon  sua  saetta  d'or  percosse  Amore.   » 

107  b.  Risposta  di  M.  Cino  et  consiglio  sopra  7  ditto  sonetto.  Amor  che  viene 

armato  a  doppio  dardo. 
d08a.  M.  Gino.  Quando  ben  penso  il  piccolino  spatio.  Son. 

108  b.  Id.  Naturalmente  ogni  animale  ha  vita.  Canz.  incomp. 

109  b.  Id.  essendo  a  Napoli.  Dhe  quando  rivedrò  il  dolce  paese.         » 
Illa.  M.  Cino  per  lo  imperadore  Henrico  di  Lucimburgo  quando  morì. 

Da  poi  che  la  natura  ha  fine  posto.  Canz. 
Ìì3b.  M.  Cino  a  M.  Gherarduccio  Garisendi  da  Bologna.  Garp  mio  Ghe- 

rarduccio  io  non  ho  veggia.  Son. 

114  a.  Risp.  di  M.  Gherarduccio.  Non  può  zoir  d'amor  chi  non  pareggia.    » 

114  b.  M.  Gino  a  Dante.  Gercando  di  trovar  lumera  in  oro. 

115  a.  Risposta  di  Dante  a  M.  Cino.  Degno  vi  fé  trovare  ogni  thesoro. 
115  b.  M.  Gino  a  M.  Gherarduccio.  Amato  Gherarduccio,  quando  iscrivo. 


160  E.   LAMMA 

116  a.  Risposta  di  M.  Gherarduccio.  Dolce  d'amor  amico  i'  vi  descrivo.  S<m. 

116  b.  M.  Cino  a  M.  Gherarduccio  sopra  la  detta  materia.  Come  li  saggi 

di  Neron  crudele.  Son. 

117  a.  Risposta  di  M.  Gherarduccio  a  M.  Cino.  Poiché '1  pianeto  vi  da  fé 

certana.  Son. 

117  b.  M.  Gino  essendo  a  Pisa.  Al  mio  parer  non  è  chi  in  Pisa  porti.  Son. 

118  a.  Risposta  di  Guelfo  Taviani.  Molto  li  tuoi  pensier  mi  paion  forti. 

Son.  respons. 
ÌÌSb.  M.  Gino.  A  la  battaglia  ove  madonna  abatte.  Son. 

119  a.  Risposta  di  M.  Guelfo.  Pensando  come  i  suoi  sermoni  adatte.     » 

119  b.  M.  Honesto  da  Bologna  a  M.  Cino.  Poscia   che  in  cuor  1'  amorosa 

radice.  Son. 

120  a.  Risposta  di  M.  Cino  a  M.  Honesto  Bolognese.  Anzi  ch'amore  ne  la 

mente  guidi.  Son. 

120  &.  M.  Honesto  a  M.  Gino.  Assai  son  certo  che  sementa  in  lidi.     Son. 

121  a.  Risposta  di  M.  Cino  a  M.  Honesto.  Se  mai  legiesti  versi  delli  Ovidi.  > 
121  b.  Canzon  di  M.  Cino.  Mille  volte  richiamo  il  di  mercede.  Canz.     . 

123  a.  M.  Gino.  Lo  sottil  ladro  che  ne  gli  occhi  porti.  Son. 

124  a.  Canzone  di  M.  Cino.  Non  che  impresentia  della  vista  humana.  Canz. 

125  6.  Zampa  Ricciardi  sopra  la  morte  di  M.  Cino.  Morto  è  colui  ch'era 

archa  della  leggie.  Son. 

126  a.  Amor  non  lesse  mai  Tavemaria.  Son.  Sonetto  di  Manuel  Giudbo. 

126  6.  Ceccho  Anqiellieri  a  Dante.   Dante  aleghier  Geccho   tuo  servo  e 

amico.  Son. 

127  a.  Il  detto  a  Dante  sopradetto.  Dante  Aleghier  s' io  son  bon  begolardo.  > 

127  b.  M.  Gane  dalla  Schala  a  Bologna.  Ghelphi,  el  gran  prence  nobil  de 

Stericcho.  Son. 

128  a.  M.  Gino.  Degno  son  io  di  morte.  Canz. 
130  a.  1d.  Fior  di  virtù  si  è  gentil  coraggio.  Son. 

130  6.  Id.  Io  son  si  vago  della  bella  luce.         » 

130W»  Id.  Io  guardo  per  li  prati  ogni  fior  biancho.  Canz. 

131  b.  Id.  Novelle  non  di  veritate  ignude. 

132  a.  Id.  M.  Gino.  Oimè  eh'  io  veggio  per  entro  un  penserò.  Canz. 

132  6.  Id.  Quando  potrò  io  dir  dolce  mio  Dio.  Canz.  incompl. 

133  6.  Del  Petr archa.  Quella  girlanda  che  la  bell£^  fronte.  Son. 

134  a.  Id.  Sostenne  con  le  spalle  Hercole  il  cielo.  > 

135  a.  Anonimi.  Beltà  di  donna  et  di  saccìente  core.  » 

135  6.   »    Donna  mia  non  vedestu  colui.  » 

136  a.   »   lo  prego  voi  che  di  dolor  parlate.  Ball. 

137  a.   »   L'anima  mia  vilmente  sbigottita.  Son. 

137  6.   >    La  bella  donna  dove  amor  si  mostra.  » 

138  a.   »   Noi  siam  le  triste  penne  sbigottite.  > 

138  6.  Poich'aggio  udito  dir  de  l'huom  selvaggio.  > 

139  a.  S' io  fosse  quello  che  d'amor  fu  degno.  » 
139  6.  Veder  poteste  quando  vi  scontrai.  » 
148  a.  Di  M.  F.  Petrarcha.  S'a  la  devota  fede  e  ai  pensier  cari  » 

148  6.  Di  M.  Gino  da  Pistoia.  Quando  potrò  io  dir  dolce  mio  Dio.  Canz.  incomp. 


VARIETÀ  161 

149  a.  Di  Zanobio  Camuri  da  Fiorenza.  In  ogni  verso  son  mille  sospiri.  Son. 

149  b.  Di  M.  Gino  da  Pistoia.  Io  guardo  per  li  prati  ogni  fior  bianco.  Canz.  ine; 

cfr.  e.  130  bis. 

150  a.  Continuazione  della  canz.  di  Cino  a  carte  I486. 

150  b.  Di  Sforza  de  Piggnano.  Altri  noi  crede  et  io  mi  struggo  et  ardo.  Son. 

152  a.  M.  F.  P.  Quand'  amor  sua  mercede  e  mia  ventura.  » 

152  b.  Dal  loco  dove  è  sol  guerra  e  tormento.  » 

153  a.  Me  freddo  il  petto  e  di  nodi  aspri  e  gravi.  » 
153  b.  L'alta  mia  Giulia  il  fior  de  l'altre  belle.  » 
154 a.  Sennuccio  Benucci.  Amor  tu  sai  ch'io  son  col  capo  cano.  Canz. 
156  a.  È  ripetuta  la  precedente  canz.  ma  adesp. 

158  a.  Punsemi  il  fianco  Amor  con  nuovi  sproni.  Son.  adesp. 

159  a.  La  bella  stella  che  '1  tempo  misura.  Canz.  adesp.  a  piedi:  Cino. 
161  a.  Veduto  han  gli  occhi  miei  si  bella  cosa.  Son.  A  piedi  Cino  da  Pistoia. 
161  b.  Madonna  la  beltà  vostra  infollio.  »  » 

»      Lasso  eh'  amando  la  mia  vita  more.  Ball.  A  piedi  :  Cino. 
163  a.  Poiché  di  doglia  al  cor  conven  eh'  io  porti.  Ball.  A  piedi:  G.  Cavalcanti. 

»      Quando  di  morte  mi  conven  trar  vita.        »  » 

165 a.  Se  m'hai  del  tutto  obliato  mercede.  »  » 

1<36  a.  Veggio  negli  occhi  de  la  donna  mia.  »  » 

167  a.  Io  prego  voi  che  di  dolor  parlate.  »  » 

170  a.  Il  cor  sospira  et  la  voce  mi  trema.  Canz. 
173  a.  Ballata  del  Conte  Ricciardo  non  vestita.  Amor  tu  fieri  e  sani  com  ti 

piace.  Ball. 
175  a.  Lamentomi  di  mia  disaventura.  Son.  adesp. 

175  b.  Bonagiunta  da  Lucca  al  detto  M.  Guido.    Voi  ch'avete  mutata  la 

maniera.  Son. 

176  a.  Di  Sennuccio.  La  madre  vergin  gloriosa  piange.  Ball. 

ili  a.  Jacomo  da  Imola  a  M.  Franc.o  Petrarca.  0  novella  Tarpea  in  cui 
s' asconde.  Son. 

ìli  b.  Io  son  si  vago  della  bella  aurora.      » 

178  a.  Io  guardo  per  li  prati  ogni  fior  bianco.  Canz.  ;  cfr.  sopra  e.  130  bis 
e  149  b. 

1786.  Donne  io  non  so  di  che  mi  preghi  amore.  Canz. 

180  a.  Bisbio  di  Mannello  Giudeo  a  Magnificenza  di  M.  Cane  della  Scala. 
Del  mondo  ho  cercato. 

188  a.  Al  Maestro  Antonio  da  Ferrara.  Io  ho  già  Ietto  il  pianto  di  Tro- 
iani. Canz. 

192  a.  Sonetto  di  M.°  Antonio  da  Ferrara.  Cesare  poi  che  ricevè  il  pre- 
sente. Son. 

192  a.  Di  Notaio  Jacomo  a  M.   Francesco   Petrarca.   Messer   Francesco 

con  amor  sovente.  Son. 

•»      Risposta  del  Petrarca.  Io  canterei  d'Amor  si  novamente.    » 

193  a.  Sonetti  di  Guido  Cavalcanti  fiorentino.,  Rimatore  Toscano  di  gran 

pregio.,  non  impressi.  Certo  non  è  dell'intelletto  accolto.  Son. 
193  b.  Havete  in  voi  li  fiori  e  la  verdura.  » 

(Jiorniiìp.  storico.  XX,  fase.  58-59.  11 


162  E.  LAMMA 

194  a.  Bernardo  da  Bologna  a  M.  Guido  Cavalcanti.  A  quella  amorosetta 
foresella.  Son. 

194  b.  Risposta   di    Guido   alle  consonanze.  Ciascuna  fresca  et  dolce  fon- 

tanella. Son. 

195  a.  Beltà  di  donna  et  di  sacente  core.  » 

195  6.  Novelle  ti  so  dire,  odi  Nerone.  » 

196  a.  Guido  Cavalcanti  a  Guido  Orlandi.  La  bella  donna  dove  ancor  «ì 

mostra.  Son. 

196  h.  Risposta  di  Guido  Orlandi  alle  consonanze.  Innanzi  a  suon  di  trombe 

che  di  corno.  Son. 

197  a.  Canzone  di  M.  Pietro  delle  Vigne.,  Rimator  Toscano  antico.  Amor 

in  cui  disio  e  ho  fidanza.  Canz. 

198  6.  Sonetti  del  predetto  m.  Guido  G.  da  Bologna.  Lo  vostro  bel  saluto 

e  gentil  guardo.  Son. 

199  a.  Veduto  ho  la  lucente  stella  Diana.  > 

199  b.  Io  vuo"  del  ver  la  mia  donna  laudare.  » 

200  a.  Dolente  lasso  già  non  m'  assicuro.  » 

200  b.  Canzone  del  detto  M.  Guido  da  Bologna.  In  quelle  parti  della  tra- 
montana. Canz. 

202  a.  Canzoni  di  m.  Guido  Ghinicelli  o  Ghisilieri  da  Bologna,  Rimator 
Toscano  antico.  Donna  l'Amor  mi  sforza.  Canz. 

204  a.  Io  mai  non  vidi  dì  da  meza  notte.  Son.  adesp. 

204  b.  Ben  m'aveggio  che  '1  troppo  amar  m'insegna.     »       » 

205  a.  Quello  che  per  viltà  sul  grande  extremo.  »       » 

205  Missiva  Antonij  de  Ferraria  scribentis  d.  Francisco.  Dhe  dite  o  fonte 

donde  nasce  Amore.  Son. 

206  a.  Responsio  Dni  Francisci.  Per  util  per  diletto  et  per  honore.     » 

206  b.  Missiva  Mag^*  Andreae  de  Perusio  scribentis  d.  Franc.^  cui  respon^ 

detur  supra  in  sonecto  qui  incipit:  Se  Vhonorata  fronde  che  pre- 
scrive. La  santa  fama  della  qual  son  prive.  Son. 

207  a.  Missiva  eiusdem  magri.  Andreae  scribentis  Francisco.  Pero  che  '1 

dolce  et  caldo  di  Piero.  Son. 

207  b.  Responsiva  d.ni  Francisci.  Io  son  si  traviato  dal  pensiero.      » 

208  a.  Missiva  eiusdem  magistri  Andreae  ad  eundem.  Il  fitto  ben  si  prende 

di  leggiero.  Son.:  cfr.  Giom.,  XII,  83. 

208  b.  Responsiva  dni  Francisci.  Poi  eh'  a  la  nave  mia  l' empio  nocchiero. 

209  a.  Missiva  eiusdem  magistri  Andreae.  O  di  saver  sopran  thesauriero.  Son. 

209  b.  Responsiva  dni  Francisci.  A  faticosa  via  stanco  cornerò.  » 

210  a.  Correr  suol  agli  aitar  colui  che  teme.  Son.    adesp. 

210  b.  Nel  tempo  lasso  de  la  notte  quando.  >  » 

211  a.  Piange  il  giusto  voler  del  buon  Catone.  »  » 
2116.  Tra  i  verdi  boschi  che  l'herbetta  bagna.  »  » 

212  a.  Piegare  le  cime  a  durissimi  colli.  »  » 
212*.  —  213&.  Carte  bianche. 


VARIETÀ  163 

II.  —  ICod.  Boi  Univ.  177  3;  e.  2iia.-231b.]  (1). 

214  a.  (I)  Rime  di  vari.  [-Da]  un  libro  antiquissimo  di  M.  Già.  Georgio 
Tressino  che  gli  fu  donato  a  Bologna  da  un  libraio.  Il  quale  ap- 
pena si  poteva  leggere  per  V  antiquità. 

Copia  fatta  nel  principio  del  1600.  Amadei. 
218  a.  (2)  Ricciardo  di  Franceschin   degli  Albizzi.  Che   fate   donne   che 

non  soccorrete.  Canz. 

217  b.  (4  b.)  Del  medesimo.  Io  veggo  lasso  con  armata  mano.  » 

221  a.  (8)  M.  Landoccio  Albizzi.  Né  morte  né  amor  tempo  né  stato.    Ball. 
»      (»)    Del  detto.  Deh  discacciate  donne  ogni  paura.  » 

221  b.  (8  b.)  Del  Boccaccio  a  Dante.  Dante  se'  tu  ne  l'amorosa  spera.  Son. 

222  a.   (9)     Id.  Quando  posso  io  sperar  che  mai  conforme.  >• 

222  b.  (9  b.)  Id.  Biasiman  molti  spiacevoli  Amore.  » 
»       (»)     Id.  Non  so  qual  i  mi  voglia.  Ball. 

223  a.    (X)    Id.  Era  tuo  ingegno  divenuto  tardo.  Son. 

223  b.    (»)     Id.  L'aspre  montagne  e  le  valli  profonde.  » 

224  a.  (XI)    Id.  S'  amor  li  cui  costumi  già  molt'  anni.  » 

224  b.    (»)     Id.  Cesare  poic  'ebbe  per  tradimento.  » 

225  a.  (XII)  Faccio  degli  Uberti.  S'  io  sapessi  fermar  quanto  son  belli.  Son. 
228  a.  (XV)  Del  medesimo.  Io  guardo  infra  l'herbette  per  gli  prati.  Canz. 

230  b.  (XVII  b.)  Federico  di  M.  Gerì.  Solo  soletto  pieno  di  pensieri.  Son. 

231  a.  (XVIII)  Domini   Bartholi   de   biccis   plorentini.  Io  non  ardisco  di 

levar  più  gli  occhi.  Ball. 

231  b.    (»)    Nicolo  Soldaniero.  E'  non  é  donna  gioco.         » 

»        (»)     M.  Lancilotto  Angossolo  da  Piacenza.  Natura  de  l'età  gio- 
iosa e  bella.  Son. 

232 a.  (XIX)  Il  medesimo.  La  gran  virtù  de  l'amorosa  forza.  Canz. 

234  a.  (XXI)  M.  Antonio  da  Ferrara  al  Petr.    0  novella  Tarpea  in  cui 
s'asconde.  Son. 

234  b.    (»)      Risposta  del  Petrarca.  Ingegno  usato  a  le  question  profonde.  » 

235  a.  (XXII)  Di   Mastro   Antonio  da  Ferrara.  Cesare  poi  che  ricevè  '1 

presente.  Son. 
"235  b.     (»)    Matteo  Corrigiari  da  Bologna.  Mille  mercedi  o  donna  o  mio 
sostegno.  Ball. 
»  (»)    Conte  Ricciardo  al  Petrarca.  Benché  ignorante   sia  io  pur 

ripenso.  Son. 

236  a.  (XXIII)  Risposta  del  Petr.  Conte  Ricciardo  quanto  più  ripenso.    » 
236  b.      (»)    Ser   Amasio  di  Landoccio  Albizzi    Occhi   miei   lassi   homai 

vi  rallegrate.  Son. 
»  (»)    Menchino  da  Ravenna.  Ama  la  madre  e  '1  padre    il    suo  car 

figlio.  Son. 
231  a.  (XXIV)  Risp.  del  Petrarca.  Io  fui  fatto  da  Dio  a  suo  simiglio. 


(i)  La  Tavola  di  questo  codice  é  già  stata  data  nel  citato  voi.  Le  Rime 
di  M.  Correggiari,  pp.  xi  e  sg. 


164  E.   LAMMA 

III.  —  [Cod.  Boi.  Univ.  401.  e.  250 a. -259  fr.]- 

250  a.  Chanzone  morale  di  Ser  bat.  da  chastello  dalle  pieve  chiamata  ruf- 

flanella.  Cruda  selvaggia  fuggitiva  e  fiera.  Cam. 

251  b.  Di  Fazio  degli  Uberti.  S'io  sapesse  formare  quanto  son  belli.      » 
253  b.  Di  Dante  aldrighieri  da  Firenze.   Mal    d' amor   parla   chi   d'amor 

non  sente.  Canz. 
256  b.  Canzone  morale.  0  spechio  di  narciso  o  gannimede.  Servent. 
258  a.  Sonecto  facto  da  don  nicholo  per  Ila  dipartenza  d'opizzo  degli  ali* 

dosi  della  massa.  Ai  losinghiere  ay  fallace  amore.  Son. 

258  b.  Sonecto  per  la  morte   d"  obbizo  facto  per  don  nicolo.  Piangi  terra 

della  massa  del  cui  nome.  Son. 

»      Messer  Franc."  petrarcha.  Sera  pietà  in  siila  o  mario  e  nerone.  » 

259  a.  Sonecto   fece   obbizo  degli  alidosi  per   una  donna.  Una  donna  leg- 

giadra e  trionfante.  Son. 

»      Adumpestare  dis moray  (1). 

259  b.  Sonecto  facto  pel  ghobbo  degli  alberti  quando  giostrò  a  firenze,  A 

voy  egregi  sapienti  viri  (2). 
-  »      Sonecto  facto  per  quegli  che  non  possono  paghare  le  grevezze  a  ffi- 

renze.  Io  dormo  insul  cavai  di  messer  corso  (3). 


III. 


Esaminiamo  adesso  partitamente  il  contenuto  di  ciascuna  delle 
sezioni  del  codice  ricostituito.  Come  esse  differiscono  fra  loro  per 
l'età  a  cui  appartengono  e  le  mani  che  le  scrissero,  cosi  diver- 
sificano per  la  importanza  che  possono  assumere  agli  occhi  degli 
studiosi. 

La  prima  sezione  si  può  suddividere  essa  pure  in  tre  parti.  La 
prima  di  queste  che  va  da  f .  1  a  a  f.  48  &  dovette  in  origine 
essere  indipendente  dalle  altre  due;  Io  stato  di  deperimento,  in 
cui  si  trova  l'ultima  carta,  ingiallita  e  sbiadita  dalla  luce  e  dalla 
polvere,  lo  mostra  chiaro.  Queste  48  carte,  scritte  di  mano  nitida 


(1)  Qui  segue  uu  sonetto  indecifrabile  per  esser  logorata  la  carta  e  sbia- 
ditissimo Tinchiostro. 

(2)  È  un  sonetto  di  Francesco  d'Altobianco  degli  Alberti,  edito  in  questo 
Giom.,  IV,  198;  cfr.  F.  Flamini,  La  lirica  toscana  del  Rinascimento,  Pisa, 
1891,  p.  630. 

(3)  È  un  sonetto  di  Bernardo  Cambini,  esso  pure  edito  in  questo  stesso 
Giom.,  IV,  195;  cfr.  Flamini,  Op.  cit.,  p.  660. 


VARIETÀ  165 

e  regolare  del  sec.  XVI,  contengono  adunque  rime  di  poeti  toscani 
del  sec.  XIII  e  XIV  per  la  più  parte;  a  queste  vanno  unite  al- 
quante di  bolognesi  e  siciliani.  Corretto  nelle  attribuzioni  questo 
frammento  in  generale  offre  anche  didascalie  notevoli  (1);  e  chi 
si  vogha  occupare  dell'edizione  delle  rime  di  Gino  (è  troppo  co- 
nosciuta la  insufficienza  della  stampa  del  Fanfani),  dovrà  prendere 
in  esame  anche  il  nostro  codice,  che  per  questa  parte  è  di  qualche 
interesse.  Alcune  rime  che  esso  contiene,  sono  poi  sconosciute  a 
noi,  e  crediamo  anche  agli  altri  studiosi  dell'antica  nostra  poesia; 
esse  sono:  1)  la  ballata:  Donna  del  vostro  fin  pregio  e  valore, 
che  sta  a  e.  4 :  2)  la  canzone  :  Tutto  è  piacer  piacente  (e.  5  a); 
3)  la  ballata:  Donna  poi  ch'io  mirai  (e.  6&).  Queste  rime  pub- 
blichiamo più  oltre  (2).  Le  rimanenti  sono  tutte  a  stampa  o  in 
edizioni  speciali  o  nella  raccolta  di  Rime  antiche  del  Valeriani. 
Quelle  di  Lapo  Gianni  vedranno  la  luce  nella  nostra  edizione, 
che  forse  uscirà  contemporaneamente  a  questo  scritterello. 

Ma  questa   prima   parte   del   codice  Amadei  contiene  altresì 
de'componimenti  attribuiti  al  Petrarca.  Essi  sono  i  seguenti: 

1"  e.  23 a.  S'io  potessi  cantar  dolce  e  soave.  Son. 

2o  e.  38  a.  0  monti  alpestri  o  cespigliosi  mai,  » 

3®  e.  38  h.  Sarà  pietà  in  Siila  Mario  et  Nerone.  » 

4°  e.  39  a.  Per  liti  et  selve  et  per  campagne  et  colli.  » 
5°  e.  41  h.  Vergine  pura  et  sol  unica  luce.  Canz. 

6°  e.  48  b.  Risp.  del  Pet.  ad  un  sonetto  che  gli  fu  mandato  da  Parigi. 
Più  volte  il  di  mi  fo  vermiglio  et  fosco.  Son.; 

i  quali  si  leggono  nuovamente  nel  codice  a  e.  83 a,  57 &,  82 &, 
80 a,  80 &,  e  88 a. 
Colla  e.  49  a  incomincia  la  parte  seconda  della  prima  sezione, 


(1)  Tale  è  quella  che  precede  il  sonetto  del  Cavalcanti  Una  figura  (e.  2  b); 
l'altra  anteposta  al  sonetto  Vedesti  al  mio  parere  (e,  6  a),  esso  pure  di  Guido. 
Per  la  questione  delle  attribuzioni  incerte,  studiata  già  dal  Monaci,  è  nota- 
bile la  rubrica  apposta  al  sonetto  S'eo  trovassi  pietanza  (e.  41  b).  Richiamo 
poi  l'attenzione  sulla  rubrica,  che  si  legge  (e.  32 a)  in  fronte  al  notissimo 
sonetto  :  Messer  Brunetto  questa  pulzelletia,  secondo  la  quale  esso  sarebbe 
stato  mandato  da  «  Dante  a  M.  Betto  Bruneileschi  di  Firenze  »  ;  asserzione 
che  non  ha  riscontro  in  verun  altro  codice,  ove  il  sonetto  si  trova,  e  che 
verrebbe  confermata  dal  primo  verso  che  nel  cod.  nostro  reca:  «  Messere 
«  Betto  »  invece  di  «  Brunetto  ». 

(2)  Appendice  I. 


166  E.   LAMMA 

di  una  mano  che  spetta  al  sec.  XVII.  La  carta  di  questo  a)di- 
cetto,  la  scrittura,  tutto  contribuisce  a  farlo  credere  esso  pure 
indipendente  in  origine  dai  precedenti  quarantotto  fogli,  a  cui  è 
stato  accodato.  In  esso  non  vi  ha  varietà  alcuna  di  autori  ;  seb- 
bene non  vi  apparisca  che  una  volta  sola  il  nome  del  Petrarca, 
tuttavia  le  rime  che  esso  contiene,  sono  state  tutte  attribuite  in 
tempi  diversi  e  da  diversi  editori  al  cantore  di  Laura.  Abbiamo 
dunque  qui  —  ed  ecco  ciò  che  forma  l'interesse  di  questo  fram- 
mento e  lo  avvicina  al  noto  codice  parmense  —  una  raccolta 
messa  insieme  a  bello  studio  di  tutte  le  rime  attribuite  al  Pe- 
trarca, che  non  sono  accolte  nel  Canzoniere,  e  che  si  reputano, 
a  dritto  o  a  torto,  autentiche.  Benché  nella  tavola  generale  del 
cod.  Amadei  si  leggano  già  i  capoversi  di  questi  componimenti 
pseudo-petrarcheschi  (diciam  cosi,  sebbene  alcuni  di  essi  si  pos- 
sano ritenere  con  tutta  probabilità  da  lui  stesso  composti),  pure 
crediamo  conveniente  riprenderli  qui  in  esame  ad  uno  ad  uno, 
indicando  i  codici  e  le  stampe  che  a  nostra  conoscenza  li  con- 
tengono. Non  tutti  però  sono  stati  messi  alla  luce;  taluni  possono 
ritenersi  non  senza  buon  fondamento  inediti  e  di  questi  alquanti 
diamo  adesso  fuori  nella  2'  Appendice;  altri  pubblicheremo  quanto 
prima  in  un  volumetto  (1). 

1  A  faticosa  via  stanco  correrò.  Son.  Carbone.  Codd.  Parm.,  1081  ;  Marc. 

IX.  191.  Respons.  ad  Andrea  da  Perugia. 

2  Al  lampeggiar  degli  occhi  alteri  e  gravi.  Son.  Non  conosciamo  di 

né  codici  né  editori. 


(1)  Ecco  l'elenco  delle  raccolte  di  Rime  petrarchesche  da  me  spogliate  per 
tessere  questo  indice:  Petrarca,  Rime,  ed.  Rouillis,  Lione,  1574;  Le  stesse, 
od.  Molinari,  Firenze,  1820.  Queste  due  ediz.  oflfrono  una  larga  appendice  di 
componimenti  di  dubbia  autenticità.  Fausto,  Introduz.  alla  lingua  volgare 
(s.  d.,  ma  sec.  XV);  Giusto  de'  Conti,  La  bella  mano^  ed.  Corbinelli,  Parigi, 
1595;  Gkescimbeni,  Istoria  e  comm.  della  volgar  poesia ,  Roma,  1761; 
Fiacchi,  Scelta  di  rime  anticlie  ined.  di  celebri  autori  toscani  ecc.,  Firenze, 
1812;  Saqredo,  Sonetti  inediti  di  F.  P.  tratti  da  due  antichi  codd.  esi- 
stenti nel  Civ.  Museo  Correr  di  Venezia,  Venezia,  1852;  A.  Mortara,  Ca- 
talogo dei  codd.  italici  Canoniciani  della  Bibl.  Bodlejana ,  Oxford,  1857; 
Carbone,  Una  corona  sulla  tomba  di  Arquà;  Rime  di  F.  P.  colla  vita  del 
medesimo,  Torino,  1874;  Bilancioni,  Dieci  sonetti  inediti  attribuiti  a  F.P., 
Ravenna,  1876;  Capparozzo,  Tre  sonetti  inediti  dal  cod.  Bertoliano  attri- 
buiti al  Petrarca.  Vicenza,  1876.  Per  alcune  raccolte  da  me  non  vedute  mi 
servo  del  lavoro  di  E.  Costa  ,  //  cod.  Parmense  Ì08U  in  questo  Giornale, 
XII,  77  e  sgg. 


VARIETÀ  167 

3  Anima   sconsolata  a  cui    ti   lasso.    Son.  Fausto.   Codd.  Riccard.  1118; 

Vieent.  G.  2.  9.  8;  cod.  B.,  5.  7  del  Museo  Corr.;  Bodl.  Canon.  69; 
cod.  793  della  Bibl.  del  Louvre. 

4  Antonio,  cosa  ha  fatta  la  tua  terra.   Son.  Carbone.  Boi.  1739;    Laur. 

XV.  41  sup.;  Laur.  Red.  184;  Rice.  1156;  Trivul.  36;  Ghig.,  L.  IV. 
131;  Sen.  I,  IX.  18;  Bodl.  Ganon.  69. 

5  Benché  '1  cammin  sia  faticoso  e  stretto.  Son.    Carbone.   Vieent.  G.,  2. 

9.  8;  B.  5.  7.  del  Museo  Correr;  Marc.  IX.  191.  Bodl.  Canon.  69; 
cod.  793  della  Bibl.  del  Louvre. 

6  Colui  che  per  viltà  sul  grado  estremo.  Son.  Capparozzo;  Giom.,  XIll, 

72;  Parm.  1081;  Correr  B.  5.  7  e  B.  5.  29;  Vieent.  G.  2.9.8;  cod. 
793  del  Louvre;  Bodl.  Ganon.  65  e  69. 

7  Conte  Ricciardo  quanto  più  ripenso.    Son.  responsivo  a  quello  che  sta 

a  e.  335  ò,  il  quale  leggesi  pure  a  e.  336  a.  Cod.  Museo  Correr  B. 
5.  7;  Bodl.  Can.  69;  Boi.  Univ.  1739;  Ambros.  0  63  sup. 

8  Credeami   stare   in   parte   ornai   dov'  io.  Son.  Carbone.  Museo  Correr, 

B.  5.  7  e  B.  5.  27;  Canonie.  Bodl.  65  e  69. 

9  Dal  loco  ove  è  sol  guerra  e  tormento.  Son.  Carbone. 

10  Di  ridere  ho  gran  voglia.  Frottola.  Fu  stampata  dal  Bembo  e  si  legge 

pure  nell'edizione  dello  Scoto  (1552).  Manca  all' ediz.  del  Rovillio, 
ma  si  legge  in  quelle  del  Cornino,  1722  e  Molinari,  Venezia,  1820, 
ed  in  altre  molte;  per  i  codd.  che  la  contengono  v.  Gian,  Motti  di 
M.  P.  Bembo,  p.  98. 

11  Donna  mi  viene  spesso  nella  mente.  Ball.  Si  leggeva  a  e,  49  del  cod, 

dello  Zeno  e  si  trova  stampata  nell'edizione  fiorentina  del  1522  e  in 
fine  della  Bella  Mano  di  Giusto  dei  Conti.  Cod.  Vieent.  G.  2.  9.  8  ; 
Museo  Correr  B.  5.  7;  Bodl.  Can.  69. 

12  Fra  verdi  boschi  che  l' erbetta  bagna.  Son.  Carbone.  Rice.  1103  e  1118; 

Vat.  3213;  Marc.  IX,  191;  Vieent.  G.  2.  9.  8;  Correr  B.  5.  7; 
Canonie.  69;  cod.  793  della  Bibl.  del  Louvre. 

13  Gli  antichi  e  bei  pensier  convien  eh'  io  lassi.  Son.  Crescimbeni.  Vieent. 

G.  2.  98;  Correr  B.  5.  7;  cod.  793  della  Bibl.  del  Louvre. 

14  Ah   lingua,   ahi   penna  mia  che   in  tante  carte.   Son.  Carbone.  Laur. 

I.  90  inf.;  Estense  M.  111.  D.  22. 

15  II  core  che  a  ciascun  di  vita  è  fonte.  Son.  Mortara.  Vieent.  G.,  2.  9.  8. 

Laur.  XV,  41;  Laur.  Red.  151;  Ghig.  L.,  IV,  131;  Sen.  I.  Vili,  36; 
Marc.  IX,  191;  Correr  B.  5.  7;  Bodl.  Canon.  69;  cod.  793  del  Louvre. 

16  II  cor  sospira  et  la  voce  mi  trema.  Canz.  In  nessun  codice. 

17  Ingegno  usato  alle  question  profonde.  Risp.  all'altro  :  0  novella  Tarpea, 

di  Antonio  da  Ferrara  o  Jacopo  de'  Garatori  da  Imola  :  ediz.  del  1574; 
Bodl.  Can.  69. 

18  In  ira  al  cielo   al  mondo  e  alla  gente.  Son.  Ed.  1574  e  1820;  Vieent. 

G.  2.  9.  8;  Bodl.  Can.  69;  Parm.  1081:  cfr.  Giom.,  XII,  87. 

19  Io  canterei  d'amor  sì  novamente.    Son.  resp.  Parm.  1081  ;  cfr.  Giom., 

XII,  84. 

20  Io  fui  fatto  da  Dio  a  suo  simiglio.  Son.  resp.  Non  conosco  mss. 


168  E.   LA.MMA 

21  Io  ho  molti  anni  già  piangendo  aggionti.   Son.  Sagredo.  God.   Vicent. 

G.  2.  9.  8;  Correr  B.  5.  7;  Bodl.  69;  Louvre  793. 

22  lo  non  posso  ben  dire  Italia  mia.  Son.  Carbone.  Godd.  Vicen.  G.  2.  9. 

8;  Mar.  IX,  191;   God.  Gorrer  B.  5.  7  e  B.  5.  29;  Bodl.  Ganon.  69; 
Louvre  793. 

23  Io  son  sii  traviato  dal  pensiero.  Son.  Carbone.  Parm.  1081. 

24  Io  son  si  vago  della  bella  aurora.  Son.  Carbone.  Laur.  XLl,  2. 

25  Io  venni  a  rimirar  gli  ardenti  rai.   Son.  Sagredo.  Vicent.  G.  2.  9.  8; 

Gorrer  B.  5.  7;  Bodl.  69;  Louvre  793. 

26  L'alta  mia  Giulia  il  fior  dell'altre  belle.  Son.  Lamma. 

27  Lasso  s' io  mi  lamento  io  ho  ben  d'onde.  Son.  Carbone.  Riccard.  1081 

e  1103. 

28  Lasso  com' io  fui  mal  provveduto.  Son.  Ed.  1822;  Vicent.  G.   2.  9.  8; 

Bodl.  Gan.  69. 

29  La  vaga  luce  che  conforta  il  viso.  Son.  Carbone.  Godd.  Bodl.  69  e  Gor- 

rer B.  5.  7  che  lo  attribuisce  al  Petrarca;  Parm.  1081:  cfr.  CHom., 

XII,  85. 

30  L'aspre  montagne  et  le  valli  profonde.  Son.  Lamma. 

31  M'è  freddo  il  petto  e  di  modi  aspri  e  gravi.  Son.  Carbone. 

32  Neil'  ora  che  sotto  il  cancro  cambiat'  hanno  (sic  !).  Son.  Non  lo  so  stam- 

pato. Godd.  Vicent.  G.  2.  9.  8;  Bodl.  Ganon.  69;  Gorrer  B.  5.  7. 

33  Né  per  quante  giammai  lagrime  sparsi.  Son.  Fiacchi. 

34  Non  creda  essere  alcuno  in  alto  stato.   Son.  Capparozzo.  Vicent.  G.  2. 

9.  8;  Gorrer  B.  5.  7  e  B.  5.  29;  Bodl.  69;  Louvre  793. 

35  Non  è  piaggia  deserta  o  selva  o  terra.  Son.  Fausto  :  Giom.y  XII,  85  e 

XIII,  73;  Parm.  1081;  Bodlei.  69  ;  Gorrer  B.  5.  7. 

36  Non  è  sublime  il  cielo  ov'è  il  suo  centro.  Son.  Non  lo  so  edito.  Godd. 

Gorrer  B.  5.  7  e  B.  5.  29;  Vicent.  G.  2.  9.  8;  Bodl.  69;  Louvre  793. 

37  Non  fossi  attraversati,  o  monti  alteri.  Son.  Capparozzo;  Giorn.,  XIII, 

85.  Laur.  XLI,  15;  Laur.  Gadd.  198  e  Laur.  Red.  184;  Riccard.  1103; 
Parm.  1081;  Marc.  IX.  191;  Vicent.  G.  2.  9.  8. 

38  Nova  bellezza  in  abito  gentile;  ediz.  fior.  1522;  ed.  Liv.  1574:  ed.  Mol. 

1870.  Non  conosco  altri  codici. 

39  0  chiara  luce   mia,   dove   se'  gita.   Son.  Fausto.  Parm.  1081  ;   Sen.  i. 

Vili,  36;  Marc.  IX,  191;  Gorrer  B.  5.  7  e  B.  5.  29;    Vicent.   G.  2. 
9.  8;  Louvre  793;  cfr.  Giorn.,  XII,  85. 

40  0  monti  alpestri  o  cespugliosi  mai.   Soyi.  Fusco.  Laur.  XL,  43;  Laur. 

Gadd.    198;   Riccard.    1103;   Parm.    1081;   Marc.    IX.  191;  Vicent. 
G.  2.  9.  8;  Gorrer  B.  5.  7;  cfr.  Giorn.,  XII,  82. 

41  0  vana  speme  che  indarno  t'affanni.  Son.  Fiacchi.  Vat.  3213. 

42  Perchè  non  caggi  nell'oscure  cave.  Son.  Corbinelli.  Resta  in  moltissimi 

codici;  dei  quali   ricordiamo  i  Riccard.  1103,  1118,  1126  e  2823  ed 
il  Parm.  1091;  cfr.   Giorn.,  XII,  85. 

43  Perchè  non  ho  chi  a  me  di  me  si  doglia.  Canx.  Non  conosco  di  essa 

né  codici  né  stampe. 

44  Per  cogliere  Mercurio  il  gran  pianeta.  Son.  Non  lo  so  edito.  Godd.  B. 


VARIETÀ  169 

5.  7;  e  B.  5.  29  del  Museo  Correr;  Vicent.  G.  2.  9.  8;  Bodl.  69  e 
Louvre  793. 

45  Perduto  ho  l'amo  ornai  la  rete  e  l'esca.  Son.  Edito  dal  Vitali  in  Let- 

tere al  Colombo,  Parma,  1820,  p.  70  di  sul  Parm.  1081  (cfr.  Giorn., 

XII,  88)  e  dal  Fiacchi  di  sul  celebre  cod.  Alessandri.  Resta  anche 
in  Vat.  3213. 

46  Piango,  ahimè  lasso,  ove  rider  solea.  Son.  Ferrato.  1874. 

47  Per  liti  e  selve  e  per  campagne  e  colli.    Son.  edito  in  questo  Giorn., 

XIII,  75,  di  sul  Parm.  1081. 

48  Per  util  per  diletto  e  per  amore  (?).  Son.  resp.  al  notissimo  di  Antonio 

da  Ferrara,  ricordato  dal  Muratori  {Perf.  Poes.)  ed  edito  dal  Capelli  ; 
Laur.  Gadd.  198;  Rice.  1088,  1153,1156;  Tri v.  36;  Museo  Correr  B. 
5.  7  e  B.  5.  29;  Laur.  S.S.  Ann.  122;  Bodl.  Can.  65  e  69;  Est.  III. 
D.  22. 

49  Piango  ahimè,  lasso  ove  rider  solea.  Son.  Ferrato,  1874. 

50  Più  volte  il  di  mi  fo  vermiglio  e  fosco.  Son.  Pubbl.  dall'Ubaldini  fra  i 

Frammenti  copiati  dall'  originale  del  Petrarca,  Roma  1642.  Ivi  il 
son.  è  preceduto  da  una  didascalia  che  si  può  confrontare  con  quella 
che  sta  a  e.  48  b.  del  nostro  codice  :  9  Novembr.  1386.  reincepi 
hic  scribere  Responsio  mea  ad  unum  missum  de  Parisiis.  Vide 
tam,en  adhuc. 

51  Poi  che  al  fattor  dell'universo  piacque.  Son.  Comino  1722;  Giorn.,  XIII, 

86;  cod.  Sen.  I.  Vili.  36;  Parm.  1081;  Museo  Correr  B.  5.  7  e  B. 
5.  27;  Bodl.  Canon.  69. 

52  Prima  ritornerebbe  il  Pado  al  seno.  Son.  Carbone. 

53  Prestomi  Xmore  il  benedetto  strale.  Son.  Bilancioni,  1876.  Godd.  Vicent. 

G.  2.  9.  8;  Louvre  793. 

54  Quando  Amor  sua  mercede  et  mie  venture.  Son.  Fiacchi.  Restava  nel 

cod.  Alessandri. 

55  Quando  talor  da  giusta  ira  commosso.  Son.  Edito   dall'Ubaldini    nella 

citata  edizione. 

56  Quant'  era  amata  d'Acontio  Cidipe.  Son.  Non  lo  so  edito.  Gambal.  D.  11. 19. 

57  Quella  ghirlanda  che  la  bella  fronte;  cod.  Vicent.  G. 2.  9.  8.  Non  ne  co- 

nosco editori. 

58  Quel  che  ha  nostra  natura  in  se  più  degno.  Canz.  Aldo,  1514. 

59  Questa  è  l'ultima  pugna,  o  illustre  conte.  Son.   Carbone. 

60  S'alia  divota  fede,  ai  pensier  cari.  Son.  Carbone. 

61  Sarà  pietà  in  Siila  in  Mario  e  in  Nerone.  Son.  Carbone;   cfr.  Giorn., 

11,  350  e  Flamini,  La  lirica  toscana  ecc.,  pp.  685  e  762. 

62  Santa  colonna  che  sostieni  ancora.  Son.  Non  ne  conosco  editori. 

63  S'avessi  al  petto  mio  fermati  schermi.  Son.  Codd.  Correr  B.  5.  7  e  B. 

5.  2.  29;  Bodl.  Canon.  69. 

64  Savio  ortolan  sul  tuo  verde  manto.   Son.  Carbone.  Cod.  Museo  Correr 

B.  5.  7  e  B.  5  29. 

65  Se  l'amar  mondo  in  che   già   militare.   Son.    Carbone.  Mar.  IX.  191; 

Canon.  Bodl.  69;  Correr  B.  5.  7  e  B.  5.  29;  Vicent.  G.  2.  9.  8. 

66  Se  quelle  usate  rime  onde  più  volte.  Son.  Non  lo  so  edito. 


Ì70  E.   LAMMA 

67  S'io   potessi  cantar   dolce  e  soave.  Son.  Carbone.  Magi.  VII.  8.  1187; 

Marc.  IX.  191;  Vicent.  G.  2.  9.  8;  Correr  B.  5.  7  e  B.  6.  29. 

68  Se  sotto  legge,  Amor,  vivesse  quella.  Son.  Ed.  fior.  1822;  Vie.  G.  2.  9. 

8;  Gan.  Bodl.  69. 

69  Stato  foss'io  quando  la  vidi  prima.  Son.  Laur.  Strozz.  178  (ad.)  Sen.  I. 

Vili.  36;  Vie.  G.  2.  9.  8;  Bodl.  Gan.  69. 

70  Solo  e  soletto   ma  non    di  pensieri.  Son.  Sagredo.  Vicent.  G.  2.  9.  8; 

Correr  B.  5.  7;  Bodl.  Canon.  69;  Parm.  1081  e  cfr.  Gtom.,  XII,  85. 

71  Sostenne  con  la  spalla  Hercole  il  cielo.  Son.  Carbone.  Vat.  4823;  Correr 

B.  5.  7  e  B.  8.  29;  Canon.  Bodl.  65  e  69. 

72  Tu  giongi  afflitione  al  tristo  e  afflitto.  Son.  Non  conosco  stampe.  Codd. 

Correr  B.  5.  7  e  B.  5.  29;  Vicent.  G.  2.  9.  8. 

73  Vergine  pura  e  sola  unica  laude.  Canz.  Non  la  so  edita. 


IV. 


I  due  frammenti  già  esaminati  del  codice  Amadei  sono  certa- 
mente dovuti  a  due  mani  diverse:  una  terza  mano  scrisse  le 
ce.  94  a-97  6,  che  contengono  una  corrispondenza  poetica  del  se- 
colo XIV.  Cecco  di  Meletto  de'  Rossi  da  Forlì ,  ricordato  assai 
alla  peggio  dal  Viviani-Marchesi,  die  fuori,  non  si  sa  ben  quando, 
un  sonetto-circolare,  cui  risposero  il  Boccaccio,  il  Petrarca,  Lan- 
cialotto  da  Piacenza  ed  Antonio  da  Ferrara.  Tutta  la  corrispon- 
denza tratta  dal  cod.  Med.  Pai.  Laur.  118,  pubblicò  anni  sono 
l'Arlia  nel  Borghini(i\  e  il  frammento  del  son.  primo,  che  va 
sotto  il  nome  di  Cecco  di  Meletto,  dal  codice  nostro  lo  Zambrini 
in  una  nota  della  prefazione  alla  Pietosa  Fonte  di  Zenone  da 
Pistoia  (2).  Noi  ripubblichiamo  l'intera  corrispondenza  poetica, 
perchè  la  lezione  del  Boi.  Univ.  1289  è  diversa  assai  da  quella 
del  cod.  Laur.  e  in  alcuni  casi  migliore  (3). 

Una  quarta  sezione  di  rime,  di  mano,  parmi,  pur  del  sec.  XVII, 
è  formata  dalle  e.  98a-158«.  Contiene  dessa  poesie  del  dolce 
«  stil  nuovo  »,  di  cui  molte  appartengono  a  Gino,  e  non  poche 
sono  a  lui  dirette.  Che  anche  questa  parte  del  ms.  Amadei  fosse 
unita  ad  altro  codice  in  origine  è  attestato  da  un  indizio  fortissimo. 


(1)  An.  I,  pp.  282  e  sgg. 

(2)  La  pietosa  fonte,  poema  di  Zenonk  da  Pistoia  in  morte  dì  Messer 

Francesco  Petrarca.  Testo  di  lingua a  cura  di  F.  Zambrini,  Bologna, 

Romagnoli,  1874.  I  versi  del  Rossi  stanno  a  p.  ix  della  prefazione. 

(3)  Appendice  III. 


VARIETÀ  171 

A  c.  99  (2,  si  legge  il  sonetto  di  Gino:  Amor  che  vien  per  le  più 
dolci  porte,  colla  didascalia:  Risposta  di  M.  Cino  al  sonetto  dì 
M.  Bonesio,  il  quale  è  in  questo  a  car.  6.  Ora  alla  carta  sesta 
non  si  leggon  versi  di  Onesto  bolognese. 

I  corrispondenti  di  Gino,  de'quali  il  cod.  dà  versi,  sono  parecchi: 
M.  Mula  de'Muli,  che  s'ebbe  in  risposta  il  sonetto  :  Ser  Mula,  tu 
te  credi  senno  avere\  Cecco  d'Ascoli,  Onesto  da  Bologna,  Bosone 
da  Gubbio,  G-herarduccio  Garisendi,  Guelfo  Taviani.  Il  ms.  con- 
tiene ancora  due  sonetti  in  vituperio  di  Dante,  attribuiti  certo 
falsamente  a  Gino,  ai  quali  rispose  Gio.  di  Meo  Vitali  con  versi 
mediocri,  ma  pieni  di  santo  entusiasmo.  Li  pubblicammo  noi  in 
un  articolo  su  Giovanni  Quirini  e  non  sfuggirono  al  Carducci, 
quando  scriveva  su  i  detrattori  di  Dante  (1).  Ma  non  c'è  nulla 
d'inedito  tra  queste  rime,  di  cui  alcune  die  alle  stampe  il  Capelli 
per  nozze  (2).  Edite  pure  sono,  per  quanto  non  troppo  note,  le 
rime  di  Gherarduccio  de'Garisendi.  Sulla  lezione  data  dal  nostro 
codice  del  son.  di  Gino:  Io  fui  in  sul  alto  en  sul  beato  monte, 
si  può  vedere  quel  che  scrive  il  Bartoli  (3);  ma  non  sarebbe  fuor 
di  luogo  raccogliere  tutte  le  rime  dei  corrispondenti  del  pisto- 
iese. Esse  forse  varrebbero  a  gettare  maggior  lume  sulla  storia 
poetica  del  sec.  XIV. 

A  e.  121  b  leggiamo  una  canzone  :  Mille  volte  richiamo  il  dì 
mercede,  attribuita  a  Gino,  pubblicata  da  Faustino  Tasso  come 
sestina  e  dal  Fanfani  come  canzone.  Se  non  che  il  Fanfani  non 
conobbe  il  cod.  Boi.  Univ.  1289,  ove  della  canzone  è  data  una 
lezione- alquanto  variata;  e  noi  per  questo  la  pubblicammo  in  oc- 
casione di  nozze  (4). 

Alcune  delle  rime ,  che  si  leggono  a  e.  135  a-139  b,  apparten- 
gono pure,  sebbene  nel  nostro  codice  siano  adespote,  a  Gino  da 
Pistoia  e  al  Cavalcanti;  un  sonetto  anzi:  Noi  Siam  le  triste 
penne  sbigottite,  fu  anche  attribuito  a  Dante,  ma  a  torto.  Le 
rime  che  seguono  portan  in  fronte  le  iniziali  M.  F.  P.;  ma  che 
appartengano  a  Francesco  Petrarca,  l'abbiamo  già  negato. 


(1)  Carducci,  Della  varia  fortuna  di  Dante,  in  Studi  letterari,  Livorno, 
1874,  p.  317. 

(2)  Otto  sonetti  del  secolo  XIV  (Nozze  Zambrini-Della   Volpe),   Modena, 
tip.  Capelli,  1868. 

(3)  Bartoli,  Storia  della  lett.  ital.,  Firenze,  1881,  voi.  IV,  pp.  80  e  sgg. 

(4)  Una  canzone  di  Gino,  a  cura  di    Ernesto    Lamma,   senza   data,   ma 
Ferrara,  1890,  per  nozze  Venturini- Bonnet;  edizione  di  soli  25  esemplari. 


172  E.    LAMMA 

Colla  e.  159  comincia,  o  io  m'inganno,  una  nuova  sezione  di 
rime.  In  calce  ai  diversi  componimenti  poetici  che  vi  si  conten- 
gono, leggesi  il  nome  del  rispettivo  autore.  In  questa  ultima 
sezione  del  cod.  Amadei  si  leggono  rime  di  Gino,  del  Cavalcanti 
ed  una  canzone  del  Petrarca.  Nella  e.  173  b,  che  doveva  essere 
originariamente  bianca,  da  una  mano  che  non  si  riscontra  mai 
nel  nostro  codice  è  stata  aggiunta  la  ballata  del  conte  Ricciardo, 
già  edita  dal  Carducci. 

A  e.  175  comincia  una  nuova  e  ultima  sezione  di  rime,  rispetto 
al  cod.  1289,  scritta  di  mano  del  sec.  XVII,  di  lettera  elegantis- 
sima. Essa  contiene  poesie  di  scrittori  de'secoli  XIII  e  XIV.  Ve 
ne  ha  del  Guinicelli,  del  Buonaggiunta  Urbiciani.  A  Jacopo  da 
Imola,  non  ad  Antonio  da  Ferrara,  è  attribuito  il  sonetto:  0  no- 
vella Tarpea\  il  Bishio  di  Mannello  Ebreo,  pubblicò  di  su  questo 
cod.  il  sig.  L.  Modena  (1);  altre  rime  vi  si  leggono  pure  di  Anton 
da  Ferrara,  molte  sono  responsive  ad  altre  del  Petrarca,  del  Ca- 
valcanti e  d'Andrea  da  Perugia.  I  sonetti  adespoti  da  e.  210-212  a, 
furono  pubblicati  fra  le  Rime  pseudo-petrarchesche,  edite  per 
nozze  a  Trieste  nel  1890  (2). 

Lasciando  il  cod.  1289  passiamo  al  177'.  Questo  codice  ha  rime 
di  autori  del  sec.  XIV;  e  sebbene  dei  primi  anni  del  sec.  XVII,  è 
copia  d'un  codice  assai  più  antico.  La  ballata:  Né  morte  ne 
amor,  tempo  né  staio,  che  vi  si  osserva,  fu  dal  Crescimbeni  pub- 
blicata col  nome  di  ser  Salvi,  rimatore  ricordato  pur  dall'Allacci, 
nel  libro  I  del  voi.  IV  dei  suoi  Commentari.  De'sonetti  attribuiti 
al  Boccaccio  quel  che  si  legge  a  e.  223  6  sta  pure  tra  le  rime 
pseudo-petrarchesche  già  esaminate;  e  il  son.  :  Ingegno  usato  alle 
quesiìon  profonde,  che  già  abbiamo  veduto,  ha  qui  il  nome  del- 
l'autore (e.  235  6).  E  pur  il  nome  del  Petrarca  ha  il  son.:  Conte 
Ricciardo  quanto  più  ripenso  (e.  236  a),  sonetto  che  altrove  è 
adespoto,  ma  pur  si  legge  col  nome  del  canonico  d'Arezzo  nel 
Boi.  Univ.  1739.  Infine  in  questo  frammento  del  cod.  Amadei  è 
osservabile  la  didascalia  della  ballata:  Mille  mercede,  o  donna, 
0  mio  sostegno,  attribuita  a  Matteo  Correggiari  da  Bologna, 
giacché  questo  è  l'unico  codice  che  dica  il  Correggiari  Bolognese, 
come  s'è  già  avvertito. 

L'ultima  sezione  di  rime  del  cod.  Amadei  è  rappresentata  dal  Boi. 


(1)  Roma,  tip.  Metastasio,  1887.  Fu  ripubblicato  di  sul  cod.  Casanat.  d.  V.  5 
dal  Mazzoni. 

(2)  Rime  pseudo-petrarchesche  a  cura  di  A.  H.  (Attilio  Hortis?). 


VARIETÀ  173 

Univ.  401  K  In  esso  accanto  a  poesie  già  conosciute  e  divulgate  da 
tempo  per  le  stampe,  quali  sarebbero  quelle  di  Bart.  da  Castello 
della  Pieve,  di  Fazio  degli  liberti,  ii  sirventese;  0  specchio  di 
Narciso,  che  il  Volpi  ha  restituito  definitivamente  al  Serdini,  la 
canzone:  Mal  d'amor  parla,  attribuita  falsamente  a  Dante,  il 
sonetto  Sarà  pietà  in  Siila  ecc.,  che  si  volle  a  torto  del  Petrarca; 
si  trovano  pochi  componimenti  sinora  ignoti  e  che  meritano,  seb- 
bene assai  corrotti,  d'esser  tolti  dall'ombra  (1).  Noi  non  sappiamo 
ora  illustrarli,  ma  altri  potrà  forse  dirci  quanto  prima  chi  siano 
stati  e  Obizzo  degli  Alidosi  della  Massa  e  Don  Niccolò  suo  fedel 
servitore  (2).  In  conclusione  queste  e  le  altre  rime,  cavate  da  un 
codice,  che  si  credeva  scomparso,  e  di  cui,  se  non  ci  inganniamo, 
ormai  abbiamo  con  certezza  nuovamente  ridotte  al  primitivo 
organamento  le  membra  lacerate  e  disperse,  riusciranno,  spe- 
riamo, non  sgradite  ai  cultori  dell'antica  nostra  poesia  ed  invo- 
glieranno  forse  altri  ad  esplorare  più  attentamente  i  codici  che 
si  conservano   nell'  Universitaria  di  Bologna. 

Ernesto  Lamma. 

(1)  Appendice  IV. 

(2)  P.  LiTTA  nelle  sue  Famiglie  celebri  d'Italia  (Alidosio  d'Imola,  tav.  Il 
e  ultima),  rammenta  due  personaggi  della  stirpe  degli  Alidosi,  vissuti  sullo 
scorcio  del  sec.  XIV,  che  portarono  entrambi  il  nome  di  Obizzo,  ed  appar- 
tennero al  ramo  dei  signori  di  Castel  del  Rio,  Massa  Alidosi  ed  Osta,  che 
si  estinse  nel  1645.  Il  primo,  figliuolo  di  Gentile,  che  si  trova  anche  detto 
«  di  Mordano  »  da  un  feudo  di  famiglia,  fu  podestà  a  Lucca  nel  1380;  Tanno 
appresso  capitan  del  popolo  in  Perugia,  e  per  il  primo  semestre  del  1382 
investito'  della  stessa  carica  in  Firenze,  dove  però  col  ratto  d'  onesta  fan- 
ciulla bruttò  la  sua  fama.  Nel  1383  il  Litta  lo  dice  podestà  di  Pisa ,  e 
quindi  nulla  più  aggiunge  sul  suo  conto;  talché  non  sarà  inutile  avvertire 
ch'ei  doveva  essere  morto  giada  tempo  nel  1392,  se  la  repubblica  fiorentina, 
scrivendo  il  17  aprile  di  quell'anno  a  Lodovico  e  Lippo  Alidosi,  signori  di 
Imola,  li  avvisava  che  nobilis  et  egregius  miles  d.  Ricciardus  quond.  d. 
Gentilis  de  Alidosiis  et  nepotes,  fìlii  quondam  D.  Opizonis  sui  germani  y 

ad  nostre  protectionis  umbram  atqtie  presidium  confugerunt  (R.  Arch.  di 
Stato  in  Firenze,  Sign.  Cart.  Miss.,  Reg.  22,  f.  12  ^;  cfr.  anche  su  Obizzo  Reg. 
18,  f.  114  r).  L'altro  Obizzo,  figliuolo  di  Ricciardo,  sarebbe  stato,  a  dar  retta 
al  Litta,  podestà  di  Pistoia  nel  1382  e,  succeduto  al  padre  nel  dominio  di 
Castel  del  Rio,  l'avrebbe  perduto  nel  1424,  allorché  Imola  cadde  a  tradi- 
mento nelle  mani  del  Visconti.  Nulla  di  più  ci  sa  dire  di  lui  il  benemerito 
genealogista,  e  nulla  di  più  a  noi  é  dato  soggiungere.  Ma  dei  due  quale 
sarà  da  identificare  con  l'autore  del  sonetto  riferito,  di  cui  Don  Niccolò 
deplorava  in  rime  affettuose,  ma  scorrette,  la  perdita?  Pare  a  noi  che  debba 
essere  il  vecchio  Obizzo,  il  quale  viene  così  a  prender  posto,  un  po'  inde- 
gnamente, se  vogliamo,  tra  gli  infiniti  rimatori  nostri  del  sec.  XIV. 

Nota  della  Direzione. 


174  E.  LAMMA. 


APPENDICE  I. 


1)  [Cod.  Boi.  Univ.  1289,  f.  4  6]. 

Donna,  del  vostro  fin  pregio  et  valore 

pensando  dir  lo  'ntelletto  paventa 

sì,  ch'appena  s'attenta 

la  lingua  dir  sì  come  vole  Amore.  4 

Poi  vuol  ch'io  dica  chi  m'ha  in  potestate 

Amore,  che  per  voi  servo  m'appella; 

dico  di  voi,  che  per  cosa  novella 

quanto  seppe  più  bella  8 

informò  Dio  per  dimostrar  biltate; 

e  poi  che  di  piacere  have  adornate 

vostre  bellezze,  diede  lor  virtute 

a  chi  riguarda  voi  con  puro  core.  12 

Più  dico  che  sentir  non  puote  pena 

chi  di  voi  pensa,  che  del  pensamento 

nasce  conforto  e  '1  grande  alleggiamento, 

che  l'hom  for  di  tormento  16 

subitamente  nel  diletto  mena; 

tanto  siete  di  gratia  et  vertù  piena, 

che  fate  tutto  '1  mondo  gratioso  : 

per  vostro  gentil  uso  20 

n'ha  ricevuto  ogni  alimento  honore. 
Adunque  ben  vi  dee  far  tutta  gente, 

et  maggiormente  le  donne,  honoranza; 

che  e  in  forma  di  donna  e  in  sembianza       24 

la  divina  possanza 

inseme  (1.  miseve?)  al  mondo  sì  sovranamente. 

ogni  laude  vostra  propiamente 

e  ogni  motto  di  beltà  giù  sire  (1.  giausire?)    28 

lo  mondo,  ove  venire 

vi  fece  Dio  non  di  cognositore  (?). 


2)  [Cod.  Boi.  Univ.  1289,  e.  5  a]. 

Tutt'è  piacer  piacente  ma  tutt'è  gentilezza 

in  voi,  donna  avvenente,  et  amore  amoroso                        9 

la  ferezza  et  l'orgoglio.  che  ogni  altro  me  n'oblia 

Non  è  fera  ferezza,  4         e  converte  in  diletto; 

né  orgoglio  orgoglioso,  che  nel  vostro  cospetto 

la  vostra,  donna  mia;  compiese  ciò  che  voglio.            12 


VARIETÀ  175 

Vostra  bella  sembianza  Dolzor  dà  vostra  vista, 

e  l'angelico  viso  e  '1  parlar  humiltate, 

fu  (l.  fan)  mia  speme  compita  ;  li  atti  et  (l)i  sembianti,  Amore.  24 

quell  e  mia  disianza                     16  .    Allegrezza  racquista 

lo  star  nel  vostro  viso,  chi  salutar  degnate 

ov'  è  tutta  mia  vita.  o  risguardar  un  fiore: 

Et  quando  m'allontano,  et  voi  chiunque  mira                   28 

sento  pena  et  affanno                  20  perde  foUore  et  ira 

tutto  languisco  et  doglio.  et  smarrisce  cordoglio. 


3)  [God.  cit.,  e.  6  6]. 

Donna,  poi  ch'io  mirai 

la  gran  beltate  del  vostro  bel  viso, 

non  fu  già  mai  mio  cor  da  voi  diviso. 
Non  fu  diviso  il  core, 

donna,  poi  ch'io  mirai  vostra  bellezza; 

et  quel  piacer  d'amore 

che  mi  donò  di  voi  amar  vaghezza. 

Onde  preso  ho  fermezza 

di  non  partire  il  core  ove  l'ho  miso: 

lo  fin  disio  ch'è  in  voi  lo  tene  acciso. 


APPENDICE  li. 
1)  [Cod.  Boi.  Univ.  1289,  e.  39  a]. 

Per  liti  et  selve,  per  campagne  et  colli, 
per  monti  et  piagge,  per  fiumane  et  valle, 
dove  io  mi  fuggo  un  sol  pensier  m'assalle, 
che  mi  fa  star  di  pianto  gli  occhi  molli. 

Tanto  son  stati  i  miei  spiriti  folli 
ch'ad  ogni  altro  desio  volson  le  spalle; 
così  pensoso  vo  per  ogni  calle, 
né  trovo  altro  pensier  mai  che  mi  crolli. 

Sol  ch'io  mi  sia,  over  fra  gente  molta, 
tanto  io  veggio  colei  che  '1  cor  mi  tolse, 
cotale  la  vezzo  io,  ove  ch'io  sguardo. 

Fugirò  lei  d'ogni  dolcezza  sciolta, 
benigna  et  vaga,  quant'Amor  mai  volse? 
donna  amorosa,  in  tal  pensier  sempre  ardo  (1). 


(1)  Biprodaco  qaesto  sonetto,  perchè  le  terzine  sono  affatto  direrse  da  quelle  che  esso  offire  in 
Giorn.,  Xni,  75. 


176  E.    LAMMA 

2)  [God.  cit.,  e.  53  &]. 

Non  è  sublime  il  cielo,  ov'è  il  suo  centro, 
anzi  è  più  colmo  ne  l'infimo  abisso, 
ove  per  pace  haver  guerreggio  et  risso, 
né  però  sento  amor  de  cui  m'inventro. 

Questo  benigno  lume  che  m'è  dentro 
dal  cor  lontano  trova  exule  et  fisso 
per  rinovar  al  mondo  il  crucifisso 
nel  regno  per  cui  star  di  fuor  spesso  entro. 

Così  per  poetar  nel  basso  imperio, 
ove  sedea  la  scelerata  Mira 
con  quel  splendor  del  ciel  che  fie  più  turbo. 

Però  che  la  virtù  ch'è  nel  col  erio 
d'un  monte  o  d'una  valle  o  a  riva  tira; 
son  morto  e  vivo  et  piango  et  non  me  turbo. 

[e.  54  a]. 

El  lampeggiar  degli  occhi  alteri  e  gravi, 
ch'hanno  infiammato  il  mio  gelato  petto, 
e  gli  aurati  capelli  e  '1  vago  aspetto, 
ove  amor  me  allacciò  con  mille  chiavi; 

i  vezosi  parlar  dolci  et  suavi, 
ch'alzavano  il  mio  debile  intelletto; 
gli  angelici  atti  che  con  tanto  affetto 
m'inducevano  a  trar  sospiri  pravi; 

sempre  mi  stanno  inanzi  a  gli  occhi  fermi; 
sì  mi  sono  impetrati  a  mezzo  il  core, 
ch'io,  lasso!  non  son  forte  a  tanto  affanno. 

Né  contra  lor  mi  vai  fuggir  o  schermi; 
cotanta  guerra  mi  fa  il  mio  signore 
di  pensier  che  mi  struggono  et  disfanno. 

[e.  56  b]. 

Se  l'aureo  mondo,  in  che  già  militaro 
l'antiche  donne,  il  cui  degno  valore 
fu  sì  gradito,  che  del  suo  colore 
ciascun  depinto  andar  mostrava  caro; 

se  i  valorosi  che  già  triumfaro 
l'alta  gloria  di  Roma  e  '1  grande  honore; 
se  quei  che  a  molti  [s]chiu8ero  il  suo  amore 
'  philosophando,  et  gli  altri  poetaro; 

per  quelli  ch'ora  regge  il  mondo  nostro 
mirate  fosser  l'opre  di  quei  vivi 
e  p>oetanti  avessen  lor  corona; 

brutti,  ignoranti,  avari,  il  mondo  vostro 
saria  già  spento,  e  i  bei  costumi  activi 
et  l'opre  belle  havrian  sua  forma  bona. 


VARIETÀ  177 

[c.  56  bl 
Per  coglier[e]  mercurio  il  gran  pianeto, 

che  già  miiranni  e  più  non  fé  suo  corso, 

ogni  argumento  human  senza  rimorso 

contro  il  voler  de  l'eterno  decreto; 
di  conscientia  naturai  divieto 

al  sacro  santo  lauro  hebbe  ricorso 

l'ira,  di  che  l'oblio  l'avaro  morso, 

predestinato  nel  divin  secreto. 
Ma  quando  il  maginar  volò  su  l'alpe 

del  nostro  ingegno  et  rangelic[h]e  nimphe, 

vergine  sacra  tra  l'un  polo  et  l'altro, 
seculo  (?)  et  linceo  fur  senza  occhi  talpe; 

così  tra  poco  et  le  gelate  limphe 

consente  el  sdegno  ancor  di  mal  mi  scaltro. 

[e.  59  a]. 

Nel'  bora  che  sotto  il  cancro  cambiato  hanno 

le  bionde  spighe  in  biancho  il  color  vivo; 

a  pastor  tempra  il  gran  fervore  estivo 

0  ramo  o  tetto,  che  spessa  ombra  fanno. 
E  i  lontan  messaggier  che  in  fretta  vanno, 

rifrescansi  la  sete  al  fredo  rivo, 

sol  per  portare  il  triumphale  olivo 

che  anontia  pace  o  de  nemici  danno. 
Così  vostra  pietate  me  difende, 

signor,  dagli  aspri  colpi  di  fortuna 

che  contra  debil  gravi  colpi  stende. 
De  rengratiarvi  sufficientia  alcuna 

non  ha  mia  mente,  ma  sé  stessa  rende, 

piena  di  fé,  ma  di  poter  digiuna. 

[e.  78  a]. 
Tu  giongi  afflittione  al  tristo  e  afflitto 

spirto  che  l'angosciose  membra  reggi; 

tu  raddoppi  le  frezze  et  le  correggi 

de  la  fortuna  a  farmi  più  despitto. 
Tu  barai  partecipando,  come  è  scritto, 

men  duol  sentir  lo  qual  par  che  seggi, 

seguendo  le  superbe  amiche  leggi 

dar  non  vo  al  popul  frutto  derelitto. 
Ed  io  segondo  il  tuo  valor  m'appago, 

che  hor  facendo  amaro  e  crudel  pianto 

del  popul,  che  non  ha  de  virtù  amanto  ; 
che  da  sé  stesso  non  sa  far  cotanto 

che  '1  sanguinoso  orso  del  suo  lago 

resti;  per  ch'io,  dolendo,  tutto  smago. 

Giornnle  storico,  XX,  fase.  58-59.  12 


178  E.   LAMMA 

[c.  92  a]. 

La  vaga  luce  che  conforta  il  viso, 
dov'io  fui  già  più  tempo  preso  all'esca, 
più  volte  al  suo  piacer  stretto  m'invesca, 
ma  più  con  quella  ch'io  ne  son  diviso. 

Io  son  nel  mondo  infermo:  in  paradiso 
provo  ognor,  lasso!  l'amorosa  tresca; 
hor  lieto,  hor  tristo,  hor  caldo,  hor  mi  rinfresca 
l'angoscia  del  desio  che  m'ha  conquiso. 

Et  com'  più  sento  lagrimoso  et  stanco, 
più  benedico  amore  i  passi  e'  lacci, 
dove  sì  dolcemente  preso  fui. 

Gli  affanni,  le  paure  e  i  dolci  impacci; 
et  benedico  amore  e  '1  mio  cor  franco, 
ch'ebbe  ardir  tanto  di  servire  a  lui. 


APPENDICE  III. 

[Cod.  Boi.  1289.  e.  94  r]. 

Sonetto  di  Ser  Cecco  di  Meletto  de'  Rossi  da  Forh  mandato  a 

M.  Franco  Petrarca^  a  M.  Lancialotto  Anguscioli, 

a  m.o  Ant.o  da  Ferrara  et  a  Gio.  Boccaccio. 

1). 

Voglia  il  ciel,  voglia  pur  seguir  l'editto, 
ch'imposto  fu  da  prima  a  gli  ampi  giri, 
et  ruoti  intorno  lorde  {sic)  con  que'  spiri 
che  cingon  gli  elementi,  il  centro  inscritto! 

Che  per  servar  quell'antico  rescritto 
che  la  armata  man  ver  noi  s'adiri 
di  Giove  fulminando  o  qual  (i.agxiaU)  s'amiri 
di  tenebre  lunari  il  ciel  trafìtto. 

Non  è  alcun  che  si  copra  a  le  saette 
avelenate  che  '1  bel  viver  fura . . . 
(1) 


(1)  Tarìanti  del  cod.  Laar.:  1.  tdicio;  3.  rot»\  intorno  l'erbe;  forse  dere  leggersi:  tt  ruoti 
intorno  Torbe  con  qué*  $piri\  4.  ghtngon  ;  seripto  ;  5.  rescripto  ;  6.  o  ekt  Par.  ;  8.  di  ttntbre 
unare  ;  9.  $i  che  Vuman  valor  ira  bruii  méltt^  vento,  che  a  me  par*  inrece  debba  tonar  dtoiro 
ai  versi  9-10  della  nostra  lezione.  Si  dovrebbe,  quindi,  leggere  così: 

Non  ò  alcan  che  si  oopra  a  le  saette 
avvelenate  ohe  *1  bel  viver  Aura, 
sì  che  Taman  valor  tra'  bruti  mette. 

n  ftonttto,  monco  nel  nostro  ood.,  si  completa  col  Laur.  così  : 


VARIETÀ  179 

2). 
[e.  51  v]. 

Risposta  del  Petrarca  a  Cecco  di  Meletto. 

Perchè  l'eterno  moto  sopra  ditto 

ciascun  pianeta  in  sé  rapido  tiri 

divisi  in  parte  per  li  moti  viri, 

sì  come  scrive  il  gran  dottor  d'Egitto; 
Jiè  per  combustion  d'alcun  che  vitto 

sia  da  i  raggi  da  gli  accesi  ardiri 

di  Phebo  che  sostiene  li  martiri 

di  sua  sorella  posta  al  corso  dritto; 
mun[o]  serra,  se  Dio  non  lo  permette, 

ch'attento  et  fiso  guardi  la  figura 

àe\{sic)  velo  adorno  delle  luci  elette: 
nel  qual  se  pò  notar  quante  {sic)  sicura 

et  ferma  nostra  vita  star  s'aspetto 

nel  fragil  mondo  opposto  a  sua  natura. 
5e  l'intelletto  humano  è  prode  e  saggio, 

corso  di  stella  non  pò  far  oltraggio  (1). 

3). 
[e.  94  v]. 
Rispfl  del  Boccaccio  (2). 

L'antico  padre,  il  cui  primo  delieto 

ne  fu  cagion  di  morte  et  di  sospiri, 

pose  assai  poco  modo  a  i  suoi  desiri, 

essendo  stato  pur  alhor  descritto. 
Ma  quel  ritroso  popul,  che  d'Egitto 

non  senz'affanni  uscì  dopo  martiri, 

ben  ch'el  vedesse  mille  fatti  miri, 

rade  volte  seguì  consiglio  dritto. 
Perche  se  noi  da  le  cose  elette 

più  lontan  siamo,  seguitar  misura 
del  ciel  men  grava  a  l'anime  perfette. 

Et  radi  son  che  con  la  mente  para 

conosca  il  suo  factore  o  sne  vendette; 

ma  a  lai  non  vai  parlar  con  lingua  scura. 
Le  stelle  erranti  observan  lor  viaggio , 

nò  noi  costringie  a  seguitar  suo  raggio. 

(1)  Cod.  Lanr.  :  1.  sopradicto  ;  2.  pianeto;  3.  giri;  4.  Egipto  ;  5.  he,  errore  evidente  per  ne; 
vieto;  7.  sostenne;  9.  nessun;  Idia;  gliel;  permecte;  10.  attendo;  11.  cielo;  electe;  12.  hel, 
evidente  errore  di  lettura  per  nel;  13.  s''aspecte;  15.  intellecto  ;  non  li  pi*ò  far ,  ove,  come  si 
vede,  quel  ^t  è  d*avanzo. 

(2)  Nel  Lanr.  questo  sonetto  ha  il  quinto  posto. 


180  E.  LAMMA 

Et  ben  che  spesso  è  semplice  paura 
solar  ecclipse  o  squarciar  nuvolette 
faccial  chi  sente,  poco  se  ne  cura. 

Quel  che  morì  per  trarne  di  servaggio 
mercè  n'havrà  per  lo  camin  selvaggio  (1>. 

4). 

[e.  95  r]. 

Risposta  di  M.  Lancialotto  Anguscioli  (^), 

Alzi  l'ingegno  ognun  con  quel  amitto 
c'haver  conviensi  a  i  valorosi  viri, 
et  l'un  pianeto  ne  l'altro  martiri 
a  noi  natura  in  quanto  ha  di  prescritto. 

11  ciel  sua  legge  osservi  e  '1  circonscritto» 
né  si  dimostri  tal  che  Thuom  sospiri; 
non  torse  oltra  il  certo  ordin  circospiri 
Tira  di  Dio,  come  fé  già  in  Egitto. 

L'humane  gregge  dal  temer  constrette 
non  però  di  veder  mente  matura 
dal  vitio  con  ragion  tornar  corrette; 

però  che  par  sol  di  virtù  misura, 
ma  contra  conoscenza  si  commette; 
et  riposati  i  ciel  sen  va  paura. 

Così  per  entro  un  scuro  et  per  un  raggio 
cen  porta  arbitrio  a  pace  et  a  dannaggio  (3). 

5). 

[e.  95 1?]. 

RispA    de  M.  Ant.o    da  Ferrara. 

Il  cielo  e  '1  fermamento  suo  sta  dritto, 
et  guarda  le  sue  rote  che  noi  tiri 
fuori  de  corsi  naturali  et  viri 
per  osservar  quel  che  di  lui  è  ditto. 


(1)  8.  Puos»  (usai  pochi  modi;  4.  attor  ;  5.  popol;  6.  dopo  i\  7.  benché  9td.  mittt  faeU  mirii 
8.  diricto  ;  9.  ««  At  noi;  elecU;  10.  cut  Umtan  sem  iéguitiam  la  mis.  ;  11.  per/tcft  ;  18.  teiifpHv 
14.  Anche  la  stampa  dell'ARLU  e  il  cod.  Laar.  leggono /<icc<a/ ;  ma  panni  la  tenina  debba  leg- 
gersi cori: 

et  ben  che  spe«o  et  semplice  paura  * 

solari  eclipd  o  squarciar  nnroletta 
fkccia,  chi  *1  sente  poco  se  ne  cura. 

(2)  Kel  cod.  Laar.  è  il  terxo  son.  della  tenzone. 

(3)  Cod.  Laar.:  1.  io  'ngtgno;  qutUo  amido;  2  ch'arer;  4.  ojriM  mt.  ;  5.  tw  legffi;  cir- 
cuìnscripio;  6.  non;  l./orMa;  circum$piri\  8.  Egypto;  9.  Uggì;  10.  m«ntrt  natura;  11.  cor-^ 
rtcté;  13.  comtcU;  14.  riposato  il  citi;  15.  uno  scuro  s  un  raggio;  10.  ci  porta. 


VARIETÀ  181 

^e  '1  movimento  suo  fosse  raffitto 

la  luna  e  '1  sole  et  gli  altri  suoi  zaffiri, 

dove  convien  che  l'universo  miri, 

darebber  passion  al  mondo  afflitto. 
L'humane  genti  son  fatte  sì  strette, 

che  di  virtù  et  cortesia  non  cura  '' 

et  poco  attende  quel  ched  impromette. 
Offende  '1  suo  fattore  et  sua  figura 

con  gli  altri  bruti  del  mal  che  cornette; 

però  l'eterna  pena  lor  matura. 
Le  stelle  son  di  sì  alto  lignaggio 

che  nostra  colpa  glie  fa  far  homaggio  (4). 

6). 

[e.  96r]. 

Rispedì  Ser  Cecco  di  M'eletto  a  m.  G.  Boccaccio. 

•Quando  ridire  al  nido  fu  disditto 

a  lulio  Cesar,  perchè  fur  deliri 

li  padri  co  '1  senato  et  gli  altri  siri, 

volle  prima  mostrar  Tamar  conflitto 
il  ciel  prodigioso,  stando  pitto 

di  fiamme  roggie,  d'ardenti  papiri, 

di  terribil  comete  et  color  niri 

a  la  solar  quadriga  porse  amitto. 
Et  similmente  fé  sua  luce  schura 

nanti  che  Bruto  l'armi  havesse  strette 

contra  il  sangue  cesareo  e  l'ampie  mura. 
Tutthor  cascar  si  vede  con  le  vette 

de  l'alte  torri  sparse  a  la  pianura 

per  terremoti  o  vive  folgorette. 
Dunque  ha  ben  pien  di  furia  suo  coraggio 

chi  non  paventa  naturai  danneggio  (1). 


(4)  Cod.  Laur,  :  1.  Al  ferm.  ;  2.  giri;  4.  observar...  dieta  ;  5.  fusse  raficto  ;  6.  zafiri;  8.  da- 
rebbon;  afflicto;  9.  umane;  facte...  strecte;  11,  actende  ;  impromecte  ;  13.  et  del  mal  che  com- 
mecte  ;  14.  Vecterna  ;  15.  legnaggio  ;  16.  li  fa  far  oltraggio. 

(1)  Cod.  Laur.:  1.  Gradire  al  mondo;  disdicto  ;  2.  Giulio;  fu;  4.  volse...  conJUcto;  5.  el 
ciel  perfidioso;  pioto;  6.  rogge;  7.  di  tenebre,  comete  e  i  color  miri;  8.  amido;  9.  similemente 
fé;  10.  anzi  che...  strecte;  11-16,  Mancano  nel  Laur. 


182  E.  LAMMA 


APPENDICE  IV. 

[Cod.  Boi.  Un.  1289,  e.  149  a]. 
Di  Zanobio  Camuri  da  Fiorenza, 

In  ogni  verso  son  mille  sospiri, 
e  ogni  sospir  mi  lascia  in  fuochi  mille» 
et  ciascun  fuoco  fa  mille  faville, 
et  sol  una  mi  dà  mille  martiri. 

Et  ognun(o)  par  che  mille  cuor  mi  tiri 
del  corpo  et  mille  volti  ognun  destille; 
et  mille  volte  mille,  oimè,  sentille 
il  petto,  ch'una  a  mille  morti  spiri. 

Et  ogni  morte  mille  anime  pare 
che  di  me  traggo  et  mille  volte  Tuna 
per  mille  inferni  convegna  passare. 

Et  mille  volte  mille  poi  ciascuna 
torna  nel  corpo  et  mille  volte  poi: 
in  questo  stato  son,  donna,  per  voi. 

2). 

[e.  150  &]. 

Di  Sforza  da  Piggnano. 

Altri  noi  crede,  ed  io  mi  struggo  et  ardo 
per  la  nova  beltà  che  m'ha  conquiso; 
che  tosto  mi  farà  da  me  diviso, 
se  quel  che  puote  a  soccorrermi  è  tardo. 

0  divina  potenza  e  giusto  sguardo, 
volgi  verso  costei  l'ardente  viso, 
qual  festi  ver  color[o]  che  in  Eliso 
passare  già  trapunti  dal  tuo  dardo! 

Deh!  cessa  il  foco  ch'arde  a  si  gran  falda» 
over  parte  ne  da  [a  chi]  l'accende 
col  cor  gelato  et  con  la  vista  altera; 

facendole  provar  sì  come  offende 
il  tuo  dorato  strale,  et  come  scalda 
il  raggio  ch'esce  da  la  tua  lumiera. 

3). 

[Ck)d.  Boi.  Univ.  1773,  e.  231  b]. 

Niccolò  Soldaniero. 

E'  non  è,  donna,  gioco 
tener  chi  ama  con  lusinghe  in  foco. 


VARIETÀ  183 

Non  solo  pasce  lo  'nfiammato  core 
la  cosa  amata  per  mostrarsi  altrui; 
ma  che  è  quel  che  fa  vivere  Amore? 
Amar  chi  ama  et  quel  voler  che  lui. 
Mercè,  i'  son  colui, 
amando  te,  cui  ardi  a  poco  a  poco. 

4). 

[Cod.  Boi.  Univ.  401  *,  e.  258  a]. 

Sonecto  facto  da  don  Nicolo  per  Ila  dipartenza 

d'Opizzo  degli  Alidoxi  della  Maxa... 

Ay  losinghiere,  ay  fallace  amore, 
ay  ynfedele,  ay  tan[to]  dyslleale 
ay  senza  alcuna  fé,  ay  truffatore. 

(E  tu)  piacevole  ti  (di)mostri  e  poy  al  core 

infigi  [dentro  ?J  tuo  amoroxo  strale  ; 

tu  ditectevole,  tu  precordiale, 

ti  dimostri  e  d'ognun[o]  servidore. 
E  (tu)  poi  ti  parti  e  in  gran  dolore  lasci 


Tu  mi  privi  ora  del  mio  singnore, 
malvagio ,  impio,  crudele  amore. 

5). 

[e.  258  &]. 

Sonecto  per  la  morte  d' Obbigo  facto  per  don  Nicolo. 

Piangi,  terra  della  massa,  del  cui  nome 
e  del  cui  dominio  subgetta  ti  fay, 
piangi  e  ripiangi  con  dolore  e  guhay, 
poi  che  morto  è  '1  tuo  singnore  oppizone. 

E  tu  (cara)  sorella  delle  bionde  chiome, 
fondi  per  Ili  tuoi  begli  occhi  lacrime  assai; 
mort'è  per  te  quel[lo]  che  giamai 
racquistar  non  [si]  può  per  suo  nome. 

E  tu,  madre,  che  di  tanto  figlio  diva 
eri,  ben[e]  ti  puoi  chiamare  obscura, 
puoichè  di  tanto  bene  ora  sei  priva. 

Mort'è  colui  che  '1  cielo  transvolando  fura, 
ch'era  pur  d'ogni  virtù  fonte  viva, 
ch'or(a)  si  riposa  in  sì  mangna  altura. 


184  E.   LAMMA 

6). 

[c.  259  a]. 
Sonecto  fece  Obbigo  degli  Alidosi  per  una  donna 

Una  dona  leggiadra  e  trionfante 

con  sette  donne  in  sua  compagnia 

io  soletto  (sic)  et  in  ver  di  me  venia 

di  sol  vestita  e  con  dolce  sembiante. 
Reverente  mi  feci  alle  sue  luce  sante, 

dicendo:  io  non  voglio  altra  singnoria 

che  tua  honestà  e  tua  leggiadria; 

ghoverna  me,  ch'io  seghuo  le  tue  piante. 
Maravigliando(si)  inver  di  me  la  bocca  aperse, 

che  par[ve]  che  lampeggiasse  el  paradixo, 

ridendo  ancora  e  me  toccar  sofferse. 
A-mme  si  vuol  seguire  lo  tuo  viso: 

tieni  una  spada  e  una  colonna  ancora 

con  due  bilance  e  lì  sempre  dimora. 

APPENDICE  V. 

Indice  degli  Autori  di  cui  si  leggono  rime  nel  cod.  Amadei. 

Alberti  (degli)  Francesco,  e.  259  b. 

Albizzi  (degli)  Amadio,  e.  236  6. 

Albizzi  (degli)  Matteo  di  Landoccio,  e.  221  a. 

Albizzi  (degli)  Riccardo  di  Franceschino,  e.  215  a-217  b. 

Alidosi  (degli)  Obizzo,  e.  259  a. 

Alighieri,  vedi  Dante. 

Anguscioli  Lancialotto,  e.  95  a;  231  b\  232  a. 

Anonimi,  e.  \b-ha\  66;  496;  606;  64  6-936;  135^-1396;  15a.a;  175a; 

177  6;  178  6;  204a.205a;  210a-212a. 
Arezzo  (d')  Guittone,  e.  30  a  ;  31  6. 
Arezzo  (d')  Ubertino,  e.  31  a. 
Ascoli  (d')  Cecco,  e.  102 a;  126  6;  127  a. 
Bardo  (de')  Lippo  Pasci,  e.  7  6;  32  6. 
Beccari  Antonio,  e.  95  6;  188»;  192 a;  234 a. 
Bennucci  Sennuccio,  e.  154 a;  156 a;  176 a. 
Bicci  (de')  Bartolo,  e.  231  a. 
Boccacci  Giovanni,  e.  94  6;  221  6-224  b. 
Bologna  (da)  Bernardo,  e.  194  a. 
Bologna  (da)  Onesto,  e.  30  6;  102  6;  119  6;  12(»  6. 
Camuri  Zanobi,  e.  149  a. 
Castel  della  Pieve  (da)  Bartolomeo,  e.  250  a. 
Cavalcanti   Guido,  e.   2  6;  6a;  23  6;  24a;  25a;  26a-29a;  40a;  163a- 

167a;  193a6;  194  6;  195a6;  196a. 


VARIETÀ  185 

Compagni  Dino,  e.  29&. 

Gorreggiari  Matteo,  e.  235  è. 

Dante,    e.    ìb;   2 a;  216;  32 a;  33  &;  37  6;  39  6;  40  6;  47  6;  97 a;  98a; 

115 a;  233  6. 
Enzo  (Re),  e.  43 a:  44  6. 
Federico  di  M.  Gerì,  e.  230  6. 
Federico  Imperatore,  e.  43  6. 
Forestani  Simone  di  Ser  Dino,  e.  256  6. 
Garisendi  (de')  Gherarduccio,  e.  114  a;  116  a;  ììl  a. 
Gianni  Lapo,  e.  3  6-4  a. 
Gubbio  (da)  Bosone,  e.  105  <x. 
Guido  Novello,  e.  37  a. 

Guinizzelli  Guido,  e.  la;  14  6-15a;  16  a;  33a;  41  a:  198  6-202a. 
Imola  (da)  Jacopo,  e.  177  a;  192  6. 
Inghilfredo,  e.  46  6. 
Lentini  (da)  Jacopo,  e.  45  a. 
Manuello  Giudeo,  e.  126  6;  180  a. 
Muli  (de')  Mula,  e.  101  a. 
NoflFo  (Ser)  Notaio  d'Oltr'Arno,  e.  6  6. 
Orlandi  Guido,  e.  3 a;  la;  24  b;  25  6;  196  6. 
Perugia  (da)  Andrea,  e.  205  6;  206  6;  207  a;  208  a;  209  a. 
Petrarca   Francesco,   e.   23a;   38a-396;   416;   48  6;  94  6;  1336;  134a; 

148a;   152a;   1536;   170  a,   1926;  206 a;  207  6;  208  6;  209  6;  234  6; 

236a;  237a;  258  6. 
Pignano  (del)  Sforza,  e.  150  6. 
Pistoia  (da)   Gino,  e.  3  6;  8a-14  6;  16  6-21  a;  22  a;  34a-36  6;  ^'1  b:  98  6; 

99a-1006;  1016;  103a;  104  a6;  1056-1066;  107  6-1136;  1146;  115  6; 

116'6;    117  6;    118  6;   120  a;    1216;    124  a;    128a-132  6;   148  6;  149  6; 

159a-1616. 
Ravenna  (da)  Menghino,  e.  236  6. 
Reggio  (da)  Gherardo,  e.  107  a. 
Ricciardi  Zampa,  e.  125  6. 
Ricciardo  (Conte),  e.  173  6;  235  6. 
Rime  pseudo- Petrarchesche,  e.  49  6-93  6. 
Rossi  (de')  Cecco  di  Meletto,  e.  94a-96a. 
Scala  (della)  Cane,  e.  127  6. 
Soldanieri  Niccolò,  e.  231  6. 
Taviani  Guelfo,  e.  118  a;  119  a. 
liberti  (degli)  Fazio,  e.  225a-228a;  251  6. 
Urbiciani  Buonagiunta,  e.  15  6;  175  6. 
Vigna  (della)  Pietro,  e.  197  a. 
Vitali  Giovanni  di  Meo,  e.  103  6) 


UN'  EGLOGA  RUSTICALE  DEL  1508 


Angelo  Beolco,  detto  Ruzzante,  è  stato  fino  ad  ora  considerato 
come  l'iniziatore  della  letteratura  rustica  pavana,  e  non  a  torto, 
poiché  (come  giustamente  osservò  il  Lovarini  (1)),  egli  fu  il  primo 
che  ci  facesse  conoscere  per  mezzo  dello  sue  commedie  e  delle 
altre  opere  minori  gran  parte  della  vita  reale  del  contado  pado- 
vano. È  noto  però  che  questo  genere  di  letteratura  non  nacque 
d'un  tratto  col  Ruzzante,  ma  esisteva  assai  prima,  ed  ei  non  fece 
altro  che  ridurlo  a  maggior  perfezione.  E  già  il  Lovarini  ha  ri- 
cordato (2)  fra  i  precursori  del  Beolco  un  Paolo  Gazio,  una  Giulia 
Bigolina  ed  un  Rocco  degli  Arimenesi,  autore  di  un  dialogo  di 
villani  citato  dal  Gennari  (3).  Matteo  Rido,  detto  latinamente 
Ridits  0  Ridius,  morto  nel  1527,  scrisse  pure  molte  poesie  scher- 
zevoli ad  naturam  et  mores  ei  ad  consuetudinem  affresiium, 
delle  quali  alcune  si  stamparono,  altre,  rimaste  manoscritte,  si 
sapevano  ancora  a  memoria  dai  vecchi  contemporanei  dello  Scar- 
deone.  Senza  aver  fatto  speciali  ricerche  su  tale  argomento  ebbi 
la  ventura  di  trovare  nel  noto  zibaldone  manoscritto  di  Cesare 
Nappi,  posseduto  dalla  Biblioteca  Universitaria  di  Bologna,  che 
diede  già  materia  a  più  d'una  pubblicazione  nuziale  (4),  un'Egloga 


(1)  Le  canzoni  popolari  in  Ruxiante,  in  Propugnatore^  N.  S.,  voi.  I, 
P.  I,  p.  291. 

(2)  Op,  cit.,  voi.  I,  P.  11,  p.  389. 

(3)  Notizie  storiche  di  Padova  (Ms.  della  stessa  biblioteca,  B.  P.  116, 
voi.  IV,  p.  286). 

(4)  1)  Strambotti  di  Q.  B.  Refrigerio^  editi  per  nozze  Rava-Baccarìni  da 
0.  GuERRiNi,  Bologna,  Zanichelli,  1884,  in-8»;  2)  /  Negromanti.  Novella  di 
messer  Cesare  Nappi^  edita  per  nozze  Guerrini-Antinori  da  0.  Gubrrini, 
Bologna,  Zanichelli,  1885,  in«8**;  3)  Rime  di  Cesare  Nappi  noturo  bolognese^ 
del  sec.  XV,  pubbl.  per  cura  di  Uoc  Bassini  (Nozze  Ferrari-Gim),  Bologna, 
Zanichelli,  1886,  in-8*;  4)  Cantilena  di  Cesare  Nappi.  Per  nozze  Marcovigi- 
Gelmi,  Bologna,  R.  Tip.,  1891,  in-S». 


VARIETÀ  187 

villereccia  composta  nel  1508,  che  mi  sembra  documento  note- 
vole della  letteratura  rustica  anteriore  al  Ruzzante.  L'argomento 
n'è  semplicissimo.  Nel  di  della  festa  di  S.  Pancrazio  alcuni  villani 
invitano  le  loro  innamorate  a  danzare,  e  gareggian  poi  per  con- 
seguire un  premio  dovuto  a  chi  si  mostrerà  più  esperto  nel  ballo. 
Borro  vuol  far  mostra  del  suo  valore,  citando  tutte  le  danze  che 
conosce,  e  ci  porge  cosi  un  elenco  di  non  poche  canzoni  a  ballo, 
popolari  sulla  fine  del  quattrocento  e  ne'  primi  anni  del  secolo 
seguente.  Alcune,  come:  E  me  livava  un  bel  mattino  (1);  Tren- 
talora  irentalira  (2);  T or  eia  mo  villan  (3);  Turlurù  (4)  ;  la  Ra- 
mazina  (5)  ;  il  Spingarda  (6)  ;  il  Bel  pegoraro  \J)  ;  il  Diridon  (8)  ; 


(1)  lo  mi  levai  d'una  bella  mattina  è  canzone  assai  diflfusa  in  Italia  e  in 
Francia.  Cfr.  A.  Zenatti,  Andrea  Antico  da  Montona^  nell'^rc^.  stor.  per 
Trieste^  V Istria  e  il  Trentino,  1,  178  e  194:  Paris,  Chansons  du  XV  siècle^ 
Paris,  Didot,  1875,  pp.  102,  131-2;  Wecrerlin,  L' ancienne  chanson  popul. 
en  France,  Paris,  1887,  pp.  197,  204  e  208;  S.  Ferrari,  Documenti  per 
servire  all'ist.  d.  poesia  semipopolare,  nel  Propugnatore,  v.  s.,  XIll,  1, 
484;  A.  Calmo,  Lettere,  ed.  V.  Rossi,  Torino,  1888,  p.  440,  n.  2.  Fu  pub- 
blicata dal  D'Ancona,  Poes.  pop.  ital.,  pp.  93-4,  90-2  e  484,  da  A.  Zenatti 
(l.  e),  e  da  E.  Lovarini,  Op.  cit.,  p.  307,  di  su  una  stampa  del  sec.  XVI.  Il 
principio  e  il  ritornello  di  una  delle  più  belle  ballate  del  Poliziano  ci  richia- 
mano il  motivo  di  questa  canzone.  Vedi  Poliziano,  Le  Stanze,  ed.  G.  Car- 
ducci, Firenze,  Barbèra,  1863,  p.  280. 

(2)  Cfr.  A.  Calmo,  Lettere,  p.  414  e  F.  Novati,  Malmaritata.  Canzone 
a  ballo  lombarda  del  sec.  XV,  Genova,  1890,  p.  11.  Ricorre  anche  nel 
V.  48  del  centone  bolognese,  illustrato  da  S.  Ferrari,  ma  non  se  ne  conosce 
che  il  nome. 

(3)  Varie  redazioni  di  questa  canzonetta  sono  pubblicate  dal  Cian,  Ballate 
e  Strambotti  del  sec.  XV,  in  questo  Giorn.,  IV,  22-3  n.  e  V,  510,  e  dal 
Rossi,  Calmo,  p.  417.  Cfr.  anche  Lovarini,  Op.  cit.,  p.  382. 

(4)  11  testo  di  questa  canz.  che  ine:  Turlurù  la  cavra  mozza  fu  pub- 
blicato da  V.  Rossi,  Calmo,  p.  444,  secondo  una  stampa  dei  1558,  e  trovasi 
riprodotta  in  appendice  alle  Leggi  e  Memorie  venete  sulla  prostituzione, 
Venezia,  1870-72.  Cfr.  anche  A.  Zenatti,  Op.  cit.,  p.  178. 

(5)  Cfr.  F.  Notati,  Op.  cit.,  p.  9,  n.  3;  R.  Renier,  Un  mazzetto  di  poes. 
popol.  francesi,  in  Misceli,  filol.  Caix-Canello,  Firenze,  1886,  p.  272  n.; 
A.  Calmo,  Lettere,  p.  421  n.  4  ;  A.  Zenatti,  Op.  cit.,  p.  178. 

(6)  Questa  canzone  è  citata  in  un'egloga  di  Braghin  Galdiera  e  dal  Folengo 
nel  Baldo.  Cfr.  E.  Lovarini,  Op.  cit.,  p.  320. 

(7)  Cfr.  E.  Lovarini,  Op.  cit.,  P.  1,  p.  322;  P.  Il,  p.  380;  A.  D'Ancona, 
Poesia  popol.  ital.,  p.  96;  S.  Ferrari,  Op.  cit.,  pp.  435-6;  A.  Zenatti,  Op. 

(8)  Pag.  seg. 


188  L.   FRATI 

il  Saltarello  (1);  la  Fiorentina  (2)  ;  Fortuna  d'un  gran  tempo  (3)  ; 
la  Piva  (4)  ;  sono  slate  recentemente  indicale  e  in  parte  anche 
rimesse  in  luce  da  giovani  studiosissimi  e  assai  esperti  della  no- 
stra poesia  popolare  o  popolareggiante;  altre  invece  sono  meno 
conosciute  od  anche  ignote  affatto.  Il  Tortion,  abbreviamento  dia- 
lettale di  Tordiglione,  è  il  nome  d'una  danza  ricordata  da  Gio.  Bal- 
lista Doni  (5);  la  Fontanella  non  è  forse  diversa  dalla  Fontana, 
altra  danza  nominata  da  O.  Cherubini  (6);  e  la  Sargia  potrebbe 
aver  qualche  relazione  col  ballo  Mezza  Sarga,  accennato  da  Si- 
meone Zuccono  (7),  come  la  Correggina  richiama  alla  memoria 


cit.^  p.  178;  Nerucci,  in  Archivio  per  lo  studio  delle  trad.  popol.,  II,  527. 
È  ricordata  anche  dal  Ricchi  nei  Tre  Tiranni.  0  pecorar  quando  ande- 
rastù  al  monte',  e  dall'AREXiNO,  neìVIpocrito,  atto  III,  se.  X.  Fu  pubbl.  da 
N.  Bolognini,  Usi  e  costumi  del  Trentino^  Rovereto,  1888,  p.  41  e  da  G. 
Giannini,  Canti  popol.  della  montagna  lucchese,  Torino,  Loescher,  1889, 
pp.  203-207. 

(8)  Il  Piridun  citato  nell'egloga  potrebbe  aver  qualche  relazione  colla 
canzone  Diridon  ricordata  in  una  frottola  di  Ant.  da  Tempo,  Tratt.  di  rime 
volg.y  ed.  Grion,  p.  335.  Gfr.  anche  il  Lamento  di  una  giovane  bolognese 
malmaritata  nell'aiere  della  Dridon,  composto  per  G.  C.  Croce,  cit.  da 
0.  GuERRiNi,  La  vita  e  le  op.  di  G.  C.  Croce,  p.  493.  Il  ritornello  Deridon^ 
deridon,  deridon,  da  ra  ra  ra  ra  da,  trovasi  anche  in  una  canzonetta  che 
ine.  :  Bemarde  non  può  stare  \  Care  patrone  mie ,  nell'  op.  di  Filippo  Az- 
ZAiOLO  bolognese  :  Il  secondo  libro  \  delle  villotte  del  Fiore  |  alla  padoana 
con  alcune  Napolitane  e  madrigali  a  quatro  voci  Nouamente  \  Per  An- 
tonio Gardano  stampate  <&  date  in  luce.  ||  In  Venetia  apresso  di  A.  Cardano, 
1K9,  in-fol.  obi. 

(1)  Cfr.  A.  Calmo,  Lettere,  p.  420;  Lovarini,  Op.  cit.,  p.  373.  La  musica 
per  il  saltarello  si  può  vedere  nella  Intavolatura  di  Hutto  di  Gio.  Antonio 
Terzi  (Venezia,  1593).  Vedi  anche  Gianandrea,  Canti  popolari  marchigiani, 
Torino,  Loescher,  1875,  p.  xxii  ;  Rubikri,  St.  d.  poes.  popol.  itai,  Firenze, 
1877,  p.  64;  Garzoni,  Piazza  universale  di  tutte  le  professioni  d.  mondo, 
Venetia,  1599,  p.  452. 

(2)  Cfr.  Garzoni,  loc.  cit. 

(3)  Cfr.  A.  Calmo,  Lettere,  p.  421;  Vernarecci,  Op.  cit.,  p.  237,  f»  80,  p.  241, 
f"  53,  p.  267,  f«>39;  Doni,  Stanze,  Firenze,  1887,  p.  24;  Sabba  da  Castiglione, 
Ricordi  ovvero  Ammaestramenti,  Venezia,  1563,  e.  88  r. 

(4)  Cfr.  A.  Calmo,  Lettere,  p.  420;  Doni,  loc.  cit.;  Lovarini,  Op.  et*., 
p.  373. 

(5)  Lyra  barberina,  accedunt  ejusdem  opera  pleraque  nondum  edita^ 
Florentiae,  typ.  Caesareis,  1763,  t.  II,  p.  93. 

(6)  Rime  piacevoli,  Venezia,  1759,  p.  lxxxvii. 

(7)  La  pazzia  del  ballo,  Padova,  1549,  p.  26  r. 


VARIETÀ  189 

il  giuoco  della  Coy^reggiuola ,  spesso  nominato  nelle  poesie  del 
cinquecento  (1).  Le  altre  danze  indicate  nella  nostra  egloga:  Coza 
ovvero  Rangona  ;  la  Bissa  ;  Leccate  la  strenga  ;  Tosa  io  mar  te 
chiama;  la  Titrturina  (2)  non  sono  ricordate,  ch'io  sappia,  in 
alcun  testo  fin  qui  noto,  e  inutilmente  le  ricercarono  alcuni  miei 
amici,  che  di  letteratura  popolare  sono  diligentissimi  e  dotti  in- 
vestigatori (3). 

È  quest'egloga  di  Cesare  Nappi  o  fu  da  lui  semplicemente  tra- 
scritta 0  rifatta  di  sur  un  testo  dialettale  padovano?  Difllcile  riesce 
il  rispondere  con  precisione  a  questa  domanda;  perchè,  se  si 
ponga  mente  ad  alcune  forme  e  modi  dialettali  che  qua  e  là  tras- 
paiono, ed  ai  nomi  di  alcuni  balli  più  specialmente  in  uso  nei 
festini  padovani,  o  ricordati  nelle  commedie  del  Ruzzante  e  dei 
suoi  imitatori,  si  sarebbe  inclinati  ad  ammettere  l'origine  pado- 
vana dell'Egloga.  D'altra  parte  è  certo  che  alcune  delle  canzoni 
a  ballo  nominate  dal  Ruzzante  furono  popolarissime  e  poterono 
facilmente  esser  note  anche  a  Bologna.  Apprendiamo  anzi  dal 
diligente  e  bel  lavoro  del  Lovarini  sulle  canzoni  popolari  in 
Ruzzante  che  il  Bel  pegoraro  si  canta  tuttora  non  solo  nel  Tren- 
tino, ma  anche  in  Toscana,  quando  i  pecorari  al  morire  dell'au- 
tunno scendono  in  Maremma. 

Cosi  pure  la  canzone  E  mi  levai  d'una  bella  mattina,  ricor- 
data e  dal  Ruzzante  e  nell'Egloga  nostra,  fu  assai  diffusa  anche 
fuori  del  Veneto,  siccome  ne  fanno  fede  le  molte  varianti  che 
ne  restano,  e  la  citazione  del  primo  verso  che  se  ne  trova  nel 
centone. bolognese,  pubblicato  ed  illustrato  da  Severino  Ferrari  (4). 

Nulla  vieta  pertanto  di  credere  che  l'Egloga  possa  appartenere 
a  Cesare  Nappi,  notaio  ed  erudito  bolognese,  che  la  trascrisse 


(1)  Gfr.  Buonarroti,  La  Fiera^  giorn.  IV,  atto  II,  se.  7,  ediz.  Fanfani^ 
p.  579  ;  Propugnatore,  v.  s.,  voi.  Vili,  P.  II,  p.  442  e  segg.  ;  Zeitschr.  fùr 
romanische  philol.,  1889,  pp.  307-9. 

(2)  S.  Ferrari,  Op.  cit.,  in  Propugnatore,  XIII,  I,  p.  440,  v.  32.  Nel  cen- 
tone bolognese  è  ricordato  un  tortorino:  Falilon  falilela  tortorino.  11  Ver- 
narecci, Op.  cit.,  pp.  242  e  266,  indica  nelle  tavole  delle  stampe  Petrucciane 
La  tourturella  e  La  mia  vaga  tortorella. 

(3)  Utili  indicazioni  intorno  ad  alcune  danze  accennate  in  quest'egloga 
mi  procurarono  cortesemente  i  proff.  V.  Rossi,  S.  Ferrari,  A.  Zenatti  ed  E. 
Lovarini,  ai  quali  porgo  vivi  ringraziamenti. 

(4)  Documenti  per  servire  alla  storia  della  poesia  semipopolare  citta- 
dina in  Italia  pei  secoli  XVI  e  XVII,  p.  434. 


190  L.  FRATI 

nel  suo  zibaldone  e  ne  corresse  in  più  luoghi  alcuni  versi  (1). 
Sappiamo  infatti  che  il  Nappi  dilettavasi  di  poesia  d'imitazione 
popolare,  e  nel  suo  zibaldone  (di  cui  avrò  occasione  di  discorrere 
più  largamente  pubblicando  nuove  notizie  biografiche  dell'autore 
tratte  dal  suo  Memoriale  o  Libro  di  ricordanze  finora  ignoto)  re- 
stano molti  strambotti,  ballate  e  canzonette  musicali,  che,  almeno 
in  gran  parte,  gli  appartengono.  Ne  ricordiamo  qui  a  volo  talune. 
Una  barzelletta  col  canto  a  quattro  ^  composta  nel  1498,  ha 
questo  ritornello  : 

Dà  soccorso,  o  dio  d'amore, 
Al  fedel  ch'ognor  t'adora, 
Scocca  l'arco  a  sta  signora 
D'un  strai  d'oro  in  mezzo  al  core. 

Ed  è  seguita  da  un  madrigale,  che  incomincia:  Deh  prendi, 
prendi,  amor,  l'arco  to  e  tira.  Subito  dopo  viene  un'altra  bar- 
zelletta, composta  il  venerdì  santo  dello  stesso  anno,  colle  mede- 
sime rime  e  in  ugual  metro,  colla  sola  differenza  che  invece 
dell'amor  profano  vi  si  canta  l'amor  divino.  Ciò  non  può  recar 
meraviglia,  perchè  è  notissimo  che  nel  quattrocento  fra  la  lirica 
religiosa  e  l'amorosa  non  v'era  alcuna  differenza  estrinseca:  l'in- 
tonazione, l'espressione,  la  versificazione  ed  anche  la  musica  sono 
le  stesse.  —  Poco  dopo  lo  stesso  codice  offre  una  ballata,  che  in- 
comincia : 

Ite  caldi  sospir  e  mente  afflitta 

A  quella  ch'arde  e  strugge  il  cor  tapino; 

musicata  da  un  magister  Robertics  anglus\  quindi  una  canzo- 
netta, edita  recentemente  per  nozze  Marcovigi-Gelrai  (Bologna, 
R.  Tip.,  1891),  imitata  dallo  spagnuolo;  come  quella  d'argomento 
religioso:  Piango  el  mio  peccato  rio,  scritta  dal  Nappi  il  25 
dicembre  1482,  era  un'imitazione  d'altra  canzonetta  amorosa, 
che  incominciava  : 

Piango  el  mio  tormento  e  guai. 


(1)  Il  V.:  E  tuli  li  voglio  ancor  inanti  traete,  fu  corretto  così:  Ancor  li 
voglio  tuti  inanti  tracto.  11  v.:  E  vedo  i  citadini  tanto  maligni,  fu  coir.: 
E  sum  sti  of^ial  tanto  maligni.  11  v.  :  Et  a  cavai  portar  nostri  mazuri, 
fu  con*.:  in  portar  sti  tradituri.  Il  v.:  Ne  possen  dire  una  sola  parola,  fu 
coir,  in  Ne  se  pò  dire;  e  il  v.:  Ch'altro  che  dio  più  non  pò  aiutare,  coir, 
in  non  ce  pò  aiutare. 


VARIETÀ  191 

Verosimilmente  era  pure  cantata  la  barzelletta  «  di  Carnevale  », 
fatta  nel  1498,  che  ha  questo  ritornello  : 

Su  piangiamo  il  poveretto 
Garneval,  ch'ora  è  conducto 
A  la  fin  tutto  distructo; 
Chi  noi  fa  sia  maledetto. 

Non  manca  nel  zibaldone  del  Nappi  una  delle  tante  ballate,  in 
cui  le  malmaritate  sfogano  i  loro  corrucci  e  prorompono  in  la- 
menti contro  il  geloso  e  vecchio  marito:  poesia  semplice,  ma 
graziosa,  che  vai  la  pena  di  riprodurre: 

Lassa,  perchè  sono  io 

Sì  bella  al  mondo  nata? 

r  son  mal  maritata  al  parer  mio. 
Io  me  tenea  beata 

Del  bel  piacer  ch'io  ebbi  a  star  polcella: 

Or  eh'  io  son  maritata, 

Io  sto  rinchiusa  sol  perchè  son  bella; 

Lassa  mi,  tapinella. 

De  questo  mal  marito 

Ogni  piacer  partito  è  dal  cor  mio. 
Vorrìa  mutar  ventura 

Per  consolare  mio  cor  tapinello, 

E  per  la  mia  sciagura 

El  non  more  giamai  el  vechiarello; 

Almanco  fussel  bello 

El  mischin  doloroso. 

Da  po[che  l]è  geloso  d'ogni  bene  mio! 
Non  posso  al  Sancto  gire. 

Né  a  la  chiesa  a  udir  predicare; 

E  mei  convien  seguire 

E  in  tutte  le  sue  voglie  contentare. 

Lassa!  che  più  parlare 

Non  posso  in  sua  malora! 

Questo  dolor  m'accora  al  parer  mio. 
Vanne,  la  mia  ballata, 

Vanne  a  ciascuno  e  narra  la  mia  doglia, 

Expon  questa  ambasata, 

Che  un  geloso  d'ogni  ben  mi  spoglia; 

Prego  morte  mei  toglia: 

Che  vedoa  sia  facta. 

Se  non  ch'io  son  disfacta  al  parer  mio. 

Tutte  queste   poesie  d'imitazione  popolare,  che  Cesare  Nappi 


Ì92  L.   FRATI 

scriveva  nelle  ore  che  gli  restavano  libere  dalle  molte  cure  di' 
pubblici  uffici  ch'egli  sostenne,  rendono  sempre  più  verosimile 
la  congettura  che  anche  l'Egloga  qui  pubblicata  possa  essere,  se 
non  propriamente  d'invenzione  del  notaro  bolognese,  almeno  da 
lui  composta  ad  imitazione  d'altro  testo  più  antico  di  letteratura 
rustica  pavana. 

Hanno  un  carattere  ben  diverso  da  quest'Egloga  altre  simili 
poesie  pastorali  scritte  sul  principio  del  XVI  secolo  da  autori 
bolognesi.  Il  Fantuzzi  ricorda  fra  le  opere  di  Angelo  Michele  Sa- 
limbeni  un'egloga  pastorale  a  dialogo  in  terza  rima,  contenuta 
nel  cod.  2716  della  Biblioteca  Universitaria  di  Bologna,  che  reca 
questo  titolo: 

Egloga  pastorale  de  lo  ingenioso  poeta  M.  Angelo  Michaele 
de'  Segnimbeni  (Salimbeni)  alia^  de"  Vaseli  nabli  cive  Bolognese. 
Jnterloqulurì:  Aphilo  et  Ausonio  et  prima  comenza  Aphilo 
pastore  ziovene  et  fra  sé  dice  così,  mirato  che  s'à  intomo: 

Qui  da  presso  non  veggio,  né  da  lunge 
Pastor,  né  nimpha  alcuna  forse  a  l'umbra,  eie. 

Lo  stesso  codice  contiene  pure  una  commedia  pastorale  di 
Mons.  Marcantonio  Marescotti  de'  Calvi ,  protonotario  apostolico 
(1530),  intitolata  Astreo.  Fu  scritta  nel  1505  a  di  15  di  giugno, 
allorché  il  Marescotti  era  in  età  di  25  anni,  e  s'intitola  cosi: 

Qui  comincia  una  comedia  chiamata  Astreo  traditcta  da 
un  vero  innamoraw£ntOy  composta  per  M.  Marcantonio  Mar- 
scotto  di  Calvi  cittadino  bolognese.  Canonico  de  Valma  Ecclesia 
Collegiata  de  S.  Petronio ,  e  questo  a  complacentia  del  Vene- 
rabil  sacerdote  Antonio  da  le  Annette  cittadino  bolognese  e 
prima  entra  uno  vestito  da  scolaro  nel  proscenio,  il  quatte  a 
li  spectaturi  prima  dice  la  condictione  sica  e  de  qual  patria 
lui  è;  da  poi  comencia  a  recitare  lo  argumento  de  la  dieta 
comedia  il  quelle  comincia  e  dice  così: 

Il  seme  human  che  ognor  caduco  e  frale 
Sempre  se  sforza  haver  qual  cosa  nova 
E  questo  vien  dal  corso  naturale,  etc. 

Non  è  vero  che  il  prologo  e  gli  argomenti  sieno  in  versi  sciolti, 
come  dice  il  Fantuzzi  (1);  vi  è  usata  la  terza  rima,  come  in  tutta 


(1)  Scrittori  bolognesi,  V,  258. 


VARIETÀ  193 

la  commedia.  I  personaggi  sono  cinque:  Castorea ,  Vitino,  Ga- 
nimede, Brìxio  ed  Agno.  Non  v'è  divisione  di  atti ,  ma  a  cia- 
scuna scena  precede  l'argomento  scritto  in  rosso,  e  il  soggetto  di 
tutta  la  commedia  è  compendiato  in  queste  terzine: 

Argumentum. 

Era  Tytan,  che  prima  me  conduce 

Il  suo  sangue  gentil  a  dir  de  lui, 

Sol  mio  compatriota  e  ancor  mio  duce; 
In  verità  so  grande  amico  fui 

E  son  perch'  il  proverbio  antiquo  dice 

Che  triumpho  è  il  conforto  de  ambedui. 
Ebbe  un  figliolo  et  ha  lieto  e  felice, 

Benigno,  virtuoso  et  human  nato. 

Del  qual  ognor  ciascun  ne  parla  e  dice. 
Al  sacro  fonte  Astreo  fu  nominato, 

Il  qual  essendo  in  summa  adolescentia 

Cupido  il  prese  e  fu  da  lui  legato. 
Essendo  giovin  de  gentil  coglientia, 

Ebbe  dui  car  compagni  nominati 

Brixio  e  Angno  di  gran  reverentia. 
Questi  ambedui  se  son  stretti  e  legati 

Dal  suo  figliolo  e  da  madonna  Venere 

Che  mai  o  poco  stevan  separati. 
E  Astreo,  che  quasi  de  dolor  in  cenere 

Mutato  fu,  ben  machinosamente 

Pensava  all'  osse  sue  debil  e  tenere. 
Castorea  nympha  amata  [è]  summamente 

Da  Brixio  et  Agno  e  poi  da  Astreo  in  secreto, 

11  qual  ebbe  suo  intento  arditamente; 
Fu  calido  ed  astuto  e  si  secreto 

Che  lor  non  già  de  lui,  ma  lui  de  lor 

Sapea  so  amor  e  sei  buttava  adrieto. 
Insieme  stavan  quasi  a  tutte  l'ore, 

Quel  che  un  voleva  l'altro  consentiva, 

E  cusi  stevan  lieti  in  gran  fervore. 
Astreo,  che  '1  suo  martir  grave  sentiva. 

Pensava  modo  de  sanar  so  doglia 

Che  a  dirlo  a  trebo  alcun  mai  non  ardiva. 
Pur  tremebondo  come  al  vento  foglia 

Temeva  che  Castorea  noi  scoprisse, 

Unde  ognor  più  nojosa  fu  sua  noglia. 
Pensando  poi  tra  lui  sé  stesso  disse: 

Or  bisogna  eh'  io  scopri  il  mio  tormento 

Perchè  '1  non  fala  chi  non  parla  o  scrisse. 

Giornale  storico,  IX,  fase.  58-59.  13 


194  L.   FRATI 

Gusì  sotto  sta  macchina  so  intento 

Ricolse  Astreo  facendose  animoso, 

Cubi  fa  audatia  l'homo  uscir  de  stento. 
Poi  che  Cupido  il  fece  glorioso 

Pensò  fra  lui  lassar  quest'alta  impresa, 

Perchè  chi  siegue  amor  se  fa  angoscioso. 
Non  può  da  infamia  far  colui  difesa, 

Che  in  simil  arte  sua  vita  dispone 

E  il  vulgo  fa  di  lui  po'  assai  contesa. 
Audite  che  a  venir  lui  se  compone: 

Il  vien,  horsù,  dategli  grato  audire 

Prima  là  drieto  il  8uo  grege  repone, 
Poi  sentirete  lui  qual  cosa  dire. 

Terminata  la  commedia,  entrano  nel  proscenio  quattro  cantori 
vestiti  a  suo  modo ,  ovvero  come  pare  a  chi  fa  la  festa  pre- 
sente, e  cantano  una  barzelletta  che  ha  questo  ritornello: 

Spectatur,  lassate  amore, 
Ch'el  non  è  più  come  sole; 
E  chi  '1  siegue  ziance  e  fole 
Tien  alfin,  perdendo  honore. 

Da  ultimo  ritorna  sul  proscenio  il  nunzio  che  ha  detto  il  pro- 
logo e  recita  la  licenza. 

Questo  dramma  pastorale,  destinato  certamente  ad  essere  rap- 
presentato, sebbene  manchi  di  quel  carattere  di  popolarità  che 
rende  principalmente  notevole  l'Egloga  del  Nappi,  era  meritevole 
di  ricordo,  perchè  attesta  come  in  Bologna  sul  principio  del  cin- 
quecento la  poesia  pastorale  convenzionale,  che  ci  dipinge  la  vita 
campestre  come  uno  stato  ideale  di  purezza  e  d'innocenza,  non 
impedisse  lo  sviluppo  dell'egloga  e  della  commedia  rusticale,  che 
ci  rappresenta  il  contadino  nella  sua  rozzezza  e  goffaggine  na- 
turale. Questo  genere  letterario  non  ebbe  però  a  Bologna,  come 
altrove,  un  ampio  svolgimento,  forse  perchè  vi  mancò  un  Aliene, 
uno  Strascino,  un  Ruzzante  che  sapessero  dargli  vita  di  vera 
arte  comica.  Si  può  tuttavia  citare  qualche  esempio  di  commedia 
rusticale  bolognese  che  ha  attinenza  coli'  Egloga  del  Nappi  per 
Taccenno  a  danze  villereccie  che  vi  si  trova.  Ne  ricorderò  due 
che  mi  furono  cortesemente  indicate  dal  sig.  Gaspare  Ungarolli, 
giovine  assai  studioso  e  dotto  di  letteratura  popolare.  La  Pluonia 
da  Casiiun  di  Peppl  è  il  titolo  d'  una  commedia  rusticale  di 
Fulvio  Gherardi  detto  l' Acquatepida,  impressa  a  Bologna,  per 
Garl'Antonio  Peri  nel  1063  e  che  termina  con  una  canzone,  can- 


VARIETÀ  195 

tata  da  Barba  Arglies  Massar  d'  Baraghezza,  che  incomincia  con 
queste  due  sestine: 

Vola  al  crid  pr'  fin  a  Blogna 

E  qui  corra  a  tramballar 

La  Brnarda  con  la  Togna, 

Prch'al  s'ha  in  algruozi  star, 

Su  d'  soura  insem  arfus 

Unuriend  tutt  quettr'i  spus. 
Ti  Mingon  e  Battstel, 

E  ti  Pluonia  e  Burtlina, 

Gh'un'a  s'dà  dal  fiè  al  stifel, 

E  ch'ai  s'  gonfia  la  surdina 

L'è  sta  botta,  ch'ai  pel  v'ius 

In  ballar  sudand,  o  spus. 

La  Comedia  rustica-cìvile  del  sig.  Cesare  Ventimonte,  intito- 
lata Jl  Villano  nobile,  impressa  In  Bologna,  per  Gioseffo  Lon- 
gìii  nel  1669,  è  divisa  in  cinque  atti  con  questi  quattro  inter- 
mezzi: Il  ballo  delle  contadine  —  La  Moresca  delle  cingare  — 
/  giuochi  e  salti  de'  fanciulli  —  Il  ballo  degli  uccellatori. 

Per  trovare  nella  poesia  bolognese  qualche  cosa  di  simile  al- 
l'Egloga del  Nappi,  bisogna  scendere  fino  a  Giulio  Cesare  Croce, 
che  ne'  suoi  componimenti  ritrae  spesso  fedelmente  le  feste  e  le 
usanze  del  contado ,  adoperando  forme  proprie  al  linguaggio  di 
esso,  atte  a  rendere  vivi  e  parlanti  quei  tipi  di  popolani  e  di 
contadini  che  egli  conosceva  si  bene. 

Delle  varie  operette  del  Croce  quella  che  ha  più  ragione  di 
somiglianza  con  la  nostr' Egloga  è  II  festino  del  Barba  Bigo 
dalla  Valle,  dove  s'intende  una  festa  di  contadini,  nella  quale 
si  trovano  a  ballare  molte  putte  e  garzoni,  con  il  modo  di 
dare  i  balli  all'usanza  contadinesca  (Bologna^  per  Bartol.  Cocchi, 
1609,  in-12°).  I  balli  villerecci  che  vi  si  trovano  rammentati  non 
non  sono  più  di  quattro,  cioè  :  la  vlulina,  la  muretta,  il  berga- 
masco e  il 

.  .  .  saltarel 
D'ia  Lodla  capluda. 

La  canzone  della  violina  di  Giulio  Cesare  Croce,  insieme  a  molte 
svariate  imitazioni  e  tramutazioni,  fu,  com'è  noto,  ristampata  dal 
Ferrari  tra  le  Canzoni  ricordate  dal  Bianchino  (1).   Il  Salta- 


(1)  In  Rivista  di  filol.  romanza,  voi.  IV,  pp.  58  e  segg. 


196  L.   FRATI 

rello  dell'allodola  probabilmente  non  è  altro  che  la  canzone  della 
lodolina,  accennata  nell'atto  IV  della  Vaccaria  del  Ruzzante  (i) 
finora  irreperibile. 

Gl'istrumenti  musicali  che  servivano  per  questi  balli  campestri 
sono  cosi  enumerati  dal  Croce: 

A  turen  Pier  dal  Mulin 
Gh'  sona  ben  dVebeghin, 
E  Magnan  d'barba  Ton 
Ancha  lu  con  al  violon, 
E  Masot  80  f radei 
Con  la  zithara,  e  Zanel 
Da  la  piva,  ò  vettij  là 
Sunadur  dund  s'và. 

Il  festino  termina  con  una  baruffa ,  sicché  tutte  le  donne ,  tre- 
mando di  paura,  e  maledicendo  il  ballo,  si  volgono  in  fuga. 

Ludovico  Frati. 


EGLOGA  .  1508. 


Colloqtitori:  Berto,  Borro,  Travaglino,  Giron,  Zanferlon,  Mazon^  ToniOy 
Polo,  Moro,  Piero,  Zagnol,  Ton,  Simon,  Tonon. 

Berto.  Borro,  dove  ne  vai  cosi  a  bon  bora, 

Che  a  l'orizonle  la  Diana  stella 

Né  Phebo  ancor  se  vede  e  men  l'aurora? 
E  fin  che  sopra  a  noi  fia  Vener  bella,  4 

Vien  sotto  el  portico  e  intra  el  mio  tugurio, 

E  insenie  dormirem  ne  la  mia  cella. 
Borro.  Non  te  maravegliar  s'io  volo  e  furio, 

Berto  mio  car,  ch'io  son  drieto  la  tracia  8 

Ch'oggi  triumpharem  d*un  lieto  augurio. 


(1)  Vedi  LovARiNi,  Op.  cit.,  p.  298. 


VARIETÀ  197 

La  festa  è,  comò  sciai,  de  san  Pangratia 

E  sciò  le  nimphe  nostre  aver  disposto 

Andar  al  ballo  e  portar  la  fogatia.  12 

Si  che  per  dirtel  presto  me  son  mosto. 

Perchè  le  calge,  bretta  e  zuparello 

E  scarpe  porti  e  ancor  dinar  per  Thosto. 
E  dillo  a  Travaglin,  che  c'è  fratello,  16 

Che  porti  la  sordetta  sì  suave, 

Giron  el  tananò  col  suiuncello. 
Né  sia  la  ribeccha  a  Simon  grave, 

E  fa  che  Tonio  porti  la  zampogna;  20 

Le  gnachere,  el  tambur  Zagnol  sì  brave. 
Mena  Mazon,  che  gratta  l'altrui  rogna, 

E  Zanferlon,  Tonon,  Poi,  Ton  e  Piero, 

E  gli  altri  biassaferri  da  Bologna.  24 

Berto  mio  char,  a  questa  volta  io  spero, 

Ch'ai  ballo  vigniran  la  Gnocha  e  Berta, 

La  Togna  e  Nenza  dal  bel  viso  altiero. 
Ciascuna  de  costor  per  certo  merta  28 

Non  da  Pan  e  Silvan  essere  amata; 

Ma  dal  gran  love,  e  questa  è  cosa  certa. 
State  a  dio  Berto,  ch'io  vo'  far  tornata 

A  la  mia  casa  e  tutto  tutto  ornarme  32 

Di  rose  per  piacer  a  la  mia  amata. 
Non  te  rencresca  po'  quivi  aspectarme 

Cum  li  compagni  che  al  levar  del  sole 

Ornato  tornare  cum  le  mie  arme.  36 

Voglio  che  andiam  da  po'  cum  far  se  sole 

A  visitar  li  amici  a  le  lor  case 

Tutti  ornati  de  rose  e  de  viole. 
Andarem  dunqua  a  ca'  de  Zan  Malvase,  40 

E  del  Mosca,  Magagna,  e  Malatendi, 

E  Schivazappa,  e  di  villan  Tomase; 
E  po'  di  Magagnoli,  e  di  Carvendi, 

E  di  Maloverà,  e  Cdi)  Maladurata,  44 

E  di  Fugifatica,  e  qui  comprendi 
Li  Malservitii,  e  un'altra  gran  brigata 

Ch'àn  nome  tutti  injustie  poca  fede. 

Di  qual  fu  sempre  pien  ogni  contrata.  48 

Cosi  costor  ne  cavaran  la  sede, 

E  le  grince  del  corpo,  a  non  dir  fole. 

Da  poi  li  renderem  gratia  e  mercede. 
Berto.  0  Travaglino,  ascolta  doe  parole,  ^ 

Viene  a  la  festa  e  porta  la  sordetta, 

Giron  el  tananò,  come  far  sole, 
E  *1  suiuncello  porti  in  la  sachetta; 

E  Simon  la  ribecca  e  cornamusa  56 


198  L.   FRATI 

E  Tonio  quella  dolce  zampognetta: 

Porti  Zagnol  quel  bel  tambur  che  Tusa 
E  quelle  gnachar  dal  penone  ancora, 
Da  poi  ne  provari  dietro  la  chiusa.  60 

Travaglino.  Io  sono  in  punto;  ma  Giron  lavora 
Intorno  ai  pivolini  e  '1  so  bordone 
Ha  tracto  della  bolza  [aleuto  fora. 

La  ribeccha  raconza  el  to  Simone,  64 

La  cornamusa  ancora  ha  apparecchiata, 
Le  gnachare  Zagnol  col  tamburone; 

E  Tonio  la  zampogna  ha  si  assettata, 
Che,  Berto,  tu  odirai  tal  melodia,  68 

Che  mai  fu  audita  da  persona  nata; 

E  se  vorremo  por  la  fantasia, 
Noi  sonaremo  meglio  che  '1  Pizzatto 
E  che  Corrado  por  la  fede  mia:  72 

Ma  prima  voglio  far  cum  tieco  pacto, 
E  voglio  d'ogni  bai  un  bel  carlino: 
Ancor  li  voglio  tucti  inanzi  tracto. 
Berto.  Non  mancare,  prometto  vi,  un  quatrino  76 

De  quel  voleti,  pur  sia  lungo  el  ballo; 
Ancor  darovvi  torta,  pane  e  vino. 
Travaglino.  Infi'a,  Girone,  e  vedi  non  far  fallo. 

Così  fra  noi  provemoce  qui  un  poco.  80 

Che  fai?  tu  strilli  come  fa  un  cavallo. 

Tien  dur,  Simone,  el  par  che  tu  babbi  el  roco. 
Ponza  più  forte;  el  par  te  manchi  el  fiato; 
Ponza  da  vera;  el  par  ponzi  da  gioco!  84 

Saldo,  saldo,  Simon,  tu  l'ha'  trovato 
E  così  un  poco  quel  bordon  abbassa. 
Se  non  che  un  corno  parerà  aflfreddato. 
Borro,  Bon  dì,  compagni,  ormai  l'ora  trapassa,  88 

Che  ve  par  far?  vogliamo  ancor  pambere, 
0  vogliam  far  pur  pace  cum  la  cassa? 
Travaglino.  No,  no,  el  se  voi  da  Berto  bora  sapere 

S'el  n'ha  da  dare  alcuna  cosa  a  solvere  92 

Ch'oggi  possiamo  el  ballo  mantenere. 
Berto.  Farovvi  un  sacco  pien  de  pan  disolvere 
E  caso  fresco  e  carbonate  in  chiocca, 
Sì  che  le  grince  ve  farò  risolvere.  96 

Farò  che  voi  diriti:  el  pan  qui  fiocca. 
Et  el  vin  piove  dolce  corno  manna, 
Ch'el  castellan  li  rcnderia  la  roccha. 

Intrati  tutti  dunque  in  sta  capanna,  100 

Ponitive  a  quel  desco  lì  a  sedere 
Che  v'è  su  el  pan  più  grosso  d'una  spanna. 

Porta  del  vin,  che  ciascun  possa  bere. 


VARIETÀ 


199 


E  caso  e  carbonate  per  condueta,  104 

Le  fave,  le  cerese  e  po'  le  pere. 
Non  posso  la  mia  lingua  tener  muta, 

Cari  compagni,  e  [se]  v'ho  mal  tractati, 

El  tempo  scusi  e  la  inexperta  putta.  108 

Zanferlon.  Berto  mio  car,  tu  n'hai  sì  satollati, 

E  pien  la  panza  e  de  quel  vin  le  vene, 

Che  forsi  n'è  de  noi  qui  inebriati. 
Te  rendo  gratie  quanto  se  con  vene  112 

De  tanta  umanità  che  n'hai  monstrata 

Cum  morte  sustener  per  ti  e  chatene. 
Borro.  Hor  suso,  andiamo  hormai,  questa  è  asettata; 

Non  più  zanzume,  el  ballo  è  comenzato,  116 

Ciascun  girlanda  pigli  e  l'arme  e  spata. 
Mazon,  va  inanzi  tu  che  se'  affatato, 

E  Berto,  e  Tonio  seguitati  el  Piva, 

E  noi  drieto  verrem  zo  per  quel  prato.  120 

Ogn'homo  attento  staga  a  la  soa  diva, 

Né  comportati  ch'altri  sieco  balli; 

Anzi  più  presto  sforachien  la  piva. 
Hor  là,  Tonon,  trapassa  qui  cavalli,  124 

AgafFa  quella  Nenza  al  mondo  rara; 

E  tu,  Berto,  la  Togna,  che  non  falli. 
Et  io  la  Gnoca,  che  non  trova  para, 

E  Poi  la  Berta,  e  Piero  la  Bertana;  128 

E  ciascun  altro  qual  li  è  più  cara. 
Mazon.  Sonati,  o  Travaglin,  la  chiarentana 

E  dopo  el  saltarello  ferrarese; 

Alfin  sonate  poi  la  mantoana.  132 

Berto.  Là,  Mazon,  faren  po'  la  bolognese; 

Va  ben  inanci,  aciò  possi  saltare 

Che  superi  in  balzar  el  Veronese. 
Vedi  la  Nenza  corno  sa  ballare,  136 

La  salta  destra  comò  caprettina 

E  fa  li  soi  scambietti  al  ciel  volare. 
El  non  è  in  ciel  già  cosa  più  divina, 

Como  è  veder  la  Togna  e  bella  Berta,  140 

La  Gnoca  s'i  ligiadra  ballarina. 
Mazon.  Va  mo  tu  inanci,  o  Berto,  un  poco  a  l'erta 

Fa  gli  acti  toi,  el  salto  to  spacato. 

Scambietti  e  capriole,  cum  qui  merla,  144 

Volteggia  un  poco,  corno  tu  se'  usato. 

Fa  inanci  e  indrieto  el  salto  schiavonesco, 

Divulga  la  tua  fama  in  ogni  lato. 
Vo'  tu  ch'io  faccia  qui  portare  un  desco  148 

Cum  le  coperte  di  boi,  e  vo'  aspectare 

Ad  farli  questa  sera  per  lo  fresco? 


200  1"    FRATI 

Berto.  Non  me  impazar,  ma  lassami  ballare, 

Che  '1  ballo  e  volteggiar  son  differenti,  152 

Né  voglio  questo  dì  se  non  dansare. 

Un  altro  giorno  ne  farò  contenti 
E  farovi  veder  quel  ch'ò  imparato 
In  Spagna  e  tra  li  Mori  et  altre  genti.  156 

Maxon.  Vedesti  mai  quanto  s'è  qui  saltato, 

E  cum  qual  gratia  ballan  nostre  dive? 
Seria  de  loro  un  tygre  innamorato. 
Tonio.  Fa  tenir  saldo  ancora,  o  Poi,  le  pive.  160 

Polo.      Saldo,  Giron,  saldo,  che  '1  ballo  è  nostro: 
Tien  dur,  tien  dur,  ch'io  balzo  su  stc  rive. 
Borro.  Gancaro,  o  Poi,  tu  salti  comò  un  mostro 

E  cerchi  far  quilli  acti  toi  si  destro,  164 

Che  questo  honor  sia  tutto  tutto  vostro. 

Non  credo  che  insignà  t'habia  al  to  mestro 
A  un  tempo  schambiettare  e  trar  la  testa 
D'un  lazzo  facto  al  capo  d'un  capestro;  168 

Ma  voglio  oggi  mostrar  su  questa  festa 
Quel  ch'io  so  far  de  questa  mia  persona 
E  far  la  mia  virtù  qui  manifesta. 

Ballato  ho  in  ferrarese,  anche  in  Verona,  172 

In  Bologna  e  so  far  la  Fiorentina^ 
La  Fontanella  e  Coza  over  Rangona, 

La  Pigna.,  el  Pegoraro  e  Coregina, 
La  Piva,  el  Turlurù  col  [lo]  Spingarda,  176 

El   Tortion,  la  Bissa  e  Ramacina, 

E   Tiente  alora  e  '1  Piridun  far  so: 
Ancora  E  me  livava  un  bel  mattino , 
Va  in  là,  villan  poltron,  va  tuo  el  to  bo,         180 

El  Saltarello  e  ancora  el  bel  Gerbino, 
Sciò  far  la  Turturina  e  Sargia  e  ancora 
De  Levate  la  strenga  el  ballettino. 

Torala  mo  villan  quel  fo  d'ogn'hora;  184 

Tosa  to  mar  te  chiama  è  sol  mio  ballo; 
Fortuna  d'un  gran  tempo  legno  un'hora. 

Io  balzo  e  salto  più  d'un  fier  cavallo 
A  quel  thoc  to  to  cum  tal  ruina,  188 

Ch'io  fo  tremar  la  terra  senza  fallo. 

Hor  fate  in  qua,  Gnochetta  gallantina. 
Che  li  precii  haveremo  anchor  l'onore: 
Harò  le  strenghe  e  tu  la  bunetina.  192 

0  Zanferlon,  che  sei  del  bai  signore. 
Poni  bora  mente  e  guarda  non  far  torto, 
ludica  iusto  e  lassa  l'odio  e  amore. 
Zanferlon.  Prenda  ciascuno  el  so  caro  conforto,  196 

E  la  soa  dea  e  cerchi  aver  Victoria 


VARIETÀ  201 

Ch'io  laudarò  senza  tenirve  in  porto: 
Vo'  che  d'amor  se  veda  la  gran  gloria. 

Ah  su,  ah  su,  è  tempo  de  dormire?  200 

Ciascun  de  sì  cerchi  lassar  memoria. 
Guarda  mo  ti  se  alcun  sen  voi  fuggirei 

Io  sciò  che  ognun  ballar  meglio  se  sforza; 

Rencresceli  che  '1  bai  se  habia  a  finire.  204 

Veniti  tuti  qua  che  '1  sol  se  amorza, 

Ch'io  voglio  dar  li  precij  ancor  l'onore, 

A  chi  ha  ballato  cum  destreza  e  fwza. 
Tuti  ve  laudo  certo  cum  el  core,  208 

Perchè  del  bai  portasi  la  corona. 

Né  si  potrìa  al  vostro  ballar  opporre. 
Seti  più  destri  che  qui'  de  Verona, 

E  che  li  baliarechi  da  Quarantola,  212 

E  del  ballar  passati  ogni  persona; 
Saltati  più  che  non  se  fa  a  Nonantola, 

E  fati  tal  schambieti  e  capriole, 

Che  '1  par  che  siati  punti  da  tarantola.  216 

Sì  che  concludo  senza  più  parole 

Ch'io  dò  l'honore  a  la  Gnochetta  e  a  Borro; 

A  lui  le  strenghe,  a  lei  bursa  e  viole. 
Andiamo  a  la  taverna  li  da  Morrò,  220 

0  Berto  paga  el  vin,  corno  hai  promesso. 

Poi  cridaremo:  Gnoca,  Borro  Borro. 
Berlo.  Porta  del  vino,  o  Morrò,  spesso  spesso 

E  pane  e  caso  e  qualche  carbonata,  224 

Fa  che  '1  non  manchi,  ch'io  te  pago  adesso, 
E  porta  ancora  una  grossa  frittata, 

E  per  amor  della  mia  Nenza  diva 

Fa  triumphar  questa  bella  brigata.  228 

Fa  che  '1  non  manchi  alcuna  cosa  ai  piva; 

Non  più  del  dolce,  hor  metti  el  brusco  a  mano, 

Che  alcuna  non  è  più  che  ne  sia  schiva. 
Se  in  villa  sto,  non  son  però  villano,  232 

Che  '1  non  me  piaccia,  o  Mor,  el  bruschettino. 

Sì  comò  a  un  cittadin  degno  e  soprano. 
Morrò.  Lasciamo  andar,  vignam  pur  al  quatrino; 

Facciamo  conto,  non  più  chiachiarare,  236 

Che  '1  dazio  pago  e  compro  pane  e  vino. 
Mazon.  El  dice  el  ver[o]  Mor;  tempo  è  d'andare 

A  governar  li  bovi  e  pecorelle 

E  farli  de  la  brocha  da  mangiare.  240 

El  non  sta  ben  che  queste  damiselle 

Stian[o]  più  qui,  che  l'è  tra  monti  ci  sole 

E  già  comenza  ad  apparir  le  stelle. 
Morrò.  Berto,  fora  dinar,  non  più  parole.  244 


202 


L.    FRATI 


N'haveti  tri  de  pane  e  de  vin  trenta, 

E  d'ove  e  caso  diece,  a  non  dir  fole. 
Berto.  Pela  la  gaza,  Mor,  che  non  se  senta; 

Fa  che  tornar  possiam  da  te  più  spesso;  248 

Che  '1  tanto  spender  troppo  me  spaventa. 
Morrò.  Berto,  sta  forte,  metti  in  conto  el  besso, 

E  carbonate  ch'io  v'ho  date  ancora, 

Farai  pò  bene  el  conto  da  tu  stesso.  252 

Berto.  Or  tira,  tira,  che  '1  pagar  m'accora, 

Quattro  e  octo  e  tri  sette  e  trenta  e  sei: 

Tu  se'  pagato,  or  state  alla  bon'  bora. 
Scia'  tu,  Zagnol,  quel  ch'ancor  far  vorrei,  256 

Gh'  andassen  tutti,  io  pagarò  le  feste 

A  queste  Nymphe  e  a  questi  semidei. 
Chiamale  tutte  qui  gallante  e  preste. 

Ben  venga  queste  dive  damiselle.  260 

0  festarò,  deh  fa  non  te  moleste 
A  dare  a  queste  dee  e  chiare  stelle 

Zaldoni,  confortini  e  bastoncelli, 

Che  '1  volto  menar  possa  e  le  mascelle.  264 

ZagnoU).  Che  vogliam  far  qui  più,  o  char'  fratelli? 

Andiamo  verso  casa  rasonando. 

Li  pivi  sonaran  per  sti  stradelli. 
Intendo  che  l'è  facto  un  novo  bando  268 

Per  parte  de  li  nostri  regimenti. 

Vorria  sapere  de  che  cosa  e  quando. 
Simon.  Pur  troppo  lo  sapremo;  e  malcontenti 

Saremo,  che  reformano  le  tasse  272 

E  sopra  ognun  faran  li  accrescimenti. 
Che  se  tu  havisti  li  ducati  a  masse, 

Tutti  andaranno  in  colte,  bovi  e  paglia; 

E  così  va,  chi  in  bora  mala  nasse!  276 

Ton,  Scia'  tu,  Simon,  quel  ch'or  più  me  travaglia. 

Che  quando  dentro  meno  un  cor  de  brocca. 

Constretto  son  da  non  so  che  canaglia 
Menar  le  prede  e  cuppi  anche  a  la  rocca;  280 

E  sum  di  sti  officiai  tanto  maligni. 

Che  ne  vorian  cavar  el  pan  de  bocca. 
Polo.  Che  se  n'havessen  pien  le  ca'  de  pigni 

Non  basterìa  a  impirli  quella  gola:  284 

E  volen  che  l'intendi  tutti  a  cigni. 
L'uno  ne  sforza,  e  l'altro  poi  ne  invola, 

E  missi  e  bariselli  et  exacturi, 

Né  se  pò  dire  una  sola  parola.  288 

Tonio.  0  Poi,  0  Poi,  se  ancor  diece  anni  duri, 

Serem  constretti  arar  corno  li  boi 

Et  a  cavai  portar  sti  tradituri. 


VARIETÀ      '  203 

Berto.  Caricar  te  vegna  a  ti  e  a  tuti  i  toi,  292 

E  prima  sian  squartati  come  cani 

Che  cosa  tal  facciamo  alcun  de  noi! 
Menar  debiam  (a)dunqua  tutti  le  mani, 

Robemo  i  cittadini  e  preti  e  frati,  296 

Tagliemo  in  pegi  li  solda'  e  marani. 
Tonio.  Vidi,  Berto,  però  quel  che  voi  fati. 

Che  Tè  facta  la  crida  de  le  arme: 

Guardati  de  non  essere  impiccati.  300 

Berto.  Deliberato  ho  al  tutto  vendicarme 

De  tanti  stratii  e  danni  che  ne  fanno, 

S'io  non  dovesse  più  mai  reposarme. 
Toroli  le  uve  soe,  anche  el  so  grano,  304 

E  legne,  e  l'erbe  e  ciò  che  vira  colto, 

Dirò  che  le  soe  bestie  vote  vano. 
In  modo  ch'io  farò  per  mi  el  recolto, 

E  a  lor  farò  venir  el  mal  f ranci  [o]so.  308 

Che  venuto  li  fusse  ancor  nel  volto! 
Zanferlon.  0  Berto  mio,  tu  non  starà  si  ascoso. 

Che  '1  non  se  intenda  tutti  li  toi  inganni; 

Guarda  non  farle  de  le  forche  sposo.  312 

Bisogna  supportar  quisti  e  altri  danni, 

El  basto  e  soma  conviren  portare, 

Et  ogni[un]  à  da  patir  mille  altri  aflfanni. 
Bisogna  ne  sappiamo  confortare  316 

Col  tempo,  e  navicar  questo  van  mondo. 

Ch'altro  che  dio  non  ce  pò  aiutare. 
Lui  solo  ne  pò  tor  ogni  gran  pondo. 

In  lui  speremo  et  in  la  soa  boutade,  320 

Che  po'  far  tristo  e  po'  far  l'hom  iocondo. 
Son  tutte  l'altre  expresse  vanitade; 

Lui  basso  ve  po'  dare  et  alto  seggio. 

Contenti  hor  state  a  la  soa  voluntade.  324 

Se  non,  ve  vedo  andar  de  male  in  pegio, 

E  sempre  mai  più  mesti  e  sconsolati, 

E  danni  e  dol  patir  più  ch'io  non  cregio. 
Tempo  è  de  chiuder  già  li  rivi  ai  prati  328 

E  far  sonare  ai  pivi  la  recolta. 

Che  Phebo  i  Pirenei  ha  trapassati. 
Hesper  lo  segue  e  all'ocean  s'è  volta 

Sol  per  tufifarse  drieto  in  le  salse  acque,  332 

E  le  soe  luce  già  ciascun  n'ha  tolta. 
Cum  voi,  pastori,  sempre  star  me  piacque; 

Ma  il  ciel  ne  invita  de  qui  dipartire 

Però  che  alcun  de  noi  quivi  non  nacque.  336 

Così  me  par  che  ciascun  debbia  gire 

A  la  soa  casa  e  '1  corpo  suo  curare 


204 


L.  FRATI 


E  nel  suo  lecto  andarsene  a  dormire. 
Tonon.  Me  pare,  o  Berto,  che  dobbiamo  andare  340 

Inseme  eum  Mazon,  Borro  e  Zagnolo 

A  casa  queste  nymphe  accompagnare. 
Berto.    Vien  za,  vien  za,  tu  Pier,  Ton  e  ti  Polo; 

Andiamo  presto  ch'è  la  nocte  scura;  344 

Non  sol  corremo,  ma  metiance  a  volo. 
Non  vidi  che  porriano  aver  paura 

D'una  qualche  ombra,  o  qualche  mala  fiera. 

Sì  che  '1  bisogna  aver  de  lor  gran  cura?  348 

Potrìa  i  lor  patri  farli  mala  cera. 

Se  cosi  sole  andasseno  de  notte, 

Senza  facella,  stizo  o  la  lumiera. 
Potriano  darli  ancora  de  le  botte,  352 

S'el  non  vi  fusse  alcuno  a  lor  defesa, 

E  bracco  e  teste  farli  tutte  rotte. 
Conducte  bora  v'abbiam  senza  contesa, 

Fative  addio,  o  nymphe  gratiose,  356 

Che  '1  dipartire  infino  al  cor  ne  pesa. 
Ma  prego  Vener  che  ve  faccia  spose 

Di  vostri  dolci  e  delicati  amanti. 

Si  che  cum  lor[o]  siati  gloriose.  360 

A  tutti  ancora,  o  compagnon  galanti, 

Me  dono  e  recomando  cum  el  core; 

Prego  Cupido  faccia  a  tutti  quanti 
Triumfar  sempre  d'ogni  vostro  amore.  364 


PER  LA  STORIA  DEL  SENTIMENTO  E  DELLA  POESIA  SEPOLCRALE 

IN 

itaijIa  ed  in  frangia 
PRIMA  DEI  "  SEPOLCBI  .  DEL  FOSCOLO 


I. 

Tutti,  anche  i  meno  profondi  nella  letteratura  foscoliana,  sanno 
che  fra  le  questioni  agitate  intorno  al  Carme  famoso,  una  delle 
più  grosse  o  ...ingrossate  fu  questa:  se  il  Foscolo  abbia  usurpato, 
e  come,  al  Pindemonte  l'idea  del  suo  componimento  sui  Sepolcri. 
Ed  oggi  ancora,  sebbene  le  ricerche  più  serie  abbiano  tolto  ogni 
valore  all'affermazione  di  Mario  Pieri  (1),  alcuni  continuano  ad  in- 
sistervi con  una  tenacia  degna  di  miglior  causa.  Eppure  non  credo 
di  esagerare  affermando  che,  se  anche  non  sapessimo  nulla  delle 
vere  relazioni  corse  fra  il  Pindemonte  ed  il  Foscolo,  anche  se  altri 
argomenti  non  fossero,  solo  tenendo  presenti  le  condizioni  della 
società  e  della  letteratura  di  quel  tempo  e  i  gusti  allora  domi- 
nanti, potremmo  dispensarci  dal  prendere  sul  serio  l'accusa  con 
tanta  leggerezza  lanciata  e  con  tanta  ostinazione  sostenuta  contro 
il  nostro  poeta. 

Non  dimentichiamo  infatti  che  l'argomento  dei  Sepolcri  era 
allora  di  moda:  una  moda  venutaci,  come  è  ben  noto,  special- 


(1)  Mi  limito  a  ricordare  qui,  oltre  i  noti  studi  del  Trevisan  e  del  Mestica, 
quello  assai  concludente  del  Torraca,  /  Sepolcri  d'I.  Pindemonte.,  pubbl. 
dapprima  nella  N.  Antologia.,  fase.  1°  ott.  1884,  pp,  430-67  e  riprodotto  con 
aggiunte  nelle  Discussioni  e  ricerche  letterarie.,  Livorno,  Vigo,  1888,  pp.  219- 
287;  e  l'articolo  di  F.  No  vati.  Per  il  Foscolo.,  nella  Cronaca  Sibarita.,  Napoli, 
1885,  an.  II,  n»  3. 


^ 


206  V.  GIAN 

^'  mente  dall'Inghilterra,  mediante  versioni  e  imitazioni  numerose 
di  quella  poesia  sepolcrale ,  alle  cui  relazioni  con  la  nostra  e 
particolarmente  col  carme  foscoliano,  lo  Zumbini  consacrò  un 
dotto  e  geniale  lavoro  (1).  Dei  molti  fatti  che  si  potrebbero  ad- 
durre per  provare  questa  condizione  di  cose,  mi  limito  qui  a 
citarne  due,  che  mi  paiono  notevoli  assai  e  che  non  furono  si- 
nora ricordati,  ch'io  sappia,  dagli  illustratori  del  carme  foscoliano. 
Eppure  a  ninno  degli  studiosi  del  Foscolo  è  ignoto  il  conte  Giam- 
battista Gioyio,  un  comasco,  che  portava,  vantandosene,  ma  de- 
gnamente, un  nome  illustre  nella  storia  delle  lettere  nostre  (2). 
Discepolo  del  Tiraboschi  e  del  Bettinelli,  col  quale  ebbe  poi  sempre 
amicizia  e  corrispondenza  epistolare  (3),  egli  s'acquistò  una  col- 
tura varia  ed  estesa,  se  non  profonda,  la  cui  fonte,  in  buona 
parie  francese,  si  tradisce  perfino  nello  stile  e  nella  lingua.  Era 
un  rappresentante  fedele  della  generazione  cui  apparteneva,  anche 

'  nell'amore  dei  viaggi  :  onde  con  l'amico  e  concittadino  Alessandro 
Volta  fece  pur  egli  il  suo  pellegrinaggio  a  Ferney,  graziosamente 
accolto  dal  vecchio  Voltaire,  e  a  Zurigo,  dal  Gessner.  Vantò  fra 
i  suoi  amici  i  migliori  letterati  di  quel  tempo,  più  illustre  di  tutti 
il  giovane  Foscolo,  che  trovò  spesso  larga  e  cortese  ospitalità  nel 
suo  palazzo  in  Como,  e  che,  non  potendo  stare  senza  amori,  ebbe 
ad  innamorarsi  e  aspirò  alla  mano  d'una  figlia  del  Conte  (4).  Con 
lui  Ugo  s'intratteneva  volentieri  a  parlare  ed  a  scrivere  di  let- 
teratura e  di  studi,  e  in  una  delle  lettere  a  lui  indirizzata  e  in- 
serita nell'epistolario  a  stampa  (5),  discorrendo  dei  Sepolcri  del- 


V  (1)  La  poesia  sepolcrale  straniera  e  italiana  e  il  Carme  del  Foscolo^ 
nella  N.  Antologia,  an.  XXIV,  3*  S.,  voi.  XIX,  fase.  l»genn.,  1889,  pp.  21- 
46,  e  fase.  1«,  febbr.  1889,  pp.  449.65. 

(2)  Il  Giovio,  nato  nel  1748,  morì  nel  1815  e  non  nel  1814,  come  scrìsse 
Ces.  Cantò  nelle  Biografie  degli  uomini  illustri  curate  dal  Tipaldo, 
voi.  IV,  1837,  pp.  284-90,  fraintendendo,  se  non  m'inganno,  un  passo  dei 
Cenni  sulla  vita  e  sull'indole  di  0.  B.  Giovio,  scritti  da  persona  a  lui 
famigliare,  da  lui  non  citati,  ma  editi  fino  dal  1824  innanzi  ad  Alcune  prose 
del  conte  G.  B.  Giovio,  Milano,  Silvestri,  1824  (cfr.  pp.  48  e  50). 

(3)  Bastino  a  provarlo  le  Lettere  del  Oiovio  al  Bettinelli  inserite  nelle 
Prose  citate,  pp.  203-232. 

(4)  Per  la  storia  di  questo  amore  del  F.  per  la  contessina  Francesca  Giovio 
rimando  al  lavoro  recente  del  Chiarini,  Amori  di  U.  F.,  Bologna,  1892, 
voi.  I,  pp.  214  Rg.,  e  alle  osservazioni  fatte  dal  Martinetti  alla  Vtto  di  U,  F. 
del  De  Winckels,  in  questo  Giornale,  XIX,  118-9. 

(5)  Epistolario  di    U.   F,  voi.  1,  ediz.  Le  Monnier,  lett.  175,  p.  216.  Si 


VARIETÀ  207 

THervey,  li  giudicava,  come  il  Giovio,  non  altro  che  «eccellenti 
«  sermoni  e  pieni  di  religione  e  di  carità  ».  Ciò  non  isfuggi  alla  dili- 
genza di  quel  benemerito  illustratore  dei  Sepolcri  foscoliani,  che  è 
il  Trevisan(l),  ma  né  egli,  né  altri,  ch'io  sappia,  notarono  che  nel 
1809  il  Conte  pubblicava  un  libretto  di  Pensieri  estratti  dalle 
Tombe  di  Hervei  (Como,  Ostinelli)  —  estratti,  s'intende,  dalla  ver- 
sione francese. —  Non  era  però  questa  la  prima  volta  che  il  Giovio 
si  occupava  pubblicamente  di  tali  soggetti  sepolcrali  ;  giacché 
cinque  anni  prima,  nel  1804,  aveva  dato  in  luce,  pure  in  Como 
(per  Carlo  Antonio  Ostinelli,  stampatore  dipartimentale)  Alcuni 
Opuscoli  patrj,  sull'ottavo  dei  quali,  intitolato  /  Ciraileri,  dedicato 
ad  Ercole  Silva  con  molte  lodi  pel  suo  «  bel  libro  swWArte  dei 
«  Giardini  inglesi  »,  intendo  richiamare  l'attenzione  del  paziente 
lettore  (2). 


vedano  i  due  passi  della  lettera  del  conte  Giovio  al  F.,  in  data  del  12  febbr. 
1809,  riferiti  in  nota  dagli  Editori  (pp.  215-6). 

(1)  Dei  Sepolcri  ecc.,  3*  ediz.,  Verona,  Tedeschi,  1889,  p.  12. 

(2)  L'opuscolo  fu  poi  ristampato  fra  le  Prose  già  citate,  pp.  236-78.  11 
conte  Ercole  Silva,  nobile  milanese,  nato  nel  1756,  fu  in  Bologna  discepolo 
di  Clemente  Bendi,  studiò  poi  a  Napoli,  a  Roma  ed  altrove,  mostrando  una 
speciale  predilezione  per  la  storia  naturale  e  la  fisica,  e  per  le  collezioni 
attinenti  a  tali  materie.  Meritò  la  stima  e  l'amicizia  del  Parini,  oltre  che 
dei  principali  redattori  del  Caffè,  come  il  Beccaria,  i  due  Verri  ed  il  Frisi. 
Uomo  del  suo  tempo,  ebbe  viva  passione  pei  viaggi;  mori  nel  1840.  Varie 
opere  pubblicò,  ma  spesso  omettendo  il  suo  nome,  per  modestia,  come  scrive 
Cesare  JIovida,  dal  cui  Elogio  di  E.  Silva  Conte  di  Biandrate  (Milano, 
tip.  Guglielmini,  1843,  per  nozze)  attingo  queste  notizie.  Anche  l'opera  sua 
principale  usci  anonima  la  prima  volta  nel  1801  col  titolo:  Dell" Arte  dei 
giardini  inglesi,  Milano,  dalla  Stamperia  e  Fonderia  al  Genio  tipografico, 
Casa  Crivelli,  anno  IX,  in-l»;  edizione  di  lusso,  adorna  di  belle  incisioni. 
La  seconda  ediz.  uscita  nel  1813  in  Monza,  è  in-8°  e  consta  di  due  volumi; 
essa  ha  alcuni  ritocchi  presi  dal  carme  foscoliano,  come  avverti  S.  Ferrari 
nell'opera  che  sarà  citata  più  sotto.  Neil' indagare  le  ragioni  e  gli  effetti 
anche  estetici  dei  giardini  inglesi ,  specialmente  nel  capitolo  intitolato 
Romanzesco  e  Magico  (pp.  101-7  della  1*  ediz.),  il  Silva,  che  sfoggia  molta 
erudizione  di  letteratura  inglese,  si  mostra  imbevuto  di  romanticismo.  Con 
le  sue  considerazioni  prolisse,  frondose  e  spesso  retoriche,  ma  talvolta  acute 
e  geniali,  siamo  in  piena  critica  ed  estetica  romantica;  tanto  che  esse  si 
potrebbero,  a  mio  credere,  utilmente  confrontare  con  alcune  bellissime  pagine 
d'un  grande  poeta  e  pensatore  romantico.  Federico  Schiller  (vedi  spe- 
cialmente nei  Kleine  prosaische  Schriften^  Wien,  Mausberger,  1835,  voi.  VI, 
pp.  46  sgg.,  lo  scritto  Uber  naive  und  sentimentalische  Dichtung)  e  con  le 
idee  esposte  da  A.  Lubbex  in  un  pregevole  articolo:  Was  heisst  €  romana 


208  V.   GIAN 

E  anzitutto  m'affretto  a  notare  ch'esso  non  ha  grandi  pregi  let- 
terari, né  profondità  o  novità  di  pensieri,  ma  in  compenso,  come 
suole  avvenire  di  queste  modeste  e  mediocri  scritture,  è  prezioso 
perchè  ci  offre,  come  a  dire,  il  color  dell'ambiente  e  i  gusti  e 
gli  umori  dominanti  nella  società  lombarda  proprio  in  sullo  schiu- 
dersi del  secolo  nostro  (1). 

Si  senta  un  po'  come  l'Autore  comincia  sin  da  principio  a  ri- 
trarre quella  condizione  degli  spiriti  che  contribuì  non  poco  a 
preparare  il  terreno  all'imminente,  anzi  già  rampollante,  roman- 
ticismo: «  Egli  è  un  costume  da  più  anni  introdotto  quello,  per 
«  cui  i  cuor  più  freddi  affettino  l'ardor  vivo  della  sensibilità  più 
«  stemperata,  e  venner  quindi  di  moda  le  tristezze  più  invinci- 
<<  bili,  e  i  gemiti  eternali.  Chi  non  sa  che  disimpararono  fin  quasi 
«  le  commedie  il  lor  utile  riso  e  l'utile  beffa?  Mercè  la  mania  di 
«  certi  drammaturgi,  ci  si  donan  sovente  partiti  in  atti  e  scene 
«  gl'interi  romanzi  della  desolazione  e  della  disperazione.  Non  si 
«  vuol  oggi  quasi  più  toccare  il  cuore ,  si  vuole  squarciarlo  ». 
Non  senza  arguta  efficacia  egli  continua  a  notare  le  esagerazioni 
ridicole  cui  era  giunto  il  dramma  lagrimoso  (2):  <c  E  teschi  da 


«  ^iScA  » ,  inserito  nell'Archi»  fùr  das  Studium  d.  neuer.  Sprachen  u. 
Literaturen  del  Herrig,  voi.  IV,  i848,  pp.  291-8.  Il  Ferrari  riferì  due  passi 
notevoli  del  Silva,  ma  poteva  aggiungere  anche  questo,  dove  ci  par  di  sentire 
una  voce  che  poi  echeggerà  nei  Sepolcri:  «  Tutte  le  popolazioni  hanno 
«molto  contribuito  alla  memoria  dei  loro;  i  monumenti  che  ci  rimangono 
«  ne  fanno  fede,  e  le  memorie  che  ci  sono  state  tramandate  dei  riti  sacri 
«  degli  antichi,  ci  attestano  quanto  rispetto  si  avesse  pei  funerali  e  pei  sa- 
«  poteri.  Questo  degenerò  in  superstizione  esagerata,  poi  fatalmente  è  passata 
«  in  moltissimi  luoghi  a  una  noncuranza  colpevole.  Possa  risalire  colla  de- 
«  cerosa  semplicità  dei  monumenti,  conservarci  le  illustri  memorie  dei  cit- 
«  ladini  arricchiti  delle  virtù  più  eminenti,  e  nello  stesso  tem{X)  non  si  vegga 
«  più  profanato  il  municipio  dai  tristi  oggetti  di  lutto  ».  Va  anche  avvertito 
che  il  Foscolo,  nella  nota  al  v.  131-l:J2  dei  ^^epolcriy  non  riferì  fedelmente 
il  passo  del  Silva,  passo  che  neirultima  parte  suona  così:  <  ...  i  campi  santi 
«  offrono  il  solo  passeggio  pubblico  alla  popolazione,  ma  per  quanti  orna- 
«  menti  e  quanta  delizia  vi  sia  sparsa,  non  ò  mai  possibile  di  allontanare 
«totalmente  da  quelli  l'idea  della  tristezza  e  del  dolore». 

(1)  Non  si  dimentichino  le  giuste  osservazioni  e  le  utili  notizie  che  a  tale 
proposito  raccolse  S.  Ferrari  nella  Prefazione  alle  Liriche  scelte,  i  Sepolcri 
eie  Grazie  (Firenze,  Sansoni,  1891,  pp.  v-xii),  dove  per  la  prinìa  volta,  ch'io 
sappia,  da  un  illustratore  dei  Sepolcri  si  è  tenuto  conto  del  libro  di  Ercole 
Silva. 

(2)  Rimando  il  lettore  al  bel  lavoro  di  K.  Masi,    Giovanni  de  Gamerra 


VARIETÀ  209 

«  morto  e  cataletti  e  sepolcri  e  cuor  di  traditi  amanti  da  man- 
«  giarsi  si  apprestano  sul  teatro,  e  vi  squillano  anche  i  bronzi 
«  funebri.  Sì  strani  gusti  ci  vennero  insieme  con  quel  gener  ba- 
«  stardo,  che  appellossi  Commedia  Urbana.  E  le  Eroidi  di  Ovidio 
«  con  quanto  piagnisteo  non  furono  imitate  almen  nel  loro  titolo? 
«  Abelardi,  Eloise,  Ganonichesse  Portoghesi,  e  simili  rime  ecci- 
«  tarono  procelle  d'affetti  ».  Questo  il  Giovio  premette  perchè  non 
lo  si  biasimi  del  triste  argomento  preso  a  svolgere  nel  suo  opu- 
scolo, ma  non  senza  invitare  i  lettori  a  ricordarsi  «  dei  bei  versi 
«  del  Miltono  nel  suo  Pensieroso  »  e  della  invocazione  che  l'in- 
glese poeta  vi  fa  della  Melanconia  «  qual  saggia  venerabile  Diva  », 
e  non  senza  osservare  che  «  le  Notti  del  poeta  Young,  le  Tombe 
«  e  le  Meditazioni  del  poeta  Hervey  »  sono  «  cosa  ben  più  se- 
«  vera  »  del  suo  scritto  e  «  men  necessaria  »  (i).  L'utilità  del 
quale  consiste  in  ciò  ch'egli  intende  con  esso  di  procurare  «  e 
«la  maggior  decenza  de' templi,  alla  Divinità  consegrati ,  e  la 
«  salute  insiem  de'  viventi  »;  ma,  memore  dell'oraziano  utile  dulci, 
egli  lascierà  nel  tempo  stesso  cadere  «  su  questo  triste  argomento 
«  alcuni  pochi  fiori  »  che  gli  verranno  spontanei  alla  mano.  Fiori 
di  fantasia  e  di  sentimento  colti  dalla  storia,  non  pruni  o  spine 
di  facile  erudizione.  Perciò  non  citerà  neppure  «  i  libri  recenti^ 
«  coi  quali  si  volle  abolir  l'usanza  di  seppellir  nelle  chiese,  onde 
«  torre  gli  effluvi  micidiali  nei  luoghi  sagri,  in  cui  tanta  gente  con- 
«  corre».  Questo  passo  ci  mostra  l'esistenza  d'una  intera  letteratura 
sull'ardente  questione,  nella  quale,  al  solito,  gli  scritti  precedet- 
tero e  promossero  le  riforme  legislative.  «  Giuseppe  II  impera- 


e  i  drammi  lagrimosi^  pubbl.  primamente  nella  N.  Antologia^  fase.  16,  gen. 
1889,  pp.  347-68  e  poscia  riprodotto  nel  volume  Sulla  storia  del  Teatro 
italiano  nel  sec.  XVIII,  Firenze,  Sansoni,  1891,  pp,  281-354. 

(1)  Questo  passo  va  confrontato  con  alcuni  tratti  d'un  altro  scritto  del 
Giovio  intitolato  Idee  sulla  tristezza,  posteriore  all'opuscolo  sui  Cimiteri, 
posteriore  anzi  al  1808,  e  che  si  trova  riprodotto  nelle  Prose  citate  (pp.  283- 
321).  A  confermare  alcune  mie  osservazioni  rileverò  che  il  Giovio  asserisce 
che  «  questa  tristezza  a'  giorni  nostri  è  malattia  favorita  »,  che  trova  la  sua 
espressione  nella  letteratura:  «  Le  Notti  di  Young,  le  Tombe  di  Hervey, 
«  l'Elegia  di  Gray  sopra  un  Cimitero  villereccio,  i  Drammi  del  Sepolcrale 
«  Arnaud,  i  Piagnistei  e  i  Furori  d'Eloisa  e  d'Abelardo,  volti  in  eroidi  mo- 
«  derne,  i  Sepolcri  di  Foscolo  e  di  Pindemonte,  divennero  non  solo  pel 
«  merito  loro  e  per  certa  insinuantesi  fierezza  e  commovimento  sensitivis- 
«  Simo,  i  libri  fino  delle  tolette,  ma  il  divennero  eziandio  per  l'impero  so- 
«  vrano  della  moda  tiranna,  che  ne  vuole  sospirosi». 

Giornale  storico,  XX,  fase.  58-59.  14 


210  V.  GIAN 

«  dorè,  cui  tutte  piacevano  le  novità,  volle  che  il  medico  sug- 
«  perimento  e  politico  si  mandasse  ad  effetto  nella  Lombardia* 
«  Austriaca,  e  quindi  si  formarono  nelle  terre  e  fuori  delle  città 
«  i  Cimiteri  ».  Dopo  accennato  alle  opposizioni  incontrate  da  parte 
di  contadini  nell'applicare  la  legge,  il  Giovio  osserva  che  le  dif- 
ficoltà sarebbero  state  minori,  se  si  fosse  usata  maggior  dolcezza 
ed  accorgimento,  e  fra  gli  accorgimenti  egli  avrebbe  desiderata 
«  una  più  decente  avvenenza  nei  Cimiteri,  pe'  quali  la  nuda  Croce 
«  alla  foggia  de'  Cappuccini  era  forse  una  troppo  scarsa  attrat- 
«  tiva.  Volentier  pure  avrei  suggerito  d'aprir  ad  essi  l'ingresso 
«  con  un  breve  viale,  ombrato  da  piante  in  bello  ordine  disposte, 
«  se  non  ovunque  di  tassi  o  di  cipressi ,  almeno  di  quei  pioppi 
«  piramidali  che  l' imitano  ».  Su  questa  sua  idea  prediletta  il 
buon  conte  comasco  ritorna,  verso  la  fine  dell'opuscolo,  dopo 
aver  dissertato  intorno  ai  riti  funebri  e  ai  vari  modi  di  seppel- 
limento usati  dagli  antichi  e  dai  Cristiani,  allo  scopo  di  liberare 
dai  pregiudizi  le  menti  dei  suoi  concittadini,  i  quali,  anche  per 
ragioni  topografiche,  avevano  lasciato  insoluta  la  grave  questione. 
Con  l'imaginazione  scaldata  dal  desiderio  egli  s'era  venuto  fog- 
giando il  disegno  d'un  ampio  e  decoroso  cimitero  per  la  sua  città 
intorno  al  tempio  e  al  chiostro  di  S.  Abbondio:  «  Se  in  alcune 
«  borgate  (egli  dice)  e  città  piccole  dell'Inghilterra  il  Camposanto  è 
«  quasi  l'unica  passeggiata  pubblica  (dal  che  certo  rifugge  l'animo 
«  mio),perchè  nel  recinto  di  S.  Abbondio  non  avremmo  noi  viali 
«  e  gruppi  di  piante,  ove  ricoverarci  talvolta  per  le  meditazioni 
«  severe  e  riformatrici  del  cuore?  ».  Nò  qui  s' arresta  ne'  suoi 
voli  la  fantasia  del  nostro  scrittore.  Egli  vedrebbe  anche  volon- 
tieri  «  che  dentro,  o  non  lungi  dal  lugubre  recinto,  scorresse  un 
«  ruscel  placido,  a  cui  sovra  petroni  si  procurasse  un'artificiosa 
«  cascata  ». 

Questo  gli  fa  ricordare  «  i  versi  di  Tommaso  Parnell,  l'amico 
«  dello  Swift  di  Pope,  quei  versi  sulla  Notte,  imaginosi,  e  come 
«  or  dicesi,  sentùnentalì  »,  e  questo  lo  induce  a  lamentarsi  giu- 
stamente che  nessun  poeta  italiano  abbia  tentato  di  imitare  ed 
emulare  quella  poesia,  da  lui  conosciuta  solo  per  la  versione 
dell'abate  Yart.  Eppure,  egli  scrive,  essa  «  meriterebbe  che  un 
«  vivace  amatore  delle  rime  inglesi  volesse  emularla ,  vo'  dire 
€  l'ingegnoso  giovane  ed  amorevol  mio  segretario  Oiannantonio 
«  Scopoli,  il  qual  potrebbe  associarla  alla  Ode  del  suo  favorito 
«  Cowley,  e  l'aria  di  monte  Baldo  e  dell'  Adige  non  gli  sarebbe 
«  corto  restia  all'impresa  ».  Ma  l'aria  di  monte  Baldo  e  dell'Adige, 


VARIETÀ  211 

ottima  a  vivificare  i  polmoni,  non  basta  a  ispirare  i  poeti,  quando 
restìa  si  mostri  loro  la  Musa.  Per  fortuna  nostra  e  della  poesia 
l'invito  e  l'eccitamento  del  conte  Giovio,  benché  non  accolto  dal 
suo  segretario  «  l' ingegnoso  ed  amorevole  signor  Scopoli  »,  non 
rimase  inascoltato,  almeno  in  quanto  era  espressione  d'un  desiderio 
generalmente  sentito  fra  noi.  Ad  un  futuro  ed  illustre  amico  del 
conte  comasco ,  ad  Ugo  Foscolo ,  spettava  l'onore  di  rispondere 
animoso  all'invito  dei  tempi  ;  egli  infatti ,  porgendo  «  di  liberal 
«  carme  l'esempio  »,  seppe  sollevarsi  al  disopra  dei  Gray  e  dei 
Parnell  e  trasformare  una  questione  puramente  igienica ,  o  uTr\ 
piagnisteo  sentimentale  tra  poetico  e  religioso  e  filosofico,  quasi 
sempre  noioso,  in  una  poesia  altamente  e  fortemente  civile.  ^ 
A  me  sembra  impossibile  negare  che  un  qualche  nesso  sus- 
sista fra  l'opuscolo  del  Giovio  e  il  carme  del  Foscolo;  impossi- 
bile ammettere  che  a  quest'ultimo  rimanesse  ignorato,  prima 
della  composizion  dei  Sepolcri,  il  lavoretto  del  suo  futuro  amico  (1), 


(1)  Certo,  sarebbe  importante  poter  dimostrare  che  l'amicizia  del  F.  col 
conte  Giambattista  Giovio  fu  anteriore  alla  composizione  e  pubblicazione 
dei  Sepolcri.  Ma  a  questo,  per  quanto  a  malincuore,  ho  dovuto  rinunziare. 
In  fatti,  coni'  è  anche  opinione  di  un  egregio  e  gentile  conoscitore  di  cose 
foscoliane,  il  prof.  Martinetti,  il  F.  dovette  stringere  amicizia  col  co.  Comasco 
nel  principio  del  1807,  per  via  del  primogenito  di  costui,  quel  Benedetto, 
che  Ugo  ebbe  carissimo,  e  che  soleva  chiamare  il  «  suo  contino  ».  La  rela- 
zione però  del  F.  con  Benedetto  dev'  essere  anteriore,  sorta  forse  del  1806. 
Fin  dal  1802  Benedetto  era  stato  mandato  dal  padre  a  Pavia,  e  poi,  datosi 
alla  milizia,  fu  di  stanza  a  Milano,  dove,  si  badi,  la  sorella  Felicia  sin  dal 
1801  trovavasi  moglie  al  marchese  Carlo  Innocenzo  Porro,  vedovo  di  Giulia 
Arese.  Indubbiamente  la  più  antica  lettera  che  si  conosce  del  F.  al  conte 
Giambattista  {Epistol.  I,  n"^  77,  p.  80-82),  in  data  di  Brescia,  22  giugno  1807, 
non  può  considerarsi  come  la  prima,  ma  presuppone  un  carteggio  anteriore. 
Pur  troppo  neppure  le  lettere  del  conte  Giambattista  al  Foscolo,  conservate 
fra  i  mss.  foscoliani  della  Nazionale  di  Firenze  (vedi  i  Manoscritti  Fosco- 
liani già  proprietà  Martelli  della  R.  Biblioteca  Nazionale  di  Firenze, 
catalogo  pubbl.  a  cura  di  G.  Chiarini  negli  Indici  e  Cataloghi  del  Ministero 
della  P.  1.,  Roma,  1885),  ci  danno  alcuna  sicura  notizia  a  questo  riguardo, 
quantunque  ci  offrano  indizi  notevoli  circa  le  relazioni  passate  fra  i  due. 
Nella  seconda,  di  Como,  4  luglio  1809,  il  Giovio  accenna  ad  un  invito  fatto 
da  lui  al  F.,  ad  una  lettera  giuntagli  del  Pindemonte,  ove  dice  che  alla 
prima  occasione  gli  farà  avere  uno  scritto  sui  Giardini  Inglesi,  originaria- 
mente italiani,  e  gli  chiede  la  sua  edizione  e  traduzione  di  Paolo  Giovio, 
fatta  nell'anno  precedente,  e  che  è  certo  l'operetta  che  verrà  citata  più 
oltre  in  queste   note.   In  tutte  queste   lettere  il  buon  Conte  parla  all'amico 


212  V.   GIAN 

il  quale  da  parecchi  anni  godeva  un'assai  larga  nominanza  in 
tutta  la  Lombardia,  anche  per  la  molteplicità  e  varietà  degli 
scritti  che  andava  prodigando  su  pei  giornali  e  le  riviste  del 
tempo.  Non  si  dimentichino,  da  una  parte,  l'accenno  del  Foscolo 
ai  cimiteri  inglesi  e  la  citazione  ch'egli  fa  in  nota  del  libro  del 
Silva,  l'amico  del  Giovio,  e  il  confronto  da  lui  istituito  fra  i  riti 
funebri  cristiani  e  quelli  antichi  pagani  ;  dall'altra  poi  gli  accenni 
e  le  illustrazioni  e  i  confronti  contenuti  nell'opuscolo  gioviano; 
e  si  riconoscerà  che  fra  le  cause  molte  e  svariate  che  operarono 
sull'animo  del  Foscolo  e  lo  spinsero  alla  composizione  del  carme, 
può  essere  anche  annoverato  l'opuscolo  del  conte  comasco  (1). 
Per  questo  —  e  non  per  questo  soltanto  —  inclinerei  anch'io 
col  Trevisan  a  riportare  alquanto  più  addietro  che  comunemente 
non  si  faccia  la  data  del  concepimento  primo  e  dei  primi  informi 


del  figlio  Benedetto,  pel  quale  viveva  in  continue  trepidazioni.  Notevole  la 
7*  lettera,  del  4  gennaio  1810,  in  cui  dice  d'aver  ricevuto  lettera  dal  F.  e 
libri  in  dono,  dei  quali  ricorda  uno  di  Giovanni  Pindemonte  su  S.  Tommaso. 
Si  rallegra  «  che  l'apoplettico  Pindemonte  sia  in  grado  di  seguir  le  sveltezze 
¥  del  Santo,  mentre  a  scuola  lo  si  riteneva  tondo  d'ingegno».  Non  voglia 
qui  tacere  un  altro  argomento  che  rende  assai  probabile  che  ben  prima  del 
1807  il  F.  conoscesse  non  solo  il  nome,  ma  anche  gli  scritti  del  Giovio. 
Nel  1803  il  conte  Giambattista,  per  preghiera  del  generale  Teuliè,  compose 
una  serie  d'iscrizioni  militari,  che  poscia  accrebbe  e  pubblicò  nel  i804 
(vedi  Cenni  sulla  vita  di  G.  Batt.  G.  innanzi  alla  ed.  cit.  delle  Prose^  p.  36). 
Di  questo  incarico  avuto  parla  il  G.  stesso  nel  proemio  alle  dette  Iscrizioni, 
calde  d' amor  patrio.  Nella  seconda  di  esse,  consacrata  al  Machiavelli,  si 
dice  che  lo  storico  fiorentino  «  ammaestrò  colla  ironia  di  Socrate  i  principi  » 
concetto  che  appare  anche  nei  Sepolcri;  la  quarta  è  consacrata  al  Monte- 
cuccoli,  al  quale  più  tardi  il  F.  doveva  dedicare  lunghi  ed  accurati  studi. 
Per  le  relazioni  del  nostro  poeta  col  generale  Teuliè,  che  fu  anche  Ministra 
della  Guerra  a  Milano,  vedasi  specialmente  il  bel  lavoro  del  Martinetti, 
Vita  militare  di  U.  F. ,  Livorno ,  tip.  Aldina,  1883,  pp.  33  sgg.  dell'  estr. 
dalla  Rivista  Europ.^  voi.  XXIX- XXX  (1882);  e  per  notizie  sul  bresciano 
Teuliè,  C.  Cantù,  Corrispondenze  di  diplomatici  della  Repubblica  e  del 
Regno  d'Italia^  Milano,  Agnelli,  1884,  voi.  I,  p.  49. 

(1)  Non  mi  par  trascurabile  una  circostanza,  per  quanto  essa  possa  sem» 
brare  a  prima  vista  di  poco  momento;  cioè  che  il  Foscolo  conosceva,  almeno 
per  lettera,  quel  Carlo  Antonio  Ostinelli,  tipografo  comasco,  che  pel  primo 
stampò  l'opuscolo  del  Giovio  sui  Cimiteri.  A  lui  infatti,  «  al  cittadino  Osti- 
<  nelli  »,  Ugo  scriveva  il  10  gennaio  1798  un  biglietto  per  raccomandargli 
la  diffusione  del  Monitore  italiano^  di  cui  egli  era  direttore  {Epistolario^ 
ediz.  cit.»  Ili,  pp.  285  sg.). 


VARIETÀ  213 

abbozzi  —  essenzialmente  episodici  —  dei  Sepolcri',  né  troverei 
troppo  ardita  la  congettura  messa  innanzi  dal  Cima  (1)  circa  l'e- 
pisodio del  Parini ,  che  il  Foscolo  avrebbe  abbozzato  prima  di 
accingersi  alla  composizione  del  Carme;  né  trovo  poco  impor- 
tante a  questo  riguardo  l'accenno  rilevato  dal  Trevisan  (2)  circa 
lo  «  sciolto  epico  »  che  fino  dal  principio  del  1803  il  Foscolo  stava 
componendo  sulfAlfleri. 

Da  un  anno  circa  erano  usciti  alla  luce  i  Sepolcri  ed  il  Giovio 
in  una  delle  infinite  e  prolisse  annotazioni  da  lui  apposte  ad  una 
curiosa  operetta  d'  un  suo  illustre  antenato  (3),  celebrando  con 
fervore  romantico  la  poesia  del  cielo  stellato,  invocava  anche 
l'esempio  del  Foscolo.  «Invoco  pure  (egli  scriveva  nel  suo  stile 
«  sgarbatamente  infranciosato)  il  mio  signor  Ugo  Foscolo  tanto 
«  pieno  di  talenti  straordinarj,  quanto  di  singolare  benevolenza 
«  pel  mio  primogenito  Benedetto,  che  or  fralle  guardie  d'onore 
«  non  può  dar  opera  agli  studj  delle  matematiche  e  di  lettera- 
«  tura  da  lui  amati  ».  E  soggiungeva:  «  Scommetterei,  che  Fo- 
«  scolo  non  avrebbe  mai  fatto  il  suo  Carme  de*  Sepolcri,  se  non 
«  avesse  alimentata  la  fantasia  e  il  cuore  sotto  l'azzurra  stellata 
«  vòlta  del  cielo  ».  La  scommessa  non  era,  a  dir  vero,  molto  ar- 
rischiata, ma  meno  arrischiata  ancora  sarebbe  quest'altra,  che 
il  Foscolo  non  avrebbe  composto  i  Sepolcri,  se  una  schiera  nu- 
merosa di  precursori  italiani  e  stranieri,  con  gli  scritti  e  con  la 
parola,  in  buoni  e  in  cattivi  versi  e  in  isciatte  prose  polemiche, 


(1)  Sulla  composizione  dei  Sepolcri  di  U.  F.,  nella  Cultura  del  1-15  set- 
tembre 1889,  pp.  554-53.  Debbo  aggiungere  che  nella  fine  del  suo  opuscolo, 
il  Giovio,  scusandosi  ancora  del  «  non  lieto  subbietto  »  da  lui  preso  a  trat- 
tare, fa  menzione  del  Parini  e  in  modo  da  lasciar  trasparire  un  certo  risen- 
timento nobilesco  per  «  quel  lungo  Dialogo  fra  il  Cadavere  d' un  Nobile 
«  e  quello  d'un  Poeta  »,  dove  «  tanta  sozzurra  e  marciume  non  dispiacquero 
«  per  qualche  verità  sparsavi  e  per  quegli  insulti  di  moda  negli  scorsi  anni 
«  contro  coloro,  che  il  vanto  avessero  d'avi  pregiati  ».  In  nota  poi  egli  si 
consola  pensando  che  «  il  Parini  ...  co'  versi  suoi  alle  due  sorelle,  la  Casti- 
ne glioni  e  la  Gastelbarco,  a  Febo  d'Adda,  alla  Tron,  con  le  sue  lettere  a 
«  Silvia  Gurtoni  Verza,  e  con  la  sua  amicizia  e  consuetudine  verso  il  vecchio 
«  Imbonati,  e  Francesco  Garcano  e  il  Cardinal  Durini,  e  tanti  altri,  non  si 
«  dimostrò  poi  certamente  l'avversario  nostro  ». 

(2)  Op.  cit,  p.  35. 

(3)  Lettera  di  Paolo  Giovio  vescovo  di  Nocera  sul  vitto  umano  a  Felice 
Trofino  ecc.,  Como,  1808,  dai  torchi  di  Carl'Antonio  Ostinelli  impressore 
dipartimentale,  p.  75.  Di  questa  operetta  mi  occuperò  di  proposito  altrove. 


214  V.  GIAN 

nelle  cancellerie  imperiali  e  nei  consigli  delle  «  Municipalità  »^ 
in  cascoli  che  anche  dalle  cittadine  lombarde  affluivano  alla 
capitale  del  «  bello  italo  regno  >  e  nelle  gazzette  ormai  bruli- 
canti, non  avesse  scosso  ed  acceso  la  mente  ed  il  cuore  del  gio- 
vane Zacintio.  E  fra  questi  precursori  —  chi  gliel'avrebbe  detto? 
—  un  posticino  spetta  anche  al  Gipvio.  Ma  più  ancora  che  a  lui 
spetta  forse  ad  un  poeta,  di  cui  il  tempo  «  con  sue  fredde  ali  > 
sembra  avere  spazzato  persino  il  ricordo. 


U. 


Dieci  anni  prima  che  i  Sepolcri  vedessero  la  luce,  nove  prima 
che  il  Delille  pubblicasse  V rmagìnation ,  e  precisamente  il  15 
vendèmiaire  an  5,  cioè  il  6  ottobre  1797,  in  Parigi,  dove  non 
era  calmata  ancora  del  tutto  quella  febbre  ond'era  scoppiala  la 
Rivoluzione,  un  illustre  membro  dell'Istituto  Nazionale  —  collega, 
nella  classe  di  lettere  e  belle  arti,  sezione  di  poesia ,  a  Marie 
Joseph  Ghénier,  al  Lebrun,  al  Ducis,  al  Gollin-Harleville ,  al- 
l'Arnault  —  leggeva  in  pubblica  e  solenne  seduta  un  suo  poe- 
metto intitolato  La  SèpuUure.  Il  poeta  che  innalzava ,  come 
vedremo  più  innanzi,  la  sua  voce  generosa  e  robusta  per  richia- 
mare i  suoi  concittadini  a  un  maggior  rispetto  delle  tombe  e  a 
un  culto  più  degno  pei  poveri  morti,  era  «  le  cìtoyen  Le  Gouvé  ». 

Il  poemetto  non  vide  subito  la  luce,  anzi  non  fu  pubblicato 
che  quattro  anni  più  tardi  nelle  Mémoires  de  Vlnstitut  Na- 
tional (1) ,  e  in  questa  prima  edizione  recava  solo  la  seguente 
avvertenza  dell'autore  in  forma  di  nota  finale:  «  G'est  Tindé- 
«  cence  avec  laquelle  on  inhume  aujourd'hui  que  j'attaque  dans 
«  ces  vers,  où  je  rappelle  la  profanation  des  tombeaux.  Je  ne  la 
«  crois  pas  étrangère  au  suiet,  puisqu'elle  est  la  première  ou- 
«  trage  fait  à  la  dignité  de  l'homme  et  au  respect  qu'on  doit  aux 
€  morts  ».  In  altre  edizioni,  che  non  tardarono  a  moltiplicarsi, 
leggesi  invece  una  noticina  proemiale,  che,  sebbene  sia  un  evi- 
dente rifacimento  della  prima,  pure  aggiunge  una  piccola  notizia» 
che  per  me  è  stata   uno  spiraglio  di  luce:   «  Ges  vers,  où  Le- 


(1)  Mémoires  de  Vlnstitut  National  des  Sciences  et  Aris.  •  Littérature 
et  Beaux  Arts^  t.  III,  an.  IX,  Paris,  Baudouin,  Imprinieur  de  Tlnstitut 
National,  Prairal,  an.  iX,  pp.  303-8. 


VARIETÀ  215 

«  gouvé  s'élève  contre  l'indécence  avec  laquelle  on  inhumait  alors 
«  en  France,  ont  été  lus  en  l'an  V  à  l'institut  National.  M.  Pas- 
«  toret  avait  fait  seul  avant  lui  la  méme  réclamation  dans  un 
«  discours  éloquent  prononcé  à  la  tribune  des  Ginq-Gents  ».  In 
effetto,  l'anno  prima  che  il  Legouvé  leggesse  il  suo  poema,  un 
avvocato  e  uomo  politico  di  grido,  il  marchese  Emmanuele  Claudio 
Pastoret,  scrittore  profondo  di  diritto  e  collega  al  Legouvé  nel- 
l'Istituto Nazionale  (per  la  classe  di  scienze  morali  e  politiche) 
e  nel  Collegio  di  Francia,  dove  insegnava  diritto  della  natura  e 
delle  genti,  aveva  fatto  anch'egli  sentir  la  sua  voce  sul  pietoso 
soggetto  nell'Assemblea  dei  Cinquecento,  dove  era  uno  dei  più 
eloquenti  e  coraggiosi  e  autorevoli  oratori  (1).  In  una  memora- 
bile seduta  del  26  Prairal  de.  Van  4  de  la  RépuUique  (14  giugno 
1796)  egli  prese  la  parola  in  nome  della  Commissione  «  de  la 
«  classi fication  et  de  la  révision  des  lois  »,  e  con  un  impeto  di 
nobile  indignazione  si  scagliò  contro  i  profanatori  delle  tombe, 
di  quelle  tombe  che  erano  state  oggetto  di  venerazione  univer- 
sale, presso  tutte  le  nazioni,  in  tutti  i  tempi,  persino  fra  i  popoli 
schiavi.  Ricordava  l'esempio  dell'Egitto,  che  aveva  trovato,  me- 
diante l'imbalsamazione,  il  modo  di  sottrarre  i  resti  umani  al- 
l'opera distruttrice  dei  secoli,  e  ricordava  sovratutto  la  Grecia: 
«  Dans  la  Grece,  réunie  sur  la  tombe  d'un  pére,  d'un  fils,  d'un 
«  époux,  sa  famille  olfrait  aux  Dieux  des  libations,  des  présens, 
«  des  victimes:  son  éloge  retentissait  sur  la  pierre  qui  couvrait 
«  sa  dépouille  mortelle;  la  douleur  cherchait  à  se  distraire  par 
«  le  souvenir  de  quelques  vertus  ;  on  interrogeait  mème  l'homme 
<<  expiré,  comme  s'il  pouvait  entendre  et  répondre  dans  le  si- 
«  lence  des  tombeaux  ».  E  più  innanzi  egli  esclamava  :  «  La 
^<  tombe  est  pour  l'homme  vertueux  le  berceau  de  l'immortalité... 
«  Une  nation  libre  ne  recherche  pas  ces  décorations  fastueuses, 
«  dont  l'orgueil,  se  survivant  à  lui-méme,  a  plus  d'une  fois  chargé 
«  les  monumens  funèbres  ».  Finiva  col  presentare,  a  nome  della 
Commissione,  un  progetto  di  legge,  in  cui,  tra  altro,  si  propone- 
vano gravi  pene  contro  i  violatori  e  spogliatori  delle  tombe  (2). 


(1)  Per  notizie  della  sua  vita  e  delle  sue  opere  si  consulti  il  Quérard, 
La  France  littéraire  ecc.,  t.  VI,  1834,  pp.  623  sg.,  il  quale  peraltro  fra  i 
vari  lavori  e  discorsi  del  Pastoret,  non  cita  quello  sulle  sepolture. 

(2)  Il  discorso  si  può  leggere  nella  Gazette  Nationale  ou  le  Moniteur 
Universel,  n°  271,  Primedi,  l»'"  messidor,  l'an  4  de  la  République  frangaise  (di- 
manche, 19  juin  1796,  vieux  style),  dove  (p.  1084)  è  il  resoconto  della  «  Séance 


216  V.  GIAN 

Un  altro  deputato,  il  Penières,  trovava  insufficiente  il  progetto, 
sovratutto  perchè,  egli  diceva,  occorre  onorare,  non  solo  gli  il- 
lustri personaggi,  ma  anche  gli  uomini  più  modesti  ed  oscuri, 
che  allora  venivano  accompagnati  al  sepolcro  in  modo  indecente 
«  seuls  et  sans  honneurs  ».  Chiedeva  e  proponeva  che  la  Com- 
missione, onde  faceva  parte  il  Pastoret,  presentasse  un  progetto 
risolutivo,  contenente,  per  l'avvenire,  «  un  mode  de  sépulture 
«  convenable  à  la  décence  et  à  la  morale  publique  ».  Il  Consi- 
glio deliberava  la  stampa  della  relazione  del  Pastoret  e  l'aggior- 
namento del  suo  progetto,  e  decretava  la  nomina  d'una  speciale 
Commissione.  Che  cosa  questa  abbia  concluso  —  e  se  abbia  vera- 
mente concluso — non  sono  riuscito  a  sapere  in  modo  sicuro;  questo 
peraltro  sappiamo  che  l'anno  seguente,  per  la  legge  del  19  fru- 
iidor,  AnV,  il  Pastoret,  forse  in  premio  della  saldezza  delle  sue 
convinzioni  e  della  franchezza  onesta  e  coraggiosa  della  sua  elo- 
quenza, veniva  condannato  alla  deportazione,  dalla  quale  doveva 
essere  richiamato  tre  anni  dopo  (1).  Ma  proprio  l'anno  seguente 


«  du  26  Prairal  »  del  «  Conseil  des  Cinq  Cents  ».  Del  resto,  che  il  Pastoret 
nel  suo  discorso  e  poscia  il  Legouvé  nel  suo  poemetto,  non  esagerassero  punto, 
è  provato  abbastanza  dalla  storia.  Mi  accontento  di  citare  un'opera  a  cui  la 
forma  geniale  non  toglie  nulla,  anzi  aggiunge  assai,  alla  sostanza  ricavata  dai 
documenti  sincroni.  Edmond  et  Jules  de  Goncourt,  Histoire  de  la  Sociètè 
frangaise  pendant  la  Revolution^  Paris,  Dentu,  18.54,  p.  430,  scrivono,  dopo 
parlato  del  battesimo  e  del  matrimonio  durante  la  Rivoluzione:  «  En  cette 
€  semplification  des  formalités,  en  cette  abolition  des  sacrements,  en  cette 
€  conclusion  expéditive  des  actes  de  la  vie,  les  funérailles  prirent  le  carac- 
€  tère  de  célérité  d'un  débarras  de  voirie.  Les  parents,  tout  enhaillonés,  par 
«  prudence  et  par  peur  —  dit  Ledere,  dans  son  Essai  sur  la  propagation 
M.de  la  musique  —  hurlant  la  Carmagnole,  pour  faire  leur  douleur  patriote, 
«  escortent  le  long  de  la  route  du  Champ  du  repos  bordée  de  jalons  trico- 
«  lores,  à  demi  courant,  débandés,  se  hàtant,  le  cercueil  drapé  d'un  drap 
€  mortuaire  tricolore,  qu'on  va  enfouir  grand  train,  —  tous  le  bonnet  rouge 
«  sur  la  téle,  précédés  d'un  commissaire  en  bonnet  rouge,  menant  le  cortège 
«  bizarre  au  pas  rapide  ». 

(1)  Vedi  QuÈRARD,  Op.  cit.,  p.  623.  Il  Pastoret,  sul  vascello  della  repub- 
blica che  lo  trasportava  a  più  che  cinquecento  leghe  lontano  dalla  patria  a 
lui  tanto  cara,  nella  Guiana  francese,  si  trovava  in  buona  compagnia,  di 
letterati,  generali,  colleghi  della  Camera,  frati  e  preti,  e  di  un  singolarissimo 
tipo  di  poeta  politico  popolare,  il  Pitou,  di  cui  ci  parlano  i  fratelli  De 
Goncourt  in  quelle  pagine  della  loro  Histoire  de  la  Société  fran(;aise  pen- 
dant le  Directoire,  pp.  400  sgg.,  che  essi  consacrarono  appunto  ai  deportati 
del  19  finitidor,  An  V,  quel  Pitou  che  grazie  all'operetta  famosa  La  fille 
de  M*  Angot,  è  tornato  «  nelle  menti  degli  uomini  ». 


VARIETÀ  217 

il  SUO  collega  Legouvé  leggeva  il  poemetto  La  Sépuliure,  dove, 
come  vedremo,  sono  evidenti  reminiscenze  del  discorso  suo,  e 
nella  seduta  dell'I  1  dicembre  (1797)  i  deputati  Ledere,  De  Maine 
e  Loire  (che  forse  erano  appunto  1  membri  della  Commissione 
eletta  l'anno  prima),  leggevano  alla  Camera  dei  Cinquecento  una 
loro  relazione,  nella  quale  è  specialmente  notevole  per  noi  un 
passo  consacrato  «  au  mode  de  célébration  des  funérailles  »  e  ad 
additare  i  mezzi  più  opportuni  per  ottenere  una  migliore  con- 
servazione delle  tombe,  giacché,  vi  si  dice:  «  Tindécence  de  nos 
«  obsèques  et  la  ma  u valse  tenue  des  nos  cimetières  ne  sont  pas 
«  des  maux  irrémédiables  ».  Vi  si  combatteva  risolutamente  qua- 
lunque concessione  o  privilegio  in  favore  di  privati,  e  non  si  am- 
metteva nelle  pompe  funebri  altra  distinzione  che  quella  dovuta 
ai  meriti  personali  evidenti  del  defunto  (1). 

Come  si  vede  adunque,  era  questa  delle  tombe  e  dei  funerali 
una  questione  viva  anche  oltr'Alpi,  e  che  s'imponeva  all'atten- 
zione del  governo  francese  e  trovava  un'eco  nelle  leggi,  in  una 


(1)  Vedi  il  Moniteur  citato  del  1797,  n^  89,  29  frimaire  (19  dicembre), 
pp.  358  sg.  Mi  permetto  di  additare  qui  agli  studiosi  l'importanza  che  uno 
spoglio  diligente  di  questa  raccolta  avrebbe  per  chi  volesse  conoscere  meglio 
le  relazioni  della  Francia  coU'ltalia  in  quegli  anni  memorandi;  e  mi  accon- 
tenterò di  recare  due  esempi,  anche  perchè  la  collezione  completa  del 
Moniteur  è  rarissima  perfino  in  Francia  (in  Italia  credo  che  l'unica  com- 
piutissima  sia  quella  della  Biblioteca  Nazionale  di  Torino  di  cui  ebbi  a 
giovarmi)  e  la  ristampa  che  se  ne  viene  facendo,  per  la  parte  più  antica, 
cioè  a  partire  dal  1789,  non  è  giunta  ora  che  al  1792,  Nel  n»  258,  del  1796 
(18  prairal  Fan  4 ,  lunedì,  6  giugno),  sono  notevoli  sotto  la  rubrica  Armée 
d'Italie  (p.  1029)  le  notizie,  in  forma  di  rapporto  officiale,  riguardanti  les 
états  des  objets  de  sciences  et  aris  qui  ont  été  enlevés  pour  étre  trans- 
portés  à  Paris^  par  les  ordres  du  general  en  chef  de  V Armée  d'Italie,  et 
ceux  du  Commissaire  du  gouvernement  près  la  dite  armée.  (Yedansi  in 
C.  Cantò,  Corrispondenze  di  diplomatici  ecc.,  pp.  290-308,  i  documenti  ri- 
guardanti /  capi  d'arte  involati).  Nel  n°  109,  del  19  nivose,  dell'anno  me- 
desimo (9  gennaio),  p.  436,  sotto  la  rubrica  Spectacles  —  Thédtre  de  la  Riie 
Feydeau,  si  dà  conto  della  rappresentazione  della  Mirra  dell'Alfieri,  che,  per 
colpa  dell'argomento,  non  ebbe  un  esito  molto  favorevole.  Vi  si  fanno  alcune 
lodi  moderate  al  poeta,  cosi  :  «  L'Auteur,  jeune  encore  et  dont  cett«  pièce  est 
«  le  premier  ouvrage  (sic!),  a  prouvé  du  moins  qu'il  peut  s'élever  au  ton  de 
«  la  tragèdie,  et  obtenir  des  succès,  quand  il  s'imposera  quelque  tàche  moins 
«  ingrate  à  remplir».  Il  cronista  aveva  così  presentato  l'Alfieri:  «  Get  auteur, 
«  qui  n'est  point  très-connu  en  France ,  quoiqu'il  ait  été  imprimé  à  Paris, 
«  chez  Didot  l'ainé  en  1789,  mérite  pourtant  d'étre  estimé  et  étudié  ». 


218  V.   GIAN 

serie  di  provvedimenti  legislativi  che  misero  capo,  per  la  Francia, 
al  decreto  del  12  giugno  1804,  per  l'Italia,  al  decreto  di  St.  Gloud 
del  5  settembre  1806,  col  quale  non  si  faceva  che  estendere  al 
Regno  italico  le  disposizioni  del  primo  (1). 


III. 


Ma  chi  era  propriamente  questo  Legouvé  di  cui  stiamo  par- 
lando ? 

Di  Gabriel  Marc  Jean  Baptiste  Legouvé  indarno  si  cercherebbe 
persino  il  nome  nelle  storie  generali  della  letteratura  francese» 
anche  nelle  più  ampie,  come  quella  classica  del  Nisard,  nella 
sua  terza  edizione  accresciuta  e  corretta  del  1886.  Ebbe  occa- 
sione di  parlarne  talvolta,  ma  solo  per  incidenza,  un  critico  emi- 
nente, il  Sainte-Beuve(2);  e  le  più  sicure  e  copiose  notizie  bio- 
grafiche e  bibliografiche  intorno  a  lui  vanno  rintracciate  nell'opera 
maggiore  del  Mazzuchelli  francese,  il  Quérard  (3),  oltre  che  nelle 
prefazioni  alle  varie  ristampe  delle  sue  opere  (4).  Recentemente 


(1)  Rimando  al  Discorso  premesso  dal  Trevisan  alla  sua  edizione  Dei 
Sepolcri^  3*  ediz.,  Verona,  1889,  pp.  47-48. 

(2)  Nelle  Causeries  du  Luridi,  t.  VI,  p.  380,  t.  VII,  p.  398  ecc.  Ernest 
Legouvé  nel  capitolo  dei  suoi  Soixante  ans  de  souvenir s,  che  sarà  qui 
appresso  citato,  accenna  vagamente  ad  un  articolo  che  il  Sainte-Beuve  scrisse 
per  la  ristampa  delle  opere  del  padre  suo.  Avendo  indarno  cercato  questo 
articolo  fra  i  molti  volumi  del  critico  francese,  ne  feci  richiedere,  per  mezzo 
d'  una  gentile  e  colta  signora ,  lo  stesso  Legouvé ,  il  quale  così  rispose: 
«  L'article  de  S.'«  Beuve  n'a  pas,  je  crois,  été  public  dans  ses  oeuvres,  et 
«en  tout  cas,  il  ne  pourrai  vous  étre  util  pour  la  recherche  qui  vous  oc- 
«  cupe  ». 

(3)  Op.  cit.,  Paris,  1833,  t.  V,  pp.  102  sg.  Veramente  è  un  Mazzuchelli 
migliorato,  anche  perchè,  limitandosi  al  sec.  XVIII,  è  riuscito,  per  quanto 
era  possibile,  compiuto.  J.  De  Chènier  nel  superficialissimo  Tableau  histor. 
de  Vètat  et  des  progrès  de  la  littèrature  frangaise  depuis  1789  (Nouvelle 
édition  revue  sur  Ics  manuscrits,  Paris,  Ledentu,  1834),  a  p.  xxvi  della  sua 
Introduzione,  ricorda  il  Legouvé  insieme  col  Baynouard  come  eccellenti  nel 
poemetto  di  genere  grave  e  fìlosofico.  Ma  poi  a  p.  272,  parlando  di  proposito 
intorno  a  questo  componimento ,  si  limita  a  citare  il  titolo  di  tre  poemetti 
del  nostro  poeta  {Les  Souvenirs ,  La  Mélancolie^  Le  Morite  des  femmes) 
tacendo  affatto  delKaltro  Ld  Sépnlture,  li  dice  «  productions  brillantes  »,  e 
soggiunge:  «  Il  serait  difficile  de  porter  plus  loin  Télégance  du  style  et  la 
«  melodie  de  la  versifìcation  ». 

(4)  La   più   notevole  e  completa  di  queste  ristampe  è  la  seguente  in  tre 


VARIETÀ  219 

tentò  di  rinfrescarne  la  fama  il  figlio,  vivente  ancora ,  il  vene- 
rando Ernest  Legouvé ,  nella  Notice  sur  Gaht^iel  Legouvé ,  che 
precede  una  graziosa  ristampa  del  poemetto  Le  mérite  des  femmes 
(Paris,  librairie  des  Bibliophiles,  1881):  e  più  ancora  in  un  capitolo 
caldo  di  affetto ,  ma  abbastanza  imparziale  e  ricco  di  fatti ,  dei 
suoi  Soìxante  ans  de  souvem'rs  (1).  Ma  nelle  pagine  consacrate 
a  studiare  l'opera  letteraria  del  padre  suo,  Ernest  Legouvé  tenne 
conto  solo  dei  lavori  principali ,  delle  tragedie  cioè  e  del  poe- 
metto ora  citato,  Le  mérite  des  femmes,  che  procurarono  larga 
nominanza  e  favore  straordinario  al  poeta  francese,  in  sullo  scorcio 
del  secolo  scorso  e  nel  principio  del  nostro.  Perciò  del  poemetto 
La  Sépidture  e  di  altri  due  strettamente  legati  con  esso ,  egli 
non  fa  nemmanco  parola. 

11  Sainte-Beuve,  in  una  delle  sue  Causeries  du  lundi  (2)  par- 
lando dell'Arnault,  collega  del  Legouvé  all'Istituto  Nazionale, 
pronunzia  un  giudizio  che  mi  pare  si  adatti  perfettamente  anche 
al  nostro  poeta.  Egli  dice  che  era  leggermente  aristocratico  (3), 
o  piuttosto  non  era  punto  rivoluzionario  durante  il  periodo  che 
corre  dal  1792  al  1794,  in  modo  che  non  risparmiava  con  la  lingua 
e  con  la  penna  neppure  il  Robespierre:  «  La  Terreur  passée,  il  fut, 
«  avec  Lemercier,  avec  Legouvé,  avec  Picard,  avec  Méhul,  de  cette 
«  generation  jeune  et  active ,  qui ,  dans  tous  les  sens,  redonna 
«  de  la  nouveauté  et  de  la  vie  au  théàtre  ».  Senza  dubbio,  nelle 
tragedie  specialmente  consiste  il  merito  del  Legouvé,  il  quale, 
più  coraggioso  ancora  dell'Arnault,  nel  1794,  quando  la  lotta  fra 
il  Robespierre  e  il  Danton  era  giunta  al  grado  più  acuto,  aveva 
osato  nella  sua  Épicharis  et  Nèron  fare  un'allusione  al  nuovo 
tiranno  del  Terrore.  La  sera  della  prima  rappresentazione,  narra 
Ernest  Legouvé,  la  parte  di  Nerone  fu  recitata  nientemeno  che 
dal  Talma,  un  Nerone  sublime  ;  e  alle  parole  «  Mort  au  tyran  », 


volumi:  Les  Oeuvres  pubi,  par  B.  S.  et  J.  N.  Bouilly,  Paris,  L.  Janet, 
1826-27  (2  voli.)  e  Oeuvres  inédites  (precedute  da  una  Notice  sur  Vauteur 
par  M.  Bouilly  et  Ch.  Malo),  Paris,  Janet,  1827.  1  tre  poemetti  che  ver- 
remo esaminando  sono  contenuti  nel  secondo  volume. 

(1)  Première  partie  Ma  jeunesse,  Paris,  Hetzel,  1886,  chap.  X,  ^on  joère, 
pp.  176-206.  Il  Legouvé  figlio  parla  anche  della  debolezza  che  aveva  il  padre 
suo  di  scrivere  il  proprio   nome   separato  Le  Gouvé,  quasi  per  nobilitarlo. 

(2)  Tom.  VII,  p.  398. 

(3)  Di  questa  tendenza  aristocratica  nel  Legouvé  è  un  indizio  anche  quella 
modificazione  del  cognome,  alla  quale  s'è  accennato  nella  penultima  nota. 


220  V.  GIAN 

Danton  e  i  suoi  amici,  che  si  trovavano  sparsi  nella  platea,  scop- 
piarono in  frenetici  applausi,  volgendosi,  coi  pugni  tesi,  verso  il 
Robespierre,  che  se  ne  rimaneva  livido  e  immobile  nel  suo  palco. 
In  quel  momento  doveva  essere  più  bello,  più  forte,  più  vero, 
certo,  il  dramma  che  si  svolgeva  fulmineo  tra  la  platea  ed  il 
palco,  che  non  quello  che  si  recitava  sulla  scena  —  tanto  più, 
quando  si  pensi  che  tragico  prologo  esso  aveva  avuto  e  che  tra- 
gico epilogo  doveva  avere! 

La  fama  del  Legouvé  fiori  rigogliosa  ancora  parecchi  anni 
dopo  la  morte  di  lui,  avvenuta  nel  1812;  ma  verso  il  1830,  la 
reazione  romantica  spazzò  via  le  memorie  più  belle  della  scuola 
classica  precedente,  infranse  idoli,  sparse  l'oblìo  o  il  dispregio 
su  nomi  che  fino  allora  erano  stati  accarezzati  dalla  pubblica 
opinione,  tutti  campi(mi  di  quella  letteratura  eh 'è  detta  dell'Im- 
pero. E  insieme  col  Jouy,  l'Arnault,  il  Lemercier,  anche  Gabriel 
Legouvé  fu  travolto  da  questa  fiumana. 

Ciò  scrive  Ernest  Legouvé,  e  le  sue  parole  contengono  una 
verità  tanto  più  apprezzabile  in  lui,  quanto  più  penosa  deveva 
riuscire  al  suo  cuore  di  figlio.  Ma  dovrà  davvero  Gabriel  Le- 
gouvé considerarsi  come  un  poeta  assolutamente  e  puramente 
classico?  Che  tale  potesse  e  possa  ancora  sembrare  a  coloro  che 
lo  studiarono  e  giudicarono  solo  nelle  opere  sue  principali,  nelle 
tragedie  sovratutto,  si  capisce,  quantunque  anche  in  tal  caso  sieno 
necessarie  alcune  riserve,  e  sia  debito  di  giustizia  ricordare  il 
giudizio  sopra  citato  del  Sainte-Beuve,  un  critico  romantico  per 
eccellenza,  che  attribuiva  al  Legouvé  il  merito  d'avere  anch'egli 
contribuito  a  ridare  novità  e  vita  al  teatro  francese.  In  realtà 
egli  è,  nel  campo  della  drammatica,  un  neo-classicista,  uno  dei 
rappresentanti  di  quel  gruppo  di  transizione,  che  spianò  la  via 
alla  Riforma  romantica  dell'Hugo. 

Ma  fra  le  poesie  minori  del  nostro  poeta  ve  n'  ha  alcune 
che  né  per  la  materia,  nò  per  l'ispirazione,  e  neppur  forse  per 
l'arte,  appartengono  al  classicismo,  anzi  rappresentano  quella 
nuova  tendenza  romantica  che  anche  in  Francia  si  faceva  sentire 
in  sul  cadere  del  secolo  scorso.  È  un  gruppo  di  tre  poemetti,  nei 
quali  si  toccano  le  tre  corde  principali  della  lira  romantica,  la 
poesia  dei  ricordi,  della  malinconia  e  dei  sepolcri,  e  che  nel  tìtolo 
stesso  rivelano  la  contenenza  loro  :  Les  Souvenirs,  ou  les  Avan- 
tages  de  la  Mémoire,  la  Mélancolie  e  la  Sépulture. 

Di  quest'ultimo  componimento,  dal  quale  abbiamo  preso  le 
mosse,  intendo  occuparmi  ora  in  modo  particolare,  tanto  più 


VARIETÀ  221 

dacché  la  poesia  sepolcrale  francese  è  un  campo  quasi  intera- 
mente inesplorato,  né  abbastanza  apprezzato  sinora.  Lo  stesso 
Sainte-Beuve  si  accontenta  di  troppo  rapidi  accenni;  cosi,  par- 
lando dell' Abufar  j  la  miglior  tragedia  del  Ducis,  composta  nel 
1795,  egli  si  limita  ad  osservare:  «  Les  éloges  qu'on  y  entend 
«  de  la  vertu ,  de  la  liberto ,  de  la  mélancolie,  donnent  la  date 
«  frangaise  :  c'était  l'heure  où  Legouvé  faisait  un  poème  sur  ce 
«  dernier  sujet,  la  Mélancolie  »  (1). 

L'unico  dei  poeti  sepolcrali  francesi  dei  quali  sia  stato  ricor- 
dato il  nome  e  studiata  l'opera  come  d'un  precursore  del  Foscolo, 
è  Jacques  Delille,  il  poeta  forse  più  celebrato  in  sullo  schiudersi 
del  secolo,  che  fu  membro  dell'Accademia  francese  e  poi  dell'Isti- 
tuto, e  mori  nel  1813,  un  anno  dopo  del  Legouvé,  sebbene  in  età 
assai  più  avanzata.  Bonaventura  Zumbini  studiò  con  l'acume  con- 
sueto il  poema  col  quale  il  Virgilio  francese  aveva  innestato  sul 
tronco  classico  un  ramo  di  poesia  romantica-sepolcraie  (G.  VII). 
Ma  Vlmagination,  giova  ripeterlo,  usci  solo  nel  18Ò6,  e  sette 
anni  più  tardi,  morto  già  il  poeta,  rivedeva  la  luce  accresciuta 
di  circa  500  versi. 

Pubblicata  la  prima  volta,  come  s'è  detto,  nel  1801,  La  Sé- 
pulture  del  Legouvé  non  tardò  a  diffondersi  in  Francia  ed  in 
Italia,  dove  se  ne  moltiplicarono  le  ristampe  e  le  versioni.  Di 
solito,  in  quelle  edizioni  di  piccolo  formato,  si  raggruppavano 
insieme,  quasi  per  un'affinità  naturale,  i  tre  poemetti  citati,  oltre 
Le  Mérile  des  femmes,  il  più  fortunato  dei  suoi  confratelli,  e 
da  ultimo  un  manipoletto  di  liriche  di  scarso  valore. 

Questo,  press'a  poco,  è  anche  il  contenuto  della  prima  ver- 
sione italiana  che  delle  operette  del  Legouvé  vide  la  luce  in 
Parigi  nel  1802,  e  che  nel  frontespizio  reca  il  titolo  seguente: 
Il  Merio  I  delle  donne  \  Le  Rimembranze  |  La  Malinconia  e  le 
Pompe  funebri  \  poemetti  di  G.  Legouvé  membro  dell'Isti  \  luto 
Nazionale  recate  in  versi  italiani  \  da  Luigi  Balochi  ||  Parigi, 
appresso  Ant.  Ag.  Renouard ,  xi-1802.  È  in-24° ,  e  in  fine  reca 
questa  nota:  «  Dalla  Stamperia  di  Grapelet  ».  ^qIV Avviso  agli 
amatori  della  lingua  italiana  —  avviso  che  è,  come  il  resto, 
un  oltraggio  alla  buona  lingua  e  al  buono  stile  italiano  —  il  tra- 
duttore avverte  d'aver  dovuto,  per  necessità  tipografica  e  contro 
il  suo  proposito,  pubblicare  la  versione  italiana  scompagnata  dal- 


(1)  Op.  cit.,  t.  VI,  p.  380. 


222  V.   GIAN 

l'originale  francese.  Veramente  poteva  risparmiare  a  sé  stesso  e 
ai  suoi  lettori  anche  la  pena  di  quella  traduzione,  che,  bisticcio  a 
parte,  è  un  vero  tradimento.  Il  Merio  delle  donne,  in  versi  sciolti, 
è  dedicato  a  Madame  Murat,  della  quale  si  dichiara  ammiratore 
ed  estimatore  il  nostro  Balochi,  che  nella  prefazione  discorre  di 
alcuni  celebri  lodatori  delle  donne,  citando  dei  versi  dell'Ariosto 
ed  alcuni  altri  «  elegantissimi  del  celebre  Innocenzo  Frugoni  ». 
Anche  per  Le  Rimembranze  e  per  La  Malinconia  il  traduttore 
adottò  il  verso  sciolto;  mentre  invece  senti  il  bisogno  di  ridurre 
nelle  cattive  terzine  de  Le  Pompe  funebri  la  materia  che  il  Le- 
gouvé  aveva  trattato  in  buone  coppie  di  alessandrini  (1). 

Sia  pure  infelice,  arbitraria  (il  Balochi  accorcia  ed  allunga 
a  piacere  e  mutila  senza  pietà),  infedele,  questa  versione  giova, 
se  non  altro ,  a  mostrarci  la  fortuna  che  V  operetta  del  poeta 
francese  ebbe  anche  fra  noi.  Ma  per  quanto  infedele,  questa 
versione  fu  superata  in  infedeltà  da  un'altra  che  usciva  ventitré 
anni  più  tardi,  in  Bergamo,  per  opera  d'un  Arcade:  Il  Merito 
I  delle  donne  \  ed  altre  poesie  \  di  Gabriele  Legouvé  \  tradotte 
dal  francese  \  da  Girolamo  Bettoli  \  fra  gli  Arcadi  Fertilio 
Ereo,  volume  I  [e  II] ,  Bergamo  |  dalla  tipografia  di  Rizzardo 
Crescini,  1825,  in-S"  picc.  (2).  Dopo  una  breve  e  insignificante 
prefazione  del  traduttore,  è  pubblicato  tradotto  V Estratto  del  di- 
scorso pronunziato  dal  signor  conte  Regnaud  de  Saint-Jean-D'An- 
gely,  presidente  dell'Istituto  imperiale,  il  15  aprile  1813,  in  ri- 
sposta al  discorso  di  rito,  letto  dal  sig.  Duval,  il  successore  del 
Legouvé  nella  seconda  classe.  Il  primo  volumetto  contiene  solo 
il  Merito  delle  donne,  il  secondo,  che  ha  la  data  medesima,  ma 
è  intitolato  semplicemente:  Poesie  dì  G.  Legouvé,  contiene  gli 
altri  tre  poemetti,  Le  Rimembranze,  divise  in  cinque  canti  in 
terza  rima;  La  Distruzione  dei  7nonum£nti  sepolcrali,  o  piut- 
tosto il  poemetto  La  Sépulture  trasformato  in  tre  odi  composte 
di  strofette  tetrastiche  di  settenari ,  il  primo  ed  il  terzo  sdruc- 
cioli, il  secondo  ed  il  quarto  piani  e  rimati  fra  loro  {ab eh):  la 


(1)  In  fine  del  volumetto  il  Balochi  dà  un  breve  saggio  delle  sue  poesie 
originali  —  originali,  per  modo  di  dire  ~~  sufficienti  a  dimostrarci  come  il 
poeta  non  valesse  più  del  traduttore. 

(2;  Oltre  questa  versione  del  Bettoni,  anzi  prima  di  essa,  andrebbe  ricor- 
dala un'edizione  veneziana  del  1817,  contenente  solo  «  il  Merito  dell-e 
€  donne  »,  pubblicata  da  Bonaventura  Squeraroli  per  nozze  Guadagnini.  Una 
copia  ne  esiste  alla  Biblioteca  Marciana.  Il  Quérard,  Op.  cit.,  non  registra 
nò  la  versione  del  Bettoni,  né  questa  veneziana. 


VARIETÀ  223 

prima  ode  intitolata  propriamente  La  Distruzione  dei  monu- 
menti sepolcrali,  la  seconda  II  Corteggio  funebre,  la  terza  /  Ci- 
m,iteri.  Il  volumetto  si  chiude  con  La  Malinconia  ridotta  in  terza 
rima.  Dei  tre  poemetti  francesi  in  esso  contenuti  il  più  maltrat- 
tato è  certo  La  Sépulture,  che  in  quelle  strofette  della  peggior 
maniera  arcadica  è  diventato  quasi  irriconoscibile. 

Tuttavia,  anche  senza  bisogno  di  queste  cattive  versioni  o  rifa- 
cimenti, i  poemetti  del  Legouvé,  e  fra  essi  quindi  La  Sèpulture, 
dovettero  diffondersi  ben  presto  in  Italia,  dove  da  un  pezzo  tro- 
vavano lieta  e  facile  accoglienza  tutte  le  novità  d'oltr'Alpi,  nella 
lingua  originale.  Non  ultimo  fra  i  lettori  italiani  del  Legouvé 
credo  si  possa,  anzi  si  debba  annoverare  anche  Ugo  Foscolo,  che 
di  quella  lettura  ci  lasciò  indizi  abbastanza  notevoli  nel  suo  carme 
immortale.  Ma  più  che  questa  mia  affermazione,  riusciranno,  io 
spero,  efficaci  e  persuasivi  alcuni  confronti. 

E  cominciamo  dal  titolo,  anche  a  rischio  di  sembrare  pedanti. 
Gli  altri  poeti  sepolcrali  avevano,  in  generale,  adottato  pei  loro 
componimenti  dei  titoli,  nei  quali  il  soggetto  sepolcrale,  anche 
quando  era  tutt'altro  che  secondario,  veniva  adombrato  soltanto, 
non  direttamente  espresso;  ed  ora  erano  le  Notti,  ora  le  Medi- 
tazioni, le  Contemplazioni,  il  Canto  notturno  o  simili  altre  in- 
titolazioni improntate  di  quella  vaporosa  indeterminatezza,  onde 
si  compiaceva  la  scuola  romantica  nascente.  Pochi  i  titoli  espli- 
citamente sepolcrali,  come  i  ^S'^i^o/cr?' dell'Hervey,  la  Tomba  (The 
Grave)  del  Blair ,  l' Elegìa  sopra  un  cimitero  campestre  del 
Gray,  /  Sepolcri  {Die  Graeber)  del  Creuz  (1).  A  quest'ultima 
serie  appartiene  il  poemetto  del  Legouvé,  il  cui  titolo  compren- 
sivo e  nel  tempo  stesso  concreto  bene  rispondeva  alla  materia, 
giacché  sèpulture,  come  del  resto  anche  l'italiano  sepoltura,  può 
significare  l'azione  del  seppellire  e  il  luogo  dove  si  seppellisce,  cioè 
il  sepolcro.  Perciò  il  poeta  francese  contribuì  forse  col  suo  esempio 
a  suggerire  e  determinare  il  battesimo  del  carme  foscoliano. 

Il  Legouvé,  come  il  suo  eloquente  collega  della  Camera  dei 
Cinquecento,  il  Pastoret,  prende  anzitutto  a  inveire  contro  quei 
feroci  «  forfaits  »  e  «  brigands  »,  che  nelle  pazze  ubbriacature 
del  Terrore,  osarono  violare   le  vecchie  tombe  marmoree  che 


(1)  Si  confronti  lo  studio  citato  dello  Zumbini  in  N.  Antologia,  an.  XXIV, 
3'  S.,  voi.  XIX,  fase.  I,  pp.  24-36. 


224  V.  GIAN 

ornavano  i  portici  dei  tempi  sacri  e  conservavano  un  tesoro  di 
care  memorie;  contro  coloro  che  si  spinsero  sino  a  disperdere 
al  vento  le  ceneri  gloriose  di  personaggi  illustri,  «  vengeurs  du 
«  nom  frangais  »,  come  il  Turenne,  il  Du  Guesclin  e  Madame  de 
Sevigné  (1).  Ora,  egli  esclama,  invano  cerchiamo  quei  marmi 
ispiratori  : 

Nous  y  cherchons  en  vain  ces  marbres  inspirans, 

Où  nos  yeux  se  plaisaient  à  s'arréter  long-temps; 

Où  nos  cceurs  admiraient,  épris  de  leur  histoire, 

Les  dons  de  la  patrie  et  les  droits  de  la  gioire, 

Et  sur  Taffreuse  mort,  dont  tout  est  dévoré, 

Des  talens,  des  vertus  le  triomphe  assuré. 

On  se  seni  grandir  au  tombeau  d'un  grand  homme! 

0  m'inganno  di  grosso  o  in  questi  versi  è  come  in  germe  il  mi- 
rabile episodio  foscoliano  delle  tombe  di  S.  Croce,  ai  cui  marmi 
«  venne  spesso  Vittorio  ad  ispirarsi  ».  Né  mi  sembra  troppo  ardito 
affermare  che  il  verso  famoso   con  cui  quell'episodio  s*  inizia, 

A  egregie  cose  il  forte  animo  accendono 
L'urne  de'  forti . . . 

ha  un'aria  di  famiglia  con  l'ultimo  ora  citato  del  poeta  francese. 
In  ambedue  i  passi  dei  due  carmi  è  la  voce  della  patria  che 
esce  ammonitrice  severa  dalle  tombe:  con  questa  differenza  assai 
lieve,  che  mentre  nella  Sépulture  esce  da  tombe  di  recente  pro- 
fanate, nei  Sepolcri  sorge  da  tombe  su  cui  tanti  secoli  di  viltà  e 
d'abbiezione  politica  hanno  accumulato  l'oblio.  Onde  il  dantesco 
richiamo  del  poeta  zacintio. 

Il  Legouvé  riconosce  e  proclama  la  benemerenza  delle  arti 
belle,  che  serbano  e  tramandano  ai  più  tardi  nepoti  nel  bronzo 
vivente,  nel  marmo  animato,  le  imagini  care  dei  grandi  trapas- 
sati. Ma  ciò  non  basta  al  nostro  cuore;  più  dolci,  più  cari  ci 
sono  i  loro  avanzi  : 

Au  pied  de  leurs  torabeaux  nous  aimons  à  réver. 
Là,  du  recueillement  savourant  tous  les  charmes, 
Nous  trouvions  à  la  fois  des  le^ons  et  des  larmes, 

^, 

(1)  Anche  il  Delille  nel  C.  VII  della  Imagination  (nelle  Oeuvres  com- 
pietesi t.  V,  Bruxelles,  1819,  pp.  223  sg.)  ricorda  gli  oltraggi  recati  alle 
tombe  di  uomini  illustri,  in  Parigi,  e  menziona  pure  il  Turenne,  il  Du  Gues- 
clin, ecc.,  dopo  aver  tessuto  un  affettuoso  elogio  del  Turgot,  che  gli  era  stato 
amico  e  che  egli  dice  <  Temi  des  vertus,  des  arts  et  de  la  France  »  (p.  215). 


VARIETÀ  225 

11  semblait  que  du  fond  de  ces  cercueils  fameux 
Une  voix  nous  criàt:  «  Illustrez-vous  conime  eux  ». 

Egualmente  il  Foscolo  cantava: 

Ah  si!  da  quella 
Religiosa  pace  un  Nume  parla. 

Innanzi  allo  spettacolo  delittuoso  («  Mais  de  quel  crime  encore 
«  mon  celi  est  révolté  !  »)  della  meschinità  con  cui  si  trasporta- 
vano i  morti  all'ultima  dimora,  senz'alcun  segno  di  onore,  di 
pietà,  senza  accompagnamento  di  parenti,  di  amici,  di  lagrime, 
il  poeta  francese,  come  il  suo  collega  Pastoret,  disgustato,  passa 
a  deplorare  come  sia  scaduto  indegnamente  fra  i  suoi  concitta- 
dini il  culto  delle  tombe  e  dei  morti.  Eppure  di  quel  culto  tutti 
i  popoli  ci  danno  esempi  solenni;  persino  sulle  rive  del  Nilo, 
l'industre  pietà 

Par  un  baume  éternel,  perpétuant  aux  yeux 
Une  mère  expirée,  une  épouse  ravie, 
Savait  tromper  la  mort  et  figurer  la  vie. 

Né  furono  da  meno  i  Greci  e  i  Romani: 

Les  Grecs  et  les  Romains  présentaient  aux  tombeaux 
Des  offrandes,  des  pleurs,  et  le  rang  des  taureaux; 

0  come  canta  il  Foscolo,  nei  tempi  antichi, 

cipressi  e  cedri 

Di  puri  effluvj  i  zefiri  impregnando 
Perenne  verde  protendean  su  l'urne 
Per  memoria  perenne,  e  preziosi 
Vasi  accogliean  le  lacrime  votive  (1). 

Perfino  il  selvaggio  getta  un  pugno  di  terra  sul  corpo  del  suo 
simile  ;  non  cosi  il  popolo  francese ,  popolo  civile ,  in  tempi  nei 
quali  grandi  pensatori  e  scrittori  sorsero  ad  insegnargli  la  dignità 

umana  : 

Et  vous,  peuple  poli,  dans  cet  àge  si  beau 
Où  Montesquieu,  Voltaire,  et  Raynal  et  Rousseau, 
Par  leurs  savans  écrits,  pleins  d'Athène  et  de  Rome, 
Apprirent  aux  humains  la  dignité  de  l'homme, 
Vous  osez  seul  aux  morts  refuser  des  honneurs! 

(1)  Si  veda   il   riscontro   che   su  questo  punto  fa  del  Delille  lo  Zumbini, 
Op.  cit.,  fase,  l^  febbr.  1889,  p.  457  n. 

Giornale  storico,  XX,  fase.  .58-.59.  15 


226  V.  GIAN 

Lungi  dai  costumi  pei'sino  il  ricordo  di  quei  giorni  funesti  del 
Terrore,  «  ces  jours  de  crime  et  d'esclavage  »!  Si  facciano  ri- 
vivere le  pietose  usanze  stabilite  da  una  religione  umana;  e  se 
non  si  vogliono  i  ministri  del  culto  cristiano,  si  serbi  almeno  il 
culto  degli  affetti  verso  i  poveri  morti: 

G  est  le  juste  tribut  où  nos  manes  prétendent, 
G'est  le  eulte  du  coeur  que  surtout  ils  attendent. 

Ma  non  basta  rendere  onore  di  pompe  e  cortei  al  cadavere,  oc- 
corre sottrarlo  all'onta  di  giacere  confuso  nella  fossa  comune: 

Oserez-vous  encor  reléguer  un  cercueil 

Aux  lieux  où,  nous  plongeant  dans  les  mémes  abìmes. 

La  mort  confuséraent  entasse  ses  victimes? 

0  trop  coupable  effet  d'un  usage  odieux! 

Auprès  des  scélérats  git  Vhomme  vertueuxl 

Dans  le  méine  sépulcre  indigné  de  descendre, 

A  leur  cendre  il  frémit  d'associer  sa  cendre. 

Du  juste  et  du  méchant  separez  les  tombeaux. 

Con  ben  altra  efficacia,  è  vero,  ma  con  perfetta  somiglianza  di 
sentimento,  il  Foscolo  s'indignava  più  tardi  al  pensiero  che  le 
ossa  del  venerando  Parini  giacessero  forse  accanto  a  quelle  d'un 

ladro: 

e  forse  Tossa 

Gol  mozzo  capo  gl'insanguina  il  ladro 
Ghe  lasciò  sul  patibolo  i  delitti. 

Lungi  però  dalle  tombe  l'inutile  fasto: 

Loin  sans  doute  l'orgueil  du  pompeux  mausolée 
Qui  distinguali  des  grands  la  poussière  isolée; 

che,  come  più  vivamente  cantava  il  nostro  poeta, 

. . .  ove  dorme  il  furor  d'inclite  geste 
E  sien  ministri  al  vivere  civile 
L'opulenza  e  il  tremore,  inutil  pompa 
E  inaugurate  imagini  deirOrco 
Sorgon  cippi  e  marmorei  monumenti. 

S'è  già  ricordato  quel  passo  dei  Sepolcri,  dove  il  poeta,  con  una 
mossa  lirica  efficacissima  e  con  gentilezza  squisita  di  colori,  de- 
scrive i  riti  funebri  antichi  celebrati  tra  il  verde  perenne  dei 
cipressi  e  dei  cedri  (v.  ÌÌ4-118): 


VARIETÀ  227 

Le  fontane  versando  acque  lustrali 
Amaranti  educavano  e  viole 
Su  la  funebre  zolla;  e  chi  sedea 
A  libar  latte  e  a  raccontar  sue  pene 
Ai  cari  estinti,  una  fragranza  intorno 
Sentia  qual  d'aura  de'  beati  Elisi. 

E  questa  rievocazione  degli  usi  antichi  risponde  al  desiderio  già 
espresso  dal  poeta,  di  riposare  nella  terra  natale,  lontano  e 
securo  dal  «  profano  piede  del  vulgo  »  sotto  un  sasso  che  serbi 

il  nome 

E  di  fiori  odorata  arbore  amica 
Le  ceneri  di  molli  ombre  consoli. 

Anche  al  Legouvé  aveva  sorriso  l'idea  delle  tombe  domestiche, 
attorniate,  accarezzate  dal  verde  degli  alberi,  nel  silenzio,  nella 
pace  dei  campi,  fra  il  gemito  lieve  del  ruscello  e  il  sospiro  dei 
venti,  nel  mite  splendore  lunare: 

Mais  qu'au  moins  dans  les  bois  un  monument  d  resse 
Dise  au  fils:  G'est  ici  que  ton  pére  est  place. 
Les  bois!  ils  sont  des  morts  le  véritable  asile; 
Là,  donnez  à  chacun  un  bocage  tranquille: 
Gouvrez  de  leur  nom  seul  leur  humble  monument; 
De  l'urne  d'un  héros  son  nom  est  l'ornement. 
Ges  dòmes  de  verdure  où  la  calme  respire, 
Le  ruisseau  qui  gémit,  et  le  vent  qui  soupire, 
La  lune  dont  l'éclat,  doux  ami  des  regrets, 
■    Luit  plus  mélancolique  au  milieu  des  foréts; 
Tous  ces  objets,  que  cherche  une  ame  solitaire, 
Préteront  aux  tombeaux  un  nouveau  caractère. 

Cosi  la  visita  alle  tombe  dei  cari  defunti  avrà  un'attrattiva  gen- 
tile di  più  : 

Par  ce  charme,  appelés  vers  leurs  restes  flétris, 
Nous  viendrons  y  pleurer  ceux  qui  nous  ont  chéris; 
Nous  croirons  voir  planer  leurs  orabres  attentives; 
Nous  croirons  qu'aux  soupirs  de  nos  ames  plaintives 
Répondent  de  leurs  voix  les  accens  douloureux 
Dans  la  voix  des  zéphyrs  gémissans  autour  d'eux. 

Questa  aspirazione  troviamo  anche  in  un  altro  poemetto  del 
Legouvé,  in  quella  Mélancolie,  che  ha  tanti  punti  di  somiglianza 
con  la  Sépulture,  di  cui,  anzi,  si  può  dire  il  fratello  gemello.  In 
quel  poemetto  il  poeta  consacra  a  celebrare  un  cimitero  campa- 


228  V.   GIAN 

stre  molli  e  notevoli  versi,  notevoli  anche  perchè  vi  ricorrono 
imagini,  idee,  sentimenti  che  si  sono  incontrati  e  incontreremo 
nella  Sépulture,  e  che  hanno  frequenti  riflessi  nei  Sepolcri  fo- 
scoliani : 

Un  cimetière  aux  champs!  quel  tableau!  quel  trésor! 
Là  ne  se  montrent  point  l'airain,  le  marbré,  l'or; 
Là  ne  s'élèvent  point  ces  tombes  fastueuses 
Ou  dorment  à  grands  frais  les  ombres  orgueilleuses 
De  ces  usurpateurs  par  la  mort  dévorés, 
Et  jusque  dans  la  mort  du  peuple  séparés. 
On  y  trouve,  fermés  par  des  remparts  agrestes, 
Quelques  pierres  sans  nom,  quelques  tombes  modestes. 
Le  reste,  dans  la  poudre  au  hasard  confondu. 
Salut,  cendre  du  pauvre:  ahi  ce  respect  t'est  dù! 

Come  nel  carme  del  Foscolo: 

. .   il  dotto  e  il  ricco  ed  il  patrizio  vulgo, 
Decoro  e  mente  al  bello  Italo  regno, 
Nelle  adulate  reggie  ha  sepoltura 
Già  vivo,  e  i  stemmi  unica  laude . . . 

cosi,  pel  poeta  della  Mélancolte,  i  ricchi,  disutili  a  sé  e  agli  allri^ 
scendendo  nelle  tombe  fastose  non  fanno  che  passare  da  una 
morte  ad  un'altra  : 

Souvent  ceux  dont  le  marbré  immense  et  solitaire 
D'un  vain  poids  après  eux  fatigue  encore  la  terre, 
Ne  firent  que  changer  de  mort  dans  le  tombeau  (1). 

Gli  antichi,  seduti  a  raccontare  lor  pene  ai  cari  estinti,  senti- 
vano, canta  il  Foscolo,  spirarsi  d'intorno  un'aura  fragrante  che 
pareva  venisse  dai  «  beati  Elisi  ».  Pietosa  illusione  del  cuore, 
che  al  poeta  zacintio  fa  ricordare  il  gentile  costume  delle  don- 
zelle inglesi  : 


(1)  Si  avverta  che  poco  più  oltre,  nella  Mélancolie,  il  poeta  francese  par- 
lando dei  monasteri,  li  dice  sépulcre  des  vioans.  Lo  Zumbini  (Op.  cit.^  p.  44), 
nel  suo  confronto  fra  il  Pindemonte  e  il  Delillc,  cita  da  quest'  ultimo  il 
seguente  passo,  che  giova  qui  riferire  e  confrontare  con  quello  riportato  del 
Legouvé,  composto  parecchi  anni  prima: 

Ah  !  laiaaex  rslégué»  ^at  l«ara  e«vwax  pompeax, 
Soas  le  marbré  impostaar  qni  flatte  ancore  lears  ombres, 
Toa»  cee  rois  fidnéans,  qui,  aone  cee  toAtei  eombres, 
Oni  ckangé  tU  iommtil,  et  qo*a  jetés  le  aort 
Da  néant  de  lear  rie,  au  néant  de  la  mort. 


VARIETÀ  229 

Pietosa  insania  che  fa  cari  gli  orti 
De'  suburbani  avelli  alle  britanne 
Vergini . . . 

11  pensiero  del  Legouvé,  nella  Sépultwre,  corre  invece  fra  i 
verdi  monti  della  Svizzera  (1): 

Que  la  sage  Helvétie  offre  un  touchant  exemple! 
Lorsqu'un  mortel  n'est  plus  là,  les  siens  près  du  tempie 
Vont  déposer  sa  cendre  en  un  bocage  épais, 
Y  plantent  de  lilas,  de  roses,  de  ceillets; 
Arrosent  chaque  jour  leurs  tiges  abreuvées; 
Il  semble  qu'en  ces  fleurs,  par  leurs  mains  cultivées , 
Ils  raniment  l'objet  près  d'elles  inhumé, 
Et  respirent  son  artie  en  leur  soufflé  embaumé. 

E  non  manca  neppure  il  ricordo  dell'Elisio,  non  mancano  i  pie- 
tosi colloqui  coi  defunti,  né  quella 

Corrispondenza  d'amorosi  sensi, 


(1)  A  questi  versi  il  Legouvé  nelle  edizioni  posteriori  appose  la  nota  se- 
guente: «  L'usage  de  planter  des  fleurs  au  pied  des  tombeaux  de  ses  parens 
«  est  suivi  dans  quelques  cantons  de  la  Suisso,  comme  Tattestent  les  ouvrages 
«  de  plusieurs  voyageurs  ».  E  al  verso  «  Et  respirent  son  ame  en  leur  soufflé 
embaumé»  appose  quest'altra  annotazione:  «  M.  Delille  décrit  cet  usage 
«dans  YHomme  des  Champs,  et  termine  sa  peinture: 

Au  fond  d'an  vert  bocage 

Il  place  les  tombeaux,  il  les  couvre  de  fleurs; 


Et  pense  respirer,  quand  sa  main  les  arrose, 
L'ame  de  son  ami  dans  l'odeur  d'une  rose. 


«  Gette  dernière  image  est  la  méme  que  la  mienne.  Pour  que  l'on  ne  m'ac- 
«  cuse  pas  d'en  étre  redevable  à  M.  Delille,  je  rappellerai  que  mes  vers  sur 
<  la  Sèpuliure  ont  été  publiés  cinq  ans  avant  YHomme  des  champs  ».  Con 
queste  parole  il  Legouvé  veniva  ad  accusare,  per  quanto  in  bella  maniera, 
di  plagio  il  Delille.  E  questi  dal  suo  canto,  senza  averne  l'aria,  ma  in  realtà 
per  rispondere  al  Legouvé  e  giustificarsi  dall'  accusa,  aggiungeva  ai  versi  in 
questione  un'avvertenza  nella  quale  dichiarava  che  l'idea  contenuta  nei  due 
ultimi  versi  era  tratta  «  d'un  voyage  de  Suisse  »,  del  Robert,  Yoyage  dans 
les  treize  Cantons  suisses,  t.  Il,  p.  231.  Ma  il  passo  ch'egli  cita  di  questo 
Voyage  non  contiene  veramente  l'idea  ch'egli  aveva  trovato  invece  nella 
Sèpulture.  Curiose  le  parole  eh'  egli  soggiunge,  quasi  per  riconoscere  la 
priorità  del  Legouvé:  «  et  quoiqu'elle  [idèe^  ait  été  déjà  employée  plusieurs 
«  fois,  elle  est  si  intéressante  et  si  doucement  mélancolique,  que  l'auteur  a 
«  cru  devoir  la  reproduire  >  (vedi  Oeuvres  complèCes  de  Jacques  Delilley 
Bruxelles,  1819,  t.  V,  p.  35). 


230  V.  GIAN 

che  al  Foscolo  sembrava  «  celeste  dote  »  «  negli  umani  »  : 

Gomme  eux  à  nos  regrets  sachons  préter  des  charmes, 
Rendons  les  fleurs,  les  bois,  confidents  de  nos  larmes: 
Dans  les  fleurs,  dans  les  bois,  du  sort  trompant  les  coups, 
Nos  parens  reviendront  converser  avec  nous. 
Tout  rendra  leur  aspect  à  notre  ame  apaisée; 
Les  champs  peuplés  par  eux  deviendront  VElysée: 
Et  les  tristes  humains^  près  de  faine  à  leur  tour 
Ce  voyage  effrayant  qui  n'a  point  de  retour, 
Comptant  sur  les  honneurs  dont  la  mort  est  suivie, 
Ne  croiront  pas  sortir  tout  entiers  de  la  vie; 
Et,  par  ce  doux  espoir  en  mourant  ranimés, 
Se  sentiront  renaitre  aux  coeurs  qu'ils  ont  aimés. 

Nei  quali  ultimi  versi  troviamo  proprio  lo  stesso  concetto  che  il 
Foscolo  condensava  in  una  forma  tanto  oscura  e  discussa,  e  nella 
sua  oscurità  e  difficoltà  tanto  efficace  : 

Ma  perchè  pria  del  tempo  a  sé  il  mortale 
Invidierà  rillusiion  che  spento 
Pur  lo  sofferma  al  limitar  di  Dite? 

A  questo  punto  son  finiti  i  raffronti  tra  i  Sepolcri  foscoliani  e 
la  SépuUure;  ma  non  posso  tralasciarne  un  altro  suggeritomi  da 
un  passo  della  Mélancolie,  dove  il  poeta  francese  canta  le  rovine 
delle  antiche  città  e  degli  imperi  gloriosi,  rovine  che  sono  mute, 
egli  dice,  per  gli  spiriti  volgari  dei  corrotti  e  oziosi  cittadini, 
mentre  parlano  una  voce  eloquente  e  possente  ai  cuori  raggen- 
tiliti ed  educati  al  culto  del  bello  e  dell'arte: 

Mais  toi,  qui  des  beaux-arts  sens  les  flammes  divines, 
Ton  ame  entends  la  voix  des  cercueils,  des  ruines. 
De  la  destruction  recherchant  les  travaux, 
Pes  Etats  écroulés  tu  fouiiles  les  tombeaux. 

Il  visitatore  si  aggira  sulle  rive  dello  Scamandro  a  interrogare 
le  ceneri  d'Ilio  e  a  Palmira  assiste  allo  spettacolo  di  tante  rovine 
seminate  dal  tempo  nella  sua  corsa  fatale: 

On  te  voit,  arrété  sur  les  borda  du  Scamandre, 
De  l'antique  llion  interrogar  la  cendre; 
On  te  voit  dans  Palmyre,  attentif  et  surpris. 
Consultar  sa  grande  ombre  et  ses  savana  débris. 

A  chi  sa  leggervi,  queste  rovine  offrono  alte  lezioni  : 


VARIETÀ  231 

La  marche  de  ce  temps  qui  roule  aussi  sur  toi, 
Des  révolutions  les  soudaines  tempètes, 
La  chute  des  Etats,  la  trace  des  conquètes; 
L'empreinte  des  volcans  et  des  flots  desti-ucteurs, 
Et  la  haute  legon  du  néant  des  grandeurs; 
Et  des  siècles  sur  eux  contemplant  les  injures, 
De  ces  grands  corps  brisés  tu  comptes  les  blessures  (1); 
Tes  yeux  et  tes  esprits  sont  par  eux  exaltés. 

E  in  un  altro  poemetto,  Les  Souvenirs,  aveva  evocato  le  grandi 
ombre,  rianimato  le  gloriose  rovine  deirEllade: 

Telle  est  l'illusion  qui  me  suit  dans  la  Grece. 

De  ruines  en  vain  ces  climats  sont  flétris: 

L'imagination  relève  leurs  débris; 

Tout  est  grand,  homme  ou  dieu,  dans  ces  riches  décombres. 

Et  je  marche  au  milieu  des  plus  illustres  ombres. 

Athène  se  réveille,  et  sort  de  son  tombeau  : 

Voilà  donc  ces  remparts,  ce  Portique  si  beau! 


Je  sors  d' Athène  et  vole  aux  champs  de  Marathon: 

Mais  combieri  Ilion  me  demande  de  larmes! 

C'est  là  surtout  le  lieu  qui  pour  Fame  a  des  charraes. 

Il  entendra  des  morts  gémir  Tame  plaintive; 

La  Grece,  si  long-temps  par  Hector  repoussée, 
Les  adieux  d'Andromaque  à  la  porte  de  Scée, 
Le  monstre  dont  les  flancs  vomissaient  le  trépas, 
•  Tous  ces  événemens  revivent  sous  mes  pas; 
Et  sur  ces  bords,  rendus  à  leur  splendeur  première, 
L'antiquité  renait  et  brille  tout  entière. 

Ben  più  intera  e  luminosa  riviveva  e  brillava  più  tardi  l'anti- 
chità di  Grecia  alla  magica  fantasia  evocatrice  del  poeta  zacintio; 
ma  anch'egli,  come  il  Legouvé,  cantava  le  rovine  prodotte  dal 
tempo  : 

l'uomo  e  le  sue  tombe 

E  l'estreme  sembianze  e  le  reliquie 
Della  terra  e  del  ciel  traveste  il  tempo. 


(1)  Anche  ad  Erasmo  da  Rotterdam  lo  spettacolo  delle  grandi  rovine  di 
Roma  aveva  suggerito  la  stessa,  anzi  una  più  felice  espressione:  «Roma, 
«  Roma  non  est,  nihil  habens  praeter  ruinas,  priscae  calamitatis  cicatrices 
«  ac  vestigia  ...  />  (cfr.  De  Nolhac,  Érasme  en  Italie,  Paris,  1888,  p.  65). 


232  V.   GIAN 

Anch'egli  contemplava  le  Muse  custodi  dei  sepolcri ,  le  Muse, 
che,  quando  questi  sono  distrutti,  e  quando 

Il  tempo  con  sue  fredde  ali  vi  spazza 
Fin  le  rovine 

popolano  di  solenni  visioni  e  di  eroiche  figure  i  deserti.  Anch'egli, 
ben  più  ispirato  dalle  Pimplèe,  risuscitava  le  epiche  lotte  sui 
campi  di  Maratona  e  rievocava  le  grandi  ombre  nella  «  Troade 
«  inseminata  »  e,  nella  profezia  di  Cassandra,  annunziava  che, 
pel  verso  di  Omero,   Ettore  avrebbe  eterno  onore  di  pianti  (1). 


IV. 

Ho  voluto  largheggiare  in  citazioni  e  riscontri,  perchè  la  di- 
mostrazione —  se  una  dimostrazione  è  possibile  —  avesse  ad 
uscirne  più  chiara  e  convincente.  Le  analogie  fra  i  Sepolcri  e 
i  versi  del  Legouvé  sono  molte  e  innegabili  ;  ma  non  so  se  par- 
ranno ad  altri,  come  paiono  a  me,  sufficienti  per  credere  che, 
allorquando  il  Foscolo  si  accinse  alla  composizione  del  carme  im- 
mortale ,  e  chiamò  a  raccolta  nell'accesa  sua  mente  imagini  e 
figure  a  lui  note  e  impressioni  ricevute  nelle  svariate  e  molte 
letture,  fra  quello  sciame  di  farfalle  dorate  che  risposero  nume- 
rose all'invito,  fossero  alcune  imagini  e  figure  e  impressioni  che 
egli  aveva  vedute  e  provate  —  povere  informi  crisalidi  ancora 
—  nei  versi  del  poeta  francese.  Che  se  quelle  analogie  fossero 
puramente  casuali,  converrebbe  pur  dire  che  il  caso  sia  più  in- 
telligente e  sapiente  che  di  solito  non  si  creda. 

Se  non  altro,  da  questi  raffronti  apparirà  confermato  il  iriu- 
dizio  che  lo  Zumbini  dava  della  poesia  sepolcrale  francese  in  rap- 
porto con  la  nostra:  «  Anteriore,  egli  scriveva,  e  più  simile  alla 


(1)  Si  noti  che  una  simile  rievocazione  delle  antiche  glorie  di  Grecia, 
sebbene  troppo  diluita,  ricorre  anche  nella  Imagination  del  Delilie,  il  cui 
Canto  VII  anzi  incomincia: 

Loreque  de  rnnir«ra  l'aimaUe  encbantorMM, 
L'Imagination,  me  porta  dans  la  Grece  etc., 

e  vidi  i  bei  mari,  i  bei  campi,  il  bel  cielo  dell'Eliade,  il  mio  cuore  trasalì 

di  gioia: 

Homòre  m'a  ^idé  dani  les  champs  eà  ftat  Troie. 

Anche  il  Delille  ricorda  Platea,  Maratona,  Ettore  ecc. 


VARIETÀ  233 

«  nostra  che  alla  inglese  è  ciò  che  di  poesia  sepolcrale  trovasi 
«  nella  letteratura  francese  »  (1).  Ma  l'illustre  critico,  dopo  par- 
lato della  Imagination  del  Delille,  conchiude  non  esservi  dubbio 
«  che  il  Delille ,  il  cui  poema...  fu  pubblicato  nel  principio  del 
«  1806,  abbia  prima  degli  Italiani  cantato  il  valore  civile  e  po- 
«  litico  dei  sepolcri  »  (2).  0  non  si  potrebbe  dire  che,  un  po' 
prima  del  Delille,  e  non  in  un  tratto  d'un  canto  inserito  in  mag- 
gior poema,  ma  in  un  poemetto  speciale,  il  Legouvé  mostrasse 
di  intendere  e  di  rendere  non  senza  efficacia  la  voce  dei  tempi 
nella  voce  delle  tombe,  d'interpretare  in  prò  dei  suoi  concittadini 
«  la  voix  des  cercueils,  des  ruines  ?  »  (3).  Certo  io  credo  non  si 
possa  negare  al  Legouvé  il  merito  d'aver  dato  in  luce,  prima 
del  Foscolo  e  dello  stesso  Delille  ,  il  frutto  d'un  innesto  felice 
della  idea  civile  sul  tronco  quasi  vecchio  oramai  e  mezzo  ca- 
dente della  poesia  sepolcrale.  Senza  dubbio,  il  terreno  coi  nuovi 


(1)  Op.  cit.,  p.  23.  Georges  Pellissier  nell'opera  recente  Le  mouvement 
littèraire  au  XIX"^"  siede  (2"  ediz.,  Paris,  Hachette,  1890,  p.  96),  parlando 
della  poesia  romantica  francese,  esce  in  questo  giudizio  che  mi  sembra  troppo 
reciso  :  «  Si  notre  poesie  romantique  offre  de  nombreuses  rassemblances  avec 
«  celle  de  l'Angleterre  et  de  l'Allemagne,  ce  n'est  pas  un  resultai  de  l'imi- 
«  tation,  c'est  plutòt  l'effet  de  causes  analogues  qui  agirent  simultanément 
«  chez  les  trois  peuples  »,  Mi  accontento  di  recare  un  esempio.  Il  Delille, 
che,  per  quanto  fosse  battezzato  il  Virgilio  francese,  contribuì  efficacemente 
alla  diffusione  di  molti  elementi  propri  del  romanticismo,  confessa  d'  avere 
tolto  pel  primo  Canto  del  suo  Homme  des  Champs,  una  sessantina  di  versi 
da  vari  poeti  inglesi  (vedi  la  Prèface  aìVHomme  des  champs,  ediz.  cit., 
t.  VI,  p.  x).  Un'  eguale  confessione  mi  pare  ch'egli  non  faccia  pel  poema  VI- 
magination;  ma,  sovratutto  pel  G.  VII,  non  credo  occorrano  le  sue  confes- 
sioni, per  ammettere  le  molte  imitazioni  dai  poeti  sepolcrali  inglesi. 

(2)  Op.  cit.,  p.  42.  A  questo  punto  credo  necessario  soggiungere  un'osser 
vazione  riguardante  la  cronologia  della  Imagination.  Se  essa  vide  la  luce 
nel  principio  del  1806,  come  notò  anche  lo  Zumbini,  fu  però  composta  ben 
prima,  cioè  dal  1785  al  1794,  stando  all'affermazione  del  Delille  medesimo;  e 
non  è  d'altra  parte  improbabile  che  di  questo  poema,  come  dell'altro,  V Homme 
des  Champs,  il  poeta  facesse,  prima  di  darlo  in  luce,  delle  letture  pubbli- 
che parziali  (cfr.  Préface  a\V Homme  des  Champs,  t.  VI,  p,  v),  e  che  di  esse 
il  Legouvé  avesse  notizia  più  o  meno  diretta. 

(3)  In  queste  rievocazioni  di  un  passato  glorioso  dalle  rovine,  in  questa 
poesia  dei  ricordi,  il  Legouvé  non  dimentica  l'Italia.  In  un  passo  del  poe- 
metto Les  Souvenirs,  egli  dice  che,  grazie  alla  memoria,  «  L'Univers  est 
«  encore  une  vivante  histoire  ».  E  soggiunge:  «  Que  loin  de  ses  foyers  le 
«  savant  élancé  |  Le  parcoure;  il  voyage  entouré  du  passe  ».  Equi  il  poeta, 
varcate  le  Alpi,  si  slancia  avido  sul  suolo  italiano  : 


234  V.   GIAN 

succhi  che  racchiudeva,  favoriva  il  tentativo;  in  altre  parole,  le 
ragioni  del  fatto,  essenzialmente  storiche,  vanno  ricercate  nelle 
condizioni  in  cui  si  trovò  la  società  francese  appena  passata  la 
tempesta  della  Rivoluzione.  Dopo  quello  schianto  selvaggio  dei 
più  nobili  e  gentili  sentimenti  umani,  che  fu  il  Terrore,  mentre 
gli  animi  dei  più,  negli  inizi  del  Direttorio,  parevano  rinchiudersi 
in  un  glaciale  indifferentismo  (1),  veniva  affermandosi,  promossa 


0  champs  de  rApennin!  d  fieuves  d'Ansoniel 
Cherchons-nous  sur  tos  bords  les  sons  de  rharmonie, 
D'un  éternel  azur  l'aspect  délicieux, 
Et  ce  penple,  à  la  foie  galant,  religieux. 
Qui  toat  entier  à  Dieu  comme  aux  tendres  faiblessM, 
Yit  entre  des  chanteurs,  un  prétre,  et  des  maltresses. 
Et,  dans  ses  goOts  divers,  esclave  tour  à  tour, 
Encense  Polymnie,  et  le  pape,  et  Tamour? 

Ma  allo  spettacolo  dellltalia  presente  il  Legouvé,  come  l'Alfieri  ed  il  Foscolo, 
preferisce  quello   dell'  Italia   antica  piena  di  virtù  generose  e  di  glorie  ira* 

nnortali: 

Non,  nons  courons  plntdt,  dans  ces  brillans  Teriigee, 

De  l'Italie  antique  évoqaer  les  prodiges. 

Chaqne  lieu  se  revft  de  son  premier  renom; 

Tout  parie  d'un  haut  fait,  toute  rérèle  un  grand  nom. 

Que  racontent  Trébie,  et  Canne,  et  Trasimène? 

Là,  devant  Annibal,  a  fui  l'aìgle  romaine. 

Così  dinanzi  alla  fantasia  del  poeta  passano  dinanzi  Mario,  Scevola,  il  Cam- 
pidoglio, il  palagio  superbo  di  Cesare  e  di  Pompeo,  la  villa  di  Orazio,  la 
tomba  ove  riposa  Virgilio,  presso  alla  quale  il  viandante  si  raccoglie  pensoso: 

II  y  chante  les  vers  où  Didon  a  gémi. 

Et  quitte  ce  tombeaa  corame  on  quitte  un  ami. 

(1)  1  De  Goncourt  nell'opera  già  citata,  Hist.  de  la  société  frangaise 
pendant  le  Directoire,  pp.  186-8,  ci  ritraggono  al  vivo  quale  fosse  allora  il 
sentimento  del  pubblico  francese  di  fronte  alla  morte,  e  come  continuasse 
da  principio  la  più  deplorevole  noncuranza,  il  più  glaciale  dispregio  pei  de- 
funti: «  Les  cadavres  s'acheminent  solitaires;  personne  ne  fait  escortes  aux 
«  hótes  de  l'éternité.  Le  cercueil  n'a  plus  de  suivants:  et,  ballotte  par  des 
€  mercénaires,  il  va  à  l'aventure Et  comme  tout  est  devenu  désert  dans 

*  rame  des  vivants,  tout  est  devenu  désert  dans  les  champs  des  morts:  les 

♦  cimetières,  —  où  Ledere  voulait  égalité  républicaine  de  tombes  et  unifor- 
mi mite  de  pierres,  —  les  cimetières  n'ont  plus  leur  espérance  pieine  d'immor- 
«  talité.  Et  dans  ces  pourrissoirs  abandonnés,  où  nul  inconsolé  ne  pleure, 
4L  les  voleurs  violent  les  cercueils  et  volent  les  cadavres  ».  La  narrazione 
dei  Goncourt  è  tutta  condotta  su  documenti  di  quel  tempo  (1796-7),  che 
sono  scrupolosamente  citati;  e  fra  essi  compaiono,  sebbene  con  citazione 
imperfetta,  anche  il  discorso  del  Leclerc  e  quello  del  Pastoret. 


VARIETÀ  235 

dallardimento  generoso  di  pochi,  una  benefica  reazione,  che  fece 
sentire  più  acuti  e  vigorosi  quei  sentimenti  di  patria,  di  religione, 
di  pietà,  specie  verso  i  defunti,  e  d'umanità,  che  erano  stati  vio- 
lentemente repressi.  Naturale  che  la  poesia,  con  l'eloquenza,  se- 
guissero, anzi  iniziassero  questo  moto  provvidenziale  e  ritornasse 
ben  presto  di  moda  una  pietà  elegiaca,  molle,  una  sensibilità  quasi 
morbosa.  E  tra  quei  pochi  magnanimi,  e  dei  primi,  va  annove- 
rato il  Legouvé.  Non  grande,  ma  neppure  spregevole  poeta  li- 
rico, egli  rivela  piuttosto  scarso  —  assai  più  scarso  che  non  il 
Delille  —  il  sentimento  religioso;  vivissimo  invece  e  robusto  l'a- 
more di  patria,  l'entusiasmo  per  la  scienza  e  per  l'arte,  chiaro 
il  concetto  dell'alta  missione  civile ,  riformatrice  della  poesia. 
Non  ha  certo  la  potenza  e  la  virtù  fantastica  del  Foscolo  e  neppur 
l'arte  del  Delille  ;  ma  il  modo  onde  sa  toccare  e  far  vibrare  certe 
corde  ci  spiega  la  grande  fama  ch'egli  ebbe  al  suo  tempo.  Riesce 
spesso  declamatorio,  un  po'  vuoto  e  fiacco,  un  po'  monotono,  colpa 
anche  di  quelle  coppie  a  lungo  andare  monotone  e  fastidiose  di 
alessandrini.  Ma  l'uomo  dava  autorità  ed  efl3cacia  morale  al  poeta; 
l'uomo  aveva  l'animo  coraggioso  e  gagliardo  non  meno  certo  del 
Foscolo,  e  come  questi ,  giovane  ancora ,  si  piantava  con  una 
fierezza  fra  tribunizia  e  spavalda  di  fronte  al  primo  Napoleone, 
e  più  t^rdi  preferiva  l'esilio  agli  agi  colpevoli;  l'altro,  con  ben 
maggiore  audacia  aveva  gettato  dalla  scena  il  grido  di  Mort  au 
iyran!  in  faccia  al  Robespierre  nel  colmo  della  sua  potenza. 
Ambedue,  sebbene  in  misura  e  con  efl3cacia  assai  diverse,  con 
differenza  grandissima  —  ma  l'uno  parecchi  anni  prima  dell'altro 
—  ci  diedero  di  «  liberal  carme  l'esempio  ». 

Vittorio  Gian. 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 


L.  A.  FERRAI.  —  Lorenzino  de'  Medici  e  la  società  cortigiana 
del  Cinquecento.  Con  le  rime  e  le  lettere  di  Lorenzino  e 
un'appendice  di  documenti.  —  Milano,  Hoepli,  1891  (8"  picc, 
pp.  xvi-487). 

Lorenzino  de'  Medici ,  per  la  singolarità  dei  suoi  casi  e  pel  molto,  che 
direttamente  o  incidentalmente  se  n'  è  scritto,  richiede  da  chi  voglia  occu- 
parsene di  proposito  e  gran  ricerca  erudita,  e  acuto  studio  psicologico.  Qui 
abbiamo  l'una  cosa  e  l'altra:  quella  copiosissima,  e  non  pur  di  opere  a 
stampa,  ma  anche  di  documenti  inediti  e  ignoti;  questo  condotto  insieme 
con  acume  e  con  serietà;  non  senza  qua  e  là  alcunché  d'ipotetico  e  di  sog- 
gettivo (cosa  quasi  inevitabile),  ma  certo  senza  ipotesi  avventate  né  troppo 
arrischiate;  perchè  l'indagine  psicologica  si  fonda  sempre  sulla  ricerca,  o 
se  ne  corrobora:  se  non  genera  sempre  compiuta  persuasione,  almeno  fa 
sembrar  l'opinione  dell' A.  più  probabile  delle  ipotesi  escogitate  da  altri. 
Tanto  mi  par  di  poter  affermare  quanto  al  personaggio  principale  e  alle 
questioni  più  importanti  che  lo  riguardano.  È  stato,  per  verità,  osservato  da 
altri  (1),  che  in  questo  libro  a  quando  a  quando  Lorenzino  si  perde  quasi 
di  vista  e  «  tanto  è  largo  il  quadro,  che  dentro  vi  si  perde  la  figura,  che 
«  dovrebbe  campeggiarvi  ».  Ma  si  vuol  tener  conto  del  titolo  del  libro  e  di 
quel  che  l'A.  avverte  nella  prefazione:  egli  non  vuol  tanto  fare  una  mono- 
grafìa di  Lorenzino,  quanto  «  cogliere  i  caratteri  di  una  società,  che  non  é 
€  fiorentina,  più  che  non  sia  veneziana,  napoletana  o  romana;...  (di)  quella 
«  singolare  aristocrazia  cortigiana,  che  per  il  culto  dell'arte  e  delle  lettere, 
*  per  il  rinnovato  costume,  per  una  sconfinata  libertà  di  pensiero  e  d'azione, 
«  dette  al  Cinquecento  una  vita  ideale,  e  di  tanto  si  distanziò  dal  nostro 
<«  popolo,  da  produrre  uno  dei  più  profondi  dissidi  sociali  che  la  storia  ri- 
«  cordi  »  (pp.  viii-ix).  Al  quale  scopo  nulla  poteva  foi'se  meglio  servirgli  del 
soggetto  che  ha  scelto;  sia  per  mostrar  negli  effetti  il  valore  morale  di 
quella  società  così  leggiadramente  eulta  e  cosi  profondamente  corrotta;  sia 


(1)  Neil»  Nuo9n  Antologia,  serie  8*,  rol.  XXXH  (H  del  1891),  p.  796. 


RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA  237 

per  esaminarla  sotto  i  vari  aspetti,  che  prese,  nei  vari  luoghi  dove  le  vicende 
dell'avventurosissima  vita  sbalestrarono  il  giovine  figlio  di  Pier  Francesco  dei 
Medici,  così  prima,  come  dopo  il  delitto.  Indi  poi  avviene  che  il  libro  riesce 
gradevole  e  importante  a  più  generi  di  lettori:  così  a  quelli  che  attendono  con 
amore  alle  severe  ricerche  della  critica  storica,  come  a  coloro  che  cercano 
il  diletto  nel  seguire  i  processi  di  qualche  potente  passione;  così  a  chi  si 
compiaccia  nell' indagare  i  costumi  delle  varie  età,  come  a  chi  coltivi  gli 
studi  della  storia  letteraria;  giacché,  oltre  il  protagonista,  che  ha  pur  la 
sua  importanza  come  scrittore,  ci  passano  qui  innanzi  più  e  più  letterati 
insigni,  dal  Molza  e  dal  Borni  al  Guicciardini,  dal  Gellini,  dall'Aretino,  da 
Tullia  d'Aragona  al  cupo  Gio.  Francesco  Lettini,  e  si  toccano  talora  rile- 
vanti questioni  sulla  loro  biografia. 

I  lettori  del  Giornale  storico  certamente  conoscono  il  I  capitolo  (1),  nel 
quale  si  può  già  apprezzare  il  buon  metodo,  che  si  riscontra  poi  in  tutto 
il  libro,  e  dove,  studiando  l'educazione  del  giovinetto  sotto  la  vigilanza  della 
buona  madre  Maria  Sederini  e  il  malaugurato  viaggio  a  Venezia  sotto  la 
disciplina  di  Gio.  Fr.  Zeffi  e  in  compagnia  del  figliuolo  fanciulietto  di  Gio. 
delle  bande  nere,  se  ne  vede  molto  ragionevolmente  germogliare  in  quell'a- 
nimo la  smania  delle  grandezze  e  degli  agi  e  la  cupa  invidia  pel  piccolo 
Cosimo  (2),  che  ebbero  tanta  parte  negli  avvenimenti  successivi  di  quella 
vita  sciagurata.  Salvo  alcune  correzioni  di  qualche  particolare  inesatto  e 
qualche  leggiera  mutazione  di  forma  (3),  questa  nuova  redazione  non  diffe- 
risce dalla  prima,  e  stimo  però  inutile  di  ragionarne  più  a  lungo. 

II  II  capitolo  (I  Soderini)  è  di  quelli,  nei  quali  sembra  che  Lorenzino  spa- 
risca; ma  invece  vi  si  pone  in  sodo  un  particolare  molto  importante  a  giudicare 
e  apprezzare  il  fatto  più  notevole  della  vita  di  lui.  La  madre  di  Lorenzino 
era  di  quella  famiglia,  in  cui  pareva,  per  tradizione  oramai  vecchia,  come 
incarnarsi  l'idea  della  libertà  democratica  e  dell'opposizione  al  grandeggiare 
principesco  della  casa  dei  Medici.  Or  il  F.,  rilevato  prima  il  profondo  dis- 


(1)  Fa  pubbl.  col  titolo:  La  giovinezza  di  Lorenzino  dei  Medici,  in  questo  Giorn.,  II,  79  sgg. 

(2)  Già  il  F.  aveva  accennato  a  questo  nel  suo  saggio  su  Cosimo  de*  Medici  duca  di  Firenze, 
Bologna,  1882,  pp,  39-40. 

(3)  Le  più  sono  divisioni  di  periodi.  Delle  altre  è  forse  la  più  notevole  quella  in  cui  parla  di 
«  una  graduazione  infinita  di  affezioni  morbose  fra  la  follia  e  la  ragione  »  (p.  3)  invece  di  asse- 
rire, come  prima ,  che  altri  haa  veduto  «  gli  elementi  della  follia  o  della  semifollia  in  fenomeni 
«  puramente  storici  »  (p.  81);  perchè  può  parere  una  leggiera  concessione  al  sentimento  del  Bor- 
gognoni (vedine  il  Lorenzo  di  Pierfrancesco  de*  Medici,  pubbl.  nella  Nuova  Antologia  nel  1876, 
e  di  nuovo,  con  una  coda,  fra  gli  Studi  di  letteratura  storica.  V.  pp.  99  sgg.  Cfr.  Qiorn.,  XIX, 
435  sgg.).  Ed  anche  più  innanzi,  dove  parla  del  profondo  abbattimento  di  Lorenzino  dopo  la  per- 
dita della  lite  col  cugino ,  il  F.  scrive  :  «  in  quell'alternativa  penosa  di  sconforti  e  di  esalta- 
«  menti...  un  alienista  moderno  avrebbe  constatati  i  sintomi  del  delirio  persecutivo  e  della  me- 
«  galomania  >  (p.  225)  ;  ma  non  è  però  men  vero  quel  che  già  osservò  il  crìtico  della  Nuova 
Antologia  ,  che  di  questa  specie  di  premessa  non  si  vale  egli  poi  «  nel  giudizio  complessivo  sul- 
«  l'uomo  ».  Né  c'è,  per  verità,  da  dolersene  troppo  o  da  fargliene  carico.  Piuttosto  non  mi  sarebbe 
parso  da  conservare,  come  ha  fatto  (pp.  14-15),  quel  ch'egli  aveva  detto  del  profondo  senti- 
ìitento  religioso  del  padre  di  Lorenzino.  Un  lascito  di  messe  e  poche  limosino  di  quelle  che  ser 
Lapo  Mazzei  chiamava  del  capezzale,  ove  si  dà  quello  che  non  si  può  tenere  e  k  più  volte  anche 
non  si  dà  (Lettere  pubbl.  dal  Guasti:  lett.  XXX,  voi.  I,  p.  39)  poco  posson  provare,  specialmente 
di  fronte  alla  vita  dissipata  e  libertina  di  Pier  Francesco. 


238  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

sidio  che  s'era  venuto  formando  in  Firenze  fra  i  cittadini  principali,  ch'egli 
chiama  forse  non  troppo  propriamente  i  Grandi  (1)  e  che  sono  in  Firenze 
quel  che  è  nel  rimanente  d'Italia  la  società  cortigiana,  ed  il  popolo  tenace 
e  geloso  dei  suoi  costumi,  della  sua  fede,  del  suo  viver  libero;  e  notato  come 
questo  dissidio,  necessaria  conseguenza  del  rinnovamento  della  cultura  ope- 
rato dal  Rinascimento,  fu  la  causa  più  potente  della  rovina  di  quegli  ordini 
liberi,  che  avevano  nella  vita  del  Medio  Evo  il  loro  fondamento  e  che  il 
Savonarola  cercò  ultimo  di  far  risorgere  a  contrastare  «  contro  il  lento  e 
«fatale  rinnovamento  civile,  che  tendeva  a  sopprimer/i  »  (p.  41);  viene  a 
ricercare  partitamente  quali  si  fossero  i  Soderini  dopo  il  1512,  e  rileva  che 
né  in  Tommaso,  oramai  capo  della  casa,  nel  quale  a  sterile  e  vanitosa  am- 
bizione s'accoppia  lacrimevole  pusillanimità,  né  in  Gio.  Battista,  più  sincero 
amatore  degli  ordini  liberi  tanto  che  visse  fino  al  1527  fuoruscito,  ma  non 
meno  altezzoso  e  desideroso  di  grandigia  tanto  da  rifiutare  i  pubblici  uffici, 
quando  non  gli  paressero  sommamente  onorifici;  né  in  Giuliano,  mite  e  ri- 
tirato, cui  meglio  della  vita  politica,  giovò  la  quiete  del  vescovato  di  Saintes, 
non  rivisse  lo  spirito  democratico  di  Paol  Antonio  e  di  Piero.  Si  vanno  essi 
a  poco  a  poco  ravvicinando  alla  parte  aristocratica,  alla  quale  più  che 
alla  popolare  si  dovè  la  mutazione  del  1527;  e  anche  più  di  loro  fece  così 
la  discendenza  di  Tommaso  imparentato,  per  le  figlie,  non  solo  con  gli  Otti- 
mati fiorentini,  ma  perfino  con  famiglie  di  nobiltà  feudale.  Non  era  facile 
pertanto  che  da  loro  venissero  istillati  nell'animo  di  Lorenzino  sentimenti 
di  libertà  democratica.  Ma  v*ha  qualche  cosa  di  più  importante,  che  il  F. 
non  manca  di  rilevare:  «  Devesi  anzitutto  tener  conto  di  un  fatto,  che  i  bio- 
«  grafi  di  Lorenzino  hanno  troppo  leggermente  trascurato,  che  cioè  la  Maria 
«  Soderini  e  i  figliuoli  suoi,  per  salvare  il  patrimonio  famigliare  si  trorarono 
«  necessariamente  legati  alla  fortuna  di  papa  Clemente,  e  dovettero  tenersi 
«  estranei  ad  ogni  rapporto,  che  potesse  generare  nel  papa  il  sospetto  di  con- 
«  nivenza  degli  eredi  di  Pier  Francesco  con  la  parte  popolare,  e  con  i  Sode- 
«  rini,  tra  gli  anni  1527-1530  *  (p.  59).  Poco  o  nulla  pertanto  poterono  essi 
determinare  la  formazione  del  suo  animo;  e  in  tempi  più  tardi  poi,  nell'esilio 
comune,  «  non  il  sentimento  vivo  e  profondo  della  libertà  rinato  in  Lorenzino 
«  per  certa  misteriosa  e  improvvisa  energia  ereditaria,  lo  ravvicinò  ai  parenti 
«di  sua  madre;  ma  piuttosto  l'avere  i  Soderini  stessi,  per  calcolo  di  oppor- 
«  tunismo  politico  abbracciato  le  idee  politiche  dei  Grandi,  nelle  quali  si  era 
€  venuto  sviluppando  lo  spirito  cogitabondo  4|  Lorenzino  »  (p.  63). 

Al  quale  si  ritorna  nel  capitolo  111,  che  é  uno  dei  più  importanti  e  note- 
voli, se  non  forse  il  più  importante  e  notevole  di  tutto  il  libro.  Troviamo 
qui  Lorenzino  ormai  fuor  della  fanciullezza;  i  semi  gettati  nell'animo  suo, 
specialmente  nella  dimora  a  Venezia,  cominciano  a  germinare  e  a  svilup- 
parsi, e  i  casi  della  vita  di  lui  determinano  la  qualità  del  frutto,  che  ne 
nascerà.  Qui  veramente  l'A.  mostra  la  sua  attitudine  all'analisi  psicologica, 
e  come  sappia  ben  congiungerla  colla  vivace  esposizione  di  quel  che  gli  han 
fatto  conoscere  le  sue  ricerche  erudite.  Dopoché,  nelle  solitudini  di  Cafag- 


(1)  È  noto  che  questo  nome  si^niflcavs  a  Firenze  le  fkmiglie  d'antica  nobiltà  fiaadale. 


RASSEGNA.  BIBLIOGRAFICA  239 

giolo,  Lorenzino  ha  rimpianto  le  gaiezze,  gli  splendori,  le  grandigie  di  Venezia, 
che  gli  turbano  i  sonni  coi  seducenti  ricordi;  dopoché  questa  febbre  di  gran- 
digia e  di  lieto  vivere  gli  è  suscitata  più  forte  dalla  dimora  in  Bologna  fra 
i  festeggiamenti  della  coronazione  imperiale  e  dalle  promettenti  carezze  di 
papa  Clemente,  non  senza  nuovo  alimento  a  stizzosa  invidia  per  i  felici  suc- 
cessi cortigianeschi  dell'illegittimo  Alessandro  dei  Medici;  Lorenzino  viene 
strappato  dal  fianco  della  madre,  e,  seguendo  a  Roma  il  papa,  è  gettato  in 
mezzo  alla  Corte,  travolto  nel  turbinìo  di  quella  vita  romana,  che  il  F.  si 
trattiene  a  descrivere  vivamente  e  ampiamente  sotto  ogni  aspetto  buono  e 
cattivo;  sia  nel  culto  delle  lettere  e  della  poesia  volgare  nei  circoli,  di  cui 
erano  l'anima  il  Molza,  il  Firenzuola,  il  Giovio;  sia  nell' amore  febbrile  per 
le  lingue  classiche  e  per  le  opere  dell'arte  antica,  massimamente  nella  corte 
del  card.  Ippolito  dei  Medici  ;  sia  nella  vita  licenziosissima  e  scostumata,  che 
conduceva  letterati  e  uomini  di  stato  ai  piedi  di  quelle  etère  redivive  (prime 
fra  tutte  Tullia  d'Aragona  e  Isabella  de  Luna)  contro  le  quali  nulla  avevano 
potuto  le  condanne  e  i  divieti  pontificii.  In  mezzo  a  quel  trambusto  Lorenzino 
giovinetto  s'aggira  sotto  la  guida  di  un  uomo  già  maturo  e  negli  anni  e 
negli  studi  delle  lettere  e  nella  corruzione,  di  quel  Filippo  Strozzi,  che  forse 
meglio  d'ogni  altro  rappresentava  lo  spirito  della  vita  cortigiana  d'allora. 
Certo  la  compagnia  (1)  di  costui  e  quella  di  Giovanni  Bandini  non  potevano 
suscitargli  nell'animo  amor  di  patria  né  di  libertà;  in  quel  mondo  e  con  quelle 
scorte  troppo  era  più  naturale  che  gli  si  destassero  «  in  petto  passioni  vio- 
«  lente  e  sregolate  ambizioni  »  (p.  94).  Ivi  s'educò,  forse,  all'amore  dell'arte, 
ma  certo  soprattutto  gli  si  accresceva  «  la  smania  irrequieta  di  riuscire  a 
«  qualche  cosa  »,  (ivi)  la  brama  di  grandeggiare  e  di  primeggiare,  perniciosa 
massimamente  in  lui  inesperto,  povero  e  avviato  ormai  a  vita  liberissima  e 
godereccia,  iniziato  alle  massime  di  uno  scetticismo  atto  ad  estinguere  ogni 
iiitento  nobile  e  generoso.  Ippolito  ricco,  corteggiato,  inneggiato  dai  poeti 
che  proteggeva,  dai  dotti  che  ne  ammiravano  ed  esaltavano  l' amore  per 
l'arte  antica,  suscita  in  lui  una  sterile  invidia;  i  benefizi  stessi  di  Clemente 
non  gì'  ispirano  gratitudine;  anzi,  perchè  gli  sembrano  scarsi  ai  suoi  scon- 
finati desideri,  gli  fan  concepire  un  cupo  e  chiuso  odio  contro  il  suo  bene- 
fattore. L'  amor  del  grandeggiare,  il  desiderio  degli  splendori  e  degli  agi 
principeschi  lo  condurranno  durante  il  secondo  congresso  di  Bologna,  dov'egli 
si  rode  del  trionfo  d'Alessandro  dei  Medici,  a  brigare  per  la  mano  di  Giulia 
Varano,  nuovo  alimento  alla  vecchia  invidia  pel  cugino  Cosimo,  al  quale 
appunto  allora  si  praticava  di  darla.  Per  liberarsi  sollecitamente,  e  sia  pure 
precariamente,  dalle  strette  di  una  povertà,  che  mal  conveniva  alle  sue  vel- 
leità di  vita  cortigiana,  egli  si  giuoca  la  benevolenza  di  Clemente,  richie- 
dendo in  mal  punto  e  con  insistenti  querele  il  pagamento  di  un  debito  di 
6000  ducati  contratto  col  suo  avo  Lorenzo  dalla  camera  apostolica,  e  non 
contentandosi  della  cauzione  datagli  sulle  rendite  del  governo  di  Fano.  E, 
forse  per  acquistarsi  una  fama,  che  non  gli  pareva  dato  conseguire  per  vie 
migliori,  s'appiglia,  con  un  atto  da  Erostrato  impiccolito,  alla  pazza  idea  di 


(1)  Il  F.  la  chiama  amicitia  paterna  (p.  95).  Credo  per  ironia. 


240  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

mutilare  i  bassirilievi  dell'arco  di  Costantino,  le  Muse  scolpite  in  un  antico 
sarcofago  conservato  nella  basilica  di  S.  Paolo,  e  certi  antichi  ornati  nella 
chiesa  di  S.  Pancrazio.  Ne  cava  il  bel  frutto  d'attirarsi  odio  e  disprezzo, 
dover  fuggire  di  Roma,  precludersi  da  sé  stesso  la  via  all'agognata  gran- 
dezzaTalla  quale  tenterà  quind'innanzi  di  venire  per  altre  vie,  per  altri  portù 
sciaguratamente  sempre  peggiori,  perchè  l'animo  sempre  più  inacerbito  non 
rifuggirà  da  alcun  mezzo,  pur  di  conseguire  il  suo  fine. 

E  buon  mezzo  gli  parve  stabilirsi  nella  corte  d'Alessandro  dei  Medici,  che 
egli  pur  aveva  molto  invidiato  e  forse  odiava  di  già;  ma  da  cui  sperava,  se 
non  altro,  una  decisione  favorevole  della  lite  mossa  a  lui  ed  ai  suoi  da 
Maria  Salviati  vedova  di  Giovanni  delle  bande  nere,  e  da  cui  dipendeva  l'a- 
giatezza 0  la  miseria  avvenire  della  sua  famiglia.  Ma  prima  di  presentarci 
Lorenzino  in  quella  corte,  il  F.  ci  vuol  far  conoscere  la  condizione  del  Duca 
in  Firenze,  narrando  il  modo  com'egli  n'era  divenuto  signore  e  rilevando 
le  qualità  del  suo  governo.  E  questa  la  materia  del  cap.  IV  (un  altro  di 
quelli,  nei  quali  quasi  non  si  fa  parola  di  Lorenzino),  sulla  quale  dovremo 
più  innanzi  tornare:  qui  basti  dire  che  l'A.,  pur  protestando  di  non  accin- 
gersi per  nulla  a  tessere  un'apologia  d'Alessandro,  loda  tuttavia  chi  cooperò 
a  stabilirne  il  governo,  a  fondare  il  principato,  che  sembra  al  F.  potesse 
solo,  nelle  generali  condizioni  d'Italia  di  quel  tempo,  assicurare  l'indipen- 
danza  di  Firenze.  La  stessa  alterazione  degli  ordinamenti  fiorentini,  la  sosti- 
tuzione del  ducato  ereditario  al  generico  principato  di  prima;  in  una  parola, 
«  la  riforma  del  governo  di  Firenze  nel  '32  non  fu  tanto  ispirata  da  un 
4C  sentimento  d'avversione  alla  libertà  popolare,  quanto  da  una  necessità 
€  politica  reclamata  dalle  condizioni  di  tutta  Italia  »  (p.  117).  Del  governo 
del  Duca,  poi,  dice  che  fu  mite  e  saggio,  finché  Clemente  gli  tenne  al  fianco 
l'arcivescovo  di  Capua;  tanto  che  nulla  poteva  per  allora  giustificare  le 
speranze  dei  fuorusciti,  più  che  mai  indebolite  dall'imprudenza  d'Ippolito  e 
dal  vero  trionfo  ottenuto  da  Alessandro  nel  secondo  congresso  di  Bologna. 
Se  non  che  i  capricci,  le  dissolutezze,  le  violenze  private  del  Duca  incomin- 
ciarono bentosto  a  danneggiarne  anche  l'autorità  politica,  massime  quando 
toccarono  la  famiglia  di  Filippo  Strozzi,  che  si  confidava  di  primeggiare  e 
tiranneggiare  in  certo  modo  per  conto  suo  il  resto  dei  cittadini  fiorentini  e 
che  Alessandro  volle  richiamare  all'uguaglianza  civile  e  all'osservanza  dei 
doveri  di  suddito;  onde  avvenne  che  gli  Strozzi  esularono  e  furono  spinti 
dal  risentimento  personale  a  favorir  coloro  che  soffrivan  l' esilio  per  amore 
della  libertà  e  che,  sebbene  non  potessero  certamente  fidarsi  del  Girella 
(chiamiamolo  cosi)  del  1527;  pure  speravano  che  la  loro  causa  potesse  avvan- 
taggiarsi delle  sue  ingenti  ricchezze. 

Qui  comincia  il  capitolo  V  {Lorenzino  alla  corte  del  duca  Alessandro) 
nel  quale  il  F.  ci  conduce,  con  la  solita  erudizione  vivace,  in  mezzo  ai  lieti 
ritrovi  di  casa  Cybo,  sempre  fra  splendore  e  corruzione  di  vita  cortigiana; 
poi  in  un  mondo  assai  diverso,  ragionando  delle  dissolutezze  del  Duca,  che 
cerca  di  ridurre,  come  fece  già  anche  troppo  più  risolutamente  il  Borgo- 
gnoni (1),  a  quel   meno   che  è  possibile;   rilevando   tuttavia   soprattutto  la 


(1)  Op.  cit.,  pp.  43-82;  e  poi  la  ginnU   alU   demi»  nel  Tornandoci  sopra,  pp.  134  tgg.  A 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  241 

volgarità  dei  sentimenti  e  dei  modi  del  principe,  che  singolarmente  contra- 
stava con  l'educazione  cortigiana  e  con  lo  spirito  artistico  di  Lorenzino.  11 
quale  anche  qui  era  arrivato  in  mal  punto,  perchè  Alessandro  era  già  im- 
pegnato, per  la  decisione  della  famosa  lite,  a  favore  della  famiglia  di  Giovanni 
delle  bande  nere;  e  certamente  poi  vi  si  trovava  a  disagio,  umiliato  e  stiz- 
zito di  vedersi  stimato  e  tenuto  alla  pari  coll'Unghero  e  con  Giomo  da  Carpi, 
al  quale  sembra  perfino  che  il  Duca  ragionasse  di  dare  per  moglie  la  sorella 
di  lui  Maddalena  Saiviati!  È  il  tempo  della  rappresentazione  deW Aridosia, 
che  non  sembra  piacesse  troppo;  sicché  anche  il  desiderio  della  fama  lette- 
raria, che  Lorenzino  dissimulava  con  finta  disinvoltura  nel  bizzarro  prologo, 
poteva  sembrargli  frustrato  ;  ond'  egli  s'  abbassa,  quasi  curvando  il  dorso  sotto 
le  percosse  della  fortuna,  ognor  più  ;  e  nel  ricominciar  delle  mene  dei  fuor- 
usciti saliti  in  nuova  speranza  per  l' aderenza  degli  Strozzi,  per  i  conati  del 
card.  Ippolito  e  per  le  pratiche  fra  Spagna  e  Francia  dopo  la  morte  di 
Francesco  Sforza,  sembra  che  faccia  da  due  parti  la  spia ,  e  «  solo  per  i 
«  vantaggi  materiali  che  ne  ricavava,  o  per  la  speranza  di  riceverne  »  (p.  197). 
Abiezione,  che  doveva  crudelmente  tormentare  queir  animo  orgoglioso  e 
smanioso  di  cose  grandi,  atta  davvero  a  precipitarlo  nella  disperazione,  o  a 
fargli  nell'esaltazione  dell'ira  meditare  il  delitto.  Al  quale  tuttavia  non 
crede  l'A.  eh'  egli  pensasse  chiaramente  prima  della  morte  sospetta  del  card. 
Ippolito,  col  racconto  della  quale  e  colla  notizia  dei  sentimenti  che  suscitò 
nei  contemporanei  si  chiude  il  capitolo. 

Il  sesto,  molto  importante,  prende  argomento  dalle  querele  dei  fuorusciti  ; 
e  descrive  con  la  vivezza  consueta  l'ingresso  in  Napoli  di  Carlo  V  reduce 
glorioso  dalla  prima  impresa  di  Tunisi,  le  vane  lagnanze  portegli  dal  rap- 
presentante del  popolo  napoletano,  gli  andamenti  dei  fuorusciti  fiorentini,  le 
umiliazioni  che  cercano  di  far  sorbire  a  Roma  ed  a  Napoli  ad  Alessandro 
da  Collevecchio,  il  loro  presentarsi  all'imperatore,  parlando  brevemente  per 
loro  Jacopo  Nardi  (1);  esamina  infine  le  seguenti  trattative  fatte  per  iscrit- 
tura,  che  terminarono  col  trionfo  del  Duca;  per  tornar  poi  a  descrivere  il 
gaio  carnevale  di  Napoli  del  1536  e  i  festeggiamenti  pel  matrimonio  d'Ales- 
sandro con  Margherita  d'Austria;  in  mezzo  ai  quali  Lorenzino,  che  ha  se- 
guitato infrattanto  nel  suo  tristo  uflBcio  di  doppia  spia  ed  è  inasprito  ognor 
più  contro  il  Duca  per  la  lite  perduta  anche  peggio  che  non  paresse  possi- 
bile (2)  e  per  la  provvisione  che  ne  riceve  da  cui  si  sente  vie  maggiormente 


questo  proposito ,  non  perchè  la  cosa  abbia  in  sé  importanza  ,  ma  per  esattezza ,  si  noti  che  la 
lettera  della  madre  di  Alessandro  datata  secondo  lo  stil.  fior.  «  in  Collevecchio  a  dì  xij  di  feb- 
«  braio  Mdxxviiij  »,  che  anche  il  F.  ha  accolta  nella  sua  Appendice  II,  non  è,  come  spiega  il 
Borgognoni,  del  1528  {loc.cit,  p.  137,  n.  2),  ma  del  1530. 

(1)  Tiene  giustamente  e  con  buone  ragioni  il  F.,  che  il  Nardi  non  pronunziasse  né  il  discorso 
attribuitogli  dal  Varchi ,  né  quello  pubblicato  con  le  sue  storie  ,  ma  brevi  ed  efficaci  parole  im- 
provvisate (pp.  204  sgg.). 

(2)  Perchè  il  Guicciardini  avvocato  di  Cosimo  ottenne  che  si  dovessero  rivedere  i  conti  e  le  ra- 
gioni di  quel  ramo  di  casa  Medici  fino  dal  1476  ,  non  che  dal  1498 ,  come  dapprima  pareva ,  il 
che  conduceva  il  debito  di  Lorenzino  e  dei  suoi  verso  Cosimo  a  una  somma  enorme  (p.  225,  e  il 
docum.  a  p.  465). 

Giornale  storico,  XX.  fase.  58-59.  16 


242  RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA 

avvilito,  si  rode  come  cane,  che  morda  la  catena,  e  medita  davvero  il  de- 
litto, di  cui  balenano  accenni  nelle  gelide  parole  risposte  agl'improperi  di 
Piero  Strozzi  e  nel  famoso  trafugamento  del  giaco.  Né  il  F.  trascura  di  de- 
scriverci quale  egli  immagina  che  fosse  allora  la  condizione  dell'animo  di  lui. 

Oramai  la  catastrofe  s'approssima;  e  il  capitolo  che  segue  s'intitola  dalla 
Tragedia  del  6  gennaio  1537  e  dai  Primi  anni  delV esilio  di  Loreniino. 
Comincia  con  un  quadretto  psicologico,  in  cui  l'A.  quasi  riepiloga  quanto 
risulta  dalla  precedente  esposizione,  per  rappresentarci  al  vivo  il  contrasto 
che  doveva  farsi  in  quell'animo  fra  il  dispetto  feroce  del  presente  avvili- 
mento, che  lo  spingeva  al  delitto ,  e  un  certo  sentimento  superstite  delle 
massime  imparate  nella  prima  età,  che,  pur  nell' estinguersi  della  fede,  gli 
dava  orrore  e  ripugnanza  dello  spargere  il  sangue.  La  qual  ripugnanza  im- 
magina ingegnosamente  che  Lorenzino  vincesse,  quando  gli  s'  affacciò  alla 
mente  il  pensiero  che  il  suo  delitto  potesse  apparire  una  rivendicazione  po- 
litica mossa  da  amor  di  patria:  sentimento  non  naturale  in  lui,  ma  sugge- 
ritogli dalla  bramosia  di  liberarsi  in  qualche  .  modo  da  quella  abiezione, 
coonestando  per  quella  via  la  sua  sete  di  vendetta.  La  venuta  di  Carlo  V 
in  Firenze  e  il  favore  crescente  che  l'imperatore  dimostra  ad  Alessandro  ed  a 
Cosimo,  che  singolarmente  accarezza  per  la  buona  memoria  del  padre,  gli 
crescono  la  tempesta  nell'animo:  la  rottura  più  aperta  fra  il  Duca  e  gli  Strozzi 
gli  fa  intravedere  una  nuova  via  di  procurare  il  proprio  vantaggio  materiale, 
potendo  passar  per  vendicatore  delle  ingiurie  della  più  ricca  famiglia  fioren- 
tina; l'abbassamento  della  fortuna  imperiale  nei  campi  di  Provenza,  di 
Piemonte,  di  Lombardia  gli  svela  atto  il  tempo  alle  mosse  degli  usciti  ed 
a  meglio  sembrare  sollecitato  dal  desiderio  della  libertà;  ond'egli  cerca 
d'ingannare  il  Duca,  d' is}>irargli  più  confidenza  con  maggior  servilità  e 
apparenza  di  devozione,  pur  ingegnandosi  satanicamente  di  farlo  più  spre- 
gevole col  secondarne  i  folli  capricci  amorosi  «perchè  n'era  violata  (1)  la 
€  santità  del  recente  talamo  e  offesi  i  rapporti  di  parentela  col  sangue  regio 
«  e  imperiale  »  (p.  237);  finché,  preparata  con  freddezza  e  con  arte  finissima 
la  sua  trama,  l'eseguisce  nel  modo  che  tutti  sanno. 

L'A.  non  si  ferma  a  narrarlo  :  solo  discute  le  tre  versioni,  che  ne  andarono 
attorno:  quella  del  Varchi,  che  disse  ucciso  il  Duca  da  Lorenzino  e  da  Scoron* 
concolo  soli;  quella  del  Giovio  e  del  Nerli,  che  dettero  al  traditore  due 
complici;  quella  di  Margherita  di  Na varrà,  che,  per  voce  sparsa  in  Francia 
da  Lorenzino  medesimo,  dette  per  sola  causa  al  delitto  il  desiderio  di  salvare 
Toiiore  minacciato  della  sorella  Maddalena  Salviati;  e  segue  risolutamente 
la  prima.  Esaminati  quindi  i  giudizi,  che  sul  fatto  di  Lorenzino  pronunzia- 
rono i  contemporanei  ;  segue  lui  a  Bologna,  dove  Silvestro  Aldobrandini  non 
gli  crede,  a  Venezia  fra  le  accoglienze  ferocemente  liete  di  Filippo  Strozzi 
e  l'  entusiasmo  degli  esuli,  alla  Mirandola  fra  vani  tentativi  di  far  gente 
d'armi  in  servizio  di  questi;  poi  a  Venezia  di  nuovo,  quando  cominciano 
le  prime  esaltazioni  a  mutarsi  in  disapprovazioni  ed  in  biasimi,  che  spin- 
gono lo  sciagurato  a  scrivere  la  sua  lettera  a  Francesco  de' Medici,  che  è 


(1)  Dio*  Terameate:  fCtroM  ttfoiafc'.  Lo  credo  error  tipognfloo,  o  irista,  e  cambio  senu  icnipolo. 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  243 

il  nucleo  sostanziale  deìVApologia\  infine  nell'andata  misteriosa  a  Costanti- 
nopoli, che  da  un  sonetto  di  Lorenzino  il  Ferrai  argomenta  consigliata  solo 
da  paura,  e  che  è  seguita  da  un  ritorno,  al  solito  in  mal  punto,  dopo  la  rotta 
di  Montemurlo  e  la  rovina  di  quella  eh'  egli  avea  pur  chiamata  «  la  magna- 
le nima  sua  impresa  »  (1). 

Nel  cap.  Vili  l'A.  segue  Lorenzino  alla  corte  di  Francia,  dov'egli  si  ri- 
dusse dopo  breve  dimora  a  Bologna  presso  la  sventuratissima  madre  sua 
ospite  li  di  mess.  Salvestro  Aldobrandini.  E  qui,  se  non  erro,  si  lascia  un 
po' troppo  trasportare  dal  desiderio  di  trattare  un  argomento  a  lui  grato:  le 
pagine  in  cui  si  ragiona  con  molta,  forse  con  soverchia  compiacenza  della 
società  cortigiana  di  Francia  e  specialmente  del  circolo  letterato  e  protestan- 
teggiante  di  Margherita  di  Navarra,  e  piiì  innanzi  la  particolar  narrazione 
dei  fatti,  che  precedettero  la  pace  di  Grespy  mi  sembrano  troppo  sovrab- 
bondanti a  ritrarre  la  condizione  dell'esule  sciagurato,  che,  in  fine,  non  trovò 
alla  corte  le  dame  (p.  285),  freddissimamente  fu  ricevuto  e  trattato  dal  re 
e,  specialmente  dopo  la  morte  di  Filippo  Strozzi,  trascurato  da  tutti;  tanto 
che  fuggiva  la  corte  e  passava  il  più  del  tempo  nella  bottega  di  Benvenuto 
Cellini,  finché,  a  quanto  sembra  da  un  documento,  che  si  pubblica  e  fa  co- 
noscere qui  per  la  prima  volta,  riparò  in  un  collegio,  che  il  F.  suppone 
debba  essere  il  collegio  di  Francia,  e,  forse  troppo  arditamente,  conchiude 
che  egli  vi  studiasse  il  greco  sotto  il  Toussain  e  che  frutto  di  questi  studi 
fosse  Y Apologia  (2).  A  ogni  modo,  la  dimora  nel  collegio  (fosse,  o  no,  per 


(1)  Vedi  il  sonetto  Quanto  più  solco  d'Adria  le  salse  onde,  nell'Append.  I,  p.  412, 

(2)  L'A.  stesso  non  dissimula  (p,  295,  n.  1)  che  può  sembrare  audace  la  sua  supposizione  che 
L,  riparasse  proprio  nel  collegio  di  Francia.  A.  me  sembrano  anche  più  ardita  le  parole  seguenti: 
«  Ivi  forse,  fresco  ancora  di  quel  bagno  salutare  che  Tonda  demostenica  apprestava  ai  suoi  squi- 
*  siti  sensi,  lontano  dagli  uomini  e  dalla  realtà  viva  del  mondo,  ripensò  ai  propri  casi,  e  nella 
«  rinnovata  esaltazione  di  un  odio  che  gli  sembrava  aver  avuto  a  comune  coi  grandi  dell'antichità, 
«  trasfigurò  tanto  se  stesso,  che  la  fede  degli  altri  divenne  la  sua.  L'Apologia  ne  fu  il  risultato  ». 
Rammentiamo,  se  non  altro,  che  i  sommi  capi  ielV  Apoloffia,  specialmente  della  seconda  parte, 
si  trovano  già  in  sostanza  nella  lettera  a  Francesco  de' Medici  del  5  di  febbraio  1537:  perchè 
dunque  ritardar  tanto  questa  trasfigurazione  di  se  stessoì  A  me  pare  molto  persuasivo  quanto 
dice  il  F.  della  genesi  (diciamo  così)  del  delitto  di  L,,  e  anche  del  pensiero  ch'egli  ebbe  di  con- 
giungere ai  suoi  fini  particolari  un  altro  fine,  che  ,  almeno  agli  occhi  dei  suoi  contemporanei, 
coonestasse  il  fatto;  ma  credo  che  poi  a  questo  fine  s'adoperasse,  per  quanto  debolmente,  con  una 
certa  sincerità,  e  che  altri,  e  massimamente  Filippo  Strozzi,  avesser  troppo  maggior  colpa  di  lui 
della  mala  riuscita ,  sicché  egli  sentisse  veramente  quel  che  potè  scrivere  con  tanta  forza  su  questo 
proposito  e  nella  lettera  citata  e  nell'  Apologia.  E  mi  par  che  lo  provino  le  lettere  calde  e  pre- 
murose, ch'egli  scriveva  a  Filippo  dalla  Mirandola.  Vedi  specialmente  le  due  del  18  e  del  24  gen- 
naio pubbl.  dal  Bigazzi  nell'  Appendice  al  Filippo  Strozzi  del  Niccolini  (pp.  218,  229)  e  qui  dal 
Ferrai  nell'App.  I,  n.  I  e  IV;  ma  anche  nelle  altre  due  del  20  e  del  22,  che  il  F.  pubblica  qui 
sotto  i  n.  II  e  III,  si  vede  il  desiderio  di  animare  all'opera  e  tener  confortato  di  buona  speranza 
Filippo ,  il  quale  proprio  allora ,  e  scriveva  ai  cardinali  Salviati  e  Ridolfi  la  lettera  riferita  dal 
Varchi  (1.  XV)  in  cui  non  mostrava  troppa  fiducia,  ma  piuttosto  un  certo  dispiacere  che  la  spesa 
fosse  tutta  sopra  la  borsa  sua;  e  l'altra  a  Francesco  Vettori  (pubblicata  dal  Bigazzi,  loc,  cit., 
pp.  224  sgg),  in  cui  mostrava  che  tutto  il  suo  odio  fosse  stato  contro  Alessandro,  non  contro  il 
principato,  né  contro  Cosimo.  E  Lorenzino  allora  doveva  essere  in  persona  coi  fanti  che  avevano 
a  muover  su  Firenze  (vedi  la  cit.  lett.  di  Filippo  ai  cardinali)  ;  e  chi  ci  assicura  che  la  sua  fuga 
a  Costantinopoli  non  fosse  procurata  da  Filippo,  per  levarsi  d' intorno  quello  stimolo  che  poteva 
guastare  gli  accordi,  ch'egli  tentava? 


244  RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA 

la  contrarietà  di  Lorenzino  alle  teoriche  allora  prevalenti  del  Rabelais,  come 
suppone  il  F.)  non  dovè  esser  lunga;  e  Lorenzino  andò  vagando  fra  Parigi» 
Lione,  Saintes,  dove  lo  accoglieva  con  amorevole  compassione  lo  zio  Ginliano, 
non  senza  sospetti  che  altri  attentasse  alla  sua  vita,  fin  verso  la  fìne  del 
1544,  nel  quale  anno  il  F.  suppone  eh'  egli  lasciasse  la  Francia,  per  fissar» 
la  sua  dimora  a  Venezia. 

Parla  di  questa  il  cap.  IX,  che  si  apre  con  un'ampia  e  viva  descrizione 
della  vita  cortigiana,  qual'era  allora  in  fiore  nella  Regina  dell'Adriatico, 
anzi  quivi  può  dirsi  che  si  fosse  ridotta,  quando  già  cominciava  a  languire 
0  a  trasformarsi  in  ogni  altra  parte  d'Italia.  Proprio  a  darne  idea  compiuta 
forse  nessun  altro  soggetto  si  sarebbe  prestato  così  bene,  perchè  Lorenzino 
tratto  dalle  sue  inclinazioni  non  meno  che  dai  casi  fortunosi  della  sua  vita, 
sempre  si  trova  dove  più  si  riveli  quel  singolare  miscuglio  di  cultura  dello 
spirito,  di  splendore  della  vita,  di  corruzion  del  costume,  che  è  come  il  ca- 
rattere della  società  cortigiana  di  quel  secolo.  A  Venezia  erano  allora  gli 
Strozzi;  e  però  Lorenzino  vi  si  trovò  in  condizione  men  trista  che  altrove, 
e  s'abbandonò  poco  meno  che  spensieratamente  a  quella  facile  vita,  abitando 
una  casa  signorile;  tenendo  famigliarità  con  mons.  Della  Gasa,  di  famiglia 
che  aveva  secolare  inimicizia  coi  Medici  e  nunzio  di  un  pontefice  che  non 
aveva  buon  sangue  né  con  Cosimo  duca,  né  con  la  Spagna;  amoreggiando, 
e  osando  perfino  alzar  gli  occhi  innamorati  in  faccia  a  una  onesta  gentil- 
donna. Pareva  dimentico  d'avere  sulla  coscienza  un  delitto  gravissimo  e  a 
Firenze  un  implacabile  nemico  (1),  che  l'avrebbe  saputo  giungere  e  ferire 
anche  lontano. 

L'opera  di  questo  nemico  apparisce  nel  capitolo  ultimo.  Scorgiamo  ivi 
Lorenzino,  che  dopo  la  partenza  di  Piero  Strozzi  da  Venezia ,  si  fa  più 
guardingo  nei  suoi  andamenti;  ma  non  si  astiene  però  dal  lusso,  dagli 
amori,  dalle  pratiche  sospette  e  vigilate  col  nunzio;  e  vediam  passate  in 
rassegna  le  molte  congiure,  per  le  quali  assai  si  tramò  anche  in  Venezia 
fra  il  1546  e  il  1548,  non  senza  che  in  alcune  avessero  parte  gli  Strozzi, 
sicché  ne  fu  probabilmente  affrettato  il  fato  di  Lorenzino.  Si  scopriva  nel- 
l'agosto del  '46  la  congiura  di  Frane.  Burlamacchi,  e  nell'ottobre  di  quel- 
l'anno capitava  a  Venezia  Gio.  Francesco  Lottini,  del  quale  fa  il  F.  una 
tenebrosa  etopeia;  pochi  giorni  dopo,  veniva  assalita  da  due  sicari  la  gondola 
del  nunzio,  pur  senza  far  danno  ad  alcuno,  poiché  sembra  l'attentato  non 
avesse  altro  scopo,  che  quello  di  cogliervi  e  uccidervi  dentro  Leone  Strozzi 


(1)  Il  F.  manifesta  TopiDione  che  Cobìdio  «  sentisse  forte  rìpagnanxa  e  macchiarsi  del  sangue 
«  di  sao  cagino  *  (p.  877).  A  me  non  parrebbe  di  potere  in  questa  opinione  consentire.  Che  altri 
e  specialmente  gli  agenti  di  Carlo  V  re  lo  stimolaHero  e  soUedtaiisero ,  non  può  esMr  dabbio; 
ma  non  prova  ch'egli  non  s'ingegnasse  e  adoprasse  per  conto  sno.  L*A.  cita  in  prova  delle  mao- 
chinasioni  e  sollecitazioni  imperiali  tre  lettere  dell'll  agoeto,  12  ottobre,  24  novembre  del  1547. 
Or  gik  nel  1546  era  andato  0.  F.  Lottini  a  Venezia  ed  era  sUta  aasaliU  la  gondola  di  mons. 
Della  Casa.  Le  parole  dell'  istmzione  a  P.  F.  Pandolflni ,  in  cui  si  protesta  gratitudine  e  devo- 
zione a  Venezia,  non  provano  troppo  di  più:  in  quei  complimenti  diplomatici  s'andava  sempre  a 
scavizzolare  ogni  cosa,  che  potesse  servire,  nò  vedrei  però  nulla  d'affettuoso  nel  ricordare  il  viaggio 
del  1520:  non  saprei  figurarmi  Codmo  I  sentimentale  o  poeta;  nò  Venezia  mostrò  poi  d'oflfen- 
denii  troppo  che  egli  la  eceglieMe  per  luogo  atto  a  compiere  le  sue  vendette. 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  245 

e  Lorenzino.  Seguivano  (intanto  che  a  Piacenza  un'  altra  congiura  spenge  va 
Pier  Luigi  Farnese)  quelle  di  Gian  Luigi  Fieschi  e  di  Giulio  Gybo  e  le 
pratiche  del  cardinale  di  Guisa  contro  Spagna.  E  nel  '48  tornava  il  Lottini 
a  Venezia,  col  pretesto  della  nota  questione  delle  precedenze;  ma  nel  fatto 
ad  appiccar  pratiche  col  capitano  Valeriano  da  Terni  e  col  capitano  Bibboni, 
senza  saputa  dell'ambasciatore  fiorentino  Pier  Filippo  Pandolfi ni,  per  l'ucci- 
sione di  Lorenzino,  che  vien  qui  narrata  nel  noto  modo,  secondo  la  relazione 
del  Bibboni.  Segue  la  notizia  di  quello  che  avvenne  dopo  1'  assassinio  del 
Medici  e  del  Sodei'ini,  della  mal  dissimulata  indifierenza  del  governo  veneto, 
che  nulla  fece  per  cogliere  e  punire  i  colpevoli;  della  premura  degli  am- 
basciatori di  Spagna  per  la  loro  salvezza;  delle  carezze,  dei  festeggiamenti, 
dei  premi  di  cui  fu  loro  largo  Cosimo;  della  gioia  di  Carlo  V  e  della  mesta 
indiflferenza  di  Margherita  d'Austria,  che  forse  era  pure  stata  la  sola  per- 
sona, che  avesse  pianto  sinceramente  Alessandro;  del  dolore  vero  di  mons. 
Della  Casa  e  degli  Strozzi.  S'accenna  poi  rapidamente  all'acquietarsi,  e  adat- 
tarsi di  alcuni  dei  fuorusciti  al  nuovo  assetto  delle  cose  di  Toscana  e  infine 
al  vario  trasformarsi  del  tipo  di  Lorenzino  nelle  opere  d'arte  letterarie,  che 
presero  argomento  dai  fatti  di  lui.  Quindi  in  una  succosa  conclusione  si  fa 
una  sintesi  di  tutto  il  lavoro,  ridicendo  rapidamente  la  genesi  del  delitto  e 
quella  dell'Apologia  di  Lorenzino,  e  l'efficacia  sull'animo  di  quest'ultimo 
della  società  cortigiana  «  che,  se  non  nelle  forme,  certo  di  fatto  si  era 
«  emancipata  totalmente  dalle  dottrine  del  Cristianesimo  »  (p.  407).  Due  ap- 
pendici, che,  seguono,  contengono  pochi  e  poco  pregevoli  componimenti  poe- 
tici di  Lorenzino  e  di  Filippo  Strozzi,  alcune  lettere  e  di  loro  e  di  Maria 
Soderini  e  di  Giuliano  fratello  di  Lorenzino,  infine  33  documenti  di  varia 
natura,  che  illustrano  o  danno  argomento  alle  cose  ragionate  nel  libro. 

Del  quale  ho  forse  fatto  un'esposizione  troppo  prolissa;  ma  delle  opere  di 
questo  genere  credo  possa  meglio  far  apprezzar  l'importanza  e  il  valore 
un'analisi  accurata,  che  qualunque  giudizio  soggettivo  se  ne  possa  o  voglia 
dare.  Ciascuno  la  giudichi,  pertanto,  a  suo  modo  :  a  me  sembra,  che,  salvo  una 
certa  ridondanza  di  alcune  parti  e  qualche  conclusione  un  po' ardita,  l'opera 
sia  condotta  con  metodo  critico  eccellente,  che  il  giudizio  morale  intorno  a 
Loicnzino,  per  quanto  qua  e  là  in  certi  particolari  forse  troppo  spietata- 
mente severo  (1),  in  sostanza  sia  giusto,  e  che  il  delitto  di  lui  ne  venga 
più  probabilmente  spiegato,  che  con  l'ipotesi  accennata  indirettamente  dal 
Nerli  (2)  e  ampiamente  e  vivacemente  svolta  e  lumeggiata  dal  Borgognoni, 
alla  quale  tuttavia  il  nostro  in  certe  parti  qualche  cosa  concede  (3).  Quanto 
all'ingegno  e  al  sentimento  artistico  e  all'opera  letteraria  di  Lorenzino, 
invece,  mi  sembra   l'ammirazione   dell'A.    soverchia.  Strana  fortuna  quella 


(1)  Vedi,  p.  es.,  quanto  abbiamo  notato  sopra  intorno  alla  condotta  di  lui  dopo  la  sua  fuga  da 
Firenze. 

(2)  «  0  egli  il  fece  per  gloria  e  per  assomigliarsi  a'  liberatori  della  patria  ed  a'  Bruti  ed  agli 
«  altri  tanto  dagli  scrittori  celebrati,  che  hanno  con  gli  esempli  loro  g^à  fatti  impazzar  molti  ed 
«  infiniti  ne  hanno  fatti  mal  capitare,...  o  egli  il  fece  per  qualche  suo  sdegno  ecc.  »  {Commentari, 
lib.  XII,  Trieste,  1859,  voi.  II,  pp.  241-2. 

(3)  Vedi  sopra  la  nota  3,  a  p.  237. 


246  RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA 

deli'uccisor  d'Alessandro!  Il  suo  tirannicidio,  esaltato  da  principio  come  opera 
magnanima  di  un  novello  Bruto,  fu  bentosto  giudicato  opera  inutile  o  stolta 
da  coloro  stessi,  che  ne  avevano  sperato  la  rivendicazione  della  libertà  ;  poi 
ebbe  quasi  unica  scusa  o  l'esaltazione  morbosa  di  un  cervello  alterato  e 
invasato  da  febbre  d'imitazione  classica,  o  senz'  altro  una  più  o  meno 
ragionante  pazzia;  ora  apparisce  sempre  più  un  delitto  volgare  compiuto 
per  isbramare  un  odio  feroce  e  non  senza  speranza  in  chi  lo  commetteva 
di  cavare  dalla  sua  migliore  interpretazione,  oltreché  bella  fama,  anche  ma- 
teriali vantaggi;  l'amor  della  libertà  e  della  patria  sono  in  lui  sentimenti 
puramente  fittizi  :  unico  fiore  gentile  nel  deserto  di  quelV  anima  V  affetto 
per  sua  madre;  che  pure  è  resa  da  lui  una  delle  più  infelici  donne  del 
tempo  suo.  Invece  le  due  opere  principali  del  suo  ingegno,  che  passarono 
fra  i  contemporanei  pressoché  inosservate ,  sono  ora  esaltate  come  opere 
d'arte  eccellenti,  almeno  dacché  la  pubblicazione  degli  epistolari  del  Giordani 
e  del  Leopardi  fece  sapere  come  quei  due  eletti  ingegni  sentenziassero  Y Apo- 
logia la  sola  scrittura  eloquente  che  si  avesse  in  Italia.  Né  a  tanto  coro  di 
voci  autorevolissime  voglio  io  contrapporre  un  biasimo  inconcludente  e  teme- 
rario ;  ma  non  posso,  a  voler  esser  sincero,  nascondere  che  un  po'  più  di 
temperanza  in  quei  giudizi  mi  piacerebbe.  Non  è  da  negare  certamente  la 
mirabile  precocità  di  quell'ingegno,  che  a  ventidue  anni  scrive  una  delle 
men  peggiori  commedie  del  Cinquecento,  e  che  non  è  nuova  in  quella  fa- 
miglia dei  Medici,  che  ebbe  il  magnifico  Lorenzo  poeta  a  16  o  17  anni  e 
a  20  già  insigne  uomo  di  Stato,  e  Cosimo  I  a  18  anni  già  più  accorto  e 
sagace  politico  di  Francesco  Guicciardini;  ma  sembra  a  me,  che  quella  non 
infelice  contaminazione  di  tre  commedie  latine,  ricca  di  mezzucci  (1),  non 
esclusa  una  delle  solite  più  o  men  naturali  agnizioni,  con  tutto  il  pregio 
indiscutibile  della  frequente  vivezza  del  dialogo  e  della  semplice  bontà  delia 
lirtgua,  non  meriti  tuttavia  le  lodi  grandissime,  che  le  sono  state  prodigate 
e  che  mi  paiono  provar  soltanto  la  miseria  del  nostro  copiosissimo  teatro 
comico  del  secolo  XVI.  Similmente  non  negherò  che  non  si  trovi  nella 
Apologia  a  quando  a  quando  una  certa  foga  di  pensieri  e  un  certo  anda» 
mento  mosso  e  sicuro,  che  ne  fa,  in  certe  parti,  una  scrittura  davvero  elo- 
quente, bell'esempio  di  quello  che  il  Bonghi  chiamò  stile  naturale  (2),  ma  nel 
quale,  a  dir  vero,  non  so  quanto  possa  apparire  dell'imitazione  di  Lisia  e 
di  Demostene;  quell'orazione  d'altra  parte  non  procede  dappertutto  allo 
stesso  modo,  e  in  certi  punti  la  debolezza  dell'argomentazione  e  T incerte/za 
del  procedere  fan  sembrare  tutt'altro  che  infondato  il  severo  giudizio  di  Carlo 


(1)  I  mezzucci  erano  già  in  Plauto;  ma  quelli  che  L.  vi  sostituisce  non  mi  sembrano  più  fe- 
lici: era  mezzuccio  che  Euclione  raccomandaMe  cosi  chiaramente  e  ad  alta  voce  il  suo  tesoro 
nascoeio  alla  Fede;  ma  il  nasconder  la  borsa  sotto  una  fogna  per  la  ria  non  è  più  naturale  dav- 
vero ,  Dò  il  rimpiattarsi  di  Gasare  ha  sufflciente  ragione ,  mentre  si  capisce  nel  servo  plautino 
mandato  appunto  a  spiare.  L.  stesso  sente  Tinfelicità  di  quegli  artifizi  e  cerca  più  e  più  ammin- 
nicoli  di  parole  per  farli  parer  meno  strani.  Certo  ò  tuttavia  che  questo  stesso  fatto  con  alcune 
particolarità  innovate  nel  carattere  di  Aridosio ,  che  ben  mise  in  lace  il  compianto  Qaspabt 
(Storto  ecc.,  voi.  II,  P.  II.  Torino,  1891,  p.  235),  poswn  provare  che  a  L.  il  sentimento  della 
feeteTolessa  e  della  convenienza  comica  non  mancava. 

(2)  Vedi  la  X  alle  sne  note  lettere  al  Bianchi. 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  247 

Gioda  (1).  A  ogni  modo  raffermare,  per  dato  e  fatto  di  queste  due  opere, 
che  Lorenzino  (cioè  a  dire  il  contemporaneo  del  Bembo,  del  Fracastoro,  di 
Erasmo,  del  Gastelvetro,  del  Robortello,  di  Pier  Vettori,  di  Enrico  Stefano, 
e  di  tanti  altri)  «  conobbe  e  gustò  gì'  immortali  esemplari  della  letteratura 
«  greca  come  pochi  suoi  contemporanei  »  (p.  409),  pare  a  me  lode  esagerata, 
come  quella  della  sua  «  facilità  a  dettar  rime  e  commedie  >  (p.  232).  Di 
queste  ce  ne  rimane  una  sola;  e  quelle  poche  rime  sarebbe  meglio  per  la 
fama  letteraria  di  lui  che  fossero  andate  tutte  perdute. 

Similmente  non  saprei  indurmi  a  consentir  col  F.  nel  modo  di  giudicare 
certi  atti  di  un  uomo  di  ben  altra  grandezza  letteraria  e  di  ben  altra  potenza 
d*  ingegno,  che  Lorenzino  non  fosse ,  riconoscendo  ispirata  da  caldo  e  sapiente 
patriottismo  l'opera  data  ad  oppugnare  il  governo  popolare  di  Firenze,  a 
promuover  l'elezione  di  Alessandro  e  di  Cosimo  come  principi  e  a  difendere 
il  primo  contro  le  querele  dei  fuorusciti,  da  colui  che  pur  aveva  scritto: 
«  La  calcina  con  che  si  murano  gli  Stati  de'  tiranni  è  il  sangue  dei  citta- 
«  dini  ;  però  dovrebbe  sforzarsi  ognuno  che  nella  città  sua  non  s' avessino 
«  a  murare  tali  palazzi  »  (2).  Né  è  il  primo  il  F.  a  giudicar  così  il  sommo 
statista  ;  anzi  può  quasi  dirsi  questa  l' opinione  prevalente,  fino  da  quando  il 
Ranalli  la  manifestò  o  proclamò  nel  1862  (3),  sostenendo  che  il  Machiavelli 
e  il  Guicciardini  «  innanzi  a  tutto  e  supremamente  giudicavano  che  fosse 
«  da  procacciare  la  nazionale  indipendenza  degli  Stati  italiani,  come  allora 
«  la  più  minacciata  »  e  che  a  questo  s' informò  tutta  la  loro  politica  ope- 
rosità; tanto  che  giungeva,  dimenticando  o  non  curando  il  famoso  ricordo 
XXVIII  (4),  a  credere  che  il  Guicciardini  stesse  con  Leone  X  e  con  Cle- 
mente VII,  per  mettere  il  loro  pontificato  «  in  quella  via  che  per  esso  e  per 
«  ritalia  sarebbe  stata  migliore  »,  e  diceva  che  nell'adoperarsi  a  favorire  il 
principato  mediceo,  aveva  mostrato  d'amare  più  la  patria  che  la  fama,  e 
salvata  la  libertà  esterna  di  Firenze  (5).  Vi  s' era  poi  accostato  Gius.  Cane- 
strini, nella  prefazione  al  voi.  IX  delle  Opere  inedite  del  G.;.  e  cosi  poi, 
quantunque   in   certe  parti  più  temperatamente,  Carlo  Gioda  (6).  Cosi  egli, 


(1)  «  Noi  non  abbiamo  per  fine  di  confiitarne  T argomentazione  in  molte  parti  debole,  vacua, 
«  vanìssima  »  (in  Guicciardini  e  le  stte  opere  inedite,  e.  XYII,  Bologna,  1881,  p.  637).  E,  a  mio 
credere,  la  parte,  a  cui  più  convengono  queste  parole  è  quella  in  cui  si  allude  agli  ultimi  fatti, 
quella  di  cui  non  poteva  esser  parola  nella  lettera  a  F.  de'  Medici  e  che,  secondo  il  F.,  avrebbe 
a  essere  effetto  di  quel  tal  bagno  demostenico.  Egli  sostiene  infatti  (forse  non  a  torto)  che  se  i 
fuorusciti  fossero  stati  dell'animo  e  della  prontezza  che  volevano,  la  cosa  sarebbe  riuscita  appunto 
com'egli  aveva  immaginato  ;  ma  ciò  «  si  può  provare  con  molte  ragioni,  che  per  non  essere  troppo 
<  lungo  si  lasciano  ».  Troppo  in  mal  punto  questo  desiderio  di  brevità!  Un  sol  fatto  cita,  ed  è 
«  il  caso  di  Monte  Murlo  » ,  che  sta  proprio  a  provare  il  contrario  di  quel  eh'  egli  vuole.  Né  è 
meno  inopportuna  l'indeterminatezza  dell'accenno  alla  probabile  utilità  del  suo  viaggio  a  Costan- 
tinopoli. Non  cosi,  mi  sembra,  argomentava  Demostene. 

(2)  Ricordo  CCXLVI.  —  Op.  ined.,  I,  p,  171. 

(3)  Studio  storico  politico  sulla  vita  e  sulle  opere  di  Francesco  Guicciardini ,  in  Àrch.  star, 
ilal..  Nuova  serie,  XV. 

(4)  Quello  che  contiene  fra  le  altre  queste  parole:  *  ...  il  grado  che  ho  avuto  con  più  ponte- 
«  fici  m'ha  necessitato  a  amare  per  il  particolare  mio  la  grandezza  loro  »  (loc.  cit.,  p.  97). 

(5)  Vedi  lo  studio  cit.,  pp.  10,  36,  57-59. 

(6/  Op.  cit.,  cap.  XIII-XVIl.  Egli  conviene  almeno  che  è  da  condannare  il  contegno  del  Guic- 


248  RASSEGNA    BIBLIOGRAFICA 

come  il  Ranalli  s'appoggiavano  principalmente  al  racconto  del  Varchi,  che 
Alessandro  pei  consigli  minacciosi  dei  suoi  quattro  consiglieri,  che  erano  il 
Guicciardini,  Francesco  Vettori,  Matteo  Strozzi  e  Ruberto  Acciaiuoli,  respin- 
gesse risolutamente  la  proposta  di  Carlo  V  di  farlo  feudatario  della  camera 
imperiale.  Or  il  F.,  che  già  nel  suo  saggio  su  Cosimo  I  aveva  detto  come 
egli  conciliasse,  nel  favorir  l'elezione  di  questo,  il  proprio  vantaggio  col 
l)eneficio  della  sua  patria  (1),  ce  lo  mostra  qui  mosso  e  ispirato  soltanto  dal 
desiderio  della  salvezza  di  questa,  pur  rifiutando  fede  all'accennato  racconto 
del  Varchi,  che  gli  sembra,  e  per  buone  ragioni,  poco  verisimile  (p.  220). 
Non  sembra  a  lui  da  ricorrere  «  al  solito  mezzo  di  condonargli  le  supposte 
«  menzogne  pei  meriti  non  accertati  dai  suoi  consigli  privati  »  (p.  219),  per- 
ch'egli  crede  giustamente  che,  se  una  difesa  abbia  a  farsi,  debba  avere  il 
suo  fondamento  nelle  parole  stesse  del  Guicciardini  :  e  s'accinge  per  questo 
a  un  esame  critico  non  ancora  tentato  da  altri  (p.  195),  delle  querele  dei 
fuorusciti  a  Napoli  e  di  queir  una  fra  le  risposte  fatte  per  parte  del  Duca, 
ch'egli  crede  da  attribuire  al  Guicciardini.  Assai  rapidamente  accenna  gli 
argomenti  addotti  nella  prima  querela  da  mess.  Silvestro  Aldobrandini ,  e 
che  gli  sembrano  «  ora  troppo  sottilmente  giuridici,  ora  ispirati,  da  un  vivo 
«  affetto  alla  patria  e  da  una  idealità  di  principi  pur  troppo  fuori  di  moda  » 
(p.  208);  ma  più  si  trattiene  su  quelli  che  le  contrappose  il  Guicciardini  «  po- 
€  derosi  e  schiaccianti  per  la  parte  avversa  ».  Egli  è  stato  «  sì  fortemente  av- 
€  vinto  dall'arte  dello  scrittore,  da  abbracciare  per  un  momento  con  qualche 
«  entusiasmo  la  causa  d'Alessandro  de'  Medici  »  (p.  210).  E  sia  :  non  può 
certo  disconoscersi  in  quella  risposta  grande  arte  curialesca,  con  fine  e  potenti 


ciardini  dorante  Tassodio  :  solo  cerca  di  spiegarlo  in  qualche  modo  colle  idee  del  tempo,  conside- 
rando che  anche  Gerolamo  Morene,  grande  amatore  d'Italia,  moriva  nel  campo  di  Filiberto  d'O- 
range,  mentre  s'adoperava  a  tatt'aomo  per  far  ribellare  a  Firenze  quanti  più  Inoghi  poteva  (e.  XIY, 
pp.  590-96);  e  moralmente  gli  par  condannabile  anche  la  difesa  d'Alessandro  assunta  dal  0.  e 
dagli  altri  tre  consiglieri  di  lui  ;  solo  gli  par  da  ammettere,  come  attenuante,  il  fine  d' impedir» 
che  Alessandro  abbandonato  a  8e  stesso  non  avesse  a  accettare  di  farsi  feudatario  imperiala  (itt, 

e.  XYI,  p.  681).  Quanto  al  contegno  del  Q.  durante  l'assedio,  il  Ferrai  scrive:  «  Anch'agli 

«  avea  dovuto  assistere  inoperoso  e  indifferente  alla  rovina  della  patria  ;  e  quell'eroica  redstoBxa 
«  in  nome  di  un  principio  da  lui  sempre  avversato  gli  sembrava  pur  tuttavia  deg^a  d'ammira- 
«  zione  •  (p.  119).  Per  verità,  non  saprei  so  che  cosa  questa  afifermazione  si  fondi.  Forse  sol  fa- 
moso ricordo  CXXXVI,  che  mette  il  conto  di  riferire?  «  Accade  che  qualche  volta  «patti  fuino 
«  maggiori  cose  che  e  savii;  procede  perchè  il  savio  dove  non  è  neoMsitato  si  rimette  Mai  alla 
«  ragione  e  poco  alla  fortuna;  il  pazzo  assai  alla  fortuna  e  poco  alla  ragione;  e  le  eoee  portate 
«  dalla  fortuna  hanno  talvolta  fini  incredibili.  E  savii  di  Firente  arebbono  ceduto  alla  tempeeta 
«  preeente;  e  pazzi  avendo  contro  a  ogni  ragione  volato  opporsi,  hanno  fatto  inaino  a  ora  quello 
«  che  non  si  sarebbe  creduto  che  la  città  nostra  potessi  in  modo  alcuno  fkre;  e  questo  è  che 
«  dice  il  proverbio:  A%tdae*t  fortuna  iuvat  ».  Davvero  c'è  da  sentirsi  ingalluzzire  e  inorgoglire 
per  un'ammirazione  siffatta.  Né  è  d' altro  genere  quella  del  Ricordo  I ,  in  cui  si  dice  della  resi- 
stenta  dei  Fiorentini  che  nasce  da  fede ,  ma  è  oaiinaMioru.  A  cose  finite  poi  i  giudizi  del  O.  si 
fecero  più  severi:  i  pazzi  del  1530,  divengono  nel  1581  ribaidi  {Due.  VIJI.  Op.  msd.,  voi.  II, 
p.  364);  e  anche  se  non  si  considera  quello  che  pronunziava  a  Napoli  l'avvocato  del  Duca,  ve- 
dremo che  il  pacato  scrittore  della  Storia  d'Italia  non  sa  riscontrare  nei  difensori  di  Firente,  se 
non  pran  fini  (lib.  XIX,  e.  IV,  p.  737  nell'ediz.  di  Livorno,  1834),  mala  mentt,  gran  ttmtrUà 
e  insoUtiMa  (lib.  XIX.  e.  VI,  p.  782),  ottmanom ,  pertinacia  (lib.  XX  ,  e.  I,  pp.  812,  814); 
rappresenta  Malatesta  Baglioni  quasi  come  il  salvatore  di  Firenze  e  stima  insania  il  cassarlo  (M). 
(1)  Op.  cit.,  pp.  12,  14,  124. 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  249 

argomentazioni,  né  soprattutto  la  felicità  del  prender  le  mosse  dalla  conside- 
razione della  vera  debolezza  degli  esuli,  cioè  delle  loro  disunioni  e  discordie, 
e  dal  rilevare  che  alcuni  di  loro,  e  primo  Filippo  Strozzi,  si  eran  trovati  a 
sancire  e  a  promuovere  quel  che  allora  condannavano.  Ma  quanto  alla  parte 
sostanziale  della  questione,  non  ne  voglio  altro  giudice,  che  il  Guicciardini 
medesimo.  Oltre  quello  che  concerneva  ai  mali  e  tirannici  portamenti  del 
duca,  il  forte  stava  qui  :  si  querelavano  i  fuorusciti  che  non  fossero  stati  os- 
servati i  capitoli  fatti  nel  1530  fra  la  Signoria  di  Firenze  e  Ferrante  Gon- 
zaga a  nome  dell'Imperatore,  il  quale,  se  non  altro,  coll'accettare  il  denaro 
pattuito  perchè  l'esercito  si  levasse  d'attorno  alla  città,  e  l'incarico  di  dichia- 
rare la  forma  del  nuovo  governo,  li  aveva  di  fatto  approvati  e  ratificati  ;  e 
soprattutto  si  lagnavano  che  non  fosse  stato  osservato  il  primo ,  che  dava 
facoltà  all'Imperatore  di  ordinare  fra  quattro  mesi  la  forma  del  governo  di 
Firenze  «  intendendosi  sempre  che  sia  conservata  la  libertà  »;  poiché  il  go- 
verno di  Alessandro,  massimamente  dopo  la  riforma  del  '32,  che  aveva  al- 
terato anche  la  prima  determinazione  imperiale,  era  per  più  capi  e  rispetti 
tirannico.  E  cosi  il  6°  ed  il  9° ,  che  stabilivano  la  remissione  e  il  perdono 
d'ogni  ingiuria  di  qualunque  genere  ricevuta  da  Clemente  VII  o  da'  suoi  pa- 
renti, amici  e  servitori,  e  la  piena  libertà  d'ogni  cittadino  di  stare  a  Roma 
o  dovunque  meglio  gli  tornasse;  poiché  i  confini,  gl'imprigionamenti  e  per- 
fino le  esecuzioni  capitali  erano  stati  più  numerosi  che  in  alcun'altra  mu- 
tazione dello  Stato  fiorentino,  pur  senza  contare  i  soprusi,  le  violenze,  le 
crudeltà  commesse  poi ,  durante  il  suo  governo ,  dal  Duca.  Il  Guicciardini 
rispondeva,  che  l'interpetrazione  che  i  fuorusciti  davano  al  I  capitolo  era 
assurda,  perché  assurdo  sarebbe  stato  che  il  vincitore  avesse  dovuto  obbli- 
garsi a  fare  quel  che  piacesse  ai  vinti  ;  e  che  la  libertà  non  istava  nel  go- 
verno popolare  pieno  di  confusione ,  disordini  e  iniquità ,  «  che  è  notorio 
«  che  Firenze  non  ebbe  il  più  pernicioso  e  corrotto  governo  di  questo  »;  ma 
in  quel  governo  che  aveva  preceduto  l'ultima  cacciata  dei  Medici  e  sotto  il 
quale  «  è  .manifesto  che  la  città  era  stata  più  quieta,  più  potente  e  più  flo- 
«  rida,  che  fussi  mai  stata  in  tempo  alcuno  »:  perché  «  la  libertà  non  con- 
«  siste  che  la  plebe  conculchi  la  nobiltà,  non  che  i  poveri  per  invidia  cer- 
«  chino  di  annichilare  le  facoltà  dei  ricchi ,  non  che  nelle  amministrazioni 
«  della  Repubblica  abbino  più  luogo  gl'ignoranti  e  imperiti  di  governi,  che 
«  gli  uomini  prudenti  e  esperti,  né  che  sotto  falso  nome  di  libertà  le  cose 
«  si  governino  con  una  dissoluta  licenza  e  temerità,  come  tuttodì  accadeva 
«  nello  stato  del.populo.  E  però  S.  M.,  considerando  con  somma  sapienza,  in 
«  che  veramente  consistessino  i  fondamenti  e  frutti  della  libertà,  e  avendo 
«  anche  rispetto  alla  pace  d'Italia,  come  nel  suo  decreto  espressamente  si  ma- 
€  nifesta,  dichiarò  la  forma  antica  del  governo;  volendo  più  presto  si  reggessi 
4(  con  la  sua  consueta  e  bene  ordinata  libertà,  che  con  modi  nuovi  o  tumultuosi, 
«  i  quali  aveano  condotto  all'ultimo  eccidio  quella  patria,  se  prima  la  bontà 
«  di  Dio,  e  poi  la  benignità  di  S.  M.  non  l'avesse  soccorsa.  Per  che  appa- 
«  risce  che  S.  M.  fece  questa  dichiarazione  mossa  da  giustissime  e  ottime 
ragioni  e  bene  informata  dei  meriti  della  causa  »  etc.  (1).  Lasciamo  stare 


(1)  Vedi  Opere  inedite,  voi.  IX,  pp.  357,  358. 


250  RASSEGNA   BIHLIOGRAFICA 

che  la  forma  dichiarata  da  Carlo  V,  e  men  che  mai  quella  stabilita  nel  1532^ 
non  era  la  forma  antica  del  governo^  nel  quale  se  non  altro  ai  Medici  non 
era  stata  riconosciuta  alcuna  autorità  ereditaria;  lasciamo  stare  che  nel  ri- 
cordo GCXII,  come  già  nel  CGGLIV  il  Guicciardini  aveva  accennato  ben  altre 
idee  sul  governo,  che  poteva  convenire  a  Firenze:  la  continua  evoluzione  dei 
suoi  concetti  politici,  cosi  ben  rilevata  dal  Ranalli  (1),  poteva  forse  avergli  ora 
fatto  mutar  pensiero;  ma  come  potremo  più  sostenere  ch'egli  dicesse  tutto 
ciò  in  buona  fede,  quando  vedremo  che  più  tardi,  nella  solitudine  amena  e 
meditativa  della  sua  villa  d'Arcetri,  egli  scriveva  di  questo  fatto  così  :  «  Di- 
«  chiaro  eziandio  Gesare  la  forma  del  governo  di  Firenze,  dissimulata  quella 

«  parte  dell'autorità  concessagli ,  che  limitava  salva  la  libertà  ;  perchè 

«  espresse  che  la  città  si  governasse  etc.  etc.  e  che  del  governo  fosse  capo 
€  Alessandro  nipote  del  Pontefice  e  genero  suo  ;  e  mancando  lui,  succedes- 
si sero  di  mano  in  mano  i  figliuoli  e  discendenti  e  i  più  prossimi  della  me- 

«  desima  famiglia :  avendo  satisfatto  al  Papa  forse  più  che  alla  facultà 

«  concessagli  nel  compromesso?  »  (2).  —  Similmente,  negava  che  non  fosse 
stato  osservato  il  capitolo  nono,  il  quale  se  voleva  che  fosser  rimosse  le  in- 
giurie fatte  al  Papa  ed  ai  Medici,  «  non  esclude  già...  che,  secondo  le  leg^ 
«  della  Repubblica  e  con  la  autorità  di  magistrati  preposti  alla  giustizia  non 
«  si  possi  cognoscere  de'  delitti  fatti  per  loro  contro  alla  patria,  i  quali  fu- 
se rono  atrocissimi  »,  perchè  «  costoro  si  congiurarono  di  aspettare  prima  il 
«  sacco  e  l'ultimo  eccidio  della  patria,  che  fare  accordo  con  Nostro  Signore 
«  e  con  la  Maestà  cesarea  »  (3).  Potrà  parere  assai  strano,  e  rammenterà 
l'argomento  usato  da  Maometto  li  coi  difensori  di  Negroponte;  ma  non  si 
creda  che  il  Guicciardini  non  lo  sapesse  da  sé.  Odasi  com'egli  parla  nella 
Storia  d'Italia;  «  Quegli,  in  mano  dei  quali  era  pervenuto  il  governo,  parte 
«  per  assicurare  meglio  lo  Stato,  parte  per  lo  sdegno  conceputo  contro  agli 
€  autori  di  tanti  mali,  e  per  la  memoria  delle  ingiurie  ricevute  privatamente 
«  (ma  principalmente  perchè  così  fu,  benché  lo  manifestasse  a  pochi,  la  in- 
«  tenzione  del  Pontefice)  inlerpetrarono  {osservando  forse  la  superficie  delle 
€  parole  ma  cavillando  il  senso)  che  il  capitolo  per  il  quale  si  prometteva 
«  perdono  a  chi  avesse  ingiuriato  il  Pontefice  e  gli  amici  suoi,  non  cancel- 
«  lasse  le  ingiurie  e  i  delitti  commessi  da  loro  nelle  cose  della  Repub- 
«  blica  »  (4). 

Stando  le  cose  in  questi  termini,  credo  di  aver  a  esser  compatito,  se  non 
mi  sento  compreso  dall'entusiasmo  del  F.  per  i  poderosi  e  schiaccianti  ar- 
gomenti, che  l'autor  loro  stesso  giudica  in  tal  modo.  Ma  pel  nostro  autore 
ha  grande  importanza  questo  fatto,  .che  la  scrittura  del  G.  «  è  pur  sempre 


(1)  Osserra  egli,  conformandosi  al  suo  concetto  già  accennato,  come  «  la  sdenta  drile  dal  0. 
«  legnitaMe  a  pieganti  Terso  il  principato  di  mano  in  mano  che  qae.«to  direntara  ana  Mewsità 
«  prodotta  da  cause  più  potenti  del  volere  degli  uomini  »  {Op.  cit.,  p.  53). 

(2)  Sloria  d'JL,  lib.  XX,  e.  U,  p.  827. 
(S)  Op.  ined.,  IX.  p.  3M. 

(4)  Storùt  d'IL,  lib.  XX,  e.  I,  p.  818.  Tralasdo  di  notare  le  manifeste  fiilsiU  storiche,  alle 
quali  si  lasda  andare  il  0.,  pnr  mostrando  di  Tolere  insegnare  agli  asciti  la  storia  della  patria 
loro.  Quel  che  noto  nel  testo  mi  par  snflBcientit  a  prorare  ch'egli  non  parlava  in  buona  hi: 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  251 

«  quella  di  un  uomo  libero  in  nome  di  un  partito  contro  le  accuse  di  una 
«  fazione  avversa  »  (p.  209),  e  vi  si  trova  implicita  la  denegazione  delVas- 
«  soluto  diritto  imperiale  su  Firenze  (p.  220).  Tanto  basta,  perchè  la  difesa 
del  principato  e  del  principe  non  sia  in  quel  caso  un  delitto  di  lesa  patria 
(p.  219),  anzi  perchè  si  possa  affermare  che  «  a  Napoli,  di  fronte  a  una  po- 
«  tenza  politica  soverchiante ,  stette  vigile  custode  della  dignità  di  Firenze, 
«  che  implicava  quella  di  Italia,  il  G.,  ch'era  viva  immagine  di  una  gran- 
«  dezza  morale,  che  come  faro  luminoso  dal  centro  d'Italia  avea  dominato 
«  tutto  il  mondo  civile  »  (1)  (p.  221).  Troppo  sarebbe  stato  che  dal  Guicciar- 
dini o  da  Alessandro  avesse  avuto  a  partirsi  la  proposta  d'una  infeudazione, 
che  altri  non  avesse  chiesto,  e  l'aperta  invocazione  di  un  diritto,  che  altri 
non  aveva  neppur  accennato  (2).  Ma  non  si  deve  né  può  dissimulare  che  la 
risposta  del  Guicciardini  non  solo  è  fatta  per  modo ,  da  mettere  gli  avver- 
sari in  mala  vista,  come  temerariamente  irriverenti  all'  imperatore ,  perchè 
osano  supporre  ch'egli  abbia  dato  il  suo  lodo  senza  esser  bene  informato  (3); 
non  solo  giustifica  la  riforma  del  '32  colla  considerazione  avuta  «  a  onorare 
«  la  persona  del  Duca  per  rispetto  di  S.  M.,  perchè  essendosi  quella  degnata 
«  di  eleggerlo  per  genero ,  parve  molto  conveniente  insignirlo  con  qualche 
«  grado  nuovo  d'onore  e  di  dignità  »  (4);  non  solo  chiama  «  quella  licen- 
«  ziosa  e  perniziosa  popularità  distruttrice  della  patria  e  direttamente  con- 
«  traria  alla  autorità  di  S.  M.^  o  alla  quiete  e  pace  d'Italia»  (5);  ma  parla 
dell'autonomia  fiorentina,  per  giustificar  l'abolizione  della  Signoria,  dicendo: 
«  questo  non  essere  stato  fatto  contro  alla  ordinazione  di  S.  M.  né  fuora 
«  della  autorità  della  città,  la  quale  essendo  città  libera  e  possedendo  anti- 
€  chissima  libertà  non  solo  concessa  dagli  antichi  imperatori^  ma  confer- 
€  m^ta  da  Massimiano  Cesare  e  dipoi  da  S.  M.  e  ultimamente  da  quella 
€  in  pienissima  forma  reintegrata  ;  non  è  dubbio  che  delle  cose  attenenti  al 
«  suo  governo  può  disporre  liberamente  a  suo  beneplacito  »  (6).  Sarà  qui 
implicita  la  denegazione  dei  diritti  imperiali,  o  non  piuttosto  vi  sarà  non  tanto 
implicita  l'affermazione  che  solo  da  concessioni  e  ricognizioni  imperiali  di- 
pende la  libertà  di  Firenze?  Che  cosa  rimane  dunque,  a  giustificazion  delle 


(1)  Se  così  fosse,  dovremmo  proprio  sentenziar  col  Ranalli:  «  Quando  si  allega  come  una  gran 
«  macchia  al  nome  del  G.  la  difesa  da  lui  fatta  in  Napoli  del  duca  Alessandro ,  in  risposta  al- 
«  Taccusa  dei  fuorusciti  per  la  bocca  di  Jacopo  Nardi,  si  allega  ciò  che  anzi  rese  il  G.  maggior- 
«  mente  benemerito  della  patria  sua  »  {Op.  cit,,  p.  59). 

(2)  Il  Gioda  {Op.  cii.,  e.  XVI,  p.  621)  scorge  nel  fatto  stesso  del  querelarsi  a  Carlo  V  come 
mia  vaga  confessione  della  supremazia  imperiale;  a  lui  si  ricorreva  «  perchè,  giusta  l'ufficio 
«  dell'imperio  che  teneva  provvedesse  a  far  opservare  ì  diritti  secondo  giustizia  ».  Ma  a  me  non 
par  giusto.  Firenze  aveva  nel  1530  capitolato  con  un  generale  di  Carlo  V;  a  chi  dunque,  se  non 
a  questo,  richiedere  l'osservanza  dei  patti  stipulati?  Più  m'accordo  col  F. ,  il  quale  scrive  che 
nel  memoriale  dell'Aldobrandini  «  la  contestazione  del  diritto  supremo  dell'impero  era  franca  ed 
•«  aperta  »  (p.  209). 

(3)  «  È  cosa  non  solo  superflua ,  ma  arrogante  e  temeraria  allegare  in  questo  caso  errore  di 
«  S.  M.,  la  quale  sa  tutto  il  mondo  con  quanta  maturità  e  circumspezione  e  con  quanto  sapien- 
«  tissimo  consiglio  proceda  in  tutte  le  sue  deliberazioni  »  (loc.  cit.,  p.  361). 

(4)  Jvt,  p.  36». 

(5)  Ivi,  p.  365. 

(6)  Ivi,  p.  363. 


252  RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA 

lodi  che  il  F.  e  gli  altri  prodigano  al  Guicciardini  per  questi  fatti?  Si  dirà: 
il  fine,  poiché  oramai  solo  il  principato  poteva  salvare  l'indipendenza  fioren- 
tina. Quando  pur  cosi  fosse,  sarebbe  stata  colpa  delle  dissensioni  fiorentine 
e  più  specialmente  della  parte  a  cui  il  G.  apparteneva  e  che  era  stata  nella 
Repubblica  fautrice  del  principato  (1):  sotto  il  quale,  a  ogni  modo,  specialmente 
nei  primi  tempi,  la  dipendenza  di  Spagna  fu  troppo  maggiore,  che  non  fosse 
stata  da  alcun  altro  Stato  straniero  in  tutto  il  tempo  del  governo  repubbli- 
cano. Certo  i  tempi  erano  mutati  ;  ma  noi  non  possiamo  dire  né  sapere  che 
cosa  sarebbe  avvenuto,  se  Firenze  fosse  rimasta  repubblica  dopo  la  morte  di 
Clemente  VII:  certo  sappiamo  che  per  allora  il  principato  non  le  assicurò 
Tindipendenza.  Sarà  stato  questo,  come  dice  il  Gioda  (2),  errore,  non  colpa  del 
Guicciardini;  ma  da  qual  luogo  delle  opere  sue  rileviamo  poi  sicuramente, 
ch'egli  si  movesse  a  quel  fine  ?  Ben  vi  si  potrà  forse  vedere  un  accenno  in 
una  frase  del  discorso  che  occupa  il  nono  luogo  fra  quelli  raccolti  dal  Ca- 
nestrini, che  parlano  del  governo  di  Firenze;  ma  é  molto  magra  cosa,  né 
parla  della  qualità  del  governo.  A  principato  oramai  costituito ,  egli  consi- 
glia ad  Alessandro  di  moderare  le  spese,  dicendo:  «  se  questo  non  si  fa, 
«  aremo  breve  vita  ;  e  se  non  occuperanno  lo  Stato  i  cittadini,  ce  lo  torranno 
«  0  tutto  0  parte  i  principi  forestieri  »  (3).  Certo  su  questo  fondamento  poco 
si  può  fabbricare.  Più  parrebbe  che  si  potesse  argomentare  da  una  lettera 
non  del  G.,  ma  di  Francesco  Vettori,  che  mostra  di  temere  che  Firenze  non 
venga  nella  soggezione  degli  imperiali,  se  muovano  sopra  di  lei  i  fuorusciti 
con  aiuti  francesi.  Ma  la  lettera  é  del  15  di  gennaio  del  1537  e  diretta  a 
Filippo  Strozzi  (4),  e  non  era  forse  altro,  che  uno  spauracchio,  che  ben  rag- 
giunse il  su%  fine  di  rimuovere  quel  molto  removibile  capo  di  fuorusciti  dal 
venire  con  le  armi  su  Firenze  in  quei  primi  giorni  dell'elezione  di  Cosimo, 
che,  come  scrisse  Lorenzino,  «  cosi  malfondata  e  così  fresca  non  ci  poteva 
«  impedire  o  nuocere  ».  Ma  quand'anche  lo  trovassimo  espressamente  dichia- 
rato, che  cosa  ne  potremmo  inferire,  se  perfino  nel  diploma  di  Carlo  V,  del 
28  ottobre  1530,  portato  a  Firenze  dal  Muscettola,  si  fa  un  gran  dire  del- 
l'opportunità di  stabilire  il  governo  di  un  solo ,  per  salvezza  della  quiete, 
libertà  e  tranquillità  di  Firenze  e  «  ne  Respublica  iterum  ad  popularem 
«  factionem  deveniat   et  praeterea  dominium  et  libertas  dictae  Reipublicae 


(1)  Lo  riconosce  e  confessa  Io  stesso  Gioda.   Op.  cit.,  e.  XVII,  p.  661. 

(2)  /vi,  p.  662.  Mi  preme  di  dichiarare,  come  per  iscarico  di  coscienza,  che,  per  me  come  me, 
non  sarebbe  il  caso  di  tale  distinzione,  perchà  io  non  poeso  professare  sa  questo  ponto  altra  dot- 
trina da  quella  che  espone  nel  suo  Dialogo  tUW  tnHHtiont  il  Manzoni ,  a  proposito  della  distin- 
zione del  Mirabeau  fra  la  grande  e  la  piccola  morale  e  del  contegno  del  Vergniaad  nella  con- 
danna di  Luigi  XYI.  e  che  si  compendia  in  quella  bella  sentenza:  «  il  torto  non  è  nell' arer 
«  previsto  male,  ma  nel  soetitnire  a  nna  legge  etema  la  preTisione  umana  »  (Optrt  tarù,  ediz. 
del  1881,  p  401).  Ma  non  tocco  questa  parte,  perchè  anche  chi  non  la  pensa  come  ne ,  e  chi 
erede  da  giudicare  della  moralità  delle  azioni  degli  uomini  soltanto  secondo  le  opinioni  e  i  aen- 
timenti  che  nel  tempo  loro  prevaleTano,  vegga  chiaro  che  fondamento  abbia  la  difesa  coA  acuta- 
mente e  ingegnoeamente  escogitata  della  vita  politica  del  0. 

(8)  Op.intd.,  voi.  II,  p.  372.  Non  sarà  superfluo  notare  che  il  primo  pericolo  accennato  qni  è 
quello,  che  occupino  lo  stato  i  cittadini. 
(4)  Pnbbl.  dal  Bigazzi,  col  Filippo  Strozzi  del  Niccolini.  Ediz.  cit.,  pp.  216  sgg. 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  253 

€  periclitari  et  opprimi  valeat  »  (1).  Sarà  davvero  curioso  il  dover  fare,  e  a 
maggior  diritto,  Carlo  V  partecipe  della  lode  che  si  dà  al  Guicciardini  ! 

Considerato  tutto  ciò,  mi  pare  di  poter  dir  col  Busini  (2),  che  «poco  si 
«  può  scusare  il  Guicciardini  delle  sue  azioni  »  :  onoriamo  in  lui  il  massimo 
dei  nostri  storici  del  Cinquecento,  ammiriamone  l'ingegno  potentissimo  e  il 
grandissimo  valore  d'uomo  di  stato ,  ma  non  vogliamo  esaltarne  la  virtù  ci- 
vile, né  immaginiamo  che  si  prefigga  alti  e  generosi  ideali  chi  confessò  cosi 
apertamente  e  freddamente  di  posporre  opinioni  e  sentimenti  al  suo  parti- 
calare. 

Mi  perdoni  il  F.  questa  franca  dichiarazione,  con  la  quale  intendo  solo  di 
dire  schiettamente  l'animo  mio  (che  altro  non  saprei)  e  non  di  scemar  pregio 
al  suo  bel  lavoro  per  tanti  rispetti  notevolissimo.  E  oramai  mi  permetta 
anche  di  rivolgergli  una  preghiera.  Ora  veramente  usa  poco,  pare  un  vec- 
chiume; pure  a  me  piacerebbe  tanto,  che  chi  fa  dei  lavori  così  seri  e  rile- 
vanti per  la  sostanza ,  cercasse  anche  di  porre  un  po'  di  cura  nella  bontà 
della  formai  Tanto  più  che  il  suo  ingegno  e  la  sua  fantasia  gli  suggeriscono 
a  quando  a  quando  immagini  vivaci  e  potenti,  atte  a  far  più  gradita  la  let- 
tura del  suo  libro.  Perchè  dunque  non  aver  la  pazienza  di  rivedere  il  suo 
scritto  0  le  bozze  (giacché  d'errori  tipografici  (3)  ce  n'è  una  farragine),  in 
modo  da  forbirlo  di  certe  macchie,  che  non  solo  possono  dare  un  po'  di  dis- 
gusto, ma  anche  nuocere  talvolta  alla  retta  intelligenza  ?  Non  istarò  a  parlar 
di  gallicismi  o  di  neologismi;  oramai  noi  che  ci  guardiamo  siamo  gabellati 
per  pedanti  senza  più;  ma  perchè  certe  improprietà,  che  sembran  proprio 
volute,  come,  per  es.,  il  dir  sempre  simulare  dove  sarebbe  da  scrivere  dis- 
simulare^  (4).  Tuttavia  debbo  per  giustizia  soggiungere,  che  mi  piace  che 
il  F.  si  sia  liberato  da  quel  periodare  involuto  e  impacciato  che  faceva  grave 
in  certi  punti  la  lettura  del  suo  primo  saggio,  sebbene  qualche  volta  riesca 
ora  un  po'  saltellante  (5)  :  parrebbe  quasi  che  là  si  risentisse  un  po'  troppo 


(1)  Vedi  il  testo  in  M.  Bastbelli,  Storia  di  Akss.  de'  Medici  primo  duca  di  Firenze,  voi.  I, 
p.  79. 

(2)  Lettere  al  Varchi.  Lettera  XXII.  Ho  d'innanzi  l'ediz.  di  Milano,  1847,  p.  259. 

(3)  Oltre  i  notati  JiéìV Errata-corrige,  che  è  in  fondo  al  volarne,  più  e  più  altri  ne  ho  riscon- 
trati, cosi  nelle  citazioni,  specialmente  francesi ,  come  nel  testo,  per  es.  alle  pp.  44  (1.  12),  168 
(1.  28),  201  (1.  24,  28,  31,  32,  33) ,  218  (1.  28,  29) ,  226  (1.  15) ,  267  (1.  17)  ,  291  (1.  10) ,  307 
(1.  18),  308  (1.  9),  310  (1.  8),  372  (1.  17)  ecc.  Ma  più  dannosi  mi  sembrano  certi  altri  ,  che  po- 
trebbero parere  cattive  concordanze.  Cesi  alla  p.  95  (1.  13  e  14)  e  alla  p.  312  (1.  7).  Nel  com- 
puto delle  linee  considero  anche  l'intestazione  della  pagina  e  gli  asterischi  interlineari. 

(4)  Cosi  alla  p.  54,  «  Nicc.  Capponi ,  nell'  eroico  sforzo  di  simulare  le  interne  torture ,  si  di- 
«  spone  »  ecc.;  alla  p.  97,  a  Pier  Fr.  Riccio  non  riesce  «  di  simulare  le  sue  apprensioni...  e  le 
«  apprensioni  crebbero  »  ecc.;  alla  p.  237,  Lorenzino  mette  «  in  pratica  l'arte  di  simulare  i  suoi 
«  riposti  disegni  »;  alla  p.  301,  «  il  Senato  veneto  simulò  per  un  pezzo  gli  sdegni;  ma  quando 
«  potè  ecc.,  prese  anche  vendetta  »  ecc.  ;  alla  p.  340,  mons.  Della  Casa  «  seppe  .  .  .  abilmente 
«  simulare  l'intimo  sentimento  »  ecc.,  e  alla  p.  362,  (4o.  Frane.  Lettini  «spirito  facile  e  colto 
«  seppe  tuttavia  simulare  l'indole  fiera  e  turbolenta,  tanto  da  godere  la  stima  dei  letterati  e  degli 
«  uomini  politici  ».  Tanto  che  a  volte  troviamo  simulare  e  simulazione  e  non  sappiamo  bene, 
se  dobbiamo  spiegarle  nel  loro  senso  vero,  o  in  quello  di  dissimulare ,  dissimulazione.  Per  es. , 
alla  p.  219,  alla  p.  269,  alla  p.  365. 

(.5)  Per  es.,  nelle  pp.  51,  154. 


254  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

della  lettura  dei  cinquecentisti,  qui  di  quella  degli  autori  stranieri  e  massi- 
mamente francesi.  Né  tutto  questo  gli  dico  per  fargli  come  a  dire  il  mae- 
stro: in  lavori  di  tal  natura  e  di  tal  pregio  queste  sono  minuzie,  lo  so;  ma 
un  povero  insegnante  di  retorica ,  che  rivede  in  un  anno  componimenti  a 
migliaia,  sarà  compatito,  se  a  queste  minu/.ie  si  ferma:  l'abitudine,  si  sa,  è 
una  seconda  natura. 

Fbancesco  Carlo  Pelleorini. 


FERDINANDO  GABOTTO.  —  Un  nuovo  contributo  alla  storia 
deW umanesimo  ligure.  Estratto  dagli  Atti  della  Società  li- 
gure di  storia  patria,  voi.  XXIV,  fase.  I.  —  Genova,  tip. 
dei  Sordo-muti,  1892  (8*»  gr.,  pp.  331). 

li  lavoro  del  Gabotto  si  rìconnette  a  quello  del  Braggio,  di  cui  io  ho  par* 
lato  molto  favorevolmente  in  questo  stesso  Giornale  (1).  E  un  lavoro  che 
si  presenta  quale  continuazione  e  compimento  di  un  altro  è  già  ben  racco- 
mandato, perchè  dimostra  nell'autore  il  sentimento  della  comunanza  negli 
studi,  che  sola  li  fa  prosperare;  tanto  più  poi  se  la  continuazione  e  il  com- 
pimento son  condotti  con  rispetto  e  garbo ,  di  che  va  data  lode  al  Gabotto. 

Il  lavoro  si  può  dividere  in  tre  parti.  Nella  prima,  che  comprende  due 
capitoli,  l'uno  sui  Mecenati  e  studiosi,  l'altro  sui  Cancellieri  e  grammatici^ 
il  Gabotto  aggiunge  un  numero  considerevole  di  notizie,  che  trae  o  da  ri- 
cerche proprie  o  da  scritti  pubblicati  dopo  il  libro  del  Braggio.  In  questa 
parte  va  rilevata  una  buona  considerazione,  che  cioè  l'umanismo  penetrò  a 
Genova  per  mezzo  principalmente  della  Curia  arcivescovile.  Vi  si  trova  inoltre 
una  larga  illustrazione  di  Prospero  da  Camogli,  con  la  scorta  di  nuovi  do- 
cumenti. 

Qui  mi  preme  di  correggere  una  data.  La  lettera  del  Bruni  airarcivescovo 
Pileo  de  Marinis  (p.  li)  del  12  febbraio  non  è  del  1418,  ma  del  1424.  Il 
Gabotto  si  basa  sulla  recente  traduzione  ivi  accennata  àeWEtica  di  Aristo- 
tele. Ma  ivi  si  parla  pure  dei  Commentari  della  I  guerra  punica,  i  quali 
secondo  una  soscrizione  furono  pubblicati  il  14  decembre  1421  (2).  La  lettera 
con  ciò  appartiene  almeno  al  1422.  Essa  del  resto  va  posta  in  relazione  con 
un'altra  del  Traversari  al  Niccoli  del  27  febbraio  1424  (3),  dalla  quale  ri- 
sulta che  Pileo  de  Marinis  si  era  rivolto  come  al  Bruni,  così  anche  al  Tra- 
versari per  aver  libri  da  Firenze.  11  Traversari  scrive:  «  Litteras  ab  archie- 
«  piscopo  lanuense  accepi,  quibus  intcr  cetera  orat  ut  translationes  meas  sibi 
«  transcribi  curem  pecuniasque  necessarias  ad  eam  rem  abunde  suppeditat  ». 


(1)  Voi.  XVIII,  p.  369. 

(2)  LioxARDi  Broni,  ^tisiol.,  ed.  Hehns,  I,  p.  l?i. 

(3)  Per  U  data  di  questa  lettera  ctr.  B.  Sabbadiki,  Biograjfa  ii  Q.  Auriipa,  p.  17. 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  255 

La  seconda  parte  del  libro,  intitolata  Umanisti  a  Savona^  contiene  soprat- 
tutto un  lunghissimo  capitolo  su  Giovan  Mario  Filelfo,  il  quale  insegnò  qualche 
anno  a  Savona.  Si  capisce,  per  quanto  il  Gabotto  giustifichi  in  più  di  un  luogo 
il  suo  operato,  come  in  un  lavoro  che  ha  per  argomento  l'umanismo  ligure, 
una  tale  estensione  oltrepassi  la  misura  e  violi  le  leggi  dell'economia  :  sareb- 
bero bastati  pochi  cenni  generali  sul  carattere  di  Giovan  Mario  e  una  di- 
scussione sulla  sua  attività  didattica  a  Savona.  Ma  lasciando  stare  il  disegno 
del  libro  e  pigliando  il  capitolo  com'è,  abbiamo  una  monografia  fondamen- 
tale su  Giovan  Mario  Filelfo,  le  cui  tendenze  umanistiche,  il  cui  vagabon- 
daggio, le  dissipataggini,  l'instabilità,  la  nervosità,  le  contese,  le  produzioni 
letterarie  sono  esaminate,  discusse,  illustrate  con  maestria  e  passione.  Si  sente 
che  questo  personaggio  è  per  il  Gabotto  un  uomo  del  cuore,  ed  a  ciò  si  deve 
l'essere  la  monografia  riuscita  viva  ed  organica,  in  modo  da  costituire  il  mi- 
glior capitolo  del  libro. 

La  terza  parte,  col  titolo  Liguri  fuor  di  patria,  contiene  un'altra  lunga 
dissertazione  su  Bartolomeo  Fazio.  Dati  brevi  cenni  sui  primi  anni  e  i  primi 
studi  del  Fazio,  il  Gabotto  ce  lo  trasporta  nel  1443  a  Napoli,  dove  andò  am- 
basciatore della  repubblica  genovese  e  dove  piantò  stabilmente  le  sue  tende, 
diventando  storiografo  di  corte.  A  Napoli  il  Fazio  produsse  le  sue  maggiori 
opere  letterarie,  quali  il  dialogo  De  vitae  felicitate^  le  quattro  Invectivae  in 
Laurentium  Yallam^  il  lavoro  storico  Be  rebus  gestis  Alphonsi  e  quello 
biografico  Be  viris  illustribus.  Nell'esame  di  questi  scritti  il  Gabotto  ha 
sempre  di  mira  la  cronologia,  la  quale  però  non  gli  è  interamente  riuscita, 
sicché  reputo  opportuno  e  al  Gabotto  stesso  non  discaro  discuterla  qui  bre- 
vemente nei  suoi  punti  capitali. 

Una  prima  questione  cronologica  è  sul  tempo  in  cui  il  Fazio  fu  alunno 
di  Guarino.  Su  tal  questione  io  stesso  ho  tentennato,  facendo  studiare  il  Fazio 
ora  a  Verona  dal  1420  in  poi,  ora  a  Ferrara  dal  1431  al  1433.  Il  Gabotto 
sta  risolutamente  per  Verona  (p.  130)  e  io  gli  do  ragione,  adoperando  però 
argomenti  diversi.  E  l'argomento  perentorio  per  risolvere  la  questione  ci  è 
fornito  dal  Valla,  il  quale  nel  libro  li  delle  Recriminationes  in  Facium  (1) 
così  scrive  sul  proposito  del  Be  vitae  felicitate  del  Fazio:  «  Retulit  tibi  (o 
«  Guarino)  gratiam  discipulus  tuus,  quod  illum  instituisti  (instituit  il  testo) 
«  gratis;  fecit  quod  paucorum  est  hominum:  post  annos  quinque  et  viginti, 
«  quam  debere  coepit,  cum  fide  satisfecit:  rem  et  tibi  et  sibi  decoram  ».  Si 
vedrà  più  sotto  che  le  Recriminationes  furono  composte  negli  anni  1446- 
1447  e  che  il  Be  vitae  felicitate  va  collocato  nel  1445.  Se  nel  1445  erano 
25  anni  che  il  Fazio  aveva  cominciato  ad  esser  debitore  a  Guarino,  vuol  dire 
che  aveva  cominciato  25  anni  prima  ad  esser  suo  scolaro  ;  col  qual  calcolo 
arriviamo  al  1420,  l'anno  approssimativo,  in  cui  il  Fazio  andò  a  studiare  da 
Guarino,  che  allora  stava  a  Verona. 

Un'altra  questione  riguarda  il  tempo,  in  cui  il  Fazio  si  trovava  a  Milano 
institutore  dei  figlioli  di  Raffaele  Adorno:  notizia  questa  fornitaci  pure  dal 
Valla  (2).  Il  Gabotto  mette  l'allusione  del  Valla  nel  1431  circa  (p.  131);  io  in- 


(1)  Valla,  Opera,  p.  543. 

(2)  Jbid.,  p.  462. 


256  RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA 

vece  d'accordo  col  Mancini  (4)  ho  provato  che  va  messa  negli  ultimi  mesi  del 
1433.  Ciò  però  non  esclude  che  il  Fazio  potesse  essere  precettore  in  casa 
Adorno  sin  dal  1431.  In  quel  passo  del  Valla  invece  di  tunc  genuensis  ducis 
si  deve  evidentemente  leggere  nunc^  essendo  stato  Rafifaele  Adorno  doge  di 
Genova  dal  1443  al  1447. 

Terza  questione:  l'incontro  di  Guarino  e  del  Panormita.  Questi  due  uma- 
nisti tennero  lunga  e  intima  corrispondenza  epistolare,  ma  non  si  conobbero 
personalmente  che  tardi.  Eppure  furono  per  parecchio  tempo  in  luoghi  vi- 
cini :  negli  anni  1426-1427  il  Panormita  era  a  Bologna  e  Guarino  a  Verona; 
nel  143(X-1434  il  Panormita  a  Pavia,  Guarino  a  Ferrara.  L'incontro  io  lo  ho 
posto  prima  nel  1448-1449,  poi  nel  1450,  da  ultimo  definitivamente  nel  1451. 
Il  Gabotto  propende  a  porlo  nel  1434,  o  giù  di  lì,  a  Ferrara  (p.  138,  n.  2), 
dove  il  Fazio  colloca  la  scena  del  De  vitae  felicitate  con  interlocutori  il 
Lamola,  Guarino  e  il  Panormita.  Ma  la  scena  di  questo,  come  in  generale 
dei  dialoghi  umanistici,  è  ideale;  e  ce  lo  dice  il  Valla  stesso  nelle  Re~ 
criminationes,  aggiungendo  che  fino  a  quel  tempo,  cioè  fino  al  i446,  in  cui 
egli  scriveva,  Guarino  e  il  Panormita  non  si  erano  incontrati.  Ecco  le  pa- 
role del  Valla  (2):  «  quod  hi  duo  (Guarino  e  il  Panormita  interlocutori 

«  del  dialogo)  nunquam  in  mutuum  venere  conspectum;  quod  hoc  tempore, 
«  quo  sermo  fingit  (fingitur  il  testo)  collocutores,  sicut  iam  plurimis  annis, 
«  in  diversissimis  provinciis  agunt;  quod  interse  non  amant  et  tacitas  simul- 
€  tates  gerunt,  cum  Guarinus  se  spoliatum  ab  Antonio  libris,  hic  se  ab  ilio 
€  spoliatum  fama  ...existimat  ».  È  vera  anche  quest'ultima  circostanza  del- 
l'animosità fra  Guarino  e  il  Panormita,  la  quale  nacque  per  motivo  di  un 
codice  di  Plauto,  ma  non  ebbe  lungo  séguito. 

Di  ciò  che  dico  sull'incontro  abbiamo  la  riprova  in  quella  lettera  stessa, 
adoperata  dal  Gabotto  (p.  138,  n.  2),  con  la  quale  il  Fazio  accompagnava  il 
Panormita,  che  andava  a  Ferrara.  In  essa  si  legge:  «  Cum  Antoniura  Pa- 
€  normitam  virum  gravissimum  ac  praestantissimum  regium  legatum,  quo 
*  viro  utor  familiarissime,  istuc  venturum  scirpm...  ».  Queste  parole  (regium 
legatum)  attestano  apertamente  che  il  Panormita  andava  ambasciatore  del 
re  Alfonso  e  che  il  Fazio  stava  alla  corte  aragonese  di  Napoli.  Con  ciò  siamo 
per  lo  meno  dopo  il  1443.  Del  resto  quella  data  del  1451  è  basata  su  tali 
argomenti,  che  non  ammettono  dubbio;  ma  qui  non  credo  opportuno  di  insi- 
stervi più  a  lungo. 

Veniamo  alla  quarta  questione,  l'anno  in  cui  fu  composto  il  dialogo  De 
vitae  felicitate  del  Fazio.  Il  dialogo  è  confutato  nella  II  delle  Recriminai-' 
tiones  del  Valla.  Il  libro  IV  delle  Recriminationes  fu  scritto  indiscutibil- 
mente a  Tivoli  nei  primi  mesi  del  1447  (3)  ;  ,i  tre  primi  libri  a  Napoli  nel 
1446.  Nella  II  Recriminatio  (4)  si  legge:  «  Dominicus  Ramus...  quem  scimus 
«  nuper  diem  suum  obiisse  »;  e  il  Ram  mori  il  25  aprile  1445.  Del  resto  la 


(1)  OiornaU  ttorico,  XIX,  p.  410. 

(2)  Valla,  Opera,  p.  542, 

(3)  OiornaU  itorico,  XIX,  p.  418. 

(4)  Valla,  Optra,  p.  577. 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  257 

gita  a  Roma,  a  cui  accenna  il  Valla  nelle  Recriminationes  (1),  ebbe  luogo, 
come  io  ho  dimostrato  (2),  nel  settembre -ottobre  1445;  in  quei  due  mesi  di 
assenza  furono  pubblicate  le  Invectivae  del  Fazio,  e  non  molto  dopo  pose 
mano  il  Valla  alle  Recriminationes^  che  ne  sono  la  confutazione.  11  Gabotto 
per  contro  mette  il  dialogo  verso  il  1447  e  la  gita  del  Valla  a  Roma  nel 
1447  (pp.  137,  139,  144,  148). 

Con  queste  date  è  connessa  quella  della  lettera  del  Fazio  allo  Spinola, 
nella  quale  scrive:  «  nuper  confeci  atque  edidi  dialogum  quemdam  de  vitae 
«  felicitate  ».  Ma  non  dice  nulla  delle  Invectivae,  che  non  erano  perciò  an- 
cora scritte;  sicché  qui  siamo  del  1445.  Il  Gabotto  fa  la  lettera  del  1447 
(p.  137).  Ma  in  essa  il  Fazio  dice:  «  accepi  iam  salari!  partem»  e  il  Gabotto 
sa  (p.  138)  che  sino  almeno  dall'ottobre  del  1446  il  Fazio  riceveva  una  rata 
della  sua  pensione  annua  presso  la  corte  aragonese. 

Da  ultimo  viene  la  data  di  una  lettera  del  Fazio  a  Poggio  e  della  risposta 
di  costui.  11  Gabotto  fpp.  151-153)  suppone  il  1447.  Da  essa  però  risulta  che 
Poggio  aveva  allora  allora  terminata  la  traduzione  della  Ciropedia:  «  Gyrum 
«  Xenophontis  absolvi  quem  cui  dedicem  incertus  sum  ».  Noi  sappiamo  che 
Poggio  nel  marzo  1446  «  già  era  al  fine  di  Senofonte  de  Gyri  infantia  », 
come  scrive  egli  stesso  (3);  il  1446  perciò  è  la  data  delle  lettere:  e  non  ci 
allontaniamo  molto  dal  vero  fissandola  verso  la  metà  dell'anno. 

Da  questa  data  traiamo  una  conseguenza.  Le  Invectivae  del  Fazio  furono 
mandate  a  Poggio  verso  la  metà  del  1446.  Il  Valla  scrive  nella  I  delle  Re- 
criminationes (4) ,  che  egli  ebbe  una  copia  delle  Invectivae  dall'esemplare 
di  Poggio,  procuratagli  per  mezzo  del  Porcellio.  Sicché  le  Recriminationes 
furono  cominciate  a  scrivere  nella  seconda  metà  del  1446. 

Le  Appendici,  con  le  quali  si  chiude  il  volume,  contengono  un  numero 
ragguardevole  di  documenti  inediti,  sopra  tutto  lettere  e  poesie.  Nelle  Appen- 
dici ci  è  poi  un  capitolo  su  Pier  Candido  Decembrio,  che  avrebbe  dovuto 
trovar  posto  nel  corpo  del  libro;  ma  il  Gabotto  venne  tardi  in  possesso  degli 
epistolari  del  Decembrio,  che  sono  a  Bologna  e  Firenze.  Qui  intanto  reca  un 
mazzo  di  lettere,  promettendo  un  lavoro  più  ampio.  Così  il  Decembrio  avrà 
due  biografi,  perchè  io  so  di  un  altro  che  si  occupa  del  medesimo  argomento. 
Del  resto  meglio  due  che  nessuno;  per  tal  modo  il  grande  umanista  sarà 
finalmente  tratto  dall'oblìo,  nel  quale  sino  ad  ora  fu  ingiustamente  lasciato. 

Le  poesie  pubblicate  in  appendice  sono  di  Giovan  Mario  Filelfo  e  di  Ven- 
turino  de'  Priori  suo  amico.  Le  latme,  che  formano  la  maggioranza,  sono 
interessanti  nel  loro  genere,  sebbene  di  non  alta  levatura  artistica;  Ventu- 
rino  è  più  disinvolto  nella  forma;  quanto  alla  loro  scrupolosità  nella  lingua, 
basti  il  dire  che  Venturino  usa  guerra  e  il  suo  amico  Giovan  Mario  adopera 
ripetutamente  tremebundus  per  tremendus. 

Piuttosto  è  da  lamentare  il  modo  come  esse  poesie  sono  pubblicate.  Ci  si 


(1)  Ihid  ,  p.  465. 

(2)  niornale  storico,  XIX,  p.  412. 

(3)  Md.,  XII,  p.  375. 

(4)  Valla,  Opera,  p.  466, 

Qiornalt  storico,  XX,  fase.  58-59.  17 


258  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

incontrano  dei  versi  sbagliati,  delle  lezioni  che  non  danno  senso,  delle  parole 
mai  esistite  in  latino,  degli  intieri  passi  illeggibili.  In  questo  procedere  si 
sente  della  fretta  o  meglio,  non  se  labbia  a  malo  il  Gabotto,  della  impa- 
zienza, la  quale  nuoce  alla  maturità  e  alla  serenità,  dirò  così,  del  lavoro. 

Alcuni  luoghi  privi  di  senso  non  portano  alcuna  nota,  mentre  ad  altri  cor- 
rettissimi il  Gabotto  appone  il  sic,  che  indica  una  lezione  o  strana  o  scor- 
retta; p.  es.  p.  264,  V.  5:  «  Sunt  cedro  tua  digna  quidem ,  sua  carmina 
«  scombris  »  (sic);  questo  verso  è  esatto,  cfr.  Marziale,  IH,  50,  9.  A  p.  239 
il  v.  20  termina  «  piena  porcorum  »  e  il  Gabotto  propone  puerorum ,  che 
formerebbe  verso  sbagliato  :  si  legga  procorum.  Nella  scorrettezza  del  testo 
ci  avrà,  non  nego,  la  sua  colpa  il  codice,  donde  è  tratto,  ma  ci  è  una  serie 
di  lezioni,  le  quali  non  sembrano  imputabili  al  codice;  o  fossero  anche  a  ca- 
rico di  esso,  dovevano  dall'editore  essere  restituite  alla  loro  forma  regolare. 
Eccone  qui  un  saggio:  p.  223.  v.  2,  medites  (cfr.  p.  108,  forma  che  non  esiste) 
per  meditere,  v.  13  tamen  per  crimen,  v.  27  erecta  montis  per  e  ceca  niortis; 
p.  224,  V.  5,  mane  per  inane;  p.  225,  v.  1,  ferus  per  furiis,  v.  12  quum  per 
quoniam,  v.  14  intus  per  meus,  v.  29  carmen  per  crimen,  v.  32  forcias  (pa- 
rola che  non  esiste)  per  foveas ,  v.  34  fumide  (parola  che  non  esiste)  per 
sumine;  p.  257,  v.  b  permisit  per  permulsit^  v.  7  necale  (parola  che  non 
esiste)  per  vocale;  p.  258,  v.  8  manti  tenetur  (verso  sbagliato)  per  inane 
tenety  v.  9  Horos  per  Eeros,  v.  18  nam  per  non,  v.  26  iste  per  isce  (=hÌ8ce), 
p.  259,  V.  19  a  me  (verso  sbagliato)  per  d^me.  Per  ricostruire  ad  es.  l'elegia 
della  p.  247  basta  emendare  v.  4  nota  fueras  (verso  sbagliato)  in  non  fueras, 
V.  5  tamen  ipsa  (verso  zoppo)  in  circum  tempora,  v.  8  utrosque  vates  (verso 
sbagliato)  in  utrasque  natesy  v.  10  teneat  (verso  sbagliato)  in  tenet,  v.  11  sen- 
tigo  (parola  che  non  esiste)  in  tentigo,  v.  13  marcentis  (errore  di  stampa) 
in  marcenti,  v.  21  quum  in  quando,  in  in  mihi,  v.  22  fornice  (verso  sba- 
gliato) in  forme,  v.  23  ut  sit  constans  (verso  sbagliato)  in  constans  ut  sit. 

E  vero  che  quelle  lezioni  possono  essere  emendate  agevolmente  da  chi  ha 
bene  in  pratica  la  lingua  latina  e  i  codici,  ma  è  anche  vero  che  non  in  tutti 
i  lettori  si  può  presupporre  tal  pratica.  Gli  studiosi  del  resto  saranno  grati 
al  Gabotto,  perchè  la  pubblicazione,  sia  pur  materiale,  del  documento  ha  già 
la  sua  importanza  come  documento;  ma  è  negli  usi  della  buona  critica  che 
il  primo  lavoro  sui  documenti  lo  faccia  l'editore  stesso. 

All'ultimo  ci  è  un  copioso  Indice  delle  persone,  che  facilita  di  molto  l'uso 
del  libro. 

Remigio  Sabbadini. 


VESPASIANO  DA  BISTICCI.  —  Viie  di  uomini  illustri  del  se- 
colo XV,  rivedute  sui  manoscritti  da  Ludovico  Frati.  Voi.  I. 
--  Bologna,  Romagnoli-Dall' Acqua ,  1892  (8%  pp.  xx-343; 
nella  Collezione  di  Opere  inedite  o  rare). 

Angelo  Mai,  quando  nel  1839  pubblicò  le  Vite  di  Vespasiano  da  Bisticci, 
si  giovò  unicamente  di  un  codice  Vaticano  scritto  verso  la  fine  del  sec.  XVI, 


RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA  259 

tranne  forse  per  la  sola  vita  di  Federigo  da  Montefeltro,  per  la  quale  gli 
venne  in  aiuto  anche  un  altro  testo  a  penna  vaticano  di  non  più  autorevole 
antichità.  Pochi  anni  dopo  Francesco  Del  Furia  ristampò  cinque  di  quelle 
vite,  vi  aggiunse,  inedita,  la  vita  di  Bartolomeo  Fortini,  e  tutte  corredò  di 
note  preziose  in  quello  stesso  volume  (S.  L,  voi.  IV,  P.  1)  dell  Archivio  sto- 
rico italiano  ,  in  cui  il  Polidori  raccoglieva  altre  scritture  del  cartolaio 
fiorentino ,  ma  soltanto  il  testo  di  cinque  tra  le  sei  vite  potè  conferire  ad 
un  codice  laurenziano  del  secolo  XV  forse  esemplato  per  essere  offerto  da 
Vespasiano  stesso  a  Lorenzo  Carducci ,  mentre  per  la  sesta  {Alfonso  re  di 
Napoli)  dovette  star  pago  ad  una  tarda  copia  del  secolo  XVllI.  Né  molto 
più  avventurato  fu  il  Bartoli,  il  quale,  rimettendo  in  luce  con  felicissimo 
pensiero  a  servigio  di  un  maggior  numero  di  lettori  l'opera  fatta  conoscere 
dal  Mai,  appena  tre  altre  vite  (Eugenio  IV,  Giannozzo  Manetti ,  Palla 
Strozzi)  riuscì  a  scovare   in   codici   fiorentini  del  tempo  di  Vespasiano  (1). 

11  testo,  quale  finora  ci  stava  dinanzi,  non  poteva  essere  dunque  dei  più 
sinceri,  tanto  più  che  il  Mai  per  quel  riserbo,  che  la  condizione  sua  gli  im- 
poneva, per  quei  pregiudizi  letterari,  che  erano  allora  comuni  a  tutti  gli  edi- 
tori di  antiche  scritture,  non  s'era  fatto  coscienza,  e  lo  aveva  confessato,  di 
alcune  soppressioni  e  correzioni.  Onde  gradita  giunse  agli  studiosi  la  notizia 
che  un  altro  codice  delle  Vite,  più  ricco  del  Vaticano,  esisteva  all'Universit. 
di  Bologna,  codice  non  solo  sopra  ogni  altro  pregevole  per  antichità  e  cor- 
rettezza, ma  da  uguagliarsi  all'autografo  perché  fornito  di  postille  dell'autore 
stesso.  Codesta  notizia,  data  dal  Fanfani  tre  anni  dopo  la  pubblicazione  del 
Bartoli  (2),  rimase  lungamente  infruttuosa  e  solo  oggi  il  dr.  Ludovico  Frati, 
che  già  del  codice  aveva  comunicato  una  particolareggiata  descrizione  e  la 
tavola  (3),  ne  trae  conveniente  partito,  accingendosi  a  pubblicare  in  due  bei 
volumi  il  nuovo  testo,  cui  aggiungerà  le  altre  scritture  di  Vespasiano  fino 
ad  ora  pubblicate  e  le  lettere  da  lui  scritte  o  a  lui  dirette  edite  ed  ine- 
dite (4). 

Già  dal  primo  volume,  che  abbiamo  dinanzi,  è  dato  arguire  per  quali  ri- 
spetti segnatamente  la  nuova  edizione  riuscirà  vantaggiosa.  Essa  non  ci  ad- 
dita nella  vecchia  gran  copia  né  di  veri  e  propri  errori  di  lettura  —  siano 
essi  del  Mai  o  dell'antico  copista  del  cod.  Vaticano  — ,  né  di  involontarie 


(1)  Altre  vite  sono  in  codici  fiorentini  del  sei  o  del  settecento.  La  vita  di  Alessandra  de'Bardi, 
già  pubblicata  separatamente  dal  Mai  e  di  nuovo  dal  Bartoli,  si  trova  a  Firenze  in  un  codice  del 
secolo  XVI  ed  in  uno  del  XVII. 

(2)  Commentario  della  vita  di  M.  Giannozzo  Manetti,  Torino,  1862,  pp.  119  sgg. 

(3)  Di  un  codice  bolognese  delle  Vite  di  Vespasiano  da  Bisticci ,  nell'  Arch.  star.  ital.  ,  S.  V, 
voi.  III,  pp.  203-10. 

(4)  Se  il  Frati  non  si  restringerà,  come  forse  sarebbe  opportuno,  a  ristampare  le  scritture  sto- 
riche di  Vespasiano ,  non  dovrà  trascurare  il  capitolo  del  libro  De  le  lode  e  comendazione  de  le 
donne,  pubblicato  da  U.  Marchesini  per  nozze  Zini-Cremoncini ,  Firenze ,  1890.  Per  quanto  poi 
spetta  alle  lettere,  non  dovrà  dimenticare  quelle  che  si  conservano  nell'  Archivio  di  Stato  a  Na- 
poli (Trikcheka,  Cod.  Aragonese,  Napoli,  1864,  I,  ni  97,  256,  267,  296,  311),  anche  per  appu- 
rare se  il  Vespasiano  di  Filippo,  di  cui  una  parla  e  cui  le  altre  sono  dirette,  sia  davvero  il  car- 
tolaio fiorentino,  come  credette  il  Frizzi,  Di  V.  da  Bisticci  e  delle  sue  biografie,  Pisa,  1878,  p.  91, 
0  non  piuttosto  quel  Vespasiano  di  Filippo  dux ,  che  il  19  settembre  1481  scriveva  ad  Alfonso 
duca  di  Calabria  e  che  pare  sia  tutt'altra  persona  (Frati,  p.  xi,  n.). 


260  RASSEGNA    BIBLIOGRAFICA 

omissioni  che  turbino  il  senso  (1),  ma  per  converso  ci  svela  tutto  il  lavorio 
del  primo  editore  «  per  purgare,  come  egli  diceva,  Vespasiano  dalle  molte 
«  mende  della  scrittura  e  per  offrirlo  ai  lettori  alquanto  più  ripulito  ».  Non 
alludiamo  qui  agli  interi  paragrafi  che  il  dotto  cardinale  soppresse  —  e  lo 
avverti  —  per  fuggire  ripetizioni  tanto  inutili,  allo  storico,  quanto  istruttive 
a  chi  voglia  farsi  un'esatta  idea  del  modo  onde  l'opera  si  venne  formando  (2), 
ma  bensì  a  certi  quasi  costanti  scambi,  a  certe  omissioni  di  parole  e  di  frasi, 
a  certe  sostituzioni  di  pronomi  ai  lor  nomi,  a  certe  lezioni  congetturali,  che 
il  Mai  non  si  peritò  di  introdurre  o  per  toglier  di  mezzo  il  martellare  in- 
crescioso ed  inutile  di  una  stessa  idea,  di  una  stessa  parola,  di  una  stessa 
sillaba  a  breve  distanza  (3),  o  per  racconciar  qualche  espressione  che  a  lui, 
non  troppo  domestico  oolla  lingua  dei  quattrocentisti ,  parve  o  poco  chiara 
0  non  propria  o  per  arcaismo  rozza  (4),  od  infine  per  raffazzonar  la  sintassi 
di  qualche  periodo  sbilenco  (5). 

Restituite,  grazie  all'opera  del  Frati,  queste  vite  alla  loro  forma  genuina, 
che  il  Mai  aveva  notevolmente  alterata,  il  giudizio  sul  loro  valor  letterario 
potrà  essere ,  se  non  profondamente  diverso  da  quello  che  se  ne  recava  in 
passato,  certo  più  sicuro,  più  pieno,  più  reciso.  Adunator  diligente  di  fatti, 
abile  sopra  tutto  nel  cogliere  i  tratti  caratteristici,  gli  aneddoti  pittoreschi 
de'suoi  personaggi.  Vespasiano  è,  come  scrittore,  perché  noi  diremo?,  infelice. 
Il  suo  stile,  seppure  di  stile  è  qui  da  parlare,  è  incerto,  disuguale.  Per  qual- 
che pagina  egli  scrive  semplice  e  piano,  in  periodi  brevi  e  staccati,  e  riesce, 
specie  quando  l'argomento  fa  battere  più  vivamente  il  cuor  suo  di  bibliofilo 
0  quando  espone  fatti,  dei  quali  sia  stato  mafjna  pars,  narratore  abbastanza 
efficace,  benché  la  sua  prosa  resti  quasi  sempre  fredda  e  stecchita,  la  sua 


(1)  Qualche  errore,  oltre  a  quelli  indicali  dal  Frati  (pp.  iv-v  n.) ,  vedi  sanato  a  p.  67,  1.  20; 
a  p.  70,  1.  25;  a  p.  330,  1.  25;  omissioni  certo  involontarie  a  p.  38,  1.  8;  a  p.  100,  11.  23-4; 
a  p.  206,  1.  21  ;  a  p.  211,  11.  6-7  ecc.  I  numeri  di  pagina,  salvo  dove  sia  arrertito  il  contrario, 
si  riferiscono  sempre  al  volarne  che  stiamo  esaminando. 

(2)  Vedi  pp.  54,  63,  136,  470,  478  dell'ediz.  Bartoli. 

(3)  Si  veda  per  es.  col  sussidio  delle  varianti  notate  dal  Frati  Io  studio  che  il  Mai  &  per  mi- 
tigare l'uggia  del  continuo  ripetersi  degli  aggettivi  singolare  e  derjno  nel  prologo.  Ecco  qualche 
altro  esempio  fra  gli  infiniti:  trafcrivo  la  lezione  del  codice  holognese ,  che  è  la  rera,  eottoli» 
neando  le  parole  che  il  Mai  soppresse  o  cambiò,  nel  secondo  caso  chiudendo  fra  parent«si  il  con- 
cloro.  Pag.  78,  e  fece  restituire  ogni  cosa  i nfl no  a  «na  (ogni)  minima  cosa;  pag.  107,  era  il  car- 
dinale . . .  molto  infermato  di  più  infermità  eh»  lo  tormentavano;  pag.  157,  veduta  la  sua  Maestà 
(la  Maestà  del  re)  la  sua  pertinacia;  pag.  170,  fu  «o^^'/wtimo  (acutissimo)  disputatore;  procedeva 
nei  sua  trattati  per  via  di  argomenti  sottilissimi  ;  pag.  190,  avendo  istndiato  questo  t«mpo ,  gli 
pareva  perdere  tempo  (perderlo)  ;  pag.  200,  ebbe ...  più  ffotemi  (reggimenti)  di  più  luoghi  della 
Chiesa  di  Dio;  fu  governatore  di  Perugia;  ecc.  ecc. 

(4)  Il  Mai,  per  es.,  stampa  sempre  necessità  o  bisogno  in  luogo  di  nicistà  (r.  pp.  175 ,  1.  21  ; 
178,  II.  4,  8;  184,  1.  1  dell' ed.  Frati).  Le  frasi  imitare  U  vatigie  (p.  200,  1.  pennlt.) .  sempre 
fjli  fu  appresso  in  tutti  i  sua  bisog$U  cosi  spirituali  eotne  corporali  (p.  262 ,  11.  2-3),  non  gli 
paiono  né  proprie  né  belle  e  corregge  seguire  gli  esempli^  cosi  gpirituaU  come  kmporah;  i  varii 
usi  antichi  della  parola  parte  gli  sono  ignoti  e  a  p.  803  le  loetltvieoe  eondietoitei  Teepasiano  scrive 
Pasqua  di  resurrexi  (p.  146,  cfr.  anche  MASoinun,  Ops.  ciL,  p.  10),  ma  al  Mai,  non  toecano, 
pare  inutile  questa  determinasione  e  ttampa  soltanto  Pasqua ,  e  ria  di  questo  passo  in  infiniti 
altri  luoghi. 

(5)  Vedi,  per  es.,  pp.  68,  II.  22*7;  257,  I.  14;  talvolta  corregge  anche  dove  non  re  ne  sarebbe 
bisogno,  p.  es.  p.  37,  li.  14-15. 


RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA  261 

lingua  povera  e  quindi  monotona,  lontana  le  mille  miglia  dalla  spontaneità 
agile  e  fresca  che  avviva  le  lettere  della  Macinghi,  dal  candore  ingenuo,  che 
dà  alle  leggende  del  Belcari  l'aria  di  scritture  trecentistiche.  Vespasiano  non 
sa  adattarsi  a  scrivere  il  suo  bel  volgare,  quale  gli  suona  limpido  sulle  labbra 
e  troppo  spesso  vuol  congegnar  la  sua  prosa  in  periodi  prolissi  e  complessi; 
non  per  nulla  è  vissuto  a  lungo  tra  eruditi  e  latinisti ,  non  per  nulla  ha 
succhiato,  con  l'avidità  mezzo  incosciente  della  persona  incolta,  le  idee  do- 
minanti fra  quegli  uomini.  Il  suo  buon  senso  e  forse  la  materia  lo  salvano 
dalle  gonfiezze  rettoriche  di  Giovanni  Cavalcanti,  ma  la  sua  scarsa  coltura 
non  gli  permette  di  assorgere  alla  prosa  dignitosa  e  compassata,  quantunque 
checché  altri  ne  pensi,  schiettamente  italiana,  del  Palmieri  o  di  Leonardo 
Aretino,  onde  spesso  incespica  nella  toga,  che  vuol  assumere  e  che  gli  sta 
cosi  male,  dal  viluppo  de"  suoi  periodi  non  sempre  sa  districarsi,  e  gira  in- 
torno ad  un  medesimo  concetto  e  scrive  faticoso,  oscuro,  ingarbugliato. 

La  nuova  edizione  giova  a  meglio  precisare  non  solo  il  giudizio  sul  valor 
letterario,  ma  anche  quello  sul  valore  morale  di  queste  Vite,  sull'uomo,  come 
pur  giova  alla  determinazione  del  tempo  e  del  modo  in  cui  la  raccolta  fu 
compilata. 

Un  po'  piagnone  Vespasiano  ci  appariva  digià  nei  suoi  lamenti  sulla  cor- 
ruzione e  sul  lusso  dei  prelati,  sullo  sperpero  dei  benefici,  ne'  suoi  rimpianti 
del  buon  tempo  antico,  nel  suo  desiderio  di  una  riforma  della  Chiesa;  ma  ora 
questo  lato  del  suo  carattere  resta  meglio  lumeggiato  da  alcuni  passi  che  il 
Mai,  è  facile  capire  perché,  aveva  tralasciato  o  mitigato  (1).  Né  sono  meno 
piccanti  certi  suoi  giudizi  sui  monaci,  che  ora  appaiono  per  la  prima  volta, 
gli  accenni  alle  ribellioni  fratesche  (p.  194),  alle  gelosie  tra  religiosi  regolari  e 
secolari  (p.  218),  e  l'osservazione  che  V.  fa  quando  di  Timoteo  Maffei,  vescovo 
di  Ragusa,  dice  che  «  fu  elegantissimo  nello  scrivere,  come  si  vede  per  più 
ii  sue  opere  ed  orazioni  fatte  secondo  gli  oratori  e  non  secondo  i  frati  (p.215)  », 
parole  quest'ultime  non  senza  significato  in  quella  società,  che  pochi  anni 
dopo  farà'  deserto  intorno  al  Savonarola  esordiente  per  accorrere  alle  pre- 
diche  aggraziate  di  fra  Mariano.  E  l'uomo  del  rinascimento,  il  bibliofilo 
appassionato  ci  si  rivela  pure  nell'antipatia,  or  più  chiaramente  espressa 
(pp.  236-7\  che  nell'edizione  del  Mai,  per  l'ignorante  e  cocciuto  Calisto  III, 
ed  il  cliente  mediceo  nelle  aspre  ed  irose  parole,  che  integrano  il  severo  giu- 
dizio su  Sisto  IV  (pp.  139,  143-5). 

II  Mai  e  quindi  il  Bartoli  aveano  arbitrariamente  distribuito  le  Vite  in 
cinque  sezioni;  ora  il  Frati,  attenendosi  ai  codici  bolognese  e  vaticano,  ri- 
pristina l'originaria  divisione  in  quattro  parti:  I.  Pontefici,  Re  e  Cardinali; 
II.  Arcivescovi  e  Vescovi;  III.  Principi  sovrani  ;  IV.  Uomini  di  stato  e  let- 
terati, delle  quali  soltanto  le  prime  tre  compaiono  nel  presente  volume.  Che 
questa  sia  la  divisione  voluta  da  Vespasiano  è  chiaramente  attestato  dalle 
frasi,  naturalmente  tralasciate  dal  Mai,  colle  quali  si  chiudono  le  prime  due 
parti  (pp.  165-6,  170,  263). 

Alcune  tra  codeste  frasi  di  chiusa  sono  anche  per  altro  rispetto  importanti; 


(1)  Vedi  specialmente  pp.  103,  148,  189,  211. 


262  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

intendiamo  quelle  che  si  leggono  sulla  fine  della  vita  di  Giovanni  Margheriti, 
card,  di  Girona ,  e  che  vengono  a  cadere  del  tutto  fuori  di  posto,  perché 
soltanto  dopo  altre  sette  vite  la  prima  parte  finisce.  S'ha  cosi  un  fatto  ana- 
logo a  quello  che  già  l'edizione  del  Mai  ci  mostrava  nel  Proemio  :  qui  l'au- 
tore dice,  che  primo  nella  serie  metterà  «  papa  Nicola,  come  capo  e  guida 
«  di  tutti  »  (p.  4),  ed  invece  comincia  da  Eugenio  IV.  Delle  due  contraddi- 
zioni è  ovvia  la  spiegazione  :  Vespasiano  aggiunse  alla  prima  parte,  quando 
questa  era  già  bella  e  ordinata,  la  vita  di  papa  Eugenio,  scritta  certo  dopo 
quella  di  Niccolò  V  (1),  e  le  vite  che  seguono  a  quella  del  cardinal  di  Gi- 
rona, ma  dimenticò  di  modificare  il  proemio,  di  sopprimere  la  chiusa. 

Se  non  che  l'ultimo  paragrafo  della  vita  del  Margheriti,  quale  ce  l'offre 
la  nuova  edizione,  è  proprio  il  paragrafo  della  distrazione,  felix  culpa  sta- 
volta. L'autore  dopo  avervi  replicatamente  parlato  del  suo  protagonista  come 
di  persona  viva,  ne  annunzia  ad  un  tratto  la  morte  (2).  Or  poiché  questa 
avvenne  nel  novembre  del  1484  (3),  è  lecito  conchiudere  che  Vespasiano 
scrisse  la  vita  prima  di  quel  tempo  e  le  aggiunse  poi  la  notizia  della  morte 
di  quel  porporato  senza  badare  all'incongruenza  che  ne  risultava. 

Ma  tale  aggiunta  fu  fatta  prima  che  la  vita  entrasse  nella  raccolta  o  non 
piuttosto  dopo  che  vi  avea  già  preso  il  suo  posto?  Non  esitiamo  a  deciderci 
per  la  seconda  opinione,  poiché,  quantunque  Vespasiano  non  seguisse  Del- 
l'ordinare le  vite  il  criterio  cronologico,  era  ben  naturale  che  assegnasse  l'ul- 
timo posto  a  quella,  che  unica  nella  prima  parte  parlava  di  persona  viva.  Non 
per  nulla  facciamo  questa  osservazione:  la  si  combini  infatti  con  quest'altra, 
che  il  proemio  cioè,  ricordando  Federigo  da  Montefeltro  come  morto,  fu  certo 
composto  al  più  presto  verso  la  fine  del  1482,  e  ne  verrà  agevole  la  conchiu- 
sione  che  Vespasiano  diede  ordine  alla  prima  parte  dell'opera  sua  tra  il  1483 
e  1*84.  Del  primo  ordinamento  parliamo,  al  quale  è  dubbio  se  corrisponda  un 
primo  ordinamento  dell'altre  parti  o  se  queste  non  siano  state  messe  insieme, 
pur  nella  forma  loro  primitiva,  più  tardi  quando  la  prima  era  già  stata  ac- 
cresciuta; forse  il  secondo  volume  porgerà  nuovi  dati  utili  a  definir  la  que- 
stione. Per  ora  possiamo  solo  asserire  che  nel  codice  bolognese  la  raccolta  ci 
si  presenta  qual  era  dopo  due  successivi  accrescimenti:  quello  della  prima 
parte  già  discorso  e  quello  costituito  dalle  vite  accodate  al  manoscritto  quando, 
come  ci  attesta  l'indice  inserito  prinin  di  questo,  la  raccolta  era  già  stata 
chiusa  (4). 

Ci  rimane  a  dire  come  l'Editore  abbia  adempiuto  al  suo  ufficio. 

Opportunamente  egli  ha  premesso  alla  riproduzione  del   testo  una  prefa- 


(1)  Infatti  nella  vita  di  Eugenio  parlando  con  ammirazione  dell'  opera  che  Niccolò  8ocondino 
prestava  quale  interpreto  al  concilio  di  Firenze,  aggiunga  «  come  abbiamo  detto  in  altro  luogo  » 
(p.  17)  ed  evidentemente  allude  alla  vita  di  Niccolò  (pp.  32-3). 

(2)  <  Lo  feciono  cardinale,  comi  è  al  pre$*ntt . . .  Egli  «  dottissimo . . .  ed  Aa  notizia  univer- 
«  sale  di  teologia  ecc. . . .  •  grandisnimo  ecc.  ...  Ma  Aa  una  singolare  parte ...  per  la  lunga  ex- 
«  perieosa  avuta  sempre  di  cose  grandi . . .   infine  al  prtsmU  dì.   Aggiognesi  in  lui  etstrt  eoe. 

(pp.  164-5).  Così  Vespasiano,  poi  ad  un  tratto:  «  ed  trono  i  saa  consigli  eoe E  più  Parrebbe 

«  dimostrato,  $i  futsi  rfm/o;  ma  sendo  difettoso  di  male  di  pietra,  $i  mori  a  Roma  »  (p.  165). 

(3)  Cuocomo,   Vitae  ponUf.  et  cardin..  Ili,  88. 

(4)  Vedi  pp.  zii-ziii. 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  263 

zione  bibliografica  sui  codici  e  sulle  stampe,  ma,  ci  permetta  di  dirlo,  essa 
è  alquanto  affrettata  e  sbrigativa.  Lo  studio  delle  relazioni  fra  i  manoscritti, 
fra  il  Bolognese  e  il  Vaticano  del  Mai  (1) ,  fra  il  Bolognese  e  i  fiorentini, 
che  il  Frati  descrivo  solo  riportando  la  sommaria  notizia  datane  dal  Bartoli, 
sarebbe  stato,  ci  sembra,  indispensabile,  utile  all'edizione,  né  probabilmente 
malagevole.  Di  un  codice  poi  il  Frati  non  avrebbe  dovuto  trascurare  di  fare 
ricerca  e,  se  l'ha  fatta,  di  informarne  il  lettore  ;  alludiamo  al  codice,  donde 
il  Mehus  trasse  e  comunicò  al  Muratori  le  vite  di  Eugenio  IV  e  di  Nic- 
colò V  (2),  codice  che  non  può  essere  identificato  con  nessuno  dei  conosciuti. 
Nessuno  infatti  contiene  quella  dedicatoria  di  tutta  la  raccolta  a  Luca  degli 
Albizzi ,  che  il  Muratori  pubblicò  e  nella  quale  Vespasiano  dice  di  collo- 
care prima  nella  serie  la  vita  di  Eugenio  IV,  togliendo  così  quella  contrad- 
dizione fra  le  parole  ed  i  fatti ,  che  abbiamo  notata  (3).  Già  per  questo 
la  redazione  presentata  dal  codice  del  Mehus  vuol  essere  considerata  come 
posteriore  al  primo  accrescimento  della  raccolta  (vita  di  Eugenio  IV  e  vite 
aggiunte  alla  prima  Parte  dopo  quella  del  cardinale  di  Girona);  ma,  se 
non  ci  inganna  il  copista  del  codice  Marucelliano  A.  76,  sarà  anche  poste- 
riore al  secondo  degli  accrescimenti  attestati  dal  Bolognese  (vite  che  se- 
guono all'indice).  Quell'amanuense  infatti  avverte  di  essersi  giovato  del  co- 
dice stesso  dal  quale  il  Mehus  trasse  le  vite  di  Eugenio  e  di  Niccolò;  or 
poiché  tra  le  vite  del  Marucelliano  vi  ha  pur  quella  di  Bartolomeo  Fortini, 
che  manca  al  Vaticano  e  si  trova  nel  Bolognese  dopo  l'indice,  la  nostra  con- 
chiusione  cronologica  non  può  apparire  che  legittima.  Se  ne  ricava  che  il 
codice  del  Mehus  doveva  rappresentare  l'ultimo  ordinamento  dato  da  Vespa- 
siano alla  sua  silloge,  ordinamento  che,  se  non  erriamo  nell' interpretare 
qualche  altro  indizio,  dovrebbe  essere  posteriore  al  1493  (4).  Certo  il  poter 
rimettere  in  luce  il  manoscritto  del  Mehus  sarebbe  stato  ventura,  ma  poiché 
pare  che  esso  si  sottragga  alle  nostre  ricerche  (5),  accontentiamoci  di  questa 
fedele  riproduzione  del  Bolognese,  il  quale,  come  il  lettore  avrà  inteso  da 


(1)  Oltre  al  codice  contenente  tutta  la  raccolta,  la  Vaticana  possiede,  come  s'  è  accennato,  nn 
tardo  codice  della  vita  di  Federigo  da  Montefeltro,  che  il  Frati  descrive  (pp.  xvi-xvii).  Ma  egli 
non  fa  parola  di  un  altro  manoscritto  vaticano  fuggevolmente  ricordato  dal  Mai  (p.  xxv  dell' ed. 
Bartoli),  che  dovrebbe  contenere  sei  vite  di  cardinali. 

(2)  RR.  11.  SS.,  xxv,  251  sgg. 

(3)  Il  proemio  generale,  quale  è  dato  dal  cod.  Bolognese,  appariva  invece  nel  cod.  Mehus  come 
Proemio  alla  vita  di  papa  Nicola  . . .  mandato  a  Luca  degli  Albizi  {R.  I.  S. ,  XXV ,  267  sgg.), 
il  che  non  infirma  punto  anzi  rafforza  le  nostre  conchiusioni.  Pare  proprio  che  Vespasiano  non 
sapesse  adattarsi  a  disfare  il  già  fatto,  anche  a  costo  di  cadere  in  curiose  incongruenze. 

(4)  Il  10  luglio  1493  Vespasiano  dedicava  a  Lorenzo  Carducci  cinque  delle  sue  vite  (cod.  Lanr. 
LXXXIX  inf.  59);  l'S  ottobre  dello  stesso  anno  alcune  altre  ad  Alfonso  Strozzi  (Scipioni,  Un 
cartolaio  in  villa,  nel  Preludio  d'Ancona,  V  (1881),  p.  91).  Ora  sarebbe  strano  che  Vespasiano 
dopo  aver  dedicato  tutta  la  raccolta  all'Albizzi,  ne  estraesse  alcune  vite  per  dedicarle  ad  altri. 
Oltre  di  che ,  se  dice  vero  il  copista  del  Marucelliano  ,  nel  codice  del  Mehus  era  inserito  anche 
il  proemio  a  Lorenzo  Carducci. 

'ó)  Par  bene  che  esso  non  possa  identificarsi  col  codicetto  posseduto  dall'  ab.  Nicola  Anziani, 
•li  cai  il  Frati  non  potè  avere  una  descrizione  particolareggiata  (p.  xx),  poiché  codesto  codicetto 
Contiene  cinque  vite  soltanto  ed  è  forse  l'asemplare  di  dedica  presentato  a  Filippo  Strozzi,,  quan- 
tunque su  questa  ipotesi  si  potrebbe  fare  qualche  osservazione. 


264  RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA 

questi  rapidi  cenni,  reca  nuovi  e  importanti  elementi  alla  piena  intelligen/a 
del  carattere  di  Vespasiano  e  al  retto  apprezzamento  dell'opera  sua. 

Per  ciò  che  spetta  al  testo,  il  Frati  si  attenne  fedelmente  «  senza  sover- 
«  chia  pedanteria  »  (p.  ix)  alla  lezione  bolognese,  notando  però  le  varianti  del 
codice  Vaticano,  dei  fiorentini  usati  dal  Bartoli,  di  un  Ashburnhamiano  pro- 
babile fonte  del  Magliabechiano  IX,  96,  di  un  Gambalunghiano,  forse  l'esem- 
plare di  dedica  della  vita  di  Federigo  di  Montefeltro,  e  finalmente  dell'edi- 
zione del  Bartoli,  che  è  quanto  dire  di  quella  del  Mai.  La  consueta  diligenza 
del  Frati  ci  è  pegno  dell'esattezza  e  fedeltà  della  riproduzione  e  delle  colla- 
zioni (1)  e  ad  essa  ci  affidiamo  volentieri.  Ma  una  cosa  ci  è  subito  balzata 
agli  occhi  nell'esame  accurato  che  abbiamo  fatto  di  questo  volume,  ed  è  la 
strana  e  non  sempre  benigna  influenza  che  la  vecchia  edizione  vi  ha  eser- 
citato: di  là  venne  al  Frati  l'infelice  idea  di  certe  inutili  correzioni,  di  là 
egli  trascrisse  alla  lettera  certe  note  o  inesatte  o  tali,  che  se  potevano  cor- 
rere nel  1839  o  nel  '59,  quando  uscì  la  ristampa  del  Bartoli,  diventano  oggi 
poco  men  che  ridicole,  e  cert'altre  cui  le  mutate  condizioni  del  testo  hanno 
tolto  ogni  motivo  di  esistenza.  Ecco  i  luoghi  ai  quali  si  rivolgono  special- 
mente le  nostre  osservazioni: 

Pag.  50,  1.  3,  leggi  coi  codd.  Catellano,  perché  Antonio  da  Gerda  era  real- 
mente catalano;  p.  66,  1.3,  leggi  col  cod.  Bologn.  dua  (messe)  piane  e  una 
cantando^  che  è  frase  non  nuova  (v.  Tommaseo-Bellini,  s.  Messa);  p.  68, 1. 10, 
leggi  coi  codd.  che  v'è;  p.  90,  1.  11-2  diabetica  passione^  che  è  uno  orinare 
eccessivamente  più  che  non  si  bee,  così  ha  il  cod.  Bologn.,  né  v'ha  motivo  di 
cambiare  il  bee  in  debbe;  p.  Ili,  1.  ultima,  rasca  del  cod.  Boi.  non  è  che  il 
rascia  del  Marucelliano  colla  omissione,  frequente  nel  400  in  tal  caso,  dell'i, 
perciò  è  inutile  la  correzione  rasaccia;  p.  127,  1.  17-8,  sarà  meglio  leggere 
col  cod.  Era  venuta  la  cosa  in  luogo  che^  e  lasciar  pure  che  il  periodo  ri- 
manga sospeso;  p.  149,  1.  14,  leggi  col  cod.  del  Garbo  (cfr.  Boccaccio,  Dtfc, 
li,  7);  p.  231,  1.  ult.,  leggi  coi  codd.  e  in  questo  caso  anche  col  Bartoli  nella 
lingua  greca. 

Pag.  9.  Sopprimerei  la  nota  2,  perché  non  credo  vi  sia  interpolazione,  ma 
piuttosto  che  Vespasiano,  dicendo  per  ben  due  volte,  esser  Eugenio  IV  ve- 
nuto a  Firenze  nel  '33  (pp.  8  e  9),  abbia  inteso  dare  alla  frase  un  signifi- 
cato più  largo  che  non  le  possiamo  dar  noi,  abbia  voluto  dire  «  sotto  il 
«  reggimento  di  quelli  del  '33  »,  cioè  degli  Albizzeschi.  Del  resto  è  ben  più 
facile  ammettere  una  dimenticanza  in  Vespasiano,  che  scriveva  la  vita  di  Eu- 
genio IV  almeno  cinquant'  anni  dopo  i  fatti  (vedi  qui  dietro),  e  certo  senza 
sussidio  di  documenti,  che  un  doppio  guasto  della  lezione.  —  Pag.  110.  Non 


(1)  Il  Frati  non  fta  invero  servito  troppo  bene  dallo  stampatore:  p.  30,  11.  11-13  sopprimi  ana 
volta  le  parole  pari»  colia  ftdt  «  ìxmìà  i*i  cardinali;  p.  35,  1.  27,  ponteggia:  non  aptnio  dtmart. 
di  comprare  ecc.;  p.  44,  1.  24,  punteggia:  nubito  «ntrato  mila  gala,  mi  fidt;  p.  87, 1.  17,  leggi 
chi  dici;  p.  138,  1.  4,  leggi  Fiorentini;  p.  142,  1.  12,  leggi  irotoui;  p.  152,  1.  17,  leggi  pre- 
silo; p.  158,  1.  21  ,  punteggia:  alla  chiisa ,  papa  Nicola;  p.  158 ,  1.  5,  leggi  raccomandami; 
p.  167,  1.  15,  leggi  eoMOHÙfa;  p.  176,  11.  22-8,  leggi  maialar*;  p.  190,  li.  14-15.  leggi  Chi 
aeissi  a  serinn  la  vita  stta  «  non  aatsi  fatto;  p.  194,  1.  83,  leggi  quando;  p  218,  1.  29,  leggi 
il  rato;  p.  222,  1.  18,  correggi  9irtù,  pir  ijmtto;  p.  228,  1.  10.  leggi  it  wirtuti;  p.  240,  1.  21. 
leggi  vitio;  p.  256,  1.  25,  leggi  pritìto;  p.  271, 1.  25,  leggi  Urrihik;  p.  842. 1.  13.  leggi  inandita. 


RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA  265 

c'era  nessun  motivo  di  trascrivere  dall'ediz.  del  Bartoli  la  nota  2,  or  che  si 
disse  e  ripete  più  volte  che  cosa  fossero  le  ricolletie,  v.  G.  Lumbroso,  Me- 
morie  italiane  del  buon  tempo  antico^  Torino,  1889,  pp.  50  sg. —  Pag.  113.  Se 
il  cod.  Boi.  ha  davagli,  a  che  la  nota  dell'edizione  Bartoli?  Se  donagli,  era. 
meglio  correggere  dona[ya']gli.  —  Pag.  169.  In  nota  alla  vita  del  card,  di 
Mendoza  il  Mai  osservava:  «Fu  creato  cardinale  nel  1473  e  mori  nel  1495. 
«  In  questo  intervallo  adunque  scriveva  Vespasiano  ».  Cosi  anche  il  Frati  : 
ma,  poiché  anche  le  note  si  fanno  o  non  si  fanno,  perché  non  rilevare  gli 
altri  indizi  cronologici  contenuti  nelle  biografie?  —  Pag.  236.  A  confutare 
il  racconto  di  Vespasiano,  o  meglio  del  vescovo  di  Vich,  sullo  sperpero  che 
Callisto  III  avrebbe  operato  o  permesso  dei  codici  classici  raccolti  da  Nic- 
colò V,  il  Mai  riferiva  alcune  parole  dell'Assemani,  ma  dopo  il  gran  discor- 
rere che  s'è  fatto  in  questi  ultimi  tempi  sulla  questione  e  proprio  a  propo- 
sito di  questo  passo  (cfr.  Pastor,  Geschichte  der  Pdpste,  voi.  I,  2»  ediz., 
Freiburg  im  Breisgau,  1891,  pp.  547  sgg.),  quella  noticina  non  è  che  un'a- 
menità. Ma  in  generale  tutte  le  magre  postille  illustrative  del  Mai  era  me- 
glio sopprimerle:  troppe  altre  se  ne  dovrebbero  o  se  ne  potrebbero  aggiun- 
gere oggi. 

Pag.  73  n.  Il  Fr.  avverte,  col  Mai,  che  certo  aneddoto  narrato  nella  vita 
di  Alfonso  d'Aragona  è  ripetuto  in  quella  di  Giannozzo  Manetti  e  col  Mai 
continua  :  «  Noi  non  volendo  ripeterlo ,  abbiamo  di  là  prese  alcune  particelle 
«di  giunta,  per  tralasciare  poi  tutta  la  narrazione  in  quell'altro  luogo  ». 
]\Ia  intende  proprio  il  Frati  di  far  cosi ,  contro  il  sistema  adottato  in  casi 
analoghi?  (cfr.  pp.  1534).  —  Pag.  122.  Il  Mai  notava:  «  Ciò  che  in  questa 
«  vita  (del  card.  Gesarini)  si  proseguiva  a  dire  intorno  al  concilio  di  Firenze, 
«  da  noi  fu  omesso,  come  già  conosciuto  nelle  vite  de'  papi  Eugenio  e  Nic- 
«  colò  »,  e  stava  bene.  Ma  il  Fr.  non  omette  nulla  (v.  pp.  122-4),  eppure 
trascrive  tal  quale  la  notai 

Forse  a  qualcuno  queste  osservazioni  parranno  pedantesche  :  e  siano  ;  il 
rincrescimento  che  abbiamo  provato  nel  doverle  fare  ci  sarà  compensato,  se 
varranno  a  mettere  in  guardia  l'Editore  contro  simili  sviste  e  scorrezioni,  e 
ci  permetteranno  di  lodare  incondizionatamente  il  secondo  volume. 

Vittorio  Rossi. 


FRANCESCO  ZAMBALDI.  —  Belle  teorie  ortografiche  in  Italia. 
Memoria.  —  Venezia,  Stab.  di  G.  Butinelli,  1892.  Estr.  dagli 
Atti  del  R.  Istit.  veneto  di  scienze j  lettere  ed  arti,  serie  VII, 
t.  Ili  (8°,  pp.  46). 

La  memoria  del  prof.  Zambaldi  consta  di  due  parti  ben  distinte  :  nella 
prima  egli  ricerca  storicamente  quali  siano  state  le  teoriche  ortografiche  nei 
quattro  ultimi  secoli  della  nostra  storia  letteraria  e  le  controversie  alle  quali 
hanno  data  origine  ;  nella  seconda  esamina  la  questione  ortografica  con  inten- 


266  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

dimento  filologico,  indicando  quali  conchiusioni  si  possan  trarre  per  questa 
via.  L'A.  dichiara  (p.  33)  «  ...non  avendo  noi  di  mira  alcun  fine  pratico  di  dar 
«  leggi  0  proporre  riforme,  ma  un  fine  puramente  filologico:  non  volendo  cioè 
«  prescrivere  che  cosa  debba  essere  l'ortografia  italiana,  ma  intendere  che  cosa 
«  è  e  per  quali  fatti  e  per  quali  ragioni  sia  così  e  non  altrimenti  :  possiamo 
«  studiarla  senza  alcun  preconcetto  nella  sua  formazione  storica,  disposti  ad 
«  accettare,  quali  che  siano  per  essere,  i  risultamenti  di  questa  ricerca  ». 

Più  che  le  disquisizioni  filologiche,  delle  quali  pur  faremo  rapido  cenno  sul 
fine,  ci  preme  considerare,  di  questa  memoria,  la  parte  che  ha  maggiori  at- 
tinenze colla  storia  della  nostra  letteratura.  Ma  prima  ne  diamo  un  breve 
riassunto. 

L'A.  premette  che  la  questione  dell'ortografia  ha  uno  stretto  legame  colla 
maggior  questione  intorno  alla  nostra  lingua  ;  dappoi  che  la  lingua  toscana 
assorse  a  dignità  di  letteraria  e  nazionale.  Nota  l'ambiguità  del  significato, 
che  fin  dal  cinquecento  ebbe  il  vocabolo  ortografia,  il  quale  fu  preso  a  indi- 
care ora  proprietà  morfologiche,  ora  rappresentazioni  puramente  grafiche  di 
suoni  e  di  parole;  enumera  quindi  e  studia  rapidamente  i  principali  fra  co- 
loro che  s'occuparono  di  questioni  ortografiche,  intesa  ortografia  nel  signi- 
ficato di  sistema  di  retta  rappresentazione  grafica  per  forme  morfologica- 
mente determinate  e  sicure. 

Il  Fortunio  accenna  già  alle  due  capitali  opinioni  che  correvano  al  suo 
tempo  e  che  rimasero  sempre  in  lotta  fra  loro:  il  principio  della  pronunzia 
e  quello  dell'etimologia;  e  tra  questi  due  principi  egli  ondeggia  con  quella 
incertezza  che  si  riscontra  più  o  meno  in  tutto  il  processo  e  progresso  della 
questione  ortografica ,  ma  con  qualche  intuizione  di  verità  oggi  dimostrate 
dalla  scienza. 

11  Bembo  non  s'occupa  molto  d'ortografia  e  segue  il  principio  che  nella 
varietà  del  volgare  debba  esser  norma  il  fiorentino. 

L'A.  a  questo  punto  spiega  come  la  differenza  tra  scrittura  e  pronunzia 
si  dovesse  specialmente  alla  povertà  de'  segni  del  nostro  alfabeto  che  egli 
considera  anche  nel  loro  sviluppo  storico.  E  così  viene  a  dire  del  Trissino, 
delle  sue  riforme  nell'alfabeto  e  nell'ortografia,  delle  opposizioni  che  le  sue 
novità  incontrarono,  allargandosi  poi  le  controversie  anche  al  nome,  all'ori- 
gine della  lingua.  Oppositori  Lodovico  Martelli,  Agnolo  Firenzuola:  sono 
ricordati  come  quelli  che  «  ne  scrissero  poi  in  vario  senso  »  il  Liburnio, 
Adriano  Franci,  l'Oreadini;  e,  inoltre,  Claudio  Tolomei  e  Neri  Dortelata. 

Accenna  poi  l'A.  al  Giamlnillari  e  quindi  si  ferma  alquanto  su  Lionardo 
Salviati,  il  quale  «  seguì  il  principio  della  pronunzia,  ma  con  grandi  con- 
«  cessioni  all'uso  ».  Il  Buommattei  e  il  Gorticelli  seguirono  le  ormo  do!  Sal- 
viati, cioè  i  principi  della  scuola  toscana. 

Ma  la  scuola  toscana  e  l'autorità  della  Crusca  non  debellaroiio  i  ><-^aiici 
della  scuola  etimologica  tanto  più  che  alcune  discordie  erano  fra  i  Toscani 
stessi;  notevoli  specialmente  le  ostilità  dei  Senesi  contro  la  Crusca.  Gli  eti- 
mologisti poi  venivano  temperando  la  rigidezza  delle  norme  enunciate,  ma 
non  sempre  osservate,  dal  F'ortunio;  così  Lodovico  Dolce  e  Daniello  Bartoli. 

L'A.  nota  poi  giustamente  come  nel  secolo  nostro  il  progresso  della  lingui- 
stica e  i  sempre  più  larghi  sentimenti  d'italianità  portassero  il  bisogno  di  re- 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  267 

gole  più  scientifiche,  da  una  parte,  e  dall'altra,  il  disgusto,  un  po'  senti- 
mentale, d'una  teorica  che  voleva  la  supremazia  del  toscano,  anzi  del  fio- 
rentino ,  nella  lingua  e  nell'  ortografia.  Giovanni  Gherardini  è  il  più  auto- 
revole sostenitore  del  principio  etimologico;  e,  ben  degno  che  se  ne  faccia 
speciale  ricordo,  tra  le  pagine  e  le  voci  della  sua  Lessigrafia  disseminava 
qualche  nobile  accento  patriottico,  qualche  considerazione  nobilmente  ita- 
liana, quando  tutto,  anche  la  più  minuta  erudizione,  era  buona  occasione  a 
parlare,  a  sognare  dell'  Italia.  L'A.  cita  (p.  24,  n.  2)  queste  parole  bene  au- 
spicanti che  il  Gherardini  scriveva  sotto  la  voce  fundere  «  dalla  uniformità 
«dello  scrivere  dee  prodursi  a  poco  a  poco  l'uniformità  del  favellare; 
«  dalla  uniformità  del  favellare  si  fa  strada  alla  uniformità  del  pensare;  dalla 
«  uniformità  del  pensare  nasce  la  uniformità  del  volere;  e  dalla  uniformità 
<<  del  volere  appena  oggi  è  dato  imaginare  in  confuso  i  grandi  e  insperati 
«  effetti  che  scoppiar  potrebbero  ».  Il  Gherardini  ricorre  alle  origini  delle 
parole  non  trascurando  le  modificazioni  prodotte  in  esse  dal  buon  uso;  vuole 
osservato  un  metodo  costante  nella  loro  formazione  a  seconda  delle  varie 
famiglie  o  classi  sotto  le  quali  si  posson  ridurre  ;  la  pronunzia  dover  poi 
uniformarsi  alla  corretta  scrittura,  ma  in  pratica  concede  assai  e  confessa  inap- 
plicabile rigidamente  il  principio  etimologico.  Tra  i  seguaci  del  Gherardini 
è  ricordato  Carlo  Cattaneo.  Il  Manzoni  si  riaccostò  alle  teoriche  della  vec- 
chia scuola  toscana,  così  per  la  lingua  come  per  l'ortografia.  L'A.  accenna 
poi  alle  idee  di  alcuni  viventi,  dell'  Ascoli,  autorità  somma,  e  del  Rigutini. 

Fermandoci  ora  su  questa  prima  parte  si  può  ben  dire  che  l'argomento 
preso  a  trattare  dall'A.  è  di  non  comune  importanza  e  non  solo  sotto  il  ri- 
guardo storico,  ma  anche  allo  scopo  di  spianare  la  via  ai  trattatisti  che  ten- 
tino di  ottenere  se  non  una  vera  e  propria  utiità  ortografica^  un  più  stabile 
assetto  nella  troppo  anarchica  ortografia  nostra.  L'A.  che  non  poche  bene- 
merenze s'è  acquistato  colla  sua  Grammatica  italiana  (una  delle  più  sicure 
che  s'usino  nelle  scuole)  e  che  ha  lunga  esperienza  di  studi  filologici  e  les- 
sicali tanto  classici  che  romanzi,  ha,  in  questo  suo  scritto,  il  pregio  di  avere, 
primo  ch'io  sappia,  raggruppate  le  notizie  storiche  che  ci  offre,  e  il  merito, 
compatibilmente  collo  spazio  concesso  ad  una  lettura^  di  avere  esposte  con 
chiarezza  ed  acutezza  le  vecchie  e  le  nuove  opinioni.  Dirò  subito  peraltro 
che  è  a  dolere,  che,  una  volta  preso  a  svolgere  un  così  importante  argomento, 
l'A.  l'abbia  costretto  nei  limiti  troppo  angusti  d'una  memoria  accademica, 
necessariamente  un  po'  superficiale,  e  che,  stampandola ,  non  abbia  pensato 
a  toglierle  alcune  manifeste  tracce  della  forse  soverchia  fretta  d'una  prima 
redazione.  Ciò  che  dipende,  io  credo,  dal  vivace  rigóglio  dell'  ingegno  agilis- 
simo e  pronto  dell'A.,  che  meglio  si  compiace  di  delibare  or  questo  or  quel 
fiore,  che  non  spremerne  tutti  i  succhi  eh'  e'  potrebbe  e  condensarli  in  opere 
più  durevoli.  Mi  voglia  permettere  il  prof.  Zambaldi  che  io  indichi  alcune 
di  quelle   che  ho  notate  o  mende  o  omissioni. 

Prima  di  tutto  i  richiami  e  i  rimandi  ad  autori  o  libri  citati  nelle  note 
son  fatti  un  po' troppo  alla  lesta,  né,  tranne  chi  abbia  molta  pratica  con 
certi  studi  e  con  certe  opere,  troverà  chiare  così  come  son  fatte  certe  cita- 
zioni (v.  fra  tante:  p.  2,  n.  2-3;  p.  3,  n.  3;  p.  9,  n.  3;  p.  34,  n.  3)  (1).  Un'altra 


(I)  Accanto  al  Seelmakn  e  allo  Sjhochakdt  poteva  ben  citare  il  lavoro  di  G.  GrObkr,  Vulgdr- 


268  RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA 

menda  generale  è  quella  di  non  avere  per  ciascuno  degli  autori  citati  o  stu- 
diati ricercato  con  maggior  diligenza  il  corredo  bibliografico,  fermandosi 
troppo  esclusivamente  a'  loro  libri  o  a  opere  di  consultazione  troppo  vecchie 
e  di  non  sempre  sicura  autorità,  come  p.  es.  V Eloquenza  italiana  del  Fon- 
tanìni. 

Verrò  ora  a  qualche  più  particolare  osservazione,  che  trascelgo  fra  molte 
dello  stesso  genere.  Più  parole  avrei  speso  (p.  5)  a  dichiarare  quali  norme 
si  seguissero  nell'ortografia  del  tre  e  quattrocento,  prima  che  collo  stabilirsi 
delle  regole  grammaticali  si  pensasse  a  codificare  anche  questa  materia. 
Norme  precise  non  eran  certo  formulate,  ma  potevansi  raccogliere  almeno 
gli  usi  più  comuni  e  più  sicuri  dai  manoscritti,  specialmente  dai  riconosciuti 
autografi  dei  principali  scrittori,  e  dalle  stampe.  Ciò  avrebbe  giovato  a  meglio 
indicare  il  punto  di  partenza  delle  dottrine  cinquecentistiche. 

L'A.  ha  notato  che  Gianfrancesco  Fortunio  pubblicò  prima  del  Bembo  le 
sue  Regole  grammaticali  della  vulgar  lingua  (1516)  e  che  fu  ,  e  forse 
a  tolto,  accusato  dal  Bembo  di  aver  saccheggiato  i  suoi  manoscritti;  ma 
non  ha  detto  che  il  Bembo  fin  dal  1500  pensava  ad  un  libro  di  tal  genere  (1) 
e  che  quindi ,  in  ogni  modo ,  le  Regole  del  Fortunio  come  le  Volgari  eie- 
gamie  di  Niccolò  Liburnio  non  hanno  sicura  che  la  priorità  della  stampa. 
Le  idee  del  Bembo  (p.  7)  sulla  lingua  segnano  veramente  un  nuovo  momento 
e  un  nuovo  indirizzo  nella  nostra  storia  letteraria.  L'A.  perciò  poteva  fermarsi 
di  più  a  dimostrare  come  l'influsso  del  dittatore  veneziano,  che  fu  grandissimo, 
abbia  contribuito  a  diffondere  non  solo  certi  modelli  di  lingua  e  di  stile,  ma. 
per  necessaria  conseguenza,  anche  certe  regole  ortografiche  a  preferenza  di 
certe  altre.  Non  basta  dire:  «  11  Bembo  non  si  occupa  gran  fatto  d'ortografia  ». 
In  quanto  al  Trissino  si  poteva  aggiungere  che  le  innovazioni  da  lui  esco- 
gitate non  solo  espose  nella  Epistola  a  Clemente  VII^  ma  applicò  anche  in 
varii  suoi  scritti  editi  in  quell'anno  stesso  1524  (2)  (coi  tipi  di  Lodovico  degli 
Arrighi  in  Roma);  che  sulla  riforma  dell'alfabeto  ritornò  con  la  ristampa 
(per  i  tipi  di  Tolomeo  Janiculo)  deWEpistola  a  Clemente  VII  e  della  Sofo- 
tìisba  accompagnata  dall'edizione  dei  Dubbi  grammaticali,  dell'  Alfabeto. 
della  Grammatichetta ,  delle  quattro  prime  Divisioni  della  Poetica ,  delle 
Rime  e ,  quello  che  non  importa  meno ,  del  Volgare  Eloquio  e  del  Castel- 
lano dove  risuscitava  la  questione  del  nome  da  darsi   alla   lingua  italiana. 

E  qui  all'A.  è  sfuggito  un  lavoretto  di  F.  Sensi  molto  importante  per  dar 
luce  sulla  natura  ed  estensione  delle  opposizioni  che  si  fecero  al  Trissino  (3\ 


tatemisché  SubsirnU  romnnischer  WOrttr,  in  Archiv  fùr  lateinische  Lexicographie ^  t.  I  e  seg., 
e  quello  del  MRrEK-LllBKK,  OttchickU  dtr  laMnigehtn  Volkstpraeht,  nel  Grumdrùs  del  GkObbr. 

(1)  Vedi  per  la  cronologia  di  queste  scritture  il  Oaspart  ,  St.  della  ktt.  U. ,  trad.  it.,  II,  II, 
05  e  appendice. 

(2)  Sono  la:  Cantont  a  CUnunU  Vii,  la  So/oniaba,  VOrationt  al  dogt  Andrta  Orittf,  in  Lft- 
Ura  al  r»oerendi$simo  monsignor  Oiovanni  Matteo  Ctbtrli ,  i  liitratH ,  V  Spàtola  d$IUi  vita  cht 
dot  ttntrt  una  donna  védova. 

(3)  F.  Salisi,  M.  Claudio  Tolomei  «  le  controtirsie  $ulVortopra/a  nfl  secolo  XVI,  in  Atti  d. 
Acc.  dei  Lincei  (Rendiconti,  lo  sem.  1890),  pp.  314-325.  Dal  Sensi  à  ancora  attMO  lo  stadio 
promesso  su  Celso  Cittadini. 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  269 

Il  Sensi  rileva  come  i  Toscani,  pur  disprezzimdo  l'innovazione  del  Trissino, 
cercassero  apparirne  inventori  ;  nota  che  già  nel  400  (p.  es.  con  L.  B.  Alberti)  i 
Toscani  che  vollero  rialzare  il  volgare,  s'occuparono,  qualcuno,  anche  di  mi- 
nuzie ortografiche.  Come  la  riforma  del  Trissino  non  fosse  del  tutto  nuova 
per  la  Toscana  (a  Firenze  e  a  Siena  specialmente)  e  come  si  spieghi  la  con- 
cordanza di  proposte,  p.  es.,  tra  il  Trissino  e  Claudio  Tolomei,  dichiara  molto 
bene  il  Sensi  (1),  il  quale  osserva  giustamente  che  le  modificazioni  introdotte 
poi  dal  Trissino  al  primitivo  sistema  ne  impedirono  ancor  più  la  diffusione. 
L'A.  avrebbe  dovuto,  dunque,  fermarsi  più  specialmente  su  Claudio  Tolomei 
e  dire  qualchecosa  di  più  preciso  (che  non  si  faccia  a  p.  42,  n.  1  e  2)  in- 
torno alle  idee  espresse  nel  Polito  e  intorno  agli  scritti  di  coloro  che  pre- 
sero parte  (notisi  tra  il  1525  e  il  '26)  nelle  dispute  trissiniane,  tra'  quali  era 
da  ricordare  anche  il  Minturno  colla  sua  Arte  poetica  (2).  Il  Salviati  vide 
certo  assai  addentro  in  alcune  questioni  fonologiche,  ma  non  andava,  per 
troppo  rispetto  a  lui,  trascurato  il  merito  d'altri  meno  famosi  (3). 

Non  era  forse  male,  per  maggior  chiarezza  della  trattazione,  indicare  i  li- 
miti cronologici  per  il  Buommattei  (1581-1647),  per  il  Corticelli  (1690-1758) 
(a  proposito  del  quale  si  poteva  ricordare  l'importanza  che  ebbe  in  questioni 
linguistiche  e  ortografiche  la  scuola  de' puristi),  per  il  Gherardini  (1782-1861). 

Meno  rapido  avrei  voluto  l'accenno  alle  discordie  fra  toscani  (p.  21,  n.  1) 
e  per  il  Gigli  adoprato  e  citato  il  buon  lavoro  del  Vanni  (4) ,  nel  quale  è 
molto  interessante  il  capitolo  sul  Vocabolario  cateriniano  (5). 

In  proposito  di  certe  teoriche  del  Gherardini  1'  A.  non  doveva  lasciarsi 
sfuggire  l'occasione  di  notare  (p.  28-29)  che  alcuni  mutamenti  proposti  dal 
filologo  milanese  non  solo  sarebbero  stati  strani,  ma  anche  contrari  alle  re- 
gole della  nostra  fonologia  ,  secondo  le  quali  certi  suoni  son  diventati  ne- 
cessariamente quel  che  oggi  sono  ;  e  poteva  rilevare  che  il  principio,  cui  si 
riferisce  (p.  29)  il  Gherardini,  ha  una  parte  di  vero  in  quanto  la  ragione  ono- 
matopeica ha  avuta  la  sua  importanza  nell'origine  del  linguaggio,  ma  per  un 
lato  si  confonde  coi  pregiudizi  che  furono  e  sono  in  corso  su  certe  bellezze 
fantasticate  delle  lingue  e  delle  parole,  consistenti  cosi  nella  loro  forma  gra- 
fica come  nell'espressione  fonetica. 

Certe  indicazioni  particolareggiate  e  che  servono  a  fissar  bene  i  termini 
cronologici  d'una  teoria  o  d'un  fatto  letterario  l'A.  trascura  troppo  (6). 


(1)  Dimostra  anche ,  parmi  definitivamente ,  che  11  Polito  di  Adriano  Franci ,  se  non  nella 
forma,  in  tutta  la  sua  sostanza,  è  opera  del  Tolomei. 

(2)  Lasciando  da  parte  le  idee  del  Minturno  suU'  origine  della  lingua  ,  osserviamo  che  egli  ri- 
tenne Vinventione  degli  Accademici  senesi  usurpala  dal  Trissino  e  vendicata  dal  PoUto. 

(3)  Il  Sensi   nota   che   il    Tolomei  ,  primo  in  Italia  ,  osservò  il  suono  u  ed  i  semivocali  e  che 

-^    ^ —     ^ 
prima  del  Salviati  vide  l'unità  dei  suoni  g       1     s  ,    sebbene    li   rappresentasse   imperfettamente 

nella  sua  tavola. 

(4)  Girolamo  Gifjli  nei  suoi  scritti  polemici  e  satirici ,  Firenze  ,  1888.  Cfr.  questo  Giornale, 
XIV,  303,  Le  ostilità  dei  senesi  contro  la  Crusca  furono  continuate  anche  dopo.  Per  quel  eh'  io 
60,  il  primo  senese  che  sia  stato  riaccolto  nell'Accademia  è  l'attuale  Arciconsolo  Gaetano  Milanesi. 

(5)  11  YocàboUrio  fu,  perchè  proibito,  bruciato  dal  boia  (1717).  Delle  ritrattazioni  del  Gigli 
c'informa  minutamente  il  Vanni  nel  detto  lavoro. 

(6)  Per  esempio,  non  era  male   ricordare  che  //  torlo  e  il  dritto  del  non  si  può  ecc.  del  Bar- 


270  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

Dirò  brevissimamente  quali  concetti  espone  l'A.  nella  seconda  parte.  Esa- 
mina prima  quali  relazioni  corrano  fra  scrittura  e  pronunzia  (1)  ;  dice  poi 
del  valore  di  resistenza  che  acquista  la  forma  scritta  ,  nonostante  che  la 
pronunzia  si  allontani  sempre  più  dalla  rappresentazione  grafica  (esempi 
l'inglese,  il  francese,  il  greco  moderno);  mette  in  chiaro  il  privilegio  dell'ita- 
liano di  non  avere  avuti  da  secoli  mutamenti  fonetici  tanto  gravi  da  pro- 
durre discordanze  notevoli  tra  la  pronunzia  e  la  scrittura  (2)  ;  nota  il  pro- 
dursi e  il  mantenersi  di  doppie  forme,  popolari  e  latineggianti,  e  trova  qui 
la  ragione  delle  anomalie  della  nostra  ortografia.  Srive  (p.  44)  «  che  se  i 
«  nostri  Grammatici,  in  cambio  di  litigare  sul  nome  della  lingua,  Tavessero 

«  studiata  meglio avrebbero  forse  trovata  la  traccia  per  intendere  a  pieno 

«  la  formazione  storica  della  lingua  e  veduto  che  né  la  sola  pronunzia,  ne 
«  la  sola  etimologia ,  ma  un  giusto  e  discreto  temperamento  d'ambedue  do- 
«  veva  applicarsi  ad  una  lingua  formata  da  due  ordini  di  vocaboli  storica- 
«  mente  diversi  ». 

L'A.  esprime  così,  pur  non  volendo  dettar  norme  pratiche,  come  aveva 
dichiarato,  quali  sono,  se  non  proprio  le  sue  regole,  almeno  le  idee  dalle  quali 
si  dovrebbero  ricavare.  Osserva  giustamente  che  l'ortografia  moderna  ha  fatto 
gran  passi  verso  l'unità,  ma  che  le  condizioni  presenti  della  vita  italiana  e 
del  dialetto  fiorentino  rispetto  agli  altri  fanno  si  «  che,  per  necessità  di  cose, 
«  la  lingua  nostra  accenna  a  mettersi  per  la  via  opposta  a  quella  per  la  quale 
«  i  Manzoniani  speravano  di  condurla,  e  il  principio  etimologico,  per  quanto 
«  si  voglia  temperato  dall'analogia  e  dalla  tradizione,  accenna  ad  avere  molto 
«  maggiore  occasione  dell'altro  d'essere  applicato  nel  futuro  incremento  del 
«  vocabolario  italiano  »  (3). 

Certo:  il  patrimonio  lessicale  del  popolo  cresce  colla  cultura  tutti  i  giorni 
e  l'importazione  dialettale  toscana  e  specialmente  fiorentina  non  può  stare 
in  confronto  del  diffondersi  e  accrescersi  di  questo   linguaggio   sempre  piiì 


toli  fa  stampato  in  Roma,  Lazzerì,  1655  a  accresciuto  via  via  in  saccessive  edixioni:  cbe  VOrlO' 
grafia  italiana  fu  stampata  in  Roma,  Lazzerì,  1670.  Così  i  titoli  delle  opere,  spesso,  non  son  dati 
esattamente  forse  per  causa  della  maniera  compendiosa  e  già  notata  di  far  le  citazioni. 

(1)  SenzA  entrare  nella  questione  delle  origini  della  scrittura,  noto  che  sebbene  l'A.  si  riferisca 
più  specialmente  ai  Fenici,  non  poteva  omettere  di  accennare  che  prima  che  fonetica  la  scrittura 
è  stata  costantemente  presso  i  popoli  antichi  ideografica.  Del  resto  esattamente  fonetico  non 
riesce  ad  essere  nemmeno  il  sistema  grafico  dei  migliori  glottologi  moderni! 

(2)  Non  trovo  esatta  l'espressione:  «  La  lingua  letteraria  ebbe  certamente  origine  dal  dialetto 
«  fiorentino  del  Trecento  • .  Dopo  una  lìngua  poetica  che  parve  appartenere  a  tutte  le  regioni 
d'Italia  senza  esser  propria  di  nessuna  (lo  sa  bene  l'A.)  le  parlate  toscane  prevalsero,  e  il  flo> 
tentino  trionfò  poi  specialmente  per  opera  di  Dante;  ma  chi  vorrebbe  dire  che  il  dialetto  fioren- 
tino del  Trecento  o  de'  tre  grandi  trecentisti,  anche  quale  lo  volle  a  modello  il  Bembo,  sia  qaal- 
checosa  d' indipendente  dalla  lenta  e  varia  preparazione  lessicale  e  fonetica  se  non  altro  del 
Duecento?  Si  può  utilmente  citare  e  consultare  P.  Rajma  in  Romania,  VII,  37  sg.,  e  in  Zeiltek. 
/.  rom.  Phil.,  V,  27. 

(3)  Non  bisogna  peraltro  negare  troppo  facilmente  le  peculiarità  della  pronnntia  toecana  che 
corrispondono  del  resto  a  quelle  di  altre  parlate  italiane;  nò  rinunciare  a  volere  apprese  e  diflkse 
queste  anche  dai  non  toscani.  Per  ee.  (cfr.  p.  40):  sarà  vero  che  pochissimi  nella  prononiia  di 
ufficio  e  audacia  fkeoian  sentire  quattro  sillabe,  ma  una  pronuncia  corretta  e  colta  toscana  e  un 
orecchio  esercitato  avvertono  la  distinsione  tra  il  monosillabo  glia  e  il  bisillabo  Uà  in  Jlgliart, 
jUial*  ecc. 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  271 

nazionale  e  meno  regionale  (1).  Ma  è  certo  altresì  che  il  conio  e  lo  stampo, 
sul  quale  anche  i  nuovi  vocaboli  o  gli  importati  da  altri  dialetti  si  vanno 
foggiando,  è  il  toscano  (cioè  a  dire  per  gran  parte  il  fiorentino).  Su  questo 
tipo  toscano  cooperano  alla  produzione  linguistica  più  o  meno  efficacemente 
tutti  i  dialetti,  non  rinunziando  il  popolo  alla  sua  eterna  potenza  creatrice. 
E  naturalmente,  a  seconda  di  tali  nuove  tendenze  e  formazioni,  come  già  in 
antico,  si  va  formando  e  fermando  a  mano  a  mano  l'ortografia  italiana.  Ma, 
quanto  aWunità  ortografica  (2) ,  potranno  giovare  il  tempo ,  gli  scrittori  e 
i  manuali  a  farla  più  o  meno  intravedere;  non  credo  a  farla  raggiungere 
compiutamente  mai  :  tanta  è  ancora  non  solo  la  forza  conservatrice  della  tra- 
dizione, che  spiega  il  persistere  de'segni  anche  quando  sono  cambiati  i  suoni, 
ma  anche  la  discrepanza  delle  opinioni  de'trattatisti  o  degli  scrittori,  i  quali 
talora  si  discostano  e  si  discosteranno  dall'  uso  dei  più ,  per  certa  bizzarria 
o  anche  (a  che  si  riduce  spesso  l'estetica  I)  per  certo  mal  gusto  di  affettata 
e  pretenziosa  eleganza.  Peraltro  sulVuso  dei  buoni  scrittori,  che  avrà  sempre, 
più  0  meno,  per  fondamento  Vuso  dei  ben  parlanti  (toscani  o  avvicinantisi 
ai  toscani),  si  andrà  ognora  più  concretando,  senza  esagerato  riguardo  al  prin- 
cipio etimologico,  come  pare  che  voglia  TA.,  non  dico  la  perfetta,  ma  la  più 
comune  ortografia  italiana. 

Orazio  Bacci. 


(1)  Nonostante  che  bella  mèsse  v'è  ancora  da  raccogliere  in  questo  terreno!  Lo  dicono  i  libri 
dei  veri  studiosi  e  intelligenti  delle  ricchezze  linguistiche.  Chi  si  contenti  di  pescar  parole  in 
certi  giornali,  in  certi  libri  e  in  certe  conversazioni  soltanto,  può  credere  estinta  ogni  toscanità. 
Anche  la  lingua  bisogna  pure  studiarla  con  orecchio  pacato  e  mente  arguta. 

(2)  Così  intitolava,  com'è  noto,  un  suo  libro,  G.  Rigutini  (Firenze  ,  Paggi,  1885),  sul  quale  è 
da  vedere  un  assonnatissimo   articolo  di  A.  Straccali ,  nella  Riv.  crii,  della  leti,  it.,  an.  I,  n»  5. 


BOLLETTINO   BIBLIOGRAFICO 


CARLO  CIPOLLA.  —  //  trattato  «  De  Monarchia  »  di  Dante 
Alighieri  e  V  opuscolo  «  De  potestate  regia  et  papali  >  di 
Giovanni  da  Parigi.  Estratto  dal  voi.  XLII  delle  Memorie 
della  R.  Accademia  delle  scienze  di  Torino.  —  Torino, 
Glausen,  1892  (4«,  pp.  98). 

Troppo  spesso  il  trattato  Be  Monarchia  fu  consultato  e  citato  e  ristam- 
pato per  ispirilo  di  reazione  politica  o  religiosa.  Fin  dal  sec.  XIV ,  quando 
più  fervevano  le  lotte  tra  Ludovico  il  Bavaro  e  Giovanni  XXII,  afferma  il 
Boccaccio  che  quel  libro  divenne  «  molto  famoso  »  per  l'uso  polemico  che 
ne  facevano  i  difensori  di  Ludovico  e  del  suo  antipapa,  onde  il  cardinal  Ber- 
trando del  Poggetto  lo  dannò  al  fuoco  «  e  '1  somigliante  si  sforzava  di  fare 
€  dell'ossa  dell'autore  a  eterna  infamia  e  confusione  della  sua  memoria  >  (1). 
E  quando,  due  secoli  dopo,  s'accesero  in  Germania  le  lotte  dottrinali  acer- 
bissime contro  la  Chiesa  di  Roma,  il  De  Monarchia  fu  il  primo  libro  dan- 
tesco che  colà  si  stampasse  e  si  studiasse,  e  i  riformisti  tedeschi  non  esita- 
rono a  riconoscere  in  Dante  un  precursore  di  Lutero  (2);  ragione  questa 
senza  dubbio  per  cui  quel  trattatello  venne  posto  all'indice.  Nel  secolo  no- 
stro, sedate  quelle  ire  e  risollevatosi  lo  spirito  scientifico,  si  prese  a  consi- 
derare il  trattato  serenamente  dal  punto  di  vista  storico,  agitando  in  ispecie 
la  questione  cronologica,  se,  cioè,  sia  un  libro  d'occasione  composto  per  la 
discesa  di  Arrigo  VII  o  se  invece  rimonti  ad  un  periodo  anteriore  airesilìo  (3). 


(1)  Sulla  Teridiciià  di  qaeeii  fktti  vedi  le  saggie  coiudderaiioni  di  C.  Btoci ,  L' uUimo  rifugio 
di  Dante,  pp.  187  sgg. 

(2)  Cfr.  ScABTAZziKi,  DanU  in  Oermania,  I,  10-14. 

(3)  11  Cipolla  accenna  a  tale  questione,  non  pronunciandosi  in  merito,  a  pp.  6-7.  Vedi  per  altre 
notizie  questo  OiomaU,  III,  277  sgg.  A  p.  72,  n.  4,  ossenrando  quanto  poca  relazione  tì  sia  tra 
il  De  Mon.  e  la  bolla  Unam  $aneiam,  il  C.  viene  a  fiar  Talero  un  noto  argomento  del  \yittc,  il 
quale  sostenne  esaere  stato  composto  il  trattato  prima  dell'eiiiUo.  I  dubbi  recenti  di  A.  Haas  in- 
tomo airautenticità  del  libro  {Qiom.^  XIX,  208)  sono  dal  C.  con  piena  ragione  respinti  (p.  6). 
Uiiipetto  alla  questione  cronologica  abbiamo  da  dare  una  buona  notizia.  H.  Qbacrrt,  rendendo 
conto  nello  Hitlorischta  Jahrbuch ,  1892,  pp.  675-677,  dello  scritto  dol  Cipolla,  afferma  di  aver 
troTato  documenti  inediti ,  che  fissano  inoppugnabilmente  il  tempo  in  che  fu  composto  il  celebre 


BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO  273 

Del  valore  interno  del  De  Monarchia,  del  posto  che  tiene  nelle  polemiche 
medievali  circa  i  diritti  dello  Stato  e  della  Chiesa,  delle  numerose  questioni 
e  questioncelle  che  da  tal  maniera  di  considerare  il  trattato  possono  germo- 
gliare ben  pochi  s'occuparono,  e  quei  pochi,  per  motivi  diversi,  non  com- 
piutamente. Dagli  storici  e  dai  letterati  sarà  pertanto  bene  accolta  questa 
memoria  del  prof.  Cipolla,  che  si  è  svolta  dalle  ricerche  accuratissime  che 
egli  è  venuto  facendo  sulla  politica  di  Dante,  ricerche  che  gli  ofirirono  già 
argomento  ad  un  corso  universitario  e  di  cui  per  le  stampe  è  sol  conosciuto 
qualche  saggio. 

La  memoria  del  Cipolla  è  veramente  lavoro  egregio,  pieno  di  dottrina  e 
di  acutezza,  quantunque  la  complessità  somma  dell'argomento  e  la  necessità 
di  seguire  contemporaneamente  tanti  filoni  d'idee,  e  di  fare  continue,  sotti- 
lissime distinzioni,  la  renda  talora  un  po'  disordinata  e  faticosa  nella  lettura. 
Ma  questi  difetti  puramente  esteriori  sono  compensati  da  pregi  tanti  e  tali 
nella  profondità  dello  studio  e  nella  novità  delle  vedute,  che  bisognerebbe 
esser  pedanti  per  farne  molto  caso. 

Ad  un  sunto  questo  scritto  si  presta  ben  poco,  perchè  vi  sono  dette  tante 
cose,  che  il  ridirle  tutte  condurrebbe  troppo  in  lungo  ed  il  trasceglierne  al- 
cune riesce  malagevole  e  pericoloso.  La  tesi  principale  che  esce  dimostrata 
dalla  dissertazione  presente  è  questa  :  il  De  Monarchia ,  tranne  nel  terzo 
libro,  è  diretto  contro  il  guelfismo  francese  e  non  già  contro  il  guelfismo 
pontificio.  V'era  infatti  un  guelfismo  più  guelfo  di  quello  del  Papa,  ed  era 
il  guelfismo  francese,  che  negava  persino  l'esistenza  dell'impero.  Filippo  il 
Bello  di  Francia,  che  ne  incarnava  i  principi,  fu  una  delle  figure  politiche 
che  D.  più  odiò,  giacché  D.,  incapace  d'apprezzarne  giustamente  l'opera  uni- 
ficatrice, non  vide  in  lui  che  il  nemico  dell'impero,  di  quella  vecchia  chi- 
mera, che  gli  uomini  di  pensiero  sognarono  e  vagheggiarono  tanto  in  tutta 
l'età  di  mezzo  (1).  11  trattato  polemico  del  domenicano  Giovanni  da  Parigi 
difendeva  teoricamente  Filippo  il  Bello  e  rappresentava  quindi,  nella  forma 
più  schietta,  le  tendenze  del  guelfismo  francese:  è  questa  la  ragione  per 
cui  il  C.  ha  creduto  bene  di  contrapporlo  al  De  Monarchia,  senza  punto 
credere  perciò  che  l'uno  dei  due  autori  conoscesse  l'opera  dell'altro.  L'anti- 
tesi proveniva  dalla  diversità  radicale  delle  due  teorie.  A  fra  Giovanni  stava 
a  cuore  il  sottrarre  la  Francia  dalla  dipendenza  verso  l'impero;  D.  invece 
combatteva  il  guelfismo  francese  non  meno  in  nome  dei  diritti  dell'impero 
che  di  quelli  della  Chiesa  (v.  p.  90)  ;  D.  costruiva  una  teoria  politica  conse- 
guente, che  non  manca  di  precedenti,  che  non  manca  di  ragioni  poco  valide 


trattato.  Ecco  le  sue  precise  parole:  «  An  der  Hand  ungedruckter ,  zeitgenOssischer  Ausfttrungen 
«  werde  ich  die  Entstehungszeit  der  Monarchia  ,  wie  ich  glaube  ,  zweifellos  sicherstellen  und 
«  zeigen,  dass  dieselbe  aus  eìnem  ganz  bestimmten,  bodipolitischen  Anlass  entstanden,  der  aber 
«nicht  die  Eomfahrt  HeinrichsVII  gewesen.  E.s  handelt  sich  dabei  nicbt  um  die 
«  L(Jsung  einer  sogenannten  Doktorfrage.  Der  politische  Entwickelungsgang  Dantes  und  manche 
«  Theile  der  Div.  Com.  werden  nns  in  neaer  Beleuchtung  erscheinen  ». 

(1)  Per  i  rapporti  ideali  dell'Alighieri  con  Filippo  il  Bello  non  era  forse  male  trattenersi  sulla 
aignificantissima  rappresentazione  simbolica  di  lui  nel  gigante  della  visione  finale  del  Purgatorio. 
Notevoli  i  riscontri    additati  dal  C.  tra  la  Commedia  e  la  Cronaca  di  Giov.  Villani   (pp.  16-19). 
Giornale  storico,  XX,  fase.  58-59.  18 


274  ^  BOLLETTINO   BIBLIOGRAFICO 

e  talora  persin  puerili,  ma  che  tuttavia  rivela  molta  forza  di  ragionamento 
e  molta  altezza  di  pensiero.  L'ideale  imperialista  di  D.  non  è  germanico,  ma 
romano,  ed  in  ciò  si  distingue  dal  ghibellinismo  vero  e  proprio  fp.  ('4).  «  Per 
«  D.  l'impero  appartiene  a  tutti  e  a  ciascuno;  per  i  Ghibellini  invece  l'im- 
«  pero  è  loro  proprio,  e,  se  si  sforzano  di  farlo  trionfare,  lo  fanno  per  ispi- 
«  rito  di  conquista.  L'Alighieri  non  vuole  né  Guelfi  né  Ghibellini;  ma  aspira 
«  a  quella  monarchia  universale,  in  cui  scompaiono  le  fazioni,  e  trionfa  il 
«  diritto  dell'umanith  »  (p.  25). 

Dopo  aver  richiamato  le  teorie  politiche  di  S.  Tommaso  e  di  Egidio  Ro- 
mano, che  sono  dirette  emanazioni  della  Politica  d'Aristotele,  il  G.  prende 
ad  analizzare  partitamente  i  tre  libri  del  De  Monarchia^  instituendo  copiosi 
raffronti  con  le  idee  politiche  espresse  da  D.  stesso  nel  Convivio  e  nella  Com- 
meditty' non  che  con  quelle  di  altri  scrittori,  contemporanei  e  succedanei,  e 
non  perdendo  mai  di  vista  gli  atti  imperiali  e  le  bolle  pontificie  che,  diret- 
tamente o  no ,  si  riferiscono  ai  diritti  delle  due  grandi  potestà.  Mentre  i 
primi  due  libri  del  De  Monarchia  sono  diretti  quasi  esclusivamente  contro 
i  guelfi  francesi,  il  terzo  libro,  che  stabilisce  i  rapporti  tra  l'Impero  e  la  Chiesa, 
si  rivolge  ai  guelfi  pontifici.  Rispetto  alla  donazione  Costantiniana  D.  si  mo- 
stra in  questa  parte  del  trattato  molto  più  recisamente  negativo  che  nella 
Commedia  y  poiché  nel  D.  M.  viene  alla  «  negazion  quasi  completa  della 
«  proprietà  ecclesiastica  »,  mentre  nella  Commedia  <  non  nega  alla  Chiesa 
«  la  capacità  giuridica  di  ricevere  la  donazione  Costantiniana  »  (p.  75).  Sta 
peraltro  il  fatto  che  nella  maggiore  e  più  notevole  porzione  dell'opuscolo  D. 
combatte  il  guelfismo  francese,  che  gli  sembrava  più  pericoloso,  sostenendo 
la  necessità  della  monarchia  e  la  romanità  dell'impero.  Chiesa  e  Stato  sono 
por  D.  due  autorità  che  hanno  «  origine  indipendente,  e  lo  Stato  non  è  una 
«  creazione  della  Chiesa,  né  chi  regge  lo  Stato  lo  fa  come  vicario  del  papa, 
«  ma  per  virtù  ed  autorità  propria,  a  lui  direttamente  trasmessa  da  Dio.  Gia- 
«  scuna  delle  due  società  è  prima  nel  genere  suo,  ed  ha  la  propria  giuris- 
«  dizione.  Ma  d'altra  parte,  siccome  la  società  religiosa,  di  sua  natura,  pre- 
«  cede  la  civile,  siccome  gli  uomini  entrando  a  far  parte  della  società  civile 
«  non  cessano  di  appartenere  alla  religiosa,  cosi  la  società  civile  rimane  in 
«  alcun  che  nella  dipendenza  dalla  società  religiosa.  Né  può  sottrarsi  alle 
«  leggi  morali  che  le  .sono  presentate  da  quest'ultima  »  (p.  88).  Teoria  cer- 
tamente non  nuova,  come  può  agevolmente  giudicare  chiunque  abbia  qualche 
pratica  dei  trattati  politici  anteriori  a  D. ,  ma  dall'Alighieri  esposta ,  forse 
per  la  prima  volta,  con  conseguenza  e  logicità  d'argomentazione,  e  disposta 
con  chiarezza  intorno  ad  un  fine  supremo  genialmente  intuito,  la  tendenza 
della  società  umana  ad  una  grande  unità.  In  questo  avere  intravveduto,  «  nel 
«  lontano  avvenire,  la  fratellanza  cristiana  dei  popoli  »  ripone  il  C.  uno  dei 
meriti  massimi  di  Dante,  il  quale  a  quel  fine  coordinò  i  principi  esposti  da 
altri,  e  che  a'tempi  suoi  si  respiravano,  a  dir  cosi,  con  l'aria  (pp.  05  e  91).  <  vSe 
€  gli  clementi  della  Monarchia   si  possono  facilmente  trovare  in  altri  libri 

€  contemporanei  e  congeneri,  tuttavia  quel  libro conserva  l'originalità  d'un 

«  trattato  scritto  con  acutezza  d'ingegno,  con  chiarezza  d'esposizione,  con  li- 
<  berta  di  parola  »  (p.  92). 

Questa  la  conclusione  che  scaturisce  dalla  bella  memoria  del  G.,  in  cui 


BOLLETTINO   BIBLIOGRAFICO  275 

vogliamo  segnalare  anche  un'altra  parte  che  ci  sembra  rilevantissima.  A 
proposito  del  I  libro  De  Mon.,  VA.  cerca  di  stabilire  se  e  quale  concetto  D. 
avesse  della  nazionalità  italiana,  e  nell'ardua  questione  procede  con  la  mas- 
sima cautela,  discutendo  eruditamente  sul  nome  e  sul  concetto  d'Ita-ia  nel 
medioevo  (pp.  41  sgg.).  Naturalmente  è  escluso  che  D.  concepisse  la  nazione 
italiana  nel  significato  moderno.  L'Italia  era  un  vocabolo  tutto  ideale,  che 
aveva  un  valore  puramente  letterario  ;  nella  realtà  si  menzionavano  sempre 
le  varie  regioni  d'Italia,  la  Tuscia,  la  Lombardia,  la  Normandia  ecc.,  non 
l'Italia.  Il  concetto  d'Italia  era  in  D.  stesso  indeterminatissimo,  quantunque 
ammettesse  ed  affermasse  la  nazionalità  italiana.  Egli  non  si  preoccupava 
del  modo  di  costituirla ,  non  pensava  ad  un  regno  unito  ed  indipendente, 
come  non  pensava  ad  una  federazione  di  Stati.  Come  appare  dalla  invettiva 
del  canto  di  Bordello ,  egli  lamentava  specialmente  il  frazionamento  parti- 
giano, le  lotte  di  città  contro  città,  di  fazione  contro  fazione:  desiderava 
sovra  ogni  altra  cosa  la  pace,  ch'era  la  base  della  sua  politica,  il  mezzo  per 
cui  il  genere  umano  avrebbe  potuto  conseguire  il  suo  fine.  In  quella  sua 
idealità  astratta,  l'Italia  nazione  veniva  necessariamente  ad  essere  assorbita 
dall'idea  più  comprensiva  e  grandiosa  dell'impero,  non  germanico,  ma  ro- 
mano. 

R. 


G.  B.  SIRAGUSA.  —  L'ingegno,  il  sapere  e  gV  intendimenti  di 
Roberto  d'Angiò.  Con  nuovi  documenti. —  Torino-Palermo, 
Glausen,  1891  (8",  pp.  224). 

«  Far  conoscere  Roberto  d'Angiò,  non  come  re,  non  come  capo  di  una 

«  parte  politica, ma  come  filosofo,  come  scrittore,  come  mecenate  »,  ecco 

l'intento  che  il  prof  Siragusa  si  è  proposto  di  raggiungere  con  questo  vo- 
lume ,  saggio  di  un  più  ampio  lavoro  sul  principe  angioino ,  che  fu  tanta 
parte  della  vita  politica  d'Italia  nella  prima  metà  del  300.  Non  è  questo  il 
luogo  più  acconcio  ad  una  disamina  minuta  del  libro;  a  noi  basterà  richia- 
mare l'attenzione  dei  lettori  su  quelle  parti,  che  hanno  più  stretta  relazione 
coi  nostri  studi. 

Dopo  avere  nel  primo  capitolo  rapidamente  descritte  le  condizioni  intel- 
lettuali e  politiche  della  società  in  quel  primo  periodo  del  rinascimento,  che 
si  illustra  dei  nomi  gloriosi  del  Petrarca  e  del  Boccaccio,  e  toccato  della 
preponderanza  francese  in  Italia,  il  S.  raccoglie  (pp.  27-30)  le  scarse  notizie 
che  abbiamo  sulla  giovinezza  e  sull'educazione  di  Roberto  per  passarne  poi 
in  rassegna  le  opere.  11  primo  posto  in  ordine  di  tempo  concede  agli  Apo- 
ftegmi.,  perché  vi  trova  minor  maturità  di  mente,  meno  drittura  di  giudizio 
che  nell'altre  opere  del  re  (pp.  31-35).  Non  contraddiremo  a  questa  opinione, 
la  quale  sarà  certo  fondata  su  particolarità  del  testo  inedito,  che  a  noi  sfug- 
gono, ma  osserveremo  piuttosto  che  non  perfettamente  esatto  ci  sembra  il 
concetto  che  di  quell'opuscolo  s'è  formato  l'A.  Di  ricercarne  proprio  le  fonti 


276  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

non  valeva  forse  la  pena,  ma  utile  sarebbe  pure  stato  un  confronto  con  al- 
cuna di  quelle  raccolte  medievali  di  aneddoti  e  di  sentenze,  cui  il  S.  ac- 
cenna (p.  32)  e  che  potevano  fornirgli  buoni  elementi  per  caratterizzare  giu- 
stamente gli  Apoftegmi.  Infatti  solo  che  egli  avesse  avuto  fra  mano  il  Fiore 
di  filosofi  e  di  molti  savi^  il  Novellino^  i  Conti  di  antichi  cavalieri,  non  si 
sarebbe  maravigliato  delle  ingenuità,  degli  spropositi  di  Roberto  (1)  e  pur 
trovando  negli  Apoftegmi  sentenze  e  racconti  strani  o  puerili,  non  gli  sarebbe 
sorto  il  dubbio  «  se  l'autore  scherzasse  o  dicesse  da  senno  »  (p.  32),  né 
avrebbe  chiamato  la  regale  raccolta  «  una  piccola  sciocchezza  »  (p.  181), 
ma  piuttosto  un'opera  di  indole  schiettamente  medievale,  una  fra  le  mille. 
—  Naturalmente  il  S.  ammette  che  non  di  Roberto,  ma  di  Graziuolo  de'  Bam- 
baglioli  sia  il  Trattato  delle  virtù  morali,  pubblicato  la  prima  volta  dal- 
l'Ubaldini  sotto  il  nome  del  primo  (2),  ma  crede  probabile  che  il  cancelliere 
bolognese  abbia  ridotto  in  versi  quei  Moralia  dell'Angioino,  ai  quali  accenna 
un  documento  del  27  giugno  1310,  ma  che  si  sono  sottratti  finora  ad  ogni  ri- 
cerca (pp.  3540).  —  Più  a  lungo  si  trattiene  il  S.  sui  Sermoni  (pp.  40-50), 
l'opera  di  Roberto,  che  godette  della  maggior  fortuna  e  della  più  larga  fama, 
come  ci  attesta  il  ricordo  che  ne  fanno  probabilmente  Dante  in  un  luogo 
famoso  del  Paradiso,  certamente  Benvenuto  da  Imola  nel  suo  commento  e 
Pietro  Faitinelli  in  un  verso  assai  noto,  e  perfino  un  poeta  popolare  umbro 
in  una  laude  per  la  festa  di  S.  Tomaso  (3).  Il  S.  tocca  delle  occasioni  per 
le  quali  e  del  modo  onde  i  sermoni  furono  composti,  e  pubblica  in  appen- 
dice quello  dettato  e  forse  recitato  per  la  pace  tra'  fuorusciti  ghibellini  di 
Genova  ed  i  guelfi  (4).  —  Da  una  lettera  del  Petrarca  {Fam.^  IV,  3)  si  ap- 
prende che  Roberto  scrisse  un  epitaffio  per  la  nipote  Clemenza  d'Angiò,  e,  se 
vogliam  prestar  fede  a  Flavio  Biondo,  egli  avrebbe  col  Petrarca  collaborato 
ad  una  Pictura  Italiae^  descrizione  o  disegno  che  fosse;  ma  né  dell'epitaffio 


(1)  Volendo  citar  qualche  esempio  non  abbiamo  che  la  difficoltà  della  scelta.  Il  S.  rifeiiace 
come  caratteristiche  frasi,  quali  le  sgg.  :  «  Homerus  fait  versiflcator  antiqnior  apud  Graeeoe  et 
«  midoris  status  apud  eos  »  (p.  33,  n.  1);  «  Alexander  fuit  regìs  Philippi  fllius  »  (p.  34  ,  n.  1) 
e  trova  assai  strano  il  ritratto  minuzioso  che  Roberto  fa  di  Omero.  Ma  basta  aprire  il  Fttrt  di 
filosofi  per  imbatterai  in  frasi  analoghe  :  «  Pitagora  fbe  uno  filosofo  e  fùe  d'ano  paeM,  cb*  area 
«  nome  Samo  »,  «  Platone  fue  grandissimo  savio  e  cortese  in  parole  »  ed  in  un  ritratto  di  Socrate 
che  non  ha  nulla  da  invidiare  a  quello  citato  dal  S.  E  nel  Novellino  Talete  ò  preeentato  come 
«  uno  Io  quale  ebbe  nome  Milesius  Tale  e  fue  grandissimo  savio  in  molte  sciente  »  e  di  Aris- 
totele si  dice  ingenuamente  che  «  fùe  grande  filosofo  ». 

(2)  Il  S.  dice  che  questo  trattato  è  «  una  specie  di  poema  in  volgare  diviso  in  starne  formate 
«  a  modo  delle  petrarchesche  »  (p.  85),  voleva  dire  alla  fòggia  di  quelle  di  Francesco  da  Barbe- 
rino, che  di  petrarchesco  le  stanze  di  Grazinolo  non  hanno  assolatamente  nulla,  né  Targomento, 
né,  tanto  meno,  il  metro. 

(3)  Ivi  è  detto  che  per  la  canonizzazione  del  santo  nel  1328  «  Qiovagne  papa  fé  '1  primo  ser- 
«  mone  E  *1  sancto  comandone  :  Paole  el  re  Soberto  ci  k  sermocinato  »  (Mohau,  in  Ri9.  di  filai, 
rom.,  1 ,  245,  ciUto  dal  D'Ancona  ,  OomttmoU  da  Prato,  negli  Slttdt  itOta  Uttarat,  ibU.  d$i 
primi  ttcoli,  Ancona,  1884,  p.  127,  n.  1).  Sarebbe  cariote  veder*  se  firn  1  sermoni  rimastici  di 
Roberto  vi  sia  codesto,  cui  alludeva  il  laadeee. 

(4)  Un  breve  frammento  di  altro  sermone  era  stato  pubblicato  dal  D'Ancona,  Op.  eii.,  p.  126, 
n.  3.  Sui  sermoni  di  Roberto  in  generale  aveva  fatto  buone  osMrvazioni  N.  Faraolia  nell'^rcA. 
ttor.  ital.,  S.  Y,  voi.  III  (1889),  p.  815,  che  andava  rammentato  anche  a  questo  proposito. 


BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO  277 

(pp.  51-4),  né  della  Pictura  (pp.  57-60)  venne  fatto  al  S.  di  trovare  altre 
notizie.  —  Un  codice  parigino  ci  ha  invece  conservata  l'opera,  pernii  rispetto 
storico,  più  importante  del  re,  il  Tractatus  de  apostolorum  ac  eos  precipue 
imitantmm  evangelica  paupertate^  opuscolo  condotto  secondo  i  metodi  della 
scolastica,  del  quale  il  S.  considera  in  questo  secondo  capitolo  la  forma 
(pp.  54-7),  riservandosi  di  esaminarne  più  innanzi  il  contenuto. 

Il  terzo  capitolo  è  consacrato  allo  studio  della  corte  letteraria  di  Roberto: 
qui  ci  passano  dinanzi  i  filosofi  scolastici,  gli  umanisti,  i  poeti,  gli  scien- 
ziati, i  giureconsulti,  che  ebbero  relazione  con  lui,  e  sulla  fine  intravediamo, 
per  quanto  la  scarsezza  dei  documenti  finora  pubblicati  permette,  l'impulso 
da  lui  dato  all'arti  belle.  11  capitolo  non  reca  certo  molte  notizie  nuove  o 
peregrine,  ma  merita  di  essere  segnalato  come  rapida  e  larga  sintesi  atta  a 
porre  in  evidenza  i  principali  indirizzi  del  pensiero,  che  confluivano  a  quella 
corte.  Appunto  l'indole  sintetica  del  lavoro  avrebbe  forse  richiesta  una  mag- 
gior copia  di  indicazioni  bibliografiche,  che  servissero  al  lettore  per  appro- 
fondire od  estendere  la  cognizione  de'  fatti  accennati.  Parlando  di  Ubaldo  di 
Sebastiano  da  Gubbio  (pp.  69-71)  come  non  era  da  ripetere,  neppure  accom- 
pagnandola con  un  /órse,  l'ipotesi  messa  innanzi  in  qualche  romanzesca  nar- 
razione della  vita  di  Dante,  che  egli  fosse  figliolo  di  Bosone  de'  Raffaelli,  cosi 
non  doveva  essere  trascurato  uno  speciale  articolo  di  G.  Mazzatinti  sul  Seba- 
stiani e  sul  suo  Teleutelogio  (1).  Giacché  notava  un  riscontro  tra  un  sonetto 
di  Guglielmo  Maramaldo  ed  uno  del  Petrarca  (p.  83),  il  S.  avrebbe  pur  do- 
vuto richiamarsi  alle  buone  osservazioni  del  Torraca  e  agli  altri  riscontri 
da  questo  critico  fatti  rilevare  (2);  e  raccogliendo  i  giudizi  de'  poeti  sull'An- 
gioino (pp.  84-8) ,  non  passare  sotto  silenzio  la  questione  se  questi,  o  non 
piuttosto  Romeo  de'  Popoli ,  sia  stato  adombrato  da  Dante  in  Polifemo  abi- 
tuato a  tingersi  di  umano  sangue  il  muso  (3). 

Più  che  colla  storia  letteraria  hanno  attinenza  colla  storia  civile  gli  altri 
due  capitoli  del  libro.  Nel  IV  il  S.,  colla  scorta  del  già  ricordato  Tractatus, 
indaga  l'opinione  di  Roberto  nella  questione  della  povertà  allora  vivamente 
dibattuta  a  causa  delle  scissure  dell'ordine  francescano,  e  mostra  come  il 
re  cercasse  di  conciliare  le  due  opposte  dottrine  e  sostenesse  non  potersi 
dichiarare  eretica  quella  che  affermava  aver  Cristo  e  gli  Apostoli  nulla 
posseduto  né  singolarmente,  né  in  comune.  Nel  quinto  il  S.,  fondandosi  spe- 
cialmente sopra  l'istruzione  data  da  re  Roberto  a  certi  ambasciatori  mandati 
al  pontefice  in  Avignone ,  istruzione  che  egli  inclina  a  credere  del  1314 
Cpp.  xxviii-xxxii  dieW Appendice)  anzi  che  dell'agosto  1312,  come  voleva  il 
Bonaini  primo  editore  di  essa ,  esamina  le  idee  del  re  intorno  all'  impero. 
A  questo  proposito  ci  sembra  che  egli  abbia  considerato  quella  scrittura 
troppo  isolatamente  e  non  abbia  tenuto  conto  delle  profonde  differenze  che 


(1)  Nell'ircA.  slor.  ital.,  S.  IV,  voi.  VII. 

(2)  Studi  di  storia  letteraria  napoletam,  Livorno,  1884,  pp.  231-36.  E  qualche  conto  si  dovea 
par  tenere  dei  dubbi  del  Torraca  stesso  sulla  identità  del  rimatore  e  del  corrispondente  del  Pe- 
trarca. 

(3)  Egl.  II.  Cfr.D'ÀKCOMA,  Op.  cit.,  p.  126;  Macbì-Leome,  La  Bucolica  latina  nella  tetterai, 
ital.  del  secolo  XI F,  P.  I,  Torino,  1889,  p.  89  n. 


278  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

separavano  il  guelfismo  francese  dal  guelfismo  pontificio.  Se  infatti  la  avesse 
paragonata  a  qualcuno  degli  opuscoli  scritti  in  Francia  al  tempo  di  Filippo 
il  Bello,  non  gli  sarebbe  apparsa  nuova  affatto  (p.  172)  la  teoria  di  Roberto 
che  dichiarava  l'impero  istituzione  non  necessaria  e  destinata  a  morire  e 
proclamava  l'indipendenza  delle  nazioni  di  fronte  ad  esso  (1). 

Tra  i  documenti  pubblicati  neìV Appendice  i  più  importanti  sono  senza 
dubbio  gli  estratti  del  Tractatus  de  paupertate,  ma  disgraziatamente  l'edi- 
tore ha  voluto  attenersi  con  troppo  scrupolosa  fedeltà  allo  scorretto  mano- 
scritto, non  aggiungendovi  neppure  l'interpunzione,  che  naturalmente  vi  manca 
come  in  tutti  i  codici  antichi,  talché  la  sua  edizione  è  riuscita  quasi  sempre 
di  difficile  intelligenza,  tanto  più  perché  non  avendo  dinanzi  il  testo  nella 
sua  integrità,  non  possiamo  trovare  un  aiuto  nel  filo  del  discorso  (2). 

Non  ostanti  le  mende  che  abbiamo  nella  nostra  rapida  corsa  notato,  questo 
volume  ci  fa  vivamente  augurare  che  il  S.  possa  con  maggior  agio  e  con  più 
posata  tranquillità  continuare  i  suoi  studi  e  presentarci  presto  un  lavoro 
complessivo  su  re  Roberto,  tale  che  appaghi  pienamente  le  giuste  esigenze 
della  critica. 

D.  M. 


BERTHOLD  WIESE.  —  Fine  altlombardische  Margarelhen-Le- 
gende.  —  Halle  a.  S.,  Max  Niemeyer,  1890  (8*,  pp.  cxx-108). 

La  leggenda  di  santa  Margherita  d'Antiochia  è  tra  le  più  popolari  e  più 
care  ai  volghi  medievali,  non  che  a  quelli  del  rinascimento  ed  ai  moderni  (3). 
Figlia  di  un  Teodosio  patriarca,  adoratore  d'idoli,  e,  per  la  morte  della  madre, 
aflBdata  ad  una  nutrice  della  campagna,  divenne  ben  presto  cristiana.  Oliberio 
—  narra  In  leggenda  —  prefetto  d'Asia,  la  vide  mentr'essa  pasceva  le  pecore 
della  sua  nutrice  e  se  ne  innamorò  tanto  che  le  promise  di  farla  sua  moglie, 
s'ella  avesse  abbandonato  il  cristianesimo;  ma,  resistendo  essa  alle  voglie  di 
lui  e  rimanendo  sempre  ferma  nella  sua  fede,  ei  la  fece  rinchiudere  in  car- 


(1)  Alcani  degli  opascoli  di  scnola  francese  sono  stati  pubblicati  già  da  molto  tempo.  I  dne  pia 
caratterìirtici ,  il  De  potesUtU  regia  et  papali  di  Oiovanni  da  Parigi  e  il  De  ortu  et  JSi»e  imptU 
di  Engtaelberto  di  Admont  furono ,  non  ha  guari ,  stadiali  in  relazione  colla  Monarchia  dantetc» 
dal  prof.  C.  Cipolla  nella  eccellente  memoria  //  trattato  «  De  MonurcMa  »  di  D.  i.  e  Voputeoh 
«  De  potestate  regia  et  papali  »  di  Giovanni  da  Parigi,  Torino,  1892,  uscita  dopo  il  Toinme  del 
Siraguf^a. 

(2)  Vedi  ciò  che  so  questa  edizione  dice  il  Citolla,  Op.  cit.,  pp.  76-77. 

(3)  La  cantarono,  fra  gli  altri,  il  Vida,  Poemata  qnae  extant  omnia,  Londra,  1732,  t.  1],  I*.  Ili, 
pp.  164  e  166  ,  inni  80  e  91  ;  e  Battista  Maktotamo  ,  Liber  de  tacris  diebut ,  ad  Leonent  X, 
Lione,  1516,  lib.  I,  luglio:  De  eanrla  Margarita.  Il  museo  del  Lonrre  possiede  un  quadro  di 
Giulio  romano  su  disegno  di  Baffaello ,  in  cui  la  santa  à  rappresentata  secondo  il  carattere  tra- 
dizionale attribuitole  dalla  leggenda.  Vedi  :  La  vie  de  sainte  Marg%MrU»  poim»  imdit  de  Wace, 
précède  de  Vhistoire  de  tee  trans/ormationt  et  Muivi  de  dieeri  ttxtet  iUMUt»  et  autree  et  dt  Ta- 
nal^ee  détaiUèe  du  mutare  de  eainte  Marguerite  par  A.  Jotr,  Paris,  Yiew^,  1879,  pp.  48-55, 
24  ecc.  Cfir.  O.-B.  Catalcasblu  e  J.-A.  Cmwi,  RajfineUo,  Firenze,  Le  Mounier,  1891,  III,  pp.  229-90. 


BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO  279 

cere.  Ivi,  inghiottita  da  un  dragone,  col  segno  della  croce,  divide  in  due  parti 
il  mostro,  ch'era  un  demonio  ;  e  ne  atterra  e  calpesta  un  altro,  di  nome  Ru- 
fone,  fratello  del  primo.  È  finalmente,  dopo  molti  martiri,  decollata,  appena 
quindicenne.  Quasi  fanciulla,  dunque,  figlia  de'  campi,  destò  la  simpatia  del 
popolo,  al  quale  fu  anche  molto  accetta  e  per  gli  stupenda  miracula  che 
operava  e  perché,  vergine  e  fanciulla,  —  sostituendosi  stranamente  all'antica 
Lucina  (1),  —  era  creduta  protettrice  delle  partorienti.  E,  come  tale,  fu  poi 
sempre  invocata  dalle  regine,  dalle  nobili,  dalle  plebee,  specialmente  in  Francia, 
sino  a  tutto  il  secolo  XVU  (2). 

Questa  leggenda,  come  tant'altre,  venne  dall'Oriente.  Fin  dal  IX  o  X  secolo 
la  troviamo  nella  raccolta  greca  delle  vite  dei  santi  di  Simeone  Metafraste, 
con  tutti  i  suoi  particolari  e  le  inverosimiglianze;  se  non  che  ivi  la  santa  vien 
chiamata  Marina,  e  non  Margherita.  Sappiamo,  però,  d'altra  fonte,  che  con 
quel  nuovo  nome  santa  Margherita  era  venerata  dalla  chiesa  greca  (3).  In 
Occidente  la  leggenda  era  già  divulgata  un  secolo  prima  :  Rabano  Mauro  la 
racconta  per  ben  due  volte,  sotto  i  due  diversi  nomi,  ai  13  ed  ai  18  luglio  (4). 
Dei  secoli  X-XllI  abbondano,  specialmente  nelle  biblioteche  parigine,  le  re- 
dazioni manoscritte  della  leggenda  latina;  le  quali,  quantunque  derivino  da 
un'unica  fonte,  posson  dividersi  in  due  categorie:  una  più  popolareggiante, 
co'  particolari  più  strani,  più  inverosimili  ;  l'altra  più  scrupolosa,  più  critica  (5). 
La  prima  è  rappresentata  dal  racconto  di  un  certo  Teotimo,  cristiano,  testi- 
mone oculare,  il  quale  assistette  la  santa  nella  carcere,  le  fornì  il  pane  e 
l'acqua,  e  vide  co'  suoi  propri  occhi  —  dic'egli  —  i  combattimenti  e  le  vit- 
torie della  fanciulla  su  i  due  demoni.  Questo  racconto,  attraversato  tutto  il 
medioevo,  manoscritto,  fu  raccolto  e  stampato  da  Bonino  Mombrizio,  patrizio 
milanese,  sulla  fine  del  secolo  XV,  nel  suo  Sanctuarium  (6). 

Dal  racconto  di  Teotimo,  quale  più,  quale  meno,  derivano  tutte  le  traduzioni 
nei  volgari  romanzi,  in  tedesco  ed  in  inglese,  in  poesia  ed  in  prosa  ;  e  cosi 
pure  il  mistero  francese  e  la  sacra  rappresentazione  italiana  (7).  Fra  le  leg- 
gende scritte  in  uno  dei  dialetti  della  Francia,  è  celebre  il  frammento  in  versi 


(1)  Cfr.  Im  trierge  Marguerite  substituee  à  la  Lucine  antiqtte ,  analyse  d'un  poème  inédit  du 
XV  siècle  par  un  fureteur  F.  S.,  Paris,  1885. 

(2)  Cfr.  JoLY ,  Op.  cit.,  pp.  25  sg^.  Il  Rabelais  fa  ricordare  «  la  vie  de  sainte  Marguerite  » 
da  Gargamelle  nei  dolori  del  parixj  {Le  Gargantua  et  le  Pantagruel ,  I ,  vi ,  in  Oeuvres ,  Paris, 
Didot.  1857,  t.  I,  p.  28). 

(3)  L,  SoBius,  Vitae  sanctorum,  Coloniae  Agrippinae,  1618,  t.  VII,  p.  248,  innanzi  alla  tra- 
dazione del  racconto  di  Metafraste:  «  Marinara  qaam  latina  ecclesia  Marg^rìtam  vocat  ». 

(4)  Acta  sanctorum,  Julius,  t.  V,  pp.  24-48. 

(5)  JoLT,  Op.  cit.,  pp.  14  sgg. 

(6)  BoNiNOs  MoMBBiTins,  patricius  mediolanensis ,  Sanctuarium  sive  Vitae  Sanctorum  collectae 
ex  codicihus  manuscriptis  etc.  [Milano,  verso  il  1479],  t.  II,  f.  103».  Questo  benemerito  dotto, 
professor  d'eloquenza  a  Milano,  mori  verso  il  1482.  Vedi  Tibaboscui,  Storia  d.  leit:  ital.,  Milano, 
tip.  Class.  Ital.,  1824,  t.  VI,  pp.  465  sgg. 

(7)  Vedine  l'enumerazione  e  qualche  saggio  in  Joly,  Op.  cit.,  pp.  56  sgg.,  141  sgg.;  in  PfcR- 
copo,  IV  poem.  sacri  dei  secoli  XIV  e  XV  {Scelta  di  curios.  lett.,  disp.  CCXI),  Bologna,  Koma- 
gnoli,  1885,  pp.  Lv-Lvii  nn.  ;  in  Wiebe,  pp.  iv-v  nn.  —  Il  mistero  francese  compendiato  in  Joly, 
Op.  cit.,  pp.  30  sgg.,  145  sgg.;  la  rappresentazione  sacra  in  D'Akcona  ,  Sucre  rapprtsent.  dei 
secoli  XIV,  XV  e  XVI,  Firenze,  Le  Mounier,  1872,  III,  123  sgg. 


280  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

attribuito  al  poeta  normanno,  maestro  Wace  (HOC?  —  1175?);  quella,  anche 
in  versi,  in  antico  provenzale,  nella  qual  lingua,  a  detta  di  P.  Meyer,  ve  ne 
sono  una  mezza  dozzina  (1);  quella  italiana  in  novenari  rimati  a  coppia, 
pubblicata  dal  Manni  di  sur  un  cod.  dellab.  Niccolò  Bargiacchi,  «  di  gran- 
«  dissima  antichità  »,  ora  perduto  di  vista  (2);  una  in  61  ottave,  edita  dallo 
Zaiìibrini  di  su  il  cod.  157  della  Universitaria  di  Bologna  (3);  una  terza, 
anche  in  ottave  e  poco  differente  dalla  precedente,  in  una  antica  stampa 
della  Gasanatense  (4);  una  quarta,  finalmente,  in  dialetto  abruzzese,  in  istrofe 
quadernarie  monorime  di  endecpsillabi,  edita  dal  Pèrcopo,  di  su  il  cod.  Xlll. 
D.  59  della  Nazionale  di  Napoli  (5). 

Se  non  che  il  poemetto  pubblicato  dal  Manni  si  trovava  anche  in  altri 
codici,  e  in  un  dialetto  a  bastanza  diverso  da  quello  del  cod.  Bargiacchi,  nel 
quale  il  volgare  è  interamente  toscanizzato.  Questi  nuovi  codici,  in  numero 
di  quattro,  erano  già  stati  indicati  dal  Pèrcopo  (6),  l'oxford.  54  (prima  metà 
del  sec.  XIV):  il  mare.  XIII  (sec.  XIV);  il  viennese  2661  (sec.  XV)  della  bi- 
blioteca imperiale;  l'ambrosiano  95  —  e  non  45,  come  ha  il  Pèrcopo,  che 
segue  il  Quadrio  (7),  —  scritto  nel  1429.  Su  questi  codd.,  aggiuntivi  altri 
tre:  i  marciani  ci.  ital.  IX,  nn.  453  e  142  ed  il  riccard.  1472,  il  primo  ed 
il  terzo  del  sec.  XIV,  il  secondo  del  XV,  ha  stabilito  l'edizione  critica  di 
questa  parafrasi  in  antico  dialetto  lombardo  della  leggenda  latina,  il  pro- 
fessore Bertoldo  Wiese  (8). 

L'autore  del  poemetto  si  rivela  in  sul  principio:  e  fu  un 

Munego...  d*ana  baia, 

De  la  pia  bella  che  mai  sia, ... 

De  la  cita...  de  Plaxen^a  (9). 


(1)  Romania,  IV,  482. 

(2)  Vite  di  alcuni  santi  scritte  nel  buon  secolo  della  lingua  toscana  ,  Firenze ,  17S4 ,  toU.  4; 
III,  pp.  142-156. 

(8)  Ma  il  WiBSE,  p.  xh,  ne  indica  anche  una  stampa ,  del  sec.  XV,  dì  4  ff.,  senta  titolo  nel- 
l'Ambrosiana (S.  2.  2.  III.  53).  Ha  anche  61  ottave  e  delle  buone  rarianU. 

(4)  Segn.  0.  II.  106.  Vedi  Molteni  ,  G^ort^.  di  fil.  rom.,  II ,  90  sgg.  Ma  anche  di  questa  il 
Wiese  ricorda  un  ms.:  cod.  0.  IV  della  Riccardiana  (Lami,  Catalogus,  p.  284). 

(5)  JV  poem.  sacri  cit.,  pp.  147  sgg.  Ed  anch'essa  ha  probabilmente  per  fonte  il  racconto  di 
Teotimo:  cfr.  Wiksk,  p.  xxxix. 

(6)  1 V  poem.  sacri,  p,  xlix  n.  :  «  Si  conoscono ,  ancora ,  altre  leggende  su  s.  Margherita  in 
«  versi ,  ancora  inedite ,  in  tutto  simili ,  per  il  contenuto ,  a  quella  del  Manni,  ma  in  altri  dia- 
«  letti  »  ecc.  ecc. 

(7)  Della  Storia  e  della  Ragione,  VI,  868.  Il  Quadrio  indica  anche  alle  pp.  860,  509  qael  cod. 
col  n.  45,  mentre  alle  pp.  209,  248  dà  l'esatta  indicaxione  (n.  95).  Cfr.  Wusb,  p.  ti  n. 

(8)  Quando  il  suo  libro  era  quasi  tutto  stampato,  il  Wieise  venne  a  conoscenxa  di  altri  tre  mas. 
contenenti  l'istesso  poemetto  lombardo.  Dalla  pubblicazione  di  F.  Spbnub,  Lafiede  Saint»  Mar- 
guerite, an  Anglo-Norman  tersùm  of  the  Xlllih  Ceniurp  etc.[LipBÌa,  1889,  p.  88]  seppe  Ped- 
stenza  del  ms.  Harleian  5847  (sec.  XIV  ,  fine).  Il  Salvioni  gli  additò  il  ms.  trivulsiano  98 
(seconda  metà  del  XIV  sec.  e.  non  del  XV ,  come  voleva  il  Poreo  ,  CataL  dei  codd.  mss.  dMa 
TrivulM.,  p.  258;  sul  quale  vedi  anche  la  Zeitsch.  f.  rom.  Phil.,  XV,  p.  489).  Finalmente  trovò 
ricordato  dal  Budini  {La  Passione  e  Risurresione,  in  Stwdj  di  fil.  rom.,  l,  271),  di  su  appunti 
del  Rajna,  il  cod.  7,  1,  42  della  bibl.  Colombina  di  Siviglia.  Del  secondo  di  questi  tre  codd.  il 
WiBSB  istesso  ha  notate  le  differente  e  le  varianti  in  conflronto  delia  sor  edix.,  ndla  Z*U$ck.  f. 
rom.  PML,  XVI,  pp.  230-240  {Die  triruUianieche  Handsckrift  der  Margaretken-lÀgmd*). 

(9)  Vv.  7-8,  10. 


BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO  281 

Adopera,  dunque,  il  volgare  lombardo  di  Bonvesin,  e  Tistesso  metro  del  La- 
mento d'una  sposa  in  dialetto  padovano,  del  libro  di  Uguccione  da  Lodi,  del 
Renart  veneto,  delle  Rime  genovesi:  i  novenari  —  sono  1094  —  uniti  a  coppia 
dalla  rima  o  dall'assonanza.  Quanto  al  contenuto,  anch'egli  si  mantiene  molto 
fedele  alla  più  popolare  redazione  latina,  al  racconto,  cioè,  di  Teotimo:  se 
non  che,  qua  e  là,  ora  abbrevia  ora  allarga,  ora  aggiunge,  ora  sopprime  qual- 
cuno degli  episodi.  Quello  del  diavolo  nella  prigione  (vv.  651 -886 j  è,  per 
esempio,  in  confronto  del  testo  latino,  accennato  alquanto  brevemente;  mentre 
se  ne  allontana  un  po'  nel  descrivere  il  dolore  della  nutrice  di  santa  Mar- 
gherita (vv.  661-678). 

Il  W.  fa  precedere  al  testo  critico  del  poemetto  una  larga  introduzione; 
e  gli  fa  seguire  un  elenco  minuzioso  delle  varianti  linguistiche  che  offrono 
gli  otto  codici  cit. ;  mentre  le  varietà  lessicali  son  da  lui  disposte,  accura- 
tamente, a  pie  del  testo  critico  della  leggenda.  Neirintroduzìone ,  ripubbli- 
cata diplomaticamente,  dalla  vecchia  e  rara  stampa  del  Mombrizio ,  la  vita 
latina  della  santa  (pp.  vi-xvin);  il  W.  passa  ad  esaminare  minutamente  le 
relazioni  di  dipendenza  fra  questa  ed  il  poemetto  lombardo  (pp.  xviii-xxxix); 
e  addita  anche  qualche  somiglianza  fra  la  stessa  redazione  latina  e  le  citate 
poetiche  leggende  negli  altri  dialetti  italiani;  ricerca  le  fonti  di  quelle  in 
prosa,  pubblicate  dal  Manni  e  dal  Ceruti,  e  della  sacra  rappresentazione,  pub- 
blicata dal  D'Ancona  (pp.  xxxix-il);  descrive  ed  esamina  i  codici,  di  cui  si 
è  servito  (pp.  il-lxviii);  e  studia  finalmente,  dal  lato  fonetico  e  morfologico, 
la  lingua;  poi  la  metrica  del  poemetto  (pp.  lxviii-cxviii).  Alcune  annota- 
zioni lessicali  sulle  voci  più  difiìcili  e  più  dialettali;  alcune  osservazioni  e 
discussioni  su  lezioni  accettate  nel  testo  critico,  chiudono  l'accuratissima  (1) 
pubblicazione  del  \V.;  la  quale,  ci  pare,  arrecherà  non  piccol  vantaggio  agli 
studi  linguistici  degli  antichi  dialetti  dell'Italia  superiore,  come  alla  nostra 
letteratura  poetica  dialettale  del  periodo  delle  origini  un  non  disprezzabile 
contributo. 

E.  P. 


\ 


(1)  Poco  accurata,  veramente,  soltanto  la  punteggiatura.  Molti  vv.  mancano  affatto  di  segni; 
altri  molti  non  li  hanno  esatti.  I  gruppi  tul,  sii,  mei  starebbero  meglio  sciolti  {tu  7  ecc.),  e  cosi 
un  possame  (vs.  708),  certamente:  possa  me.  Apostroferei  voi  (vs.  'i4j  =  voio.  De  (vs.  55)  =  Deo, 
come  quasi  sempre  fa  il  W.  Leggerei  plaximent  e  ti  il  patiment  del  vs.  155  ed  il  li  del  191  (que- 
st'ultimo, probabilmente,  errore  di  stampa).  Con  l'aiuto  di  qualche  cod.  leggerei  pò  il  questo  del 
V8.  321  : 

E  s'  tu  no  fai  questo  ch'eo  te  digo; 

e  così  sera  invece  di  firà,  nel  613: 

E  cura  quella  firà  portata. 

Muterei  il  cenere  in  rima  con  menbre  (vv.  863-864)  in  cenare,  avendo  presente  il  gendro  dei  Mo- 
num.  antichi.  Finalmente  nel  secondo  di  questi  due  vv.  (218- 19j  toglierei  il  Vis  quei,  già  com- 
preso nel  dir  del  precedente: 

Sì  comen^à  a  spiar  e  dir: 

Di»  quel:  Que  avi  vu  fat,  or  mei  dì. 


282  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

NABORRE  CAMPANINI.  —  Lodovico  Ariosto  nei  prologhi  delle 
sue  commedie.  Studio  storico  e  crilico.  —  Bologna,  Zani- 
chelli, 1891  (8«,  pp.  vi-214). 

SIEGFRIED  SAMOSCH.  —  Ariosto  als  Saliriher  und  italienische 
Portrails.  —  Minden  in  Westf.,  Bruns,  1891  (8%  pp.  xii-200). 

11  libro  del  Campanini  ha  i  pregi  di  tutte  le  cose  sue:  finezza  di  osserva» 
zione,  gusto  d'arte,  metodo  buono  e  serio,  forma  elegante,  talora  anzi  fin 
ricercata.  L' indagine  storica  preparatoria  non  si  sottrae  a  qualche  cen- 
sura. Anzitutto  il  G.  ebbe  la  mala  ventura  di  non  potersi  giovare  della  se- 
conda edizione  delle  Origini  del  D'Ancona ,  che  tanto  s'avvantaggia  sulla 
prima  ;  e  fu  certo  non  piccolo  danno.  Su  questioni  laterali,  che  pure  hanno 
importanza  per  dar  rilievo  alla  storia  del  tempo,  le  informazioni  dell'A.  sono 
incompiute  ;  vedasi,  per  es.,  la  nota  2  di  p.  121  sul  Petti  (non  Felti^  che  è 
un  errore  spesso  ripetuto).  La  rappresentazione  urt)inate  della  Calandria 
egli  ripone  ancora  (p.  32,  n.  2),  seguendo  un  equivoco  ormai  vecchio,  tra  il 
1504  ed  il  1508,  mentre  anni  sono  il  Vernarecci  pose  in  chiaro  ch'essa  ebbe 
luogo  il  6  febbr.  1513,  notizia  ripetuta  in  questo  Giornale,  XII,  406,  e  poi 
dal  Gaspary  e  dal  D'Ancona.  La  falsa  opinione  dell'A.  intorno  al  tempo  in 
che  la  commedia  del  Bibbiena  sarebbe  stata  rappresentata  la  prima  volta, 
ha  poi  (p.  43)  male  conseguenze  nel  ragionamento  ch'egli  fa  sulla  composi- 
zione della  Cassaria.  Materiale  inedito  nel  libro  non  n'è  utilizzato,  quando 
se  ne  tolga  un  brano  di  dispaccio  d'oratore  veneto  a  Roma  intorno  alla  re- 
cita dei  Suppositi  (p,  93),  e  qualche  accenno  a  testi  della  Vaticana, 

Ciò  premesso,  constatiamo  cor  soddisfazione  che  il  libro  è  utile  e  deplo- 
riamo solo  che  il  C. ,  anziché  fermarsi  ai  prologhi ,  non  ci  abbia  dato  uno 
studio  compiuto  sulle  commedie  ariostesche.  In  questo  caso  avrebbe  certo 
fatto  opera  eccellente  e  la  trattazione  dei  prologhi  si  sarebbe  potuta  con- 
densare, sopprimendo  certe  notizie  accessorie  e  certe  lungaggini,  che  nel  vo- 
lume attuale  non  mancano.  Ma  passiamo  ad  esaminarne  brevemente  l'ordine 
ed  i  risultati. 

Discorre  anzitutto  il  C.  della  fortuna  del  teatro  in  Ferrara,  che  ebbe  tanto 
incremento  per  opera  di  Ercole  I  e  di  Alfonso  (1);  poi  si  trattiene  sulle 
commedie  dell'Ariosto  e  lamenta  che  i  prologhi  di  esse,  «  incarnazione  dram- 
<  matica  »  dal  sentimento  personale  del  loro  autore,  non  siano  stati  finora 
considerati  abbastanza.  E  qui  il  G.  studia  molto  bene  le  vicende  del  prologo 


(1)  Le  notizÌA  sulle  recite  ferrarv»  dei  fortunatissimi  Menécmi  (pp.  4-ò}  potraoDO  or»  «nere 
completate  col  D'Ancona.  Crediamo  si  ignori  che  una  copia  di  quella  commedia  Isabella  d'Eite 
ebbe  in  prestito  appunto  dall'Ariosto,  al  quale  la  riroandara  il  27  febbraio  1529,  co^  scriren- 
done  ad  Alberto  Bendidio:  «  Qna  alligata  barerete  la  comedia  de  li  Meoectaini ,  che  hebbimo 
«  essendo  in  Ferrara  da  mess.  Ladorico  Ariosto.  Vi  pregamo  a  fkrglila  bavere  perebò  sapemo 
«  ch'el  ni  sta  con  aspettatione  ». 


BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO  283 

nelle  commedie  greche  e  latine  (1),  e  mostra  come  con  Terenzio  esso  venisse 
svincolandosi  sempre  più  dall'azione,  tendenza  che  alcuni  commediografi  del 
Rinascimento  seguirono  e  svilupparono.  L'Ariosto  è  ne'  suoi  prologhi  origi- 
nalissimo, e  vi  rivela  quelle  sue  elette  qualità  di  artista  e  d'uomo  di  mondo, 
che  rendono  cosi  gustose  le  sue  satire. 

Venendo  a'  particolari,  l'A.  esamina  anzitutto  il  prologo  della  prima  reda- 
zione della  Cassarla,  il  quale  ha  qualche  somiglianza  con  quello  dell'An- 
dria  di  Terenzio,  ma  ne  differisce  pel  modo  come  tratta  soggettivamente 
questioni  d'arte.  In  quel  capitolo  in  terzine,  premesso  ad  una  commedia  al- 
lora stesa  in  prosa,  l'Ariosto  offre  al  pubblico  il  suo  programma  di  comme- 
diografo. Qui  l'A.  è  tratto  a  discorrere  della  cronologia  della  Cassarla,  che 
giustamente  crede  rappresentata  la  prima  volta  nel  1503  (2).  E  parla  pure 
della  questione,  ormai  poco  questionabile,  della  stesura  prosaica  delle  com- 
medie ariostesche ,  concludendo  ragionevolmente  che  solo  la  Cassarla  ed  i 
Suppositi  furono  la  prima  volta  scritte  in  prosa.  Il  G.  si  fonda  particolar- 
mente ,  per  provar  ciò ,  sul  carteggio  che  l'Ariosto  ebbe ,  a  proposito  delle 
sue  commedie,  con  Federico  Gonzaga  e  col  Calandra  (pp.  38-41)  e  interpreta 
i:on  acutezza  la  risposta  del  poeta  (5  aprile  1532)  al  novello  Duca ,  quando 
questi  gli  rimandò  le  sue  commedie  perchè  scritte  in  versi  (3),  Senza  dubbio 
gli  sarebbe  giovato  il  conoscere  precisamente  la  risposta  del  Duca  all'invio 
dell'Ariosto  (4),  risposta  che  ha  la  data  25  marzo  1532,  e  che  trovasi  nel- 
l'Archivio Gonzaga,  libro  304  del  Copialettere  di  Federico.  La  mise  in  luce  re- 
centemente il  D'Ancona  (5).  Loda  il  Gonzaga  le  commedie  e  la  sollecitudine 
dell'Ariosto  nello  spedirgliele,  ma  dice  che  a  lui  «  non  piace  de  farle  reci- 
«  citare  in  rima  »,  e  ciò  non  già  perchè  non  riconosca  che  «  questo  modo... 
«  è  veramente  de  maggior  arte  e  scienza  »,  ma  perchè  «  nel  recitar  pare 
«  non  reuscisca  come  fa  la  prosa  ».  Chiede  quindi  «  le  due  ultime  »,  se  le 
ha,  scritte  in  prosa  (si  tratta  del  Negromante  e  della  Lena)  e  la  Cassarla 
pure  in  prosa,  ma  «  reconcia  e  mutata  com'è  questa  in  versi  ». 

Buono  assai  è  quanto  il  C.  osserva  sul  prologo  dei  Suppositi  in  prosa 
(1509).  Quel  prologo  è  prosaico  esso  pure,  contro  ogni  consuetudine  dell'A- 
riosto. All'orecchio  esercitato  del  C.  non  isfuggì  peraltro  come  vi  fosser 
dentro  de'  versi  e  degli  emistichi,  ond'egli  ne  concluse  che  originariamente 
dovesse  essere  versificato,  e  che  a  quel  modo  la  riducessero  i  recitatori,  che 
rubarono  le  prime  commedie  all'autore  e  si  permisero  di  farle  stampare  senza 
il  suo  consentimento.  Riprova  di  ciò  è  una  riuscitissima  ricostruzione  versi- 
ficata di  quel  prologo,  che  l'A.  ci  offre  a  pp.  68-69.  Il  prologo  dei  Suppositi 
sarebbe  quasi  l'anello  di  congiunzione  tra  l'uso  del  ternario  e  quello  dei  versi 
sdruccioli,  tanto  graditi  all'Ariosto,  perchè  gli  arieggiavano  l'andatura  del 


(1)  In  questa  parte  ci  paiono  soverchie  le  note  alle  pp.  22  e  24,  in  cui  l'A.  viene  a  dirci 
quando  vissero  Plauto  e  Terenzio,  e  quali  commedie  di  essi  ci  sono  rimaste. 

(2)  Il  dubbio,  sorto  per  un  equivoco,  che  la  Cassaria  fosse  messa  in  scena  già  nel  1502  (p.  45), 
è  pure  risolto  in  D'Akooka,  Origini^,  II,  135,  384.  Kon  la  Cassaria,  ma  la  Casina  si  rappre- 
sentò allora  in  Ferrara. 

(3)  Vedi  la  3«  ediz.  Cappelli  delle  LeiUre  di  Lod.  Ariosto,  pp.  295-96. 

(4)  Tale  invio  fu  accompagnato  dalla  lett.  18  marzo  1532,  che  nell'epistolario  è  a  p.  291. 

(5)  Origini^,  II,  432  n. 


284  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

verso  comico  latino.  Passando  poi  al  contenuto  di  quell'importante  prologo, 
si  ferma  l'A.  sui  bisticcio  sodomitico  del  principio,  la  cui  indecenza  non 
poteva  certo  essere  tollerata  se  non  nelle  Corti  corrottissime  del  primo  cin- 
quecento, e  poi  passa  ad  occuparsi  dell'imitazione  de'  drammi  classici  nella 
commedia  cinquecentista ,  dicendo  cose  acconcie ,  se  non  nuove.  Sul  sog- 
getto del  bisticcio  sodomitico  ritorna  poi  l'A.  nel  discorrere  del  secondo  pro- 
logo ai  Stippositi^  che  fu  recitato  alla  presenza  di  Leone  X  in  Roma  nel 
1519,  e  molto  bene  spiega  come  una  aggiunta  posteriore  l'ironica  allusione 
ai  sonetti  lussuriosi  dell'Aretino  ed  alle  disoneste  figure  di  Giulio  Romano, 
incise  dal  Raimondi. 

In  due  speciali  capitoli  tratta  il  G.  dei  due  prologhi  al  Negromante^  il 
primo  scritto  per  Roma  (1520),  il  secondo  acconciato  agli  usi  di  Ferrara 
(1530).  Troppo  ampio  è  forse  il  riassunto  dei  rapporti  dell'Ariosto  con  papa 
Leone  e  troppo  diffusa  la  ripetizione  di  fatti  notissimi  intorno  alla  corru- 
zione morale  di  que'  tempi:  notevole  invece  quanto  osserva  l'A.  sulla  deno- 
minazione di  «  nuova  »  che  a  quella  sua  commedia  diede  il  poeta,  denomi- 
nazione che  si  riferisce  all'essere  essa  una  delle  prime  commedie  di  carattere 
(pp.  128-39;.  Alla  Lena,  produzione  molto  turpe,  premise  dapprima  (1529) 
mass.  Ludovico  un  prologo  onesto,  ma  poi  (1531)  non  si  peritò  di  fornirla 
d'uno  a-ssai  lubrico,  tutto  a  doppi  sensi.  Nel  primo  di  questi  prologhi  è  raf- 
figurala una  scena  di  comici  nel  vestiario,  ciò  che  induce  l'A.  a  dir  qualche 
cosa  dell'Ariosto  come  allestitore  di  spettacoli  scenici  (pp.  153-54).  Ai  docu- 
menti conosciuti  (1)  non  sarà  forse  male  aggiungere  in  proposito  il  seguente, 
che  non  ci  sembra  d'aver  trovato  a  stampa.  Il  25  febbraio  1532,  rispondendo 
a  Girolamo  da  Sestola,  che  riferiva  intorno  agli  spettacoli  drammatici  tenutisi 
in  quel  carnevale  in  Ferrara.  Isabella  Gonzaga  accennava  che  qualche  sol- 
lazzo teatrale  erasi  avuto  anche  a  Mantova;  ma  certo  non  tale  da  reggere 
al  confronto  delle  sontuosità  ferraresi:  «Noi  ancora  havemo  fatte  due  com- 
«  medie,  ma  non  recitate  con  quel  bon  modo  che  seria  convenuto,  né  come 
«  di  ragione  devono  essere  state  le  vostre,  per  il  governo  che  ne  deve  haver 
«  havuto  mes.  Ludovico  Aiiosto,  al  quale  non  si  trova  hogi  di  pare  alcuno 
<  in  cosi  facto  cose  ».  L'elogio  d'una  tal  donna,  scritto  cosi  spontaneamente 
ad  un  terzo,  quindi  non  richiesto  dalla  cortesia,  fa  certo  molto  onore  alla 
valentia  di  Ludovico  come  maestro  di  scena.  La  sua  quinta  commedia,  la 
Scolastica,  rimase,  come  si  sa,  incompiuta  ed  ebbe  completamento,  dopo  la 
morte  dell'autore,  dalla  pietà  famigliare  di  Gabriele  suo  fratello  e  di  Virginio 
suo  figlio.  L'opera  di  Virginio  non  giunse  sino  a  noi:  ne  rimase  solo  il  pro- 
logo, inferiore  a  quello  di  Gabriele.  La  Scolastica  che  noi  abbiamo  è  quale 
la  completò  quest'ultimo.  Il  C.  chiude  con  la  pubblicazione  di  questi  due  pro- 
loghi il  suo  libro  veramente  inij^rtante,  sebbene  un  po'  prolisso  nel  narrare 
particolari  risaputi  dagli  specialisti. 


(1)  Non  8i  trascurino  quelli  pubblicati  da  B.  Foktam  ,  nella  Renata  di  Frimcia, 
pp.  151  sgg.  Sembra  che  di  esai  il  C.  non  abbia  arato  noti  sia ,  altrimenti  se  ne  sarebb*  Miriti 
nel  discorrere  del  prologo  alla  Cassaria  in  versi.  Quel  prologo  sqoisitiKÌmo,  in  cui  sono  allusioni 
tanto  argute  a  particolari  di  costume,  poteva  forse  utilmente  essere  meglio  lumeggiato  con  qual- 
che riscontro. 


BOLLETTINO   BIBLIOGRAFICO  285 

Perchè,  se  non  c'inganniamo,  il  volume  del  G.  è  di  quelli  che  gli  specia- 
listi ricercano  e  leggono,  non  già  un'opera  di  divulgazione.  Opera  invece  di 
divulgazione  intese  fare  evidentemente  il  sig.  Samosch  ,  nello  scrivere  del- 
l'Ariosto poeta  satirico  in  un  suo  volumetto  miscellaneo,  ove  sono  tre  saggi 
su  romanzieri  italiani  d'oggidì,  oltre  ad  una  prosetta  su  Torquato  Tasso  e 
ad  un'altra  su  Giacomo  Leopardi.  A  prima  giunta  si  crederebbe  che  il  S. 
avesse  in  animo  di  porre  innanzi  a'  suoi  lettori  lo  spirito  satirico  di  mess.  Lu- 
dovico, quale  si  svolse  con  tanta  finezza  nelle  commedie,  nelle  mirabili  sa- 
tire e  in  qualche  luogo  del  poema.  Ma  nulla  di  tuttociò.  Con  una  superfi- 
cialità singolare,  egli  esamina  le  relazioni  dell'Ariosto  con  gli  Estensi  suoi 
signori,  tracciando  di  questi  ultimi  un  gran  brutto  ritratto  ,  senza  rendersi 
ragione  delle  molte  contraddizioni  che  racchiude  la  vita  complessa  del  Ri- 
nascimento. Rifa  quindi  in  poche  pagine  la  biografia  del  poeta  ed  espone 
sommariamente  il  soggetto  del  Furioso^  fermandosi  su  quelli  episodi  in  cui 
crede  di  meglio  scorgere  l'ironia  ariostesca.  A  proposito  della  quale  non  gli 
cade  neppure  in  pensiero  di  studiare  quali  diversità  presenti  il  modo  di  trat- 
tare temi  cavallereschi  dell'Ariosto  da  quello  dei  poeti  epici  italiani  che  lo 
precedettero,  argomento  non  nuovo,  ma  che  può  ancora  prestarsi  ad  utili 
considerazioni.  Ed  in  uno  scritto  destinato  ad  illustrare  un  poeta  quale  sa- 
tirico, accade  il  curioso  caso  che  delle  sue  satire  appunto  si  taccia!  Strano 
tanto  più  in  quanto  che  su  quei  bellissimi  componimenti,  cosi  pieni  di  buon 
senso,  di  vita  vissuta  e  d'arguzia,  ci  sarebbe  ancor  oggi  da  fare  uno  studio 
definitivo  approfondito,  che  ne  esaminasse  la  genesi,  ne  commentasse  tutti 
i  particolari,  li  ponesse  al  loro  vero  posto  nell'attività  artistica  e  letteraria 
multiforme  di  quell'età  portentosa  in  cui  furono  dettati.  11  S.  non  intese  per 
nulla  l'attraentissimo  tema  che  avea  per  le  mani:  il  suo  scritto  è  d'una  ba- 
nalità così  piatta  e  così  melensa  da  non  servire  a  nessuno;  neppure  al  pub- 
blico tedesco ,  giacché  un  paese ,  che  ha  già  avuto  una  così  lucida  sintesi 
intorno  all'Ariosto  qual'è  quella  di  Ugo  Schuchardt  (1)  e  le  belle  pagine  che 
consacrò  più  di  recente  alle  opere  di  lui  A.  Gaspary,  non  ha  bisogno  dav- 
vero di  sentirsi  ripetere  ora  codesti  imparaticci.  Del  resto ,  non  è  la  prima 
volta  che  il  Giornale  nostro  si  occupa  del  sig.  Samosch  (2),  e  pur  troppo 
le  osservazioni  severe  cui  fu  oggetto  un  altro  volume  di  lui  dovrebbero  ri- 
petersi qui,  rincarando  la  dose,  come  vuole  la  legge,  per  la  recidiva. 

R. 


ETTORE  VERGA.  —  Saggio  di  studi  su  Bernardo  Bellincioni 
poeta  cortigiano  di  Lodovico  il  Moro.  —  Milano,  Coopera- 
tiva editrice  italiana,  1892  (16^  pp.  120). 

Di  Bernardo  Bellincioni  il  secolo  XV  ci  aveva  tramandato  una  raccolta  di 
rime  abbastanza  copiosa,  allestita  e  stampata  a  Milano  subito  dopo  la  morte 


(1)  Vedasi  il  voi.  Romanisches  und  Kellisches,  Berlin,  1880.  Cfr.  Giornale,  Vili,  452. 

(2)  Giorn.,  VI,  284. 


286  BOLLETTINO   BIBLIOGRAFICO 

di  lui:  nuH'altro,  onde  quelle  rime,  alle  quali  toccò  a' di  nostri  l'onore  di 
una  infelicissima  reimpressione,  non  potevano  avere  altro  commento  all'in 
fuori  di  quello  fornito  dalle  loro  scarne  didascalie  e  dalla  storia  generale 
del  tempo,  ed  erano  insieme  unica  fon  .e  alla  biografia  del  poeta.  Soltanto 
in  questi  ultimi  anni  —  che  il  secolo  passato,  se  si  prescinda  da  un  docu- 
mento fatto  conoscere  dal  Tiraboschi,  nulla  di  preciso  e  di  esatto  aveva 
saputo  scovare  —  una  serie  di  fortunate  ricerche,  tutte  forse  intraprese  —  ci 
piace  notarlo  —  per  più  vasti  ed  importanti  soggetti  che  il  B.  non  sia,  ri- 
schiarò di  luce  inattesa  questa  figura,  ce  la  presentò  non  piìi  isolata,  ma 
connessa  a  gruppi  di  altre  figure ,  ai  quali  dà  e  dai  quali  riceve  nuova  e 
più  viva  espressione,  ci  lasciò  intendere  e  motivi  e  significato  delle  rime, 
determinò  il  grado  di  attendibilità  dell'antica  raccolta.  Bell'esempio  di  ri- 
cerche minute,  che,  collegandosi  fra  loro,  concorrono  alla  ricostruzione  vera 
della  vita  di  un  uomo  ed  insieme  alla  retta  interpretazione  delle  sue  opere. 
Al  tirar  dei  conti  il  B.  sarà  sceso  da  quello  scanno  ove  la  mole  del  suo  vo- 
lume, accresciuta  da  un  benevolo  e  non  oculato  amico,  lo  avea  collocato: 
tra  quella  folla,  ove,  dopo  averlo  studiato  come  un  elemento  di  essa,  lo  lan- 
ceremo, ci  si  farà  notare  solo  perché  più  ciarlone  di  qualche  altro;  ma  ci 
dorremo  di  tal  risultato?  No  certo,  tanto  meno  poi  se  penseremo  che  le 
vicende  della  sua  vita,  or  poste  in  luce,  non  mancano  di  utili  ammaestra- 
menti su  certi  nessi  ideali,  che  congiungono  le  corti  del  settentrione  d'I- 
talia col  circolo  fiorentino  nell'ultimo  trentennio  del  Quattrocento. 

Tirare  appunto  i  conti  di  quelle  ricerche,  riassumerle,  coordinarle  e  con 
qualche  osservazione  integrarle  ha  voluto  il  sig.  Verga  nel  presente  libretto, 
intitolato  Saggio  non  sappiamo  davvero  perché.  Egli  è  ben  informato  della 
letteratura  del  suo  argomento  e  se  ne  serve  con  ordine  e  con  garbo,  in  ge- 
nerale saviamente  discernendo  ciò  che  è  più  da  ciò  che  è  meno  importante 
al  suo  intento ,  che  è  quello  di  delineare  il  carattere  del  poeta.  Perciò  di 
qualche  lieve  omissione  non  lo  chiameremo  certo  in  colpa  (1),  anzi  gliene 
faremo  un  merito,  poiché  in  lavori  di  sintesi  più  che  nell'abbondanza  il 
pregio  sta  nella  buona  scelta  dei  fatti  e  nell'equilibrio  delle  parti.  E  queste 
lodi  crediamo  di  poter  dare  ai  tre  capitoli  essenziali  del  lavoretto  (H.  Vtto, 
carattere,  relazioni'.  III.  Poesie  politiche',  IV.  Poesie  burlesche),  nei  quali 
il  disegno  prestabilito  colle  sue  proporzioni  rimane  sempre  presente  all'au- 
tore  e  lo  protegge  dalla  facile  tentazione  di  indugiarsi  a  lungo  su  altri  poeti 


(1)  Tra'  poeti  tartassati  dal  Beltincioni  dovette  essere  anche  quello,  ostinatamente  anonimo, 
che  riempì  di  sae  rime  il  cod.  Maro.  It.  Zan.  LXIV  (cfr.  quotato  Giornale,  XII,  432,  n.  2):  il  V.. 
per  dimenticanza  o,  come  pnò  far  credere  la  nota  a  p.  90  di  proposito,  tralascia  di  ricordarlo  tra 
i  nemici  del  B.  e  fìi  bene:  non  ne  yalera  la  pena.  Bnona  ò  pare  la  scelta  delle  poesie  politiche 
commentate.  Biasimevoli,  quantunque  di  poca  entità,  sono  invece  certe  inesattezte  e  distrazioni, 
specie  nello  citazioni:  per  es.,  il  Rossi  non  pubblicò  la  lettera  del  Bellincioni  a  Lucrezia  Torna- 
buoni  (p.  SO),  ma  solo  parte  di  essa;  dove  sia  stampato  l'articolo  del  Flamini  Pitici  o  BtUin- 
eionit  {Propugnatore,  N.  S.,  II,  ii,  fase.  10),  cui  accenna  a  p.  39,  il  Y.  non  dice;  a  Vitt.  Rosfì 
attribuisce  indebitamente  (p.  74 ,  n.  2)  un  cenno  bibliograflco  inserito  anonimo  in  questo  (?ior> 
naie,  IX,  319  sgg.;  per  Matteo  Franco  doveva  rinviare  allo  speciale  lavoro  del  Volpi  in  questo 
Oiornalt,  XVII,  2'29  sgg.,  anzi  che  ai  magri  cenni  del  Qaspary.  Sono  inMie,  ma  perché  rinun- 
ciare alla  precisione,  quando  essa  non  costa  che  poca  fatica? 


BOLLETTINO   BIBLIOGRAFICO  287 

politici  contemporanei  al  R.,  o  di  tentare  una  storia  della  poesia  burlesca: 
digressioni,  che  sarebbero  certo  state  gradite  al  lettore,  ma  che  avrebbero 
avuto  l'aria  di  un  piedestallo  ciclopico  sottoposto  ad  una  statuina  di  alaba- 
stro. Nella  quale  però  non  possiamo  dire  che  il  V.  abbia  scolpito  un'imma- 
gine in  tutto  fedele  e  compiuta  dell'originale  :  qualche  particolarità  gli  è 
sfuggita,  che  ben  poteva  apparirgli  anche  dalla  distanza  onde  egli  la  osser- 
vava, qualche  linea  ha  appena  grossamente  sbozzato,  qualche  altra  invece 
soverchiamente  accarezzato. 

Citiamo  alcuni  esempi.  Da  una  lettera  del  3  agosto  1491  in  parte  pubbli- 
cata dal  Dina  (1)  si  apprende  che  era  allora  a  Milano  un  tale  che  diceva 
«  in  rima  ad  concorrenza  del  Bellinzone  »  e  che  si  desiderava  fossero  tutti 
e  due  mandati  a  Pavia,  affinché  la  duchesssa  Isabella  ne  prendesse  «  novo 
«piacere».  Qui,  o  ci  inganniamo,  appar  manifesta  la  qualità  di  improvvi- 
satore che  il  B.  aveva  comune  con  altri  suoi  colleghi  in  Parnaso,  qualità, 
di  cui  il  V.  non  avrebbe  dovuto  trascurar  di  fare  almeno  un  cenno.  —  Come 
nelle  poesie  burlesche  egli  ha  giustamente  notato  l'influsso  dei  precursori, 
la  continuazione  di  una  tradizione  già  vecchia,  cosi  in  altre  rime  andavano 
segnalate  le  traccio  di  studi  petrarcheschi  (2) ,  studi  che  ci  spiegano  forse 
come  il  prosatore  faticoso ,  involuto ,  sgrammaticato  riesca  rimatore  facile, 
non  sempre  disadorno ,  talvolta  efficace.  —  Un  punto  ancora  oscuro  nella 
vita  del  Bellincioni  è  quello  che  riguarda  le  relazioni  di  lui  colla  società 
ferrarese  :  vi  accennano  i  suoi  sonetti  a  Timoteo  Bendidio  e  al  Tebaldeo  e 
quello  per  la  recita  deìV Anfitrione  di  Pandolfo  CoUenuccio,  ch'ebbe  luogo 
a  Ferrara  il  26  gennaio  1487.  Ora  il  V.  è  stato  pago  a  ripetere  (p.  47), 
nemmeno  compiutamente,  congetture  fatte  da  altri  per  incidenza  (3),  mentre 
avrebbe  dovuto  tentare  di  risolvere  la  questione  mediante  un  esame  accu- 
rato di  quelle  rime,  seppure  l'Archivio- di  Modena  non  gli  fosse  potuto  ve- 
nire in  aiuto.  Ma  intento  a  semplicemente  riassumere  e  coordinare  l'opera 
altrui,  non  badò  quasi  mai  a  compire  il  lavoro  analitico  là  dove  questo  era 
manchevole.  —  Abbiamo  detto  la  figura  del  B.,  quale  fu  tratteggiata  dal  V., 
in  qualche  parte  troppo  accarezzata  e  volevamo  alludere  alla  soverchia  be- 
nignità, colla  quale  egli  ne  giudica  il  carattere  morale  e  che  contrappone 
alla  forse  eccessiva  severità  di  altri  giudizi.  Il  B.  non  fu  moralmente  dissi- 
mile da  tanti  altri  poeti  ed  umanisti  suoi  contemporanei  o  di  poco  anteriori, 
per  i  quali  l'esercizio  della  poesia  fu  un  lucroso  mestiere.  Non  sappiamo 
come  il  V.  abbia  potuto  asserire  che  nell'adulare  e  nel  difendere  il  Moro, 
Bernardo  «  fu  guidato  non  da  un  sentimento  basso  e  servile ,  ma  da  una 
«  profonda  e  sincera  ammirazione  per  l'ingegno  altissimo  e  per  le  straordi- 
«  narie  attitudini  politiche  di  quel  principe  »  (p.  105).  Le  rime  ci  attestano 


())  Arch.  star,  lomb.,  XI  (1884),  781  n. 

(2)  Vedi  per  es.,  le  due  quartine  riferite  a  p.  58.  Il  primo  verso  della  prima  è  calcato  sul  primo 
di  una  famosissima  canzone  del  Petrarca  (0  aspettata  in  ciel).  Qualche  considerazione  meritavano 
anche  le  composizioni  drammatiche  del  Bellincioni ,  che  il  V.  trascura  affatto  (solo  un  cenno  a 
p.  31,  n.  1  ed  a  p.  71,  n.  2). 

(3)  Lozio-Rbkieb,  Del  Bellincioni,  estr.  àilV  Arch.  stor.  lomb.,  XVI  (1889),  fase.  3,  pp.  11 
e  14-15  n. 


I 


288  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

largamente  che  il  poeta  adulò,  difese,  servì  lo  Sforza,  ma  non  ci  dicono  il 
motivo  di  queste  adulazioni,  di  queste  difese,  di  questi  servigi,  e  noi,  fino 
a  che  sia  provato  il  contrario,  crederemo  di  non  errare  vedendolo  nell'inte- 
resse. Ma  qui,  sulla  fine  del  terzo  capitolo,  VA.  si  è  lasciato  prender  la  mano 
dal  desiderio  di  una  chiusa  efficace,  desiderio  che  forse  l'ha  pure  indotto  a 
finir  male  l'opera  sua  modesta  (p.  i20),  a  coronarla  cioè  con  certe  conside- 
razioni generali  sulla  poesia  aulica  del  sec.  XV,  che,  quantunque  giuste,  non 
sono  proporzionate  ad  un  lavoro  esclusivamente  dedicato  alle  rime  del  Bel- 
lincioni,  arricchito  appena  di  qualche  rado  riscontro. 

Assai  meno  felice  dei  tre  capitoli,  dei  quali  abbiamo  finora  parlato,  è  il 
primo.  La  corte  letteraria  di  Lodovico  il  Moro  dal  1481  al  1499.  Qui  la 
materia  abbondava,  molti  e  vari  erano  i  fatti  da  mettere  in  evidenza,  diffi- 
cile quindi  la  scelta  fra  essi ,  difficile  il  loro  ordinamento ,  tanto  più  che, 
dato  il  piano  del  lavoro,  non  poteva,  né  doveva  il  V.  consacrare  a  questo  ca- 
pitolo introduttivo  spazio  più  ampio  di  quello  che  gli  ha  consacrato.  E  ne  ha 
fatto  un'enumerazione  di  nomi  e  di  opere  né  compiuta,  né  esatta,  che  non 
riesce  davvero  a  dare  un'idea  del  movimento  letterario  lombardo,  in  mezzo 
al  quale  ebbe  a  trovarsi  il  B. ,  un  quadro  mal  equilibrato  nelle  sue  parti, 
formicolante  di  errori  di  prospettiva.  Specialmente  là  ove  il  V.  tratta  dei 
poeti  volgari,  alcuni  buoni  lavori  recenti  lo  hanno,  sì,  largamente  aiutato, 
ma  insieme  traviato.  Assolutamente  inopportune  sono  le  particolari  notizie 
di  manoscritti  (v.  pp.  22,  25,  29,  30)  in  un  lavoro  sintetico,  ove  sarebbero 
bastate  le  citazioni  delle  fonti  stampate  ove  quei  codici  sono  studiati,  come 
ingiustificata  è  la  preferenza  data  ad  alcuni  personaggi  in  confronto  di  altri. 
Gaspare  Visconti  certo  è  figura  cospicua  del  gruppo  letterario  sforzesco,  ma 
perché  concedere  a  lui  e  alle  sue  rime  l'onore  di  una  trattazione  abbastanza 
minuta  (pp.  224)  e  d'altra  parte  degnare  appena  di  uno  sguardo  Antognetto 
Fregoso,  i  cui  poemi  —  facilmente  accessibili  a  chi  può  fare  studi  a  Milano 
—  sono  per  molti  rispetti  notevoli  t  E  perché  soffermarsi  a  lungo  su  Ga- 
leotto del  Carretto  (pp.  25-6)  e  nominare  appena  Baldassare  Taccone?  (p.  30). 
Certo  nel  gran  quadro  della  storia  letteraria  italiana  dell'ultimo  quattrocento 
vuol  assai  più  luce  il  primo  che  il  secondo ,  ma  nell'  episodio  sforzesco  di 
quel  quadro  assai  più  il  secondo  che  il  primo,  perché  le  relazioni  di  questo 
colla  corte  lombarda  ci  sono  attestate  soltanto  dalla  sua  corrispondenza  poe- 
tica col  Visconti,  da  due  suoi  sonetti  sul  Moro  e  da  qualche  magro  accenno  di 
documenti  (1  ),  laddove  del  Taccone  sappiamo  che  visse  lungamente  a  Milano, 
che  compose  un  poemetto  per  le  nozze  di  Bianca  Sforza,  che  a  Milano  fece 
rappresentare  tre  sue  composizioni  drammatiche  (2).  Ma  più  che  agli  uomini, 
il  V.  avrebbe  dovuto  in  quel  suo  primo  capitolo  badare  ai  generi  letterari 
fiorenti,  alla  corte  del  Moro,  alcuni  dei  quali  peculiari  o  quasi  all'Italia  set- 
tentrionale, opperò  atti  mirabilmente  a  disegnare  il  carattere  della  letteratura 


(1)  G.  GiKBLu,  Ritm  t  UtUrt  itud.  di  0.  M  Carrttto  •  UiUr»  di  habtUa  4*  A<» 
Torino,  1886  (nozze  Amosso- Bona),  p.  14. 

(2)  Dae,  VAUeont  ed  un*  egloga  ,  sono  a  stampa  nel  ben  noto  opuscolo  del  Barìola,  che  il  Y. 
par  cita,  probabilmente  senza  averlo  Tedato;  la  terza  è  la  Danat,  che  fki  pubblicata  per  nozze 
dallo  Spinelli  nel  1888  (cfr.  questo  Oiomal»,  XI,  317)  e  che  rimase  ignota  al  V. 


BOLLETTINO   BIBLIOGRAFICO  289 

sforzesca.  Su  di  uno  sfondo,  cui  avessero  fornito  i  colori  la  storia  della  poesia 
politica,  burlesca,  adulatoria,  pastorale,  drammatica  anzi  che  la  storia  della 
vita  0  la  bibliogratia  del  Visconti,  di  Galeotto,  del  Pistoia,  la  figura  del  Bel- 
lincioni  avrebbe  acquistato  maggior  rilievo,  sarebbe  apparsa  più  luminosa. 

V.  R. 


ANGELO  SOLERTI.  —  Appendice  alle  Opere  in  prosa  di  Tor- 
quato Tasso.  —  Firenze,  Successori  Le  Monnier,  1892  (16°, 
pp.  457)  (1). 

A  compiere  e  in  qualche  parte  rettificare  l'edizione  delle  prose  del  Tasso 
con  grande  amore  curata  dal  compianto  Cesare  Guasti ,  il  prof.  Solerti  ha 
raccolto  in  questo  voi.  della  Biblioteca  Nazionale  dei  Le  Monnier  scritture 
inedite  o  rare  dell'infelice  poeta  sorrentino,  correzioni  ed  aggiunte  che  le 
sue  lunghe  e  fortunate  ricerche  gli  hanno  mostrato  necessarie  al  lavoro 
del  Guasti. 

L'attenzione  di  chi  prenda  a  sfogliare  questa  Appendice  è  naturalmente 
attratta  in  modo  speciale  da  un  dialogo  inedito  (pp.  107-157),  che  svolgendosi 
intorno  a  due  questioni  ardenti  nella  seconda  metà  del  secolo  XVI,  la  pre- 
cedenza fra  il  re  di  Spagna  e  il  re  di  Francia ,  la  precedenza  tra  il  gran- 
duca di  Toscana  e  il  duca  di  Ferrara,  forma,  secondo  il  S.  (p.  109),  in  una 
coi  due  dialoghi  ben  noti  Della  Nobiltà  e  Della  Dignità,  una  vera  e  pro- 
pria trilogia.  Nessun  dubbio  che  strette  relazioni  intercedano  fra  i  tre  com- 
ponimenti :  basti  per  ora  ricordare  l'identità  degli  interlocutori.  Agostino 
Bucci  ed  Antonio  Forni;  ma  il  S.  non  avrebbe  dovuto  trascurare  di  deter- 
minarle piy  precisamente  e  più  chiaramente.  Nel  nuovo  dialogo  il  Bucci 
dice,  che  tra  le  ragioni  di  precedenza  «  quella  della  nobiltà  fu  considerata 
«  nel  primo  ragionamento  e  fu  detto  che  la  nobiltà  d'Austria  era  maggiore  » 
(p.  115),  ciò  che  richiama,  osserva  il  S. ,  quanto  precisamente  è  affermato 
nel  dialogo  Della  Nobiltà.  E  sulla  fine  di  questo  è  rammentata  la  stagione  di 
carnevale,  nella  quale  è  posta  la  scena,  laddove  Agostino  Bucci  al  separarsi  dal 
suo  interlocutore  alla  fine  del  dialogo  Della  Precedenza  se  ne  va  alla  staz- 
zane: s'era  dunque  in  quaresima.  Tutto  ciò  sta  bene,  ma  non  era  da  dimen- 
ticare che  del  dialogo  sulla  Nobiltà  possediamo  due  redazioni  molto  diverse 
e  che  l'esistenza  di  una  terza  ad  esse  anteriore  è  chiaramente  attestata  da 
una  lettera  del  Tasso  al  marchese  Filippo  d'Este  del  1580  (ed.  Guasti,  let- 
tera 137);  non  era  da  tacere  che  quelle  osservazioni,  vere  per  la  prima  re- 
dazione a  noi  giunta,  non  lo  sono  per  la  seconda,  ove  della  nobiltà  di  casa 
d'Austria  non  è  parola,  ove  manca  qualunque  dato  cronologico.  In  questa 
seconda  redazione  invece  troviamo,  come  nel  nuovo  dialogo  Della  Prece- 


(1)  Aggiunte  e  correzioni  da  Bostitnirei  a  quelle  già  notate  a  p.  457  furono  pubblicate  in  un 
foglietto  a  parte. 

Giornale  storico,  XX,  fase.  58-59.  19 


290  BOLLKTTINO  BIBLIOGRAFICO 

denza  (pp.  141-2),  affermata  e  con  argomenti  simili,  benché  più  largamente 
svolti,  dimostrata  la  nobiltà  eroica  di  casa  d'Este  (ediz.  Caparro,  pp.  17.>6). 
D'altra  parte  nel  dialogo  Della  Dignità  sono  trattate  questioni  che  ci  riap- 
paiono, talvolta  colle  medesime  parole,  in  quello  Della  Precedenza,  per  es., 
la  definizione  di  città  (Prec,  pp.  144-5;  Dignità,  ed.  Gapurro,  pp.  216-7),  la 
distinzione  fra  i  titoli  «  che  hanno  relazione  al  sovrano  »  e  quelli  che  hanno 
relazione  «  ai  soggetti  »  (1).  Non  possiamo  dilungarci  qui  in  un  minuto  studio 
comparativo,  ma  ci  sembra  che  le  poche  osservazioni  enunciate  giustifichino 
pienamente  l'opinione,  che  il  Tasso  abbia,  durante  il  suo  soggiorno  a  Torino 
o  nei  primi  tempi  dopo  il  ritorno  a  Ferrara  (1578-79),  composta  la  trilogia 
Della  Nobiltà,  Della  Dignità,  Della  Precedenza,  della  quale  sia  forse  unico 
superstite  incolume  il  dialogo  ora  per  la  prima  volta  pubblicato,  mentre  la 
prima  fra  le  due  redazioni  di  quello  Della  Nobiltà  rappresenterebbe  già  uno 
stadio  intermedio  nella  elaborazione  del  vasto  argomento,  uno  stadio,  in  cui 
è  dubbio  se  l'autore  volesse  ancor  mantenere  tripartita  la  trattazione  o  se 
piuttosto  non  avesse  già  accettata  l'idea  della  divisione  in  due  soli  dialoghi, 
Della  Nobiltà  e  Della  Dignità.  Quel  che  ci  sembra  indubitato  si  è  che  con 
questo  e  colla  seconda  fra  le  due  lezioni  di  quello  a  noi  pervenute  abbia  il 
Tasso  voluto  dare  alla  materia  svolgimento  compiuto  ed  assetto  definitivo. 
Per  ciò  che  concerne  l'edizione  del  nuovo  dialogo,  il  S.  dice  di  essersi  at- 
tenuto esattamente  al  manoscritto;  ma  il  lettore  moderno  gli  sarebbe  stato 
più  riconoscente,  se  gli  avesse  agevolato  la  lettura  e  l'intelligenza  del  testo 
dando  lo  sfratto  a  molte  delle  virgole,  di  cui  l'antico  copista  ha  costellato 
il  suo  manoscritto  a  proposito  ed  a  sproposito,  e  correggendo  alcuni  errori 
troppo  evidenti.  A  p.  113,  11.22-4  si  dovrà  leggere  che  non  si  sono  proposti 
premi  a'  certami  dell'ingegno,  come  a'  contrasti  del  corpo;  a  p.  116,  1.  11, 
prevagliono;  a  p.  122,  1.  6,  monarca,  non  monarchia;  a  p.  127,  1.  23  si 
dovrà  collocare  non  il  punto  fermo,  ma  l'interrogativo;  a  p.  129,  1. 18  cor- 
reggere foletto  in  folletto,  e  quattro  linee  più  sotto  punteggiare  cosi:  Se  per 
gradi  volessimo  discendere,  fra  gli  altri  re  si  dovrebbe  ecc.;  a  p.  131, 1.  19 
sarà  da  sopprimersi  il  punto  interrogativo;  a  p.  134,  1.  12,  allor,  sarà  certo 
un  a  lor;  a  p.  135,  1.  17  si  dovrà  sopprimere  l'è  dopo  il  punto  e  virgola;  a 
p.  136,  11.  18  e  31,  nostro  sta  certo  per  vostro  (cfr.  p.  138,  1.  11);  a  p.  149, 
1.  17  incitava  certo  per  imitava  e  sette  linee  più  sotto  le  parole  del  duca 
sono  soverchie,  mentre  a  p.  152,  1.  9,  si  dovrà  aggiungere  un  o  e  leggere 
sono  affissi  alla  persona  o  agli  stati  o  alVuno  ed  alValtro ,  il  titolo  ecc. 
Non  sappiamo  poi  perché  il  S.  abbia  in  fine  corretto  Valla  stazzone  del  ms. 
in  alla  stazione  (p.  157),  se  la  forma  popolare  stazzone  era  proprio  il  ter- 
mine tecnico  per  designare  le  stazioni  della   Via  Crucis  (2). 


(1)  Si  confronti:  Pnc.  152:  «  Di  naeiiU  tre  titoli  (conte  marchese  ducA)  uno  ha  relaiione  al 
«  sorrano  e  due  ai  soggetti,  perciocché  il  titolo  di  conte  ha  relatione  all'imperatore,  che  è  il  to- 
«  rrano,  e  Conti  erano  detti  i  compagni  delKimperatore  »  ecc.  DtgnUà,  p.  229:  «  Delle  dignità 
«  molte  hanno  reiasione  al  sorrano ,  altre  P  hanno  al  soggetto ,  perciocché  la  dignità  di  conte. 
€  che  latinamente  ò  detto  eom4$  e  tanto  significa  quanto  compagno,  risgnarda  Pacoompagnato,  e 
«  Taccompagnato  ne'  primi  tempi  fa  Timperadore  »  ecc. 

(2)  Cfr.  Ym.  BoMi,  PttiqHktaU  di  Pietro  ArtOm,  Palermo,  1891,  p.  148. 


BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO  291 

AI  dialogo  del  quale  abbiamo  finora  parlato,  il  S.  ha  premesso  una  dili- 
gente Bibliografìa  delle  edizioni  delle  opere  complete  del  Tasso  (pp.  9-15), 
delle  edizioni  delle  prose  (pp.  17-32),  delle  polemiche  intorno  alla  Liberata 
(pp.  33-49)  e  dei  manoscritti  delle  prose,  bibliografia  che  compie  e  corregge 
quella  del  Serassi,  ed  una  copiosa  serie  di  Correzioni  ed  aggiunte  alla  edi- 
zione delle  Lettere ,  in  parte  fornitagli  dal  Guasti  stesso  potjo  prima  della 
sua  morte.  Sono  per  lo  più  emendamenti  di  lezione  o  di  date  (1) ,  postille 
dichiarative,  indicazioni  dei  luoghi  ove  si  trovano  gli  autografi  o  le  copie  an- 
tiche delle  lettere,  insomma  un  gruzzolo  prezioso  di  notizie,  che  d'ora  innanzi 
nessuno  che  abbia  a  giovarsi  della  bella  raccolta  del  Guasti  potrà  esimersi 
dal  consultare. 

Dopo  il  dialogo  vengono  quei  Dubbi  e  risposte  intorno  ad  alcune  cose  e 
parole  concernenti  la  Gerusalemme  liberata,  che  il  Gazzera  trasse  da  un  ms. 
di  Montpellier  e  che  non  erano  stati  ristampati  dal  Guasti  (2) ,  alcune  bri- 
ciole tassesche  inedite  (pp.  171-76),  la  commedia  Intrichi  d'amore  ed  un'e- 
stesa notizia  Dei  manoscritti  di  T.  Tasso  falsificati  dal  conte  Mariano 
Alberti. 

Con  piacere  abbiamo  veduto  accolti  in  questo  volume  gli  Intrichi  d'a- 
more, poiché  ci  sembra  che  le  osservazioni  fatte  in  questi  ultimi  anni  da 
vari  critici,  ora  dal  Solerti  riassunte  e  compiute  (pp.  179-R5),  abbiano  messo 
fuor  di  dubbio  che ,  se  non  la  forma  definitiva ,  certo  la  prima  stesura  di 
quella  infelice  commedia  è  dovuta  a  Torquato,  Da  un  manoscritto  barberiniano 
poi  il  S.  pubblica  (pp.  187-8)  un  prologo  che  le  fu  premesso  nel  secolo  XVII, 
quando  essa  fu  rappresentata  a  Palermo,  forse  rimaneggiata  a  quella  foggia 
in  cui  ci  appare  in  un  codice  catanese  (3). 

Alla  falsificazione  albertiana  troppi  onori  son  resi ,  a  nostro  avviso ,  in 
questo  volume  e  troppo  spazio  le  è  consacrato.  Dopo  il  gran  parlare  che  se 
né  fatto ,  or  che  tutti  conoscono  il  valore  di  quei  pretesi  docamenti  ,  non 
valeva  davvero  la  pena  di  ristampare  integralmente  la  prolissa  sentenza  del 
tribunale  romano  (pp.  373-92)  e  tanto  meno  poi  di  pubblicare  tutti  i  prodotti 
tasseschi  dell'officina  albertiana ,  che  ancora  non  avessero  veduto  la  luce. 
Sono  bazzecole,  che  possono  forse  destare  la  curiosità  del  criminalista,  ma 
che  non  giovano  in  nessun  modo  alla  storia  letteraria. 

V.  R. 


(1)  A  pp.  77-8  il  S.  determina  le  date  o,  meglio,  l'ordine  cronologico  di  alcune  lettere  del 
Tasso  a  Curzio  Ardizio.  Per  una  di  esse  (ed.  Guasti ,  II ,  149)  e  quindi ,  si  può  dire ,  anche  per 
le  altre,  le  sue  deduzioni  sono  ora  pienamente  confermate  dalla  data  che  si  deve  assegnare  ad 
un  sonetto  dell'  Ardizio  (vedi  A.  Saviotti  ,  Rime  inedite  di  Curzio  Ardizio  da  Pesaro ,  Pesaro, 
1892,  p.  29). 

(2)  La  correttezza  anche  di  questo  testo,  qual  è  dato  dal  S.,  non  soddisfa  pienamente:  p.  166, 
1.  quartultima  aegris,  non  aegriia;  p,  168, 1.  6  «  gol  d'onestate,  non  saW onestate  (Liberata,  XII, 
27);  1.  25  ramoque,  non  ramosque;  p.  169,  1.  ult.  sconsolata,  non  consolata. 

(3)  G.  G.  Cinicio ,  La  commèdia  «  Intrighi  d'  amore  »  di  T.  T.  e  un  ms.  di  essa  nella  Uni- 
versitaria di  Catania,  Catania,  1891. 


292  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

GIUSEPPE  BIADEGO.  —  Catalogo  descrittivo  dei  manoscritti 
della  biblioteca  comunale  di  V:rona.  —  Veronn,  tip.  Ci  velli, 
1892  (8»  gr.,  pp.  viii-666). 

Se  per  copia  di  ricordi  storici  e  di  monumenti  d'ogni  età  Verona  è  ricca 
come  poche  altre  consorelle  dell'Italia  superiore,  è  altresì  innegabile  che  in 
quella  città  fiori  sempre  un  culto  così  amoroso  per  le  cose  patrie,  ed  insieme 
una  vita  intellettuale  così  nobile  e  spiccata,  da  eccitare  una  vera  ammira- 
zione in  chiunque  giustamente  pensi  che  la  prima  base  di  studi  storici  più 
larghi  è  fornita  dalla  investigazione,  dairillustrazione,  dalla  conservazione  delle 
patrie  memorie.  Novella  prova  di  quanto  abbiamo  detto  offre  la  splendida 
pubblicazione,  fatta  a  spese  del  Municipio  di  Verona,  del  catalogo  de'  mano- 
scritti conservati  in  quella  biblioteca  comunale;  pubblicazione  che  certo  me- 
glio d'ogni  altra  cosa  sarà  opportuna  per  rammentare  ai  posteri  il  compiersi 
in  quest'anno  del  primo  centenario  di  quella  libreria.  La  biblioteca  infatti, 
quantunque  non  s'aprisse  al  pubblico  che  nel  gennaio  del  1802,  fu  ufficial- 
mente istituita  rS  marzo  1792,  coi  libri  dei  monasteri  soppressi,  e  da  allora 
ad  oggi  essa  crebbe  dai  cinquemila  ai  centotrenta  tré  mila  volumi.  Questo 
dato  solo,  a  noi  sembra,  vale  più  d'ogni  altro  a  mostrarci  lo  zelo  con  cui  i 
Veronesi  attesero  agli  studi  in  questo  secolo,  cooperando  al  loro  incremento 
col  cercare  che  la  patria  biblioteca  si  arricchisse.  Che  se  di  ciò,  come  delia 
nobile  pubblicazione  del  catalogo,  va  data  lode  incondizionata  al  Municipio, 
che  è  giusto  additare  a  modello  a  tanti  altri  d'Italia,  non  conviene  tuttavia 
trascurare  la  nobile  iniziativa  privata,  che  favorì  sempre  con  doni  e  con  la- 
sciti la  proficua  istituzione.  Chi  voglia  vederne  la  prova  migliore  consulti 
un  volumetto,  pur  compilato  dal  Biadego,  che  quantunque  pubblicato  a  parte 
è  quasi  una  introduzione  al  Catalogo,  perchè  rifa  con  minuta  diligenza,  su 
documenti  e  statistiche,  la  Storia  della  biblioteca  comunale  di  Verona  (1). 
Né  andrà  negletto,  al  proposito,  il  bel  discorso  commemorativo  (2),  nel  quale 
il  Biadego  stesso,  riassumendo  le  vicende  della  librerìa  a  lui  affidata,  trac- 
ciava con  mano  sicura  e  rapida  sintesi  la  storia  delle  altre  antiche  librerie 
veronesi,  la  quale  storia,  per  i  nomi  insigni  che  vi  compaiono,  ha  un  inte- 
resse ben  più  che  solamente  cittadino. 

Il  Catalogo  descrive  1366  mss. ,  dividendoli  per  materie.  Ad  evitare  gli 
inconvenienti  di  una  simile  divisione  servono  egregiamente  gli  indici  finali. 
Diremo  subito  che  per  quanto  riguarda  l'esecuzione  bibliografica  quest'opera 
ci  sembra  una  delle  migliori  nel  genere  che  abbiano  veduto  la  luce  in  Italia. 
Di  ogni  ms.,  non  solo  si  dà  la  descrizione  esterna  e  s'indica  l'età  e  la  pro- 
venienza ,  ma  se  ne  descrive  accuratamente  il  contenuto ,  si  dà  la  tavola, 
quando  si  tratti  di  miscellanea,  si  indicano  le  pubblicazioni  cui  ha  dato  luogo. 
Non  è  questo  un  inventario,  ma  è  un  vero  e  proprio  catalogo,  nel  senso  più 


(1)  Verona,  tip.  Franchini,  1892. 

(2)  Ptr  il  primo  ctntmttario  dtìla  hibl  cotmm.  di  Frrwia,  Verona,  Franchini.  1892. 


BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO  293 

rigoroso  della  parola,  condotto  con  cura  così  sapiente  e  con  tanto  rispetto 
delle  migliori  leggi  fissate  dalla  bibliografia  moderna,  che  non  si  potrebbe 
chiedere  di  più.  Tutti  gli  studiosi  loderanno  specialmente  in  quest'opera  del 
Biadego  l'eccellenza  del  metodo. 

Il  maggior  numero  di  codici  appartiene  al  sec.  passato,  che  vi  ha  vera- 
mente delle  ricchezze  straordinarie.  Non  pochi  sono,  peraltro,  anche  i  mss. 
del  cinquecento,  del  seicento  e  del  secolo  in  cui  viviamo  :  150  circa  sono  del 
sec.  XV,  26  del  XIV,  7  del  XIII,  2  del  Xll.  Delle  materie,  la  meglio  rap- 
presentata è  naturalmente  la  storia  locale  (pp.  444  sgg.),  ma  vi  sono  anche 
molti  codici  che  riguardano  la  storia  di  Venezia  e  moltissimi  di  materia 
letteraria.  Il  fondo  più  cospicuo  per  preziosità  di  testi  risulta  dalla  biblio- 
teca Gianfilippi,  di  cui  il  Comune  di  Verona  acquistò  nel  1846  la  parte  non 
ancora  venduta  all'asta  in  Parigi,  vale  a  dire  336  codici  e  diciassette  mila 
volumi  (1).  Nella  biblioteca  Gianfilippi  era  entrata  una  parte  della  prezio- 
sissima libreria  Saibante,  la  quale  nel  1734  possedeva,  oltre  i  libri  a  stampa, 
ben  1321  mss.  (2).  Per  tal  modo  il  Municipio  di  Verona  veniva  a  salvare 
dalla  dispersione  non  pochi  di  quei  codici  Saibante  che  ancora  rimanevano 
in  Italia;  mentre  i  più,  comperati  dal  Libri,  finivano  ad  Ashburnhamplace  (3), 
ed  altri  in  altre  private  collezioni  inglesi  (4). 

Intorno  ai  mss.  più  importanti,  che  concernono  gli  studi  nostri,  ci  limite- 
remo a  spigolare  qualche  cenno  negli  appunti  che  abbiamo  presi. 

E  strano  che  i  massimi  scrittori  sono  rappresentati  poveramente.  Del  Can- 
zoniere v'è  solo  un  ms.  del  XV  sec.  coi  Trionfi  (p.  63);  della  Commedia 
solo  un  frammento  del  sec.  XIV  (p.  18);  né  dell'Ariosto  né  del  Tasso  non 
v'è  nessun  codice  antico.  Anche  il  Decameron  manca  ;  ma  per  contro  vi  sono 
quattro  codici  Boccacceschi  notevoli,  due  col  Corbaccio,  uno  con  VAmeto, 
un  altro  col  Filocolo  (pp.  133-135).  DeìVArte  della  guerra  di  N.  Machia- 
velli v'ha  un  cod.  con  carte  autografe  (p.  207).  —  Di  testi  antichi  segnale- 
remo quella  lauda  in  volgare  veronese  della  metà  circa  del  sec.  XIII,  che 
G.  Cipolla  pubblicò  nell'Arca,  stor.  italiano  (p.  602);  i  Fioretti  di  S.  Fran- 
cesco in  un  ms.  del  sec.  XIV  (p.  527);  molti  scritti  di  Domenico  Cavalca 
(pp.  356-360,  369,  540-42)  (5);  un  Pianto  della  Vergine  ed  una  Passione  in 
un  ms.  del  sec.  XIV  (p.  367)  ;  una  epistola  di  Prete  Gianni  in  volgare  (p.  571;; 
un  codice  prezioso  di  leggende  di  santi,  pure  in  volgare  (pp.  530  sgg.)  ;  due 
antichi  volgarizzamenti  d'Esopo,  uno  dei  quali,  in  latino,  di  Ognibene  da 
Lonigo(pp.  140-41);  un  Fior  di  retorica  (p.  143);  la  lauda  Udite  nova  pacia 
di  Jacopone  in  un  testo  del  quattrocento  e  la  copia,  appartenente  al  Sorio, 


(1)  Vedasi  Storia  cit.,  p.  56,  e  discorso  commemorativo,  p.  20. 
(2>  Discorso  cit.,  p.  14. 

(3)  Ora  felicemente  ricuperati.  Vedi  1  codici  Ashburnhamiani  della  B.  Bibl.  Laureniiana,  Boma, 
1888,  I,  85  e  specialmente  la  dotta  memoria  di  L.  Dblisle,  Notice  sur  dés  mgt.  dw  fondt  Libri 
consercés  à  la  Lattrentienne,  in  Not.  et  extr.  des  mss.,  voi.  XXXII,  P.  I  (1886). 

(4)  È  notissimo  quel  cod.  Saibante,  passato  nella  raccolta  Hamilton,  ed  ora  nella  biblioteca  di 
Berlino,  che  contiene  i  testi  antichi  pubblicati  dal  Tobler.  Cfr.  Biadehe  in  questo  Oiorn.,  X,  325. 

(5)  Uno  de'  codici  del  Cavalca ,  scritto  negli  inizi  del  Quattrocento,  finisce  con  una  raccoltina 
di  laudi.  Cfr.  p.  542. 


294  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

di  tutto  il  suo  canzoniere,  tratta  da  un  ras.  di  Bergamo  (p.  36).  Parecchi 
sono  i  manoscritti  miscellanei  di  cose  umanistiche,  sia  in  prosa,  sia  in  versi, 
ed  è  ben  naturale  che  lo  scrittore  il  quale  v'ha  parte  più  cospicua  sia  Gua- 
rino Veronese.  Del  sec.  XVI  osserviamo  un  codice  importantissimo  del  Ru- 
zante  (p.  174)  (1);  le  ecloghe  di  Antonio  Dionisi  (p.  25);  un  ms.  autografo 
del  1494  con  le  poesie  di  Giorgio  Sommariva  (p.  119)  (2);  un  cod.  con  la 
vita  di  Cristo  di  A.  Gornazzano  (p.  17);  il  copiosissimo  canzoniere  del  vero- 
nese Giusto  Pilonni  (pp.  64  sgg.).  Del  seicento  non  v'è  molto  di  notevole; 
forse  il  ms.  letterario  più  curioso  è  quello  che  contiene  le  Spine  delle  rose 
poetiche  di  Lodovico  Della  Chiesa  (pp.  19  sgg.).  Il  sec.  XVIII,  come  s'è  detto, 
ha  dato  a  questa  raccolta  di  testi  a  penna  un  grandissimo  contributo ,  ma 
r  importanza  di  esso  è  più  storica  che  letteraria.  Tuttavia  parecchie  cose 
interessanti  si  trovano  nella  sezione  della  drammatica  (pp.  164  sgg.);  né 
vanno  taciuti  un  cod.  di  poesie  del  Bettinelli  (p.  11)  e  specialmente  una  rac- 
colta autografa  di  rime  di  Giuseppe  Barctti  (pp.  4  sgg.). 

Sebbene  questi  pochi  cenni  non  servano  che  a  dare  un'idea  pallidissima 
delle  ricchezze  che  serba  la  Comunale  di  Verona,  crediamo  raggiunto  lo  scopo 
nostro  d'invogliare  i  lettori  a  procurarsene  cognizione  diretta.  In  ciò  non 
possono  desiderare  guida  più  sicura  di  quella  del  presente  Catalogo. 

R. 


GIACOMO  LEOPARDI.  —  Prose  scelte  ed  annotate,  ad  uso  delle 
scuole  secondarie,  dal  prof.  Giuseppe  Pinzi.  —  Firenze, 
R.  Beraporad  e  figlio,  1892  (16^  pp.  xv-254). 

A  breve  intervallo  dalle  poesie ,  scelte  e  annotate  dal  prof.  Martini  (3), 
vedono  ora  la  luce  le  prose  del  Leopardi,  con  commento  del  prof.  Giuseppe 
Pinzi.  N'è  editore  il  Bemporad  di  Firenze,  e  il  volume  si  raccomanda  per  la 
correzione  tipografica  e  la  nitidezza  dei  tipi. 

Nella  prefazione,  di  giusta  misura,  il  F.  ragiona  del  Leopardi  prosatore  e 
filosofo.  Discorre  da  prima  i  criteri  da  lui  seguiti  nello  scrivere,  mostran- 
dolo per  una  parte  seguace  della  tradizione  letteraria,  per  l'altra  felice  imi- 
tatore de'  prosatori  greci.  Vien  poi  a  parlare  del  valore  filosofico  delle  prose 
leopardiane;  e  svolgendo  o  riportando  giudizi  del  Barzellotti,  lo  riduce  alle 
dovute  proporzioni.  Tocca  poscia  della  forma  estrinseca  dei  dialoghi,  e  trova 
la  ragione  dell'avere  il  L.  scelto  a  interlocutori  personaggi  fantastici  o  ideali, 
nello  studio  di  nascondere  in  qualche  modo  la  unilateralità  (non  si  poteva 


(1)  Ne  diede  gik  conto  il  Wbxdbimbe  ìd  qoMto  GiontaU^  XYI,  426.  Vedi  per  un  altro  «eritio 
dal  Razaote  p.  139. 

(2)  Di  questo  lilerante  oodicetto,  par  troppo  aaaai  guaito,  inteade  oocapani  Tegr. 
Posero  finora  la  loro  atteniione  lal  Sommarira  il  Oiuliarì.  il  Neri,  Vitt.  Rosai. 

(8)  Vedi  qaeato  Oiomak,  XIX,  440. 


BOLLETTINO  BIBL10GRA.FIC0  295 

dire  proprio  altrimenti?)  delle  dottrine  in  essi  svolte;  concetto  giusto,  ma 
che  non  conviene  esagerare,  perchè,  a  giudizio  nostro,  il  L.  può  aver  ciò 
fatto  a  fine  di  attenuare  comechessia  l'impressione  dolorosa  che  quelle  do- 
vezno  lasciare  sull'animo  del  lettore  e  (perchè  non  anche?)  dei  genitori,  e 
farle  parere  piuttosto  un  sogno  della  mente,  che  un  prodotto  della  ragione. 
Esamina  infine  il  valore  etico  di  quelle  prose,  e  con  poche,  ma  efiìcaci  pa- 
role, cerca  di  mettere  in  guardia  i  giovani  lettori  contro  il  danno  che  po- 
trebbe loro  venire,  se  accettassero  senz'altro  le  disperate  teorie  dell'infelice 
Recanatese.  Noi  non  vogliamo  qui  discutere  sulla  maggiore  o  minor  conve- 
nienza del  programma,  che  assegna  come  lettura  scolastica,  e  quindi  poco 
meno  che  quotidiana,  agli  alunni  delle  scuole  secondarie  le  prose  del  L.  E 
fuor  di  dubbio  che  essi  non  possono  ignorare  un  prosatore  di  tanto  pregio; 
ma  altro  è,  a  parer  nostro,  conoscere  un  autore,  altro  farne  una  lettura  con- 
tinuata per  un  anno.  Ora  a  questo  proposito  crediamo  che  il  F.  abbia  lar- 
gheggiato fin  troppo ,  accogliendo  in  questa  raccolta  alcuni  scritti ,  ch'era 
meglio  tralasciare,  come,  per  esempio,  il  Dialogo  di  Plotino  e  di  Porfirio 
sul  suicidio ,  il  quale  pare  a  noi  che  faccia  lo  stesso  effetto  che  quello  del 
Galilei  sui  massimi  sistemi  :  chi  legge  accetta ,  in  sostanza ,  l'opinione  di 
colui  il  quale  nel  dialogo  sembra  essere  dalla  parte  del  torto  o  dell'errore. 
Ci  sarebbe  invece  piaciuto  veder  riprodotto  lo  scritto  su  le  traduzioni,  che, 
insieme  con  alcuni  giudizi  troppo  soggettivi,  contiene  osservazioni  preziosis- 
sime ;  la  gustosa  Proposta  di  premi  fatta  dall'Accademia  dei  Sillografi  ; 
molti  più  Pensieri  che  i  diciassette  recati  dal  F.  Questo  avrebbe  anche  con- 
ferito maggior  varietà  al  volume,  che  è,  quanto  alla  materia,  un  po'  troppo 
uniforme,  tanto  che  l'A.  stesso  più  volte,  alla  fine  di  uno  scritto,  è  costretto 
a  far  notare  come  il  L,  insista  sempre  sul  solito  ritornello  del  dolore  uni- 
versale. 

Delle  note  non  si  può  dire  che  bene,  se  ne  togli  qualcuna  troppo  succinta 
(p.  8,  n.  1),  qualche  altra  troppo  lunga  e  contenente  apprezzamenti  del  tutto 
soggettivi  (p.  191,  n.  2).  In  generale  il  F.  nelle  note  non  abbonda,  anzi  molto 
spesso  egli  ha  creduto  di  dover  omettere  pur  anche  le  citazioni  del  L.  A 
noi  sarebbe  parsa  opportuna,  per  non  dir  necessaria,  una  nota  a  p.  12,  su  la 
natura  dei  folletti  e  dei  «  figliuoli  di  Sabazio  ».  Potevasi  del  pari  citare  (e 
sarebbe  stata  una  notizia  di  più ,  sempre  utile  a  giovani  di  liceo)  il  titolo 
della  nota  tragedia,  da  cui  è  tolto  il  notissimo  verso: 

Voi  gli  aspettate  invan,  son  tatti  morti; 

segnare  qualche  riscontro  tra  il  Dialogo  della  natura  e  di  un  Islandese  e 
la  Circe  del  Gelli  ;  illustrare  il  nome  di  Pier  Vettori ,  filologo  de'  primi  al 
suo  tempo.  Del  resto,  come  alla  sovrabbondanza  di  materia,  cosi  alla  scar- 
sezza delle  note  di  cui  abbiamo  fatto  parola,  potrà  l'A.  rimediar. facilmente, 
se  il  suo  libro  avrà,  come  merita,  una  seconda  edizione. 

F.  Fo. 


296  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

ERNESTO  ÌAkSl.— Sulla  storia  del  teatro  italiano  nel  sec.  XVIJI. 
Studi.  —  Firenze,  Sansoni,  1891  (8**,  pp.  vi-424). 

Comodo  e  opportuno  riesce  questo  volume,  nel  quale  il  Masi  ha  raccolto 
cinque  suoi  scritti  già  altrove  pubblicati,  che  riguardano  un  soggetto  da  lui 
egregiamente  conosciuto,  la  storia  del  nostro  teatro  nel  secolo  scorso.  La 
lettura  del  volume  è  piacevolissima  anche  per  chi  non  si  occupi  particolar- 
mente di  quel  tempo,  giacché  TA.,  come  è  noto,  unisce  alle  doti  di  buon 
ricercatore  e  di  erudito  coscienzioso  quella  di  espositore  garbato  ed  arguto. 
Anche  le  ripetute  ed  esplicite  dichiarazioni  sul  metodo  negli  studi  di  storia 
letteraria,  ch'egli  viene  facendo,  mostrano  in  lui  una  chiarezza  d'idee  ed  un 
buon  senso,  che  purtroppo  oggi  non  sono  comuni  a  tutti  i  letterati  italiani. 

Della  raccolta,  trattandosi  di  cose  edite,  non  è  qui  il  caso  di  parlare  molto 
specificatamente.  Il  primo  e  l'ultimo  di  questi  studi  comparvero  già  in  altri 
libri  del  M. ,  ed  in  allora  noi  avemmo  a  dirne  qualcosa.  Infatti  il  lungo 
scritto  su  Carlo  Gozzi  e  le  sue  fiabe  teatrali  non  è  altro  che  la  introdu- 
zione ai  due  volumi  zanichelliani  delle  Fiube  usciti  nel  1885.  Come  potemmo 
riscontrare,  le  modificazioni  introdotte  in  questa  ristampa  sono  ben  poche  (1): 
tuttavia  il  M.  tenne  conto  di  ciò  che  gli  fu  osservato  in  questo  Giornale^ 
V,  465  sgg.  e  con  lealtà  che  non  è  di  tutti  lo  disse.  Rettificò,  pertanto,  ciò 
che  aveva  scritto  intorno  alle  fonti  della  Turandot  (p.  93)  (2)  e  notò  le  pio- 
cole  aggiunte  additategli  sulla  fortuna  delle  Fiabe  fuori  d'Italia  (pp.  liS  e 
149).  —  L'ultimo  scritto  del  libro,  quello  sul  Teatro  giacobino  in  Italia^  è 
riprodotto  tal  quale  si  legge  nell'altro  volume  del  Masi ,  Parrucche  e  san- 
culotti (3),  onde  può  essere  richiamato  questo  Giornale^  VI,  431-32  (4). 

Degli  altri  lavori  il  più  importante  è  quello  su  Giovanni  De  Gamerra 
e  i  drammi  lacrimosi ^  ottimo  saggio  di  uno  studio  più  esteso,  che  si  po- 
trebbe fare  con  profitto,  su  quella  apparizione  storicamente,  se  non  artisti- 
camente rilevante,  che  fu  il  dramma  sentimentale  borghese.  Lo  scritto  del 
M.  tocca  benissimo  della  genesi  di  quella  specie  di  dramma  ,  che  sorse  in 
Francia  col  Nivelle  de  la  Chaussée,  con  intendimenti  di  reazione  letteraria  e 
politica;  mentre  in  Italia  non  è  che  una  delle  molte  importazioni  francesi 
di  quel  tempo,  senza  alcun  significato  speciale.  Il  M.  parla  pure  dei  precur^ 
Bori  che  il  dramma  lagrimoso  ebbe  tra  noi ,  fermandosi  sulla  bilogia  Gol- 
doniana  della  Pamela^  inspirata  dal  romanzo  sentimentale  del  Richardson. 


(1)  Parecchi  errori  di  Htampa  della  prima  edizione  ricompaiono  inalterati  nella  seconda,  e  ciò 
specialmente  nei  riferimenti  di  vocaboli  stranieri.  Vedi ,  per  es.,  la  dtatione  sgrammatio&ta  del- 
VArchHf  delPHerrig  a  p.  cxux,  n.  1  della  prima  impressione  ed  a  p.  148,  n.  1  della  presente. 

(2)  Oggi  è  da  vedere ,  rispetto  ai  rapporti  della  Tttrandot  col  poeta  persiano  NiUmi  ,  quanto 
scrive  I.  Pizxi ,  Le  tomigUattMt  t  k  rtloMioni  tra  h  poMia  fnr$iana  •  \a  m%trns  Torino ,  1892, 
p.  18.  Il  nome  Torandot  vale  in  persiano  «  la  figlia  o  la  donsella  del  Toran  ». 

(8)  Milano,  1886,  pp.  271  i^. 

(4)  Dello  stadio  poco  felice  di  A.  PAOUca-Bnoui,  Sul  teatro gtaeobiitatd mi^fiaeobàto  in  lUUia, 
Milano,  1887,  pare  che  il  M.  non  ahbia  tonato  alcun  conto,  •  eradiuM)  sia  «aa  tnseoranxa  vo- 
InU.  Ctr.  questo  Oiomak,  XI,  280-82. 


BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO  297 

Ma  la  maggior  parte  dell'articolo  istruttivo  si  aggira  intorno  a  Giovanni 
De  Gamerra ,  tipo  curioso  di  avventuriere  sentimentale  e  girovago ,  nato  in 
Livorno  nel  1743,  morto  in  Vicenza  nel  1803,  vissuto  come  poeta  cortigiano 
in  varie  città  della  penisola  ed  in  Vienna,  ove  gli  fu  amico  il  Metastasio, 
avversato,  pel  suo  codinismo  politico,  dal  De  Goureil  e  dal  Batacchi,  sempre 
indebitato  nonostante  la  sua  non  comune  laboriosità ,  sempre  tenero  e  dis- 
posto al  sentimentalismo ,  nella  vita  come  nell'arte ,  fino  a  strappare  dalla 
fossa  gli  avanzi  della  sua  amata  Teresa  Calamai  per  poterli  tenere  nella  sua 
stanza.  Questo  bizzarro  uomo ,  autore  d'un  poema  interminabile  e  osceno 
sulle  infedeltà  coniugali  (la  Corneide),  fu  il  principale  interprete  italiano 
della  tendenza  lagrimosamente  borghese  del  dramma  iniziatasi  in  Francia. 
Se  non  c'inganniamo  peraltro,  il  M.  si  lasciò  troppo  invaghire  dalla  stranezza 
di  quella  figura,  che  illustrò  col  sussidio  di  molti  documenti  inediti,  e  invece 
trascurò  alquanto  la  sua  produzione  drammatica,  che  si  amerebbe  di  cono- 
scere un  po'  più  da  vicino.  Del  resto,  come  già  osservammo,  noi  riguardiamo 
questo  come  un  saggio  di  più  ampio  lavoro  sulla  drammatica  lagrimosa, 
giacché  i  seguaci  del  Gamerra  e  coloro  che  indipendentemente  da  lui  ten- 
nero il  medesimo  indirizzo  sono  qui  appena  nominati. 

Lo  scritto  su  Carlo  Gozzi,  le  sue  memorie  e  la  commedia  dell'arte,  è 
una  specie  di  recensione  allargata ,  fatta  con  competenza  ed  intendimento, 
alla  versione  inglese  delle  Memorie  inutili,  che  diede  nel  1890  John  Ad- 
dìngton  Symonds.  Grandi  elogi  fa  l'A.  dell'introduzione  premessa  a  quel 
libro:  la  dice  (e  non  è  dir  poco)  «  uno  de'  più  compiuti  lavori  »  fatti  sul 
Gozzi,  ed  oltracciò  «  un  nuovo  contributo  e  preziosissimo  recato  alla  nostra 
«  storia  letteraria,  il  quale  contributo,  per  quanto  attiene  alla  commedia  del- 
«  l'arte,  non  si  restringe  naturalmente  al  sec.  XVlll,  che  la  vide  morire,  ma 

«  risale  ai  tempi  nei  quali  essa  formò il  capitolo  più  originale  e  glorioso 

«  della  storia  dell'antico  teatro  italiano  »  (pp.  219-20).  11  M.  s'indugia  spe- 
cialmente nel  riassumere  quanto  il  Symonds  dice  della  commedia  dell'arte. 

Piacevolissimo  è  l'articoletto  su  Carlo  Goldoni  e  Pietro  Longhi,  pittore 
quest'ultimo  di  scene  domestiche  della  vita  aristocratica  veneziana.  Tra  i 
motivi  ritratti  da  lui  e  quelli  comicamente  trattati  dal  Goldoni  l'A.  istituisce 
un  arguto  parallelo,  che  poteva  riuscire  così  bene  solo  ad  un  profondo  co- 
noscitore, com'è  il  M.,  della  vita  del  secolo  scorso  in  genere  del  teatro  gol- 
doniano in  ispecie.  I  caratteri  dell'arte  del  Longhi  spiccano  assai  felicemente 
per  l'efficace  descrizione  che  l'A.  fa  di  molti  de'  suoi  quadretti  di  genere. 
Notevole  quanto  osserva  sulla  parte  che  ha  la  donna  così  in  quella  pittura 
come  nella  commedia  goldoniana.  In  quella  società  frolla  erano  le  donne 
che  comandavano  e  intrigavano.  La  differenza  massima  fra  il  pittore  ed  il 
poeta  è  questa:  il  Longhi  si  contenta  di  rappresentare,  mentre  il  Goldoni 
rappresenta,  deride  o  sferza,  cerca  correggere:  il  Longhi  è  un  puro  osser- 
vatore, il  Goldoni  sa  anche  essere  un  pensatore,  se  non  profondo,  sensato 
ed  onesto. 

Z. 


298  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

DELFINO  ORSI.  —  La  Passione  di  Sordevolo,  Studio  di  dram- 
matica popolare.  —  Milano,  Ricordi,  1892  (8°  picc,  p.  100). 

Il  Passionsspiel  di  Oberammergau,  paesello  delle  Alpi  Bavaresi,  ha  ormai 
una  intera  letteratura;  perchè  nessuno  si  occupa  della  Passione  dì  Sordevolo, 
nel  Biellese?  Una  domanda  simile  deve  essersi  rivolta  il  prof.  Orsi;  cnd'egli 
prese  a  studiare  con  amore  il  curioso  soggetto,  e  dopo  averne  dato  conto  in 
tre  articoli  della  Gazzetta  Piemontese  (1),  ne  fece  il  presente  gustosissimo 
libretto. 

E  davvero  ne  valeva  la  pena,  giacché  per  il  demopsicologo  e  per  il  cul- 
tore di  storia  della  drammatica,  la  Passione  di  Sordevolo  s'avvantaggia 
d'assai  su  quella  di  Oberammergau,  con  cui  ha  pure  non  poche  somiglianze. 
La  nostra  ha  luogo  ogni  cinque  anni ,  quella  tedesca  ogni  dieci  ;  l'una  in 
aprile,  l'altra  in  maggio.  In  entrambe  recitano  esclusivamente  contadini  e 
operai  del  paese,  non  attori  di  professione,  e  l'esecuzione  delle  parti  princi- 
cipali  è  affidata  sempre  ai  medesimi  individui ,  che  finiscono  col  formarsi 
cosi  una  vera  reputazione.  Ma  quanto  maggiore  è  l'ingenuità  della  rappre- 
sentazione di  Sordevolo  !  Certamente  anche  quella  di  Oberammergau,  quando 
in  origine  fu  istituita  per  un  voto  fatto  durante  la  peste  del  1634,  doveva 
avere  tutti  i  caratteri  della  schietta  produzione  popolare;  ma  oggi  non  li 
conserva  più.  Oggi,  checché  se  ne  scriva,  il  Passionsspiel  suscita  troppi  ri- 
chiami, troppa  curiosità,  e  quindi  é  divenuto  troppo  fastoso,  per  ridarci  l'as- 
setto antico  nella  sua  espressione  popolare  e  devota.  Si  pensi  che  solo  per 
completare  i  costumi  di  una  delle  ultime  rappresentazioni  di  Oberammergau 
furono  spesi  ben  24  mila  marchi  :  si  pensi  che  quei  costumi  sfarzosi  seguono 
perfettamente  gli  usi  del  tempo  e  che  gli  aggruppamenti  dei  personaggi  e 
le  loro  pose  sono  regolati  da  artisti ,  che  danno  loro  le  forme  tradizionali 
della  pittura  classica  sacra  (2);  si  pensi  che  la  musica  di  Oberammergau, 
dovuta  a  Rocco  Dedler  (f  1822),  é  cosi  profondamente  mistica  da  f;>r  andare 
in  visibilio  molti  conoscitori;  si  pensi  che  quelle  recite  si  annunciano  e  si 
descrivono  in  migliaia  di  giornali,  specialmente  tedeschi,  inglesi  ed  ameri- 
cani ,  sicché  a  vederle  si  muovono  in  folla  gli  stranieri ,  che  non  vogliono 
essere  disillusi,  e  facilmente  si  potrà  accorgersi  come  ormai  la  rappresenta- 
zione bavarese  sia  divenuta  qualche  cosa  di  ben  differente  da  un'ingenua 
produzione  popolare,  sgorgata  dalla  piena  del  sentimento  religioso.  In  essa 
ha  ora  luogo,  molto  più  di  quanto  si  crede,  l'artificio  dei  teatri  cittadini  e, 
quel  che  è  peggio,  la  speculazione  (ò). 

Nulla  invece  di  tuttociò  nella  Passione  di  Sordevolo.  Questa  riproduce 
ancora  il  testo  della  compagnia  del  Gonfalone,  che  fin  dal  cadere  del  XV  se- 


(1)  15,  18  e  21  aprile  1891. 

(2)  Per  etempio,  il  cenacolo,  è  tal  qoale  come  nel  celebre  afEresoo  di  Lionardo. 

(3)  Negli  accenni  alla  Pausiont  di  Oberammergan  1*0.  si  è  troppo  attenuto  ai  libri,  i  qaali  di- 
cono molte  volte  ciò  che  non  ò  (v.  pp.  16  e  90).  Tuttavia  egli  pure  rileva  (pp.  79-80)  che  nella 
PatMioné  del  Bielleee  v'ha  più  ingenuità. 


BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO  299 

colo  si  rappresentava  in  Roma  nel  Colosseo,  secondo  una  edizione  Torinese 
del  1728;  ma  vi  sono  introdotte  qua  e  là  delle  aggiunte  notevoli.  11  teatro 
è  costrutto  all'aperto,  in  modo  non  dissimile  da  quello  che  si  usava  per  le 
nostre  antiche  rappresentazioni  sacre.  Gli  attori  sono  tutti  popolani,  scelti 
dal  comitato  promotore,  che  recitano  senza  scuola,  per  pura  tradizione.  La 
loro  recitazione  è  di  solito  troppo  enfatica,  ma  convinta  e  piena  di  passione, 
sicché  gli  spettatori,  che  convengono  a  Sordevolo  solamente  dalle  vallate  e 
dai  territori  vicini,  se  anche  dapprincipio  sono  freddi  e  disposti  alla  burla, 
col  procedere  del  dramma  vi  prendono  interesse  e  non  riescono  a  sottrarsi 
alla  commozione.  Alcuni  personaggi  principali  finiscono  coll'essere,  inconscia- 
mente, veri  artisti,  specialmente  il  Giuda  ed  il  Cristo.  Le  ingenuità  dell'a- 
zione, che  sono  molte,  accrescono  pregio  al  dramma  di  popolo.  Curiosa,  ad 
esempio,  questa,  che  il  suggeritore,  vestito  alla  moderna  di  nero,  con  un 
grande  scartafaccio  in  mano,  si  va  aggirando  tra  la  folla  variopinta  dei  reci- 
tanti, per  esercitarvi  l'opera  sua  benefica  ovunque  faccia  mestieri.  Curioso 
che  gli  apostoli,  seduti  a  convito,  danno  prove  evidenti  del  loro  appetito  di 
montanari ,  senza  curarsi  troppo  delle  mistiche  frasi  del  loro  Maestro.  Cu- 
rioso il  ricordo  tradizionale  di  Cristi  sordevolesi,  che  si  ribellarono  alle  fiere 
percosse  dei  manigoldi.  Altro  che  la  lancia  meccanica  di  Oberammergau,  a 
punta  rientrante,  che  fa  sgorgare  il  sangue  dalla  ferita  con  tanta  natura- 
lezza da  far  accapponare  la  pelle  agli  astanti  I  Gli  episodi  comici  e  ridicoli, 
gli  assurdi  scenici  di  Sordevolo  sono  preziosi  per  l'osservatore,  che  in  essi 
ravvisa  le  traccie  del  dramma  veramente  popolare  e  può  crearsi  l'illusione 
d'assistere  ad  una  rappresentazione  sacra  dei  tempi  antichi  (1). 

L'O.  ha  redatto  il  suo  libretto  con  molta  coscienza.  Della  Passione  dà 
l'analisi  con  dei  saggi,  opportunamente  illustrati  con  buone  vignette  di  A. 
Montalti,  che  servono  a  porci  sott'occhio  la  pianta  e  il  complesso  del  teatro, 
il  panorama  di  Sordevolo,  molti  dei  singoli  personaggi.  Poveri  sono  invece 
i  raffronti  con  altre  Passioni,  poiché  evidentemente  l'A.  non  potè  disporre 
di  un  materiale  copioso;  ma  tali  raffronti  non  erano  punto  necessari  nel 
presente  opuscolo,  che  ha  intento  specialmente  descrittivo. 

Oltre  la  Passione,  si  solevano  un  tempo  rappresentare  a  Sordevolo  anche 
il  Giudizio  universale  e  la  Risurrezione.  Del  Giudizio  anzi  l'O.  ci  offre 
parecchie  notizie  desumendole  da  un  vecchio  ms.,  contenente  il  testo  che  si 
soleva  produrre  a  Sordevolo  (pp.  89-90).  Maggiori  informazioni  spero  di  po- 
terne dare  io  medesimo  in  seguito,  avendo  potuto  disporre  a  mio  agio  dello 
scartafaccio  che  serve  a  quella  curiosa  rappresentazione  in  altra  parte  del 


(1)  Qaante  sconTenienze  e  curiosità  d'ogni  genere  avessero  luogo  nelle  sacre  rappresentauoni , 
sappiamo,  oltreché  dai  testi  rimastici,  dalle  notizie  raccolte  segnatamente  dal  D'Ancona.  Gli  aned- 
doti che  si  raccontano  come  accaduti  in  quelle  recite  sono  talora  assai  bizzarri.  Voglio  aggiun- 
gerne uno ,  che  ricavo  da  certa  lettera  inedita  del  giureconsulto  bolognese  Floriano  Dolfo  al 
march.  Francesco  Gonzaga.  Il  Dolfo  dice  in  un  luogo:  «  V.  S.  fa  divero  ,  comò  disse  el  Fioren- 
«  tino  rapresentando  Christo  ne  la  croce,  percosso  dal  simulato  Longino  nel  vero  costato  per  er- 
«  rore.  Dicendoli  el  populo  che  seguisse  la  Ustoria,  può'  che  dicto  bavea  contumatum  eat^  respose  : 
«  ponetime  giù  che  io  son  consumato  da  di  vero  ».  La  lettera,  che  è  di  Bologna,  30  nov,  1493, 
si  trova  nell'Archivio  Gonzaga. 


300  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

contado  biellese.  Non  solamente  infatti  a  Sordevolo,  ma  anche  in  altri  vil- 
laggi di  quella  provincia  e  delle  finitime  si  tengono  delle  rappresentazioni, 
che  sono  vere  reliquie  di  drammi  sacri  più  o  meno  antichi.  Alle  brevissime 
notizie  che  già  ne  diede  il  D'Ancona  (1),  altre  qui  ne  aggiunge,  non  meno 
brevi,  l'A.  (p.  16).  11  soggetto  dovrà  essere  trattato  più  ampiamente,  come 
il  Pitrè  fece  per  la  Sicilia,  il  Torraca  pel  Napoletano,  il  D'Ancona  per  la 
Toscana. 

R. 


(1)  Origini  del  teatro*,  II,  227  e  587. 


COMUNICAZIONI  ED  APPUNTI 


Spigolature  Ariostesche.  —  Non  sarà  discaro  agli  studiosi  ch'io  pre- 
senti loro  qualche  nuovo  documento  relativo  all'Ariosto.  Grandi  cose  non 
sono  davvero,  ma  lo  scrittore  è  cosi  illustre  e  d'altra  parte  il  materiale  sto- 
rico che  s'è  finora  pubblicato  sul  conto  suo  è  così  scarso  e  monco,  che  vai 
la  pena  di  raccogliere  ed  oflfrire  agli  eruditi  anche  le  briciole. 

Il  sig.  G.  E.  Pollak  mi  favorì  gentilmente,  da  Londra,  la  copia  di  tre  do- 
cumenti nuovi  da  lui  scoperti  nel  Museo  Britannico.  Senza  alterarne  il  ca- 
rattere, io  ne  riduco  razionalmente  la  grafia  e  li  stampo  con  qualche  illu- 
strazione. —  Il  primo  è  un  privilegio,  che  può  aggiungersi  alla  collezione 
di  quelli  riuniti  dal  Gappelli.  Gon  esso  anzi  il  Duca  di  Milano  viene  a  ri- 
petere a  favore  degli  eredi  di  mess.  Ludovico ,  un  semestre  circa  dopo  la 
morte  di  lui,  ciò  che  al  poeta  medesimo  aveva  concesso  col  privilegio  del 
20  luglio  1531  (1),  che  è  esemplato  su  quello  (16  genn.  1531)  rilasciato  dal 
signore  di  Mantova  (2).  Ecco  pertanto  il  nuovo  privilegio  quale  si  legge  nel 
cod.  2014-5  della  collezione  Egerton,  acquistata  dal  Museo  il  13  marzo  1866  (3): 

Havendo  il  nostro  Ill.mo  S.r  Duca  concesso,  per  sue  patente  littere  date  in  Milano  alli  viu  de 
Agosto  1533  proximo  passato,  alli  heredi  del  quond.  mess.  Ludovico  Ariosto  da  Ferrara,  che  nessuna 
altra  persona  che  essi  heredi  e  chi  haverà  facultà  da  loro  possano  stampar,  né  stampate  vender  o  far 
vender,  nel  dominio  di  sua  Ex.tia  le  opere  di  Orlando  Forioso,  né  anchora  alchuna  altra  opera 
latina  né  volgare  dil  predicto  mess.  Ludovico  Ariosto  per  il  spatio  de  diece  anni  prosimi  faturi, 
incominciando  da  la  data  de  le  altfe  patenti ,  che  già  Sua  Ex.tia  concesse  a  ditto  Ariosto,  che 
turno  dat«  a'  20  JuUij  1531  ,  sotto  pena  di  perder  li  libri  che  si  trovarano  haver  et  un  scudo 
per  ciascun  volume,  da  esser  aplicati  la  mittà  alli  ditti  heredi  et  il  resto  a  la  Sua  Ducal  Camera, 
corno  più  apieno  apar  per  dette  patente  registrate  ne  la  Cancelleria;  per  tanto  per  parte  del 
Mag.co  et  Clar.mo  dottor  mess.  Gio.  Battista  Speccano,  generale  Cap.eo  di  questa  cita  de  Milano, 
et  in  questo  giudice  et  executore  subdellegato  dal  predicto  Ill.mo  S.r  Daca,  ad  instantia  de  li 
predicti  heredi  si  fa  comandamento  a  tuti  li  librari  di  questa  inclita  città  et  di  tutto  el  dominio 
dì  sua  Ex.tia  et  a  qualunque  altra  persona,  che  per  lo  advenir  non  ardiscano  stampar  né  stam- 
pato altrove  che  in  Ferrara  vender  o  far  vender  le  predicte  opere  di  Oblamdo  Furioso,  né  altra 


(1)  Lettere  di  Lodovico  Ariosto.  3a  ediz.  del  Cappelli.  Milano,  1887,  p.  356. 

(2)  flettere,  p.  354.  La  grande  simiglianza  dei  due  documenti  si  spiega  con  la  lettera  dell' A- 
riosto  al  residente  Estense  in  Milano,  Nicolò  Tassoni  (p.  282),  nella  quale  accludeva  copia  del 
privilegio  mantovano,  manifestando  il  desiderio  che  ad  esso  si  uniformasse  il  Duca. 

(3)  Questo  cod.,  mi  scrive  il  sig.  Pollak,  contiene  anche  lettere  di  artisti  eminenti  italiani, 
quali  il  Perag^no,  Tiziano,  Giulio  Romano. 


302  COMUNICAZIONI   ED   APPUNTI 

opera  lattina  o  volger  del  predicto  mess.  Ludovico  Arìosti  senza  expressa  liceniia  de  li  detti  he- 
redi  0  suoi  procnratorì ,  sotto  la  pena  che  si  contiene  ne  le  dette  patente  concesse  loro  dal  pre- 
dicto ni.Tno  S.r  Daca  ,  dichiarando  che  passati  otto  giorni  dal  d)  d'ogi  tutti  quelli  che  si  troTO- 
rano  haver  apresso  di  sé  o  render  o  far  vender  detti  libri  d'OsLAKDO  Furioso  senza  consentimento 
de  detti  heredi  o  suoi  procuratori  se  intenderano  comò  incorsi  in  ditta  pena  et  contra  essi  si  farà 
la  execatione  inremisibilraente.  Die  octavo  Jan.  1534. 

Importanza  maggiore  hanno  senza  dubbio  due  lettere  dell'Ariosto  inedite, 
che  vengono  ad  accrescere  il  bagaglio,  scarso  anzichenò,  di  quelle  che  ab- 
biamo già  a  stampa.  Una  di  es«e,  diretta  ad  un  N.  Zardino,  che  ignoro  chi 
fosse,  è  nel  voi.  25036  dei  mss.  addizionali,  entrati  nel  Museo  Tanno  1875  (1). 

Hag.ce  mihi  hon.me.  Perchè  la  vicinanza  che  hanno  queste  terre  l'nna  con  l'altn,  tanto  dap- 
presso subiette  a  tre  dominij,  de' signori  Fiorentini,  de'  Lucchesi  et  del  Signor  mio,  è  gran  causa 
che  li  banditi  di  ciascuno  di  questi  tre  stati  hanno  pocha  paura  de  la  Ragione,  et  securamente 
stanno  nel  paese,  perchè  hanno  da  presso,  quando  sono  cacciati  da  un  lato,  dove  potersi  rìcoprar 
in  un  altro,  et  io  desiderando  di  proveder  a  questo,  n'ho  scritto  al  Signor  mio,  et  Sua  Ex.tia  mi 
ha  commesso  ch'io  ne  scriva  a  Y.ra  Hag.tia  et  al  Capitano  di  Pietrasanta  et  a  quello  di  Barga, 
pregandovi  che  siate  contenti  di  operare  con  la  Repubblica  Fiorentina  che  sia  contenta  che  si 
rinovi  una  conventione  et  patto,  che  già  tra  questo  ducale  Stato  soleva  esser  et  quello  de  li  pre- 
fati Sig.ri,  cioè  che  nisuno  il  qual  per  alcuno  enorme  delitto,  come  rebellione ,  assassinamento 
et  homicidio  volontario,  fusse  bandito  dal  Stato  dei  Sig.ri  Fiorentini  potesse  esser  sicuro  in  qntvtn 
ducale  provintia  et  e  converso.  Io  adunque  per  exequir  tal  commissione  et  altretanto  perchè  la 
justitia  havesso  meglio  suo  loco,  pregho  V.  M.  che  faccia  ogni  opera  possibile  che  siegna  qaesta 
unione,  acciò  che  li  delinquerti  non  habbiano  tanta  licentia,  offerendone  io  a  Y.  M.  perpetoa 
obligatione,  a  la  quale  sempre  mi  offero  et  raccomando.  Castelnovi,  16  oct.  1522. 

Di  V.  M. 

Lodovico  Abiosto  Dnc.le  commissario. 

Come  è  facile  scorgere  a  prima  giunta,  questa  lettera  è  scritta  dalla  Gar- 
fagnana,  durante  il  commissariato  dell'Ariosto  colà,  che  durò  dal  febbraio 
1522  al  giugno  1525.  Tutti  sanno  che  in  quell'occasione  il  poeta,  del  resto 
COSI  inclinato  alla  vita  pacifica  e  senza  cure,  si  palesò  reggitore  accorto, 
giusto,  energico  e  mite  nel  tempo  stesso.  Le  condizioni  del  paese  erano  tri- 
stissime: le  discordie  intestine  lo  travagliavano  e  sopratutto  v'era  copia  stra- 
bocchevole di  briganti,  che  trovavano  asilo  in  quelle  montagne  ed  in  quei 
borghi,  sempre  in  assetto  di  guerra,  sempre  pronti  a  passare  l'uno  o  l'altro 
dei  confini  delle  tre  signorie  ivi  accostate,  la  fiorentina,  la  lucchese,  l'estense. 
Ogni  giorno  doveva  il  povero  Ariosto  empire  dei  fogli  e  spacciarli  al  Duca, 
or  per  consiglio,  or  per  aiuto,  \  Si  che  i  ladron,  ch'ho  d'ognintorno  scacci, 
E  non  solo  al  Signor  suo  gli  era  forza  scrivere,  ma  doveva  pure  intendersi 
coi  Signori  limitrofi ,  onde  abbiamo  a  stampa  tante  lettere  di  lui  agli  uffi- 
ciali della  repubblica  di  Firenze  ed  agli  Anziani  di  Lucca  (2).  Vedeva  egli 


(1)  Il  medesimo  ms.  reca  lettere  di  Orazio  e  Claudio  Ariosto. 

(2)  Queste  lettere  di  negozi,  scritte  dalla  Garfagnana,  costitoiscono  la  parte  maggiore  delPepi- 
stolario  ariostesco,  quale  oggi  ci  ò  dato.  Il  Captklli  (Prefks.  alle  lÀtt»r$  éUWAr.,  p.  Lzzxtx  n.) 
accennò  a  documenti  ancora  inediti  di  quel  periodo.  L' amico  eav.  Sforza ,  nel  suo  prossimo  vo- 
lume sull'Ariosto,  li  stamperà  tniti,  SMendo  ora  le  carte  di  Castelnaovo  passate  nelP  Archivio  di 
Stato  in  Massa.  La  storia  del  oomminariato  verri  rifiatta  sa  baie  naova,  e  molte  notizie  impor- 
tanti e  sconosdatissime  entreranno  nel  dominio  generale.   Sinora  il  meglio  che  intorno  alla  gè- 


COMUNICAZIONI  ED   APPUNTI  303 

particolarmente  necessario  il  venire  a  patti  determinati  rispetto  alla  estra- 
dizione dei  banditi ,  cosa  che  a  noi  moderni  sembra  ovvia  quanto  ragione- 
vole, ma  che  a  quei  tempi  in  cui  tutti  i  governi  vivevano  in  tanto  sospetto  e 
gelosia  l'uno  dell'altro,  non  era  punto  tanto  agevole  a  conseguire  (1).  Il  do- 
cumento sopra  riferito  concorda  pienamente,  persino  in  alcune  frasi  iden- 
tiche, con  la  lettera  agli  Anziani  di  Lucca  del  9  ott.  1522  (2),  scritta  poco 
dopo  che  il  nuovo  commissario  aveva  ottenuto  licenza  dal  suo  padrone  di 
iniziar  quelle  pratiche  (3).  Lo  Zardino,  cui  l'Ariosto  si  dirige,  doveva  essere 
un  capitano  de'  Fiorentini  in  qualcuna  delle  terre  circostanti,  che  non  sarà 
difficile  il  riconoscere  a  chi  possa  valersi  di  documenti  regionali  del  tempo  (4). 
D'altro  argomento  si  occupa  la  seconda  lettera,  che  si  legge  in  quel  me- 
desimo cod.  Egerton  da  cui  è  ricavato  il  privilegio.  È  diretta  al  Duca  di 
Mantova  e  suona  cosi: 

Ill.mo  et  ex.mo  Signor  mio  obser.mo.  Havendo  io  di  nuovo  ristampato  il  mio  Orlando  Furioso 
.  e  meglio  corretto  che  non  era,  e  fattogli  qualche  additione,  mi  è  parnto  esser  mio  debito,  per  la 
servitù  ch'io  ho  con  la  V.  Ex.tia  di  fartene  coppia,  persuadendomi  di  farle  cosa  grata;  né  prima 
son  per  pnblicar  gli  altri  libri  ch'io  sappia  che  Y.  Ex.tia  habbia  havuto  questo,  il  quale  le  mando 
per  uno  che  già  fu  servitor  del  nostro  mess.  Coglia  et  al  presente  habita  in  Mantova,  al  quale, 
pel  servitio  che  mi  fa  di  portare  questo  libro ,  et  che  è  stato  più  di  tre  dì  ad  aspettare  che  si 
finisca,  parendomi  haver  di  non  poco  obligo,  lo  raccomando  a  V.  Ex.tia  in  certa  cosa  che  cerca 
di  ottenere  da  essa  et  in  Iwna  gratia  di  quella  mi  raccomando  sempre.  Ferrariae,  octavo  oct.  1532 

Di  V.  Ex.tia  dedit.mo  servitore 
Ludovico  Ariosto. 

I  rapporti  del  poeta  nostro  con  i  Gonzaga  durarono  sempre  cordialissimi 
sin  dal  1507  quando,  giovane  poco  più  che  trentenne,  egli  si  recava  a  Man- 
tova per  congratularsi ,  in  nome  del  card.'  Ippolito  d'Este  (nel  cui  servigio 
era  entrato  l'anno  1503),  con  la  marchesa  Isabella,  che  il  28  genn.  s'era 
sgravata  con  tanta  fatica  e  dolore,  da  far  temere  de'  giorni  suoi  (5).  Veniva 


stione  pubblica  dell'Ariosto  sia  stato  scritto  sta  nelle  pagine  diligenti  e  nutrite  che  ad  essa  con- 
sacrò il  Campori  nella  seconda  parte  (pp.  91  sgg.)  delle  Notizie  per  la  vita  di  Lodovico  Ariosto, 
Modena,  1871.  Cfr.  Terrazzi,  Bibliografia  Ariostesca  ,  Bassano ,  1881,  pp.  18-20.  Ter  la  storia 
amministrativa  di  quelle  borgate  potrà  oggi  essere  consultato  lo  speciale  articolo  di  C.  De  Stk- 
FAHi,  Ordini  amministrativi  dei  comuni  di  Garfaqnana,  in  Ardi.  stor.  ital. ,  Serie  V,  voi.  IX, 
pp.  31  sgg. 

(1)  Vedi  Campori,  Op.  cit.,  pp.  132-134. 

(2)  Lettere,  p.  70. 

(3)  Lettere,  p.  61 ,  a  Obizo  Remo,  in  data  2  ott.  1522.  L'Ariosto  scrive:  «  Mi  piace  che  '1 
«  Sig.r  sia  contento  eh'  io  pigli  accordo  con  Sig.ri  Lucchesi  e  Fiorentini  che  li  lor  banditi  non 
«  sieno  sicuri  sul  nostro,  ni  li  nostri  sul  loro:  io  tratterò  la  cosa  matnratamBnte  si  che  vada  di 
«  pari,  e  non  abbino  vantaggio  da  noi  ». 

(4)  Nella  lettera  si  nominano  Barga  e  Pietrasanta,  di  cui,  specie  della  prima,  è  frequente  men- 
zione nella  corrispondenza  stampata.  Barga  era  allora  dominata  dai  Lucchesi ,  Pietrasanta  dai 
Fiorentini. 

(5)  Lettera  del  marito  a  Niccolò  da  Correggio ,  in  data  28  genn.  1507 ,  nel  L.  194  del  Copia- 
lettere del  Marchese  (Arch.  Gonzaga):  «  Questa  mattina  alle  xiv  bore  sopragionsero  le  doglie  dil 
«  parto  a  la  Ill.ma  nostra  consorte  et  alle  xviu  hebbe  partorito.  Il  male  fu  breve ,  ma  tanto 
«  grande  et  acuto,  che  poco  è  manchato  non  gli  babbi  lassata  la  vita ,  et  senza  dubio  se  la  co- 
«  matre  Frasina  non  era ,  lo  Hl.mo  S.r  Duca   perdeva  una  sorella  et  noi  la  mogliera  et  uno  be- 


304  COMUNICAZIONI   ED   APPUNTI 

allora  a  Mantova  l'Ariosto  con  due  lettere  del  cardinale,  l'una  diretta  al  Mar- 
chese Francesco  e  l'altra  alla  Marchesa  (ì):  la  quale  ultima  faceva  ringra- 
ziare  il  fratello  dal  Capilupo,  dicendogli  che  il  messo,  anche  per  conto  suo, 
le  aveva  «  addutta  gran  satisfatione ,  havendomi  cum  la  narratione  de  l'o- 
«  pera  che  compone  facto  passare  questi  due  giorni  non  solum  senza  fastidio, 
«  ma  cum  piacere  grandissimo  »  (2).  E  Isabella,  con  quel  suo  mirabile  in- 
telletto  d'arte,  continuò  poi  sempre  a  seguire  col  massimo  interesse  l'opera 
poetica  di  Ludovico,  sicché  non  senza  ragione  fu  attribuito  a  merito  di  lei 
se  il  poeta  diede  opera  solerte  per  condurla  a  fine  (3).  Nelle  frequenti  gite 
a  Ferrara,  la  Marchesa  s'informava  sempre  dei  progressi  del  Furioso^  e  l'A- 
riosto non  esitava  a  leggerne  qualche  brano  (4),  sicché  anche  il  Gonzaga  era 
impaziente  di  conoscere  quel  poema  (5).  Quando  nel  1515  si  trattò  di  affi- 
darlo la  prima  volta  alla  stampa,  l'Ariosto,  per  mezzo  del  card.  Ippolito, 
chiese  passaggio  libero  pel  Mantovano  della  carta  necessaria ,  che  doveva 
provenire  da  Salò,  e  gli  fu  accordato  (6).  Il  poema,  che  portava  le  lodi  dei 
Gonzaga ,  uscì  la  prima  volta  in  Ferrara ,  per  maestro  Giovanni  Mazzocco 
dal  Bondeno,  il  21  aprile  1516,  ed  il  25  maggio  Francesco  Gonzaga  gli  ac- 
cordava privilegio  grazioso ,  proibendo  che  ne'  suoi  Stati  1  opera  si  ristam- 
passe e  mostrando  verso  il  poeta  le  migliori  disposizioni  d'animo  (7).  Da  un 
documento  sinora  sconosciuto  sappiamo  che  Ludovico  era  venuto  in  persona 
a  Mantova,  per  regalare  ai  Gonzaga  le  prime  copie  det  jioema.  Ippolito  Ca- 
landra scrive  al  giovane  Federico  Gonzaga  il  7  maggio  1516:  «  Non  eri, 
«  l'altro,  vene  in  questa  terra  mess.  Ludovico  Ariosto  gentilhomo  ferrarese, 
«  quale  ha  portato  una  capsa  di  libri,  li  qualli  lui  ha  composto  sopra  a  Or- 

«<  landò Lui  ne  ha  donato  uno  all'Ili. ■"«'  S/  vostro  patre  et  uno  a  Mad."» 

«  vostra  matre  et  uno  al  R."""  Cardinale:  li  altri  lui  li  vole  far  vendere  > 
(Arch.  Gonz.).  Né  solo  ai  destini  del  poema  tennero  dietro  i  Gonzaga,  ma 
anche  a  quelli  delle  commedie  ariostesche.  Bernardino  Prosperi ,  che  con 
tanta  diligenza  teneva  informata  Isabella  di  quanto  accadeva  in  Ferrara,  le 
aveva  anche  dato  ragguaglio  delle  fortunate  rappresentazioni  delle  commedie 
di  mess.  Ludovico  (8),  ond'è  naturale  che  nell'animo  dei  Gonzaga  s'accen- 
desse il  desiderio  d'averne  copia,  per  leggerle  e  forse  produrle  sulle  loro 


«  liasimo  figliolo.  Grande  obligatione  haveiuo  alla  comatre  Frasina  per  li  altri  parti,  ma  qaeito 
«  ni  la  fo  magiore  ».  Chiede  quindi  per  lei  una  grazia.  Il  neonato  era  Ferrante,  che  doTVva  poi 
distingaersi  nelle  armi  e  governare  la  Sicilia  e  la  Lombardia. 

(1)  La  lettera  d'Ippolito  al  Marchese  fti  pubblicata  dal  CAMroRi ,  Op.  ctf.,  p.  33.  il  qoal*  ac- 
cenna anche  all'altra,  diretta  ad  Isabella.  Questa  riproduce  le  medesime  frasi  ondosa  ssan al- 
cuna aggiunta  notévole. 

(2)  Archivio  Estense;  data  3  febbr.  1507.  La  lett.  fu  edita  dal  TimasosCHi,  Storia ,  sdis.  àb- 
ionelli,  VII,  1668  n. 

(3)  CanroBi,  p.  82. 

(4)  UlUr»  d«U'Ario$to,  p.  22. 

(5)  Vedi  la  cit.  lett.  (p.22)  in  data  14  luglio  1512  e  la  risposta  del  Marchese  pubblicata  da 
A.  BiRTOLom  nel  Bibliofilo,  IX,  56. 

(6)  Vedi  Camposi,  pp.  56-59  e  ImìUt*  d«W Ariosto,  p.  SS9. 

(7)  Lttttrt  d«ir Ariosto,  p.  352. 

(8)  Caxpoki,  pp.  67  agg. 


COMUNICAZIONI   ED   APPUNTI  305 

scene.  Ha  la  data  6  giugno  1519  la  lettera  con  cui  l'Ariosto  mandava  al  si- 
gnore di  Mantova  (non  più  Francesco,  ma  Federico)  la  sua  Cassarla  (1)  ; 
ma  solo  molto  tempo  dopo,  non  quella  commedia,  ma  i  Suppositì  apparvero 
sulle  scene  mantovane  (2).  La  ragione  di  ciò  sta  per  avventura  nell'avere 
l'Ariosto  dato  forma  poetica  alle  sue  produzioni  comiche ,  rendendole  così 
poco  gradite  a  Federico,  che  reputava  meglio  adatti  alla  recitazione  i  drammi 
prosaici  (3). 

Nel  febbraio  1521  usci  in  Ferrara,  per  Giov.  Batt.  da  la  Pigna,  la  seconda 
edizione  del  Furioso  curata  dall'autore,  sempre  in  quaranta  canti,  ma  con 
molte  mutazioni.  È  probabile  che  ad  essa  appunto  alludesse  il  march.  Fe- 
derico, quando,  nell'ottobre  di  quell'anno,  scriveva  ad  Ippolito  Calandra  che 
gli  inviasse  al  campo  il  Furioso  insieme  con  l'Innamorato  e  col  Morgante  (4), 
poiché  è  impossibile  ammettere  che  l'Ariosto,  cosi  fedel  servitore  ai  Gon- 
zaga, non  facesse  loro  tenere  anche  la  sua  seconda  edizione.  Ma  con  grave 
dispiacere  dell'autore,  le  ristampe  illegittime  del  fortunato  poema  si  susse- 
guirono e  si  moltiplicarono  ben  tosto,  e  mentre  egli  con  accurato  lavoro  di 
lima  cercava  renderne  il  testo  sempre  più  forbito  ed  efficace,  gli  stampatori 
glielo  venivano  deturpando  per  conto  loro  con  modificazioni  cervellotiche  e 
con  errori  tipografici.  Ond'è  che  egli,  sentendo  già  il  peso  degli  anni,  volle 
prima  di  chiudere  gli  occhi  vedere  una  nuova  stampa  di  quei  figliuolo  pre- 
diletto del  suo  genio  poetico,  stampa  definitiva,  con  l'aggiunta  di  sei  canti, 
per  la  quale  pensò  di  premunirsi  contro  il  maltalento  e  l'avidità  altrui.  Mu- 
nito di  nuovi  privilegi,  comparve  il  Furioso  nella  terza  edizione  originale, 
in  46  canti,  il  l»  ottobre  1532  in  Ferrara,  per  Francesco  Rosso  da  Valenza  (5), 
ed  il  Duca  di  Mantova,  come  il  padre  suo,  concesse  transito  libero  per  i  suoi 
Stati  alla  carta  necessaria  per  imprimere  quei  volumi  (6).  Com'era  dovere, 
il  riconoscente  poeta  non  mancò  di  inviare  alla  famiglia  Gonzaga  le  prime 
copie  della  nuova  e  definitiva  edizione.  Si  avevano  a  stampa  le  lettere  con 
cui  le  accompagnò  ad  Isabella  (7)  ed  alla  Duchessa  di  Mantova,  Margherita 


(1)  Lettere  deW  Ariosto ,  p.  30.  L'autografo  di  questa  lettera,  pubblicata  la  prima  volta  dal 
D'Abco,  Notizie  di  Isabella  Estense,  Firenze,  1845,  p,  115,  fu  venduto  all'asta  in  Parigi  nel  1863. 
Cfr.  Bibliofilo,  III,  22.  La  risposta  del  Marchese,  12  giugno  1519,  trovasi  edita  nel  Bibliofilo,  IX,  56. 

(2)  Nel  1553  e  1563.  Vedi  D'Ascoka,  Origini^,  U,  402  e  442. 

(3)  Vedi  Lettere  deW  Ariosto,  pp.  290,  291,  295  e  cfr.  quanto  è  detto  in  proposito  nel  BoUeU 
tino  del  presente  fascicolo,  ove  si  parla  del  libro  di  N.  Campanini  sui  prologhi  dell'Ariosto. 

(4)  Bibliofilo,  IX,  160. 

(5)  Per  la  storia  delle  edizioni  del  Furioso  rimando  alle  molte  notizie  raccolte  dal  Febsazzi, 
Bibliogr.  Ariostesca,  pp.  61  sgg.  Le  prime  edizioni  sono,  come  è  noto,  d'una  estrema  rarità.  A 
ciò  contribuì  la  diffusione  che  il  poema  subito  s'acquistò.  Cfr.  BoMai,  Annali  di  Gabriel  Giolito, 
I,  70-71  e  G.  Makzow  nel  Bibliofilo ,  HI ,  ni  8-9  e  IV,  no  1.  Tra  la  ediz.  del  '16  e  quella  del 
'32  sì  fecero  ben  18  altre  stampe. 

(6)  Lettere  dell'Ariosto,  pp.  284  e  289.  L'ordine  di  passo  libero,  impartito  da  Federico,  si  legge 
nel  Bibliofilo,  Vili,  24. 

(7)  Lettere,  p.  302.  È  questa  una  delle  lettere  di  Ludovico  più  volte  ristampate.  La  graziosa 
risposta  del  15  ott,,  con  cui  Isabella  si  riprometteva  grande  piacere  dalla  nuova  lettura  del  poema 
e  desiderava  si  presentasse  occasione  di  mostrare  all'Ariosto  «  l'affectione  singulare  »  che  nutriva 
verso  di  lui,  a  cagione  delle  sue  «  rarissime  virtù  »,  può  leggersi  in  D'Aeco,  Notizie  d' Isabella, 
p.  121. 

eiomaU  storico,  XX,  fase.  58-59.  20 


306  COMUNICAZIONI   ED   APPUNTI 

Paleologa  (1):  ora  compare  anche  quella  che  fu  diretta  un  giorno  prima  a 
Federico  Gonzaga.  Il  documento  del  Museo  Britannico  viene  pertanto  a  com- 
pletare la  serie  delle  accompagnatorie  dell'ediz.  1532  ai  Gonzaga.  Le  tre  let- 
tere, quantunque  abbiano  il  medesimo  intento,  sono  diverse  per  intonazione 
e  particolari;  con  quella  a  Margherita  il  poeta  vuole  .segnare  il  <  principio 
«  di  sua  servitù  »  per  quella  principessa,  entrata  da  poco  nella  casa  princi- 
pesca mantovana;  m  quella  a  Federico  calca  sulla  riconoscenza  che  ha  verso 
la  casa  suddetta  e  sulla  primizia  del  libro,  che  non  sarà  posto  in  vendita 
prima  che  la  copia  inviata  non  sia  in  mano  del  Duca;  in  quella  alla  ormai 
vecchia  Marchesa  v'è  l'espansione  d'una  verace  simpatia  e  d'una  devozione 
eccezionale.  Prima  di  morire  (che  l'Ariosto  passò  di  questa  vita  nel  giugno 
dell'anno  successivo)  potè  egli  ancora  trovarsi,  per  un  tempo  non  breve  (2), 
accanto  a  lei  in  Mantova  nel  novembre  del  1532,  nella  quale  occasione  pre- 
sentò di  sua  mano  il  poema  all'imperatore  Carlo  V  (3). 

Restano  per  tal  modo  sommariamente  richiamate  le  principali  relazioni 
che  il  grande  poeta  reggiano  ebbe  con  la  famiglia  dei  Gonzaga  in  genere 
e  con  la  Marchesa  Isabella  in  ispecie.  A  completare  le  quali  non  sarà  dis- 
caro che  riporti  ancora,  estraendola  dall'Archivio  Gonzaga,  una  lettera,  per 
quanto  so  del  tutto  inedita  e  sconosciuta,  con  la  quale  nel  1516  l'Ariosto 
chiedeva  con  bel  garbo  alla  Marchesa  Isabella  l'esenzione  dal  dazio  per  certo 
vino  ed  altre  cose  commesse  da  Ippolito,  fratello  di  lei: 

111. ma  et  Ex. ma  Signora  mia, 

Essendomi  a  di  passati  accaduto  d'andare  a  Milano,  lo  Ill.mo  et  R.mo  mio  patrono  Car.le  fra- 
tello di  y.  Ex.  mi  diede  commissione  che  al  mio  ritorno,  il  qoale  havevo  a  far  per  nare,  io  gli 
facesse  condarre  certa  quantità  di  vino  et  altre  robe  che  mi  conse^piaria  il  sao  Vicario  là,  per 
oso  di  Sua  Sig.ria,  et  così  ho  fatto  et  per  le  terre  de  la  Maiestà  Crist.ma  ho  sin  qui  a  Viadana 
condutto  ditte  robe  senza  pagamento  di  datio  o  impedimento  alcuno  per  una  patente  ch'ò  haata 
dal  generale  di  Savoia.  Hora  ch'io  son  venato  qui  a  Viadana,  li  datiari  de  V  Ill.mo  Sig.re  ICar- 
chese  hanno  fatto  instantia  perch'io  paghi,  il  che  havrei  fatto  sabito  più  presto  che  di  ciò  dare 
molestia  a  Y.  Ex.tia ,  ma  ho  dubitato  di  far  cosa  che  le  dispiaccia ,  et  per  questo  son  rimaso  in 
compositione  con  li  daciari  di  scrivere  a  V.  Ex.tia ,  et  non  dando  essa  loro  risposta  alcuna  di 
quello  che  habbiano  a  fiire,  il  mio  nochiero  alla  tornata  ha  promesso  di  satisfar  loro;  coA  mi  è 
pano  di  dame  aviso  a  V.  Ex.tia  ,  la  quale  farà  circa  ciò  quello  che  le  parerti ,  et  farò  il  simile 
agli  altri  dacìj  di  Mantnana  quando  non  mi  vogliano  lasciar  passar  liberamente,  cioè  che  darò 
lor  promessa  del  nocchiero  che  alla  tornata  li  satisf^cia.  Y.  Ex.tia  non  uà  scordi  eh'  io  le  sono 
deditÌB.simo  servitore.  Alla  qoale  humilmente  mi  raccomando. 

Viadane,  xii  novembris  MDXYI. 
Di  Y.  Ex. 

hamilis  et  dedit.mos  serritor 

LUDOVIOUS  AUOSTOS. 

Isabella  rispondeva  con  questo  biglietto,  che  si  trova  nel  L.  33  del  suo 
Copialettere  particolare  : 

Sp.  et  doctisB.  amico  noster  cariss.  —  Havemo  risto  per  la  vostra  de  xzt  de  qaesio  quanto  ce 
scrivete  circa  qaelle  robbe  condotte  a  Ferrara  che  sono  del  R.mo  et  Ill.mo  S.r  Car.le  nostro 
hon.mo  fhitello;  baremo  fktto  intendere  al  Potestà  nostro  de  Yiadana  che  commetti  alli  datiar^ 


(1)  Lttttrt,  pp.  80»4. 

(2)  Un  mese,  dice  egli  stesM  serirendo  a  Onidnbaldo  II  d*UrbÌBO.  LtOtrt,  p.  808. 
(8)  Cfr.  Cappblu,  Preikt.  alle  LtUtri,  p.  czvit. 


COMUNICAZIONI   ED   APPUNTI  307 

di  quella  nostra  terra  che  non  togliono  cosa  alcuna  per  datio  de  le  robbe  consignatele  per  vui. 
Se  havessimo  anche  saputo  in  quali  altri  lochi  del  dominio  siati  rimasto  in  questa  compositione 
haveressimo  fatto  il  medemo  ;  potrete  ordinare  al  nochiero  che  nel  ritorno  suo  mi  facci  intendere 
li  altri  lochi  dove  bisognarà  far  intendere  questo,  che  lo  faremo  di  bon  core ,  ringratianlovi  del 
rispetto  che  in  questo  caso  haveti  havuto  di  non  oifenderni  in  pagare  tal  datij  :  il  che  vi  certi- 
ficamo ben  ci  seria  stato  di  gran  dispiacere,  perchè  desiderarne  servire  el  s.  Car.le  dove  possiamo, 
et  a  vostri  piaceri  ne  offerimo. 

Mantuae,  ultimo  novembris  MDXVI. 

Parecchie  altre  notizie  ragguardevoli  troverà  neir  Archivio  di  Mantova  chi 
non  stia  pago,  come  io  qui  mi  sono  proposto,  alle  relazioni  dei  Gonzaga  con 
Ludovico,  ma  estenda  le  sue  ricerche  a  quelle  con  gli  altri  Ariosti.  Tra 
questi  fu  specialmente  il  cugino  del  poeta,  Rinaldo  Ariosto,  ch'ebbe  fami- 
gliarità grande  con  Isabella  (1),  fino  ad  indirizzarle  una  lettera  cosi  strana- 
mente confidenziale,  che  a'  giorni  nostri  si  reputerebbe  grossamente  sconve- 
niente per  qualsiasi  signora  onesta  (2).  Quando  Rinaldo  venne  a  morte  nel 
1519,  Ludovico  ne  partecipava  la  perdita  al  Marchese  ed  alla  Marchesa  di 
Mantova,  il  7  luglio,  in  nome  proprio  e  della  vedova  (3).  Entrambi  i  Gon- 
zaga si  affrettarono  a  mandargli  le  loro  condoglianze  (4). 

E  qui  io  potrei  far  punto ,  se  non  mi  sembrasse  opportuno  aggiungere 
qualche  notizia  di  quel  personaggio  accennato  dall'Ariosto,  nella  sua  lettera 
a  Federico  Gonzaga  del  1532,  con  la  designazione  di  «  nostro  mess.  Coglia  ». 
Viveva  costui  alla  corte  ferrarese  e  chiamavasi  Girolamo  da  Sestola.  Nel 
1503  lo  vediamo  arrivare  da  Parigi  menando  seco  cavalli  e  musicisti  pel 
Duca  di  Ferrara  (5).  Più  tardi  egli  diviene  uno  dei  corrispondenti  ferraresi 
più  cari  ad  Isabella.  Alcune  sue  lettere  descrittive,  dirette  alla  Marchesa  nel 
1531,  furono  pubblicate  or  non  è  molto  (6).  Altre  parecchie  io  ne  conosco 
scritte  dalla  Gonzaga  a  lui ,  che  mostrano  quanto  affettuosi  e  confidenziali 
fossero  i  loro  rapporti.  11  Coglia  si  occupava  molto  di  teatro  ed  era  stretto 
d'amicizia  all'Ariosto.  Fu  anzi  per  mezzo  di  lui  che  Isabella  ebbe  la  triste 
nuova  della  morte  del  poeta,  onde  essa  gli  indirizzava  questo  biglietto  :  «  Per 
«  la  littera  vostra  ho  inteso  con  mio  gran  dispiacere  la  morte  di  mess.  Lu- 
«  dovico  Ariosto,  della  quale  veramente  si  ha  a  dolere  tutta  quella  città,  per 
«  essere  mancato  gentilhuomo  che  appresso  la  bontà  sua  era  a  lei  di  gran- 
de dissimo  ornamento  per  le  rarissime  et  eccellenti  virtù  che  in  lui  si  tro- 
«  vavano.  N.  S.  Dio  gli  habi  pietade  eoe Mantue,  alli  14  di  luglio  1533  ». 

Rodolfo  Renier. 

(1)  Caupobi,  pp.  85-86  ;  Cappelli,  pp.  lxxvi  e  lxxvui-ix. 

(2)  In  data  7  giugno  1505;  pubblicata  dal  Cappelli,  a  p.  clxxv  della  Prefazione  cit.  L*  auto- 
grafo  ed  una  copia  di  questa  lettera  si  trovano  nella  Biblioteca  del  Re  in  Torino ,  ms.  st.  ital., 
166,  doc.  n.  89  e  42. 

(3)  Lettere,  pp.  31-32. 

(4)  La  lettera  del  Marchese  (12  luglio  1519)  fu  pubblicata  dal  Bkbtolotti  nel  Bibliofilo,  IX,  57; 
quella  d'Isabella,  che  ha  la  medesima  data,  è  ancora  inedita  nel  Copialettere  di  essa,  L.  37.  Chi 
voglia  sapere  qualche  cosa  di  più  di  Rinaldo  e  della  lite  cui  diede  origine  la  sua  morte,  consulti 
Frizzi,  Memorie  star,  della  famiglia  Ariosti,  Ferrara,  1779,  pp.  122  sgg. 

(5)  Datasi,  La  musica  a  Mantova,  in  Rivista  stor.  mantovana,  I,  66  n.  Da  un  documento  an- 
cora inedito  del  24  luglio  1491  si  ricava  che  il  Coglia  insegnò  musica  alla  giovane  Isabella. 

(6)  Dal  FosTARA,  Renata  di  Francia,  Roma,  1889,  pp.  152-54  e  163. 


308  COMUNICAZIONI  ED  APPUNTI 


La  «  Philenia  »  di  Antonio  Mariconda.  —  La  Philenia  del  Mariconda 
fu  la  prima  commedia  recitata  a  Napoli  e  d'autore  napoletano.  Di  essa  fi- 
nora non  s'aveva  altra  notizia  se  non  quella  che  ne  reca  il  Castaldo  nelle 
sue  Historie  e  il  titolo  della  stampa,  che  riferiscono  il  Toppi  ed  altri  biblio- 
grafi. Essendomi  riuscito  finalmente  d'averne  tra  mano  un  esemplare,  mi  par 
utile  di  discorrerne  brevemente  (1). 

E  prima  di  tutto,  occorre  ricordare  che  le  prime  commedie  regolari  che 
si  videro  in  Napoli,  si  dovettero  al  principe  di  Salerno,  don  Ferrante  San 
Severino,  che  le  faceva  recitare  nel  suo  palazzo  sia  per  mezzo  àHstrioni  ve 
nuti  da  Siena,  sia  per  mezzo  di  brigate  di  gentiluomini  dilettanti.  Così  ne 
1540  si  recitarono  il  Calando  e  il  Beco^  commedie  senesi,  e  nel  1545  gl'/n 
ffannati,  quest'ultima  da  dilettanti  dei  quali  sappiamo  i  nomi.  Tra  i  quali 
dilettanti  era  anche  Antonio  Mariconda,  che  fece  <  con  grazia  mirabile  » 
una  delle  parti  di  servo  (2).  11  Castaldo  soggiunge  che  l'anno  seguente,  1547, 
si  recitò  la  Philenia^  opera  del  Mariconda. 

La  stampa  della  Philenia  ci  dà  modo  di  rettificare  e  svolgere  la  magra 
notizia  del  Castaldo.  Questa  stampa  è  intitolata:  Philenia  |  Comedia  di  An- 
I  TONIO  Mari-  |  conda  |  nobile  napo-  |  litano  |  Stampata  in  Roma  per  An- 
tonio Biado  I  d'Asola  |  MDXLVIII.  È  in  quarto,  di  ce.  XXXXIIII,  e  tre  a 
principio  non  numerate.  È  dedicata,  in  data  di  Roma  1"  maggio  1548,  alla 
principessa  di  Sulmona,  Isabella  Colonna. 

Dalla  dedica  e  dall'avvertenza  risulta  che  la  commedia  non  fu  recitata  il 
1546,  ma  il  1547:  e  il  luogo  della  recita  fu,  come  si  sapeva,  il  palazzo  del 
Principe  di  Salerno.  I  «  recitanti  furono  Napoletani  et  Nobili  » ,  forse  pres- 
s'a  poco  gli  stessi  che  vediamo  apparire  nelle  altre  commedie  recitate  in 
quella  casa.  «  L'apparato  fu  fatto  dall'autore  ».  «  La  pittura  la  fece  Mastro 
«  Severo  de  Napoli  »;  forse  il  pittore  Severo  Iraci  o  Jerace,  di  Napoli,  in- 
torno al  quale  pubblicò  alcuni  documenti  il  Caravita  (3).  «  Le  musiche  Vin- 
«  cenzo  da  Venafro,  col  giuditio  del  divinissimo  signor  Luigi  Dentice  »;  ignoto 
il  primo,  notissimo  il  secondo. 

Il  Mariconda  dice  anche  che  vi  furono  rappresentati  due  intermedii,  uno 
alla  fine  del  secondo  atto,  «  nel  quale  comparvero  tre  sirene  et  un  mostro 
«  marino  in  mezzo  del  mare,  ch'era  fatto  appresso  al  proscenio,  et  cantando 
«  dolcissimamente  lodorno  le  donne  Napoletane;  et  l'altro  nel  fine  del  quarto, 
4(  nel  quale  comparse  uno  Orfeo  colla  lira  et  tosto  che  comincio  a  sonare 
«  nscìrno  da  varij  luochi  infiniti  animali  selvaggi,  i  quali  seguirno  Orfeo  ». 

11  Prologo  è  rivolto  alle  dame  spettatrici  e  pieno  delle  solite  frasi  della 
galant  ria  d'allora:  questi  spirti  gentili  (i  recitanti),  non   sapendo  in  qual 


(1)  Non  mi  riasd  di  troTarne  «Ioana   copia  qualche  anno  fk ,  per  qoanto  rioarche  ne  ftceaei 
nelle  biblioteche  di  Napoli  e  in  TArie  biblioteche  d*  Italia.  Ma,  per  fortona,  nna  n'  è 
in  questi  giorni  sooni,  nella  fiera  dei  libri  che  ancor  s'usa  di  ikre  a  Napoli,  nell' 
Pasqua  come  del  Natale.   E  contemporaneamente  l'amico  E.  Pèrcopo  m'ha  aTTertito 
un'altra  nella  nostra  Bibl.  Naz.,  ma  non  segnata  nel  catalogo  generale,  e  mancante  di  frontaipixin. 

(2)  Cacci,  2  Uatri  di  NapoU,  Napoli,  1891,  pp.  43-6. 

(3)  Cit.  in  FiLAMOiBRi,  Indùt  degli  arkficì,  li.  11-2. 


COMUNICAZIONI  ED  APPUNTI  309 

altro  modo  avvicinarsi  alle  belle  dame,  «  si  son  disposti  di  venirsene  qui  et 
«  in  presenza  di  costor  tutti  appressarvisi  tanto  che  nelle  parti  più  segrete 
€  delle  vostre  menti  possano  riporre  il  seme  de  i  lor  lunghi  travagli  ;  et  a 
«  questo  modo  almeno,  compire  con  noi  i  loro  desiderij  cosi  come  facevano 
«  colle  loro  donne  l'antiqui  Romani  ». 

Tra  le  dame  spettatrici  era  anche  la  Principessa  di  Sulmona,  cui  fu  poi 
dedicata  la  commedia. 

Dal  Prologo  si  cava  anche  la  curiosa  notizia  che  Tanno  prima  avevano 
recitato  in  Napoli,  e  innanzi  allo  stesso  uditorio,  certi  Modanesi.  Sperano  i 
recitanti  —  ci  si  dice  —  che  «  sarete  sodisfatte  di  tal  modo  di  questo  mio 
«  stile,  che  confesserete  colle  vostre  bocche  istesse  che  la  lingua  nostra  sia 
«  assai  più  dolce  et  honesta,  che  non  fu  quella  di  quei  Modanesi  l'anno 
«  passato  ». 

La  commedia  era  stata  scritta  per  l'occasione.  Essa  «  è  tutta  nova  che 
«  nuovamente  in  otto  giorni  è  stata  dall'autor  composta  ». 

Nessuna  relazione  esiste  tra  questa  Philenia  e  la  Philena,  il  noto  ro- 
manzo del  Franco,  pubblicato  appunto  il  1547.  La  Philenia  del  Mariconda 
è  tutta  nuova  nel  senso  soltanto  che  dà  a  queste  parole  l'autore;  cioè  che 
fu  scritta  apposta  per  quella  recita:  in  realtà,  è  un  aggregato  di  caratteri  e 
situazioni  molto  comuni  nelle  commedie  di  quel  tempo.  Giudichi  il  lettore  : 
il  soggetto  è  questo.  Philenia,  eh' è  sotto  la  guardia  di  una  vecchia  Milia, 
che  passa  per  sua  madre,  è,  per  suo  conto,  fortemente  innamorata  di  un 
giovane  Fulvio;  ma,  per  conto  della  falsa  madre,  promessa  al  vecchio  Si- 
mone. Il  vecchio  Simone  ha  una  figlia,  Livia,  ch'egli  promette  in  isposa  a 
Fulvio,  a  richiesta  del  padre  di  costui,  Philone.  Ma  Livia  ama  invece  un 
servo  di  casa,  Camillo:  anzi  lo  ha  già  tanto  amato  che  n 'è  incinta.  Fulvio, 
per  procacciarsi  il  danaro  che  occorre  agli  innamorati,  col  consiglio  ed  aiuto 
di  Camillo,  si  traveste,  pigliando  l'apparenza  del  vecchio  Simone,  e  riceve 
da  un  soldato,  debitore  di  Simone,  una  somma  di  danaro  :  ma  l'inganno  non 
riesce  .a  pieno  per  altre  ragioni.  Intanto,  avendo  il  servo  Tindaro  sottratto 
una  catena  d'oro  al  vecchio  Philone,  e  avendo  detto  per  iscusarsi  di  averla 
data  a  Milia,  costei,  insieme  con  la  pretesa  figliuola  Philenia,  è  menata  pri- 
gione per  ordine  del  Podestà.  Ma  con  questa  occasione  il  Podestà  scovre  che 
Philenia  è  sua  figliuola  ;  e  contemporaneamente ,  al  vecchio  Philone  vien 
rivelato  che  il  servo  Camillo  è  suo  figliuolo.  Seguono  i  matrimoni  ;  e  il  Pa- 
rasito  dice  il  finale  :  «  Ecco  pur  giunta  l'hora,  stomaco  mio,  che  potrai  risto- 
«  rarti  de  cosi  lungo  digiuno,  per  la  qual  cosa  potrete  girvene  in  bona  bora, 
«  spettatori,  et  uoi  anchora,  bellissime  donne:  accio  con  le  vostre  bellezze 
«  non  siate  cagione  di  fare  allongare  i  loro  abbracciamenti  a  questi  amanti  : 
«  ma  uo  ben  che  vi  raccordate  delle  code,  dico  che  nel  passare  per  il  luto 
«  nolle  bruttate,  perciò  che  queste  donne  anconitane  ne  farrebbeno  le  mag- 
«  glori  risa  del  mondo ,  che  elle  come  saggie  non  selle  lasciano  mai  uscir 
«  di  mano.  Hora  sella  Comedia  vi  è  dilettata,  fatene  segno  di  allegrezza 
«  acciò  siate  cagione  al'autore  di  farne  delle  altre  volte  di  questi  serviggi 
€  così  fatti,  et  a  Dio  ». 

La  commedia,  come  si  può  vedere  forse  anche  da  questa  semplice  espo- 
sizione, è  men  che  mediocre;  mancando  in  essa  qualsiasi  viluppo  comico, 


310  COMUNICAZIONI  ED  APPUNTI 

uè  essendo,  d'altra  parte,  commedia  di  carattere,  come  allora  pur  se  ne  fa- 
cevano. La  forma  non  ha  nessun  pregio,  essendo  stentata  e  languida  e  scor- 
retta, come  si  vede  anche  dai  pochi  periodi  che  ho  citati. 

11  luogo  dell'azione  è  messo  in  Ancona.  «  Or  ecco  qui  —  dice  il  Prologo 
€  —  la  bella  città  d'Ancona  ;  ecco  il  Duomo  ;  questo  è  il  Palazzo  dei  Si- 
€  gnori  ;  quest'altro  è  del  Governatore,  quello  è  il  Castello  :  il  Porto  hor 
«  non  vedete^  ».  Per  questa  ragione,  la  commedia  non  ha  neanche  quel 
colorito  e  quelle  allusioni  locali  che  avrebbe  forse  avute  se  la  scena  fosse 
stata  posta  in  Napoli,  patria  e  soggiorno  dell'autore. 

Tra  i  personaggi  secondarli  e  inutili  all'azione  compaiono  il  Pedante  e  il 
Parasito,  fatti  oggetto  delle  burle  del  servo  Tindaro;  come  le  vecchie  son 
prese  di  mira  da  Gurtio,  ragazzo.  C'è  anche  il  soldato  che  porta  il  nome  di 
Ferramosca,  nome  glorioso,  reminiscenza  della  famiglia  guerriera  dei  Ferra- 
mosca,  della  quale  fu  Ettore.  C'è  il  Medico,  che  viene  in  iscena  accompa- 
gnato dai  suoi  pratdchi,  e  parla  in  gergo  italo-latino. 

Pochissime  notizie  si  hanno  intorno  al  Mariconda,  oltre  di  quelle  alle  quali 
ho  già  accennato.  Il  Tafuri  ne  dà  una  biografia,  una  di  quelle  pseudo-bio- 
grafie, delle  quali  ora  si  è  perduta  l'usanza,  contesta  tutta  di  luoghi  comuni 
e  di  affermazioni  probabili  ma  inconcludenti  (1).  Gli  altri  scrittori  citano  solo 
i  titoli  delle  due  sue  opere,  la  Philenia,  cioè,  e  le  Tre  Giornate  delle  favole 
deWAganippe. 

Questa  seconda  opera  è  stampata  In  Napoli  \  appresso  Qio.  Paulo  Suga- 
nappo  I  MDL  |  ;  ed  è  anche  in  quarto  di  carte  CXXIV ,  oltre  varie  innu- 
merate. Essa  è  preceduta  da  un  sonetto  di  Angelo  di  Costanzo  all'Autore,  che 
fu  stampato  come  inedito  tra  le  poesie  del  Costanzo  nell'edizione  del  Gallo, 
e  senza  il  nome  della  persona  alla  quale  è  diretto: 

Ben  fu  bello  il  pensier  che  vi  sospinse 

Con  note  ricche  di  dolcezza  e  d'arte 

A  chiuder  in  si  brevi  e  poche  carte 

Quel  che  'n  più  libri  Boma  e  Gretia  strinse. 
Ma  assai  più  quel  ch*a  consacrar  vi  spinse 

L'opra  a  Colei,  che  in  star  sola  in  disparte 

Da  Taltre  donne,  sempre  in  ogni  parte 

LMnvidia,  il  mondo  e  se  medesma  vinse. 
Perchè  la  fama  di  si  bella  impresa 

Poco  era  per  durar;  senta  haver  cara 

Che  dal  cieco  livor  non  ftisse  offesa. 
Hor  potrà  già  volar  salda  e  sicora 

Da  M  gran  splendor  d'un  tal  nome  difesa, 

Degna  vernice  a  si  nobil  pittare. 

Colei  che  sta  sola  in  disparte  è  la  principessa  di  Salerno,  Donna  Isabella  Vil- 
lamarino,  ch'è  come  la  protagonista  del  libro.  Perchè,  si  racconta  nel  Proemio^ 
«  ritrovandosi  questa  così  magnanima  Prencessa  nella  città  sua  di  Salerno, 
<  ed  essendo  venuta  la  staggione   per  Io  soverchio  caldo  rìncrescevole ,  a- 


(1)  Tapobi  0.  B.,  hioria  dtfU  tcrUi.  Ma'  mI  IU§m  di  Napoli,  t.  Uh  P.  I,  Napoli,  Mom», 
libo,  pp.  410-1. 


COMUNICAZIONI  ED   APPUNTI  311 

«  stretta  dai  prieghi  di  suoi  virtuosi  Gentirhuomini,  determinò  per  quei  giorni 
*  che  la  Ganicula  aggiunge  foco  al  caldo,  di  girne  a  diportarsi  in  un  fonte 
«  non  molto  discosto  dalla  città,  nominato  Aganippe  ».  E  «  quivi  adunque 
«  essendo  venuta  un  giorno  dopo  disnare  Madamma  la  Prencessa  e  postasi  a 
«  sedere  quasi  nel  mezzo  de  l'isola  »,  venne  in  pensiero  di  sentire  da  cinque 
suoi  gentiluomini,  Attilio,  Tespio,  Catinio^  Caracciolo  e  Rotilio  de  cosifatte 
«  trasformationi  over  favole  che  voglian  dire  et  quelle  che  miglior  vi  par- 
«  ranno  non  altramente  che  s'elle  f ussero  novelle  ». 

Le  trenta  favole  sono  tra  le  più  note,  e  tolte  in  massima  parte  dalle  Me- 
tamorfosi. Alla  fine  di  ciascuna  delle  tre  giornate  una  delle  donzelle  canta 
una  canzone  o  un  madrigale, 

La  famiglia  Mariconda,  oriunda  di  Sorrento,  era  nobile  napoletana  del. Se- 
dile di  Capuano.  Antonio  fu  figliuolo  di  Niccola  Mariconda  ;  ed  ebbe  forse 
per  moglie  una  Vittoria  de  Cordes  (1).  Sono  queste  le  sole  notizie  che  sono 
in  grado  di  aggiungere  intorno  all'autore  della  Philenia. 

Benedetto  Croce. 


La  coronazione  di  Corilla  giudicata  da  Gaetano  Marini.  —  Uno  degli 
episodi  più  curiosi  e,  come  si  dice,  caratteristici  del  settecento  fu  la  coro- 
nazione della  famosa  Maria  Maddalena  Morelli  Fernandez,  fra  le  pastorelle 
Corilla  Olimpica,  prima  nel  Serbatojo  Arcadico,  e  poi  nella  Sala  de  Con- 
servatori, in  Campidoglio.  L'Arcadia  si  divise  per  tal  cagione  in  due  partiti 
di  Corillisti  e  d' Anti-corillisti  ;  i  quali  ultimi,  ribellatisi  all'autorità  del  Cu- 
stode Generale,  ab.  Gioachino  Pizzi,  diedero  origine  al  secondo  scisma  arca- 
dico, in  cui  tanta  buona  gente  trastullavasi  ancora  alla  vigilia  della  rivolu- 
zione francese.  Ma  che  dico,  l'Arcadia?  Tutta  Roma,  anche  questa  volta,  si 
schierò  in  due  campi  ;  tutta  cioè,  fatta  sempre  eccezione  de'  pochi  savi,  ai 
quali  doleva  di  vedere,  in  si  gravi  tempi,  consumarsi  le  cure  per  cotali 
quisquilie ,  ed  anche  avvilita  cosi  sulla  fronte  di  una  pazzerella  la  corona 
cinta  dal  Petrarca  e  vagheggiata  indarno  dal  povero  Torquato. 

Prima  e  dopo  che  questa  vanitosa  pastorella  di  cinquanfanni ,  come  la 
chiama  il  Milizia  in  data  del  17  agosto  1776,  ricevesse  il  poetico  lauro,  fu 
una  vera  inondazione,  una  guerra  accanita  di  sonetti,  che  erano  spesso  so- 
nettacci,  e  di  versi  d'ogni  specie,  in  italiano  ed  in  latino.  Delle  sole  pasqui- 
nate e  satire  contro  la  Corilla  si  formò  la  nota  raccolta  Pizzi- Cor illeide, 
che  trovasi  manoscritta  in  più  biblioteche.  Ed  invano  il  Pizzi  scriveva  ad 
Angelo  Mazza,  che  solo  «  pochi  insetti  poetici  han  turbato  iilquanto  la  tran- 
ci quillità  delle  nostre  selve».  Tutt'altro!  Il  litigio  assumeva  grandi  propor- 
zioni; ne  parlavano  tutti  i  carteggi  diplomatici  dell'anno  1776,  ed  il  povero 
Pio  VI,  prima  confuso  e  perplesso,  dopo  aver  consentito  quella  grottesca  pa- 
rodia, ne  rimaneva  pieno  di  tristezza  e  di  rammarico. 


(1)  Mazzella,  Dtgcritt.  del  Regno,  p.  497;  Di  Lillis,  Discorsi,  II,  85. 


312  COMUNICAZIONI   ED  APPUNTI       . 

Or  della  coronazione  capitolina  abbiamo  un  ragguaglio  dell'Amaduzzi,  ar- 
rabbiato corilliano,  stampato,  Tanno  1777,  nel  tomo  XXXI  della  Nuova  Rac- 
colta di  Opuscoli  del  Galogerà  ;  al  quale  è  da  porre  accanto  la  relazione, 
che  ne  fece  contemporaneamente  il  Cancellieri,  fiero  anticorilliano,  scriven- 
done al  Tiraboschi  ;  relazione  pubblicata  di  recente  in  appendice  al  noto  libro 
dell' Ademollo  (1887).  Il  quale  ha  trattato  l'argomento  più  estesamente  di  ogni 
altro;  ma  ne  hanno  toccato  pure  il  Lancetti,  il  Giacometti,  il  Vannucci,  la 
Vernon  Lee,  il  Silvagni,  Ernesto  Masi,  ed  altri.  Anche  Rodolfo  Renier,  sotto 
il  titolo  di  Quisquilie  Corilliane,  ha  recato,  dopo  T  Ademollo,  il  suo  con-, 
tributo  a  quest'episodio  di  storia  letteraria,  informandoci  nel  presente'  Gior- 
nale (X,  449)  di  una  raccolta,  o  Pizzi-Corilleide,  che  si  conserva  nella  Bi- 
blioteca Comunale  di  Fermo. 

Di  questi  giorni  la  Biblioteca  Vaticana  ha  fatto  acquisto  di  più  centinaia 
di  lettere,  importantissime  per  la  storia  civile  e  letteraria,  dal  celebre  Gae- 
tano Marini,  mio  predecessore,  indirizzate,  in  gran  parte,  a  Giovanni  Fan- 
tuzzi  per  aiutarlo  nella  grand'opera  in  nove  volumi  degli  Scrittori  Bolognesi^ 
ed,  in  minor  parte,  al  dotto  numismatico  ab.  Guido  Antonio  Zanetti.  Or 
avendo  io  incontrato  in  questo  carteggio ,  che  va  per  più  di  un  ventennio 
dal  1773  al  1795,  pochi  ma  savissimi  cenni  relativi  alla  Gorilla^  cenni  che 
il  Marini  comunicava  all'amicissimo  Fantuzzi ,  mi  par  bene  riprodurli  qui 
per  far  conoscere  come  la  pensasse  su  questa  faccenda  il  celeberrimo  autore 
degli  Archiatri,  delle  Iscrizioni  Albane,  degli  Arvali.  e  de'  Papiri. 

Isidoro  Carini. 

Roma,  24  luglio  1776. 

«  Tornato  in  Roma  (1)  ho  ritrovato  il  paese  pieno  de'  discorsi  per  la  co- 
ronazione della  Gorilla,  e  di  satire  sanguinose  contro  di  essa,  tra  le  quali 
una  è  questa,  che  mi  è  parsa  assai  arguta  e  salace: 

Plaudite  scorta;  oUm  pepuUt  vos  Qumttu  ab  urbe, 
Nunc  habet  a  Stxto  seria  OoriUa  Pio  (2). 

Universalmente  dai  dotti,  e  dai  buoni  si  disapprova  un  tal  fatto,  ed  è  poi 
ridicolo  il  vedere  alcuni  Cardinali  impegnati,  e  che  il  Governo  stesso  ed  il 
Secretano  di  Stato  si  mescoli  con  tanta  premura  in  ciò.  Quasi  non  ci  fossero 
affari  serj  da  trattare,  e  non  si  multiplicassero  tuttodì  con  svantaggio  di 
questa  povera  Corte  »  (3). 


(1)  Da  Albano. 

(2)  L'indomani  però  mei,  a  qneita  satira,  la  risposta  dei  corìlliaai  : 

Di  Tisio  e  di  rirtù  giadiee  è  Boma: 
Cacciò  il  Quinto  le  olicene,  e  il  Sesto  Pio 
A  Gorilla  immortale  orna  la  chioma. 

(8)  Tra  i  fkvoreToli  a  Gorilla  c'erano  inlktti  il  card.  Neuroni,  o  Tìm.  .  o  card.  Pallavicini,  Se- 


COMUNICAZIONI  ED   APPUNTI  313 

Roma,  14  agosto  1776. 

€  Per  la  Gorilla  io  sono  arrabbiatissimo,  e  mi  crucia  grandemente  l'in- 
famia, e  il  discredito,  che  ne  torna  al  Paese,  ed  alla  Corte,  che  ha  voluto 
mescolarvisi.  Non  ci  è  persona  savia  e  dotta,  che  non  bestemmii  tal  faccenda, 
e  ci  è  poi  un  fanatismo  tale  cosi  per  una  parte  che  per  l'altra,  che  poco  è 
più  pazzia  (1).  Gli  esaminatori  son  uomini  ben  ridicoli  e  da  poco,  non  avendo 
voluto  tal  carico  gli  uomini  savj  e  dotti  (2).  Piovono  le  satire  a  josa,  e  si 
par  bene  che  non  ci  è  altra  strada  allo  sfogo  che  questa.  Non  si  sa  come 
fare  la  spesa  della  funzione.  Il  Senato  è  povero,  né  il  Papa  ha  voluto  ac- 
cordare che  si  faccian  debiti  :  il  Principe  Gonzaga,  che  è  l'alfa  e  l'omega  di 
questa  poltroneria,  è  spiantato,  avendo  consumato  il  suo  in  dolcitudine  e  in 
dar  mangiare  ad  una  turba  immensa  di  poetastri  e  di  parasiti.  Staremo  a 
vedere  che  n'uscirà  ». 

Roma,  21  agosto  1776. 

«  Della  coronazion  di  Gorilla  ci  è  chi  spera  bene,  cioè  che  non  si  faccia, 
altri  poi  dice  che  si  farà,  ma  senza  pompa:  il  Gard.  Pelavicini  è  stato  ono- 
rato anch'esso  di  una  satira,  e  ben  gli  sta,  questa  è  : 

Magnum  opus  aggredititr  septem  post  Lazarus  annos. 
Quid  faciefì  scortis  laurea  serta  parai  (3). 

Roma,  4  settembre  1776. 
«  Finalmente  sabbato  passato  fu  coronata  Gorilla,  nel  modo  però  che  si 


gretarìo  dì  Stato,  come,  fra  i  prelati ,  mons.   Massei ,  presidente  delle  strade ,  contro  del  quale 
corse  la  satira: 

Fa  noto  a  tutti  Monsignor  Massei, 

Che  passando  Gorilla  coll'alloro, 

Se  ardisce  alcun  tirarle  i  pomi  d'oro, 

Sarà  multato  di  baj occhi  sei. 

(1)  Tutta  Roma  era  divisa ,  come  dissi ,  in  CoriUiani  ed  Anttcorilliani.  Corilliani  erano  tutti 
gli  anti-gesniti ,  come  rettamente  notò  V  AdemoUo.  Quindi  il  famoso  giansenista  ab.  Amaduzzi; 
e  il  non  men  famoso  giansenista  e  rolteriano ,  ab.  Giacinto  Ceruti  ;  e  il  Cavalli ,  e  il  Pagnini , 
ambidue  carmelitani;  e  il  p.  Aurelio  Bertola  ;  e  l'ab.  Godard,  poi  Custode  Generale  d'Arcadia; 
e  il  massone  cont«  Bezzonico  ;  e  il  can.  Bandini  (questi  però  uomo  serio  e  dotto,  allora  delirante 
anche  lui),  oltre  del  celebre  P.  Appiano  Buonafede  (l'antagonista  del  Baretti),  del  P.  Giorgi,  del 
P.  Jacquier,  dell'ab.  Scarpelli  ecc.  Sovra  tutti  si  sbracciavano  Ginori,  e  quel  matto  del  Principe 
delle  Stiviere,  D.  Luigi  Gonzaga.  Tra  gli  Anttcorilliani  ricorderò  l'improvvisatore  Mattoo  Berardi, 
gran  nemico  del  Monti ,  Lorenzo  Sparziani ,  1'  ab.  Francesco  Cancellieri,  1'  ab.  Gaetano  Golt ,  il 
commediografo  Francesco  Albergati,  e  1'  ab.  Giuseppe  Petrosellini ,  improvvisatore  anche  lui,  che 
poi  fondò,  con  altri  anttcorilliani  e  dissidenti  dall'autorità  pastorale  del  Pizzi,  l'Accademia  dei 
Forti  ecc.  I  savi  tacevano,  e  deploravano  le  pazzie  umane  come  il  sommo  Marini. 

(2)  Furono  tra  gli  esaminatori  della  Gorilla  il  P.  Reggente  Cavalli,  il  canonista  Devoti  (!!)  ecc. 
(3j  La  Morelli  Fernandez  non  godeva,  in  verità,  gran  riputazione  di  saggezza.    Per  altro,  ella 

medesima  lo  riconosceva,  scrivendo,  il  21  giugno  del  1769 ,  al  suo  ammiratore  P.  Reggente  Ata- 


314  COMUNICAZIONI  ED  APPUNTI 

meritava,  cioè  in  faccia  di  una  universHi  disapprovazione,  non  essendoci  an- 
dato alcun  Cardinale,  niun  ministro,  niun  uomo  sensato,  tre  o  quattro  Pre- 
latini di  niun  nome  e  significazione,  quattro  o  cinque  Dame,  e  pochissimi 
Cavallieri.  È  incredibile  quale  sia  stato  su  tal  cosa  il  consenso  e  giudizio  di 
tutti.  Pare  che  non  si  potesse  ottenere  una  cospirazione  cosi  piena  e  concorde 
senza  maneggi,  e  trattati,  eppure  il  buon  senso  Tha  fatta,  ed  io  ne  sono  conten- 
tissimo, perchè  così  Roma  ci  resta  colla  sua  riputazione  ed  onore,  e  tutta  la 
vergogna  cade  su  pochi.  Confessovi  che  dopo  di  aver  saputa  la  storia  di  tal 
coronazione  mi  tranquillizai,  e  scacciai  dall'animo  mio  un  certo  mal'umore, 
che  rindegnità  di  tal  fatto  vi  avea  posto.  Nell'uscire  di  Campidoglio,  ancor- 
ché fossero  vicine  le  ore  cinque,  pur  fu  exsibilata  da  parecchj,  che  l'atten- 
devano al  varco,  per  la  qual  cosa  comparvero  quattro  uomini  armati  a  ca- 
vallo, i  quali  circondarono  la  carezza  della  Corilla,  e  si  diedero  ad  impau- 
rire il  popolo,  poi  scortarono  la  carozza  sino  a  casa.  Questa  è  una  prepo- 
tenza del  sig.""  Principe  Gonzaga,  ed  una  solennissima  ingiuria  al  Governo, 
pure  non  se  n'è  fatto  risentimento,  e  solo  sento  che  sia  uscito  ordine  di  cat- 
turare que'  quattro  :  il  Principe,  colla  Gorilla,  parte  questa  notte  per  Toscana, 
e  gli  parrà  d'aver  trionfato  »  (1). 


La  stampa  napoletana  del  1506  delle  «  Rime  »  del  Chariteo.  —  Riu- 
scite inutili  tutte  le  ricerche  fatte  da  me  nelle  biblioteche  napoletane  e  ro- 
mane, e  quelle  di  amici  miei  nelle  biblioteche  di  Firenze,  di  Venezia,  di 
Torino,  di  Milano  e  di  Palermo,  per  scovare  la  prima  edizione  delle  Opere 


nasio  Cavalli,  carmelitano,  indi  semplice  abate  :  «  Gindixio  si  voi  che  io,  non  ne  abbiamo  d»  ven- 
«  dere,  onde  non  è  meraviglia  se  qualche  volta  si  dà  in  corbellerie  ».  Ed  ecco  ora  una  delle  più 
sanguinose  pasquinate  del  tempo  : 

Se  meriietol  fu  d'avere  in  fine 
Stazio  gli  allori  in  Campidoglio  un  giorno, 
Onde  famoso  per  le  ascree  colline 
Il  suo  nome  immortai  suona  d'intorno; 
Se  mérìtetol  fu  d'avere  il  crine 
Il  gran  Petrarca  di  bei  lauri  adorno. 
Se  maritiKol  fu  Perfètti,  allora 
È  meretrice  la  Corilla  ancora. 

Fin  dalla  prima  coronazione  di  lei  nel  Serbatojo  d'Arcadia,  si  era,  del  resto,  cercato  di  stornare 
la  più  solenne  incoronazione  in  Campidoglio.  Ma  si  giunse  a  disturbarla ,  non  ad  impedirla.  Un 
sonetto  anUeoriUiano,  dopo  quella  prima  onorificenza,  comincia  così: 

Qitta,  Corilla,  qnell'inntil  fronda. 
Per  cui  sen  va  la  chioma  tua  superba; 
Quella  non  è,  che  alla  virtù  ai  serba, 
E  immortai  sorge  d'Aganippe  all'onda. 

(1)  Il  povero  Prìncipe  arrivò  sino  a  fondare  un  «qtreiso  Ordine,  che  chiamò  dei  CtunMéri  Otm- 
pici,  e  fece  tante  altre  sciocchezze,  indegne  del  gran  nome  che  portava. 


COMUNICAZIONI   ED  APPUNTI  315 

del  Chariteo,  impressa  a  Napoli  da  Giovanni  Antonio  de  Ganeto,  e  pubbli- 
cata il  15  gennaio  1506;  dichiarai,  nell'introduzione  a  Le  rime  di  Bene- 
detto Gareth  detto  il  Chariteo,  secondo  le  due  stampe  originali  (1),  che 
questa  edizione,  non  molto  rara  nel  XVII  e  nel  passato  secolo,  quando  la 
videro  e  ne  parlarono  Lionardo  Nicodemo,  il  Grescimbeni',  il  Gaballero  e 
Lorenzo  Giustiniani  (2);  era  stata  per  me  «  irreperibile  ».  Mettendo  però  in- 
sieme tutto  quello  che  n'  avean  detto  codesti  eruditi  e  bibliofili,  descrissi 
la  sua  forma  esteriore;  e,  quanto  al  contenuto,  affermai  che  doveva  essere 
del  tutto  identico  a  quello  delle  ristampe  venete ,  fedelissime  copie  della 
napoletana,  che  non  ero  giunto  a  trovare  (3). 

Ma  s'era  appena  pubblicato  il  mio  volume,  che,  gentilmente,  Mario  Men- 
ghini  mi  avverte  che  1'  «  irreperibile  »  se  ne  stava  cheta  cheta  negli  scaffali 
della  Estense  di  Modena:  una  delle  pochissime,  forse  la  sola  biblioteca,  che 
sfuggi  alle  mie  ricerche. 

Avuta  nelle  mani,  per  cortesia  di  quell'egregio  bibliotecario,  la  bella  e 
rarissima  stampa,  détti  in  un  gran  sospiro  ;  nelle  mie  affermazioni,  nelle  mie 
congetture  non  m'ero  ingannato:  ess'era  stata,  com'io  avevo  supposto,  il  mo- 
dello delle  venete:  vi  si  trovavan  anche  quegli  strambotti,  che,  per  non  esser 
stati  ricordati  da  nessuno  dei  descrittori  della  napoletana,  con  qualche  ra- 
gione potevansi  credere  pubblicati  per  la  prima  volta  in  una  delle  stampe  di 
Venezia:  cosa  che  io  non  avevo  voluto  ammettere;  e  l'edizione  originale  mi 
dà  ora  pienamente  ragione!  E  poiché  io  delle  venete  mi  ero  appunto  ser- 
vito nel  dare  e  le  varianti  dei  componimenti  rifatti  dal  poeta  e  ripubblicati 
nella  seconda  edizione  napoletana,  del  1509;  ed  il  testo  di  tutti  gli  altri 
esclusi  da  quest'ultima  e  compresi  solo  in  quella  del  1506;  voleva  dire  che 
nella  mia  edizione  tutto  rimaneva  inalterato;  tutto,  tranne  qualche  arbitrio, 
qualche  indifferente  varietà  di  segni  e  di  ortografia,  qualche  errore  di  stampa. 

1  componimenti,  infatti,  si  succedono  nell'istesso  ordine  :  solo  il  madrigale  1, 
dal  secondo  posto  che  occupa  nella  stampa  napoletana,  salta,  stranamente,  al 
sesto,  nelle  venete.  In  queste  si  sostuiscono  costantemente  al  henegno,  homai, 
eternamente:  benigno  (questo  anche  in  rima),  A  orma  e,  eternalmenie: 
e  si  modificano  pater  (-tir),  disdegnosa  (des-),  iocundo  (-con-),  acquetarsi 
(-quie-)y  insino  (-/-),  ver  tu  (vir-),  regnar  ai  e  sim.  (-gne-),  r  ino  vare  (re-); 
e  poi  si  dà  a  voluntario,  culpa,  tene,  vidér  la  loro  forma  toscana;  si  mu- 
tano paventoso  (sp-),  soverchio  (sup-)^  iudicio  e  vicio  (-tic),  serria  e  sim. 
(-r-),  attrista  e  atterra  (-^),  belleza  e  sim.  {-zz-)',  si  correggono  i  napoleta- 
nismi sblendente  e  risblendore  (spi-),  ogne  (-t),  dispreggiando  (-g-);  e  le  brutte 
grafie  ogniun,  subgetto,  soglon  ;  si  adoperano  continuamente  i  segni  d'abbre- 
viazione per  la  n,  per  il  per,  per  il  que,  nella  napoletana  rarissimi,  ed  al 
segno  11=,'],  di  quest'ultima,  si  sostituiscono  i  due  punti  [:], equivalenti, 
nelle  stampe  del  quattro  e  del  primo  cinquecento,  la  virgola;   si   stampa 


(1)  Napoli,  1892,  I,  lvii. 

(2)  Vedi  la  mia  Jntrod.,  p.  lviii,  e  le  Correuioni  e  Giunte  (p.  ccc). 

(3)  Le  ediz,  venete,  cui  accenno ,  son   quelle  stampate  per  Manfrin  Bon  e  per  Akxandro  de 
Sindoni  (vedi  la  mia  Jntrod.,  pp.  ccxlit-vi). 


316  COMUNICAZIONI  ED  APPUNTI 

sempre  allhor,  perhò^  duncha,  lachrime,  sepulchro ,  ognhor  ecc.,  queste 
voci,  che  nella  napoletana  non  hanno  queir  inutile  h\  ed  occhii  sempre  e 
foelice,  infoelice^  immancabilmente,  in  luogo  di  occhia  felice  ecc.  ecc.  ecc. 

Due  luoghi  soltanto  delle  poesie  comprese  nell'ediz.  napolet. ,  avendo  io 
seguito  il  testo  delle  ristampe  venete,  hanno  bisogno  di  una  leggiera  emen- 
dazione. 

Nella  canz.  giovanile  V,  45  (1)  non  bisognerà  leggere  più  con  le  stampe 
venete  : 

Onde,  mia  nocte  obscara  —  Lana  chiara; 

ma,  con  la  napoletana  (f.  B  vii  v)  : 

0  DB  mia  nocte  obscara  —  Lana  chiara; 

e  nello  stramb.  IX,  8,  in  luogo  di  leggere  con  le  prime  : 

Et  gli  occhi  mei  serrar  non  si  ponno; 

—  per  aggiustare  il  qual  verso,  mancante  d'una  sillaba,  io  avevo  corretto 
serrare  —  leggeremo  bene,  con  la  stampa  originale: 

Et  gli  occhi  mei  serrar  mai  non  si  ponno. 

U  prezioso  esemplare  della  biblioteca  estense  (2) ,  legato  insieme  ad  una 
nota  operetta  di  Antonio  Fregoso,  detto  Fileremo  (3),  ha  sul  dorso  il  titolo: 
CHARi  I  TEO  I  opere;  iTìisura  mm.  205X148;  consta  di  ce.  48,  numerate  a 
pie  di  pagina  con  A-F  iiii.  Sul  recto  della  e.  A  i  :  opere  del  |  chariteo  ;  ed  al 
verso:   al  virtvosissimo  cavaliere  |  messer  cola  dalagno  prolo  |  go  di 

CHARITEO   IN   LO   LIBRO   IN  |  SCRIPTO   ENDIMION   ALA   LVNA    (il    ProlOQO   VE  finO 

a  c.  A  ii  »).    A  e.  A  iii  r  cominciano  le  rime,  col  titolo  :   libro  db  sonetti 

ET  ganzo  I  NE   DI  CHARITEO   INTITVLATO  |  ENDIMION   ALA   LVNA;    ed  a    C.   EÌ  r 

cominciano,  e  vanno  sino  a  e.  Evir,  gli  strambotti,  senza  alcuna  intesta- 
zione;  mentre  le  stampe  venete  hanno,  invece,  quella  di  :  ([  Strammotti  di 
Ghariteo.  Ecco  perché  i  descrittori  della  stampa  napoletana  non  li  avevano 
ricordati.  A  e.  Eviu,  l'altra  dedicatoria:  al  illvstrissimo  signor  don  |  al- 
fonso DAVA  LOS  MARCHESE  |  DE  PESCARA  GRAN  CA.MARLBNGO  |  DEL  REGNO  NKA- 
POLITANO:  PRO  I  LOGO  DI  CHARITEO  IN  LA  GANZO  |  NE  DE  LODE  DEL  SERENISSIMO 

pRi- 1  NciPE  DE  capva;  cd  alla  seguente  e.  E  vìi  r,  la:  canzone  di  chariteo 
DE  I  LODE  DEL  SERENISSIMO  siG  |  NOR  PRINCIPE  DE  CAPVA.   E ,  finalmente,  a 


(1)  A  p.  486  della  mia  edix. 

(2)  Ha  dae  segnature,  l'una  la  l'altra,  sor  on  cartellino  masso  salla  coperta  posteriors:  LXYIII. 
M.  10  e  Bis.  3.  D.  31.  Pare  che  rnlUma  sia  la  moderna. 

(S)  È  II  Rito  di  Dtmocrito  compotiio  p«r  il  Magnifico  ca*ali'«r«  Pkikr$mo.  D.  Antonio  Frtgno. 
Misara  mm.  152  X  206,  ff.  aiiii-ei.  Al  f.  eir:  Imprtttum  MtdMam  p«r  Pttrum  \  MarUmn  dt 
Manttgatiit  dictum  \  Castanum  |  Anno  DM.  M.D.  VI.  \  Di$  .XX.  Augniti.  Sol  Frsgtso  Tedi 
K.  RiNiBB,  0<upar$   VitconU,  Milano,  1836,  pp.  76-81. 


COMUNICAZIONI  ED   APPUNTI  317 

c.  F  ii  r,  la  celebre  :  canzone  di  chariteo  intitv  |  lata  aragonia.  Sul  recto 
ed  in  principio  dell'ultima  carta  (Ftììì)  si  legge  :  fine  dela  opretta  {sic)  di 

CHARI    I  TEO    IMPRESSA    IN    NAPOLI    PER    \    IOANNE    ANTONIO    DE    PAVIA  |  ANNO 

.M.cccccvi.  A  DI  .XV.  |  DI  lANVARio.  11  vcTso  è  bianco  (1). 

Erasmo  Pèrcopo. 


Ancora  sui  sonetti  pseudo-polizianeschi.  —  Recentemente,  nella  Biblio- 
teca delle  Scuole  Italiane  (n°  5,  voi.  IV),  mostrai  che  dei  dieci  sonetti  fino 
a  qui  attribuiti  all'Arabrogini  uno  è  di  Pier  Montanaro,  cinqae  vogliono  es- 
sere restituiti  a  Bernardo  Pulci,  e  un  paio  al  Bellincioni.  Ai  due  rimanenti, 
pubblicati  dal  Costa,  nessuna  autorità  di  manoscritti,  a  me  cogniti,  invidiava 
l'onore  che  lor  fa  il  copista  del  famoso  cod.  Vitali  dell'  Orfeo ,  oggi  Par- 
mense. Ma  non  per  ciò  mi  parvero  più  autentici  degli  altri  ;  che  anzi,  dopo 
una  breve  analisi  stilistica,  conchiudevo:  «  Faremmo  troppo  gran  torto  al- 
4c  l'elegantissimo  cantore  della  Giostra^  afiìbbiandogli  pur  uno  di  questi  versi, 
«  che  sanno  di  apocrifo  lontano  un  miglio!  Di  ben  diversa  officina  essi  re- 
«  cano  l'impronta  :  in  tutto  simili  ai  molti,  che  del  Cosmico,  del  Sasso,  di 
«  Niccolò  da  Coreggio,  di  Feliciano,  del  Bendedei,  e  di  tant'altri  lor  pari, 
€  ci  hanno  conservati  per  l'appunto  quei  due  su  mentovati  manoscritti,  nella 
«  Estense  di  Modena  e  nella  Palatina  di  Parma  ».  Son  lieto  di  poter  qui 
assicurare  i  cultori  degli  studi  polizianeschi,  che  le  cose  stan  proprio  cosi 
come  avevo  immaginato  :  sotto  quel  Policianus ,  seducente ,  del  codice  di 
Parma  s'asconde  un  modestissimo   Pelotus.    Da  tanta  altezza! 

Di  Antonio  Pelotto  ha  data  qualche  notizia  il  Renier,  discorrendo  néìV Ar- 
chivio storico  lombardo  di  Gaspare  Visconti.  Sue  rime,  come  già  ebbi  a  no- 
tare in  questo  Giornale  (XVll,  394),  contiene  l'Estense  X.  *.  34;  dunque  egli 
era  un  confratello,  e  de'  più  oscuri,  di  Niccolò  da  Coreggio,  del  Cosmico, 
degli  altri  detti  sopra.  E  infatti,  a  smascherare  il  vero  autore  dei  sonetti 
editi  dal  Costa  ci  ha  servito  quel  noto  cod.  Parigino  descritto  dal  Mazzatinti 
(li,  509),  ch'è  appunto  una  silloge  copiosa  di  rime  dovute  a  mediocri  verseg- 
giatori fioriti  nell'ultimo  quarto  del  secolo  quindicesimo.  In  esso  il  sonetto 
«  Presso  era  il  sole  al  suo  secondo  hospitio  »  (uno  dei  due  famigerati  ;  che 
stanno  a  coppia  benissimo,  e  manifestamente  derivano  da  un  medesimo  poeta) 
è  ascritto  al  Pelotto,  e  tien  dietro  degnamente  a  un  sonettuccio  del  Tanzi, 
il  buon  prete  che  primo  die  fuori  le  rime  bellincioniane.  Occorre  appena  ag- 
giungere, che  cagione  dell'equivoco  sono  state  le  idéntiche  iniziali  dei  due 
nomi. 

Ed  ora,  la  morale  di  quest'aneddoto  bibliografico.  —  Nelle  quistioni  let- 
terarie, complesse  quasi  sempre,  tutti  gli  elementi  che  concorrono  in  qualche 


(1)  Se  tntt'i  libri  che  son  registrati  nel  Catalogo  della  libreria  Capponi  (Romsi,  1747),  sonora, 
come  pare ,  conservati  nella  Vaticana ,  vuol  dire  clie  anche  in  questa  biblioteca  si  troverà  una 
copia  dell' ediz.  napol.  del  1506  delle  rime  del  Chariteo;  essendo  essa  citata  a  p.  116  di  quel 
Catalogo. 


318  COMUNICAZIONI  ED  APPUNTI 

modo  al  giudizio  debbono  essere  equamente  ponderati.  L'indagine  erudita  e 
l'analisi  estetica,  compenetrandosi,  s'illuminano:  volte  allo  studio  dei  grandi, 
giungono  spesso,  sorrette  dalla  psicologia,  a  svelarci  l'intima  essenza  e  la 
ragion  d'essere  dei  capolavori  del  genio;  esercitate  sulla  turba  dei  minori, 
mentre  cooperano  efficacemente  alla  conoscenza  di  certe  malattie  dello  spi- 
rito e  depravazioni  del  gusto,  mentre  ci  additano  i  precursori  e  gli  epigoni 
di  quei  capolavori,  si  aiutano  anche  a  vicenda  in  quistioni  particolari.  Cosi 
è  seguito  a  noi  ;  cosi  {grandia  si  parvis  adsimilare  licei)  è  avvenuto  al  Car- 
ducci. Fondandosi  sui  soli  criteri  di  stile,  egli  ha  relegata  fra  le  incerte  la 
poesia  lunghissima,  tribuita  al  Poliziano,  che  comincia  Vi?nttó  al  hallo  ecc. 
R  i  codici,  come  dissi  nel  suddetto  articolo,  gli  hanno  data  piena  ragione. 
Tutto,  infatti,  c'induce  a  farne  autore  Tommaso  Cefi,  il  noto  amico  del  Dati, 
il  revisore  del  trattato  della  Famiglia  di  L.  B.  Alberti. 

Francesco  Flaminl 


Una  lettera  di  Vittorio  Alfieri.  —  Nel  tomo  primo  degli  Atti  della 
Accademia  Italiana  (Firenze,  Molini  e  Landi,  1808)  il  segretario  perpetuo 
Giacomo  Sacchetti  pubblicò  le  «  Memorie  per  la  Storia  dell'Accademia  e 
degli  Accademici  »,  e  nel  titolo  V  di  esse  —  Dell'oggetto  dell'Accademia 
e  delVopera  degli  Accademici  —  pubblicò  l'elenco  «  dei  più  distinti  letterati 
«  italiani  »  che  furono  invitati  alla  nuova  associazione.  L'elenco  comincia  con 
Giangherardo  de' Rossi,  e  finisce  con  Giovanni  Rosini;  ed  il  Sacchetti,  quasi 
a  spiegare  come  in  essa  non  figuri  il  nome  di  Vittorio  Alfieri,  pubblica  in 
nota  (1)  una  lettera  che  è  fra  le  più  caratteristiche  di  Vittorio  Alfieri,  e  che 
è  degna  certo  di  esser  segnalata,  giacché  non  è  fra  le  CCCIX  lettere  pub- 
blicate a  cura  di  Giuseppe  Mazzatinti  (2) ,  né  fra  le  quattro  che  il  racco- 
glitore dà  in  appendice.  La  lettera  essendo  del  29  maggio  1798,  verrebbe 
quindi  a  collocarsi  fra  la  CCXXXVllI  e  la  CCXXXIX  (11  giugno  1798) 
del  citato  epistolario. 

Ed  ecco  ora  la  lettera,  colle  poche  parole  dell'accademico  Sacchetti  che 
la  precedono  negli  Atti: 

€  Era  stato  invitato  all'aggregazione  dall'abate  Lenzini  il  conte  Vittorio 
Alfieri  ;  ma  egli  si  scusò  con  lettera  in  data  del  dì  ventinovesimo  di  maggio, 
che  stimo  bene  di  riportare,  perchè  ci  dà  un'idea  del  carattere  di  quest'uomo 
celebre  e  singolare  : 

Padron  mio  stimatissimo. 

La  ringrazio  molto  della  gentilissima  sua  lettera  de' 21  corrente,  in  cui 
ella  si  compiace  di  oflferirrai  un  luogo  onorato  fra  i  membri  di  una  nuova 
Accademia. 


(1)  Pag.  XXXI. 

(2)  t4tUr«  tdit$  td  ititdiU  di  F.  i.,  Torino,  Roux,  1890. 


COMUNICAZIONI   ED  APPUNTI  319 

Gliene  sono  gratissimo  sì  a  Lei ,  che  agli  altri  Socj ,  benché  mi  siano 
ignoti  :  ma  li  pregherò  pure  di  volermene  dispensare,  stante  che  ho  fin  dalla 
mia  giovanezza  fatto  voto  ad  Apollo  di  non  esser  mai  di  nessuna  Accademia; 
né  attivo,  né  onorario,  né  aggregato. 

Non  già  che  io  disprezzassi  tali  adunanze,  e  tanto  più  le  pochissime  dove 
la  scelta  dei  soggetti,  ed  il  picciol  numero  di  essi,  e  lo  scopo  che  vi  si  pro- 
pongono, escono  in  tutto  dal  triviale;  ma  la  mia  natura  rozza,  poco  pieghe- 
vole ed  insociabile,  rendendomi  poco  atto  a  queste  fratellanze  cogli  estranei, 
ho  voluto  con  questo  voto  conservarmi  piuttosto  l'affetto  e  quella  poca  con- 
siderazione, che  avrebbero  avuto  per  me  i  diversi  Accademici,  prima  eh'  io 
fossi  del  lor  numero  uno,  che  non  alienarmeli  poi  dopo  che  mi  ci  avessero 
ammesso,  col  non  compiere ,  o  male ,  i  carichi  di  accademico.  Lo  scrivere 
lettere,  il  riceverne,  il  chieder  pareri,  peggio  ancora  il  doverli  dare,  ed  in 
somma  queste  cose  tutte ,  che  vanno  annesse  all'essere  di  qualunque  acca- 
demico ,  ripugnano  talmente  alla  mia  natura ,  che  non  mi  sono  finora  mai 
pentito  del  voto.  Se  le  cose  promesse  ad  un  Dio,  e  ad  un  Dio  come  Apollo, 
fossero  revocabili,  farei  certo  questa  rivocazione  in  proposito  di  (questa  Ac- 
cademia ,  di  cui  ella  mi  parla ,  la  quale  non  dubito  punto ,  che  sia  diversa 
delle  più.  Mi  abbia  intanto  per  iscusato,  e  non  mi  creda  punto  sconoscente 
all'onore  che  questi  Signori  mi  volevano  fare  per  mezzo  suo. 

Con  tutta  la  stima  me  le  professo 

Firenze,  dì  29  maggio  1798. 

Suo  Divotissimo  Servo 
Vittorio  Alfieri  ». 

Alberto  Lumbroso. 


e  R  o  :Nr  ^  e  ^ 


PERIODICI. 


Un  gruppo  di  giovani  eletti  ha  fondato  in  Napoli,  con  pensiero  encomia- 
bilissimo, una  speciale  rivista,  destinata  ad  illustrare  la  topografia  e  l'arte 
napoletana  ed  a  conservare  quanto  più  sia  possibile  i  resti  di  monumenti,  che 
tante  volte  il  vandalismo  borghese  dei  moderni  sventramenti  danneggia  o 
distrugge  con  franchezza  cosi  impudente.  Il  periodico  s'intitola  Napoli  nobi- 
lissima. Noi  rileviamo  nel  n®  5  di  esso  (maggio  '92)  un  articolo  dotto  ed 
accurato  di  B.  Croce  su  La  tomba  di  lacobo  Sannazaro  e  la  Chiesa  di 
S.  Maria  del  Parto.  Di  quella  chiesetta  di  Mergellina ,  che  il  Sannazaro 
fondò  nei  luoghi  donatigli  da  Federico  d'Aragona ,  intitolandola  al  Parto 
della  Vergine,  in  memoria  del  poema  latino  ivi  composto,  ed  a  S.  Nazario, 
e  dove  lasciò  scritto  nel  suo  testamento  di  voler  essere  sepolto,  tesse  il  Croce 
la  storia,  descrivendola  in  tutti  i  suoi  particolari.  Ma  specialmente  si  trat- 
tiene sul  ricco  mausoleo  del  poeta,  di  cui  riproduce  il  disegno,  mausoleo 
pesantuccio ,  a  dir  vero ,  ma  non  privo  di  grandiosità ,  con  certa  movenza 
michelangiolesca  nelle  figure  laterali.  Queste  figure  laterali  sono  un  Apollo 
ed  una  Minerva,  convertiti  dalla  pietà,  o  dallo  scrupolo,  dei  frati  uflficianti 
la  chiesa  in  David  e  Giuditta.  Nel  mezzo  v'è  un  quadro  in  rilievo  di  sog- 
getto pagano  e  sopra,  sorretta  da  due  mensole,  l'urna  col  deposito  del  poeta, 
sormontata  dal  busto  di  lui,  eh' è  opera  bella.  È  auesto  storicamente  uno 
dei  più  notevoli  monumenti  che  Napoli  possegga.  Il  Croce  lo  descrive,  si 
ferma  ad  esaminarne  il  bizzarro  miscuglio  di  pagano  e  di  sacro ,  che  cosi 
bene  risponde  al  carattere  del  personaggio  ivi  sepolto,  tocca  dei  ritratti  che 
vi  conservano  l'effigie  del  Sannazaro,  s'indugia  sul  vero  autore  della  tomba, 
intorno  al  quale  v'e  disparere,  nonostante  il  nome  ch'ei  lasciò  scritto  sulla 
base  del  monumento.  Qui  si  sostiene  che  lo  abbia  veramente  eseguito  fra  Giovan 
Angelo  Montorsoli  da  Poggibonsi,  il  quale  può  aver  avuto  cjualche  collabo- 
ratore nello  scolpirne  alcuni  particolari.  Tra  i  collaboratori  non  è  escluso 
possa  essere  quel  Girolamo  Santacroce,  cui  alcuni  antichi  eruditi  assegnarono 
tutta  l'opera. 

Un  nuovo  periodico  d'erudi/ione  vede  ora  la  luce  in  Roma,  stampato  dalla 
tipografia  Vaticana.  S'intitola  II  Muratori  ed  intende  dare  in  luce  documenti 
storici  tratti  da  archivi  italiani  pubblici  e  privati.  Chiunque  sappia  quante 
cose  ghiotte  si  trovino  ancora  negli  archivi  nostri  farà  buon  viso  a  questa 
rivista,  augurandosi  che  la  scelta  del  materiale  sia  buona.  Nel  1®  fase.,  tra 
varie  cose  importanti,  che  concernono  la  storia  civile,  notiamo  le  seguenti 
che  hanno  maggiori  rapporti  con  gli  studi  nostri.  I.  Carini,  Tre  lettere  ine' 
dite  di  Paride  Avogadro  da  Ferrara  relative  alla  congiura  di  Stefano 
Porcari,  tratte  dal  ms.  Vaticano  lat.  3908,  che  contiene  una  miscellanea  di 
lettere  d'umanisti  a  Giovanni  Tortelli,  bibliotecario  di  Niccolò  V.  Il  Carini, 
illustrando  dottamente  le  tre  lettere  che  pubblica,  dà  notizie  del  loro  autore 


CRONACA  321 

e  del  Tortelli,  e  si  trattiene  sulle  relazioni  che  la  congiura  Porcaiiana  e  la 
repressione  di  essa  ebbero  con  l'umanesimo.  Inoltre:  G.  Palmieri,  Due  lettere 
di  Silvio  Pellico,  la  prima  diretta  alla  sorella  Giuseppina,  superiora  delle 
Rosine  di  Chieri ,  tre  mesi  dopo  la  liberazione  dallo  Spielberg ,  la  seconda 
al  fratello  Francesco,  gesuita;  F.  Ballerini,  Frammenti  di  cronaca  ro- 
mana per  gli  anni  1738-39  nelle  lettere  di  un  contemporaneo^  tratti  da 
un  cod.  dell'Archivio  di  S.  Paolo  in  Roma  :  tra  i  riferimenti  di  fatti  politici 
ragguardevoli ,  trovansi  molte  notizie  anedottiche ,  aristocratiche ,  popolari , 
teatrali. 

Nella  Strenna  Permana  pel  1892  il  conte  Vinci  inserisce  :  Un  poeta  fer- 
mano del  sec.  XVI  e  una  lettera  inedita  di  Torquato  Tasso.  Nella  Strenna 
dei  rachitici  di  Genova  (1892)  A.  Neri  ripubblica  il  suo  articolo  su  La  bella 
Simonetta. 

S.  Bongi  pubblica  e  studia  nel  voi.  XXVI  degli  Atti  della  R.  Accademia 
Lucchese  una  Antica  cronichetta  volgare  lucchese  del  sec.  XIII.  Oltre  il 
valore  storico,  questo  documento  ha  importanza  per  gli  studi  linguistici. 

Celebrandosi  il  quinto  centenario  dell'  Università  di  Ferrara,  uscirono  i 
due  primi  fascicoli  del  voi  IV  degli  Atti  della  Deputazione  Ferrarese  di 
storia  patria  con  lavori  tutti  consacrati  allo  Studio  ferrarese.  Il  primo  fa- 
scicolo ha:  G.  Jarè,  Documenti  e  notizie  sulV  università  ferrarese  degli 
studi  dal  1735  al  1760,  che  fa  seguito  all'opera  del  Borsetti  e  ne  segue  il 
sistema;  0.  Venturini,  Dei  gradi  accademici  conferiti  dallo  Studio  ferra- 
rese nel  primo  secolo  distia  istituzione.  11  secondo  fascicolo  contiene:  A.  So- 
lerti, Documenti  riguardanti  lo  Studio  di  Ferrara  nei  sec.  XV  e  XVI 
conservati  nelV Archivio  Estense;  A.  Solerti,  Statuto  di  un'Accademia  fer- 
rarese del  sec.  XVI.  Tra  i  lavori  di  divulgazione  intorno  allo  Studio  di 
Ferrara ,  comparsi  in  pubblicazioni  periodiche ,  non  è  da  trascurare  quello 
che  A.  Del  Vecchio  inserì  nel  giornale  politico  La  Nazione  (aprile  1892). 

Nel  periodico  napolitano  La  Tavola  Rotonda  (an.  II,  n»  27)  G.  A.  Cesareo 
inserisce  un  articolo  su  Gli  amori  del  Petrarca.,  in  cui  mostra  che  nel 
Canzoniere  non  è  cantata  solamente  Laura,  ma  eziandio  qualche  altra  donna. 

Nel  periodico  di  Susa  U  Indipendente  (an.  VI,  n»  34)  G.  Claretta ,  Rap- 
presentazioni sacre  e  profane  in  Val  di  Susa  nel  sec.  XVIII. 

Nuovo  Archivio  Veneto  (III,  2):  G.  Cipolla,  Pubblicazioni  riguardanti 
l'Italia  nel  medioevo,  resoconto  bibliografico  per  l'anno  1891;  F.  Foffano, 
Marco  Musuro  professore  di  greco  a  Padova  ed  a  Venezia,  buon  lavoretto, 
corredato  di  documenti. 

Archivio  storico  Lombardo  (XIX,  2):  C.  Vignati,  Francesco  de  Lemene 
e  il  suo  epistolario  inedito;  C.  Dell'Acqua,  Di  Cn'sto/bro  Colombo  studente 
in  Pavia  ;  G.  Pagani,  Milanesi  parenti  di  Cristoforo  Colombo. 

Archivio  storico  italiano  (Serie  V,  voi.  IX,  2):  P.  Rajna,  Gaia  da  Ca- 
mino, nota  a  Purg.,  XVI,  140;  G.  0.  Corazzini,  La  madre  di  Francesco 
Petrarca;  I.  Sanesi,  Il  testamento  di  Marchionne  di  Coppo  Stefani;  G. 
Mancini,  Un  nuovo  documento  sul  certame  coronario  del  1441  ;  A.  Medin, 
Una  lettera  di  Filippo  Guazzalotti. 

Archivio  della  Società  Romana  di  storia  patria  (XV,  1-2):  B.  Fontana, 
Documenti  Vaticani  contro  V eresia  luterana  in  Italia;  M.  Pelaez,  Visioni 
di  S.  Francesca  Romana,  testo  romanesco  del  sec.  XV,  contihuaz.  e  fine. 

Richiamiamo  l'attenzione  degli  studiosi  di  storia  dell'  arte  su  di  un  note- 
volissimo lavoro  di  Rodolfo  Rahn  intorno  /  dipinti  del  Rinascimento  nella 
Svizzera  italiana.,  che  viene  comparendo  nel  Bollettino  storico  della  Sviz- 
zera italiana,  dal  n*'  3-4  (an.  XIV)  in  poi.  E'  uno  studio  condotto  con  somma 
accuratezza  ed  amore  per  le  cose  nostre. 

Giornale  itorico,  XX,  fuBr.  58-59.  21 


322  CRONACA. 

Gazzetta  letteraria:  L.  Gretella,  Cristina  di  Svezia  in  Italia,  a  propo- 
sito del  libro  del  Glaretta;  E.  Galani,  Per  un  manoscritto  dell'Ariosto,  let- 
tera di  Garlo  Poerio  a  Luigi  Dragonetti,  del  27  agosto  1860,  in  cui  si  parla 
dell'acquisto  di  un  ms.  autografo  dell'Ariosto  (X  Vi,  23);  G.  Bosio,  Una  ma- 
schera veneta,  cioè  Facanapa  (XVI,  26);  R.  Renier,  Retorica,  intorno  ad  un 
metodo  scientifico  nell'insegnamento  della  retorica;  G.  Ferrari,  Per  Facanapa 
(XVI,  27);  A.  Neri,  Minuzie  Montiane  e  Foscoliane,  alcune  lettere  tratte 
dagli  autografi  della  bibl.  Universitaria  di  Genova  (XVI,  29);  L.  Reccardini, 
Ancora  Facanapa  (XVI,  30);  G.  Rua,  Carlo  Emanuele  1  e  la  poesia  na- 
zionale italiana,  artic.  condotto  su  materiale  inedito  (XVI,  31);  G.  Sforza, 
Un  lessicografo  dimenticato.  Frane.  Alberti  di  Villanova,  n.  a  Nizza  nel 
1737,  morto  a  Lucca  nel  1800  (XVI,  33);  R.  Renier,  Un  analisi  estetica  dei 
canti  Leopardiani,  sul  libro  di  G.  Trivero  (XVI,  34). 

Nel  Giornale  d' erudizione  (1  v ,  7-8)  si  legge  una  biografia  dell'  erudito 
pistoiese  Sebastiano  Giampi  scritta  da  mons.  Enrico  Hindi.  Ivi  pure  trovansi 
notizie,  comunicate  dal  Tessier,  di  Giovanni  Sagredo,  secentista,  noto  spe- 
cialmente per  avere  pubblicato  sotto  l' anagramma  di  Ginnesio  Gavardo 
Vacalerio  il  libro  di  novelle  Arcadia  in  Brenta. 

Il  Propugnatore  (V,  25-26):  A.  Lubin,  //  cerchio  che,  secondo  Dante,  fa 
parere  Venere  serotina  o  mattutina,  secondo  i  due  diversi  tempi,  e  dedu- 
zioni che  se  ne  traggono.  —  Continuazione  del  Fava  pubbl.  dal  Guadenzi, 
dell'  artic.  del  Mazzi  sulla  Palatina  di  Heidelberg ,  dell'  indice  delle  carte 
del  Bilancioni. 

L'  Ateneo  Veneto  (XVI,  I,  1-3):  F.  Gabofto,  Un  poeta  beatificato,  cioè 
Battista  Mantovano,  aetto  il  Garmelita;  A.  Gemma,  //  sentimento  della  na- 
tura da  Lucrezio  a  Galileo,  in  continuazione;  S.  Pellini,  L'Enrico, ovvero 
Francia  conquistata,  poema  di  Giulio  Malmignati,  in  continuazione,  nuovo 
confronto  dell'-Ennco  con  la  Henriade  del  Voltaire,  giudicando  l'A.  del  tutto 
insufficiente  quello  del  Marasca.  Gfr.  Giornale,  XVII,  278. 

N.  Antologia  (Serie  III,  voi.  XXXIX,  fase.  6):  F.  D'Ovidio,  Guido  da  Mon- 
te feltro  nella  Divina  Commedia;  G.  Pigorini-Beri,  La  Corte  di  Parma  nel 
sec.  XVIII:  (fase.  7),  A.  Zardo,  Aristodemo:  (fase.  8),  M.  Scherillo,  La 
€  Norma  »  di  Bellini  e  la  Velleda  di  Chateaubriand;  E.  Masi,  Uno  storico 
americano  delV Inquisizione,  parla  di  E.  G.  Lea,  A  history  of  the  Inquisi- 
tion  of  the  Middle  Ages;  (voi.  XL,  fase.  14):  A.  Solerti,  Le  liriche  amorose 
di  Torquato  Tasso;  (ifase.  15) ,  A.  Venturi ,  Natura  del  <  Rinascimento  >. 

La  Rassegna  nazionale  (voi.  LXV):  Lettere  inedite  di  N.  Tommcueo; 
(voi.  LXVl),  G.  Salvadori,  Guido  Guinizelli. 

Atti  e  memorie  della  R.  Deputazione  di  storia  patria  per  le  provincie 
di  Romagna  (Serie  III,  voi.  Ix,  fase.  4-6):  F.  Pellegrini,  //  serventese  dei 
Lambertazzi  e  dei  Geremei,  continuazione,  la  fine  nel  fascicolo  successivo; 
(voi.  X,  fase.  1-3),  L.  A.  Gandini,  Viaggi,  cavalli,  bardature  e  stalle  degli 
Estensi  nel  quattrocento;  G.  Albini,  Di  un  duello  tra  Guido  Rangone  e 
Ugo  Pepoli  nella  cronaca  e  nella  poesia  del  tempo ^  si  trattiene  special- 
mente sul  poemetto  del  Modesti,  il  duello  avvenne  il  31  die.  1516;  A.  Fa- 
varo,  Lo  Studio  di  Bologna  nel  i6i0  secondo  un  carteggio  del  tempo. 

Archivio  storico  siciliano  (XVII,  1):  G.  Romano,  Guini forte  Barxisza 
all'impresa  di  Gerba  del  1432  e  un  poemetto  inedito  di  Antonio  Canobio 
sullo  stesso  avvenimento. 

Rivista  italiana  di  filosofia  (luglio-agosto  '92):  G.  Marchesini,  La  dottrina 
metafisico-psicologica  ai  Andrea  Cesalpino. 

Rivista  italiana  di  numismatica  (V,  2)  :  B.  Morsolin ,  Tre  medaglie  in 
onore  di  frate  Giovanni  da  Vicenta. 


CRONACA  323 

Rivista  delle  biblioteche  (IV,  37-38):  A.  Solerti,  Di  una  rara  collezione 
di  rimatori  della  fine  del  cinquecento,  stamp.  a  Bergamo;  G.  Maruffi,  La 
biblioteca  palatina  di  Lucca;  L.  Frati,  Della  biblioteca  Corvina,  in  Buda; 
V.  Finzi,  Bibliografìa  delle  stampe  musicali  della  R.  Bibliot.  Esteme,  con- 
tinuazione; L.  Bandi,  Il  marito  e  i  figliuoli  di  Beatrice  Portinari,  su  do- 
cumenti che  si  trovano  nei  libri  de'  Bardi,  già  posti  a  profitto  dal  Del  Lungo. 

La  Cultura  (II,  20):  E.  Zama,  Orosio  e  Dante;  (II,  25),  G.  Gristofolini, 
Ancora  una  parola  sul  «  veltro  »  annunziato  da  Virgilio  ;  (II,  29),  Bonghi, 
Il  «  Giorno  »  del  Parini,  sul  libro  del  Carducci;  D.  Jahier,  Un  ostacolo  alla 
riforma  in  Italia  nel  sec.  XYl;  (II,  30;,  F.  M.  Pasanisi,  Ancora  a  propo- 
sito della  riform,a  in  Italia. 

La  Biblioteca  delle  scuole  italiane  (IV,  16):  G.  Gipolla,  Un  illustre  bi- 
bliografo, cioè  G.  B.  G.  Giuliari;  G.  Valeggia,  Nota  dantesca,  sulle  prime 
quattro  terzine  del  G.  IV  del  Purgatorio;  A.  Solerti,  Noterella  dantesca, 
a  Inf,  X,  108;  (IV,  18-20),  V.  A.  Arullani,  La  donna  nella  letteratura  del 
quattrocento;  (IV,  19-20),  0.  Bacci,  Nota  dantesca,  a  Purgai.,  VI,  142-144. 

Bullettino  della  Società  Dantesca  italiana,  oltre  la  solita  Bibliografia 
Dantesca,  nel  n»  7:  F.  Novati,  Nuovi  doci^menti  sopra  frate  Giovanni  da 
Serravalle,  tratti  dall'Archivio  di  Firenze;  nel  n»  10-11:  I.  Del  Lungo:  Alla 
vita  civile  di  Dante  in  Firenze  due  documenti  inediti. 

Atti  della  R.  Accade mÀa  di  scienze  inorali  e  politiche  di  Napoli  (vo- 
lume XXIV):  D.  Lojacono,  U opera  inedita  «  De  molestate  »  di  Giustiniano 
Majo  e  il  concetto  del  principe  negli  scrittori  della  corte  aragonese  di 
Napoli. 

Giuseppe  Baccini  fondò  un  nuovo  giornaletto  regionale ,  che  s'  intitola 
Bollettino  storico-letterario  del  Mugello.  Vi  compaiono  molti  antichi  do- 
cumenti riguardanti  luoghi,  cose  e  persone  di  quella  parte  della  Toscana. 
Per  gli  studi  nostri  possono  interessare  :  (I,  2),  il  testamento,  22  giugno  1423, 
di  Aladdalò  del  fu  Leonardo  de'  Medici  con  un  lascito  a  favore  della  com- 
pagnia dei  battuti  di  Barberino,  e  due  lettere  del  vicario  Leonardo  Busini, 
febbraio  1556,  intorno  all'arresto  di  Benvenuto  Gellini  da  lui  praticato  ;  (I,  3), 
un  tumulto  di  scolari  seguito  a  Scarperia  nel  1516,  e  la  distinta  di  parecchi 
scritti  inediti  di  Bartolomeo  Gorsini,  che  sono  nell'archivio  privato  del  cav. 
Aristide  dja  Barberino,  e  due  lettere  di  Gosimo  Ricci  e  di  G.  B.  Nelli  a  Gio- 
vanni Lami. 

Nel  n°  12  del  Bullettino  dell' Istituto  storico  italiano  G.  Merkel  inserisce 
un  utilissimo  spoglio  dei  Documenti  di  storia  medievale  italiana,  pubblicati 
dal  1885  al  1891.  La  divisione  è  fatta  per  regioni  e  città,  e  la  storia  let- 
teraria v'ha  larga  parte. 

Miscellanea  Francescana  (V,  4):  L.  Frati,  Inventario  della  biblioteca 
francescana  di  Bologna,  del  1421.  Tutte  opere  teologiche,  liturgiche,  asce- 
tiche, filosofiche.  E.  Filippini,  Mudo  da  Perugia  e  le  sue  profezie:  si  veda 
l'annuncio  nelle  pubblicaz.  nuziali  di  questo  fascicolo. 


Journal  des  savanis  (maggio  '92):  Gh.  Leveque,  Les  manuscrits  de  Lio- 
nard  de  Vinci,  sui  volumi  V  e  VI  della  ediz.  Kavaisson-Mollien. 

Zeitschrift  fur  Volkskunde  (IV,  5  e  6):  L.  Freund,  Aus  der  italienischen 
Spruchweisheit.  Schizzi  paremiologici. 

Revue  des  biblioihègues  (II,  1,  4,  5-6)  :  H.  Omont,  Les  manuscrits  grecs 
datés  des  XV^  et  XVI^  siècles  de  la  bibl.  Nationale  et  des  autres  biblio- 
thèques  de  France;  (II,  2),  L.  Dorez,  Recherches  sur  la  bibliothèque  die 
cardin.  Girolamo  Aleandro  (1480-1542);  L.  G.  Pélissier,  La  liasse  «  Potenze 


324  CRONACA 

sovrane^  Lodovico  XII •»  à  V  €  Archivio  di  stato  »  de  Milani  H.  Omont, 
Les  manuscrits  grecs  de  Guarino  de  Verone  et  la  biblioth.  de  Ferrare  \ 
(II,  3),  L.  Dorez,  Docwnents  sur  la  biblinthèque  de  la  reine  (^hristine  de 
Suède;  (II,  5-6),  L.  G.  Pélissier,  Manuscrus  ae  Gilles  de  Yiterhe  à  la  bi- 
bliothèque  Angélique;  L.  Dorez,  Un  document  nouveau  sur  la  bibìiothèque 
de  Jean  Lascaris. 

Romanische  Forschungen  (VII,  2):  R.  J.  Albrecht,  Die  Dresdener  Hand- 
schrift  der  Erotica  des   Tito  Vespasiano  Strozza. 

Neues  Archiv  der  Gesellschaft  fùr  altere  deutsche  Geschichtshunde 
(XVII,  3):  0.  Holder-Egger,  Bericht  ùber  eine  Reise  nach  Italien  im  Jahre 
1891.  Interessante  resoconto  del  viaggio  di  ricerca  erudita  che  l'A.  fece  tra 
noi.  Egli  ha  parole  di  lode  vivissime  per  l'ordine  delle  nostre  biblioteche  e 
la  liberalità  e  cortesia  che  vi  si  usano.  Le  sue  ricerche  furono  tutte  storiche, 
per  gli  scrittori  italiani  del  periodo  degli  Hohenstaufen ,  che  devono  com- 
parire nei  Monumenta  Germaniae.  Specialmente  notevoli  sono  le  appendici 
a  quest"  articolo ,  sulle  raccolte  di  mss.  della  biblioteca  Vittorio  Emanuele, 
su  quelle  delle  bibliot.  di  Cremona  e  di  Brescia,  su  quelle  deWImago  rnundi 
di  Jacopo  d'Acqui  ecc.  Stampa  integralmente  un  ritmo  latino  sulla  vittoria 
della  Lega  Lombarda  nel  1175. 

Historisches  Jahrbuch  (XIII,  3):  St.  Ehses,  Papst  Klemens  VII  in  dem 
Scheidungsprozesse  Heinrichs  Vili. 

Mittlieilungen  des  Instituts  fùr  òsterreichische  Geschichtsforschung  (XIII, 
1):  M.  Tangl,  Das  Taxwesen  der  pàpstlichen  Kanzlei  vom  XIII  bis  xur 
Mitte  des  XV  Jahrhunderts. 

Historisches  Taschenbuch  (Serie  VI,  an.  X):  H.  Fechner,  Ursprung, 
Wesen  und  Bedeutung  der  Philosophie  Friedrichs  des  Grossen.  —  (An.  XI), 
K.  Hartfelder,  Desiderius  Erasmus  v.  Rotterdam  und  die  Pdpste  seiner 
Zeit\  B.  Hilliger,  Katherine  v.  Medici  und  die  Zusammenkunft  in  Ba- 
yonne,  nel  lòo5. 

Deutsche  Zeitschrift  fùr  Geschichtswissenschaft  (VII,  1):  M.  Philippson, 
Die  Rómische  Curie  und  die  Bartholomàusnacht. 

Centralblatt  fùr  Bibliothekswesen  (IX,5):  H.  Omont,  Anciens  catalogues 
de  bibliothèques  anglaises;  (IX,  6),  Th.  Ilgen,  Zum  Buchhandel  im  Mit- 
telalter. 

Bibìiothèque  de  fècole  des  chartes  (LUI,  1-2):  H.  Omont,  Catalogue  des 
mss.  grecs  d'Antoine  Eparque  (1538),  tratto  dal  cod.  Vatic.  395S  col  con- 
fronto del  Parig.  gr.  30d4;  P.  Durrien,  Notes  sur  quelques  mss.  fran^ais 
dans  des  biblioth.  d' Allemagne,  sì  notino  i  codici  ai  versioni  francesi  d'o- 
pere del  Boccaccio  a  Monaco,  a  Dresda,  a  Vienna. 

Revue  des  langues  romanes  (ott.-dec.  '91,  ritardato):  F.  Novali,  Nouvelìes 
recherches  sur  le  roman  de  Florimont  d'après  un  ms.  italien^  quello  della 
Capitolare  di  Monza. 

Romania  (XXI,  82):  P.  Toynbee,  Christine  de  Pisan  and  Sir  John  Maun- 
deville. 

The  Academy  (n®  1040):  Steele,  Dante  and  the  heliotrope. 

Archiv  fùr  Geschichte  der  Philosophie  (IX,  5):  W.  Dilthey,  Auffassung 
und  Analyse  des  Menschen  im  XV  und  XVI  Jahrhundert. 

Neue  freie  Presse  (n«  9974):  R.  Lothar,  Die  Marionetten.  Sulla  storia 
dei  burattini. 

Mémoires  de  la  société  de  linguistique  de  Paris  (VII,  4):  Bréal,  Anciens 
mots  germaniques  d'origine  latine. 


CRONACA  325 

Anzeiqer  der  Akademie  der  Wissenschaften  in  Krakau  (maggio  '92): 
A.  Brùckner,  Die  lateinische  Poesie  des  Mittelalters  in  Polen. 

Mittheilungen  des  òsterr.  Museums  fùr  Kunst  und  Industrie  (N.  S., 
VII,  4):  J.  V.  Falke,  Fine  Gruppe  mittelalterlicher  Wandteppiche. 

Bldtter  fùr  literar.  Unterhaltung  (1892,  no  23)  :  R.  Friedrich,  Die  Tas- 
so fehde. 

Der  Katholik  (III,  5-6):  F.  J.  Holly,  Marienverehrung  in  Liede  der  dl- 
testen  Kirchensprachen. 

Ungarische  Revue  (XII,  5):  B.  Làzàr,  Das  Casseler  Fortunatus-Brama. 

The  Nineteenth  Century  (n°  184):  W.  E.  Gladstone,  Bid  Dante  study  in 
Oxford  ì  Rilevante.  Quest'articolo  del  sommo  statista  inglese  comparve  an- 
che tradotto  nel  Corriere  della  sera. 

Notices  et  extraits  des  manuscrits  (XXXIV ,  P.  l),  oltre  lo  scritto  del 
De  Nolhac  esaminato  nel  Giorn.,  XVII,  460.  contengono  :  Langlois,  Formu- 
laires  de  lettres  du  XII,  du  XII l  et  du  XI V  siede;  Delisle,  Anciennes 
traductions  frangaises  du  traité  de  Pètrarque  sur  les  remèdes  de  Vune  et 
de  Vautre  fortune;  Perret,  Le  ma,nuscrit  de  Cecco  Simonetta. 

Nella  Revue  de  la  Socièté  des  études  historiques.,  1892,  fase.  1°,  si  noti  un 
articolo  di  Giuseppe  R.  Sanesi  su  Uorganisation  d^une  armée  communale 
italienne,  nel  1260,  condotto  sul  Libro  di  Montaperti  edito  da  G.  Paoli. 

Notevolissima  nella  Revue  des  traditions  populaires  (1892)  una  serie  di 
scritti  iniziata  da  E.  Muntz  su  Les  légendes  du  moyen  dge  dans  Vari  de 
la  Renaissance.  Il  primo  capitolo  riguarda  La  legende  de  Trojan. 

^eìVOversigt  over  Yidenskahernes  Selskahs  Forhandlinger  (fase.  1°  del 
1891)  Giov.  Steenstrup  ha  inserito  uno  studio  sulle  canzoni  popolari  del  me- 
dioevo in  Danimarca,  che  non  deve  essere  trascurato  dai  nostri  folkloristi. 
Nel  fase.  3,  J.  L.  Heiberg  parla  dei  primi  mss.  greci  della  biblioteca  pontificia. 

Revue  historique  (XLIX,  2):  A.  Leroux,  La  royauté  frangaise  et  le  saint 
empire  romain  au  m,oyen  dge. 

Annales  de  la  Faculté  de  lettres  de  Bordeaux  (1892):  L.  G.  Pélissier, 
La  politique  du  Marquis  de  Mantoue  pendant  la  lutte  de  Louis  XII  et  de 
Ludovic  Sforza  {1498-ioOO).  Articolo  molto  importante,  che  si  fonda  su 
documenti  inediti  tratti  da  vari  archivi,  particolarmente  da  quelli  di  Mi- 
lano e  di  Mantova. 

Revue  des  deux  mondes  (voi.  GVIl):  G.  Séailler,  Léonard  de  Vinci  sa- 
vant;  (voi.  GVIII):  G.  Valbert,  Don  Carlos  dans  la  poesie  et  dans  Vhistoire\ 
G.  Larroumet,  La  comédie  en  France  au  moyen  dge;  (voi.  GXI):  G.  Séailler, 
U esthétique  et  Vari  de  Léonard  de  Vinci. 

Archiv  fùr  das  Studium  der  neueren  Sprachen  und  Litteraturen 
(LXXXVIII,  3-4):  G.  Steffens,  Die  altfranzòsische  Liederhandschrift  von 
Siena.,  riproduzione  diplomatica  e  nuova  descrizione  del  ms. ,  su  cui  vedi 
Schwan,  Die  altfr.  Liederhss.,  pp.  56  sgg.  —  A.  Tobler,  Zur  Erinnerung 
an  Adolf  Gaspary. 

Revue  des  questions  historiques  (disp.  103;:  R.  P.  Pierling,  Les  Russes 
au  concile  de  Florence,  del  1439. 

L'  undecime  Annual  Report  of  the  Dante  Society  di  Gambridge  (S.  U. 
America),  1892,  contiene,  oltre  la  solita  bibliografia  dantesca,  la  lì  parte  dei 
Documents  concerning  Dante' s  public  li  fé  raccolti  da  G.  R.  Garpenter  ed 
un  articolo  di  Lucy  Alien  Paton,  Danle's  personal  Character. 

E  finalmente  comparsa  la  prima  dispensa,  di  circa  10  fogli  di  stampa,  del 


326  CRONACA 

Kritischer  Jahresbericht  iiber  die  Fortschritte  der  Romanischen  Philologie 
(Mùnchen  u.  Leipzig,  Oldenbourg,  1892)  diretto  da  K.  Vollmòller  e  R.  Otto 
e  compilato  da  115 cooperatori.  Come  avvertimmo  nel  nostro  annuncio  (Gior- 
nale, XVII,  160)  in  quest'opera,  che  consterà  di  sei  fascicoli  annui  (prezzo 
d'associazione  Mk.  16) ,  si  darà  conto  criticamente  da  specialisti  di  tutte  le 
pubblicazioni ,  linguistiche  e  letterarie ,  relative  al  territorio  romanzo  od  a 
materie  e  territori  affini.  Ora  vien  riferito  della  produzione  del  1890.  Nel 
primo  fascicolo,  alPinfuori  d'un  articolo  di  K.  v.  Reinhardstoettner  sulla  let- 
teratura latina  della  Rinascenza,  tutto  è  linguistica.  Sulla  grammatica  ita- 
liana e  sui  dialetti  italiani  antichi  si  trattiene  W.  Meyer-Lùbke,  sui  dialetti 
vivi  del  nord  d'Italia  C.  Salvioni,  su  quelli  del  centro  E.  Monaci,  sui  meri- 
dionali H.  Schneegans,  sui  sardi  P.  E.  Guarnerio.  La  storia  letteraria  italiana» 
che  comparirà  in  uno  dei  fascicoli  prossimi,  avrà  i  seguenti  relatori:  E.  Mo- 
naci, E.  Pèrcopo,  M.  Barbi,  R.  Renier,  V.  Crescini,  G.  Mazzoni,  P.  Rajna, 
A.  L.  Stiefel,  V.  Rossi,  C.  Antona-Traversi,  B.  Wiese. 


•  Tardi,  ma  pur  sempre  in  tempo,  annunciamo  un  volume  di  Saggi  critici 
e  biografici  di  Filippo  Tribolati  (Pisa,  Spoerri,  1891),  in  cui  sono  raccolti 
parecchi  scritti  suoi  già  sparsamente  editi.  Oltreché  delle  relazioni  del 
Voltaire  con  l'Italia  e  del  soggiorno  del  Byron  in  Toscana,  vi  si  tratta  di 
alcuni  letterati  nostri  notevoli,  come  Domenico  Batacchi,  Pietro  Giordani, 
F.  D.  Guerrazzi. 

•  Un  altro  volume,  ben  altrimenti  importante,  di  cui  ci  duole  di  non 
aver  dato  notizia  prima,  è  quello  di  Luigi  Fumi,  Orvieto^  note  storiche  e 
biografiche  (Città  di  Castello,  Lapi,  1891).  Noi  vorremmo  che  tutte  le  città 
nostre  minori  possedessero  un  libro  così  acconcio  per  richiamare  ai  cittadini 
le  vicende  della  patria.  Il  Fumi  ha  tracciato  in  23  capitoli,  con  mano  maestra, 
la  storia  della  sua  Orvieto  nei  momenti  più  notevoli,  dalle  remote  origini 
etrusche  sino  all'annessione  ai  Regno  d'Italia.  La  narrazione  è  condotta 
su  fonti  in  gran  parte  inedite  ed  è  vivacissima  ed  elegante  nella  forma. 
Molte  cose  sono  accennate  nel  libro  che  possono  interessare  ai  cultori  di 
storia  delle  arti  e  delle  lettere.  Il  capitolo  sui  Monaldeschi  e  sui  Filippeschi 
(pp.  85  sgg.)  è  la  miglior  chiosa  storica  che  sinora  siasi  scritta  al  notissimo 
accenno  di  Dante  nel  Purgai.,  VI,  107. 

•  Giacomo  Poletto  ha  fatto  seguire  al  suo  laborioso  e  comodo  Dizionario 
Dantesco  un  voi.  intitolato  Alcuni  studi  su  Dante  AUighieri,  che  ne  sono, 
a  dir  così,  il  complemento.  Di  queste  17  prose,  di  varia  estensione  e  impor- 
tanza, alcune  riguardano  la  vita  e  la  famiglia  del  poeta,  altre  la  bibliografìa 
delle  opere,  parecchie  si  aggirano  su  alcuni  discussi  quesiti  d'esegesi  dan- 
tesca. Notiamo  particolarmente  un  gruppo  di  scritti  (IV-VIIl)  diretti  ad 
illustrare  la  politica  di  Dante,  uno  scritterello  (XI)  sul  simbolismo  dei  nu- 
meri, e  due  (XV  e  XVI)  d'illustrazione  topografica,  l'uno  sulla  Chiarentana 
dell'/n/*.,  XV,  9,  che  l'A.  vorrebbe  fosse  un  monte  del  basso  Trentino,  l'altro 
sul  Bacchiglione,  a  proposito  della  terzina  controversa  posta  in  bocca  a 
Cunizza  nel  Parad.y  IX,  46-48.  Quest'ultima  illustrazione  è  dovuta  all' ab. 
Bortolan.  Per  una  più  minuta  esposizione  di  quanto  nel  voi.  contiensi  ri- 
mandiamo al  Bullettino  della  società  dantesca  italiana,  n!  10-11,  pp.  72-74. 

•  Il  prof.  F.  L.  PuUé   ha  pubblicato   nella   dispensa  242  della  Scelta  di 


CRONACA  327 

curiosità  letterarie  il  voi.  I  di  una  raccolta  di  Testi  antichi  modenesi  dal 
sec.  XIV  alla  metà  del  sec.  XVII.  Precede  nel  volume  una  prefazione  sto- 
rica riguardante  gli  scrittori  in  vernacolo  modenese.  Fra  i  testi  sono  spe- 
cialmente notevoli,  dal  punto  di  vista  letterario,  i  sonetti  d'un  Pincetta  o 
Paisan  da  Modna,  fiorito  nella  seconda  metà  del  sec.  XVI.  L'edizione  di 
questi  sonetti  è  condotta  su  di  un  cod.  dell'Estense  e  su  due  del  Museo 
Britannico.  —  Varie  congetture  storiche  su  questo  misterioso  Pincetta,  che 
s'ignora  se  così  si  chiamasse  per  pseudonimo  o  per  suo  cognome  reale,  pro- 
pone L.  F.  Valdrighi  in  un  suo  studietto  '  pubblicato  a  parte  col  titolo  Di 
una  denominazione  di  pubblico  spazio  mercatorio  e  nundinario  in  Modena 
nel  sec.  XVI,  Modena,  tip.  del  Commercio,  1892.  Ivi  trovansi  pure  alcune 
dotte  interpretazioni  di  vocaboli  oscuri  usati  dal  vecchio  verseggiatore  mo- 
denese. 

*  Il  dr.  Curzio  Mazzi,  con  quella  singolare  competenza  nelle  cose  senesi 
che  tutti  gli  riconoscono,  stava  da  molto  tempo  allestendo  una  edizione  illu- 
strata della  Storia  del  Re  Giannino,  per  cui  intendeva  specialmente  profit- 
tare del  più  antico  ms.  che  la  rechi,  già  appartenuto  a  Celso  Cittadini,  ora 
nella  Barberiniana.  Di  quel  ms,  egli  parlò  nel  n»  31-32  della  Rivista  delle 
biblioteche,  e  fin  dall'ottobre  1891  Y Archivio  stor.  italiano.  Serie  V,  voi.  Vili, 
p.  234  annunciava  oflBcialmente  la  pubblicazione  del  Mazzi.  Ci  duole,  per 
quella  cortesia  e  quelli  onesti  riguardi  che  fra  studiosi  si  dovrebbero  sempre 
usare,  l'apprendere  che  nonostante  ciò  altri  attende  in  Siena  a  far  comparire  la 
Storia  (vedi  Fanfulla  della  domenica,  XIV,  19).  Per  quanto  il  Mazzi  possa 
essere  certo  che  diflBcilmente  il  nuovo  editore  potrà  conseguire  la  sua  pre- 
parazione, intendiamo  benissimo  come  di  quest'atto  indelicato  egli  si  dolga  non 
poco.  In  Italia,  ove  tante  ricerche  storiche  sono  ancora  da  fare,  v' è  proprio 
bisogno  di  contendersi  il  primato  nel  dare  alla  luce  un  insigne  documento?! 

*  La  Scuola  francese  di  Roma  pubblicò  un  volume  commemorativo  di 
Mèlanges  G.  B.  De  Rossi  (Paris-Rome,  Cuggiani,  1892).  Buona  parte  delle 
memorie' che  lo  compongono  riguarda,  com'è  naturale,  cose  archeologiche, 
ma  alcune  di  esse  si  riferiscono  anche  a  storia  artistica  e  letteraria  più 
recente.  Citiamo  al  primo  luogo  l'articolo  di  Pierre  De  Nolhac,  Les  manuscrits 
de  VHistoire  Auguste  chez  Pétrarque,  e  quindi  L.  Dorez,  La  bibliothèque 
de  Giovanni  Marcanova,  archeologo  e  bibliofilo  del  sec.  XV;  P.  Durrieu, 
Une  vue  intérieure  de  Vancien  Saint  Pierre  de  Rome  au  milieu  du 
XV^  siede;  A.  GefFroy,  Une  vue  inèdite  de  Rome  en  1459;  E.  Muntz, 
Plans  et  monuments  de  Rom£  antique;  A.  Pératé,  La  résurrection  de 
Lazare  dans  l'art  chrétien  primitif. 

*  Interessantissimo  per  gli  studi  sull'umanismo  è  il  libro  di  Emilio  Legrand, 
Cent-six  lettres  grecques  de  Francois  Filelfe  publiées  integralement  pour 
la  première  fois  d'après  le  Codex  Trivultianus  873,  Paris,  Leroux,  1892. 
I  testi  greci  sono  corredati  di  traduzioni,  note  e  commenti.  Nel  volume  sono 
anche  pubblicate  poesie  greche  del  Filelfo,  e  lettere  inedite  del  Bessarione, 
di  Giovanni  Argiropulo,  di  Giorgio  da  Trebisonda,  di  Guarino  Veronese  e 
d'altri  minori. 

*  È  comparso  in  volume  lo  studio  di  Antonio  Paglicci-Brozzi,  Il  Teatro 
a  Milano  nel  sec.  XVII,  Milano,  Ricordi,  1892,  che  vide  già  la  luce  nella 


328  CRONACA 

Gazzetta  musicale.  E  diviso  in  diciotto  capitoli,  uno  dei  quali  tratta  di 
Isabella  Andreini,  uno  di  Giov.  Batt.  Andreini,  ed  un  altro  di  Pier  Maria 
Cecchini  detto  Fritellino.  Lo  studio  storico  è  basato  su  documenti  nuovi 
tratti  dagli  Archivi  di  Lombardia. 

*  La  R.  Accademia  di  Napoli  ha  pubblicato  in  due  grossi  volumi  la  mo- 
nografia di  G.  A.  Cesareo  su  Salvator  Rosa.  Ivi  è  rifatta,  su  nuovi  docu- 
menti, la  biografia  del  Rosa,  sono  raccolte  le  sue  poesie  liriche,  edite  ed 
inedite,  ed  oltracciò  le  satire,  una  delle  quali  non  prima  pubblicata,  e  sono 
stampate  130  lettere,  di  cui  HO  inedite.  Il  Giornale  si  occuperà  con  la  debita 
estensione  di  quest'importante  contributo  alla  storia  letteraria  del  seicento. 

*  La  Casa  Olschki  di  Venezia  ha  pubblicato  una  riproduzione  fototipica 
del  De  vulgari  eloquentia  secondo  il  cod.  di  Grenoble,  il  quale  servì  alla 
edizione  principe  del  Corbinelli. 

*  Col  titolo:  VEndimione  del  Chariteo  secondo  la  stampa  napoletana 
d^l  MDIX  con  note  di  Erasmo  Pèrcopo  (Napoli,  tip.  dell'Accademia  reale 
delle  scienze ,  dir.  da  M.  de  Rubertis ,  1892) ,  il  Pèrcopo  ha  pubblicato 
elegantemente  in  dieci  soli  esemplari  «  su  carta  imperiale  doppiona  a  mano 
«  di  formato  grande  in-R»  »,  il  primo  libro  dei  sonetti  e  canzoni,  cioè  le  rime 
più  belle,  estraendole  dall'edizione  completa  delle  poesie  di  quel  lirico  quattro- 
centista data  da  lui,  della  quale  il  Giornale  nostro  si  occuperà  largamente. 
Quattro  soli  esemplari  sono  posti  in  vendita.  Avviso  ai  bibliofili! 

*  S'è  iniziata  la  pubblicazione  a  dispense  d'una  Storia  delle  lettere  in 
Sicilia  dalV  origine  della  lingua  sino  al  i848  di  Rosario  Salvo  di  Pietra- 
ganzili.  Ogni  fase,  di  tre  fogli  di  stampa  costa  L.  l,e  10  fascic.  formeranno 
un  volume.  L'opera  intera  risulterà  di  tre  o  quattro  volumi. 

»  Uscirà  entro  l'anno  un  volume  del  dr.  Antonio  Belloni  (Padova,  Draghi 
editore)  intitolato  Gli  epigoni  della  Gerusalemme  liberata.  In  esso  saranno 
studiati  molti  poemi  epici  stampati  in  Italia  dal  1582  al  1700. 

*  Si  annunciano  per  la  fine  di  settembre  i  due  primi  volumi  del  Manuale 
della  letteratura  italiana  compilato  dai  professori  A.  D'Ancona  ed  0.  Bacci. 
Ne  sarà  editrice  la  Casa  Barbèra. 

*  Tesi  di  laurea  e  programmi  scolastici:  L.  Wirtz,  Die  Politih  der  Katha- 
rina  von  Medici  (laurea,  Jena);  G.  Mentz,  Ist  es  bewiesen^  dass  Trithemius 
ein  Fàlscher  war?  (laurea,  Jena);  H.  Janitscheck,  Die  Kunstlehre  Dante'' s 
und  Giotto' s  Kunst  (prolusione,  Lipsia);  B.  Kindt,  Die  Katastrophe  LudO' 
vico  Moros  in  Novara  im  Aprii  1500,  eine  quellenkritische  Uutersuchung 
(laurea,  Greifswald);  N.  Spiegel,  Die  Vaganten  und  ihr  Orden  (prog.  ginn., 
Spira);  Anschùtz,  Boccaccio' s  Novelle  von  Falken  und  ihre  Verbreitung 
in  der  Literatur  (laurea,  Erlangen);  H.  Ungemach,  La  guerra  de  Parma, 
ein  italienisches  Gedicht  auf  die  Schlacht  bei  Fomovo  1495  (prog.  ginn., 
Schweinfurt). 

*  Una  tesi  di  laurea  tedesca  vogliamo  segnalare  con  predilezione,  sia 
perchè  proviene  da  un  italiano,  sia  perchè  tratta  argomento  agli  studi  nostri 
molto  affine,  e  per  quanto  ci  sembra  lo  tratta  con  larga  cognizione  e  pro- 
fondità. La  dissertazione  è  di  Arturo  Farinelli  d' Intra  e  s'intitola  Die 
Beziehungen  zwischen  Spanien  und  Deutschland  in  der  Litteratur  der 
beiden  Ldnder  (Berlin,  Haack,  1892).  La  prima  parte,  unica  sinora  uscita, 


CRONACA  329 

va  sino  al  sec.  XVIII,  e  fu   presentata   all'Università  di  Zurigo.  I  rapporti 
ideali  della  Spagna  con  l'Italia  vi  sono  più  volte  richiamati. 

*  Libri  ed  opuscoli  nuovi: 

Lewis  F.  Mott.  —  Dante  and  Beatrice.  An  essay  in  interpretation.  — 
New  York,  Jenkins,  1892. 

Pierre  de  Nolhac.  —  Pétrarque  et  Vhumanisme.  —  Paris,  Bouillon,  1892. 

Pio  Rajna.  —  La  genesi  della  Divina  Commedia.  Estratto  dal  voi.  La 
vita  italiana  del  Trecento.  —  Milano,  Treves,  1892. 

Camillo  Trivero.  —  'foggio  di  commento  estetico  al  Leopardi.  —  Salò, 
Devoti,  1892. 

E.  KoEPPEL.  —  Studien  zur  Geschichte  der  italienischen  Novelle  in  der 
englischen  Literatur  des  sàchzehnten  Jahrhunderts.  —  Strassburg,  Trùbner, 
1892. 

Benedetto  Gareth  detto  il  Ghariteo.  — -  Le  rime  secondo  le  due 
stampe  originali.,  con  introduzione  e  note  di  Erasmo  Pèrcopo.  —  2  volumi 
della  Bibliot.  napoletana  di  storia  e  letteratura.  —  Napoli,  1892. 

G.  Paxsa.  —  Il  poeta  Francesco  Berni  in  Abruzzo.  —  Lanciano,  Carabba, 
1892. 

Mario  Menghini.  —  Tommaso  Stigliani.  Contributo  alla  storia  letteraria 
dei  sec.  XVII.  —  Modena,  Sarasino,  1892  (stampato  a  Genova,  estratto  dal 
Giornale  Ligustico). 

Eleutero  Docimasta.  —  Dì  alcune  osservazioni  critiche  sopra  recenti 
studi  intorno  Albertino  Mussato.  —  Roma,  tip.  dell'Opinione,  1892. 

Giosuè  Carducci.  —  Storia  del  «  Giorno  »  di  Giuseppe  Po.rini.  —  Bologna 
Zanichelli,  1892. 

Ludwig  v.  Scheffler.  —  Michelangelo.  Eine  Renaissancestudie.  —  Al 
tenburg,  Geibel,  1892. 

Giuseppe  Lesca.  —  Giovannantonio  Cam,pano  detto  VEpiscopus  Apru 
tinus.  Saggio  biografico  e  critico.  —  Pontedera,  tip.  Ristori,  1892. 

Giuseppe  Castelli.  —  La  vita  e  le  opere  di  Cecco  d'Ascoli.  —  Bologna 
Zanichelli,  1892. 

Arturo  Graf.  —  Miti,  leggende  e  superstizioni  del  medio  evo.  —  voi.  I 
11  mito  del  paradiso  terrestre;  Il  riposo  dei  dannati;  La  credenza  nella  fa- 
talità. —  Torino,  Loescher,  1892. 

Cortigiane  del  secolo  XVL  Lettere,  curiosità,  notizie.  Disp.  24-25  della 
Bibliotechina  grassoccia.  —  Firenze,  1892. 

Cap.l  Rodenberg.  —  Innocenz  IV  und  das  KÒnigreich  Sicilien,  1245- 
1254.  —  Halle,  Niemeyer,  1892. 

Max  Goldstaub  und  Richard  Wendriner.  —  Ein  tosco-vene zianischer 
Bestiarius.  —  Halle,  Niemeyer,  1892. 

Dario  Garraroli.  —  La  leggenda  di  Alessandro  Magno.  Studio  storico- 
critico.  —  Torino-Palermo,  Clausen,  1892. 

Francesco  Nitti.  —  Leone  Xe  la  sua  politica.  —  Firenze,  Barbèra,  1892. 

Domenico  Bosurgi.  —  Studii  di  psicologia  applicata  alla  letteratura.  — 
Catania,  Giannetta,  1892. 


330  CRONACA 

A.  L.  Stiefel.  —  Unbehannte  italienische  Quellen  Jean  Rotrous.  — 
Berlin,  Gronau,  1891. 

Flaminio  Pellegrini.  —  Il  serventese  dei  Lambertazzi  e  dei  Geremei. 
Estratti  dagli  Atti  e  mem.  per  le  prov.  di  Romagna.  —  Bologna,  Fava  e 
Garagnani,  1892. 

Gaudenzio  Claretta.  —  La  regina  Cristina  di  Svezia  in  Italia.  —  To- 
rino, Roux,  1892. 

Francesco  Golagrosso.  —  Studi  di  letteratura  italiana.  —  Verona,  D. 
Tedeschi,  1892. 

Egidio  Gorra.  —  Studi  di  critica  letteraria.  —  Bologna,  Zanichelli,  1892. 

*  Annunzi  analitici: 

Italo  Pizzi.  —  Le  somiglianze  e  le  relazioni  tra  la  poesia  persiana  e  la 
nostra  nel  medio  evo.  —  Torino,  Glausen,  1892  [Estratto  dalle  Memorie 
della  R.  Accademia  delle  scienze  di  Torino.  Di  questo  genere  d'indagini 
comparative  i  lettori  nostri  hanno  avuto  un  saggio  nell'articoletto  con  cui 
il  Pizzi  stesso  avvicinò  in  questo  Giornale,  XVII,  80,  VAmeto  del  Boccaccio 
al  romanzo  persiano  di  Nizàmi,  articoletto  ch'è  anche  sunteggiato  nella  pre- 
sente memoria  (pp.  61-62).  In  essa  memoria  il  P.  ha  voluto  porre  a  profitto 
la  cognizione  larga  ch'egli  ha  delle  letterature  orientali  in  genere  e  della 
persiana  in  ispecie,  per  accostare  a  molti  fatti  e  modalità  del  pensiero  let- 
terario occidentale  altri  fatti  e  modalità  che  già  si  riscontrano  nell'oriente 
persiano.  Egli  prudentemente  dice  di  voler  segnalare  delle  somiglianze  e 
non  delle  derivazioni  (p.  5),  e  di  ciò  convien  prender  atto,  quantunque  più 
di  una  volta  gli  avvenga  di  trarre  da  certe  somiglianze  conclusioni  alquanto 
arrischiate  ed  in  fine  gli  accada  di  concludere  che  per  vario  tramite  «  una 
«  ricca  derrata  orientale  è  venuta  a  noi  e  presso  di  noi  ha  lasciato  tali  tracce 
«  che  non  anche  sono  state  cancellate  »  (p.  70).  La  memoria,  tal  quale  è, 
densa  di  fatti  e  di  congetture,  basata  su  molta  dottrina  nelle  cose  d'oriente, 
potrà  e  dovrà  essere  consultata  dagli  studiosi  di  cose  medioevali.  Premesse 
alcune  considerazioni  generali  sulle  relazioni  tra  l'oriente  e  l'occidente  e  sulla 
scienza  particolarmente  persiana,  viene  il  P.  a  considerare  in  modo  specifi- 
cato: 1°,  le  somiglianze  nei  motivi  epici;  2®,  le  somiglianze  nelle  dottrine 
mistiche  e  panteistiche;  3°,  le  somiglianze  nelle  enciclopedie  scientifiche; 
4»,  le  somiglianze  nelle  forme  poetiche.  Nonostante  la  divisione  accurata 
della  materia,  che  risulta  come  da  uno  specchio  nel  bene  inteso  sommario 
ch'è  in  testa ,  si  riduce  questa  memoria  ad  una  serie  di  appunti ,  cui  è  de- 
plorevole manchino  del  tutto  i  rinvìi  bibliografici  atti  ad  agevolare  la  veri- 
ficazione di  quanto  afierma  VA.  Egli  infatti,  che  ha  tanta  pratica  di  studi, 
deve  sapere  quanto  sia  utile,  anzi  necessario,  in  questioni  così  ardue,  il  poter 
constatare  tutto  coi  propri  occhi.  A  noi  sembra  che  specialmente  il  capitolo 
sui  motivi  epici  abbia  parecchi  vizi  metodici ,  che  lo  rendono  forse  meno 
utile  di  quanto  avrebbe  potuto  riuscire.  Il  P.,  se  non  c'inganniamo,  ha  voluto 
addurre  troppi  fatti,  e  quindi  ha  messo  insieme  un  cumulo  di  somiglianze, 
parecchie  delle  quali  sodo  cosi  larghe  da  far  concludere  solamente  ad  un 
risultato  ormai  vecchio,  la  povertà  della  fantasia  umana,  che  ritorna  sempre 
sulle  medesime  vie.  Oltracciò  non  è  usato  troppo  discernimento  nell'acco- 
stare  fatti  minimi,  artifici,  si  direbbe,  letterari  a  grandi  motivi  leggendari; 


CRONACA  331 

per  es.,  la  chioma  della  donna  guerriera,  che  si  sprigiona  nel  combattimento 
e  fa  innamorare  i  cavalieri  nemici,  allo  sparire  dell'eroe  destinato  alla  im- 
mortalità, fatto  diffusissimo  ed  importantissimo,  che  si  vuole  abbia  origine 
mitica  (cfr.  Pio,  Sagnet  om  Holger  clanshe^  Kjòbenhavn,  1869,  e  Paris  in 
Revue  critique,  V,  1,  107)  ed  all'altro  grande  motivo  del  padre  che  com- 
batte col  figlio  senza  conoscerlo  (per  riscontri  vedi  Nyrop,  Storia  dell'epopea 
francese,  trad.  Gorra,  p.  69,  n.  1).  Molto  ardito  ci  sembra  quello  che  il  P. 
dice  degli  influssi  che  avrebbero  esercitato  gli  orientali  sulle  enciclopedie 
dell'età  di  mezzo;  ed  infatti  fu  questo  il  punto  su  cui  fecero  maggiori  os- 
servazioni gli  accademici  incaricati  d'esaminare  la  memoria  del  P.  (cfr.  Atti 
Accad.  Scienze,  voi.  XXVII,  disp.  5»,  pp.  356  sgg.).  Ci  spiace  poi  che  TA. 
sia  tornato  a  toccare  dell'origine  orientale  della  rima  (p.  60),  tesi  ormai  di- 
sperata, e  che  dia  tanto  peso  agli  influssi  orientali  in  Provenza  (pp.  53-54), 
che  furono  combattuti  già  dallo  Schlegel  con  sì  buone  ragioni.  Il  P.  sa,  del 
resto,  quanto  sdrucciolevole  sia  il  terreno  su  cui  cammina,  e  per  lo  più  va 
innanzi  guardingo;  onde  ci  sembra  tanto  più  strano  che  a  p.  15  egli  scherzi 
sul  neo  vermiglio,  contrassegno  del  sangue  reale  francese,  quasiché  il  Rajna 
abbia  fondato  su  quell'argomento  solo  quel  suo  solido  volume,  per  cui  ormai 
tutti  ravvisano  la  dipendenza  dell'epopea  carolingia  dalla  merovingia.  Le  os- 
servazioni che  in  questa  memoria  ci  parvero  più  concludenti  sono  quelle  sui 
riscontri  persiani  della  Tiirandot  di  G.  Gozzi  e  dello  Schiller  (p.  18),  quelle 
sugli  antecedenti  persiani  del  poema  bisantino  Digenis  Akrita  (pp.  28  sgg.), 
quantunque  l'avvicinamento  di  Digenis  ed  Orlando  (p.  31)  sia  per  lo  meno 
molto  bizzarro,  quelle  sull'origine  persiana  (questa  volta  innegabile)  del  Libro 
di  Sidrac  (pp.  40-43).  Notevoli  pure  le  informazioni  intorno  agli  strumenti 
musicali  venuti  dall'oriente  (p.  56),  sul  qual  soggetto  l'A.  dovrebbe  tornare 
altrove  più  diff'usamente.  La  nuova  congettura  sull'origine,  così  disputata, 
della  parola  sirventese  (p.  64)  è  molto  peregrina.  Curioso  l'avvicinamento  del 
libro  pehlevico  di  Arda  alla  Commedia  (p.  51);  ma  l'opinione  del  De  Gu- 
bernatis  che  la  montagna  del  Purgatorio  sia  nell'isola  di  Ceylan  ,  creduta 
incontrastabile  dal  P.,  non  regge  davvero  alla  critica.  Cfr.  Graf,  Miti,  leg- 
gende e  superstizioni  del  medio  evo,  I,  5  e  130,  n.  19]. 

Egidio  Bellorini.  —  Note  sulle  traduzioni  italiane  dell'«  Ars  amatoria  » 
e  dei  «  Remedia  am.oris  »  d'Ovidio  anteriori  al  Rinascimento.  —  Bergamo, 
tip.  Cattaneo,  1892;  100  esemplari  [Questo  lavoro  diligentissimo ,  condotto 
con  metodo  veramente  esemplare,  merita  encohnio  anche  maggiore  di  qualche 
altro,  perchè  l'indagine  erudita  non  potè  trovarvi  quei  sollievi  e  quei  com- 
pensi, che  pur  di  solito  accompagnano  fatiche  simili.  Chi  volenteroso  si  ac- 
cinge a  trattar  soggetti  di  questa  natura  fa  senza  dubbio  opera  utile,  ma  si 
sacrifica  alla  scienza,  perchè  è  agevole  il  prevedere  che  dovrà  lavorar  molto, 
senza  raggiungere  ri.sultati  notevoli.  E  infatti  nell'opuscolo  del  B.,  fatto,  lo 
ripetiamo,  come  difficilmente  si  poteva  meglio,  risultati  notevoli,  non  vi  sono. 
Egli  conosce  e  descrive  tre  versioni  deWArs  amatoria ,  due  in  prosa ,  con- 
servate in  molti  mss.,  ed  una  in  terza  rima,  diffusissima  anche  in  antiche 
edizioni,  quantunque  non  sia  compiuta.  La  prima  versione,  che  può  rimon- 
tare alla  seconda  metà  del  XIU  sec,  ha  un  commento  infarcito  d'erudizione 
mitologica,  che  il  B.  esamina,  riferendone  in  una  speciale  appendice  (pp.  69 


332  CRONACA 

8gg.)  i  passi  relativi  a  fatti  e  ad  usanze  de'  tempi  del  chiosatore.  La  seconda 
versione,  conservata  da  due  codici,  è  del  principio  del  sec.  XIV;  quella  in 
rima,  che  non  è  punto  certo  sia  opera  di  Troilo  degli  Avenanti,  come  lo 
Zeno  suppose,  appartiene  alla  seconda  metà  del  trecento,  ovvero  alla  prima 
del  quattrocento.  Le  traduzioni  dei  Remedia  note  al  B.  sono  parimenti  tre, 
tutte  prosaiche.  La  prima,  abbastanza  diffusa  nei  mss.,  fu  stampata  nel  1850 
dallo  Zambrini.  È  munita  essa  pure  d*un  commento,  poco  significante.  L'at- 
tribuzione di  quel  volgarizzamento  ad  Andrea  Lancia  è  alquanto  avventata, 
ed  il  B.  la  combatte  con  buone  ragioni;  egli  crede  che  il  traduttore  sia  quel 
medesimo  cui  dobbiamo  la  prima  versione  dell'Ara.  La  seconda  traduzione 
dei  Remedia  occorre  nei  codici  che  recano  la  seconda  dell' Ars  ^  onde  con 
tutta  probabilità  sono  entrambe  da  ascrivere  allo  stesso  autore.  La  terza  ver- 
sione dei  Remedia,  migliore  delle  antecedenti,  è  nel  cod.  Laur.  XLI,  36,  ed 
appartiene  ad  un  Toscano  del  XIV  secolo.  Chi ,  del  resto ,  abbia  interesse 
speciale  al  soggetto,  non  può  certamente  appagarsi  di  questi  nostri  cenni 
troppo  sommari,  giacché  il  lavoro  del  B.  tratta  molte  questioncelle  minute, 
che  troppo  lungo  sarebbe  il  riferire,  ma  che  attestano  la  coscienziosità  del 
lavoratore.  Il  materiale  inedito  da  lui  esplorato  è  cospicuo,  massime  quello 
delle  biblioteche  fiorentine.  Chiudendo,  vogliamo  si  noti  che  a  p.  14,  n.  15 
il  B.  raccoglie  dai  testi  a  penna  parecchie  leggende  biografiche  d'Ovidio,  e 
che  a  p.  27,  n.  24,  indica  alcuni  documenti  nuovi  d'archivio  che  portano  il 
nome  d'Andrea  Lancia]. 

Domenico  Tordi.  —  Supplemento  al  carteggio  di  Vittoria  Colonna.  —  To- 
rino, Loescher,  1892  [Il  presente  volumetto  Vendesi  a  parte,  ma  si  trova  anche 
legato  col  Carteggio  (ediz.  Ferrero-MùUer)  nelle  copie  di  esso  di  cui  ancora 
dispone  la  Gasa  editrice.  Gli  studiosi  rammentano  come  il  Tordi,  che  è  un 
dotto  specialista  negli  studi  sulla  Colonna  ,  corredasse  già  il  Carteggio  di 
un'appendice  piena  di  notizie  intorno  alla  tomba  di  Vittoria  (cfr.  Giornale, 
XIII,  405-6).  Proseguendo  le  sue  ricerche,  egli  è  riuscito  a  scovare  parecchi 
altri  documenti,  di  valore,  a  dir  vero,  non  grandissimo,  ma  che  completano 
il  materiale  storico  relativo  alla  celebre  Marchesa  di  Pescara.  Sono  le  de- 
diche a  lei  del  Dante  Aldino  del  1515  e  di  opere  di  G.  Britonio,  P.  Giovio, 
"Pierio  Valeriano,  Bernardo  Tasso,  Adamo  Fumano,  non  che  alcuni  documenti 
e  informazioni  sui  rapporti  di  Vittoria  con  la  terra  di  Pesco  Costanzo  da  lei 
IX)sseduta;  sono  due  lettere  a  Vittoria  di  Antonio  Minturno,  una  del  cardi- 
nale Gaspare  Contarini,  in  cui  tratta  a  lungo,  dal  punto  di  vista  filosofico  e 
da  quello  teologico,  del  libero  arbitrio,  una  di  Giammatteo  Giberti,  una  di 
Niccolò  Martelli ,  che  ha  in  nota  un  nuovo  documento  relativo  alla  prote- 
zione accordata  da  Vittoria  ai  cappuccini.  Della  Colonna  medesima  leggonsi 
qui  solamente  tre  lettere  nuove,  due  delle  quali,  ad  Alfonso  d'Avalos  e  ad 
Ascanio  Colonna,  sono  tratte  dalla  biografia  della  poetessa  scritta  da  Pilo- 
nico  Alicarnasseo ,  ove  si  trovano  in  forma  rabl)erciata  ;  la  terza  è  diretta 
all'abate  di  Montccassino  il  15  febbr.  1530.  Importante  è  la  dedicatoria  del- 
V Apologia  prò  mulieribus  del  card.  Pompeo  Colonna,  opera  inedita,  che  si 
conserva  in  un  cod.  Vaticano  ed  in  uno  Ambrosiano,  e  che  il  T.  intende  pub- 
blicare. E  questo  forse  lo  scritto  «  più  antico  che  tenti  difendere  il  marchese 
«di  Pescara  dalla  imputazione  d'aver  tramato,  a  suggestione  del  Morone, 


CRONACA.  333 

«  contro  Carlo  V  »,  e  ad  esso  sembra  attingesse  il  Giovio  (p.  17;.  Con  ottimo 
pensiero  il  T.  riproduce  in  fine,  riscontrandola  sui  mss.,  la  biografia  di  Vit- 
toria dettata  da  Filonico  Alicarnassco  (cioè  Costantino  Gastriota),  che  fu  giJi 
stampata  da  Scipione  Volpicella,  ma  oggi  è  divenuta  assai  rara.  Lode  gran- 
dissima meritano  le  note  erudite  che  il  T.  ha  profuse  nel  volumetto,  alcune 
delle  quali  sono  ben  più  importanti  dei  testi  qui  stampati.  Noteremo  due 
osservazioncelle  di  poco  momento,  che  ci  accadde  di  fare.  Per  la  dedica  del 
Dante  Aldino  (1515)  non  sarebbe  stato  male  rinviare  al  libro  del  Bernoni, 
Dei  Torresani,  Biado  ecc.,  pp.  74-75,  ove  ne  è  riprodotta  la  parte  più  no- 
tevole. Di  amori  «  illeciti  e  furtivi  »  del  Pescara  (p.  101 ,  n.  2)  non  parla 
solo  il  Campori,  ma  anche  il  Luzio,  nell'articolo  sulla  Colonna  inserito  nella 
Riv.  stor.  mantovana]. 

Angelo  Solerti.  —  La  vita  ferrarese  nella  prima  metà  del  secolo  XVI 
descritta  da  Agostino  Mosti.  —  Bologna,  Fava  e  Garagnani,  1892  [Estratto 
dagli  Atti  e  mem.  della  R.  Deputaz.  di  storia  patria  per  le  provincie  di 
Romagna.  Agostino  Mosti,  cortigiano  estense,  discepolo  dell'Ariosto,  priore 
dell'ospedale  di  S.  Anna,  cui  il  Tasso  diresse  delle  rime  facete,  nacque  nel 
1505  e  mori  nel  1585.  La  relazione  qui  pubblicata  è  tratta  dagli  archivi  del 
march.  Gherardo  Molza ,  delle  cui  ricchezze  il  Solerti  diede  già  notizia  in 
questo  Giornale,  XV,  309  sgg.  Il  Mosti  scrisse  questa  lunga  relazione  nel 
1584,  quando  aveva  79  anni;  ed  essa  ha  infatti  tutte  le  traccie  della  seni- 
lità. È  prolissa,  salta  continuamente  di  palo  in  frasca,  vi  sono  troppo  fre- 
quenti le  considerazioni  morali,  e  ve  poi  quel  continuo  e  stucchevole  bron- 
tolare sulla  nequizia  e  la  miseria  de'  tempi  presenti  confrontati  con  quelli 
passati ,  che  caratterizza  i  laudatores  temporis  acti.  Tranne  nelle  faccende 
religiose,  in  cui  il  Mosti  riconosce  (p.  18)  che  s'è  migliorato  dopo  il  Con- 
cilio di  Trento,  tutto  va  alla  peggio,  vita  cortigiana,  costumi,  amministra- 
zione, foggie.  Questo  cicaleccio  di  vecchio  è  per  di  più  esposto  in  uno  stile 
così  sgrammaticato  e  sbilenco,  che  la  lettura  diviene  assai  faticosa.  A  ciò 
forse  avrebbe  potuto  in  parte  rimediare  l'editore  con  una  più  razionale  in- 
terpunzione. Vi  sono  pagine  intere,  e  non  poche,  senza  un  punto  fermo  ! 
Come  si  vede,  noi  non  dividiamo  l'entusiasmo  che  il  S.  manifesta  per  questa 
scrittura,  pur  riconoscendo  che  là  dentro  vi  sono  fatterelli  curiosi  e  notizie 
rilevanti  per  la  storia  della  vita  privata  e  cortigiana  di  Ferrara.  Frequenti 
sono  gli  accenni  allo  Studio  ed  ai  più  valenti  suoi  professori;  dei  letterati 
colui  che  vien  citato  più  spesso  è  l'Ariosto,  che  qualche  volta  è  chiamato 
per  antonomasia  il  poeta.  L'accenno  letterario  più  importante  è  questo  :  «  pas- 
«  sato  l'anno  della  peste  grande ,  che  fu  del  1528 ,  si  cominciò  a  recitare 
t  qualche  Comedia  dell'Areosto,  sendosi  posto  a  dormire  quelle  che  si  costu- 
me mavano  tradurre  di  Plauto  in  volgare,  e  massimamente  farle  in  versi,  cosa 
«  non  molto  laudabile,  che  per  vecchie  e  belle  che  fossino  divenivano  stor- 
«  piate ,  come  dico  cominciorono  a  comparire  in  scena  quelle  dell'Areosto, 
«  che  riconcie  in  versi  sciolti  ch'esso  Poeta  chiamava  jambi  volgari ,  ecci- 
€  tomo  molti  ingegni ,  che  composero  e  Comedie  e  Tragedie,  che  se  bene 
«non  tutte  sono  state  eccellentissime,  non  erano  però  goffi  afi'atto  :  perchè 
«  in  vero  se  fossino  campati  a  questi  giorni  un  pare  d' un  Conte  Matteo 
«  Maria  Bojardo,  di  così  bello  ingegno,  e  di  facil  vena,  si  sarebbe  anch'esso 


334  CRONACA 

€  adagiato,  e  fattosi  avanti  »  (p.  19).  Ad  un  testo  cosi  disordinato  e  non 
sempre  chiaro,  dove  della  cronologia  non  si  tien  conto,  e  dai  tempi  d'Er- 
cole II  si  salta  a  quelli  di  Borso,  e  da  Alfonso  si  retrocede  ad  Ercole  I,  sa- 
rebbe stato  utile  apporre  alcjme  sobrie  note  illustrative]. 

Adolf  Tobler.  —  Ungedruckte  Briefe  von  Freunden  Ugo  Foscolos.  

Berlin,  1892  [Estratto  dal  voi.  Festschrift  zur  Begrùssung  des  fùnften  all- 
gemeinen  deutschen  Neuphilologentages  zìi  Berlin  edito  dal  prof.  Giulio 
Zupitza  (1).  È  questo  un  importante  contributo  alla  parte  più  triste  della 
storia  del  Foscolo  in  Inghilterra.  Le  14  lettere  qui  prodotte,  tutte  in  inglese, 
vanno  dall'agosto  1827  (il  F.  mori  nel  settembre)  al  luglio  1829,  e  si  riferi- 
scono alla  malattia  ed  alla  morte  del  poeta,  ed  alle  condizioni  della  figliuola 
di  lui,  miss  Floriana  Emerytt.  Gli  originali  sono  in  proprietà  di  Giorgio  von 
Bunsen,  al  quale  pervennero,  a  mezzo  di  John  Henry  Gurney,  dal  ricco  pro- 
tettore del  Foscolo  (non  banchiere,  come  fu  detto)  Hudson  Gurney.  Nomi 
noti  di  amici,  inglesi  ed  italiani,  del  poeta  nostro  compaiono  in  queste  let- 
tere, alle  quali  il  T.  mandò  innanzi  alcune  note  sobrie,  ma  piene  di  fatti  e 
condotte  con  la  consueta  esattezza  e  perspicuità ,  sui  personaggi  che  ven- 
gono richiamati  dalla  presente  pubblicazione.  Alla  quale  i  numerosi  cultori 
di  studi  Foscoliani  saranno  lieti  di  attingere,  e  vieppiìi  lieti  saranno  di  sen- 
tire che  tra  le  carte  del  Gurney  trovansi  altri  documenti  riguardanti  il  Fo- 
scolo, tra  cui  parecchie  sue  lettere  autografe.  Di  ciò  il  T.  si  propone  di  dare 
al  pubblico  particolare  notizia  in  altra  occasione,  e  v'è  motivo  di  rallegrarsi 
che  quel  materiale  sia  caduto  in  cosi  buone  mani]. 

Gaetano  Amalfi.  —  Due  componimenti  di  Gasparo  Gozzi.  —  Napoli, 
Priore,  1891  [Tiratura  di  102  esemplari  non  venali,  per  l'annuale  pietosa 
commemorazione  di  Angelina  De  Angelis.  l  due  componimenti  poetici  sono 
ristampati  di  su  un  volume  non  agevole,  pubblicato  in  Venezia  nei  1779, 
che  contiene  Alcuni  componimenti,  in  prosa  e  in  versi.,  di  Gasparo  Gozzi, 
dedicati  alla  procuratoressa  Caterina  Dolfin-Tron.  Il  primo  è  un  capitolo  di 
sapore  bernesco,  festevole  e  arguto,  quantunque  alquanto  libero  nell'espres- 
sione e  talora  venezianeggiante  nella  lingua,  In  lode  della  convalescenza; 
il  secondo  consta  di  cinque  stanze,  In  occasione  delle  nozze  di  due  villani, 
e  risente,  nella  sua  mite  e  zuccherina  giocondità,  dei  poemetti  nostri  rusti- 
cali  del  Rinascimento.  Entrambi  sono  frutti  squisiti  d'un  limpi(io  ingegno 
d'artista,  che  attende  ancora  uno  studio  definitivo,  poiché  quello  del  Malmi- 
gnati  (cfr.  Giornale,  XVI,  426)  è  poco  più  d'un  abbozzo  ingegnoso]. 

Pierre  De  Nolhac.  —  Boccace  et  Tacite.  —  Rome,  1892  (Estratto  dai 
Mélanges  d'archeologie  et  dliistoire  editi  dalla  scuola  francese  di  Roma. 
Lavoro  ricco  di  utili  osservazioni,  lucido  ed  esposto  con  garbo,  come  so- 
gliono essere  tutti  gli  scritti  del  chiaro  erudito  francese.  Esso  si  collega, 
come  tanti  altri  articoli  del  De  N.  usciti  in  questi  ultimi  tempi,  alla  pre- 


Ci)  in  questo  volarne  miscellaneo  d'occasione,  pnbblicato  a  Berlino  dalla  Weidmannsche  Bnch- 
handlang,  si  legge  pore,  come  ci  comunica  il  gentilissimo  prof.  Tobler.  uno  scritto  di  (Uulio  Zu- 
pitza Uebér  di»  mitttìengtischt  Btarheitung  wm  Boccaccio$  «  D«  claris  muli$n'bu$  *  in  der 
Handtchri/t  dé$  BrU.  M%u.  Aid.  10804.  Lo  Z.  dimostra  che  quella  elaborazione  inglese,  già 
eegnalaU  dalPHoRns  Sludi  $ulU  op.  ht.  dsl  B.,  p.  929,  Ai  composta  tra  gli  anni  1482  e  1440. 


CRONACA  335 

ziosa  monografia  Pètrarque  et  Vhumanisme^  che  ora  è  comparsa,  e  di  cui 
il  Giornale  nostro  renderà  conto.  Che  il  Boccaccio  abbia  conosciuto  gran 
parte  dei  libri  di  Tacito  e  se  ne  sia  servito,  è  cosa  ormai  certa;  ma  sta  a 
vedere  quando  egli  venne  a  conoscere  quel  prezioso  testo  e  come  mai  non 
ne  fece  parte  all'amico  Petrarca,  nelle  opere  del  quale  Tacito  non  è  mai 
rammentato.  Il  De  N.  crede  di  poter  risolvere  il  quesito  supponendo  ragio- 
nevolmente che  il  Boccaccio  giungesse  a  leggere  Tacito  troppo  tardi  per 
poterne  far  parte  al  suo  grande  compagno  d'erudizione  e  maestro.  Infatti 
nessun  argomento  v'  è  per  ritenere  che  il  Certaldese  avesse  conoscenza 
dello  storico  latino  prima  del  1370;  gli  stessi  capitoli  del  Be  claris  multe- 
ribus  (1862),  ove  se  ne  serve,  pare  siano  stati  rimpastati  più  tardi.  Di  quei 
capitoli  appunto  TA.  si  giova  per  additare  i  luoghi  nei  quali  il  B.  attinse 
a  Tacito,  e  questi  riscontri  sono  di  grande  ammaestramento  intorno  al  modo 
di  comporre  le  opere  latine  d'erudizione  che  il  B.  teneva,  non  molto  dissi- 
mile da  quello  del  Petrarca.  L'A.  crede  probabile  che  il  B.  trovasse  un  cod. 
di  Tacito  a  Montecassino  e  se  ne  impadronisse,  o  ne  facesse  trar  copia.  Quel 
cod.  non  doveva  contenere  più  materia  che  il  Mediceus  II,  il  quale  da  Mon- 
tecassino appunto  deriva.  Degli  umanisti  che  conobbero  il  Mediceus  II,  o 
almeno  i  testi  in  esso  contenuti,  dal  Poggio  in  poi,  si  occupò  il  Sabbadini 
nel  Museo  d'antichità  classica.  III,  339  sgg.  Il  De  N.  accenna  a  quelli  che, 
oltre  il  Boccaccio ,  ebbero  diretta  conoscenza  di  Tacito  prima  del  Poggio, 
vale  a  dire  Domenico  d'Arezzo,  Benvenuto  da  Imola,  Leonardo  Bruni,  Jean 
de  Montreuil,  Secco  Polentone]. 

Petrus  De  Nolhac.  —  De  Patrum  et  medii  aevi  scriptorum  codi- 
cibus  in  Bibliotheca  Petrarcae  olim  collectis.  —  Parisiis,  Bouillon,  1892  [È 
questa  un'  appendice  utilissima  al  libro  sopra  menzionato  Pètrarque  et 
rhumanisme.  Per  quanto  le  aspirazioni  ed  i  gusti  del  P.  lo  sospingessero 
a  curarsi  specialmente  dei  classici  antichi ,  egli  lesse  pure  e  studiò  anche 
scrittori  della  bassa  latinità,  in  cui  poteva  trovar  pascolo  quella  parte  d'uomo 
medievale  che  in  lui  sopravviveva.  Ora  sono  appunto  questi  studi  del  P. 
che  l'A.  segue  nelle  sue  opere ,  ed  illustra  per  mezzo  dei  mss.  da  lui  pos- 
seduti. Tali  manoscritti  sono  tutti  parigini ,  all'  infuori  di  uno  dell'  Univer- 
sitaria di  Padova.  La  dissertazione,  conformandosi  alla  materia,  si  divide  in 
due  capitoli,  dei  quali  il  primo  riguarda  segnatamente  la  letteratura  patri- 
stica, e  l'altro  i  testi  posteriori  al  secolo  VI.  Nel  primo  investiga  il  De  N. 
gli  studi  del  P.  sui  tre  Padri  che  egli  ebbe  più  cari,  S.  Girolamo,  S.  Am- 
brogio, S.  Agostino  (dei  due  ultimi  possedette  testi  a  penna),  poi  si  ferma 
sulle  opere  ch'egli  possedette  di  Gregorio  Magno,  sulle  sue  letture  bibliche 
ed  ascetiche,  su  di  un  cod,  da  lui  adoperato  di  Giuseppe  Flavio.  Nel  secondo 
capitolo  illustra  un  cod.  delle  Etymologiae  di  Isidoro,  che  porta  la  scritta 
del  P.:  «  Emptus  mihi  a  patre  Parisius,  tempore  pueritie  mee,  post  furto 
«  perditus  et  recuperatus  ».  Gli  scolastici  godevano  ben  poco  della  sua  sim- 
patia; ma  ciò  non  pertanto  qualche  loro  scritto  trova  vasi  nella  sua  biblio- 
teca. V'era  pure  un  cod.  di  cronache  dei  pontefici  ed  uno  prezioso  con  le 
lettere  di  Abelardo,  che  l'amante  di  Valchiusa  dovette  leggere  con  partico- 
lare attenzione  ed  amore,  perchè  lo  postillò  di  sua  mano.  De'  suoi  scolii  l'A. 
produce  dei  saggi.  In  fondo  all'erudito  opuscoletto  stampa  il  D.  N.  una  let- 


336  CRONACA 

tera  che  da  Roma,  il  !<>  febbr.  1777,  diresse  Pierantonio  Serassi  al  p.  An- 
tonio Evangelii.  La  lettera,  che  si  serba  nella  biblioteca  del  Seminario  di 
Padova,  tratta  di  parecchi  rass.  Petrarcheschi,  tra  i  quali  c'interessano  spe- 
cialmente i  due  Vaticani  del  Canzoniere,  3195  e  3196,  di  coi  si  è  tanto  di- 
scorso in  questi  ultimi  anni.  Chiudendo  questo  breve  annuncio,  richiamiamo 
pure  l'attenzione  dei  lettori  nostri  su  due  altri  scritti  del  De  N.,  che  al  P. 
si  riferiscono.  L'uno  su  Pétrarque  et  Barlaam  comparve  nella  Recide  des 
études  grecques  (1892)  e  riguarda  le  cognizioni  di  greco  del  P.  e  la  parte 
che  in  esse  ebbe  quel  monaco  basiliano,  Barlaam  di  Serainara ,  che  fu  suo 
maestro.  11  De  N.  sostiene  che  l'insegnamento  di  Barlaam  dovette  ridursi  a 
ben  poca  cosa  e  che  non  si  estese  alla  spiegazione  delle  dottrine  platoniche. 
Da  un  noto  passo  del  De  ignorantia  non  può  ricavarsi ,  come  si  suppose, 
che  Barlaam  facesse  delle  traduzioni  da  Platone,  né  che  il  P.  fosse  molto 
addentro  nella  filosofia  platonica.  È  solo  il  Timeo ,  col  commento  di  Cal- 
àdio, ch'egli  cita  e  che  possedeva  in  una  copia  oggi  esistente  nella  Nazio- 
nale di  Parigi.  L'altro  opuscolo  accennato  è  un  bel  lavoro  di  sintesi,  che 
provenendo  da  uno  studioso  che  consacrò  al  P.  tante  cure  speciali,  dovrà 
essere  tenuto  in  massima  considerazione.  Il  titolo  vale  a  spiegarne  il  conte- 
nuto, Bu  róle  de  Pétrarque  dans  la  Renaissance  (Paris,  1892),  ma  le  molte 
e  fini  e  bene  ordinate  osservazioni,  di  cui  lo  scritto  è  pieno,  non  si  possono 
in  modo  alcuno  riassumere,  perchè  danno  esse  stesse  un  riassunto  di  un 
lungo  lavorìo  analitico,  i  cui  risultati  non  potrebbero  essere  meglio  definiti]. 
Ildebrando  Della  Giovanna.  —  L'uomo  in  punto  di  morte  e  un  dia- 
logo di  Giacomo  Leopardi.  —  Città  di  Castello,  Lapi,  1892  [Ha  ragione  il 
D.  G.  d'osservare  con  qualche  rammarico  che  mentre  le  poesie  del  Leopardi 
trovarono  già  parecchi  illustratori,  nessun  commentatore  decente  ebbero  fi- 
nora le  prose,  vale  a  dire  nessuno  che  le  considerasse  partitamente  ed  ana- 
liticamente come  opera  di  pensiero,  e  non  di  sola  forma.  Ad  una  illustra- 
zione simile  egli  rese  un  buon  contributo  con  questo  opuscolo,  ove  studia 
uno  dei  più  noti  dialoghi  Leopardiani,  Federico  Ruysch  e  delle  sue  mummie. 
Larga  messe  di  riscontri  allega  qui  l'A.  intorno  al  giudicio  che  portarono 
gli  antichi  sul  passaggio  dalla  vita  alla  morte;  e  dagli  antichi  scende  agli 
scrittori  dell'evo  moderno,  fino  ai  filosofi  del  secolo  scorso.  È  una  dotta  rac- 
colta senza  dubbio,  ma  che  forse  in  qualche  parte  sconfina,  entrando  in  un 
soggetto  ben  più  ampio,  e  che  qui  non  era  il  caso  di  trattare,  l'idea  cioè, 
e  la  rappresentazione  della  morte  nei  vari  periodi  storici.  Incamminatosi  per 
questa  via,  l'A.  non  può  che  riuscire  incompiuto  o  poco  esatto,  come  quando 
accenna  (}>p.  9-10)  all'idea  della  morte  nel  medioevo,  soggetto  larghissima- 
mente  trattato  da  coloro  che  meglio  s'occuparono  delle  rappresentazioni  ma- 
cabre. Ma  questo  po'  di  pompa  d' erudizione  non  toglie  valore  alla  conclu- 
sione dell'opuscolo,  che  è  la  seguente:  il  ragionamento  del  Leopardi  nel 
dialogo  summenzionato  è  tolto  quasi  di  pianta  dalla  Bistoire  naturelle  de 
Vhomme  del  Buffon.  Il  Leopardi  non  ha  fatto  altro  che  dare  una  forma 
nuova  e  più  arguta  all'argomentazione  del  celebre  naturalista.  11  che  forse 
gli  è  accaduto  anche  altre  volte,  perchè  egli  non  fu,  come  il  D.  G.  giudica 
saggiamente,  «  pensatore  grande  e  originale  quasi  mai  »,  mentre  fu  «  sommo 
«  artista  quasi  sempre  ».  Sarebbe  desiderabile  che  a  meglio  confermare  tale 


.     CRONACA  337 

opinione  il  D.  G.  facesse  seguire  altri  saggi  sulle  fonti  delle  prose  Leopar- 
diane, simili  al  presente]. 

Mario  Mandalari.  —  Matelda.  —  Roma,  tip.  Pallotta,  1892  [Estratto  dalla 
Piccola  Rivista.  Ci  dice  l'A.  che  questo  suo  scritterello  fu  pubblicato  la  prima 
volta  in  rumeno,  nel  1888,  come  appendice  illustrativa  ad  una  versione  della 
Commedia.  Al  pubblico  straniero  esso  dovette  senza  alcun  dubbio  tornare 
molto  più  utile  che  al  nostro,  giacché  riassume  con  sufficiente  chiarezza  le 
principali  opinioni  espresse  sul  personaggio  di  Matelda,  e  ne  sostiene  una 
molto  verosimile,  che  cioè  Matelda  non  corrisponda  punto  ad  un  personaggio 
storico,  ma  sia  puro  simbolo.  La  cosa  simboleggiata  da  lei  è  la  vita  attiva, 
come  già  da  Lia,  nel  sogno  di  D.  che  di  poco  precede  la  apparizione  di  Ma- 
telda. Tale  corrispondenza  di  Matelda  con  Lia,  il  cui  significato  simbolico 
è  tradizionale,  fu  già  fatta  valere  da  molti.  L'A.  dà  pure  grande  importanza 
alla  etimologia  del  nome  di  Matelda,  quale  D.  la  accettava  (pp.  8  e  16)  ;  ma 
in  questa  parte  egli  ci  sembra  meno  felice.  In  complesso  Tarticoletto  si  legge 
con  piacere,  quantunque  non  rechi  quasi  nulla  di  nuovo.  Per  informazioni 
larghe  e  precise  sull'argomento  è  pur  sempre  necessario  ricorrere  alla  di- 
gressione dello  Scartazzini,  Div.  Com.,  Il,  595  sgg.]. 

Luigi  Amaduzzi.  —  Spigolature  letterarie  inedite.  —  Savignano,  tip.  dei 
Filopatridi ,  1892  [Oltre  una  breve  serie  di  poesie,  fra  cui  notevoli  alcuni 
epigrammi  volgari  di  Vincenzo  Monti  ed  un  epigramma  latino  d'Ippolito 
Pindemonte,  reca  quest'opuscolo  una  raccolta  di  lettere,  la  maggior  parte 
delle  quali  si  conservano  ora  autografe  nelle  biblioteche  di  Savignano,  in 
Romagna,  e  di  Bevagna  nell'Umbria.  Sono  documenti  d'importanza  molto 
diversa,  che  l'A.  si  studiò  d'illustrare  diligentemente.  Parecchie  lettere  sono 
dirette  all'ab.  Gian  Gristofano  Amaduzzi,  professore  di  greco  in  Roma,  morto 
nel  1792 ,  il  cui  carteggio  passò  nella  libreria  di  Savignano  ,  come  si  può 
scorgere  dal  Mazzatinti,  Inventari,  1, 106  sgg.  L'editore  dedica  appunto  a  lui, 
suo  antenato,  quest'opuscolo,  e  riferisce  copiose  notizie  della  sua  vita.  Sono 
dirette  alFAmaduzzi  tre  lettere  di  Melchiorre  Cesarotti,  cinque  di  Girolamo 
Tiraboschi ,  una  di  Vincenzo  Monti.  In  una  delle  lettere  del  Cesarotti 
(6  agosto  1776)  è  parola  della  coronazione  di  Gorilla  Olimpica,  e  l'A.  nota 
che  nella  biblioteca  di  Savignano  esistono  due  volumi  di  lettere  autografe 
di  Gorilla  dirette  all' Amaduzzi  (p.  16  n.).  Pare  gli  sia  sfuggito  che  dell' Ama- 
duzzi nelle  sue  relazioni  con  Gorilla  parla  in  più  luoghi  l'Ademollo  nel  libro 
speciale  sulla  celebre  improvvisatrice,  e  pubblica  anche  (a  p.  489  sgg.)  una 
relazione  del  Savignanese  sulla  coronazione  capitolina.  Seguono  tre  lettere 
di  Francesco  Torti,  letterato  umbro  dimenticato,  a'  suoi  genitori  ;  sette  di 
Antonio  Canova  a  Romualdo  Turini  di  Salò  ed  una  al  medesimo  di  Andrea 
Majer;  una  finalmente  di  Antonio  Rosmini  a  Isaia  Rossi.  Ma  il  gruppo  più 
rilevante  è  quello  delle  lettere  indirizzate  a  Luigi  Nardi  :  ve  n'ha  di  Paolo 
Costa ,  Francesco  Gassi ,  G.  Ignazio  Montanari ,  Giulio  Perticari ,  Costanza 
Monti  Perticari,  Monaldo  Leopardi.  Si  osservi  specialmente  la  lettera  di  Co- 
stanzo Perticari  (pp.  53-55),  in  cui  è  stigmatizzata  la  «  infernale  condotta  » 
del  Cassi,  accusato  qui  di  bel  nuovo  d'aver  trafugato  le  carte  del  defunto 
Giulio  Perticari.  Quest'accusa  compare  anche  in  una  lettera  di  Costanza  al 
Papadopoli,  intorno  alla  quale  vedi  Giornale.,  Vili,  450.  Gfr.  anche  le  let- 
tere pubblicate  dallo  Scipioni  in  questo  Giornale.,  XI,  74  sgg.]. 

Giornale  storico,  XX,  fase.  58-59.  22 


338  CRONACA      • 

Ernesto  Monaci.  —  Aneddoti  per  la  storia  letteraria  dei  laudesi,  dei 
disciplinati  e  dei  Bianchi  nel  medio  evo.  —  Roma,  1892  [Estratto  dai  Refi- 
(Hconti  dell'Accademia  d£i  Lincei.  In  questo  primo  contributo  il  M.  si  oc- 
cupa di  un  cod.  privato,  che  è  in  possesso  del  dr.  Pietro  Tommasini-Mattiucci 
di  Città  di  Castello.  Quel  cod.  reca  sette  laudi,  due  sole  delle  quali  il  M. 
crede  di  poter  stabilire  che  non  si  riscontrano  in  altre  raccolte  a  stampa  e 
mss.  Egli  le  pubblica,  e  ne  studia  la  lingua,  che  è  l'elemento  loro  più  im- 
portante. Per  mezzo  delle  rime  e  delle  assonanze  l'A.  dimostra  che  il  fondo 
di  quelle  due  laudi  è  l'antico  romanesco,  su  cui  s'andò  stendendo  in  seguito 
uno  strato  idiomatico  toscano.  Il  romanesco  di  quelle  laudi  non  sarebbe  della 
città,  ma  della  provincia,  e  più  precisamente  del  contado  di  Nepi.  Lettera- 
riamente le  due  poesie  sono  «  assai  mediocri  >,  come  il  M.  stesso  riconosce. 
Tuttavia,  a  noi  sembra,  il  primo  componimento  è  per  questo  rispetto  di  gran 
lunga  più  rilevante  del  secondo.  Nell'uno  non  mancano  strofe  fragranti  di 
poesia  ingenua  ed  originale,  ed  il  sentimento  vivo, che  ve  espresso,  trova  frasi 
ed  imagini  talora  bizzarre,  ma  talora  anche  veramente  fresche  e  ispirate.  La 
seconda  lauda  invece  è  una  prolissa  filastrocca  piena  di  luoghi  comuni.  Cor- 
rottissimo è  il  testo  d'ambedue ,  né  gli  ingegni  dell'esperto  editore  valsero 
sempre  a  chiarirlo]. 

Ernesto  Monaci.  —  Di  Guido  della  Colonna  trovadore  e  della  sua  pa- 
tria. —  Roma ,  1892  [Estratto  dai  Rendiconti  delV Accademia  dei  Lincei. 
Il  M.  svolge  qui  una  asserzione  da  lui  posta  innanzi  a  p.  75  della  Cresto- 
mazia^ intorno  alla  patria  ed  alla  famiglia  di  Guido  giudice.  Il  suo  ragio- 
namento è  persuasivo.  Egli  mostra  come  possa  esser  frutto  d'un  equivoco  il 
trovarsi  indicato  Guido  come  messinese  nel  Vatic.  3793  e  nel  De  vulg.  eia- 
quentia.  Era  giudice  in  Messina,  e  tale  ufficio  esclude  ch'egli  fosse  nativo 
(li  quella  città,  in  grazia  d'una  consuetudine  medievale,  che  trovasi  sancita, 
per  la  Sicilia,  nelle  costituzioni  di  Federico  II.  Il  M.  crede  che  Guido  fosse 
dei  Colonnesi  di  Roma,  e  ne  ravvisa  una  conferma  negli  elementi  linguistici 
romaneschi  che  spesseggiano  nelle  quattro  canzoni  di  lui  giunte  sino  a  noi, 
quantunque  siano  riferite  da  mss.  trascritti  da  Toscani]. 

Augusto  Conti.  —  Letteratura  e  patria.  —  Firenze ,  Barbèra ,  1892 
[Questa  racoolta  di  scritti  diversi  si  divide  in  duo  parti,  di  cui  la  prima  è 
più  specialmente  letteraria,  la  seconda  interamente  politica.  Si  tratta  di  di- 
scorsi e  d'opuscoli  d'occasione,  che  vengono  a  formare,  come  l'A.  stesso  dice 
nel  sottotitolo,  una  collana  di  ricordi  nazionali.  Nella  prima  parte,  che  solo 
concerne  gli  studi  nostri,  v'ha  un  lungo  scritto  su  Dante,  considerato  parti- 
colarmente come  filosofo  e  come  teologo.  A  questo  se  n'accosta  un  altro  su 
Beatrice.  Nei  successivi  discorsi  l'A.  parla,  più  o  meno  a  lungo,  del  Pe- 
trarca, del  Galilei,  del  Manzoni,  di  Giuseppina  Turrisi,  di  N.  Tommaseo,  del 
Fornaciari,  del  Lambruschini,  del  Capponi,  del  Guasti.  Quantunque  siano 
prose  alquanto  enfatiche,  necrologiche  o  commemorative,  l'affetto  vi  palpita 
talora  vivo,  ed  il  dettato  è  elegante.  Il  cultore  di  .studi  storici  potrà  attin- 
gervi, se  non  notizie  peregrine,  almeno  qualche  arguta  osservazione]. 

Carlo  Cipolla.  —  Appunti  storici'  tratti  dalle  epistole  di  S.  Pier  Da- 
miano. —  Torino,  Clausen,  1892  [Estr.  dagli  Atti  della  R.  Accademia  delle 
Sciente  di  Torino.  Richiamiamo  l'attenzione  degli  studiosi  su  ciò  che  il  C. 


CRONACA  339 

osserva  rispetto  alla  coltura  del  laicato  e  specialmente  sulle  paure  del  fini- 
mondo nell'anno  mille.  Da  due  frasi  di  Pier  Damiano  il  G.  ricava,  contrad- 
dicendo a  P.  Orsi,  che  alla  metà  del  sec.  XI  si  viveva  in  Italia  nel  timore 
della  fine  del  mondo,  e  corrobora  la  sua  asserzione  con  altri  passi  di  scrit- 
tori sincroni.  A  ragione  trova  il  G.  una  allusione  alla  prossima  distruzione 
del  mondo,  o  almeno  del  genere  umano,  nella  terzina  dantesca  del  Farad., 
XXX,  130-2]. 

Giacomo  Lumbroso.  —  Osservazioni  sulla  Basvilliana.  —  Roma,  1892 
[Estr.  dai  Rendiconti  dell'Accademia  dei  Lincei.  Sono  tre  noterelle  utili 
alla  intelligenza  del  poemetto  Montiano.  Nella  prima  TA.  mostra  come  il 
Monti  sia  poco  curante  dell'esattezza  storica,  e  allega  l'esempio  dell'abate 
Raynal,  che  nel  III  canto  compare  tra  le  ombre  desiderose  di  bere  il  sangue 
del  giustiziato  Luigi  XVI,  mentre  nel  IV  canto  il  poeta  spiega ,  con  un  ar- 
tificio tutto  dantesco,  com'egli  sia  vivo.  Il  L.  acutamente  congettura  che  il 
Monti  credesse  morto  il  Raynal  quando  scrisse  il  III  canto.  Avvertito  del- 
l'errore, rimediò  nel  quarto  in  un  modo  altamente  poetico.  In  una  seconda 
nota  il  L.  fa  vedere  come  le  truci  fantasie  della  Basvilliana  non  sieno  punto 
una  stranezza  in  quel  tempo,  ma  trovino  spiegazione  nella  letteratura  rivo- 
luzionaria. Finalmente  in  una  terza  nota  prende  FA.  a  considerare  il  brano 
inedito  della  Basvilliana,  che  fu  pubblicato  nell'ediz.  Le  Monnier  del  1847, 
e  dubita  forte  che  esso  appartenga  veramente  a  quel  poemetto,  giacché  sono 
tante  le  somiglianze  di  pensieri  e  d'espressioni  col  G.  Ili,  che  bisognerebbe 
ammettere  il  Monti  si  fosse  stranamente  ripetuto.  Anche  ragioni  storiche 
fanno  sospettare  all'A.  che  si  tratti,  anziché  d'un  brano  della  Basvilliana, 
d'un  frammento  di  poema  napoleonico]. 

Giovanni  Zannoni.  —  Studi  storici  sconosciuti  di  Camillo  Porzio.  — 
Roma,  1892  [Estr.  dai  Rendiconti  delV Accademia  dei  Lincei.  Pubblica  tre 
lettere  del  Porzio  al  card.  Antonio  Garafa,  che  si  trovano  nella  biblioteca 
dei  Lincei ,  regalate  da  Quintino  Sella.  Una  sola  di  queste  lettere  è  vera- 
mente importante,  la  prima ,  che  rammenta  due  opere  del  Porzio  ignorate 
sinora,  vale  a  dire  un  elogio  del  papa  Pio  V  ed  un  libro  sulla  battaglia  di 
Lepanto  ed  i  suoi  antecedenti,  per  il  quale  verosimilmente  il  Porzio  giunse 
solo  a  mettere  insieme  del  materiale.  Lo  Z.  illustra  i  documenti  con  molte 
opportune  considerazioni]. 

Pietro  Rivoire.  —  La  «  Nobla  Leyczon  ».  Studio  intorno  ad  un  antico 
poema  valdese.  —  Ancona,  Morelli,  1892  [Nel  1886  questo  Giornale  (VII, 
223  sgg.)  ebbe  ad  occuparsi  sommariamente  delle  molte  ,  curiose ,  difficili 
questioni  storiche  e  filologiche,  che  presentano  i  poemi  valdesi.  Dopo  quel 
tempo  alcune  importanti  pubblicazioni  si  sono  avute  sull'argomento,  quali 
l'edizione  della  Nobla  Leyczon  che  diede  il  Montet  nel  1888,  ed  il  lungo  ed 
acerbo ,  ma  altrettanto  dotto  ed  acuto  ,  articolo  che  a  quella  pubblicazione 
consacrò  il  Forster  nei  Gótting.  gel.  Anzeigen  (cfr.  Giornale,  Xll,  321).  Il 
dr.  Rivoire,  senza  aver  la  pretesa  di  arrecare  elementi  nuovi  all'indagine, 
riferisce  con  lucidità  e  buon  metodo  tutti  i  risultati  della  critica  intorno  al 
più  notevole  fra  i  poemi  valdesi,  mostrando  di  dividere  quasi  sempre  le  opi- 
nioni del  Forster.  Nella  questione  cronologica,  che  è  essenziale,  egli  tiene 
un  indirizzo  medio,  non  vuole,  cioè,  assegnare  alla  Leyczon  quell'alta  anti- 

Giornale  storico,  XX,  fase.  58-59.  22* 


340  CRONACA 

chità  che  dapprima  si  pretese,  ma  non  credo  neppure,  come  altri  ritenne, 
che  sia  opera  del  sec.  XV.  A  p.  26  sembra  inclinato  a  riporla  nel  sec.  XIV; 
a  p.  58  invece,  per  ragioni  interne,  reputa  sia  da  <  fissare  la  data  della  sua 
«  composizione  non  dopo  il  secolo  decimoterzo  ».  Del  poema  dà  un'accurata 
analisi,  ne  esamina  il  valore  letterario,  rispetto  al  quale  ha  ben  ragione  di 
non  dividere  gli  entusiasmi  del  Montet,  tratta  della  versificazione,  si  dilunga 
nell'esporne  il  contenuto  dottrinale.  Quest'ultima  disamina  è  forse  la  parte 
migliore  dello  scritto,  né  vi  mancano  osservazioni  nuove.  Il  R.  conclude  che 
il  valore  dottrinale  del  poema  è  esiguo.  Le  dottrine  della  Leyczon  «  man- 
€  cano  quasi  del  tutto  d'un  carattere  speciale  ben  determinato,  ed  è  appunto 
€  ciò  che  permise  ai  critici,  preoccupati  per  lo  più  da  teorie  aprioristiche, 
«  di  trarne  le  conclusioni  più  diverse  e  opposte  »  (p.  43)  ]. 

Vittorio  Fiorini.  —  La  bella  Camilla^  poemetto  di  Piero  da  Siena^  con 
prefazione  di  T.  Casini.  —  Bologna,  1892;  nella  Scelta  di  curiosità  leti., 
disp.  GGXLlll  [Di  questo  poemetto  in  otto  cantari ,  che  ora  per  la  prima 
volta  esce  alla  luce,  già  aveva  dato  una  compiuta  analisi  il  Wesselofsky, 
discorrendo  della  Figlia  del  re  di  Bacia.  Appartiene  al  ciclo  leggendario 
famosissimo  della  fanciulla  perseguitata,  e  meriterebbe  d'essere  illustrato 
ampiamente  da  quest'aspetto.  Il  Fiorini,  molti  anni  sono,  ne  trasse  copia  di 
sur  un  zibaldone  di  scritture  piacevoli  ed  utili,  il  Palatino  359;  copia  ch'è 
quasi  una  riproduzione  fotografica  del  manoscritto,  corredata  di  copioso  ap- 
parato critico.  Stampata  già  da  più  tempo,  la  Camilla  minacciava  non  per- 
tanto di  restare  inedita,  perchè  altre  cure  distrassero  l'editore,  e  più  ancora, 
perché  gli  spiacque  «  vedersi  innanzi  nella  stampa  una  troppo  fedele  imma- 
«  gine  del  codice  antico  »:  nella  qual  cosa  non  sapremmo  dargli  torto;  pa- 
rendoci, di  fatto,  ingiustificata  tanta  premura  di  riprodurre  i  mezzi  grafici, 
nonché  gli  svarioni,  del  copista.  Assunse  finalmente  l'incarico  di  presentarla 
agli  studiosi  il  prof.  Casini,  premettendo  alcuni  cenni  biografici  e  bibliogra- 
fici. Ei  ci  ragguaglia  dei  manoscritti  che  la  conservano,  tesse  in  breve  la 
storia  di  questa  edizione,  esamina  gli  otto  cantari  molto  largamente,  ormeg- 
giando il  Wesselofsky,  anzi  «  quasi  con  le  proprie  parole  dell'erudito  russo  », 
e  in  fine  raccoglie  alcune  utili  notizie  sul  poeta,  Piero  da  Siena.  Questi  è 
da  identificare,  probabilmente,  con  Pietro  canterino,  il  noto  autore  del  poe- 
metto sulla  morte  e  sui  funerali  del  Conte  di  Virtù,  d'un  Papalisto  in  rima, 
e  di  due  ternari  fatti  conoscere  recentemente  dal  Flamini  e  dal  Novali.  Di 
Pietro  da  Siena  il  Casini  conosce  e  riproduce  un  sonetto  ovvio  nelle  an- 
tiche raccolte.  Giova  notare,  che  nel  cod.  Ambrosiano  0.  63  sup.  molte  rime 
hanno  in  testa  questo  nome;  non  ignote,  se  ben  ricordiamo,  al  BilancioniJ. 

Francesco  Flamini.  —  Un  codice  del  collegio  di  S.  Carlo  e  le  raccolte 
a  penna  di  rime  adespote.  —  Bologna,  tipografia  Fava  e  Garagnani,  1892 
[Estratto  dal  Propugnatore.  Del  codice  di  S.  Carlo  di  Modena,  contenente 
una  raccolta  di  antiche  rime,  aveva  dato  un  ragguaglio  V.  Santi  nella  Gaz- 
zetta della  Domenica  e  aveva  detto  qualche  cosa  G.  Vandelli,  pubblicando 
di  lì  un  serventese  amoroso  nella  Rassegna  Emiliana.  Ora  il  F.  ci  offre  una 
illustrazione  completa  del  codice,  che  non  poteva  capitare  in  mani  migliori, 
per  la  pratica  che  egli  ha  di  siffatte  raccolte  e  della  poesia  dell'ultimo  tre- 
cento e  del  primo  quattrocento,  alla  quale  appartengono  i  componimenti  di 


CRONACA  341 

questa  silloge.  Questo  codice  di  S.  Carlo,  copiato  da  un  Giacomo  di  Paolo 
di  Valente  a  mezzo  il  secolo  XV,  per  il  contenuto  si  può  dividere  in  due 
parti  ;  delle  quali  la  prima  comprende  poesie  di  A.  Beccari  e  G.  Pellegrini, 
a  giudizio  del  F.  concittadini  del  copista ,  e  il  rimanente  «  racchiude  una 
«  copiosa  silloge  di  rime,  prive  di  qualsivoglia  didascalia  »,  alle  quali  però 
il  F.  ha  saputo  ritrovare  l'autore  certo  o  almeno  indicare  quello  probabile. 
11  F.  ragiona  sopra  l'importanza  di  questo  codice ,  che  ne  ha  molta  per  la 
conoscenza  di  G.  Pellegrini,  «  curiosa  figura  di  borghese  e  d'asceta,  princi- 
pe palissimo  fra  i  non  molti  rimatori  rappresentanti  la  produzione  poetica 
€  dell'Italia  superiore  nella  prima  metà  del  quattrocento  »  :  e  prende  occa- 
sione per  far  buone  osservazioni  generali  sulle  raccolte  di  rime  antiche, 
specialmente  su  quelle  di  rime  adespote,  tentando  anche  una  classificazione. 
Speciale  encomio  merita  il  F.,  per  aver  pensato  ad  uno  studio  comparativo 
degli  antichi  canzonieri ,  al  quale  è  da  sperare  che  dedichi  ancora  le  sue 
cure.  Dopo  la  tavola  del  cod.,  il  F.  pubblica  un  Lamento  del  citato  Giovanni 
Pellegrini ,  importante  per  le  notizie  che  si  ricavano  intorno  alla  vita  del- 
l'autore ed  anche  dal  lato  linguistico]. 

Adolfo  Albertazzi.  —  Parvenze  e  sembianze.  —  Bologna,  Zanichelli, 
1892  [Difficile  è  il  dire  se  sia  un  libro  d'arte  o  d'erudizione:  è  un  libro 
elegante,  che  si  legge  con  diietto.  L'A.  s'è  giovato  delle  ricerche  laterali 
cui  dovette  assoggettarsi  per  lo  studio  laborioso  sui  Romanzieri  (v.  Giorn., 
XVIII,  415),  e  senza  dubbio  le  cose  più  curiose  del  presente  volumetto  sono 
quelle  che  riguardano  libri  obliati  del  nostro  seicento.  Buono  lo  schizzo  bio- 
grafico di  Gregorio  Leti,  di  cui  vengono  in  ispecial  modo  considerate  le 
satire  contro  il  clero  ;  non  cattivi  ed  abbastanza  arguti  i  due  studietti  Pu- 
nizione e  Molto  rumore  per  nulla ,  nel  primo  dei  quali  sono  amenamente 
ritratte  le  costumanze  degli  studenti  del  sec.  XVII,  spremendo  il  succo  dei 
dialoghi  di  Annibale  Roero  intit.  Lo  scolare  (Pavia,  1604) ,  nel  secondo  si 
tocca  delle  foggio  e  delle  donne  nel  seicento.  L'articolo  Sicut  erat è  ri- 
cavato dal  bizzarro  libro  Hoggidì  di  Secondo  Lancellotti  (Venezia,  1630-36) 
destinato  a  mostrare  quanto  sia  ingenuo  il  credere  che  i  tempi  andati  fos- 
sero in  tante  cose  diversi  dai  presenti.  Chi  di  gallina  nasce è  invece  uno 

schizzo  di  storia  bolognese ,  che  ritrae  il  retaggio  impuro  e  sanguinoso  di 
Bianca  Cappello,  nella  figlia  di  lei  Pellegrina  Bentivoglio  e  nella  nipote 
Bianca,  moglie  del  poeta,  amico  del  Marino,  Andrea  Barbazza.  Più  consi- 
stente degli  altri  è  lo  studio  su  /  novellatori  e  le  novellatrici  del  Decame- 
rone^  che  ha  lo  scopo  di  mettere  in  scena  i  caratteri  così  distinti  delle  dieci 
persone  che  narrano  le  novelle  boccaccesche.  Questo  scritto,  già  comparso 
nella  Rassegna  Emiliana,  ci  sembra  nella  raccolta  di  gran  lunga  il  migliore. 
S'apre  e  si  chiude  il  libro  con  due  scritterelli  simili  :  nell'uno.  Liberalità  di 
mess.  Bertramo  d'Aquino,  l'A.  rinarra  a  modo  suo,  con  molta  arte,  una 
graziosa  novella  che  prima  raccontò,  seccamente,  Masuccio  (nov.  21),  e  che 
poscia  diluì  Gianfrancesco  Loredano  ;  nell'altro.  La  novella  di  Fiordiligi,  con- 
sidera le  somiglianze  di  contenuto  e  le  differenze  di  forma  tra  la  novella  di 
Tisbina  e  di  Prasildo  che  si  legge  nel  Boiardo,  Innam.,  P.  I,  C.  XII,  e 
quella  di  Dianora  ed  Ansaldo  Gradense  che  è  nel  Decam.,  X,  5.  Il  libretto, 
nel  suo  complesso,  non  riuscirà  certo  simpatico  a  tutti,  ma  se  si  guardano 


342  CRONACA 

le  intenzioni  dell'A.  può  dirsi  fatto  con  garbo.  A  pp.  210-211,  l'A.  scocca 
certi  dardi  contro  i  cultori  della  novellistica  comparata ,  di  cui  non  siamo 
riusciti  a  renderci  ragione.  Abbiamo  troppa  stima  del  suo  ingegno  per  at- 
tribuirgli l'insensatezza  di  avere  in  dispetto  l'unico  modo  razionale  e  scien- 
tifico di  studiare  il  grande  patrimonio  della  novellistica  indoeuropea.  Forse 
egli  alluse  solamente  alle  esagerazioni  di  certuni ,  che  pur  di  accumulare 
riscontri  perdono  interamente  di  vista  lo  scopo  vero  dell'indagine  compara- 
tiva; ed  in  questo  caso  ha  ragione.  Doveva  peraltro  esprimersi  con  maggiore 
chiarezza]. 

Isidoro  Carini.  —  Di  alcuni  lavori  ed  acquisti  della  Biblioteca  Vati- 
cana nel  pontificato  di  Leone  XIII.  —  Roma,  tipogr.  Vaticana,  1892  [È 
una  raccolta  di  relazioni  bibliografiche  di  scritti  diversi  ed  insieme  di  de- 
scrizioni d'oggetti  preziosi;  quasi  tutte  cose  che  si  collegano  col  giubileo 
sacerdotale  di  Leone  Xlll.  Se  alla  munificenza  ed  alla  liberalità  del  ix)n- 
tefice  va  data  lode  per  l' incremento  che  ne  viene  agli  studi ,  bisogna 
anche  riconoscere  che  gli  ufficiali  di  quel  grande  istituto  che  è  la  Bibl.  Va- 
ticana seppero  e  vollero  mirabilmente  secondarne  i  generosi  propositi.  Ed 
in  ciò,  senza  dubbio,  una  parte  eminente  compete  al  prefetto  della  Vaticana 
mons.  Carini,  la  cui  instancabilità  forma  da  tempo  l'ammirazione  degli  stu- 
diosi, mentre  la  sua  cortesia  inesauribile  ne  suscita  e  ne  alimenta  la  grati- 
tudine. Dei  25  resoconti,  che  qui  si  raccolgono,  tutti,  all'infuori  del  primo, 
dovuti  al  Carini,  buona  parte  è  estranea  ai  soggetti  di  cui  il  nostro  Gior- 
nale si  occupa,  appartenendo  a  materia  archeologica,  o  artistica,  ovvero  ri- 
guardando gli  studi  biblici,  patristici  e  di  filologia  classica  ed  orientale.  Sa- 
ranno tuttavia  letti  con  profitto  dai  cultori  di  storia  letteraria  italiana  l'articolo 
storico  sulla  Biblioteca  della  Sede  Apostolica^  il  resoconto  del  Contrasto  di 
Giulio  d'Alcamo  edito  dal  Salvo-Gozzo  e  quello  del  Commento  dantesco  di 
frate  Giovanni  da  Serravalle,  del  quale  sinora  non  ci  fu  concesso  di  offrire 
ai  lettori  nostri  particolareggiata  notizia  (cfr.  Giornale^  XVlll,  452  e  Bui- 
lett.  della  Società  Dantesca  italiana,  n»  10-11,  pp.  01  sgg.).  Sarebbe  pur  de- 
siderabile che  S.  S.tii  concedesse  una  maggiore  pubblicità  a  quel  commento, 
che  oggi  è  per  i  più  inaccessibile ,  talché  anche  persone  di  solito  bene  in- 
formate continuano  a  crederlo  inedito  (cfr.  Arch.  stor.  ital.y  serie  V,  voi.  IX, 
p.  286,  n.  2).  Non  vogliamo  mancar  di  notare,  nel  volume  di  cui  ci  occu- 
piamo ,  le  informazioni  relative  alla  Collezione  Visconti  acquistata  da 
Leone  XIII,  con  molti  mss.  osservabili  di  materia  storica,  ed  un  articolo 
sui  Libri  e  mss.  lasciati  alla  Vaticana  del  march.  Gaetano  Ferrajoli,  ch'è 
in  realtà  una  larga  notizia  bio-bibliografica  dell'orientalista  Michelangelo 
Lanci.  Godiamo  terminare  con  una  buona  notizia.  Il  C.  promette  prossima- 
mente una  relazione  sui  codici  Borghese  entrati  nella  Vaticana,  e  frattanto 
l'intraprendente  Monsignore  medita  la  fondazione  d'un  regolare  BuUettino 
di  quella  celebre  libreria]. 

Domenico  Berti.  —  Scritti  varii.  Voi.  L  —  Torino-Roma,  Roux,  1892 
[A  tre  scritti  di  politica  contemporanea  qui  ne  sono  accostati  quattro  d'ar- 
gomento letterario.  Il  più  rilevante,  senza  dubbio,  è  quello  che  riguarda  / 
Piemontesi  e  la  Crusca.  Biasima  l'A.,  con  giusta  franchezza,  le  elezioni  che 
la  Gru5'*a  fc:j  prinja  della  sua  ricostituzione.   I  nomi  infatti  di  Piemontesi 


CRONACA  343 

che  ad  essa  furono  ascritti  nei  passati  secoli  non  stanno  certo  a  rappresen- 
tare ciò  che  v'era  di  meglio  per  ingegno  e  sapere  nelle  provincie  subalpine. 
Il  grado  d'accademico  s'otteneva  per  intrigo  e  non  per  merito.  Cosi  vediamo 
nel  sec.  XVI  ascritti  alla  Crusca  un  Cristoforo  Bisolio  di  Lu  ed  un  Fran- 
cesco Maria  Vialardi,  mentre  non  compare  tra  gli  Accademici  l'unica  mente 
piemontese  veramente  elevata  del  secolo,  Giovanni  Boterò.  Nel  sec.  XVUI 
vi  sono  sette  accademici  piemontesi,  tre  dei  quali  uomini  di  vaglia  (Rosasco, 
Gerdil  e  Paciaudi),  ma  non  trovi  i  nomi  di  V.  Alfieri  e  di  G.  Baretti.  Nella 
scelte  dal  1811  in  poi ,  l'Accademia  procedette  con  miglior  criterio  e  giu- 
stizia. L'A.  si  trattiene  su  parecchi  degli  accademici  di  questo  periodo,  par- 
ticolarmente sul*Galeani-Napione,  su  Carlo  Botta,  su  Giuseppe  Grassi,  dei 
quali  dà  molte  e  rilevanti  notizie.  Egli  riferisce  anche  in  appendice,  toglien- 
dole da  un  cod.  della  bibl.  di  S.  M.  il  Re  e  dall'archivio  della  Accademia 
delle  Scienze  in  Torino,  alcune  lettere  dirette  al  Grassi  da  Carlo  Botta,  da 
G.  B.  Niccolini,  da  G.  Leopardi.  —  Un  altro  scritto  concerne  La  volontà  e 
il  sentimento  religioso  nella  vita  e  nelle  opere  di  V.  Alfieri.  Qui  ha  solo 
qualche  importanza  la  seconda  parte,  ove  l'A.  rammenta  certo  aneddoto  della 
poetessa  Diodata  Saluzzo,  che  in  una  sua  cantica  commemorativa  di  Carlotta 
Alfieri,  finse  che  l'anima  dell'Alfieri,  non  avendo  cantato  convenientemente 
di  Dio,  fosse  confinata  fuori  del  paradiso  a  purgare  il  suo  passato  in  una 
pallida  stella.  Le  lettere  che  su  questo  proposito  diresse  a  Diodata  l'ab.  di 
Caluso  non  sono  prive  di  curiosità.  L'articolo  Luigi  Ornato  o  ricordi  di 
conversazioni  giovanili  dà  molto  meno  di  quanto  il  titolo  promette.  In  un 
gran  mare  di  considerazioni  ben  poco  peregrine  quivi  s'affogano  i  pochi  ri- 
cordi dell'amico  di  Santorre  Santarosa,  del  cittadino  illibato,  dell'alto  e  se- 
vero cultore  di  studi  storici  e  filologici.  Dopo  il  libro  sull'Ornato  di  Leone 
Ottolenghi ,  che  diede  occasione  ad  alcune  pagine  calde  ed  opportune  di  A. 
D'Ancona  (  Varietà,  1,  231  sgg.)  non  si  sentiva  davvero  il  bisogno  di  questa 
ristampa.  Né,  dopo  la  ricca  letteratura  recente  intorno  alla  Staél,  che  l'A. 
cita  (p.  80  w.),  ma  non  pone  a  profitto,  poteva  reputarsi  di  grande  vantaggio 
il  riprodurre  lo  scritto  La  Staél  e  Roma,  quantunque  il  carattere  della  scrit- 
trice vi  sia  abbastanza  bene  rappresentato  e  con  sufficiente  ingegnosità  si 
cerchi  di  stabilire  l'origine  di  molti  episodi  della  Corinne'\. 

Giacinto  Romano.  —  Cronaca  del  soggiorno  di  Carlo  V  in  Italia  dal 
26  luglio  1529  al  25  aprile  1530.  —  Milano ,  Hoepli ,  1892  [Raccoman- 
diamo segnatamente  a  chi  s'interessa  alla  storia  del  costume  nel  nostro  mi- 
rabile Cinquecento  la  lettura  di  questo  buon  documento  storico,  di  questa 
cronaca  che  si  allarga  a  diario,  custodita  in  un  codice  della  biblioteca  Uni- 
versitaria di  Pavia.  Autore  di  essa  è  un  gentiluomo  mantovano,  che  il  co- 
scienzioso editore  è  riuscito  con  quasi  sicurezza  ad  identificare  con  quel 
Luigi  Gonzaga  figlio  di  Giampietro,  signore  di  Borgoforte,  che  fu  confidente 
del  march.  Francesco  e  del  duca  Federico,  cui  sopravvisse,  uomo  amante 
delle  lettere,  nominato  ad  onore  dall'  Ariosto  nel  canto  XXXVll,  st.  8  del 
Furioso  accanto  al  più  celebre  Luigi  Rodomonte.  Codesto  Luigi ,  che  il 
Campana  riferisce  essersi  dilettato  eziandio  di  ricerche  genealogiche,  fu 
padre  a  Curzio,  poeta  del  Fidamante  (cfr.  Belioni ,  Curzio  Gonzaga,  Bo- 
logna ,    1891 ,   pp.  5  sgg.).   11  ms.  di  questa  cronaca  proviene  da  Mantova 


344  CRONACA. 

(p.  285).  Per  quanto  la  storia  di  quella  famosa  lega  e  delle  pompe  che  ne 
accompagnarono  la  proclamazione  sia  molto  nota,  non  riuscirà  discara  agli 
storici  questa  minuta  relazione,  fondata  su  osservazioui  personali  o  di  testi- 
moni oculari,  ovvero  su  riferimenti  ufficiali  d'oratori  mantovani,  che  retti- 
fica e  completa  spesse  volte  il  racconto  accurato  di  Gaetano  Giordani  (Bo- 
logna, 4842).  Ma ,  va  ripetuto ,  la  ragione  per  cui  qui  la  annunciamo  è  la 
importanza  sua  per  le  ricerche  sui  costumi  del  tempo.  L'oculato  editore, 
che  non  risparmiò  fatiche  affinchè  l'opera  fosse  ben  pubblicata,  avverte  nella 
prefazione  (pp.  66-67):  «Questa  cura  del  particolare,  del  minuzioso,  dell'a- 
de nedottico  costituisce  il  lato  più  notevole  della  nostra  Cronaca,  ed  è  quello 
«  che  può  renderla  più  interessante  innanzi  al  positivismo  «storico  moderno, 
«  che  allo  studio  de' grandi  fatti  e  delle  grandi  ragioni  dei  fatti  va  sosti- 
€  tuendo  la  ricerca  minuta  e  paziente  dell'accessorio ,  ed  ha  creato  quello 
«  spirito  di  curiosità  erudita  che  anima,  si  può  dire,  tutta  la  nostra  produ- 
«  zione  scientifica  >]. 

Guido  Mazzoni.  —  /  quattro  evangeli  concordati  in  uno  da  Iacopo  Gra- 
denico.  —  Padova,  Randi,  1892  [Estratto  dagli  Atti  e  Memorie  della  R.  Ac- 
cademia di  Padova.  A  Iacopo  Gradenigo,  rimatore  veneto  del  trecento,  venne 
l'infelice  pensiero  di  parafrasare  in  terzine  i  Vangeli  concordati.  Ne  fece  un 
poemaccio  indigeribile  di  quasi  undici  mila  versi,  che  si  conserva  autografo 
in  un  bel  ms.  Hamilton  del  Museo  di  Berlino  (cfr.  Biadene  in  questo  Gior- 
nale^ X,  320-21).  Il  M.  ridescrive  il  codice,  dà  qualche  notizia  del  suo  au- 
tore, riferisce  i  primi  e  gli  ultimi  versi  dei  44  canti,  pubblicando  integral- 
mente il  I,  l'XI,  il  XXVIIl,  il  XLIV]. 

PUBBLICAZIONI    NUZIALL 

Alessandro  Spinelli.  —  Versi  del  400  e  del  600  attinenti  a  pittori  od 
a  cose  di  arte,  tratti  da  mss.  Estensi.  —  Carpi,  tip.  Rossi,  1892;  per  nozze 
Venèri-Mazzòli  [Tre  sonetti  di  un  poeta  di  nome  Ulisse  su  Iacopo  Bellini, 
il  Pisanello,  il  Mantegna;  uno  di  Filippo  Nuvolone  al  Mantegna  ed  un  altro 
di  Felice  Feliciano  Veronese  pure  al  Mantegna,  con  la  seguente  didascalia: 
«  Felice  ad  Andrea  antedicto,  compatre  del  Rev.'"»  Cardinale  Mantuano,  pre- 
«  gandolo  si  voglia  adoperar  per  lui  di  aconzarlo  col  dito  monsignore  se- 
«  condo  il  parlamento  auto  insieme  ».  Due  sonetti  dello  stesso  Feliciano  allo 
scultore  Cristoforo  Geremia.  Con  ciò  finisce  la  parto  più  antica  della  raccolta. 
Poi  viene  un  sonetto  di  Camillo  Rubiera  sulla  tomba  di  Urbano  Vili  scol- 
pita dal  Bernini  in  S.Pietro;  un  complimento  in  versi,  con  cui  il  letterato 
secentista  perugino  Napoleone  Luna  accompagnava  una  maiolica  dipinta  da 
Raffaello  a  mons.  Acquaviva;  una  strofe  satirica  diretta  in  nome  del  pittore 
Gio.  Andrea  Carloni;  una  canzone  scritta  «  per  un  quadro  d'Angelica  e  Me- 
€  doro  fatto  dal  sig.  Ludovico  Lana,  pittore  Modenese  eccellente  »  ;  un  so- 
netto sulla  reggia  di  Modena;  alcuni  versi  in  lode  della  pittrice  Francesca 
Brunetti;  un  sonetto  caudato  umoristico  del  pittore  Sebastiano  Sassoni,  che 
chiede  un  posto  a  Francesco  II  duca  di  Modena;  una  odicina  scherzosa  in 
dialetto  modenese  di  Oiov.  Battista  degli  Erri.  La  parte  secentistica,  come 
si  vede  abbastanza  copiosa,  è  illustrata  dallo  Sp.  con  sufficiente  cura,  ed 


CRONACA  345 

anzi  su  parecchi  personaggi,  segnatamente  sul  poeta  F]rri,  riferisce  notizie 
non  agevoli.  Se  di  ciò  gli  va  tributata  lode,  con  la  medesima  schiettezza 
dobbiamo  dire  che  la  illustrazione  delle  poesie  più  antiche  e  storicamente 
più  ragguardevoli,  quelle  del  sec.  XV,  è  assai  deficiente.  I  tre  sonetti  di 
Ulisse,  che  lo  Sp.  stampa  come  inediti,  e  di  cui  non  sa  valutare  adeguata- 
mente il  valore,  furono  fatti  conoscere  già  nel  1885  da  Adolfo  Venturi,  che 
li  commentò  da  par  suo  nel  Kunstfreund.  Dopo  d'allora  ottennero  molta 
notorietà  presso  i  non  pochi  che  si  occuparono  dei  tre  artisti  eminenti  ivi 
considerati.  Di  Filippo  Nuvolone  lo  Sp.  non  crede  siansi  trovate  notizie  bio- 
grafiche (p.  20),  e  sarà  benissimo;  ma  non  conveniva  trascurare  quel  poco 
che  ne  dice  il  Tiraboschi,  nella  Biblioteca  Modenese,  111,  357.  Cristoforo 
Geremia  è  personaggio  ignoto  allo  Sp. ,  che  batte  falsa  strada  per  identifi- 
carlo (p.  21).  11  Muntz  nell'opera  Les  arts  à  la  cour  des  papes  ha  portato 
molta  luce  su  quell'artefice,  che  fu  scultore  e  medaglista  mantovano  di  non 
mediocre  valore.  Di  lui  si  hanno  oggi  copiose  notizie,  che  si  possono  leg- 
gere raccolte  in  Armand,  Médailleurs\  I,  30  sgg.]. 

F.  De  Simone  Brouwer.  —  Storia  di  Argia.  —  Napoli,  tip.  dell'Univer- 
sità, 1892;  ediz.  di  50  esemplari  per  nozze  Filippi ni-Piccinelli  [Saggio  di  un 
episodio  del  De  claris  mulierihus  di  G.  Boccaccio,  nel  volgarizzamento  di 
frate  Antonio  di  S.  Lupidio  o  S.  Elpidio,  marchigiano,  di  cui  fu  pubblicata 
per  le  stampe  la  riduzione  fiorentina  di  Niccolò  Sassetti.  Gfr.  Hortis,  Studi 
sulle  op.  lat.  del  B.,  pp.  6034 ,  il  quale  a  p.  931-32  indica  sette  mss.  fio- 
rentini ,  tre  romani  ed  uno  marciano  di  questa  versione.  11  De.  S.  conduce 
la  sua  stampa  su  due  codici  della  Nazionale  di  Napoli,  ove  la  traduzione  è 
adespota,  rimasti  ignoti  all'Hortis]. 

Alfredo  Saviotti.  —  Rime  inedite  di  Curzio  Ardizio  da  Pesaro.  — 
Pesaro,  Federici,  1892;  per  nozze  Palazzi-Giannuzzi- Savelli  [Queste  rime  sono 
tratte  dal  ms.  N.  VI.  72  della  Nazionale  di  Torino,  che  è  tra  quelli  appar- 
tenenti un  tempo  ai  Gonzaga  (vedi  Giornale.,  XI,  299-301).  L'Ardizio,  cor- 
tigiano, letterato  e  pittore,  ebbe  la  fortuna  d'essere  amico  di  T.  Tasso.  Fio- 
i-ito  nella  seconda  metà  del  sec.  XVI,  fu  specialmente  in  relazione  coi  Duchi 
d'Urbino  e  con  quelli  di  Mantova.  Il  S.  ne  tesse  in  poche  pagine,  con  molta 
erudizione  ed  accuratezza ,  la  vita ,  giovandosi  anche  di  qualche  documento 
nuovo.  Poi  sceglie  per  la  pubblicazione  venti  componimenti  poetici  dell'Ar- 
dizio,  tutti  d'intonazione  schiettamente  petrarchesca.  Non  sono  certo  tali  da 
giustificare  le  lodi  che  loro  tributò  il  Tasso,  ma  alcuni  non  mancano  di  va- 
lore storico.  Vi  sono  due  sonetti  a  Bernardino  Baldi,  uno  dei  quali  per  la  sua 
Nautica,  e  parecchie  poesie  dirette  a  personaggi  della  famiglia  Gonzaga. 
Non  manca  una  certa  disinvoltura  nel  trattare  il  verso,  ma  il  concetto  è 
fiacco,  lezioso,  cortigianesco.  Come,  del  resto,  potevano  sottrarsi  a  questi  di- 
fetti i  minori  poeti  di  quel  periodo  ,  se  vi  cadevano  così  facilmente  i  mag- 
giori?]. 

Severo  Peri.  —  L'opera  letteraria  di  un  poeta  del  sec.  XVIII.  —  Va- 
rese, Macchi  e  Brusa ,  1891;  per  nozze  Manfredi-Sforza  [Si  occupa  dell'ar- 
cade Francesco  Cassoli,  di  Reggio  Emilia,  accademico  Ipocondriaco,  amico 
di  Aurelio  Bertola  e  del  Parini,  traduttore  d'Orazio,  benefattore  del  Passeroni. 
Solo  pochi  de'  suoi  versi  furono  raccolti  da  un  amico  in  un  volumetto  Bo- 


346  CRONACA 

doniano;  molti  altri  giacciono  ignoti  in  pubblicazioni  d'occasione,  in  perio- 
dici, ovvero  anche  manoscritti.  Di  questi  ultimi  l'A.  qui  ne  produce  alcuni, 
tra  cui  notevoli  due  inni  Alla  sanità^  che  fanno  seguito  a  quello  pubblicato 
in  Parma  nel  1802.  Sono  liriche  robuste  e  veramente  inspirale,  nelle  quali 
è  agevole  il  riconoscere  l'influsso  del  PariniJ. 

Alfonso  Lazzari.  —  Quattro  lettere  inedite  di  Fulvio  Testi.  —  Faenza, 
tip.  P.  Conti,  1892;  per  nozze  Buffalini-Bonavia  [Dirette  a  mone.  Annibale 
ed  al  march.  Cornelio  Bentivoglio  nel  1640  e  nel  1645.  Trattano  di  svariati 
negozi  e  toccano  particolari  di  qualche  interesse  per  la  biografia  del  Testi, 
che  è  ancora  da  farsi.  Sono  estratte  dal  cod.  Riccardiano  2125]. 

Enrico  Filippini.  —  La  4.  Prophetia  Fratris  Mucii  de  Perusio  »  estratta 
da  un  cod.  napoletano  del  sec.  XV.  —  Fabriano,  tip.  Gentile,  1892;  per 
nozze  Filippini-Piccinelli  [Di  questo  notevole  componimento  profetico,  scritto 
verso  la  metà  del  sec.  XIV,  aveva  già  dato  notizia,  pubblicandone  due  strofe, 
A.  Miola,  nel  descrivere  il  ms.  V.  H.  274  della  Nazionale  di  Napoli,  nel 
quale  altre  profezie  si  leggono,  in  latino  ed  in  volgare.  Il  D'Ancona  pro- 
dusse già  questa  poesia  negli  Studi  sulla  Ietterai,  (tal.  de'  primi  secoli, 
pp.  95  sgg. ,  traendola  da  un  ms.  Vaticano ,  ov'è  erroneamente  assegnata  a 
lacopone,  e  poi  il  Mazzatinti  nel  Propugnatore  ^  XV,  II ,  p.  36  credette  di 
poterla  attribuire  a  Tommasuccio  da  Foligno.  Il  F.  la  rivendica  all'oscuro 
verseggiatore  umbro,  cui  la  attribuisce  il  cod.  Napoletano,  e  propone,  senza 
tuttavia  affermarla,  la  identificazione  di  quel  frate  Mucio  con  ser  Muccio  da 
Perugia,  detto  Stramazzo,  autore  di  sonetti  diretti  al  Petrarca.  L'identifica- 
zione ci  sembra  ancora  malsicura;  ma  l'autore  della  profezia  era  indubbia- 
mente umbro,  come  si  può  discernere  dalle  forme  dialettali  numerose,  che 
in  essa  figurano.  Nella  lezione  del  cod.  Vaticano,  non  solo  spesseggiano  le 
varianti,  ma  v'ha  un  ordinamento  tutto  diverso  delle  strofe.  Crede  pertanto 
ragionevolmente  il  F.  che  il  testo  più  rozzo  del  ms.  di  Napoli  sia  più  ge- 
nuino dell'altro,  nel  quale,  più  che  una  copia,  s'ha  a  ravvisare  una  corre- 
zione e  rimanipolazione  del  documento  umbro.  La  profezia  in  forma  di  ser- 
ventese  caudato,  consta  di  48  strofe,  ed  oltreché  per  le  molte  allusioni  politiche, 
è  osservabile  per  le  forme  dialettali  veramente  curiose]. 

Alessandro  Allmaeyer.  —  Un  poemetto  inedito  del  sec.  XV  sulla  caccia 
degli  uccelli  di  rapina  esistente  nella  pubblica  biblioteca  di  Siena.  —  Siena, 
tip.  S.  Bernardino,  1892;  per  nozze  Bartolini-Mucci  [Da  un  cod.  Sforzesco 
di  falconeria,  già  descritto  dal  Novati.  Vedi  ciò  che  osserva  circa  questa 
pubblicazione  nuziale  VArch.  stor.  lombardo,  XIX,  481]. 

Salvatore  Salomone-Marino.  —  Lora  e  la  solennità  del  battesimo  negli 
usi  del  popolo  siciliano.  —  Palermo,  tipogr.  Vena,  1892  [Tiratura  di  soli 
50  esemplari,  per  commemorare  il  battesimo  di  Mario,  figliuolo  dell'A.  Nel 
grazioso  opuscoletto  è  narrata  una  leggenda  popolare  sicula,  che  spiega  perchè 
il  primogenito  maschio  debba  sempre  esser  battezzato  di  sera  con  grande 
solennità]. 


CRONACA  347 


f  II  28  dello  scorso  giugno  s'è  spenta  in  Asti  la  vita  operosa  di  Carlo 
Vassallo,  benemerito  veramente  degli  studi  storici  e  letterari. 

Carlo  Vassallo  nacque  il  19  febbraio  1828  a  Genola  (circondario  di  Saluzzo). 
I  genitori  di  lui  erano  contadini,  al  servizio  della  famiglia  D'Azeglio.  Grazie 
alla  generosa  protezione  di  questa,  il  Vassallo  potè  compiere  i  suoi  studi 
dapprima  in  Saluzzo  ;  poi,  guadagnatosi  nel  Collegio  delle  Provincie  un  posto 
che  era  legato  alla  facoltà  teologica,  dovette  vestire  l'abito  ecclesiastico. 
Otteneva  la  laurea  in  teologia  nella  Università  di  Torino  nel  1850;  vi  con- 
seguiva l'aggregazione  nel  1854. 

Ma  già  il  marchese  Roberto  d'Azeglio  lo  aveva  insignito  di  un  canoni- 
cato patronale  nella  Cattedrale  d'Asti,  e  il  Vassallo  aveva  trasferito  il  suo 
domicilio  in  questa  città  che  divenne  la  sua  patria  d'adozione  e  di  cui  gli 
fu  poi  concessa,  con  solenne  deliberazione  consigliare  fermata  in  una  splendida 
pergamena,  la  cittadinanza.  Diresse  da  prima  il  Seminario  vescovile;  uscitone 
poi,  fu  chiamato  ad  insegnare  lettere  italiane  nel  Liceo  Alfieri,  del  quale  fu 
nominato  preside  nel  1873;  in  questa  carica  durò  fino  alla  fine  dell'anno  sco- 
lastico 1890-91,  quando  con  rincrescimento  di  tutti  la  malattia,  che  doveva 
accasciarne  la  fibra  fino  allora  robustissima  e  trascinarlo  anzi  tempo  alla 
tomba,  lo  costrinse  a  ritirarsi  dall'ufficio,  dove  aveva  raccolto  così  unanime 
consenso  di  autorità  e  di  benevolenza. 

L'operosità  letteraria  del  Vassallo  ha  due  stadi:  nel  primo  egli  par  che 
tenda  piuttosto  a  formarsi  un  largo  patrimonio  di  coltura.  Privo  dei  sussidi 
che  oflfrono  a  questo  riguardo  i  grandi  centri  di  studi,  egli  cercò  di  supplirvi 
formandosi  una  ricchissima  biblioteca,  e  tenendo  corrispondenza  con  molti 
insigni  studiosi.  Studioso  dell'Alfieri  e  dell'Alighieri,  cosi  da  esser  tenuto, 
specialmente  in  questioni  dantesche,  come  prezioso  consigliere  dal  Witte 
(intorno  al  quale  scrisse  un  buon  saggio  critico:  Sulla  vita  e  sugli  scritti 
di  Carlo  Witte,  Firenze,  1884),  dal  Blanc  (di  cui  tradusse  l'opera:  Inter- 
pretazione filologica  di  molti  passi  oscuri  e  controversi  della  Divina  Com- 
media, Bologna,  1877),  dal  Giuliani  (cfr.  il  pregevole  discorso  per  l'inaugu- 
razione del  monumento  a  G.  B.  Giuliani  in  Canelli,  Torino,  1891),  non  tra- 
scurò le  letterature  straniere,  e  si  dedicò  con  particolare  amore  alla  tradu- 
zione di  poeti  tedeschi  ed  inglesi  (cfr.  specialmente  La  battaglia  di  Arminio 
del  Klopstock,  Asti,  1868,  e  V  Inno  a  S.  Cecilia  del  Pope,  Asti,  1866). 

Ma  quanto  più  progrediva  negli  anni  il  suo  spirito  parve  ripiegarsi  alle 
investigazioni  storiche,  in  cui  portò  un  acume  critico  assai  raro,  ed  una  sciol- 
tezza, indipendenza,  onestà  di  vedute  molto  lodevoli:  potè  cosi  dilucidare 
punti  oscuri  della  storia  astigiana,  recandovi  i  risultati  delle  sue  amorose  ed 
attente  investigazioni.  Cosi  il  Vassallo  sfatò  errori  su  Giorgio  Alione  (Intorno 
alla  vita  di  Giorgio  Alione,  osservazioni  critiche,  Asti,  1865;  Un  nuovo 
documento  su  Giorgio  Alione  in  Atti  dell' Accademia  delle  scienze  di  Torino, 
1890);  su  Graiano  d'Asti,  sulle  false  cronache  astesi  (in  Archivio  storico 
italiano,  Firenze,  1886);  trasse  dall'oblìo  Matteo  Prandone,  eroico  difensore 
di  Asti  contro  Fabrizio  Maramaldo  (Fabrizio  Maramaldo  e  gli  Agostiniani 
in  Asti,  Torino,  1889  ;  Matteo  Prandone,  Torino,  1889),  rischiarò  le  vicende 
delle  mura  della  città  d'Asti  (in  Atti  della  R.  Accademia  delle  scienze  di 


348  CRONACA 

Torino,  voi.  XXV),  la  vita  del  Beato  Alfieri  (Asti,  1890),  il  periodo  della 
storia  astigiana  durante  la  dominazione  strnniera  (in  Archivio  storico  ita- 
liano, Firenze,  1878)...  Ma  a  questa  e  all'altra  opera  sua  diretta  ad  illustrare 
di  proposito  la  storia  astigiana,  occorre  aggiungere  come  anche  più  meri- 
toria r opera  sua  indiretta,  quella,  quasi  direi,  di  propaganda;  egli  fece 
conoscere  agli  Astigiani  l'importanza  del  codice  Malabaila,  ed  i  lavori  del 
Cipolla,  del  Vaira,  del  Gorrini  e  di  quegli  altri  valenti  scrittori  che  negli 
ultimi  anni  portarono  il  contributo  delle  loro  ricerche  e  dei  loro  studi  alla 
storia  del  Comune  astigiano,  splendidamente  primeggiante  già  nelle  Pro- 
vincie subalpine;  egli  promosse  e  diresse  l'ordinamento  di  un  Archivio  sto- 
rico e  di  un  Museo  archeologico  in  Asti;  egli  aiutò  con  tutti  i  mezzi  coloro 
che  mostrarono  di  volersi  occupare  degli  studi  a  lui  prediletti. 

Al  molto  eh'  egli  fece  va  dunque  aggiunto,  nel  bilancio  delle  benemerenze 
di  lui,  il  molto  eh'  egli  aiutò  a  fare  :  ecco  perchè  abbiamo  qui  rammentato 
con  mestissimo  desiderio  le  rare  doti  d'ingegno  e  di  cuor^  di  Carlo  Vassallo. 

Delfino  Orsi. 


f  Allorché  la  tiratura  del  presente  fascicolo  era  già  molto  avanzata,  ci 
giunse  la  notizia  dolorosa  della  morte  di  Rainoldo  Koehler.  La  strettezza 
del  tempo  non  ci  consente  di  darne  un  neciologio  con  molti  dati  di  fatto: 
possiamo  solo  annunciare  col  cuore  stretto  questa  nuova  e  grande  perdita 
che  hanno  fatto  gli  studi.  Il  Koehler,  nato  il  24  giugno  1830,  morì  nella  sua 
città  natale,  Weimar,  dove  era  bibliotecario  fin  dal  1857,  al  15  agosto  1892. 
L' immensa  produzione  scientifica  di  lui,  sparpagliata  in  pubblicazioni  diver- 
sissime, merita  che  qualche  connazionale  dell'illustre  estinto  la  raccolga 
in  una  serie  di  volumi.  Egli  era  uomo  di  varia  coltura  e  trattò  soggetti  mol- 
teplici, specialmente  letterari.  Ma  quella  che  poteva  dirsi  la  sua  specialità^ 
in  cui  forse  nessuno  in  Europa  lo  uguagliava,  fu  la  novellistica  comparata, 
uno  dei  più  fecondi  e  difficili  rami  della  demopsicologia.  L'erudizione  del 
Koehler  in  questa  parte  era  sconfinata,  onde  a  lui  si  soleva  ricorrere  da  ogni 
parte  del  mondo,  per  consigli  ed  aiuti  da  quanti  si  perigliavano,  anche  esperti, 
sul  diffìcile  terreno.  In  Italia  si  giovarono  delle  sue  informazioni  erudite, 
per  citare  i  più  noti  e  distinti,  l'Imbriani  ed  il  D'Ancona,  il  quale  ultimo 
gli  dedicò  il  volume  dei  Poemetti  popolari  italiani,  Bologna,  1889.  Nel 
Koehler  infatti  erano  pari  alla  dottrina  la  liberalità  e  la  cortesia.  Il  Giornale 
nostro  lo  ebbe  a  collaboratore:  egli  vi  prese  ad  illustrare  le  novelle  del 
Sercambi  edite  dal  Renier.  Solo  sei  di  quelle  sue  illustrazioni  poterono  ve- 
dere la  luce  (Giorn.,  XIV,  94;  XV,  180;  XVI,  108),  a  intervalli,  perchè  in 
questi  ultimi  anni  la  fibra  del  chiaro  scienziato  era  illanguidita  per  la  salute 
sempre  malferma. 


Luigi  Morisbnoo,  Gerente  responsabile. 


Torino  —  Tip.  VoicBirao  Bona. 


LA  STAMPERIA  FIORENTINA 


DEL 


MONASTERO  m  S.  JACOPO  DI  RIPOLI  E  LE  SUE  EDIZIONI 


Stadio  storico  e  bibliografico, 


I. 


La  stamperia  stabilita  nel  Monastero  di  S.  Iacopo  di  Ripoli  in 
Firenze  nel  secolo  XV  merita  speciale  attenzione  non  solo  per 
la  importanza  sua  nell'arte  e  nella  storia  tipografica  fiorentina, 
ma  anche  perchè  rappresenta  un  tipo  singolare  fra  le  numerose 
forme  di  operosità  che  ebbe  il  movimento  intellettuale  e  indu- 
striale manifestatosi  nel  risorgimento  dopo  le  tenebre  del  Medio 
Evo.  Lo  spirito  di  associazione  era  la  caratteristica  di  quei  tempi 
e  dalle  opere  dello  intelletto  si  estendeva  a  quelle  materiali  espli- 
candosi nei  traffici  estesissimi  di  merci  e  di  danaro  per  mezzo 
delle  grandi  compagnie  di  mercanti,  e  abbracciava  tutte  le  isti- 
tuzioni, fossero  esse  d'indole  laicale  o  ecclesiastica.  Cosa  infatti 
ci  rappresentano  certe  Corporazioni  monastiche  di  quei  tempi 
se  non  associazioni  per  le  quali  l'ascetismo  era  uno  degl'intenti, 
ma  non  il  solo,  mentre  coll'esercizio  delle  arti  e  colla  industria 
cumulavano  guadagni  molte  volte  non  piccoli  ?  Alcune  di  queste 
corporazioni  erano  esclusivamente  dedicate  a  grandi,  industrie 
speciali,  come  i  Frati  Umiliati  all'arte  della  lana,  gl'Ingesuati 
alla  manifattura  dei  vetri  dipinti,  ed  altre  traevano  profitto  da 
tutto.  Fra  i  monaci  vi  erano  architetti  o,  come  allora  dicevano. 

Giornale  ttorico,  IX,  fase.  58-59,  23 


350  P.  BOLOGNA 

maestri  muratori,  scultori  di  ornato  e  di  figura,  intagliatori,  pit- 
tori, capi  di  maestranze  e  anche  esecutori  semplicemente  mate- 
riali di  minori  opere.  Tutti  lavoravano  insieme  nei  grandi  edifizi 
che  lentamente,  ma  con  rara  costanza  dei  pochi  costruttori  ai 
medesimi  addetti,  si  alzavano  giganti  come  la  nostra  Santa  Maria 
Novella.  Poi,  pagato  il  debito  alla  famiglia  della  quale  formavano 
parte,  quelli  artisti  si  accomodavano  al  servizio  di  Repubbliche 
e  di  Signori,  e  i  guadagni  andavano  a  profitto  dell'associazione 
alla  cui  premura  era  non  di  rado  dovuta  la  eccellenza  acquistata 
dall'artista.  A  questo  principio  di  associazione  operosa,  quantunque 
assai  indebolito  e  degenerato  nella  seconda  metà  del  secolo  XV, 
devesi  l' incominciamento  e  lo  sviluppo  della  celebre  stamperia 
di  Ripoli  che  stette  aperta  per  circa  otto  anni,  dalla  metà  del 
1476  al  novembre  del  1484. 

Seguendo  la  disposizione  e  l'uso  dei  tempi,  le  Domenicane  di 
Ripoli  anziché  starsene  oziose  nel  loro  monastero,  si  occupavano 
nell'arte  di  scrivere  codici  e  di  ornarli  di  miniature.  Il  P.  Fi- 
neschi  nelle  Notizie  storiche  sopra  la  stamperia  di  Ripoli  (1) 
ricorda  diversi  codici  scritti  e  miniati  da  queste  monache,  fra 
le  quali  si  resero  specialmente  notevoli  suor  Angela  dei  Rucellai 
e  suor  Lucrezia  dei  Panciatichi  che  scrissero  e  miniarono  alcuni 
libri  corali  per  il  convento  di  S.  Maria  Novella.  Questo  esercizio, 
che  necessariamente  aveva  sviluppato  nelle  monache  un  certo 
sentimento  letterario  ed  artistico,  fece  forse  nascere  l'idea  della 
istituzione  di  una  tipografia  nei  due  religiosi,  frate  Domenico  da 
Pistoia  e  frate  Pietro  da  Pisa,  i  quali  fino  dal  1474  avevano  la 
direzione  del  monastero,  uno  come  procuratore  e  l'altro  come 
confessore.  Il  primo,  fra  Domenico,  era  sicuramente  persona  eulta 
e  studiosa,  trovandosi  che  aveva  trascritti  di  sua  mano  i  trattati 
De  amicitia  et  De  senectute  di  Cicerone  (2),  e  forse  a  lui  prin- 
cipalmente è  dovuta  la  iniziativa  della  istituzione  delia  tipografia; 
quanto  a  fra  Pietro,  egli  non  doveva  essere  da  meno  se  deve 


(1)  Firenze,  Mouche,  1781,  pp.  7  e  seg. 

(2)  Giornale  di  spese  della  stamperia^  car.  19 1. 


LA   STAMPERIA  FIORENTINA  351 

giudicarsene  dalla  premura  con  la  quale  assistè  e  diresse  la  nuova 
istituzione. 

Da  chi  e  dove  i  due  frati  apprendessero  l'arte  tipografica  o 
acquistassero  i  tipi,  i  torchi  e  gli  arnesi  per  esercitarla  è  affatto 
ignoto,  ma  che  principiassero  a  stampare  nel  1474  si  sa  dal 
Giornale  di  spese  della  stamperia ,  conservato  nella  Biblioteca 
Magliabechiana  di  Firenze. 

Di  questo  Giornale  della  stamperia,  documento  importantissimo 
per  la  storia  della  tipografia  fiorentina,  è  opportuno  dare  suc- 
cinta notizia.  Il  codice  che  lo  contiene  è  oggi  segnato  X.  6. 143, 
e  passò  nella  Magliabechiana  per  acquisto  fattone  a  proposta  di 
mons.  Angelo  Fabbroni  nel  18  agosto  1794.  È  in  foglio  piccolo, 
di  forma  oblunga  a  guisa  di  agenda,  di  carta  bambagina  molto 
consistente ,  di  150  fogli ,  compresi  alcuni  bianchi ,  e  ricoperto 
con  doppia  carta  in  pergamena,  tolta  da  un  antico  codice  ms. 
in  lingua  latina.  Ha  due  numerazioni,  la  prima  da  1  a  131,  e  la 
seconda  da  1  a  12.  Il  fascicolo  contenente  questa  seconda  nume- 
razione è  alla  fine  del  codice  ed  è  legato  a  rovescio.  In  un  fo- 
glio sciolto  dopo  la  copertina  si  legge  di  mano  del  P.  Fineschi  : 
«  Questo  quaderno  appartenente  al  Yen.  Monastero  in  oggi  R.  Gon- 
«  servatorio  di  S.  Iacopo  di  Ripoli  in  Via  della  Scala  di  questa 
«  città  di  Firenze  è  servito  per  denotare  le  spese  della  stamperia 
«  che  vi  fu  introdotta  nel  1476  da  due  Religiosi  Domenicani  cioè 
«  da  Fra  Domenico  di  Daniello  da  Pistoia  e  da  Fra  Pietro  di  Sal- 
«  vatore  da  Pisa,  ed  ebbe  il  suo  termine  nell'anno  1486  conforme 
«  ho  dimostrato  nelle  Notizie  della  stamperia  di  Ripoli  stampate 
«  nell'anno  1781  in  Firenze,  lo  F.  Vinc.  Fineschi  m.  pp.  ». 

Il  Giornale  fu  già  spogliato  mentre  era  ancora  nell'archivio 
del  Monastero  di  Ripoli  dal  predetto  padre  Vincenzo  Fineschi, 
domenicano  di  S.  Maria  Novella,  per  scrivere  le  sopra  citate  no- 
tizie, e  quindi  servi  anche  a  Vincenzo  Follini  per  la  compilazione 
degli  Annali  della  tipografia  di  Ripoli,  inseriti  a  principio  del 
tomo  III  del  Catalogo  del  Fossi  (1),  nei  quali  corresse  molte  sviste 


(1)  Catalogus  codicum  saeculo  XY  impressorum  qui  in  puhlica  bihlio- 


352  P.  BOLOGNA 

e  inesattezze  del  Fineschi.  Il  sig.  F.  Roediger  cominciò  nel  1887 
a  pubblicarlo  sul  periodico  11  Bibliofilo,  cessato  il  quale,  la  pub- 
blicazione rimase  in  tronco.  La  scrittura,  meno  pochi  tratti,  è 
autografa  di  mano  di  fra  Domenico  da  Pistoia;  la  prima  partita 
è  del  14  novembre  1476,  e  da  essa  si  apprende  che  in  quel  giorno 
furono  portati  a  vendere  alla  bottega  di  Domenico  di  Piero  car- 
tolajo  quattrocento  Donatelli',  la  qual  circostanza  dimostra  che  la 
stamperia  doveva  essere  stata  aperta  qualche  mese  prima.  L'im- 
portanza del  codice  è  grande  non  solo  per  gli  annali  della  tipo- 
grafia fiorentina,  quantunque  non  tutti  i  libri  editi  dalla  stam- 
peria vi  siano  ricordati,  ma  anche  per  la  storia  della  tipografia 
in  genere,  trovandovisi  molte  minute  notizie  sugli  arnesi  usati  per 
la  stampa,  sulla  carta,  sui  prezzi  dei  libri,  della  loro  legatura  e 
miniatura  e  sul  modo  dello  smercio  di  essi.  Ci  rivela  poi  il  codice 
alcune  curiose  particolarità  della  vita  letteraria  fiorentina  della 
fine  del  secolo  XV,  che  procureremo  di  mettere  in  vista  nel  pre- 
sente lavoro. 

Ritornando  ora  alle  nostre  monache,  non  sarà  fuor  di  luogo 
notare  prima  di  tutto  che  il  loro  Istituto  fu  stabilito  nel  1229 
nel  Piano  di  Ripoli,  alla  distanza  di  poco  più  di  un  miglio  da 
Firenze,  fuori  della  Porta  di  S.  Niccolò,  presso  un  antico  oratorio 
dedicato  a  S.  Iacopo,  dove  appunto  dieci  anni  prima  avevano 
preso  stanza  i  frati  dello  stesso  ordine  Domenicano,  passati  poi 
a  Firenze  prima  nello  spedale  di  S.  Pancrazio,  poi  in  quello  di 
S.  Paolo  e  finalmente  in  S.  Maria  Novella,  per  dare  posto  alle 
monache.  Dalfesservisi  stabiliti  i  seguaci  di  S.  Domenico,  che  al- 
lora empiva  il  mondo  con  la  sua  fama ,  quella  località  fu  chia- 
mata, e  si  chiama  tuttora,  il  Santo  Nuovo.  Cresciuto  a  poco  alla 
volta  il  numero  delle  monache,  fu  necessario  che  nel  1292  si 
dividessero.  Una  parte  venne  a  Firenze  e  andò  prima  ad  abitare 
nelle  case  dei  Cerchi  e  poi  nel  Convento  di  S.  Domenico  del  Ma- 
glio, detto  allora  di  Cafaggio,  e  le  altre  rimasero  nel  Piano  di 


theca  Magliabechiana  Florentiae  adservantur ,  Florentiae,  1793-95,  voi.  3, 
in  gr.  fol. 


LA   STAMPERIA  FIORENTINA  353 

Ripoli,  finché  nel  1300  si  trasferirono  esse  pure  in  Firenze  in 
un  nuovo  monastero  che  avevano  costruito  in  via  della  Scala  e 
che  chiamarono  S.  Iacopo  di  Ripoli,  in  memoria  di  quello  da  cui 
erano  uscite  (1).  Il  vasto  fabbricato  allora  eretto  serve  oggi  a 
caserma  pei  soldati  del  Genio,  e  ignoro  se  vi  sia  rimasta  memoria 
del  luogo  preciso  in  cui  era  impiantata  la  stamperia;  ma  fino  a 
pochi  anni  indietro,  quando  vi  era  il  Conservatorio  delle  Mon- 
talve,  facevano  vedere  uno  stanzone  in  fondo  al  cortile  principale 
a  sinistra,  ridotto  ad  uso  di  scuola,  che  fu  quello  dove  ebbe  ri- 
cetto la  stamperia.  Tutto  ciò  servirà  a  dimostrare  l'errore  di  al- 
cuni scrittori  di  storia  tipografica,  i  quali  asserirono  che  la  stam- 
peria era  nel  Piano  di  Ripoli  fuori  di  Firenze  (2). 

Abbiamo  già  detto  che  non  si  sa  da  chi  e  dove  i  due  frati 
apprendessero  l'arte  tipografica  o  acquistassero  i  tipi,  i  torchi  e 
gli  arnesi  per  esercitarla.  Questa  circostanza  ci  richiama,  prima 
di  entrare  a  discorrere  particolarmente  della  stamperia  di  Ri- 
poli, a  fare  una  breve  rassegna  delle  condizioni  in  cui  si  tro- 
vava l'arte  tipografica  in  Firenze  allorché  fu  aperta  la  stamperia 
stessa. 


II. 


Dalla  stampa  del  Servio  del  Genuini ,  terminata  nell'  ottobre 
1472  fino  al  1476,  epoca  nella  quale  cominciano  i  lavori  della 
tipografia  di  Ripoli,  un  solo  libro  con  data  certa  si  conosce  stam- 
pato in  Firenze,  ed  è  il  Philocolo  del  Boccaccio,  in  fine  del  quale 
si  legge  la  seguente  soscrizione:  Magister  Joannes  Petri  de 
Magontia  scripsit  hoc  \  opus  Florentiae  die  XII  novembris 
MCCCCLXXII  (3). 


(1)  MoRENi,  Contorni  di  Firenze,  t.  V,  pp.  192  e  seg. 

(2)  Fra  gli  altri  il  De  la  Serna  Santander,  nel  Dictionnaire  bihliogra' 
phique  choisi  du  XV^  siede,  P.  I,  p.  270. 

(3)  Esiste  nella  Magliabechiana.  Negli  spogli  del  Bandini  alla  Marucel- 
liana  se  ne  citano  tre  esemplari.  Uno  esisteva  in  Livorno  nella  biblioteca 
di  Giorgio  Jackson,  un  altro  presso  Angelo  Pandolfini  in  Firenze  e  il  terzo 
presso  il  cav.  Gio.  Batt.  Baldelli. 


354  P.  BOLOGNA 

Il  De  la  Sema  Santander  (1)  dubitò  della  verità  della  data 
di  questo  libro,  perchè  gli  fu  difficile  credere  che  Maestro  Gio- 
vanni dopo  aver  fatta  quella  edizione  nel  1472,  rimanesse  ino- 
peroso ed  abbandonasse  l'arte  tipografica  per  diciotto  anni,  cioè 
lino  al  1490,  epoca  in  cui  se  ne  ritrova  per  la  prima  volta  il 
nome  nelle  stampe  fiorentine,  e  inclinò  a  supporre  che  la  data 
del  1472  non  si  riferisca  all'anno  della  stampa  del  libro,  ma  bensì 
a  quello  della  copia  eseguita  da  Maestro  Giovanni  —  scy^ipsit  hoc 
opus.  Per  altro  a  noi  sembra  che  debba  ritenersi  vera  quella 
data  per  le  seguenti  ragioni.  Maestro  Giovanni  usò  la  stess;i  frase 
scripsit  hoc  opus  anche  nella  sottoscrizione  al  libro  dei  Trionfi 
del  Petrarca  —  die  XXII  februarii  —  senz'anno,  del  quale  fa- 
remo parola  più  avanti;  e  sarebbe  strano  supporre  ch'egli  la- 
sciasse di  fare  il  tipografo  per  mettersi  a  copiare  codici  in  un 
tempo  nel  quale  l'arte  tipografica  progrediva  e  si  estendeva  per 
tutto.  D'altra  parte  il  Giornale  di  Ripoli  (2)  fa  nota  una  circostanza 
ignorata  certo  dal  Santander,  b^iona  ad  eliminare  ogni  dubbio, 
ed  è  che  M.«  Giovanni  nell'aprile  1477  vendè  i  suoi  caratteri  a 
quella  stamperia,  facendo  nel  tempo  stesso  società  con  fra  Do- 
menico. Non  è  vero  adunque  che  M.*>  Giovanni  abbandonasse  l'arte 
per  il  lungo  periodo  di  18  anni.  Forse  dal  1472  al  1477  non  usò, 
come  allora  molti  tipografi  praticavano,  di  mettere  il  proprio 
nome  sulle  stampe  che  dava  fuori;  e  seppure  in  quel  periodo  di 
quattro  anni  sospese,  per  ragioni  che  ci  sono  ignote,  di  attendere 
all'arte,  la  vendita  accennata  dimostra  evidentemente  eh* egli 
aveva  sempre  conservato  il  materiale  per  l'esercizio  dell'arte 
stessa.  Anche  il  Dibdin  (3)  ritenne  questo  libro  veramente  stam- 
pato a  Firenze  alla  data  che  porta,  e  riscontrò  nei  caratteri  una 
grande  somiglianza  con  quelli  di  molti  volumi  usciti  dai  torchi 
del  convento  di  S.  Iacopo  di  Ripoli  qualche  anno  dopo.  E  che 
egli  non  sbagliasse  notando  siffatta  somiglianza,  lo  prova  il  fatto 
della,  vendita  sopra  ricordata. 


(1)  Op.  cit,  P.  I,  p.  269  e  P.  11,  p.  224. 

(2)  Car.  7. 

(3)  Bibliot.  Spenc,  VII,  138. 


LA   STAMPERIA  FIORENTINA  355 

È  certo  adunque  che  verso  la  fine  del  1472  si  stampava  in 
Firenze  in  due  officine  tipografiche,  in  quella  del  Genuini  e  nel- 
l'altra di  Maestro  Giovanni  di  Pietro  da  Magonza.  Il  primo  lavo- 
rava senza  aver  appreso  l'arte  da  alcuno,  con  caratteri  da  sé 
stesso  fabbricati,  mentre  il  secondo,  che  era  uno  dei  tanti  tede- 
schi venuti  in  Italia  ad  esercitarvi  la  tipografia,  portò  sicura- 
mente dalla  sua  patria  il  materiale  occorrente.  Ora  si  domanda  : 
È  egli  possibile  che  queste  due  tipografie  dopo  aver  dato  fuori 
un  solo  libro  per  ciascheduna,  siano  rimaste  ad  un  tratto  com- 
pletamente inattive?  È  egli  possibile  che  i  caratteri  e  tutto  il 
materiale  di  esse  sia  andato  disperso  o  sia  rimasto  abbandonato 
ed  inutilizzato  specialmente  dopo  gli  splendidi  saggi  che  ne  erano 
usciti  ?  È  egli  possibile  che  mentre  tutte  le  città  d'Italia  facevano 
a  gara  per  avvantaggiarsi  coi  benefizi  della  nuova  invenzione, 
aprendo  tipografie,  la  sola  Firenze,  che  per  spontaneo  impulso 
proprio  aveva  esordito  nell'arte  con  prove  per  quei  tempi  quasi 
perfette,  lasciasse  cadere  l'arte  stessa  fino  al  punto  di  non  pro- 
durre alcuna  stampa  per  l'intero  periodo  di  tre  anni? 

Il  Manni,  nella  lezione  intitolata  :  Della  prima  promulgazione 
dei  libri  in  Firenze  (1),  dopo  aver  dato  conto  del  Comm£niario 
di  Servio  al  Virgilio  y  stampato  dal  Genuini  e  di  una  supposta 
Vita  di  S.  Caterina  dello  stesso,  scrive  a  p.  9:  «  Dopo  di  queste 
«  impressioni,  che  sole  bastarono  a  far  conoscere  il  valore  del 
«  Genuini ,  io  non  istò  ad  annoverare  tutte  le  altre  ».  Dunque 
egli  riteneva  che  il  Genuini ,  oltre  gli  accennati  due  libri ,  ne 
stampasse  diversi  altri,  e  che  per  conseguenza  continuasse  nello 
esercizio  della  tipografia.  Non  si  conosce  per  altro  su  qual  fon- 
damento il  Manni  basasse  tale  opinione;  anzi  i  più  accreditati 
bibliografi  moderni  ritengono  per  cosa  ornai  certa  che  nessuno 
altro  libro  fu  stampato  dal  Gennini  dopo  il  Servio^  e  ciò  per  le 
seguenti  due  ragioni:  —  perchè  non  si  conoscono  altri  volumi 
col  nome  del  Gennini  o  che  a  lui  possano  essere  con  sicurezza 
attribuiti,  —  perchè  esaminando  i  documenti  relativi  alla  vita 


(1)  Firenze,  stamp.  di  Pietro  Gaetano  Viviani,  1761. 


356  P.  BOLOGNA. 

di  lui  si  ha  ragione  di  ritenere  che  per  stampare  il  Servio,  do- 
vendo necessariamente  cessare  di  lavorare  come  orafo ,  consu- 
masse la  poca  sostanza  per  l'a vanti  cumulata;  e  quindi  lo  ve- 
diamo riprendere,  l'arte  sua  antica  e  lavorare  con  Andrea  del 
Verrocchio  e  Antonio  del  Pollaiolo  al  celebra tissimo  dossale  d'ar- 
gento di  S.  Giovanni  (1). 

Ma  se  il  Gennini  abbandonò  dopo  la  stampa  del  Servio  l'arte 
tipografica,  non  ne  consegue  che  i  suoi  caratteri  e  torchi  rima- 
nessero abbandonati  ed  inattivi;  anzi  per  la  circostanza  appunto 
di  essersi  trovato  in  strettezze  economiche,  è  logico  supporre  che 
cercasse  di  trarre  profitto  da  tutto  quel  materiale  costatogli  fa- 
tica e  danaro,  o  vendendolo  o  cedendone  Tuso  o  in  qualsiasi  altro 
modo.  Lo  stesso  dicasi  di  Giovanni  da  Magonza,  tipografo  di  pro- 
fessione, venuto  in  Italia  per  far  guadagno  sull'arte  sua. 

Per  altro  è  vero  pur  troppo  che  di  Giovanni  da  Magonza  nulla 
si  conosce  di  certo  dal  1472  al  1477,  oltre  la  vendita  sopra  ri- 
cordata dei  suoi  caratteri  alla  stamperia  di  Ripoli,  e,  quanto  al 
Gennini,  ad  onta  delle  ricerche  fatte  dal  Manni,  dal  Fantozzi  e 
da  tutti  coloro  che  posteriormente  si  occuparono  di  lui ,  non  si 
è  potuto  mai  conoscere  cosa  avvenisse  dei  suoi  tipi  e  dei  suoi 
arnesi.  Bisogna  adunque  procedere  per  via  di  congetture,  a  so- 
stegno delle  quali  non  mancano,  a  nostro  avviso,  fatti  ed  argo- 
menti abbastanza  concludenti. 

L'origine  della  stamperia  di  Ripoli,  con  la  quale  comincia  a 
svolgersi  con  ordine  regolare  e  non  più  interrotto  la  tipografia 
fiorentina,  è  avvolta  nella  più  completa  oscurità.  Il  Giornale 
della  stamperia  stessa  ha  principio,  come  già  si  è  avvertito, 
quando  essa  era  in  asercizio  da  qualche  mese,  e  nulla  ci  rivela 
sulle  circostanze  che  poterono  dar  motivo  o  occasione  alla  sua 
orìgine.  Due  frati,  l'uno  procuratore  e  l'altro  confessore  di  un 
convento  di  monache,  divengono  ad  un  tratto  in  Firenze  tipo- 
grafi, e  cominciano  a  stampare  senza  si  sappia  dove  né  da  chi 


(1)  Fantozzi  Federioo,   NotUie  biograficfie  originali  di  Bernardo  Cen- 
nini  ecc.,  Firenze,  tip.  Galileiana,  18;i9. 


LA   STAMPERIA  FIORENTINA  357 

apprendessero  l'arte  tipografica  o  acquistassero  i  tipi,  i  torchi  e 
gli  altri  arnesi  occorrenti.  Mettono  fuori  per  primo  un  piccolo 
Donato,  poi  una  leggenda  di  S.  Caterina,  opere  che  ebbero  am- 
bedue grand' esito;  ad  essi  accorrono  subito  in  folla  cerretani, 
cantimbanchi,  ciechi  e  cantastorie  per  la  stampa  in  semplici  fo- 
glietti di  canzoni,  laudi,  preghiere  da  smerciarsi  nel  popolo;  danno 
mano  senza  indugio  ad  opere  più  gravi,  serie  e  di  maggior  mole, 
e  la  tipografia  si  regge  abbastanza  bene  per  otto  anni. 

Non  possiamo  supporre  che  i  due  frati,  rinnuovando  il  caso 
del  Genuini,  indovinassero  l'arte,  ma  crediamo  invece  che  da 
qualcuno  l'apprendessero  e  anche  che  si  facessero  assistere  e  di- 
rigere fino  da  principio  da  persone  pratiche  nell'arte  stessa.  Ciò 
trova  appoggio  nelle  consuetudini  del  direttori  della  Ripoliana, 
i  quali  tennero  sempre  per  sistema  di  avere  presso  di  loro  esperti 
tipografi  0  come  soci  o  come  lavoranti.  Aggiungasi  che  i  due 
frati  entrarono  nei  rispettivi  loro  ufiSci  del  monastero  nel  1474, 
cioè  due  anni  prima  dell'apertura  della  stamperia,  e  che  ambedue 
erano  toscani,  uno  di  Pistoia  e  l'altro  di  Pisa,  per  cui  è  impro- 
babile che  apprendessero  l'arte  in  altre  Provincie  d'Italia,  mentre 
invece  è  facilmente  supponibile  che  la  occasione,  l'impulso  e  i 
mezzi  per  dedicarvisi  venissero  loro  unicamente  di  Firenze. 

Il  primo  contratto  di  società,  rammentato  nel  Giornale  (1),  è 
con  un  certo  Don  Ipolito.  Ai  10  di  gennaio  1477  (st.  com.  1478), 
cioè  poco  più  di  un  anno  dopo  l'apertura  della  stamperia,  la  so- 
cietà era  già  sciolta,  al  seguito  di  una  questione  fra  i  soci,  ri- 
messa al  giudizio  del  vicario  del  vescovo  di  Firenze,  il  quale 
dette  torto  ai  frati  di  Ripoli  e  ragione  a  don  Ipolito  (2).  Il  Gior- 
nale per  altro  non  nota  il  principio  di  questa  società,  la  qual 
cosa  induce  a  ritenere  che  esistesse  anteriormente  al  16  no- 
vembre 1476,  epoca  in  cui  comincia  il  Giorn.,  ossia  che  D.  Ipo- 
lito fu  socio  dei  frati,  fino  dal  primo  momento  in  cui  si  apri  la 
stamperia.  Ora  questo  don  Ipolito  è  quell'abile  tipografo  che,  dopo 


(1)  Car.  2 1. 

(2)  Car.  9. 


358  P.  BOLOGNA 

lasciata  la  Ripoliana,  stampò  il  Confessionale  di  S.  Antonino  a 
petizione  di  Giovanni  di  Nato  in  data  dei  24  febbraio  1479 
(st.  com.  1480);  e  non  sarà  una  congettura  azzardata  quella  di 
ritenere  ch'egli  esercitasse  la  tipografia  anche  prima  del  1476, 
e  fosse  accolto  in  società  dai  due  frati  per  l'impianto  e  per  la 
prima  direzione  della  industria,  o,  come  si  direbbe  oggi ,  qual 
direttore  tecnico  del  nuovo  stabilimento.  Si  potrebbe  obiettare 
che  questo  don  Ipolito  fosse  un  semplice  socio  capitalista  e  im- 
parasse l'arte  nella  tipografia  di  Ripoli,  ma  in  tal  caso  noi  ri- 
spondiamo: È  egli  ammissibile  che  i  due  frati,  i  quali  ebbero 
sempre  il  costume,  anche  quando  la  stamperia  era  nel  fiore  del 
suo  esercizio,  di  associarsi  abili  tipografi,  assumessero  come  socio 
uno  affatto  inesperto  nell'arte  appunto  quando  incominciavano 
ad  esercitarla? 

Un  altro  che  fece  società  coi  frati  di  Ripoli  nel  15  maggio  1477, 
cioè  pochi  mesi  dopo  l'apertura  della  stamperia,  fu,  come  si  è 
detto,  Giovanni  di  Pietro  da  Magonza ,  riguardo  al  quale  si  ha 
certezza  che  era  tipografo  molto  abile,  perchè  fino  dal  1472  aveva 
stampato  il  Filocolo  del  Boccaccio,  di  cui  già  parlammo.  Di  esso 
abbiamo  citato  anche  un  altro  libro  —  /  Trionfi  del  Petrarca  — 
in  fine  del  quale  sta  scritto  :  —  Magister  Joannes  Petri  de  Ma- 
guntia  scripsit  hoc  opus  die  XXII  februarii  —  senza  luogo  e 
senz'anno.  I  bibliografi  più  accreditati  sono  oramai  concordi  nel 
ritenere  che  questo  libro,  stampato  cogli  stessi  caratteri  del  Fi- 
locolo,  somiglianti  a  quelli  della  tipografia  di  Ripoli,  sia  anteriore 
al  1480  (1);  e  poiché  Giovanni  di  Magonza  vendè  i  suoi  carat- 
teri alla  Ripoliana  ed  entrò  socio  nella  medesima  nel  maggio 
1477,  può  anche  supporsi  che  stampasse  il  Petrarca  prima  di 
quell'anno. 

Né  questo  è  tutto,  giacché  si  conosce  un  Rituale  stampato  a 
Firenze  da  Antonio  di  Francesco  Veneto  con  la  data  tertio  nonas 
marta  1476  (5  marzo  1476)  (st.  coro.  1477)  (2),  ed  è  noto  che 


(1)  Brunet,  Manuel  du  libraire,  Paris,  1860,  1,  1012  e  1013;  IV,  559. 

(2)  Questo  Rituale  esiste  nella  biblioteca  Braidense  di  Milano. 


LA   STAMPERIA  FIORENTINA  359 

il  celebre  Niccolò  Tedesco  detto  anche  Niccolò  della  Magna  o 
di  Alemagna,  pubblicò  nel  1477  in  Firenze  le  Quaestiones  in 
libros  Aristotelis  de  anima  di  Alfonso  Toletano  (26  luglio)  e  il 
famoso  libro  del  Monte  Santo  di  Dio  di  Antonio  Bettini  (10  set- 
tembre). Queste  edizioni,  specialmente  l'ultima,  sono  tali  da  non 
poterle  ritenere  uscite  da  tipografie  allora  improvvisate.  Nessuno 
metterà  in  dubbio  che  Niccolò  della  Magna  fosse  un  abilissimo 
tipografo  anche  prima  di  venire  a  Firenze,  ma  sarà  permesso 
di  supporre  che  un  libro  come  il  Monte  Santo  di  Dio  non  sia 
stato  il  primo  da  lui  dato  fuori  in  questa  città. 

Abbiamo  dunque  quattro  tipografi,  uno  dei  quali  sicuramente 
(Giovanni  da  Magonza)  e  gli  altri  probabilmente  (Don  Ipolito, 
Antonio  di  Francesco  Veneto  e  Niccolò  della  Magna)  lavorarono 
in  Firenze  avanti  il  1476.  Si  aggiunga  poi  che  non  mancano  in- 
dizi di  libri  stampati  in  Firenze  in  quell'epoca  ;  e  se  si  potessero 
con  comodità  mettere  materialmente  a  confronto  fra  loro  molti 
libri  sparsi  nelle  biblioteche  di  tutta  l'Europa,  non  sarebbe  dif- 
ficile riuscire  con  la  scorta  dei  caratteri,  della  carta  e  di  tutte 
le  altre  particolarità  tipografiche  a  fare  la  luce  sopra  questo 
periodo  abbastanza  oscuro  della  tipografia  fiorentina. 

Nella  Biblioteca  Nazionale  di  Parigi  esiste  un  libro  nel  quale 
il  Brunet  (1)  asserisce  di  avere  riconosciuto  i  caratteri  del  Servio 
del  Genuini,  e  che  porterebbe  pure,  come  l'ultima  parte  del  Servio, 
la  data  del  1472.  Esso  è:  Ciceronis  —  de  officiis  —  Paradoxa  — 
Laelius  sive  de  amicitia  —  Calo  major  vel  de  senectute,  —  ha 
carte  104,  senza  numerazione,  richiami  e  segnatura. —  Se  è  vera 
la  supposizione  del  Brunet,  il  libro  potrebbe  essere  stato  stam- 
pato dopo  il  Servio  o  dallo  stesso  Genuini  (ed  in  tal  caso  avrebbe 
con  ragione  asserito  il  Manni  che  il  Genuini  fece  diversi  lavori 
oltre  il  Servio),  oppure  (cosa  più  probabile)  da  coloro  ai  quali 
il  Genuini  aveva  ceduto  i  tipi  e  gli  arnesi  tipografici.  Né  sarebbe 
giusto  obiettare  che,  essendo  stato  terminato  il  Servio  alle  none 
di  ottobre  1472,  mancava  in  quell'anno  il  tempo  di  stampare  un 


(1)  Op.  ciL,  t.  II,  col.  19. 


360  P.  BOLOGNA 

altro  libro  con  quelli  stessi  tipi,  perchè,  com'è  noto,  l'anno,  se- 
condo lo  stile  fiorentino,  terminava  il  24  di  marzo. 

Lo  stesso  Brunet  dice  pure  (1)  che  il  citato  libro  di  Cicerone 
è  conforme  ad  un  Sallustio  portante  la  data  del  1474  —  Crispi 
Sallustii  de  conjuratione  Caiilinae  Liber  incipit  —  in  fol.  pie. 
carat.ton.  di  67  carte  e  di  35  lin.  per  pag.  Sempre  nella  suppo- 
sizione che  sia  vero  quanto  asserisce  il  Brunet,  sarebbe  questo 
un  altro  libro  stampato  coi  tipi  del  Genuini  proprio  alla  metà  di 
quel  periodo  di  tempo  che  segna  il  vuoto  nell'arte  tipografica 
fiorentina. 

Tutte  queste  circostanze  ci  fanno  ritenere  che  la  tipografia 
fiorentina  non  rimanesse  inoperosa  nel  periodo  che  decorse  dal 
Gennini  alla  tipografia  di  Ripoli.  Il  fatto  di  non  trovarsi  in  quel 
periodo  alcuna  pubblicazione  con  data  certa  è  senza  dubbio  piut- 
tosto grave  come  argomento  contrario,  ma  non  è  tale  da  inde- 
bolire la  nostra  opinione.  Più  che  si  risale  verso  i  primi  tempi 
della  invenzione  della  stampa  s'incontrano  frequentemente  i  libri 
mancanti  di  qualsiasi  indicazione  tipografica.  Una  delle  cause  per 
cui  è  rimasta  difiicile  ed  intrigata  anche  la  storia  dei  primi 
tempi  della  tipografia  in  Germania  fu  la  cattiva  usanza  di  non 
apporre  ai  libri  le  note  tipografiche  e  anche  di  falsare  le  note 
stesse  segnandovi  date  non  conformi  alle  vere.  Bisognerebbe  aver 
vissuto  in  quei  tempi  ed  essere  stati  addentro  nel  commercio 
librario  per  conoscerne  le  ragioni.  Forse  i  prodotti  delle  tipo- 
grafie di  nuova  istituzione  avranno  avuto  meno  credito  di  quelli 
delle  antiche;  e  la  moda,  come  spesso  accade,  avrà  favorito  lo 
smercio  delle  edizioni  di  un  paese,  di  una  città  o  di  una  tipo- 
grafia in  particolare  a  danno  delle  altro.  Di  qui  la  convenienza, 
commercialmente  parlando,  di  sopprimere  le  note  tipografiche  e 
anche  di  falsarle.  Era  questo  uno  interesse  tutto  speciale  agli 
editori,  alle  esigenze  dei  quali  i  tipografi  avranno  facilmente  sod- 
disfatto, purché  fosse  assicurato  il  loro  guadagno.  E  infatti  come 
potrebbe  diversamente  spiegarsi  la  grande  quantità  di  edizioni 


(1)  Op.  cit.,  t.  II,  col.  19  e  t.  V,  col.  81. 


LA   STAMPERIA  FIORENTINA  361 

senza  note  tipografiche  del  secolo  XV  ?  come  potrebbe  spiegarsi 
dall'altra  parte  lo  scarso  numero  di  edizioni  con  data  e  firma 
di  taluni  tipografi  che  lavorarono  per  diversi  anni?  Si  deve  poi 
tener  conto  che  nel  periodo  di  oltre  quattro  secoli  molte  di  quelle 
prime  edizioni  sono  andate  affatto  distrutte,  specialmente  se  erano 
opere  di  uso  comune,  come  libri  scolastici,  leggende  popolari  ecc.; 
e  in  generale  i  libri  che  in  quei  tempi  uscivano  dalle  tipografie 
di  primo  impianto  contenevano  appunto  opere  di  tal  genere.  Il 
fatto  adunque  di  non  trovarsi  oggi  libri  con  data  certa  stampati 
in  Firenze  nel  periodo  di  tempo  trascorso  dalla  pubblicazione  del 
Servio  del  Gennini  all'impianto  della  stamperia  di  Ripoli  potrà 
forse  apparire  un  poco  strano,  ma  non  basta  a  far  ritenere  che 
l'arte  tipografica  non  fosse  in  quel  periodo  esercitata  in  Firenze, 
perchè  le  circostanze  sopra  accennate  conducono  ad  una  opposta 
conclusione. 


III. 


Se,  come  crediamo  e  come  abbiamo  cercato  di  dimostrare  con 
congetture  che  ci  sembrano  attendibili,  l'arte  tipografica  non  era 
morta  in  Firenze  anteriormente  al  1476,  è  ragionevole  supporre 
che  fra  Domenico  da  Pistoia  e  fra  Pietro  da  Pisa  abbiano  potuto 
procurarsi  in  questa  stessa  città  cognizione  piena  dell'arte,  ed  ivi 
abbiano  anche  trovato  il  materiale  tipografico  e  le  persone  pra- 
tiche per  esercitarla.  Essi  assunsero  insieme  la  direzione  della 
stamperia,  m.a  il  principale  direttore  per  la  parte  amministrativa 
era  fra  Domenico  che  teneva  i  conti,  faceva  gli  acquisti  e  prov- 
vedeva allo  smercio  dei  libri.  Forse  fra  Pietro  dirigeva  e  vigilava 
più  specialmente  il  lavoro  occupandosi  della  parte  tecnica.  Fra 
Pietro  mori,  come  ci  fa  sapere  il  Fineschi  (1),  nel  settembre  del 
1479,  ma  da  questo  fatto  la  stamperia  non  risenti  detrimento, 
perchè  continuò  a  condurla  abilmente  fra  Domenico,  il  quale  poco 
dopo  fece  società  con  Lorenzo  Veneziano,  garzone  della  stamperia. 


(1)  Op.  cit.,  p.  30. 


362  P.  BOLOGNA 

che  fu  più  tardi  quello  insigne  tipografo  a  cui  l'arte  fiorentina 
deve  le  celebri  edizioni  greche  del  1496.  Lo  stesso  per  altro  non 
avvenne  allorché  mori  fra  Domenico  e  subentrò  nel  posto  di  pro- 
curatore del  convento  fra  Vincenzo  Brunetti.  Allora  o  per  volontà 
delle  monache  o  per  ordine  dell'autorità  ecclesiastica  o  più  pro- 
babilmente perchè  il  Brunetti  non  aveva  trasporto  e  attitudine 
all'arte,  la  stamperia  cessò  di  lavorare  e  poco  dopo  si  chiuse. 

Non  è  certo  il  giorno  della  morte  di  fra  Domenico,  ma  dal 
Giornale  si  ritrae  che  avvenne  fra  il  17  maggio  e  il  16  agosto 
1484,  dopo  non  breve  indisposizione  o  malattia  che  forse  non  gli 
impedi  affatto  di  occuparsi  della  stamperia,  ma  l'obbligò  a  tenere 
un  aiuto.  Infatti  a  partire  dal  15  novembre  1483  egli  cessò  dal 
notare  sempre  di  sua  mano  i  ricordi  sul  Giornale  e  cominciò 
a  notarveli  anche  fra  Vincenzo  Brunetti,  e  si  vede  da  diverse 
partite  che  l'amministrazione  era  curata  da  ambedue  i  frati.  Nel 
17  maggio  1484  (1)  fra  Domenico  prese  ricordo  di  aver  ricevuto 
in  deposito  otto  fiorini  d'oro  in  oro  da  Lorenzo  Veneziano,  —  nel 
16  agosto  dello  stesso  anno  (2)  fra  Vincenzo  fece  un  pagamento 
con  danari  che  tolse  dal  sacchetto  dello  scannello  di  Fra  Do- 
menicho  de*  f}  30  che  verano  di  moneta,  —  e  nel  successivo 
giorno  19  agosto  (3)  lo  stesso  frate  Vincenzo  di  Bernardo  Bru- 
netti qualificandosi  per  la  prima  volta  procuratore  del  con- 
vento et  munistero  dì  sancto  Jachopo  dì  ripoli  di  Firenze  di 
consentimento  della  priora  e  della  camarlingha  et  dalcune 
altre  più  antiche  di  detto  munistero,  restituì  a  Lorenzo  Vene- 
ziano il  deposito  degli  otto  ducati,  el  quale  (aggiunge)  trovai  nello 
schannello  di  fra  domenicho  sopradetto. 

L'ultimo  contratto  per  la  stampa  di  libri  stipulato  da  fra  Do- 
menico è  del  25  gennaio  1483  (st.  com.  1484),  trascritto  per  in- 
tero nel  Giornale  (4).  Con  esso  —  Frate  Domenico et  Lorenzo 


(1)  Giom,y  car.  127 1. 

(2)  Gar.  iti. 

(3)  Gar.  127 1  e  i28. 

(4)  Gar.  123. 


LA  STAMPERIA  FIORENTINA  363 

di  Francescho  da  Vinezia  conducono  a  imprimere  più  dialoghi 
di  Platone  da  franciescho  di  nicholo  herlighieri  (Berlinghieri)  et 

filippo  di  Bariol.  valori  ecc Fra  i  patti  del  contratto  vi  era 

che  la  detta  impressura  debbino  cominciare  per  tutto  il  di  8 
di  febbraio  proocimo  et  quella  seguire  finattanto  che  abbino 
fatti  decti  Dialogi  e  quali  daranno  detti  locatori  senza  alcuna 
giusta  intermissione.  Et  tutte  le  facie  overo  quinterni  impressi 
stiano  appresso  a  Filippo  Valori  o  franciescho  berlinghieri 
tenpo  per  tenpo.  Et  non  ne  possine  dare  copia  ad  altri  né 
fame  ad  altri  per  tenpo  e  termine  di  anni  tre  proximi  fu- 
turi. Sembra  che  interessasse  ai  committenti  che  la  stampa  pro- 
cedesse sollecitamente,  perchè  nel  12  febbraio  (1)  Filippo  Valori 
andò  d'accordo  con  fra  Domenico  e  Lorenzo  Veneziano  per  im- 
piantare un  altro  strettoio  o  torchio  onde  affrettare  il  lavoro, 
obbligandosi  di  pagare  fiorini  quattro  larghi  per  ogni  quinterno 
che  con  detto  strettoio  fosse  stampato.  Ed  infatti  la  stampa  pro- 
cede alacremente,  trovandosi  che  dal  17  febbraio  al  29  maggio 
furono  consegnati  a  casa  del  Valori,  in  17  partite,  tutti  i  qua- 
derni stampati  segnati  a-z  e  aa-cc  (2).  Terminata  la  consegna, 
che  precede  forse  di  pochi  giorni  la  morte  di  fra  Domenico,  nel 
Giornale  non  si  trova  più  alcuna  traccia  né  di  una  ulteriore 
stampa  di  fascicoli  dell'opera  di  Platone  né  di  nuovi  lavori 
eseguiti,  ma  soltanto  vi  si  leggono  partite  relative  a  vendite  di 
libri  0  a  liquidazione  di  conti,  l'ultima  delle  quali  é  del  18  no 
vembre  1484. 

Dove  passassero  i  tipi  e  il  materiale  della  tipografia  di  Ri  poi 
allorché  questa  si  chiuse,  non  é  noto,  ma  può  con  molta  proba 
bilità  arguirsi  da  quanto  anderò  ad  esporre.  Lorenzo  Veneziano 
prima  garzone  della  stamperia  e  poi  socio  di  fra  Domenico,  dopo 
la  morte  di  fra  Pietro  da  Pisa,  aveva  una  posizione  primaria  e 
importante  nello  esercizio  della  industria,  tanto  che  lo  abbiamo 
veduto  intervenire  insieme  a  fra  Domenico  alla  stipulazione  del 


(1)  Car.  123 1. 

(2)  Car.  125. 


364  P.  BOLOGNA 

contratto  per  la  stampa  delle  opere  di  Platone  con  Francesco 
Berlinghieri  e  Filippo  Valori.  Apparisce  quindi  naturale  che, 
morto  fra  Domenico,  lui  solo,  esperto  tipografo,  pratico  ornai  del 
modo  di  esercitare  e  amministrare  la  industria,  e  conosciuto  dai 
clienti  della  stamperia,  poteva  utilmente  continuarla.  Ma  non  vi 
era  ragione  per  cui  egli,  sacrificando  il  proprio  interesse,  dovesse 
accettare  questo  incarico  per  conto  del  monastero,  e  quando 
anche  lo  avesse  fatto,  sarebbe  stato  impossibile,  a  lui  secolare, 
di  mantenere  col  monastero  stesso  quei  rapporti  continui  e  fa- 
miliari, mediante  i  quali  fra  Domenico  capo,  superiore  e  quasi 
direi  padrone  del  monastero,  potè  avere  aiuti  pecuniari  e  con- 
corso materiale  delle  monache  al  lavoro.  È  perciò  supponibile 
che  i  tipi  e  tutti  gli  arnesi  della  tipografia  passassero  a  Lorenzo 
0  per  compra  da  esso  fattane  o  per  afl3tto  o  per  qualsiasi  altro 
analogo  titolo.  Questa  supposizione  trova  conferma  nella  edizione 
delle  opere  di  Platone,  tradotte  in  latino  da  Marsilio  Ficino,  fatta 
a  Firenze  in  due  volumi,  senza  indicazione  di  anno,  dallo  stesso 
Lorenzo.  La  edizione  è  in  parte  formata  coi  fascicoli  stampati 
in  Ripoli  per  commissione  di  Filippo  Valori  e  Francesco  Berlin- 
ghieri, e  continuata  poi  con  gli  stessi  caratteri;  e  poiché  Lorenzo 
nella  sottoscrizione  la  dichiara  sua  senza  rammentarvi  il  monastero 
—  Impressum  Florentiae  per  Laurentium  Venetum  —  sembra 
doversi  ritenere  che  i  caratteri  e  tutto  l'altro  materiale  della 
tipografia  a  lui  solo  appartenessero.  Cosi  la  pensò  anche  il  Pol- 
lini (1),  notando  che  da  un  attento  esame  della  edizione  facil- 
mente si  scorge  la  differenza  di  tempo  nella  stampa  fra  una 
parte  e  l'altra. 

La  stamperia  era  amministrata  da  fra  Domenico  separatamente 
dal  patrimonio  del  monastero,  ma  andava  senza  dubbio  per  conto 
di  questo,  di  modo  che  i  contratti  stipulati  per  l'esercizio  della 
stamperia  impegnavano  il  monastero.  Infatti,  nel  contratto  più 
volte  citato  dei  25  gennaio  1483  (st.  com.  1484)  con  Francesco 
Berlinghieri   e   Filippo  Valori   per   la   stampa  dei  DicUoghi  di 


(1)  Fossi,  t.  Ili,  p.  xxiv. 


LA   STAMPERIA   FIORENTINA  365 

Platone,  fra  Domenico  stipulò  nella  sua  qualità  di  Sindicho  et 
procuratore  del  Monastero  ;  e  nella  società  o  compagnia  per 
stampare  libri,  fatta  con  Lorenzo  Veneziano  nel  15  maggio  1483, 
fu  esplicitamente  detto  che  la  società  veniva  costituita  per  una 
parte  da  Lorenzo  e  per  l'altra  dal  monastero,  e  fu  stabilito  (1) 
che  d  ogni  guadagno  si  farà  sia  le  due  parti  dì  detto  Mona- 
stero et  una  parte  sia  dì  detto  Lorenzo. 

Le  monache  prestavano  l'opera  loro  come  compositrici,  rice- 
vendo un  salario  che  nel  novembre  1480,  allorché  fu  fatta  la 
compagnia  con  Bartolo  cartolaro,  venne  fissato  d'accordo  in 
lire  quindici  per  ogni  mese  (2).  È  veramente  alquanto  strano 
che  le  monache  lavorassero  a  comporre  in  una  tipografia  ove 
si  stampavano  il  Morgante  e  le  Cento  Novelle  del  Boccaccio; 
ma  nel  Giornale  ne  sono  ricordate  due  coi  nomi  gentili  di  suor 
Manetta  e  di  suor  Rosarietta,  che  nel  febbraio  1481  (st.  com. 
1482)  aiutavano  appunto  a  comporre  il  Morgante.  Questa  cir- 
costanza fece  pensare  allo  Audin  de  Rians  (3)  che  la  edizione 
del  Morgante  di  Ripoli  sia  quella  rarissima  di  Francesco  di 
Dino  a  dì  septe  FeMo  ap^re'lsso  almunister  di  fuligno  nel  anno 
MCCCCLXXXIJ,  di  cui  si  conosce  il  solo  esemplare  della  Gren- 
villiana,  in  quanto  fosse  stampata  a  Ripoli  la  parte  dell'opera 
che,  senza  offesa  al  sentimento  religioso  e  morale  delle  monache, 
poteva  essere  da  esse  composta,  e  l'altra  parte  nella  stamperia 
di  Francesco  di  Dino.  Ma  non  accettando  come  buona  l'idea  del- 
l'Audin  quanto  alla  citata  edizione,  e  lasciando  anche  di  osser- 
vare che  a  quei  tempi  si  avevano  in  certe  materie  minori  ri- 
guardi, può  credersi  che  alle  monache  sarà  stata  data  a  com- 
porre la  sola  parte  castigata  dei  poema,  riservando  il  resto  ad 
altri  compositori  della  stessa  stamperia.  Ed  infatti,  quanto  alla 
composizione  del  Morgante^  il  Giornale  parla  di  aiuto  dato  dalle 


(1)  Car.  114  t. 

(2)  Gar.  77. 

(3)  Osservazioni   bibliografico   letterarie  intorno  a  una  edizione   scono- 
sciuta del  Morgante  maggiorey  Firenze,  1831. 


Giornale  storico,  XX,  fwc. 


366  P.   BOLOGNA 

monache:  ivi  (1)  Rosarieta  di  casa  ebbe  per  tutto  ferraio  i48ì 
dice  fiorini  larghi  sono  per  parte  dello  aiutarci  comporre  il 
Morgante. 

Nelle  occorrenze  loro  il  monastero  e  la  stamperia  si  sovveni- 
vano reciprocamente,  e  le  monache  stesse,  coi  loro  assegnamenti 
particolari,  aiutavano  fra  Domenico,  mediante  imprestiti  e  depo- 
siti di  danaro,  che  egli  puntualmente  restituiva.  Ciò  non  di  meno 
gli  utili  debbono  essere  stati  assai  scarsi,  giacché  si  trova  sol- 
tanto che  con  essi  fu  comprato  un  mulino  a  Brozzi,  che  dovè 
poi  essere  riscattato  dal  monastero,  perchè  fra  Pietro  che  aveva 
presi  a  prestito  a  quest'oggetto  60  ducati  per  rendergli  col  gua- 
dagno dello  stampare non  gli  ha  renduti:  ma  rendegli  il 

Munistero  nostro  di  Ripoli,  e  questo  ha  preso  detto  mulino  (2). 

La  scarsità  degli  utili  doveva  in  parte  dipendere  dalla  man- 
canza di  capitale  sufficiente  all'esercizio  della  industria,  per  cui 
l'amministrazione  era  sempre  in  bisogno  e  doveva  procurarsi  il 
danaro  mediante  ripieghi  ed  espedienti  che  finivano  con  assor- 
bire essi  stessi  il  guadagno.  In  parte  poi  dipendeva  dalle  diffi- 
coltà di  smerciare  i  libri,  che  obbligavano  fra  Domenico  a  fare 
società  con  editori,  i  quali,  com*  è  naturale,  approfittandosi  della 
loro  posizione,  avranno  fatto  a  loro  vantaggio  la  parte  del  leone. 
Le  stesse  difficoltà  avevano  incontrate  pochi  anni  prima  in  Roma 
lo  Schweinheim  e  il  Pannartz,  a  nome  dei  quali  il  vescovo  di 
Aleria,  Gio.  Andrea  de'  Bussi,  compose  la  commovente  supplica 
a  Sisto  IV,  stampata  nel  tomo  V  della  Bibbia,  col  commento  di 
Niccolò  de  Lyra  del  1472,  implorando  dal  papa  un  sussidio,  perchè 

(essi  dicevano  fra  le  altre  cose)  domfius  nostra  satis  magna 

piena  est  quintemiorum ,  inanis  rerum  necessariarum et 

pauperes  facti  sumus  nimis  (3).  Lo  smercio  dei  libri  che  non 
fossero  di  uso  comune,  come  i  Donatelli,  le  leggende  e  canzoni 


(1)  Car.  93 1. 

(2)  Car.  17. 

(3)  Questo  importantissimo  documento  ò  riportato  anche  dal  De  la  Sbrna 
Santander,  Op.  c»i.,  t.  1,  pp.  129  e  seg. 


LA  STAMPERIA  FIORENTINA  367 

popolari  ecc.,  era  allora  difficile  perchè  gli  amatori  e  collettori 
preferivano  i  codici  mss.  ai  libri  a  stampa,  specialmente  se  adorni 
di  miniature,  come  più  rari,  più  costosi,  più  belli,  insomma  come 
oggetti  di  maggior  valore.  I  libri  a  stampa  erano  tenuti  in  dis- 
pregio, perchè  tutti  con  poca  spesa  potevano  averli  e  perchè  la 
tipografia  aveva  cominciato  a  democratizzare  la  scienza,  ser- 
vendo alla  letteratura  popolare.  Ce  lo  dice  Vespasiano  (1),  discor- 
rendo della  libreria  del  Duca  di  Urbino,  nella  quale  i  libri  tutti 
^ono  belli  in  superlativo  grado,  tutti  iscritti  a  penna,  e  non 
v"è  ignuno  a  stampa,  Che  se  7ie  sarebbe  vergognato;  tutti  mi- 
niati eleganlissim^imente,  e  non  v'è  ignuno  che  non  sia  iscritto 
in  cavretto. 

Ed  invero  i  clienti  più  assidui  della  stamperia  consistevano, 
come  già  abbiamo  accennato,  in  una  turba  di  cerretani  e  ciur- 
wMori  (cosi  li  chiama  il  Giornale)  che  facevano  stampare  ora- 
zioni, leggende  o  canzoni  che  vendevano  e  cantavano  in  piazza 
e  alla  campagna  ;  e  con  essi  la  stamperia  nulla  perdeva,  perchè 
o  pagavano  avanti  oppure  lasciavano  pegno  o  caparra,  ma  il 
guadagno  era  certamente  meschino.  Riporto  qui  per  curiosità 
alcune  di  queste  partite  notate  nel  Giornale  : 

Beymardino  che  canta  in  piazza  ebbe  a  dì  16  (novembre  1482) 
cento  delle  bellezze  di  Firenze  d  accordo  ne  de  dare  soldi  venti. 
E  mi  lascia  per  pegno  una  tovagliola.  —  Paghò  a  dì  18  e 
riebbe  la  tovagliola  (2). 

A  dì  primo  di  decembre  (1481)  tolsi  a  fare  dal  Pigro  cier- 
matore  cinquecento  operette  in  versi  in  rima  d  erode  dove  entra 
un  foglio  per  una  in  quarto  a  mene  a  dare  L.  7  cioè  lire  sette  . 

di  mio  e  fogli.  Anne  dati  per  arra  soldi  quaranta E  a  dì 

22  di  ferraio  ebbe  il  detto  dugento  delle  sopra  dette  istorie  per 
resto:  e  ammi  lasciato  per  pegno  uno  lenzuolo  ecc (3). 

E  tante  altre  partite  simili  potrebbero  citarsi  con  Antonio  lom- 


(1)  Vite,  p.  99. 

(2)  Gar.  103  t. 

(3)  Gar.  88  i. 


368  P.  BOLOGNA 

bardo  cerretano,  con  Gio.  Francesco  ciermitore,  con  Angiolo  e 
con  Gola  ciechi,  con  Tommaso  cerretano,  e  via  discorrendo. 

Dei  libri  che  la  tipografia  stampava  per  proprio  conto,  anche 
di  quelli  che  più  incontravano  il  favore  del  pubblico,  come  il 
Donatello  e  la  Leggenda  di  S.  Caterina,  la  vendita  procedeva 
lentissima,  continuando  per  diversi  anni.  Gli  stessi  venditori  di 
libri,  che  allora  chiamavansi  cartolari,  li  prendevano  a  vendere 
a  pochi  alla  volta,  e  spesso  mandavano  alla  stamperia  a  pren- 
derne una  sola  copia  quando  avevano  pronto  il  compratore,  e 
talvolta  rimandavano  indietro  le  copie,  come  fece  un  tal  Gione 
cartolaio,  che  dopo  avere  ricevute  dalla  stamperia  dieci  copie 
^QWOmnis  mortalium  cura  di  S.  Antonino,  le  rimandò  (1).  E 
un  frate  Girolamo  Maruffl  di  S.  Marco  per  diversi  libri  che  avea 
ricevuti  mandò  trentasei  cucchiai  d  ottone  e  disse  'mettersi  a 
suo  conto  (2). 

Questo  modo  di  smerciare  i  prodotti  della  tipografia  doveva 
essere  poco  profittevole,  specialmente  se  si  tenga  conto  che  per 
stampare  alcune  opere  l'amministrazione  aveva  dovuto  contrarre 
dei  debiti,  come  avvenne  appunto  per  la  stampa  della  Leggenda 
di  S.  Caterina,  per  la  quale  furono  presi  in  prestito  venti  fiorini 
dalla  priora  del  monastero  (3).  Le  strettezze  anzi  erano  tali  che 
talvolta  la  stamperia  pagava  i  debiti  con  libri  di  propria  edizione. 
Gosì  Bernardino  miniatore  ebbe  una  Leggenda  di  S.  Gaterina  per 
sua  fatica  e  restò  ad  aver  soldi  venti  (4)  ;  e  con  ser  Francesco, 
altro  miniatore,  al  quale  furono  date  a  miniare  quindici  delle 
dette  Leggende,  fu  convenuto  che  della  sua  faticha  se  n"a  ppi- 
gliare  legende  a  ragione  di  soldi  dieci  runa  di  miniatura  (5)  ; 
e  allo  stesso  Messer  franciescho  medico  pel  medicare  di  frate 
domenicho  dettero  un  fiorino  largo,  più  una  legenda  di  sanata 


(1)  Car.  31. 

(2)  Car.  16 1. 

(3)  Gar.  4  e  6  <. 

(4)  Gar.  17. 

(5)  Car  18. 


LA   STAMPERIA  FIORENTINA  369 

Caterina,  uno  quinto  Curzio,  omnis  mortalium  cura  e  libro 
dell'arie  del  ben  7norire  (1). 

In  questa  condizione  di  cose  ci  volle  la  costanza  di  fra  Dome- 
nico, sostenuta  dalla  grande  fiducia  che  in  lui  aveva  Finterò  mo- 
nastero, per  mandare  innanzi  la  stamperia  durante  il  periodo  di 
circa  otto  anni,  ed  è  con  ciò  spiegabile,  senza  fare  altre  suppo- 
sizioni, la  ragione  per  cui,  morto  fra  Domenico,  la  stamperia  dovè 
chiudersi.  È  veramente  degno  di  ammirazione  e  di  encomio  questo 
frate  che  con  rara  costanza ,  lottando  con  difficoltà  non  lievi , 
seppe  utilizzare  la  sua  vita  operosa  a  stabilire  e  a  perfezionare 
in  Firenze  una  nobile  arte,  della  quale  deve  essere  riconosciuto 
altamente  benemerito.  In  qualunque  luogo  egli  apprendesse  l'arte, 
è  un  fatto  che  a  lui  si  deve  il  primo  nostro  stabilimento  tipo- 
grafico d'indole  tutta  cittadina  e  paesana;  e  se  il  Genuini  ha  il 
vanto  di  essere  il  reinventore  della  tipografia  e  va  lodato  per 
aver  procurato  a  Firenze  il  primo  libro  a  stampa,  fra  Domenico 
da  Pistoia,  coadiuvato  da  fra  Pietro  da  Pisa,  ha  il  merito  di  es- 
sere il  vero  fondatore  della  industria  tipografica  nella  nostra  città 
e  di  aver  contribuito  allo  incremento  dell'arte  con  l'opera  pro- 
pria e  tenendo  aperta  per  otto  anni  una  scuola  nella  quale  si 
formarono  artisti  eccellenti. 

Fra  Domenico,  povero  frate,  che  aveva  a  sua  disposizione  sol- 
tanto l'ingegno  e  la  buona  volontà,  trovò  la  forza  per  sostenere 
l'industria  alla  quale  si  era  dedicato  coli'associarsi  principalmente 
al  monastero  e  poi  a  persone  che  lo  potevano  aiutare  o  nel  la- 
voro 0  nello  smercio  dei  prodotti.  E  infatti  nel  Giornale  di  stam- 
peria sono  notate  diverse  società  o  compagnie  fatte  da  fra  Do- 
menico con  tipografi  ed  editori. 

Le  società  con  tipografi  furono  già  precedentemente  ricordate. 
Quanto  a  quella  con  don  Ipolito  nulla  occorre  di  aggiungere. 
Quanto  all'altra  con  Giovanni  Te'desco  da  Magonza  riporteremo 
alcune  partite  del  Giornale,  dalle  quali  risulta  che  la  società 


(1)  Car.  44  t. 


370  P.   BOLOGNA 

durò  soli  tre  mesi,  restando  occulti  i  motivi  che  ne  provocarono 
lo  scioglimento: 

1477.  Nota  che  inne  di  passati  cioè  a  dì  17  di  magio  prin- 
cipiammo la  compagnia  con  giovanni  tedesco  ali  arte  di  for- 
mare e  libri  con  pacti  et  forma  et  modo  com^  si  contiene  in 
un  foglio  scripto  per  le  mani  di  cassino  daccordo  tra  noi  e  llui 
e  questo  è  che  noi  e  llui  stiamo  alle  perdite  e  al  guadagnio 
pel  terzo  e  Ile  masserizie  nostre  al  partire  rimarranno  a  noi 
e  Ile  sue  a  lui.  Et  non  ci  e  obligho  ad  ajutarlo  ma  per  nostra 
humanita  se  noi  l'ajuteremo  in  fin  che  non  si  tocha  denari  e 
scriveronnelo  debitore  (1). 

A  di  dagosto  1477.  Ricordo  che  abbiami  facto  saldo  con 
govanni  tedescho  nostro  conpagnio  allo  stampare  libri,  di  tutto 
quello  avessimo  avuto  a  /fare  insieme  e  di  madri  da  lui  com- 
prate e  dessere  stato  con  noi  e  de  libri  trecento  stampami 
al  Particino  da  compagnie  e  d  orationi  e  d  ogni  altra  cosa 

avessimo  a  ffare  insieme  insino  a  questo  di  soprascripto 

Nota  che  el  soprascripto  govanni  fu  pagato  da  noi  per  intero 

a  dì e  nonna  avere  più  nulla  et  e  finita  ogni  conpagnia 

fatta  connesso  lui  ecc (2). 

Dallo  scioglimento  della  società  con  Giovanni  Tedesco  fino  al 
15  maggio,  giorno  nel  quale  ne  fu  fatta  una  nuova  con  Lorenzo 
Veneziano,  non  apparisce  che  fossero  fatte  altre  società  con  ti- 
pografi, ma  invece  se  ne  trovano  diverse  concluse  con  editori, 
come  più  avanti  accenneremo.  Forse  fra  Domenico  si  preoccupò 
delle  diflìcoltà  che  incontrava  nello  smercio  dei  libri ,  e  volle 
tentare  di  superarle  con  questo  espediente,  mentre  alla  parte  ti- 
pografica supplì  con  abili  lavoranti  e  specialmente  coi  fratelli 
Antonio  e  Lorenzo  Veneziani.  Della  ammissione  di  Lorenzo  a 
lavorante  di  stamperia  si  ha  ricordo  nel  Giornale  coi  termini 
seguenti  (3): 


(1)  Car.  8. 

(2)  Car.  9 1. 

(3)  Car.  2  della  2'  numer. 


LA   STAMPERIA  FIORENTINA  371 

i478.  Ricordo  come  lorenzo  venetiano  garzone  allo  stampare 
libri  dehha  dare  alle  nostì^e  monache  fiorini  sette  sono  per  sette 
mesi  gli  anno  fatto  le  spese  cominciando  dal  principio^  della 
conpagnia  facemo  con  Bartolo  cartolaio  che  ìnjcominciamo  a 
m£zzo  ferraio .  per  infino  a  mezzo  settembre  che  vengono  a 
essere  mesi  sette  dacordo  uno  ducato  il  mese  in  tutto  fiorini 
sette.  —  Della  società  che  fra  Domenico  fece  con  Lorenzo  dopo 
la  morte  di  fra  Pietro  abbiamo  precedentemente  discorso,  indi- 
candone anche  le  condizioni. 

Quattro  sono  le  società  dalla  Ripoliana  concluse  con  editori 
che  si  trovano  ricordate  nel  Giornale.  Una  con  certo  Sandro 
di  Antonio,  principiata  il  26  giugno  1477,  e  della  quale  fu  fatto 
saldo  il  24  agosto  1478  (1);  un'altra  con  un  tal  Bartolo  cartolaio 
e  suoi  compagni,  incominciata  il  di  11  gennaio  1477  (st.  com., 
1478)  (2);  la  terza  con  Giovanni  di  Nato,  stabilita  nel  1479  e 
continuata  per  tutto  il  tempo  che  rimase  aperta  la  stamperia, 
e  la  quarta  finalmente  col  notaro  ser  Piero  Pacini  da  Pescia, 
notissimo  a  chiunque  abbia  conoscenza  anche  scarsa  di  libri  stam- 
pati sul  finire  del  sec.  XV  e  sul  cominciare  del  XVI.  Questi  soci 
per  altro  non  erano  né  comproprietari  della  stamperia,  né  co- 
interessati in  tutti  gli  utili  della  medesima,  ma  semplici  com^ 
pagni  per  la  stampa  di  quelle  determinate  opere  che  concor- 
davano di  pubblicare,  per  cui  le  relative  società  esistevano  nello 
stesso  tempo,  tenendosi  per  ciascuna  un  conto  separato,  e  veni- 
vano sciolte  e  liquidate  e  poi  ricominciate  per  accordo  fra  le 
parti.  Talvolta  la  società  o  compagnia  si  risolveva  in  questo: 
che  il  socio  forniva  alla  stamperia  un  certo  numero  di  risme  di 
carta  per  riaverle  entro  un  dato  tempo  stampate  al  prezzo  con- 
venuto di  un  tanto  per  risma.  Si  trova  infatti  nel  Giornale  anche 
il  seguente  ricordo  in  data  del  1°  maggio  1479(3):  — Io  ho  facto 
una  scripta  con  giovanni  di  nato  di  questo  populo  di  sancia 


(1)  Car.  50. 

(2)  Car.  1  della  2»  numer. 

(3)  Car.  7  della  2*  numer. 


372  P.   BOLOGNA 

maria  dognissanti  come  io  mi  óbligo  a  formargli  cento  lisime 
(risme)  di  fogli  comuni  in  quarto  di  che  opere  mi  chiederà  e 
non  0  a  form/ir  m^eno  di  trecento  dogni  opera  ne  formaline 
per  m£  ne  per  altri  senza  suo  consentimento  e  débhami  dare 
di  lavoratura  della  lisima  lire  quattro  che  e  in  tutto  lire  qicattro 
(forse  quattrocento)  e  questo  lavoro  gli  e  lo  a  consegniare  di 
m^no  in  mano  chome  sarà  fatto.  E  llui  debba  dare  il  denaro 
del  lavoro  che  io  gli  consegnerò. 

Per  altro  questi  editori  non  erano  molto  puntuali  nei  paga- 
menti, perchè  ogni  qualvolta  si  faceva  con  essi  una  liquidazione, 
la  stamperia  era  creditrice;  e  fra  Domenico  usava  la  cautela  di 
garantirsi  nel  modo  migliore  che  poteva.  Allorquando  fu  fatto 
il  primo  saldo  con  Giovanni  di  Nato  nel  20  luglio  1479,  essendo 
Giovanni  rimasto  debitore  di  L.  38.11.4,  fra  Domenico  non  gli 
consegnò  il  lavoro,  e  scrisse  sul  Giornale  (1):  e  Lluj  (Gio.  di 
Nato)  si  a  una  cassa  in  casa  (nel  monastero)  che  ve  dentro  el 
suo  lavoro  quando  ci  ara  dato  la  quantità  di  denari  sopra 
detti  ellavoro  si  e  a  sua  posta.  E  allorché  fu  fatto  un  altro  salào 
nel  17  marzo  1480  (st.  com.,  1481),  nel  quale  lo  stesso  Giovanni 
di  Nato  rimase  debitore  di  L.  119.7,  il  lavoro  fatto  fu  messo  nella 
solita  cassa  con  la  stessa  dichiarazione. 

Anche  il  famoso  ser  Piero  Pacini  non  era  più  sollecito  nel  sod- 
disfare ai  propri  impegni.  Sotto  dì  l*'  luglio  1483  si  trova  nel 
Giornale  (2)  una  dichiarazione,  con  la  quale  Ser  Piero  si  rico- 
nosce vero  e  legittimo  debitore  di  fra  Domenico  di  danielo  priore 
del  Monistero  di  S.  Iacopo  a  Ripoli  di  79  fiorini  per  stampa- 
tura  di  libri  m  a  lavorato  insino  a  questo  di  detto  di  sopra 
non  contando  in  questo  conto  cosa  alchuna  appartenente  alla 
compagnia  habbiano  insieme  della  qiuile  s  a  ffare  conio  tra 
noi.  —  E  a  garanzia  di  questo  debito  il  Pacini  lasciò  in  pegno 
due  cintole  di  ar lento  da  donna,  l'una  con  fetta  verde  e  V altra 

con  fetta  biancha  e  tutte  di  domaschino di  peso  tutte  due  di 

due  libbre  o  circha. 


(1)  Gar.  3  della  2*  numer. 

(2)  Gar.  113  r. 


LA   STAMPERIA  FIORENTINA  373 

Valido  aiuto  alla  stamperia  per  la  cura  delle  edizioni,  quanto 
alla  parte  letteraria,  fu  dato  da  Bartolomeo  Fonti  o  Della  Fonte 
0  Fonzio  prete  fiorentino,  uomo  assai  dotto,  che  tenne  cattedra 
di  lettere  a  Firenze  e  a  Roma,  tradusse  in  italiano  l'epistole  di 
Falaride  sulla  versione  latina  di  Francesco  Griffolini  detto  Fran- 
cesco Aretino  (1),  e  lavorò  molto  a  correggere  e  trascrivere  co- 
dici antichi  per  commissione  di  Mattia  Corvino  re  di  Ungheria. 
Nato  nel  1445,  mori  nell'ottobre  del  1513,  pievano  della  chiesa 
di  S.  Gio.  Ba.ta  a  Montemurlo  presso  Pistoia,  conferitagli  fino  dal 
1493  dal  patrono  della  chiesa  stessa  Pier  Filippo  Pandolflni  suo 
protettore.  Sembra  per  altro  che  il  Fonzio  prestasse  l'opera  sua 
alla  stamperia  interrottamente.  Infatti  nel  decembre  1477  curò 
la  edizione  Ripoliana  del  suo  libro  intitolato  Explanatio  in  Persii 
satyras;  nel  4  agosto  1478  era  sempre  in  stamperia  come  cor- 
rettore, trovandosi  sotto  quel  giorno  notata  nel  Giornale  (2)  una 
partita  che  lo  riguarda,  con  le  parole  Ser  Meo  che  ci  correrie 

de  dare  ecc ,  ma  in  un'altra  partita  del  9  settembre  dello 

stesso  anno  1478  si  legge  invece  (3):  Ser  Meo  che  fu  nostro  co- 
rettore de  dare  ecc 

Del  resto  che  il  Fonzio  si  allontanasse  in  questo  tempo  dalla 
stamperia  di  Ripoli  è  anche  provato  dal  fatto  di  avere  esso  cu- 
rata e  corretta  la  edizione  di  Celso  Cornelio  —  de  medicina,  fatta 
da  Niccolò  della  Magna  con  la  data  del  1478.  Per  altro  nel  se- 
guente anno  era  ritornato  in  stamperia  e  sembra  che  avesse  fatto 
qualche  accordo  o  società  con  fra  Domenico,  leggendosi  nel  Gior- 
nale (4)  :  Ricordo  questo  dì  5  decembre  1479  chome  abbiamo 
dato  a  bartomeo  fontio  il  nostro  libro  giornale  della  compa- 
gnia. Or  a  fede  di  ciò  lui  ha  fatto  q"  ricordo  di  sua  mano  — 
Renduto  a  dì  12  di  dicembre  1479.  —  E  a  dì  16  dello  stesso 
mese  il  Fonzio  distese  la  scritta  tra  frate  Domenico  e  Bonifazio 


(1)  Vedi  Mancini  Girolamo  ,   Francesco    Griffolini  cognominato  Fran- 
cesco Aretino,  Firenze,  tip.  Carnesecchi,  1890. 

(2)  Gar.  49. 

(3)  Gar.  49. 

(4)  Gar.  68  t. 


374  P.  BOLOGNA 

Peruzzi  per  la  stampa  della  logica  di  S.  Agostino  (1),  e  final- 
mente a  di  19  ottobre  1480  contrattò  con  fra  Domenico  per  per- 
sona da  nominarsi ,  che  fu  ser  Piero  Pacini ,  la  stampa  delle 
Selve  di  Stazio  (2). 

L'edizioni  di  Ripoli,  tenuto  conto  del  tempo  in  cui  furono  fatte, 
sono  in  generale  assai  belle.  VEcopositfo  in  libros  Eihicorum 
Aristotelis  dello  Acciaioli ,  il  Quinto  Curzio,  il  Libro  da  Com- 
pagnie e  altri  libri  anche  di  minor  mole  sono  lavori  da  fare 
onore  a  qualunque  tipografia.  Il  carattere  preferito,  salvo  poche 
eccezioni,  fu  il  rotondo,  che  nel  Giornale  dì  stamperia  è  chia- 
mato antico,  mentre  il  gotico  è  detto  moderno,  come  si  ri- 
leva dalle  parole  del  contratto  stipulato  per  la  stampa  dei  dia- 
loghi di  Platone ,  che  sono  in  gotico,  con  lettere  m,oderne  pie- 
chole  di  che  e  il  champione  appresso  a  detti  locatori  (3).  — 
Larga  è  l'interlineazione,  staccate  fra  loro  le  parole,  armoniosa 
la  composizione,  buona  e  resistente  la  carta,  che  era  fornita 
quasi  sempre  da  ser  Piero  Pacini  e  da  Giovanni  di  Nato  e  pro- 
veniva da  Fabriano  coi  segni  del  balestro  e  della  croce,  da  Pe- 
scia  coi  segni  del  guanto  e  degli  occhiali,  da  Bologna,  da  Colle 
e  da  Prato.  Traspira  anche  dalle  edizioni  di  Ripoli  quel  gusto 
tutto  particolare  che  distingue  e  rende  simpatiche  le  edizioni 
fiorentine  del  quattrocento  e  che  meglio  poi  si  riscontra  nei  la- 
vori del  Della  Magna,  del  Morgiani,  del  Miscomini,  di  Francesco 
di  Dino  e  di  altri.  I  libri  di  Ripoli  non  hanno  ornamento  di  fi- 
gure xilografiche,  perchè  questo  costume  che  aumentò  grande- 
mente il  pregio  di  molte  edizioni  fiorentine  del  sec.  XV,  non  era 
allora  praticato  quanto  lo  fu  posteriormente;  per  altro  alcune 
partite  del  Giornale  lasciano  credere  che  si  facesse  in  stamperia 
qualche  lavoro  di  questo  genere,  come  imagini  di  santi  e  di  ma- 
donne; e  se  fosse  veramente  di  Ripoli  l'edizione  del  Marguite, 
citata  dallo  Audiffredi  (spec.  p.  395)  e  da  noi  descritta  al  N*  33 


(1)  Car.  68 1. 

(2)  Car.  76. 

(3)  Car.  123  r. 


LA   STAMPERIA  FIORENTINA  375 

della  serie  seguente,  nella  quale  è  una  xilografia  piuttosto  rozza, 
se  ne  avrebbe  da  essa  la  certezza. 

I  libri  finiti  dal  lato  artistico  dovevano  essere  miniati ,  cioè 
avere  le  iniziali  dei  capitoli  e  i  segni  dei  paragrafi  colorati  a 
minio,  la  quale  operazione  era  fatta  più  o  meno  riccamente  a 
piacere  di  chi  acquistava  il  libro ,  lasciandosi  a  quest'  oggetto 
nella  stampa  gli  spazi  o  vuoti  necessari.  Non  crediamo  inutile 
di  riportare  i  nomi  dei  miniatori  che  lavorarono  per  la  stam- 
peria, e  che  il  Giornale  ricorda,  trovandosene  fra  essi  alcuni 
abbastanza  noti  nella  storia  dell'arte. 

Sono  primi  i  fratelli  Gherardo  e  Monte  di  Giovanni,  divenuti 
poi  notissimi  per  le  celebri  miniature  dei  libri  corali  del  nostro 
Duomo  di  Firenze  e  per  altre  opere  (1).  A  dì  9  di  magio  (1477) 
portamo  a  botega  di  gerardo  e  Monte  miniatori  una  legenda 
di  sancta  Katerina  (2).  E  a  di  15  d'agosto  dello  stesso  anno  1477 
Gherardino  e  Monte  ci  miniarono  14  legende  di  sancta  Kate- 
rina da  Siena  per  soldi  10  l  una  di  miniatura  d  acordo  mon- 
tano L.  7  (3). 

Vi  è  poi  un  Bartolomeo  di  Antonio,  che  probabilmente  è  quello 
noto  per  il  bellissimo  Lezionario,  miniato  da  lui  e  dal  fratello 
Giovanni  per  incarico  degli  operai  di  S.  Maria  del  Fiore,  che  oggi 
si  conserva  nella  Biblioteca  Medicea  Laurenziana  (4).  A  dì  8 
d  octobre  (1478)  de  a  Bartolomeo  d  antonio  miniatore  due  libri 
da  coTnpagnia  a  m,iniare  —  Agli  renduti  miniati  e  Chimenti 
suo  fratello  gli  riebbe  per  legare  (5);  e  anche  sotto  altre  date 
è  fatto  ricordo  di  libri  datigli  a  miniare. 

Figurano  inoltre  i  seguenti  : 

Bernardino  che  sta  in  botega  di  Gherardino  e  di  Monte  (6). 


(1)  Vedi  Nuove  indagini  con  documenti  inediti  per  servire  alla  storia 
della  miniatura  italiana.  Commentario  nel  voi.  VI  delle  Vite  del  Vasari. 
Ed.  di  Firenze,  Le  Monnier,  1850. 

(2)  Gar.  14  f. 

(3)  Gar.  16  ^ 

(4)  Vedi  Commentario  sopra  cit.  a  p.  243. 

(5)  Gar.  17  t. 

(6)  Gar.  12  e  16. 


376  P.  BOLOGNA 

Ser  Niccolò  che  sia  in  holega  di  Domenico  cartolaio  (1). 

Francesco  che  minia  in  casa  di  Franciescho  miniatore  (2), 
il  quale  ultimo  è  sicuramente  quel  Francesco  di  Antonio  ^  no- 
tissimo per  pregevoli  lavori  in  alcuni  Antifonari  già  apparte- 
nenti a  S.  Maria  del  Fiore,  e  che  si  conservano  anch'essi  nella 
Biblioteca  Laurenziana. 

Ser  Francesco  cappellano  di  S.  Felicita  (3). 

Per  dare  un'idea  dei  prezzi  a  cui  si  vendevano  i  libri,  note- 
remo i  seguenti: 

Il  Donatello,  stampato  nel  1476,  del  quale  non  si  conoscono 
esemplari,  si  vendeva  soldi  6  e  7. 

Il  Confessionale  di  S.  Antonino  —  omnis  mortalium  cura  — 
in  4  pie,  di  110  carte  —  soldi  30. 

La  Leggenda  di  S.  Caterina  da  Siena  in  4  pie,  di  159  carie 
stampate  —  L.  2,  L.  3  e  L.  4,  secondo  la  miniatura. 

Il  Libro  da  compagnie,  in  4,  di  102  carte,  soldi  40  per  la 
stampa,  soldi  25  per  la  miniatura  e  soldi  25  per  la  legatura,  in 
tutto  soldi  90,  ossiano  L.  4.10. 

Daremo  termine  a  queste  brevi  notizie  riportando  alcune  par- 
tite del  Giornale  relative  alla  fusione  dei  caratteri  che  si  faceva 
nella  stamperia. 

1478.  Ricordo  ogi  e  quesio  dì  14  d  agosto  siamo  rimasti 
dacordo  con  benvenuto  di  chimenti  orafo  di  tre  abbicj  cioè  dua 
dtichi  e  una  moderna  et  abbialli  a  dare  d  acordo  colini  lire 
cento  diece  di  queste  ire  abbici  (4). 

1478.  IL  a  dì  18  di  dicembre  comprai  quattordici  oncie  di 
rame  per  fare  madre  di  quella  lettera  tnodema  che  ci  dono 
benvenuto  —  soldi  11  (5). 

1480  a  dì  17  marzo.  Benvenuto  orafo ebbe  per  resto  di 


(i)  Gar.  16 1. 
<2)  Car.  17. 

(3)  Car.  13  e  13  /. 

(4)  Gar.  50. 

(5)  Gar.  52. 


LA   STAMPERIA  FIORENTINA  377 

puntelli  (punzoni)  25  da  breviature  per  la  loicha  mi  fece  lire 
quattro  (1). 

1480.  Giovanni  di  Nato  mi  arreco  a  dì  i8  di  maggio  uno 
gittino  con  tremila  madre  da  lettera  moderna  et  diciannove 
madri  di  maiuscole  (2). 

1481.  Giovanni  di  Nato  fuori  alla  porta  al  prato  de  avere 
a  dì  10  dì  novèbre  lire  sette  sono  di  100  lettere  per  minj  picei, 
e  tì^e  grandi .  et  tre  piastruccje  di  fogliame  per  stampare  .  le 
quale  cose  fece  fare  a  Rancho  orafo  (3). 

1481  a  dì  XI  magio  a  benvenuto  per  tre  puntelli  ci  fede  per 
la  lettera  minuta  et  uno  per  la  grossa  soldi  15.  —  It  adì  17 
di  magio  per  uno  puntello  soldi  5  (4). 

1481  benvenuto  ebbe  a  dì  23  di  novembre  soldi  dieci  per 
conprare  ram.e  per  fare  le  madri  della  lettera  greca  (5). 

1482.  Fra  Vincentio  pago  a  Antonio  fratello  di  Lorenzo 
nostro  soldi  10  e  soldi  3  per  un  pajo  di  manette  da  punzoni  (6). 


IV. 


Venendo  a  fare  in  questo  quarto  ed  ultimo  paragrafo  una  ras- 
segna delle  edizioni  della  stamperia  di  Ripoli,  premetteremo  una 
breve  avvertenza. 

Il  Pollini  compilò  e  pubblicò,  come  abbiamo  già  detto,  nell'o- 
pera del  Fossi,  gli  Annali  della  tipografia  di  Ripoli,  ma  alcune 
edizioni  gli  furono  sconosciute,  riguardo  ad  altre  corresse  e  com- 
pletò posteriormente  quanto  aveva  scritto  in  quel  suo  primo  la- 
voro, e  di  nessuna  poi  dette  la  descrizione  o  le  generalità  tipo- 
grafiche, essendosi  limitato  a  constatarne  la  esistenza  o  la  data 


(1)  Car.  78 1. 

(2)  Car.  72. 
C3)  Car  87  t, 

(4)  Car.  82. 

(5)  Car.  88. 

(6)  Car.  103. 


378  P-   BOLOGNA 

con  la  scorta  del  Giornale  di  stamperia.  Nella  nostra  rassegna 
procureremo  di  supplire  a  ciò  che  manca  agli  Annali  del  Pol- 
lini, e  per  non  far  cosa  inutile  e  per  non  accrescere  di  troppo 
la  mole  del  lavoro,  sorvoleremo  sugli  articoli  che  da  altri  e  spe- 
cialmente dal  Fossi  nel  suo  celebratissimo  Catalogo  sono  descritti 
e  illustrati,  rimandando  ad  essi  con  opportune  citazioni. 

Abbiamo  poi  preferito  di  classare  l'edizioni  per  ordine  alfabe- 
tico dei  nomi  degli  autori  o  dei  titoli  delle  opere,  anzi  che  per 
anni,  sembrandoci  questo  il  metodo  più  adatto  a  facilitare  la  ri- 
cerca delle  edizioni. 

In  un'Appendice  poi  riporteremo  le  edizioni  dubbie,  le  supposte 
e  anche  quelle  erroneamente  attribuite  alla  stamperia  di  Ripoli. 

{Seguirà  la  serie  delle  edizioni  di  Ripoli). 

Pietro  Bologna. 


LAUDI  E  DEVOZIONI  DELLA  CITTÀ  DI  AQUILA 


(1) 


LESSICO  DELLE  VOCI  PIÙ'  NOTEVOLI 


Chiare,  '  avviare  '  ;  abiome  LVllI , 
39;  abiàro  XII,  27  ;  abiàti  LUI,  171. 

abocata  e  abbacata,  '  avvocata  ',  pas- 
sim. 

accascione  ,  '  cagione  ' ,  XVIII ,  41  ; 
XXXIl,  36;  XLII,  89. 

accesiuni,  '  uccisioni  ',  XXV,  21. 

accisa y  '  acceso  ',  passim. 

acconbandare,  'accompagnare';  ac- 
conbandone  XXIII,  213;  acconban- 
dato  XXIII,  191. 

a/fendere,  '  offendere  ',  XXXVII,  10; 
affendemo  XXVII,  47;  affende- 
rago'  LI,  18,  23. 

agomentare,  'aumentare',  LUI,  111. 

Agustino  (sanctu)  XXVI,  33;  Ago- 
stino ibid.,  37. 

Alexandria  XLII,  70. 

alluminare  e  allumare,  '  illuminare  ', 
passim. 

angnelico,  '  angelico  ',  LV,  66. 

ancilla  XXIX,  2.  80. 

andare;  annava  LVII,  ^. 

Antioccia  XIII,  5,  13. 


antista,  *  caparbio  '  (?),  XL,  45. 

apostula  LIV,  2. 

apparuto  XXXII,  148. 

apporto,  '  bisogno  ',  XXI,  31  ;  XXXII, 
90. 

appressomando  XXXV,  49. 

Aquila  XXXVIII,  14,  29,  30. 

Aquilea  (provincia  d')  XLII,  38,  43. 

argomintare;  argominty  XXVII,  43. 

ascidere,  'sedere';  ascidate  XXIII, 
121. 

aspectare;  aspectete  LII,  50. 

assenare,  '  assegnare  '  ;  asseno.  Vili, 
32  ecc.  ;  -a  XXI,  185. 

avenenaty  L,  47. 

avere;  ayo ,  passim;  abbe  sempre; 
abemmo  XXXVI,  24,  abero  sem- 
pre; averago'  L,  53,  averao  LII, 
47;  agia  sempre;  avessete  XXXV, 
27;  auta  XXXII,  134. 

avetare,  'abitare',  XVI,  39. 

avoUerio  XXI,  244. 

ayro,  'aere',  XII,  1,  46;  XLII,  179. 


(1)  Continuazione  e  fine.  Vedi  voi.  XYIII,  pp. 


8gg- 


380 


E.  PERCOPO 


Bandera  LUI,  68. 
becere \  bebbe  XVI,  3. 
Bernardo  (sanctu)  XXV,  13. 
briàta,  '  brigata  \  XXI,  152. 
èwy,  *  voi  ',  sempre. 

Calenty,  '  cadenti  ',  XXIII,  211. 

Gallura^  '  caldura  ',  XLI,  29. 

capilly  LIV,  28. 

carty  pi.  XXV,  51. 

cedo  (cito),  *  presto',  XXX,  12. 

Celestino  (V»,  papa)  XXXVIII,  1,  33. 

celico,  '  celeste  ',  XLIV,  3,  XLVII,  61. 

certe^  avv.,  XXIII,  181  ecc. 

certecze  XII,  43  ecc. 

cieschuno^  cieschauno^  cieschasuno^ 

sempre. 
civo,  '  cibo  ',  XXV,  34. 
Collemagio  (S.  Maria  di)  XXXVIII, 

24. 
canna^  *gola',  XLII,  101. 
capare  '  prendere  '  ;  capa  XLIV,  27. 
concedo^  '  offerta  mentale  ',  XXXVIII, 

8;  XLI,  28;  XLIX,  28,  52. 
concedire  XLV,  60. 
confecto  XLI,  108. 
conpangnessa  LIV,  33. 
convenente^  'avvenimento',  XII,  32; 

XXXII,  34. 
correrò^  'corriere',  XXIII,  31. 
crai/,  cras,  XV,  10. 
credere;  crederago  '  L,  25,  34. 
cunto  LIV,  30. 
cymitorio  1,  75. 

J-Jamiscella  XIX,  75. 

dare\  dagea  XXI ,   65,   XLII ,  35, 

•la,  ìbid. ,  19;  dayva  XLIII,  65; 

daysty  XLIX,  23. 


delecto  I,  2  ecc. 

delitiano,  sost.,  '  paradiso  terestre  ' , 

XLV,  11,  15. 
delliberato  pcp.  XXIX,  4. 
denionia  XXI,  260. 
demostar'e;  demostò  Vili,  4. 
denglio^  'degno',  XXIV,  42. 
dereto,  '  dietro  ',  sempre. 
descénge\  'discendere',  VI,  52;  de- 

scergne  XII,  9;  descyngny  X,  22; 

descento   XLVI,  20,  26. 
desdingno  XIX,  9. 
despeto  XV,  39. 
despónere^  '  esporre  ',  VII,  74. 
destingnere^  '  estinguere  '  ;  destingny 

X,  23. 
difiso  pcp.  Il,  77. 
dillicato,  agg.,  XXIII,  165. 
dine^  dies,  I,  33  ecc. 
disfactione^  '  soddisfazione  ',  XXV,  3. 
dispigitata^  agg-»  LVIII,  52.  Cfr.  s. 

pietà, 
distinta,  *  distinzione  ',  XIX,  81. 
docento,  '  duecento  ',  XXXIII ,  50. 
dolciore  III,  1  ecc. 
dolo,  sost.,  XXIII,  2. 
donny ,   '  donde  ',    LII ,  13  :   dontie , 

LVIII,  7. 
dovere;  dibìry  XXI, 7,  dibtrity  XXI, 

262;  digimcllo  XXI,  262. 
dunoy  sost.,  sempre. 

Ecco  (hic),  'qui',  XXVIII,  33,  34, 
XXX,  16. 

Elena  (sancta)  LVII,  45. 

essere;  si\  sempre;  ène,  sempre;  séte, 
sempre;  sónno,  sempre:  fo,  fone, 
sempre;  fommo  lì,  28,  31:  serrago" 


LAUDI  E  DEVOZIONI   DELLA   CITTA  DI  AQUILA 


L,  27,  46,  50;  LI,  20,  28:  forvia, 
'sarebbe',  1,  78,  XXIII,  9. 

exbinduraio  XXIII,  99. 

exblandore,  '  splendore  ',  sempre;  ex- 
plandore  LV,  77. 

exmagare;  exmaga  XLl,  56. 

exmarruto,  '  smarrito  ',  XXIII,  35. 

J^  allanza  I,  44,  101  ecc. 

famelglia  LUI,  3. 

Paragone  XLIV,  18. 

fare:  ficy  I,  28;  farrago  '  L,  35. 

fegura  I,  81. 

fetentosa  XXVII,  30. 

finare;  fina  XXIII,  155. 

finente,  prep.,  'fino',  XLII,  108. 

firmo  II,  99. 

flìscho,  agg.,  '  fresco  ',  I,  84. 

fioro,  '  fiore  ',  XXIII,  192. 

fógliori,  '  folgori  ',  XLII,  181. 

forventy,  '  ferventi  ',  XXI,  282. 

frecza,  '  freccia  ',  XLI,  67. 

fredura  XXI,  110. 

funj,  sing.,  XLI,  85,  101. 

(STalvano  (monte),  '  Calvario  ',  XXII, 

95,  104,  XXIV,  15. 
gaudire  XXVII,  52. 
giongnere,  '  giungere  '  ;  giongne  1, 69, 
gire;  jamo  LUI,  HO;  yamo  XLVII, 

9  ;  gerrago  '  L,  38. 
gòvety,  '  cubiti  ',  XXXIV,  50. 
grevy  XXI,  25. 


381 

infenze 


Honestetate  XXV,  8,  XXIX,  16.  8 


Jmperadice  XLVI,  72. 
incennore,  '  incendore  ',  VII,  4. 
incennyosa  LVI,  22. 

Giornale  ttorico,  XX,  fuse,  60. 


infengere ,     '  infingere  '  ; 

XXXII,  14. 
ingandare,  'ingannare',  sempre;  m- 

gandato  I,  5. 
intando,  '  allora  ',  XXXII,  27,  XXXV, 

48. 
intrare',  intremo  XXXIX,  12. 
intremorire,  '  tramortire  '  ;  intr emoro 

XXI,  100;  m^rewwono,  XXII,  142. 
intreoperto  XVII,  25. 
invito,  '  desiderio  ',  XXIII,  145,  173. 
inzemora,  '  insieme  ',  XXXII,  18. 

t/  à,  '  già  ',  sempre. 
jacono,  '  diacono  ',  VII,  56. 

Ijatro,  sost.,  XLIV,  32. 

Limmo,  'Limbo',  XLV,  18. 

lingno,  sempre. 

Mone  XLIV,  6. 

longa,  '  lontano  ',  XXXII,  7,  10,  114, 

LVIII,  45. 
Longnyno  XLIV,  29. 
Lucyferro  XXI,  160. 

J\uL  alvascio,  -a,  sempre. 
manda,  'manna'.  III,  29. 
mandare;  mandane  II,  33  ecc. 
mando,  ' molto '(?),  XLVII,  8. 
mangnare  ,    '  mangiare  ' ,    XXXII , 

124;  mangnò  XLII,  15:  manicar 

XLVII,  58. 
muravelglia  XII,  8  ecc. 
Margarita  (d'Antiochia,  santa)XLIV, 


martoro,  '  martirio  ',  XXIV,  26  ;  m^r- 
terio  LI,  16;  martorio  XLII,  127. 
màrtorjy  '  martiri  ',  III,  22. 
Matalena  XXXI,  25. 

25 


382  E.  PÈRCOPO 

maynere  XXI,  92. 

memora,  '  memoria  \  XXXII,  61,  111, 

L,4. 
mereta,  pi.,  XXVIII,  50. 
Micchaele  (san)  XXXVII,  2,  21,  29, 

38  ;  -0  ibid.  6. 
mino,  'meno',  XLI,  23,  XLIII,  15. 
mistero,  '  mestieri  ',  XXIII,  32. 
monimento  XXXV,  15. 
muUere  XXXV,  18,  34. 


l\ a,  'in  la',  sempre. 
Nazarena,  '  Nazaret  ',  XVIII,  18. 
'nde  =  inde,  passim. 
Nynyva  XLIV,  18. 

Uguale,  '  eguale  ',  XV,  20. 

olemento,  '  lamento  ',  XXI,  14. 

oprirece,  'aprirci',  XVII,  9;   opra  P^^i  XLIV,  24. 

XXXVII,  43;  opHa  XXXII,  139;  Palificato,  'purificato',   XXII,  39, 

operta  ibid.  146.  XLVIII,  18. 

oppinnione  XLII,  178.  P^^^  *pomo',  sempre. 

ostupire,  '  stupire  ';  ostupèro  XXXI,  P^rgatoro  XXXVII,  15. 

44^  putirosa,  '  puzzolente  *,  XXV,  22. 


11,  pigitate  XI,  58,  XLIV,  36.  Cfr. 

dispigitata. 
pino,  'pieno',  XXI,  94,  XLI,  21, 

LVIII,  24;  -a  I,  26. 
pisare,  '  pesare ';  pisy  LVII,  24. 
piso,  *peso',  XXXVI,  21. 
piangere;  plangamo    XXIII,    145; 

piangale  XXIII,  127. 
pongnere,  *  pungere  '  ;pongnea  XXIV, 

22;ponsy(i)  LVI,  5. 
porre;  ponàte  l,  55;  puse  II,  44. 
potere  ;  porr  ago  '  L,  28. 
pregare;  pregàra  (condiz.)  XXIII,187. 
pregherà  II,  92,  XLI,  94,  XLIII,  26. 
prencepe  XXXVII,  1. 
prescione  sempre. 
prete,  '  pietre  ',  sempre. 
primero  (in)  XXIII,  29. 


JTagura,  '  paura  ',  sempre. 
pagurose,  passim, 
parire^  sost.,  I,  19. 
parire,  vb.,  '  parere  ',  XLI,  45. 
passare;  passóne  II,  15  ecc. 
Patimosse,  '  Patmos  ',  Vili,  45. 
patire;  paczono  XXI,  242. 
penitire^  '  pentire  ',   sempre;  peny- 

tuty  LI,  19. 
pentero  XLVI,  79;  -t  I,  23,  58. 
perdire,  'perdere',  XXV,  18. 
pèrgole,  'pergamo',  XLIII,  43,  45. 
perna,  '  perla  ',  XXIII,  152. 
pietà  (:  visita)  LII 1, 6  ;  pigità  X  X  XVII, 


Quasimente  XXIII,  56. 

quillo,  sempre. 

quinata  'cognata',  XVIII,  116,  133, 

156,  XLV,  104. 
quinto,  *  come  ',  XIX,  66,  84, 87,  105, 

XXV,  28. 
quistOy  sempre. 

Jxascionare,  sempre. 
raùny,  '  dragoni  ',  XXI,  114. 
rcaòertf, 'riavere';   rea&csstf  XXIII, 

185. 
rebùcine,  'rossiccio',  XXI,  166;  re- 

bùscyne  XXI,  264. 


LAUDI  E   DEVOZIONI  DELLA  CITTA  DI  AQUILA 


383 


recepire,  sempre;  recepete,  sempre. 
regale^  sempre. 
regame^  sempre. 
regolglioso  XV,  33. 
remanere',  remaso,  '  rimasi  ',  I,  5. 
remore  XLII,  180. 
repuso,  sempre. 
reshlandente  LV,  24,  48. 
resta^  '  resistenza  ',  XLUI,  49. 
resurgere;  resurresisty  LUI,  65. 
ri,  '  re  *,  XII,  7  ecc. 
ricchio,  'ricco',  I,  85. 
rista,  '  eresia  ',  XXIV,  38. 
rygo,  '  rivo  ',  LVIII,  56. 
roborare,  '  rinforzare  '  ;    roborulu  , 
LUI,  43. 

^agecta,  'saetta',  I,  26. 

salire;  salluto  LUI,  86. 

Sapir  e,  sempre;  sappi  (Perf.  1*  pers.) 

1,3. 
scacciare;  scacciar  ago'  L,  37. 
scannalizare,  'scandalizzare';  scan- 

nalizete  LI,  14. 
schallare ,     '  scaldare  '  ;     schallaro 

XXI,  19. 
schierno,  '  scherno  ',  XLI,  46. 
scoltare,  passim, 
sedio,  '  seggio  '  (?),  XIV,  47. 
semelglia,  'somiglianza',  LUI,  2. 
sentire;  senterago'  L,  36,  52;   sen- 

tuto  XXIII,  36. 
senzania,  '  zizzania  *,  XXI,  227. 
senzoy  '  senso  ',  XLVII,  87;  -»  LUI,  38. 
simulacra  VII,  77. 
Sisto  (IV,  papa)  XL,  1. 
sostenere;  sostenete  XXXVI,  17;  so- 

stendisty  LUI,  64. 
50M,  seo,  sia,  -a,  '  mo  ',  ecc.,  sempre. 


sparangnare  XV,  14. 

spitiale,  '  speciale  ',  XI,  66. 

stare  ;  staymo  LUI ,  144  ;  stando  = 
stanno,  XLIII,  57  ;  stayva  XXXIV, 
45;  stagia  XLII,  13;  starrago  '  L, 
'Ò0;staiendo  XII,  25,  XLII,  178. 

staterà,  'stadera',  LVII,  23. 

stilo,  '  stelo  '  ?,  XVIII,  19. 

stiso,  pcp.,  '  steso  \  XXXVI,  23. 

stolu,  *  stuolo  ',  XXIV,  9. 

straccio,  '  strazio  ',  XLI,  46. 

straginare,  '  strascinare  '  ;  straginaro 
XLII,  103;  straginato  ibid.  107. 

stremj  II,  75. 

superba,  '  superbia  ',  XXV,  15,  XXVIl, 
28. 

I  amanta,  '  tanta  ',  XVIII,  40. 
tando,  '  allora  ',  XII,  57.  Gfr.  intando. 
taupino,  -a,  -i,  sempre. 
tene,  '  te  ',  II,  72. 
testimonia  III,  21  ;  LI,  10. 
ternitate,  '  eternità  ',  XIII,  20. 
tio,  -a,  '  tuo  '  ecc.,  sempre. 
transire ,   *  salire  al  cielo  '  ;    transio 
XXIV,  30. 

V  actere ,    '  battere  '  ;    vactendosi 
XXXV,  40. 
vacteture,  'battiture',  XXI,  149. 
vangnata,  'bagnata',  LVl,  7. 
vangnelista,  XXVIII,  5  ecc. 
vascello,  '  vasello  ',  Vili,  1. 
venardine  XXXII,  32. 
venire;  vennisty  XI,  2  ecc. 
vermelglia  XX,  24. 
vetare;  vetòne  II,  14. 
viso  {in  prò),  'in  presenza',  XI,  44, 

XIV,  18. 
volontero  XXIII,  30. 


384  E.  PÈRGOPO 


INDICE  ALFABETICO  DELLE  LAUDI  E  DEVOZIONI  AQHLANE  (0 

•*  Alto  patre  omnipotente^  Anunptiatio  sancte  Marie,  XVIII. 

Amore  de  Cristo^  quanto  day  dilecto.  Laude  del  divino  amore,  XLL 

Angely  sancty^  Laude  del  corpo  di  Cristo,  XLVIII. 
•*  Assay  tempo  agio  predicato^  Laude  dell'apparizione  di  Cristo,  L. 

*  Ave,  gratta  piena,  Laude  dell' Annunziazione,  XLV. 
••  Ave  pretiosa  stella,  Laude  dell'Annunziazione,  XIX. 

Ave,  sopra  tucte  nella  gloria  beata  (2),  Laude  di  Maria  Vergine,  LV. 

Baptista,  da  dio  electo.  Laude  de  sanctu  Janny  Baptista,  XLIX. 

Cary  fratelly,  cieschuno  sia  abisato,  Laude  della  secunda  domenica  de 
quaragesima,  XXVIII. 

Cary  fratelly,  con  puro  intellecto,  Laude  della  domenica  delle  palme,  XXX. 

Oieschasuno  de  nuy  penze  na  morte^  Laude  della  prima  domenica  della 
quaragesima,  XXVII. 

Cristo  aducto  dallo  spiritu  bono.  Laude  della  prima  dominicha  de  qua- 
ragesima, XVI. 

•  Cristo  che  consolasty   Madalena,   Laude   della   secunda   domenica  po' 

Pasqua,  XXXV. 
••  Cristo  glorificato.  Laude  dello  Spirito  sancto,  LI. 

Croce  benedicta,  Laude  della  croce,  LVI. 
**  Dico  se  buy  me  amate.  Laude  dello  Spirito  sancto,  LII. 

Facea  comandamento.  Laude  del  Natale,  VI. 
•♦  Fratellu  meu,  bene  sC  venuto,  Laude  del  Vivo  e  del  Morto,  XXI. 

Gloria  in  excelsis^  a-dio  cantamo,  Laude  della  Pasqua,  XX. 

Gloria  in  excelsis^  dio  superno.  Laude  di  Gesù,  V. 

Gloriosa  Madalena,  Laude  de  sancta  Maria  Madalena,  LIV. 

In  nello  ayro  apparia.  In  epiphania  Domini,  XII. 
♦•  lo  vo  cercando  lu  mio  filgliolo^  Lo  lamento  della  Donpna,  XXIII. 

Martyre  glorificato.  Laude  di  sancto  Marche  evangnelista,  XLII. 

Misericordia^  dulcissimo  dio.,  Laude  del  peccatore,  LVIII. 

Misser  sanctu  Luca  si-mne  fa  sermone.,  Laude  de  lu  lunedy  po'  Pasqua, 
XXXII. 

Misser  sanctu  Mactheo  apostolo  gratioso,  Laude  delly  Apoetoly,  XXVI. 


(1)  Le  Laudi  segnate  con  nn  solo  asterisco  sono  le  epico-drammaticlie  ;  qnelle  con  doe ,  le  pn* 
ramente  drammatiche,  o  DivoMioni  che  si  roglian  dire. 

(2)  Questo  non  è  il  primo  ts.,  perché  alla  Lande  manea  il  prÌMÌpio. 


LAUDI  E  DEVOZIONI  DELLA  CITTA  DI  AQUILA  385 

O  Cristo  glorificato  <&  convertuto  in  sangue ^   Laude  in  festa  de  sancto 

Calisto,  XLVII. 
0  croce  benedecta.  Laude  della  croce,  LVII. 

0  Yhesu  Cristo,  patre  glorioso.  Laude  in  1'  octava  de  Pasqua,  XXXIV. 
0  Yhesu  Cristo,  paire  omnipotente,   Laude  de  lu  martedy   po'  Pasqua, 

XXXIII. 
0  Yhesu  Cristo,  singnore  verace.  Laude  per  la  pace,  XXXIX. 
Omne  gente  agia  paura.  Laude  della  morte,  XV. 
Omnipotente  patre  salvatore.  Laude  de'  Santi,  IV. 
Omnipotente  patre  salvatore.  Laude  della  passione  de  Cristo,  XXII. 
0  papa  Celestino  da  dio  electu ,   Laude   de   sanctu   Petro   confessoro , 

XXXVIII. 
0  patre  nostro,  con  grande  provedentia.  Laude  del  Signore,  IX. 
0  patre  omnipotente,  Anunptiatio  sancte  Marie,  XVIII. 
0  prencepe  delV-angely  incoronatu.  Laude  de  sanctu  Angelo,  XXXVII. 
0  summo  patre,  eterno  creatore.  Laude  di  sancto  Stephano,  VII. 
0  vera  croce  da  dio  glorificata.  Laude  della  sanctissima  croce,  XXXVI. 
0  vergene  Maria  Annunptiata,  Laude  della  Madonna,  XXIX. 
0  vergene  Maria,  piena  de  pietate.  Laude  al  Signore,  per  Aquila,  XLIV. 
Oy  lasso,  per  mia  falUnza,  Laude  del  peccatore,  I. 
Patre  superno.  Re  de  paradiso.  Laude  del  Signore,  XI. 
Patre  superno,  tu  che-nne  creasty.  Laude  della  Pentecoste,  LUI. 
Perfecto  lume,  che  sempre  da   exhlandore,  Purificatio  beate  Marie  vir- 

ginis,  XIV. 
Perfecto  lume,  con  grande  claritate,  Conversio  sancty  Pauly,  XIII. 
Piangete  con  Maria,  Laude  della  Passione,  XXIV. 
Quilly  che-sse  volgliono  V-anyma  salvare.  Laude  della  penitenza,  XXV. 
Santo  Jacobo  biato,  Laude  in  sancto  Philippe  &  Jacobo,  XLIII. 
Sisto,  papa  verace.  Laude  de  Sisto  IV,  XL. 

Tucty  laudemo  Cristo  salvatore.  Laude  in  Pasqua  resurrectionis,  XXXI. 
Tucty  plangamo  la  paxione ,   De  paxio   Domini  nostry  Yhesu  Christi, 

XVII. 
Vascello  pino  de  summa  scientia.  Laude  di  sancto  Johanni  evangnelista, 

Vili. 
Yera  croce,  sancta  &  pura.  Laude  della  Croce,  II. 
Yerace  corpo  &  sangue,  Laude  dello  sanctyssimo  corpo  de  Cristo,  X. 
Yergene  matre,  piena  de  dolciore.  Laude  di  Maria  Vergine,  III. 
Yergene  matre,  piena  de  dolciore.  Laude  della  Vergine,  XLVI. 


386  E.  PÈRCOPO 


APPENDICE 


IL  CODICE  MORBIO  DELLE  LÀUDI  E  DEVOZIONI  AQUILANE 


Oltre  il  nostro,  è  noto  agli  studiosi  un  altro  codice  (cfr.  questa 
Oiorn.,  VII,  p.  159,  n.  1)  contenente,  pur  esso,  Laudi  e  Devo- 
zioni aquilane.  Ne  détte,  per  il  primo,  l'indice,  il  suo  possessore, 
Carlo  Morbio',  che  lo  aveva  acquistato  dal  Gorvisieri  (1).  Ne 
parlò,  poi,  il  Rajna  nella  Perseveranza  del  27  agosto  1878,  che 
non  ho  potuto  vedere,  in  una  recensione  delle  Origini  del  Teatro 


(1)  Opere  storico-numismatiche  ecc.  ecc.,  Bologna ,  presso  G.  Romagnoli, 
1870,  pp.  292-93:  «  Antico  Teatro  Italiano,  cioè:  Rappresentazioni  Sacre, 
«  Laudi  e  Misteri:  Passione  di  Cristo. —  Domenica  de  Palme.  —  Lu  Lor 
<L  mentu  della  Nostra  Dopnna,  lu  venerdì  Sancto,  Rappresentazione  a  vari 
«  personaggi.  —  Laude  del  Venerdì  Sancto.  —  Laude  del  Sabato  Sancto. 
€  —  Laude  dellore  Canoniche.  —  Quando  fo  salutata  la  Nostra  Dopnna 
«  dallo  Angelu.  —  La  devotione  della  festa  de  Pasqua.,  Rappresentazione 
«  a  diversi  personaggi.  (Il  Diavolo  ha  spesso  la  sua  parte).  —  Laude.  —  La 
4.  decollatione  de  San  Johanny  ^ac^tsto,  Rappresentazione.  —  Laude:  La 
€  Canonizatione  del  Beato  Bernardino.  —  Laude  dello  Etemo  Dio.  — 
«Altra  Laude.  —  Laude  del  B.  Bernardino;  di  San  Petro  Celestino;  del 
€  Corpo  de  Cristo;  di  S.  Agostino  e  d'altri  Santi.  —  Laude  ad  Collemagio^ 
€  la  Domenica  del  mese.  —  Laude  ad  Sancta  Justa.  —  La  Domenica  terxa 
a  et  quarta  de  Passione.  —  La  devotione  et  Festa  de  Sancta  Susanna^ 
€  Rappresentazione  a  vari  personaggi.  —  La  disponsatione  et  Festa  della 
€  Nostra  Dopnna,  Rappresentazione  a  personaggi  diversi.  ^  Laude.  —  La 
«  Devotione  e  Festa  de  Sancto  Petro  Martire.  Fra  i  vari  personaggi  figu- 
<  rano  il  Papa  e  vari  Cardinali;  gli  Eresiarchi;  cittadini  ed  ambasciatori  di 
«  Milano.  —  Legenda  de  sancto  Tomaso.  Rappresentazione  a  varj  perso- 
«  naggi  fra  i  quali  l'Imperatore,  Papa  Gregorio,  Cristo  anche  Crocifisso, 
«  Angeli  e  Frati,  Alberto  Magno  ed  il  Re  di  Francia.  Queste  poesie,  in  parte 
«  autografe,  sono  scritte  neìVaureo  trecento,  sopra  grossa  carta,  e  consistono 
«in  sestine,  quartine,  e  talvolta  in  due  soli  versi  rimati,  detti  Tornelli.  I 
«  Poeti  mi  sembrano  siciliani.  »!!! 


LAUDI  E  DEVOZIONI   DELLA   CITTÀ   DI  AQUILA  387 

del  D'Ancona,  da  poco  tempo  pubblicate  (1877).  Il  Rajna,  dietro 
preghiera  del  Monaci,  potè  vedere  il  cod.  per  poco  tempo,  e 
prenderne  in  fretta  pochi  appunti,  e  copiarne  anche  alcuni  brani. 

Dopo  la  morte  del  Morbio,  il  cod.,  insieme  alla  collezione  tutta 
di  lui,  consistente  in  libri  e  monete  rare,  fu  venduto  ad  un  an- 
tiquario di  Monaco.  Le  monete  si  vendettero  all'asta;  dei  libri 
e  dei  mss.  ne  fu  fatto  un  catalogo  e  fu  inviato  al  Ministero  del- 
l'Istruzione, nella  speranza  ch'esso  li  acquisterebbe,  essendo  il 
prezzo  richiesto  a  bastanza  moderato.  Il  Ministero  non  ne  fece 
niente,  e  il  codice,  co'  suoi  compagni,  furono  condannati  all'  esilio 
in  una  delle  biblioteche  della  Germania! 

Perché,  poi,  la  perdita  di  esso  —  speriamo  temporanea,  — 
riesca  di  minor  danno  agli  studi  sulle  origini  del  nostro  teatro, 
ai  quali  queste  nuove  Devozioni  e  Rappresentazioni  arrecavano 
un  non  dispregevole  contributo  (1),  riporteremo,  qui  sotto,  fedel- 
mente gli  appunti,  doppiamente  preziosi,  che  il  prof.  Pio  Rajna 
ci  ha  gentilmente  comunicati  (2). 


«  Cod.  cartaceo  in  f.",  della  fine  del  sec.  XIV,  o  piuttosto  della  prima  metà 
del  XV. 

In  principio  di  carattere  grosso: 
Liìrro  della  confraternita  de  sancto  Tomascy  de  Aquino  de  più  cose  come 
de  sotto  appareranno^  ciò  è: 


(1)  Come,  per  es.,  con  La  Devotione  e  Festa  de  Sancto  Petro  Martire, 
ove  fra  i  personaggi  compariscono  il  Papa,  vari  Cardinali,  gli  Eresiarchi,  '^ 
cittadini  ed  ambasciatori  di  Milano;  e  con  La  legenda  de  Sancto  Tomaso, 
che,  fra  gl'interlocutori,  presenta  l'Imperatore,  Papa  Gregorio,  Alberto  Magno 
ed  il  Re  di  Francia  :  ardimento  codesto  assai  notevole  pe'  tempi  in  cui  furon 
composte  :  gli  ultimi  anni  del  sec.  XIV,  e  forse  prima,  che  il  cod.  non  può 
esser  più  moderno  del  principio  del  XV.  Allora  non  sarebbe  più  vero  ciò 
che  fu  asserito,  e  ripetei  anch'  io,  qui,  nella  prefaz.,  che  la  laude  dramma- 
tica abruzzese  non  presenta  nessun  progresso  di  fronte  al  suo.  modello ,  la 
umbra. 

(2)  Li  riferisco  letteralmente,  con  qualche  leggiera  modificazione,  scio- 
gliendo le  abbreviazioni  ed  aggiungendo  di  mio  il  numero  d'ordine  delle 
Laudi,  in  parentesi  quadra. 


388  E.   PÈRCOPO 

[I.]  Passio  Domini  nostrj  Jhesd  Christi.  Amen. 

1—;  terno  dio,  ch'-el  celo  firraasty, 
Tucti  elementi  di  per-sé  allocasty, 
Et  Lucibello  allora  creasty. 
Per  la  superbia  tu  lu  cacciasty  (1). 

La  composizione  non  è  compiuta;  s'arriva  fino  alFandata  al  Calvario.  Son 
142  quartine,  delle  quali  ecco  l'ultima: 

Et  quando  Cristo  lu-monte  remira, 
Tucto  afFandato,  multo  sospira, 
Quilly  Judey  forti  lu  tira, 
E  contra  Cristo  ciascuno  s'-adira. 

Segue  uno  spazio  bianco.    Sul  f.**  seguente   (i  fogli   disgraziatamente  non 
eran  numerati,  né  era  permesso  a  me  di  numerarli): 

[II]  DOMENECA   DE   PaLME. 

Una  Lauda  composta  di  cinque  quartine,  colle  rime  abba. 
Tien  dietro: 

[III.]  Lu   LAMINTU   DELLA  NOSTRA  DONPNA   LU-VENARDY   SANCTO. 

È    la  composizione  stessa  pubblicata  dal  D'Ancona,  I,  158  (2). 


0 


sconsulata  mj  ! ,  con  grande  doglia 
Lu-core  me  comenza  ad  suspirare. 
Et  del  dolor(e)  me  stregne  tal  catena, 
Tucta  smarrita  non  so  que-mme  fare. 
Del  mio  figliolo  el  sangue  me-sse  agiaccia, 
Non-è  tornatu,  non  so  que-mme  faccia. 

Dopo  la  2*  sestina: 

Vote  venire  San  Johannj  de  Maria  li  dice: 
Dimme,  Johannj  mio,  que  è  de  Cristo?  ecc. 

Sono  38  stanze  e  tre  tornelli.  Ultima  stanza: 


(1)  n  metro  di  questa  Laude ,  quartine  di  endecasillabi  monorimi  (oooo,  bbbb  eoe.)  è  daile  a 
<|nella  della  nostra  Laude  XXIII. 

(2)  Cfr.  la  noU  1  a  p.  169  di  querto  Oiam.»  VU. 


LAUDI  E  DEVOZIONI  DELLA   CITTA  DI   AQUILA  389 

Como  vi  penso,  figliolo,  de  partirme, 

Lassarete  rechiuso  in  seppultura. 

Con  teco  sarria  jl  meglio  ad  seppellirme, 

La  vita  senza  ti  me  sarrà  dura. 

Vuy  che  ascoltate  de  Maria  el  pianto, 

De  ley  vi  recordete  in  omne  canto. 

[IV.]  La  devotione  della  festa  de  Pasqua. 

Dice  Anna  (1): 


R 


oy  che  nuy  semo  nel  tenpio  congregati  (2), 
Nuy  avimu  lu  consillio  radunato. 
Che  (3)  omne  un  parie  &  dica  lu  sou  abiso. 
Voi  tome,  ecc. 

Ci  son  nella  pagina  varie  correzioni  inutili,  eseguite  in  antico. 

Responde  Gaifas  .  .  .  Dice  Joseppe  . .  .  Responde  Gaipas  .  .  .  Subito  è 
misso  in  prescione.  Et  lu  latrone  va  ad  paradiso  <&  dice  .  .  .  Responde 
^t^-ANGELU  . . .  Responde  lu  latrone  . . .  Dice  Adamo  .  . . 

Il  soggetto  è  la  discesa  al  Limbo  e  la  liberazione  dei  SS.  PP.  Quindi  la 
risurrezione  ecc.  (4). 

[V.]  Laude  ad  Gollemagio,  de  San  Pietro: 


0 


Aquilani,  assay  obligati  sete. 
San  Pietro  Celestino  re[n]gratiare, 
Sempre  sta  nauti  a-Dio  per  nuy  pregare. 
Soccorre  alli  abisognj  et  vuj  el  sapete, 
De  questa  ecclesia  no'-vi-nne  scordete. 
Volese  visitare  comò  è  usanza. 
El  papa  ci  à-conceduta  la  (5)  osservanza. 
De  quisti  religiosi  che  vedete. 

[VI.]  Laude  ad  Gollemagio. 

[VII.]  Laude  ad  sancto  Petro  de  Popplito. 


(1)  «  Due  sestine.  »  E. 

(2)  «  Questo  primo  Terso,  salvo  il  Poj\  è  scritto  d'altro  inchiostro  :  dubbio  se  d'altra  mano.  »  B. 

(3)  Nel  cod.  il  Che  ha  una  lineetta  sulla  h. 

(4)  «  Ci  sono  nel  Codice  laudi  dal  Beato  Bernardino.  »  B. 

(5)  LA,  il  cod.  lo. 


390  E.  PERCOPO 

[Vili.]  Laude  ad  sancto  Petro  de  Sassa. 

[IX.]  Laude  ad  Collemagio  la  domenbca  del  biese: 


G, 


lorioso  criator,  che-tte  dignasty 
Ad  nuy  Aquilanj  San  Pietro  mandarne, 
De!  pacciate,  Signor,  de  perdonarne 
Sì  corno  ad  Matalena  perdonasty. 

[X.]  Laude  del  beato  Bernardino. 

[XI]  Laude  in  Collemagio  la  dome[ne]ca  del  mese.  Alla  nostra  dopnna. 

Molt'altra  roba  porta  l'indicazione  Ad  Collemagio^  indicando  così  chiara- 
mente l'origine  (1).  Sulle  laudi  non  ho  altri  appunti. 

[XII.]  La  devotione  &  festa  de  Sancta  Susanna. 

Dice  Joacchim: 
Savj  &  prudenti  fratelli  honorati, 
Sapite  quanto  narra  nostra  lege, 
Ad  ciò  ch'jnpuniti  vadano  li  peccati 
Mo  ordinemo  collor  che-Ili  correge 
Lu  anno  passato  so'  essate  bon  persone 
Timenti  de  idio  &  vissiti  ad  rascione,  ecc. 

[XIII.]         La  disponsatione  &  pesta  della  nostra  dopnna. 
[XIV.]         La  devotione  e  festa  de  sancto  Petro  Martire. 

Da  questa  ho  preso  un  passo  per  stabilire  cosa  sia  il  tornello: 

Responde  el  patre  un  tomellu: 
La-mente  mia  da  ciò  no  sia  rimossa,' 
Io  lu  raducerò  justa  mia  possa. 

Il  codice  termina  con  una  lunghissima  e  importantissima  rappresentazione 
di  S.  Tommaso  d'Aquino,  che  è  in  parte  d'altra  scrittura. 

[XV.]  GOMENZA   LA   LEQENNA  DE   SaNCTO   T0.MASCIO. 

Dice  Sancto  Dominicho: 


0 


matre  de  Cristo,  o  vergene  beata, 
L'-ordene  meo  jo  te-recomando, 


(1)  Cfr.  le  note  alla  noctn  Lande  XXXTin,  per  Santa  Maria  di  Collemagio,  chiesa  e  oonrento 
di  AqnUa. 


LAUDI   E   DEVOZIONI  DELLA  CITTA  DI  AQUILA  391 

Déstime  tonicha  biancha  . . . 
Pilliarete  te  piaccia  mo  un  altro  afando, 
Moderno  doctore  havesse  vorria 
De  Bruczo  vi  prego  forte  che  sia. 

Responde  la  Dompna  . . . 
Termina  : 
Ya  uno  jnpirmo,  che  à  [Z]a  freve^  allu  corpo  de  S.  T.  &  dice 

0  patre  sanctu  mustra  piotate, 
Sopre  de  mj  che  sonno  inpedito. 
Pregare  te  voUio  con  bona  cantate, 
Besogno  òne  di  tou  sancto  aito! 
La  freve  òne,  &  sonno  poverellio, 
Liberarne,  patre,  se  è  per-lo  mellio. 

Mustrase  libero  &  dice: 

Tridici  annj  ò  patuta  freve  ardente, 
So'  libero,  re[n]gratio  dio  omnipotente. 
Finis.  » 


AG  GIÙ  NTA 


Quando  io,  dopo  il  marzo  1886,  mettevo  insieme  quest'Appendice ,  il  co- 
dice Morbio  poteva  dirsi  quasi  perduto;  ma  non  così  ora,  nel  1892.  Messo 
in  vendita  da'  librai  List  e  Francke  di  Lipsia  al  n"  99  del  loro  Catalogue 
d'une  collection  précieuse  de  manuscrits  et  de  livres....  :  raretès  d'une  haute 
importance  delaissées  par  feu  monsieur  le  chevalier  Carlo  Morbio  à  Milan, 
ov'era  anche  illustrato  da  una  minutissima  descrizione  (pp.  10-13)  (1),  fu 
acquistato  dalla  biblioteca  Vittorio  Emanuele  di  Roma.  È  in  grazia  di  co- 
desta descrizione-  eh'  io  posso  ora  completare,  in  qualche  modo,  gli  appunti 
favoritimi  cosi  cortesemente  dal  professor  Rajna. 

Questo  cod.,  dunque,  appartenuto  già  alla  «  confraternita  de  Sancto  To- 
«  mascy  de  Aquino  »  della  città  di  Aquila ,  poi  al  dottor  Corvisieri  ed  al 


(1)  Anche  i  nn.  100-103  del  detto  Catalogue  son  mss.  contenenti,  fra  Taltro,  laadì  in  volgare 
dei  seco.  XIU,  XIV  e  XV. 


392  E.  PÈRCOPO 

conte  Morbio,  ed  ora  nella  biblioteca  Vittorio  Emanuele  di  Roma,  col  n*  349, 
misura  cm.  29  X  21,  ed  è  composto  di  sette  quaderni,  che  formano  in  tutto 
150  fogli,  numerati  dopo  che  il  Rajna  lo  ebbe  fra  le  mani,  e  scritti  da  due 
mani  diverse:  la  prima  (fi.  1-121)  di  carattere  grosso  e  Ideilo,  la  seconda 
(flf.  123-150)  di  uno  più  minuto.  Quest'ultimo  sembra  al  D'Ancona  «  del  ca- 
«dere  del  secolo  XY  »  (1);  mentre  il  Rajna  aveva  giudicata,  in  generale, 
la  scrittura  del  cod.,  negli  appunti  più  sopra  riferiti,  «  della  fine  del  sec.  XIV 
€  o  piuttosto  della  prima  metà  del  XV  »,  e,  nell'articolo  citato  della  Perse- 
veranza, «  del  principio  del  quattrocento  »,  o  «  un  poco  più  antico  »  (2). 
E,  quanto  alle  laudi,  il  Rajna,  sempre  nel  citato  articolo,  le  crede  «  pres- 
se sochè  di  sicuro  del  secolo  XIV  »  (3);  mentre  il  D'Ancona,  che  esaminò 
anch'egli  «  fuggevolmente  »  il  codice,  dice  che  almeno  tutti  i  componimenti, 
che  seguono  le  laudi  in  onore  di  San  Bernardino  da  Siena,  debbono  esser 
posteriori  alla  morte  del  santo  (1444)  (4).  Or  quelle  laudi  (ff.  51,  57  6,  58  6, 
65  b)  son  preghiere  degli  Aquilani  impazienti  e  supplicanti  per  parecchi  anni 
papa  Eugenio  IV  a  voler  finalmente  canonizzare  il  beato  Bernardino,  il  cui 
corpo  riposava  nella  loro  città  ed  operava  già  infiniti  miracoli  (5).  È  noto 
che  Eugenio  IV,  poco  dopo  la  morte  del  celebre  predicatore,  aveva  intro- 
dotto, come  si  dice,  il  processo  della  canonizzazione;  e  che  questa,  e  per  la 
morte  del  papa  e  per  altre  circostanze,  non  fu  proclamata  che  nel  giubileo 
del  1450,  ai  12  di  maggio,  dal  suo  successore  Niccolò  V  (6).  E  poiché  in 


(1)  Origini  del  teatro  italiano^  Torino,  Loescher,  1891,  I,  p.  206.  Il  D'Ancona  parla  di  qaesto 
cod.  anche  a  pp.  172  e  n.  3,  182  e  n.  1. 

(2)  Presso  il  D'Akcona,  Op.  cit.,  1.  cit. 

(3)  D'AscoHA,  Op.  cit,  1.  cit. 

(4)  Op.  cit.,  I,  p.  206. 

(5)  Ecco  i  TV.  alludenti  alla  desiderata  canonizzazione  di  s.  Bernardino,  come  li  rilero  dal  cit. 

OoMoffitt,  p.  12: 

.  .  .  Aquilani, 

No  sciate  pigri,  scia  canonizatn. 

Spira  eterno  dio  col  toa  lustrore 

La  mente  de  papa  Eugenio,  chel  sia  grata 

Qnisto  beato  sia  canonizatn  . .  . 

Signari  Citadini  atete  act«nti: 

Ad  questo  Canonisar  non  sciate  lenti. 

. . .  canoni  tata 
Or  mo  serri  il  beato  Bernardino, 
Che  '1  pepalo  Aquilano  n'è  dotata. 
0  papa  Eugenio,  credo  vi  sia  adgratu. 
Che  nel  tou  tempo  è  morto  Bernardino. 

(6)  Vedi  WADonw,  AHnaU$  MAwrum,  Eoma,  1784,  voli.  XI,  p.  9tS,  XU,  p.  61;  e  cfr.  PAnM, 
Hiitorie  dés  papM,  trad.  Raynaud,  Parigi,  1888,  I,  p.  363,  II,  pp.  71  agg. 


LAUDI  E  DEVOZIONI  DELLA   CITTÀ  DI  AQUILA  393 

quelle  laudi  aquilane  in  onor  del  beato  Bernardino  non  si  accenna  mai  alla 
canonizzazione  come  compiuta,  è  evidente  ch'esse  dovettero  esser  scritte  tra 
il  1444  ed  il  1450;  e  forse,  poiché  è  sempre  invocato  Eugenio  IV  e  mai 
Niccolò  V,  tra  il  '44  e  la  fine  del  '46  :  essendo  il  primo  di  questi  papi  morto 
il  23  febbraio  del  '47.  In  ogni  modo,  gran  parte  del  contenuto  di  questo  co- 
dice risale  evidentemente  all'ultimo  decennio  della  prima  metà  del  secolo  XV. 
Ecco  ora  i  titoli  e  i  capoversi  dei  componimenti  non  ricordati  negli  ap- 
punti del  Rajna: 

Dopo  il  I  (f.  1  sg.): 
f.  14:  [II]:  Inirasti  in  Jertualem,  o  salvatore. 

Dopo  il  III  (flf.  15-21): 

f.  22  :  Laude  del  venardy  sancto,  Piangamo  colla  vergene  Maria  (strofe  6). 

f.  23:  Laude  del  Sabato  Sancto,  0  creatore  per  ti*a  pietate  (str.  5), 

f.  23  b  :  Laude  dell'  ore  canoniche  dello  offitio  della  croce ,  Adoramote  signor  summa  bontade 

(str.  10). 
f.  24  :  Quando  fo  salutata  la  nostra   dopnna   dallo  angela ,    Con  reverentia  disse  Ave  Maria 

(str.  10  ;  dialogo). 

Dopo  il  IV  (flf.  26-37): 

f.  38  :  Laude  della  devotione  de  Pasqua,  Latidemo  tutti  el  criator  superno  (str.  8). 

ff.  39-49  :  La  decoUation  de  San  Johanny  Battista.  Lv  summo  Sacebdote  :  Ad  tucti  vuj  essuto 

dechiaritu  (Devozione), 
f.  50  :  Laude  des  S.  Joh.  Bactista  nella  festa  soa,  0  criatore  sempre  si  laudatu  (str.  6). 
f.  51  :  La  canonifatione  del  beato  Bernardino,  Ly  con/essuri  Cristo  anno  pregatu  (str.  5). 
f.  516:  Laude  dello  Etemo  dio,  Misericordia  eterno  criatore  (str.  8). 

f.  52  :  Laude  per  li  peccaturi  allo  altissimo  dio,  Penganci,  o  peccatore,  con  contriiione  (str.  6) . 
f.  53:  Laude  del  beato  Bernardino,  Ad  dignità  mundan  non  de  audentia  (str.  6). 
f.  54  :  Laude  di  s.  Pietro  Celestino,  Ad  ti  recorremo,  sancto  confessore  (str.  7). 
f.  55:  Laude  del  corpo  de  Cristo,  Yirtù  divina  (str.  3). 
f.  57  :  Ad  s.  Massimo  :  Rendemo  gratie  al  martir  glorioso  (str.  6). 
f.  57  ò:  Laude  alla  Annnntiata,  0  vergene  del  celo  (str.  12).    —    Laude  de  b.  Bernardino,  0 

summa  sapientia  o  primo  amore  (1)  (str.  9). 
f.  58  6  :  Altre  laude  del  b.  Bernardino,  Eterno  patre  dio  e  verbo  incarnato  (str.  5). 
f.  59  :  Laude  dello  Spiritu  sancto,  Oggi  sci  visitasti,  o  criatore  (str.  5). 

Dopo  il  V  (f.  60)  succedono  altre  laudi,  e  fra  esse  que'  componimenti  in- 
dicati da  me,  negli  appunti  del  Rajna,  con  i  num.  VI,  VII,  Vili,  X,  XI,  e 
di  cui  ivi  son  riferiti  solo  i  titoli. 

f .  60  6  :  [VI]  :  El  tempo  fugge  e-no-vi-nne  accorgete. 

f.  61  :  Laude  in  sancto  Dominico,  Dominico  beato  confessore  (str.  6). 


(1)  Beminiscenxa  dantesca  (Inf.,  Ili,  6),  ripetuta  nella  prima  delle  laudi  al  f.  73. 


394  E.  PÈRCOPO 

f.  62  :  [YU]  :  San  Petro  primo  netta  sancia  sedè  {ittt.  8). 
f.  63  :  [ym]  :  Ad  Saneto  Petro  Signor»  dkitti  (str.  6). 

Dopo  il  IX  (f.  63  6): 

f.  64  :  Lande  ad  8.  MacUo,  Evangelista  apostolo  M.  (str.  2). 

f.  65  :  Lande  in  s.  Dominico,  lA  apostoly.  Signore,  adoctrinasti  (str.  5). 

f.  65  ft  :  [X]  :  Al  beato  Bernardino  (1),  Ave  Maria  fonte  de  pietate  (str.  9). 

f .  66  &  :  Laltre  laude  in  s.  Dominico,  Con  mente  pura  facciamo  oraUone  (str.  7). 

f.  67  :  Laude  in  Dominico  per  la  festa  de  s.  Jacobo  apostolo ,  Fratel  de  Cristo  nella 

tate  (str.  9). 
f.  68  &  :  Laude  ad  S.  Justa,  Gloriosa  Justa  per  gran  devotione  (str.  14). 
f.  70  :  [XI]  :  Piena  d'umUità  sahe  Regina  (str.  7). 
f,  70  i:  Lande  ad  s.  Lorenzo:  El  papa  Sisto  mi  fé  sou  cancelleri  (str.  2).  —  Ad  s.  Stefkno, 

Misericordia,  diviita  bontate  (str.  1). 
f.  71  :  Laude  ad  s.  Biascie  et  ad  s.  Victorino  :  0  martiri  nel  cel  glorificati  (str.  8). 
f.  72  :  Laude  ad  (ToUemagio  de  s.  Petro  Celestino ,  Ad  tucte  Vore  sci  regratialu.  —  Lande  ad 

s.  Benedicto,  Glorioso  confessor  san  Benedicio  (str.  1). 
f.  73  :  La  domeca  (sic)  terza  de  passione ,    0  summa  sapienUa   o  primo  amore  (str.  6).  — 

Lande  ad-s.  Macthia,  Per  spiraUon  de  dio  fusti  chiamato  (str.  4). 
f.  74  :  Dominica  quarta  de  passione,  Cristo  nel  monte  la  turba  satione. 


GIUNTE  E  CORREZIONI 


Le  laudi  I,  XV,  XLV  del  cod.  napol.,  pubblicato  da  me,  com'ebbi  ad  av- 
vertire altra  volta  in  questo  Giornale,  XV,  313,  si  trovano  anche  nel  cod. 
capestranese  XXXIII,  ff.  376-436,  illustrato  da  V.  De  Bartholomaeis  (Ricerche 
Abruzzesi  I-IV^  nel  Bull,  dell' Ist.  stor.  ital.,  n°  8).  —  La  laude  XX  si  trova 
anche  nel  cod.  mare,  ci.  IX,  182,  anonima,  come  rilevo  dal  Feist  (Mittei- 
lungen  aus  dlteren  Sammlungen  italienischer  geistlicher  Lieder^  in  Zeitsch. 
f.  rom.  Phil,  XIII,  pp.  115  sgg.,  n®  142).  La  laude  XXIV  ha  molta  somi- 
glianza, se  non  è  la  stessa  di  quella  citata  dallo  stesso  Feist  al  n«  1069, 
come  esistente  sempre  anonima ,  nei  codd.  307  NDl ,  3409  ND  della  comu- 
nale di  Ferrara  e  nei  marciani  ci.  IX,  324  e  77.  —  Altri  codd.  contengono 
la  laude  LVU,  che  è,  come  dicemmo,  del  Bianco  da  Siena,  e  per  essa  v.  anche 
il  Feist,  al  n®  686.  —  Nel  vs.  49  della  laude  XLII,  invece  di  «  ca-sa  de  ora- 
«  tiene  »  leggi:  casa  de  oratione  ^  perché  ivi  si  allude  al  biblico  (Matteo, 
XXI,  13):  «Scriptum  est:  Domus  mea  domus  orationis  vocabitur  ». —  Fi- 
nalmente alcune  correzioni  ed  osservazioni  del  compianto  Gaspary  al  testo  ed 
alle  note  delle  laudi  VI,  XII,  XIII,  XVUI  e  XIX  si  trovano  nella  Zeitsch. 
f.  rom.  Phil,  XII,  pp.  604  e  609. 
Erasmo  Pèrcopo. 

(1)  Nel  ms.  ò  corretto  dall'ittessa  mano  OMÌ:  «  Lande  del  beato  Bernardino  nanti  alla  nostra 
«  dopnna  *. 


DI  ALCUNE  IMITAZIONI  E  RIFIORITURE 


DELLE 


"  AMCBEONTEE  „  IN  ITALIA  NEL  SEC.  XVI 


Le  poesie  dello  pseudo  Anacreonte,  ciò  è  quel  gruppo  di  odi 
che  Arrigo  Stefano  (1)  trovò  in  un  quaderno  aggiunto  al  mano- 
scritto dell'Antologia  di  Gefala  posseduto  da  John  Clemente  in 
Lovanio  —  oggi  quella  parte  di  manoscritto  che  le  contiene  è  a 
Parigi  —  furono,  ancóra  prima  che  pubblicate,  note  in  Italia  per 
opera  di  quello  stesso  che  dopo  averle  trovate  se  ne  doveva  poi 
fare  editore  a  Parigi  nel  1554.  Perché  venuto  egli  fra  noi,  con 
un  po'  di  ciarlatanesco  mistero  le  aveva  fatte  fiutare  a'  nostri 
dotti,  sollevando  venti  di  dubbi  e  tempeste  di  discussioni  si  che 
molti  negarono  che  la  maggior  parte  di  quelle  potessero  attri- 
buirsi al  poeta  di  Teo:  lo  Stefano  poi  soltanto  a  Pier  Vettori  (2) 
concedeva  nel  passar  che  egli  fece  per  Firenze,  di  impadronirsi  di 
una  [M.  XI:  Aercuaiv  ai  fvvaiKec,  =z  Dicono  le  donne];  cui  il  Vet- 
tori s'affrettava  a  pubblicare  in  Firenze  nel  1553.  Ma  prima  della 
scoperta  dello  Stefano,  di  queste  odicine  non  era  integralmente  nota 
che  quella  che  Aulo  Gelilo,  erudito  grammatico  vissuto  sotto  An- 
tonino Pio,  aveva  trascritto  nelle  Noctes  Atticae,  libr.  XIX,  cap.  9. 
Quivi  egli,  descrivendoci  una  cena,  racconta  —  rifò  in  italiano 


(1)  Vedi  Valentino  Rose,  Anacreontis  Teii  quae  vocantur  symposiaca 
emihiambia...  Lipsiae,  1876.  Prefazione. 

(2)  Vedi  Luigi  A.  Michelangeli,  Anacreonte^  ediz.  critica,  Bologna, 
1882.  Prefazione.  Nel  corso  dell'articolo,  per  comodo  degli  studiosi  italiani, 
rimando  a  questa  ediz.,  e  la  indico  con  M. 


396  S.  FERRARI 

servendomi  della  stampa  apud  Gryphium,  Lugduni,  1546  —  che, 
«  poiché  i  giovanetti  e  le  fanciulle  furono  fatti  entrare  [nella 
«  sala  del  convito],  questi  con  far  giocondo  posero  mano  a  can- 
«  tare  molte  àvaKpeóvreia ,  e  saffiche,  non  che  certe  èXereia 
«  èpujTiKà  di  poeti  recenti.  Più  che  d'  altro  gli  astanti  furono 
«  dilettati  versiculis  lepidissimi  Anacreoniis  senis  :  i  quali  l'au- 
«  tore,  per  temprare  alcun  poco  colla  soavità  delle  parole  e  della 
«  musica  la  fatica  e  l'inquietudine  delle  veglie,  volle  trascrivere  ». 
(L'odicina  trascritta  è  quella  Alla  coppa  Tòv  dprupov  Topeuaa? 
=i  V  argento  avendo  cesellato  M.  XVII).  Nel  1542,  non  si  sa- 
peva annotare  in  altro  modo  questo  passo  che  colle  parole  di 
Pietro  Mosellano  (n.  a  Protog  nel  1493;  m.  nel  1524),  il  quale 
amplificava  le  parole  di  Gellio  per  le  anacreontee ,  e  seguiva 
Snida  per  la  vita  del  poeta  :  «  Anacreonte ,  nato  in  Teo ,  fu 
«  poeta  lirico  che  fiori  circa  al  tempo  di  Policrate  re  di  Samo. 
«  Cacciato  primamente  di  patria,  riparò  ad  Abdera  nella  Tracia. 
«  Lascivi  negli  amori  dei  due  sessi.  Scrisse  odi,  carmi  convivali, 
«  e  quelle  poesie  che  per  tutta  lor  propria  e  indicibile  soavità 
«  pigliano  il  nome  di  àvaKpeóvieia  ».  Né  dagli  accenni  di  Orazio, 
Od.  I  17  e  IV  9  e  Epod.  14 ,  né  dal  passo  di  Cicerone ,  Tils- 
culan.  IV  33,  71,  si  può  fermare  che  i  latini  conoscessero  le  poesie 
che  noi  chiamiamo  anacreontee,  poiché  le  loro  parole  convengono 
forse  meglio  al  vero  Anacreonte.  E  il  Petrarca  stesso,  dicendo 
nel  quarto  capitolo  del  trionfo  d'Amore: 

Alceo  conobbi  a  dir  d'Amor  si  scorto  ; 
Pindaro,  Anacreonte  che  rimesse 
avea  sue  rime  sol  d'Amor  in  porto; 

non  ebbe,  credo,  innanzi  altre  parole  che  quello  delle  TtcsctUane 
<  Anacreontis  poesis  fere  tota  amatoria  est  ». 

Questo  adunque  era  quel  tanto  che  si  sapeva  e  si  conosceva 
del  poeta  greco  quando  Arrigo  Stefano,  dopo  avere  stuzzicata 
la  curiosità  ed  aizzato  il  nervismo  degli  uomini  di  lettere,  man- 
dava fuori  nel  1554  quelle  poesie  che  nel  manoscritto  erano 
dette  di  Anacreonte,  e  ne  traduceva  gran  parte  in  latino.  Due 


ANAGREONTEE   IN   ITALIA  397 

anni  dopo  Elia  Andrea  le  ripubblicava  ritraducendole  in  latino 
tutte.  In  francese  le  voltarono  (non  tenendo  conto  di  una  tradu- 
zione che  lo  Stefano  accennò  di  aver  fatta,  ed  è  ignota)  Remi 
Belleau  nel  1556,  e  nel  1559  il  Bégard.  Il  Ronsard  intanto,  e 
fu  il  primo  di  tutti ,  e  i  suoi  seguaci  con  felice  eleganza  le  pa- 
rafrasavano, le  imitavano,  ne  traevano  intonazioni  e  movimenti, 
le  ricantavano;  grati  allo  Stefano  che  aveva  scoperto  il  nuovo 
poeta,  come  il  Ronsard  stesso  dimostrava  nei  versi  [Nous  ne 
tenons  en  nostre  main]  : 

Verse  donc  et  reverse  ancor 
dedans  ceste  grand'  coupé  d'or: 
je  vay  boire  a  Henry  Estienne, 
qui  des  enfers  nous  a  rendu 
du  vieil  Anacréon  perdu 
la  douce  lyre  teienne. 

Cosi  abbiamo  che  già  prima  del  1560  (1)  in  Francia,  quando  essa 
cominciava  a  salire  la  curva  di  sua  grandezza,  le  odicine  di  che 
teniamo  discorso  avevano  fatto  furore:  e  l'Italia,  che  quella  curva 
cominciava  a  discendere  e  alla  sorella  latina  cominciava  già  a 
volgere  lo  sguardo,  doveva  seguirla  poco  dopo  nell'ammirazione 
e  nella  imitazione  del  greco  poeta,  quantunque  ella  procedesse  in 
principio  più  freddamente,  e,  toltone  il  Tasso,  con  nomi  più  umili, 
e  con  meno  larghezza.  Né,  per  questo,  mi  do  tuttavia  a  credere 
che  le  anacreontee  non  avrebbero  avuto  efficacia  su  di  noi  anche 
senza  l'esempio  straniero  e  qualora  lo  scambio  fra  Je  due  lette- 
rature e  le  relazioni  fra  i  due  popoli  fossero  state  men  ferventi, 
che  troppe  graziette  civettavano  in  quelle  odicine,  per  poter 
dubitare  che  ai  rimatori  dello  scorcio  del  Cinquecento  e  a  quelli 
del  Secento  avessero  uccellato  in  vano. 

Quel  vecchio  Anacreonte  incoronato  di  pampini  e  rubizzo,  nel 
contrasto  delle  rose  del  volto  coll'argenteo  dei  capelli  e  il  verde 
delle  ghirlande  lor  sopra ,  con   in  cuore  Amore  che  facea  da 


(1)  Vedi  ciò  che,  da  par  suo,  ne  dice  il  Carducci  nella  prefazione  ai  Poeti 
Erotici  del  secolo  XVHI,  p.  x,  Firenze,  Barbèra,  1868. 


Giornale  tlorico,  XX,  fase.  60. 


398  S.  FERRARI 

chioccia  a  mille  altri  Amorini,  i  quali  non  feriscono  mai  invano 
ma  leggermente,  poiché  la  punta  di  lor  frecce,  già  prima  tinta 
da  Venere  nel  miele,  trova  poi  tanta  dolcezza  di  vino  nel  sangue 
del  trafitto  da  non  riuscire  mai  a  inacidirlo;  come  dovette  pia- 
cere al  Cinquecento,  verso  la  sua  metà  blando,  e  al  Secento, 
per  il  contrasto  dei  colori  e  per  le  piccole  novità  che  veniva  a 
porre  di  moda!  La  rosa,  la  cicala,  la  colomba  porgevano  pure  le 
immagini  non  mai,  o  diversamente,  usate;  e  nuove  stradicciuole 
consigliavano,  le  quali  poi  tutte  dovevano  mettere  capo  a  quella 
gran  fiera  della  pazzia,  che,  per  tre  quarti  almeno,  fu  l'arte  nel 
Secento.  Un  nuovo  canovaccio,  per  cosi  esprimermi,  veniva  pure 
a  porgersi  a  voler  cantare  le  bellezze  della  donna,  sul  quale 
nuovi  ricami  si  potevano  arzigogolare  nel  consigliarle  all'amico 
pittore  che  doveva  colorirle;  e  nell'intarsio  della  coppa  bei  rilievi 
poteva  efl3giare  l'amico  scultore.  Il  vino  poi,  misto  a  un  gio- 
condo senso  di  epicureismo,  che  tutte  smussa  e  lenisce  le  cure, 
non  aveva  ancóra  offerto  agli  italiani  materia  di  poesia ,  onde 
troppo  era  ben  venuto  quel  vecchio  Anacreonte,  che  il  Ronsard, 
nell'ode  già  citata,  tratteggiava  cosi: 

A  toy,  gentil  Anacréon, 
doit  son  plaisir  le  biberon; 
et  Bacchus  te  doit  ses  bouteilles, 
Amour  son  compagnon  te  doit, 
Yenus  et  Silene,  qai  boit 
Testé  dessous  lombre  des  treilles. 

E  un  italiano  di  poco  posteriore,  Filippo  Alberti,  del  quale  do- 
vrò toccare  più  innanzi ,  in  un  madrigale  ove  parla  con  Ana- 
creoniej  imitando  una  anacreontea,  doveva  in  questo  modo  di- 
pingerlo: 

Di  vino  ebro  e  d'amore, 

Anacreonte,  sei. 

Ma  che?  saper  vorrei 

se  'n  questa  tazza  tua  di  puro  argento, 

ov'  hai  tuffato  il  mento, 

più  vin  bevi  o  più  Amor;  che  miri  insieme 


ANAGREONTEE  IN  ITALIA  399 

sculto  Batillo  in  essa, 

che  l'uva  pesta  e  preme 

e  le  sue  labbra  a  le  tue  labbra  appressa. 

Ahi,  che  dir  può  chi  di  sé  stesso  è  fuore 

di  vino  ebro  e  d'Amore? 

E  finalmente  il  Marino  nella  Galleria  [Venezia,  Ciotti,  1620]  do- 
veva darne  questo  ritratto: 

Anacreonte. 

Cingetemi  la  fronte, 
lauri,  pampini  e  rose. 
Date  ad  Anacreonte 
giovinette  amorose, 
vezzi  baci  e  bevande, 
penne  tazze  e  ghirlande. 
Lieo,  Febo,  Battillo, 
son  ebro;  ebro  vacillo. 
Furor,  furor  divino 
mi  rapisce,  e  desvia, 
furor  di  poesia, 
di  lascivia  e  di  vino, 
triplicato  furore. 
Bacco  Apollo  et  Amore. 

Non  mi  fermerò  a  notare  quel  tanto  di  bene  Che  la  scoperta  di 
Anacreonte  e  l'imitazione  francese  fecero  alla  nostra  metrica;  né, 
<x)me  servissero  di  sprone  e  di  autorità  a  proseguire  nel  ricer- 
-care  e  rifare  dietro  ad  Anacreonte  altre  forme  della  lirica  greca; 
né  dirò  il  male  e  il  bene  fecero  all'arte:  ma  soltanto  cercherò 
<ii  stabilire  quando  le  anacreontee  piacquero  primamente  fra  di 
noi:  dalla  qualità  e  dalla  pluralità  delle  imitazioni  risulteranno 
ie  simpatie  del  tempo. 

Le  prime  imitazioni  a  stampa  d' Anacreonte  in  Italia  —  se 
non  prime,  fra  le  prime:  difficile  affermare  in  ricerche  si  mi- 
nute — ,  imitazioni  che  alle  volte  toccano  la  traduzione,  non  fu- 
rono, come  dopo  quanto  si  è  detto  potrebbe  ritenersi  naturale,  di 


400  S.  FERRARI 

quelle  odi  che  apparivano  più  nuove  o  più  vaghe,  o  trattassero 
della  rondinella,  o  celebrassero  il  vino,  o  dipingessero  le  bellezze 
muliebri  ;  ma  si  bene  di  quelle  che,  data  l'educazione  del  tempo,, 
sembrava  dovessero  essere  tralasciate,  o  adoperate  con  cautela; 
dico  delle  odi  in  che  Anacreonte  ama  ed  ammira  Batillo.  Né 
tale  fortuna  principalmente  dovettero  attribuire  a  qualche  spe- 
ciale loro  grazia  che  avesse  ferita  la  fantasia  di  chi  prese  a  ri- 
farle ,  si  bene  soltanto  all'opportunità  per  la  quale  la  scoperta 
di  Anacreonte  e  la  fortuna  sua  in  Francia  si  trovarono  a  con- 
correre col  sorgere  e  coll'al largarsi  in  Italia  della  poesia  fìden- 
ziana.  Sulla  quale  essendomi  io  già  fermato  in  altro  articolo  in 
questo  medesimo  Giornale^  non  occorrerà  che  spenda  molte  pa- 
role: basti  al  bisogno  ricordare,  che  il  suo  inventore,  lo  Scroffa, 
volendo  satireggiare  il  pedante  Fidentio  Giunteo  da  Montagnana,. 
lo  rese  ridicolo,  oltre  che  per  la  parlata,  per  il  suo  amore  col 
fanciullo:  e  che  i  suoi  seguaci  non  già  misero  alla  berlina  una 
persona  viva  e  vera,  com'egli  aveva  fatto,  ma  soltanto  segui- 
rono per  accademia  le  orme  del  maestro,  imitandone  e  l'inven- 
zione e  i  modi.  Ora   accadde,  che   Ercole  Fortezza,  che  fu  il 
primo  a  battere  la  via  aperta  dallo  Scroffa,  e  quegli  che  la  poesia 
fidenziana   cominciò  a  convertire  di  satirica  in   semplicemente 
burlesca ,  pubblicando  sotto  il  nome  di  Argyrogloito  [l'  altro- 
si  era  detto  Glottocrysio]   i  suoi  cantici  di  séguito  a  quelli  del 
caposcuola,  nel  1564,  si  staccasse  da  questo  in  ciò,  che,  lasciata 
l'imitazione  petrarchesca,  si  rivolgeva  alle  letterature  classiche 
e  specialmente  ad  Anacreonte,  poiché  nell'amore  del  greco  poeta 
per  Batillo  egli  trovava  il  riscontro  coU'amore  del  suo  finto  pe- 
dante verso  il  discepolo  Eriletto.  La  stima  per  Anacreonte  si  era 
già  allargata  fra  noi ,   tanto  che  il  Caro  neir  Apologia   [1558] 
lo  citava  alla  pari  col  Petrarca,  e  i  fidenziani  poi  in  un  capitola 
uscito  verso  il  1560  lo  avevano  sentito  invocare  da  Filippo  Terzo^ 
uno  dei  loro,  con  molta  enfasi: 

Suaviloquia  Musa  Anacreontica 
che  porti  il  nome  d'ogni  viro  egregio 
da  Tonda  Occidentale  a  THelIespontica, 


ANAGREONTEE  IN  ITALIA  401 

scendi  benigna  dal  tuo  solio  regio, 
et  teco  duci  la  cava  testudine, 
honor  de  i  vati  et  del  Phebeo  collegio... 

Ercole  Fortezza,  pertanto,  dopo  aver  derivato  da  Catullo  il  so- 
netto : 

Viviam,  suaviolo  mio,  et  con  syncero 

perfetto  amor  conglutiniamci  in  uno, 
e  i  rumori  del  popolo  importuno 
abbiam  per  stolti  et  repugnanti  al  vero; 

si  rivolgeva  direttamente  all'imitazione  di  Anacreonte.  Ed  ora 
ne  toglieva  un  tócco,  come  questo  [son.  Posso  ben  noncupar 
felice  et  fausto]: 

...  le  caste  Dive  d'Helicona 

Apollo  et  Bacco  et  le  sylvestri  Nymphe 

mi  texon  di  lor  man  verde  corona  ; 

ora  ne  contraffaceva  una  immagine  come  negli  ultimi  due  versi 
di  queste  quartine: 

11  crispo  di  fin  auro  erroneo  crine, 

la  fronte  più  eh'  intacta  neve  albente, 

i  nigri  ocelli,  il  bel  naso  decente, 

le  genule  di  rose  et  di  pruine; 
la  bocca  che  rinchiude  peregrine 

margarite  de  l'ultimo  oriente, 

il  mento,  il  lacteo  collo,  ove  sovente 

ludendo  van  le  Cariti  divine; 

ora  poi  con  piena  imitazione  si  serviva  di  una  intera  anacreontea 
[Al  MoOaai  tòv  "Eptuia  =  Le  Muse  VA  more  M.  XXX]  come  qui 
appresso  ; 

Legar  le  belle  Vergini  Hyanteae 

l'altr'  hier  l'alite  Dio,  ch'in  Cipro  ha  nido, 

con  rosei  serti,  che  né  i  fior  di  Gnido 

equan  d'  odor,  né  de  le  rive  Enneae  ; 
et  lo  diero  a  un  fanciul,  che  le  Phoceae 

lymphae  si  beve,  et  con  famoso  grido 

va  da  l'Australe  a  l'Hyperboreo  lido, 

da  Thule  a  le  contrade  Nabathaee. 


402  S.   FERRARI 

La  madre  or  cerca  con  extrema  doglia 

et  seco  porta  molti  bei  munusculi 

per  redimer,  se  può,  l'amato  figlio. 
Ma  advenga  che  qualch'uno  lo  discioglia, 

restarà  non  di  men  tra  il  nigro  ciglio 

e  i  labri,  ond'escono  unici  verbusculi. 

Dairimitazione  di  un'immagine  passando  adunque  a  rifare  un*o- 
dlcina,  il  rimatore  si  venne  poi  naturalmente  ad  imbattere  a 
quella  fra  le  anacreontee  che  per  un  fidenziano  doveva  sem- 
brare per  avventura  il  fatto  suo;  io  parlo  di  quella  in  cui  si  inso- 
gna al  pittore  il  modo  di  dipingere  Batillo  e  che  incomincia  fpdqpe 
jnoi  BdGuXXov  ouTUJ  =  Dipingi  a  me  Batillo  [M.  XXIXJ  ;  e  allora 
il  fidenziano,  al  nome  del  fanciullo  greco  sostituito  Erilletto,  e 
Atene  diventata  Ferrara,  doveva  chiudere  l'amoroso  suo  canzo- 
niere con  questo  rifacimento  nel  metro  della  canzone  petrar- 
chesca e  in  quel  suo  stile  di  pedante,  avendo  l'occhio  in  rifare 
alla  traduzione  latina  di  Arrigo  Stefano:  rifacimento  da  Ana- 
Creonte  che  è  il  primo,  dei  finora  conosciuti,  comparso  in  Italia, 

Sopra  ogni  altro  excellente 
'    pittor,  pingemi,  come 

io  ti  dirò,  l'amato  mio  Herilletto. 

Fingi  primieramente 

le  nitidette  còme 

dentro   nigre   et   superne   d'auro  schietto. 

Et  cogendo  il  negletto 

e  inordinato  crinulo 

cosi  come  a  lui  pare 

qua  et  là  dolce  vagare 

lassa  il  formoso  et  crispulo  cincinnulo: 

po'  il  roscido  e  tenello 

fronte  coroni  fusco  pilo  et  bello. 
Sia  il  nigro  oculo,  parte 

truculento  et  rubesto, 

parte  mixto  di  dolce  almo  sereno. 

Quel  dal  rigido  Marte, 

da  la  dea  mite  questo 


ANACREONTEE  IN   ITALIA  403 

habbia  che  nacque  al  mar  spumoso  in  seno; 

tal  che  l'huom  sia  ripieno 

in  un  medesmo  punto 

tutto  di  meto  e  spene. 

Fa'  di  rose  le  gene 

che  lanugine  molle  vesta,  a  punto 

come  pomo,  et  rubore, 

quanto  più  puoi,  v'adiungi  di  pudore. 
Ma  non  so  ancor  che  vera 

norma  dar  delle  labbia  : 

falle  tenere,  et  piene  di  Suadela. 

Tutto  insieme  essa  cera 

et  silenti©  expresso  habbia, 

et  dolcemente  garrula  loquela. 

Sia  il  volto  ampio,  che  cela 

Amor.  Ma  preteriva 

il  bel  di  nive  asperso, 

et  più  ch'ebore  terso 

collo,  non  men  di  quel  che  deperiva 

Paphie  nel  vago  Adone, 

vago  che  non  può  equare  alcun  sermone. 
Fa'  il  petto  che  riluce 

et  l'una  et  l'altra  mano 

come  marmo  del  nuntio  di  Giove: 

le  coxe  di  Polluce, 

di  Baccho  il  ventre  plano, 

et  di  sopra  le  coxe,  ond'Amor  piove 

perpetuo  fiamme  nove, 

fa'  pube  simplicetta 

che  già  incipia  di  Venere  desire. 

Ma  hercle!  la  tua  arte  è  invidiosetta, 

perché,  quel  che  più  importa, 

che  si  veggan  le  terga  non  comporta. 
Che  bisogna  mostrarti 

in  che  modo  dipingere 

alfin  tu  debbi  i  candidetti  piedi? 

Io  son  prompto  per  darti 

(et  non  mi  lice  fingere) 

quel  tanto  di  mercede  che  tu  chiedi, 


404  S.   FERRARI 

se  questa  che  qui  vedi 
del  fratel  di  Diana 
elaborata  imago, 
refingi  nel  mio  vago 

Herylio  ond'  ho  lento  igne  all'alma  insana. 
Tu,  s*a  Ferrara  mai 
andassi,  da  lui  Phebo  pingerai. 
Tratta  da  estraneo  a  questo  idioma  nostro, 
di\  ode,  a  chi  ti  legge, 
che  tua  impolitia  causa  stretta  legge. 

Questa  ode  in  questo  senso  e  con  questa  posizione  non  doveva 
più  trovare  imitatori  in  Italia,  che,  finito  il  genere  fidenziano, 
non  aveva  più  ragione  di  essere,  né  si  adattava  ai  nostri  co- 
stumi; tuttavia  per  quanto  era  possibile  fu  ripresa  da  Giuseppe 
Patrignani  —  quello  deW Anacreonte  cristiano,  sotto  il  nome  di 
Presepio  Presepi  —  nella  prima  mota  del  Settecento  colla  can- 
zonetta 

Dandin,  nobil  pittore; 

né  oserei  affermare,  dacché  i  fiori  della  fantasia  di  troppo  mi- 
steriosi succhi  si  nutrono  ed  a  svariatissime  nozze  si  aprono  com- 
piacenti, che .  pur  non  suggerisse  qualcosa  al  Monti  nella  canzo- 
netta sopra  un  fanciullo  «  0  prima  ed  ultima  ». 

Neir  ordine  del  tempo ,  sempre  secondo  le  stampe ,  al  fiden- 
ziano, Tanno  dopo,  il  1565,  seguono  come  liberi  traduttori  ed 
imitatori  Claudio  Tolomei  e  Benedetto  Guidi  nelle  Rime  di  diversi 
nobili  poeti  toscani  raccolte  e  pubblicate  dall'Atanagi.  Il  Tolomei 
rifece  l'ode,  già  recata  dal  Gellio  «  Alla  Coppa  »,  e  TAtanagi  an- 
notò «  da  Anacreonte  »;  la  rifece  con  molta  eleganza  nelle  frasche 
che  dovè  aggiungervi  perché  il  contenuto  dei  quattordici  di- 
metri giambici  catalettici  dell'  originale  si  allargasse  nei  quat- 
tordici del  sonetto: 

Non  mi  far,  o  Vulcan,  di  questo  argento 
scolpiti  in  vaga  schiera  uomini  ed  armi: 
fammene  una  gran  tazza,  ove  bagnarmi 
possa  i  denti,  la  lingua,  i  labbri  e  *1  mento. 


ANACREONTEE   IN   ITALIA  405 

Non  mi  ritrar  in  lei  pioggia,  né  vento, 

né  sole,  o  stelle,  per  vaghezza  darmi: 

non  può  '1  carro,  o  Boote  allegro  farmi, 

ch'altrove  è  la  mia  gioia,  e  '1  mio  contento. 
Fa'  de  le  viti;  e  da  le  viti  intorno 

pendin  de  l'uve:  e  l'uve  stillin  vino, 

ch'io  bevo,  e  poi  da  gli  occhi  ebbro  distillo: 
e  'n  mezzo  un  vaso,  ove  in  bel  coro  adorno, 

coro  più  ch'altro  lieto,  e  più  divino, 

pestino  l'uve  Amor,  Bacco,  e  Batillo. 

Un  secondo  sonetto  invece,  in  cui  l'arguzia  del  greco  si  mesce 
al  sospiro  e  alla  frase  petrarchesca ,  non  è  accennato  dall'  Ata- 
nagi  come  derivazione  d'  altro  poeta.  Ma  è  l'anacreontea  XLIV 
pEòÓKouv   òvap  ipoxaZieiv]  che  il  Michelangeli  traduce: 

Mi  parca  correre  in  sogno, 
a  le  spalle  avendo  l'ali; 
ed  Amor,  grave  di  piombo 
i  piedini  graziosi, 
m'inseguiva  e  mi  giungea. 
Che  vuol  dir  sì  fatto  sogno? 
Io  mi  penso  voglia  dire, 
ch'impigliato  in  molti  amori 
me  la  scapolo  da  gli  altri, 
ma  da  questo  non  mi  sciolgo; 

e  il  Tolomei: 

Dormiva,  e  mi  parca  dormendo  l'ale 

preste  e  veloci  a'  miei  òmeri  avere: 

correndo  le  sentìa  tanto  leggiere, 

ch'io  non  pensai  trovar  nel  córso  eguale. 
Pareami  Amor  avesse  un  peso  tale 

di  piombo  a'  pici,  che  sol  potea  sedere: 

ei  pur  seguimmi,  e  con  le  man  sue  vere 

mi  prese,  e  '1  fuggir  mio  fu  lento  e  frale. 
Che  velo  è  questo?  è  '1  vel  che  copre,  o  serra? 

No  '1  so:  ma  credo  che  di  molti  Amori 

volando  al  ciel  fuggito  ho  l'aspra  guerra. 


406  S.   FERRARI 

Ma  or  perch'io  giammai  non  esca  fuori 
de  la  man  sua,  con  lacci  e  piombo  a  terra 
mi  tira  e  lega;  e  vuol  cosi  eh* io  muori. 

Per  Benedetto  Guidi  l'Atanagi  osservò  che  il  seguente  sonetto 
era  «  tolto  da  Anacreonte  »  : 

Scherzava  dentro  a  l'auree  chiome  Amore 

de  l'alma  donna  de  la  vita  mia: 

e  tanto  era  il  piacer  ch'ei  ne  senti'a, 

che  non  sapea,  né  volea  uscirne  fore. 
Quando  ecco  ivi  annodar  si  sente  il  core, 

si  che  per  forza  ancor  convien  che  stia: 

tai  lacci  alta  beltate  orditi  avia 

del  crespo  crin  per  farsi  eterno  onore. 
Onde  offre  infin  dal  ciel  degna  mercede 

a  chi  scioglie  il  figliuol  la  bella  dea 

da  tanti  nodi  in  ch'ella  stretto  il  vede. 
Ma  ei  vinto  a  due  occhi  l'arme  cede: 

e  t'affatichi  invano,  o  Citerea, 

che  s'altri  il  scioglie,  egli  a  legar  si  riede. 

In  vero  è  l'anacreontea  a\  MoOaai  tòv  *'EpujTa,  la  stessa  che  abbiam 
già  vista  ripresa  in  un  sonetto  fìdenziano.  Il  Guidi  l'ha  rinno- 
vellata  a  modo  suo,  con  «  qualche  leggiadro  allargamento  »,  come 
osservava  l'Atanagi  a  proposito  dell'altro  sonetto  che  egli  dà  per 
una  imitazione  di  Saffo,  dietro,  credo,  allo  Stefano,  che  le  lodi 
alla  rosa  le  quali  si  leggono  in  Achille  Tazio  [scrittore  greco 
del  sec.  IVJ  nel  II  lib.  degli  Amori  di  Clitofone  e  Leiccippe  [Si 
regem  floribus  constiticere  lupiter  voluissei  ecc.],  disse  credersi 
cosa  di  quella  poetessa  riferita  in  prosa  :  ed  è  il  sonetto  che  in- 
comincia : 

Rosa  gentil,  se  con  l'odor  che  spiri... 

«  Allargamenti  »  che  erano  invece  già  state  graziose  truccature 
che  rimodernavano  alla  francese  le  immagini  antiche  e  loro  da- 
vano certe  mosse  famigliari  e  certa  freschezza  onde  parevano 
muoversi  in  quel  tempo  disinvolte  a  tutto  lor  agio,  quasi  fossero 


ANACREONTEE  IN  ITALIA  407 

native;  come  si  possono  osservare  nel  Ronsard,  che  a  paragone 
del  Guidi  voglio  qui  riportare,  dopo  avere  osservato  che  per 
r  invenzione  il  Ronsard  si  tiene  più  stretto  al  greco: 

Les  Muses  lierent  un  jour 

de  chaisnes  de  roses  Amour, 

et,  pour  le  garder,  le  donnerent 

aux  Graces  et  à  la  Beauté, 

qui,  voyant  sa  desloyauté, 

sur  Parnasse  l'emprissonnerent. 
Si  tost  que  'Venus  l'entendit, 

son  beau  ceston  elle  vendit 

a  Vulcan  pour  la  delivrance 

de  son  enfant,  et  tout  soudain, 

ayant  l'argent  dedans  la  main, 

fit  aux  Muses  la  reverence: 
«  Muses,  déesses  des  chansons, 

quand  il  faudroit  quatre  rangons 

pour  mon  enfant  je  les  apporte; 

delivrez  mon  fils  prisonnier.  » 

Mais  les  Muses  l'ont  fait  lier 

d'un  chaisne  encore  plus  forte. 
Courage  donques,  amoureux, 

vous  ne  serez  plus  langoureux: 

Amour  est  au  bout  de  ses  ruses; 

plus  n'oseroit  ce  faux  gargons 

vous  refuser  quelque  chanson, 

puis  qu  il  est  prisonnier  des  Muses. 

Dopo  il  Guidi,  Torquato  Tasso.  Questo  maggior  lirico  del  Cin- 
quecento, in  cui  il  senso  della  gentilezza,  un  po'  troppo  artifìziata 
e  levigata  se  vuoisi,  si  espande  in  continui  fiori,  si  piegò  alle 
morljidezze  e  alle  arguzie  di  Anacreonte  ancóra  prima  del  suo 
viaggio  in  Francia  ove  conobbe  ed  ammirò  il  capo  della  pleiade, 
e  donde  ritornava  nel  1571.  Anzi,  se  io  dovessi  tener  conto  del 
tempo  in  cui  certe  poesie  furono  composte  e  non  di  quello  in  che 
furono  pubblicate,  il  che  non  è  possibile  oggi  di  fare,  forse  che 
al  Tasso  avrei  dovuto  dare  la  precedenza  sui   poeti   anteriori 


408  S.  FERRARI 

per  alcune  derivazioni;  dacché  l'amico  Angelo  Solerli,  che  at- 
tende alla  ristampa  critica  di  tutte  le  liriche  del  poeta,  mi  av- 
verte che  tre  dei  componimenti  ai  quali  dovrò  riferirmi  furono 
composti,  due  certamente  ed  uno  probabilmente,  prima  del  '64, 
che  è  Tanno  dell'imitazione  del  fidenziano.  Ma  volendo  fare 
adunque  solo  fondamento  nelle  stampe,  noi  non  troviamo  il  Tasso 
imitatore  di  Anacreonte  che  nel  1567  con  una  canzone  ed  un 
sonetto  fra  le  Rime  degli  Eterei,  La  canzone  —  il  Solerti  la  pone 
scritta  certamente  nel  '61  —  che  comincia  : 

Amor,  tu  vedi,  e  non  hai  duolo  o  sdegno, 
dice  nella  2'  strofa: 

Ecco  ch'io  dal  tuo  regno  il  pie  rivolgo  (1), 
regno  crudo  e  infelice:  ecco  ch'io  lasso 
qui  le  ceneri  sparte  e  '1  foco  spento. 
Ma  tu  mi  segui  e  mi  raggiungi,  ahi  lasso! 
e  per  fuggirti  indarno  il  nodo  i'  sciolgo, 
ch'ogni  córso  al  tuo  volo  è  pigro  e  lento. 
Già  via  più  calde  in  sen  le  fiamme  sento, 
e  via  più  gravi  al  pie  lacci  e  ritegni, 
e  come  a  servo  fuggitivo  e  ingrato 
qui  sotto  il  manco  lato, 
d'ardenti  note  il  cor  m'imprimi  e  '1  segni 
del  nome  a  forza  amato... 

Quasi  quasi  in  questa  strofa  la  derivazione  dallo  anacreontee  ci 
sfuggirebbe  se  il  Tasso  stesso  non  l'avesse  avvertita  annotando 
«  Imita  Anacreonte  »,  ed  allegando  l'odicina  «  *'Ev  icJxioi?  )ièv 
iTTTToi  [Nelle  cosce  i  cavalli  M.  LVJ  »;  annotazione  e  allegazione 
che  van  ricercate  nella  preziosa  stampa  definitiva  di  sue  rime  che 
egli  pubblicò  in  Mantova  nel  1592  e  ripubblicò  coli' aggiunta  della 
3'  parte  in  Brescia  nel  '93.  Stampe,  dico,  preziose,  perchè  in  quelle 
egli  confessò  e  dichiarò  quel  tanto  che  ei  doveva  agli  altri  poeti 
per  le  immagini  e  per  le  mosse.  VI  convengono  fra  i  greci 
Pindaro,  Saffo,  Simonide,  Teocrito,  ed  in  ispecie  Anacreonte.  Ma 


(1)  Séguito  la  lezione  che  piacque  al  Tasso  quando  stampò  queste  poesie 
tra  le  citate  Rime  degli  Eterei. 


ANACREONTEE   IN   ITALIA  409 

in  questa  canzone  è  del  poeta  di  Teo  soltanto  un  accenno  ;  e  ciò 
si  potrebbe  ripetere  per  i  sonetti: 

1)  Giovene  incauto  e  non  avezzo  ancóra 

2)  0  felice  eloquenza,  avvinta  in  carmi  ; 

uscito  il  secondo  nella  raccolta  tassesca  di  Rime  e  Prose,  P.  I, 
Venezia,  Aldo,  1581;  e  il  primo  nell'altra  dì  Mantova,  P.  I, 
Osanna,  1592.  L'imitazione  più  larga  è  da  ricercarsi  nel  secondo  di 
quei  componimenti  che  ho  detto  stampati  fra  le  Rime  degli  Eterei, 
ed  è  quello  che  il  Solerti  crede  probabilmente  composto  fra  il  1563 

e  il '64: 

Stavasi  Amor,  quasi  in  suo  regno,  assiso 

nel  seren  di  due  luci  ardenti  ed  alme, 

mille  vittrici  insegne  e  mille  palme 

trionfali  spiegando  entro  '1  bel  viso. 
Quando  rivolto  a  me,  ch'intento  e  fiso 

mirava  le  sue  ricche  e  altere  salme, 

disse:  Canterai  tu  come  tant'alme 

abbia,  e  te  stesso  ancor  vinto  e  conquiso. 
Né  tua  cetra  sonar  Tarme  di  Marte 

più  s'oda  mai;  ma  l'alte  e  chiare  glorie 

e  i  divin  pregi  nostri,  e  di  costei. 
Cosi  convien,  ch'or  ne  l'altrui  vittorie 

canti  mia  servitute  e  i  lacci  miei 

e  tessa  de' miei  danni  istoria  in  carte. 

In  questo  sonetto  si  fa  sùbito  notare  il  modo  con  che  è  fatta 
l'imitazione,  che  è  simile  a  quella  già  osservata  nel  Guidi.  Né 
io  posso  negare  al  Tasso  di  esporre  in  persona  i  suoi  intendimenti 
artistici  in  proposito,  e  di  confessare,  senza  travasarne  il  senso 
nelle  mie  parole  da  che  anacreontea  abbia  imitato,  poiché  tali  cose 
egli  ci  volle  scoprire  nelle  stampe  di  Brescia  e  di  Mantova  sopra 
lodate.  In  esse  ristampando  egli  il  sonetto  or  ora  riportato  con 
questo  argomento,  Dice  d'aver  veduto  Amor  ne  gli  occhi  de  la 
sua  donna,  il  quale  gli  aveva  comandato  che  non  cantasse  più 
la  vittoria  d'altrui,  ma  quella  di  lei  e  la  sua  propria  servitù, 
seguita  dichiarando  «  Imita  Anacreonte  il  quale  due  volte  tratta 
«questo  medesimo  soggetto:  prima  in  quei  versi  [M.  I]: 


410  S.   FERRARI 

QiXuì  XéYCiv  'Arpciba^  (1), 
QéXvj  bé  Kdò|iov  ^beiv 
à  3óp3iTO^  òè  xopbaì<; 
'EptuTa  MoOvov  ^xe«- 

<  [Voglio  dire  gii  Air  idi,  Voglio  cantare  Cadwo:  Ma  la  Cetra 
«  dalle  corde  Amore  soltanto  rende].  Ma  il  nostro  poeta  che  scrive 
«ancóra  d*aUre  materie,  non  può  obbligarsi  a  questo  concetto, 
«  a  guisa  di  servo  imitatore,  ma  libero  nell'imitazione,  segue  più 
«  tosto  gli  altri  versi  di  Anacreonte,  non  molto  da  questi  dissomi- 
«glianti;  come  il  dotto  lettore  potrà  conoscer  leggendo  fM.XVI]; 

lù  niv  XéT€i<;  Tà  0fiPn<;» 
6  b'  aO  <l)puYd>v  àuTd<;, 
iyùj  b'  èpàq  àXiJb(J€i(;. 

<i[Tu  dici  le  guerre  di  Tebe  Altri  quelle  dei  Frigi  Ed  io  le  mie 

<  disfatte].  Fu  trattato  parimenti  questo  luogo  fra'  latini,  dal  Na- 
«  vagero  in  questa  guisa  : 

Qui  modo  ingentes  animo  parabam... 

«  Ma  non  so  la  cagione  per  la  quale  egli  taccia  d'Anacreonle,  o 

«  dissimuli  ». 

Nel  metro  della  canzone  riallargava  Tanacreontea  alla  Coppa, 

che  era  già  in  Aulo  Gelilo,  e  che  abbiam  vista  in  un  sonetto 

del  Tolomei;  ma  quando  quella  componesse,  non  sappiamo;  perché 

fu  edita  soltanto  nel  1666  dal  Poppa  [Opere  non  più  stampate 

del  signor  T.  T.,  II,  140],  né  il   Solerti  l'ha  ritrovata  in  alcun 

manoscritto: 

Tu  ch^agguagliar  ti  vanti 

d'antichissimo  fabbro  arte  o  lavoro, 

dando  vita  all'argento  e  spirto  a  Toro; 

benché  nudi  giganti 

non  faccian  risonar  d'intorno  il  monte, 

né  s'affatichi  qui  Sterope  e  Brente; 

non  chieggio  elmo,  né  scudo, 

né  lorica  ond'io  copra  il  petto  ignudo, 

(1)  Essendo  scorrettissimi  nella  lezione  i  versi  greci  citati  dal  Tasso,  cor- 
reggo tenendo  davanti  Tediz.  di  Anacreonte  data  da  Elia  Andrea. 


ANAGREONTEE   IN  ITALIA  411 

per  andar  poi  lontanò 

da  questa  gloriosa  antica  sponda, 

là  've  ritarda  il  gelo  il  córso  a  l'onda, 

e  '1  vinci  tor  romano 

di  Cesare  pareggia  il  nome  e  l'opre, 

e  quasi  la  sua  gloria  oscura  e  copre  ; 

pur  non  dimostra  orgoglio, 

chiedendo  allori  e  carro  in  Campidoglio: 
ma  del  più  fino  argento 

fammi  lucente  vaso,  onde  s'estingua 

la  séte  de  l'accesa  e  stanca  lingua; 

e  non  mi  dia  spavento 

leon  di  stelle  sparso,  o  fero  drago, 

0  gran  centauro,  od  altra  irata  imago; 

ma  sol  l'aquila  e  '1  cigno 

splendan  con  vago  aspetto  e  con  benigno. 
O  vi  dipingi  Amore, 

non  com'  ei  spiega  le  dorate  penne 

dal  lucid'  elmo  là  dond'  ei  se  'n  venne  ; 

né  con  l'acceso  ardore 

del  folgore  minacci,  o  pur  con  l'arco, 

onde  ci  fere,  anzi  n'uccide  al  varco; 

ma  senza  fiamme  e  strali, 

e  tutte  d'oro  sian  le  chiome  e  l'ali. 
E  '1  circondi  la  rosa, 

la  rosa  ch'è  d'Amor  premio  e  corona, 

corona  ond'egli  gloria  or  toglie  or  dona; 

gloria  che  vive  ed  osa 

trar  l'uom  già  morto  fuor  d'oscura  tomba, 

e  muta  lingua  inspira  e  muta  tromba; 

e  con  la  rosa  avvinto 

faccia  aurei  pregi  insieme  il  bel  giacinto. 
E  tu,  Febo,  l'instilla: 

sia  quasi  fonte  il  vaso, 

e  *1  verde  colle  il  nostro  allo  Parnaso. 

A  molte  imitazioni  doveva  poi  dare  occasione  l'anacreontea  in 
discorso:  qui  basti  ricordare  quella  di  Gaspare  Murtola  che  nel 
1601  pubblicando  le  sue  Rime,  colla  stessa  libertà  già  usata  dal 


412  S.   FERRARI 

Tasso,  ma  di  suoi  secentisti  arabeschi   fiorettandola,  riprendeva 
Tanacreontea :  cosi  nella  prima  strofa: 

In  questo  bel  cristallo 
spiega  Topre  tue  e  l'arte, 
saggio  fabro  de' fini  e  bei  colori; 
col  minio  e  col  corallo 
discopri  a  parte  a  parte 
mille  tue  varie  tempre  e  mille  ardori; 
siano  gli  argenti  e  gli  ori 
al  bel  lucido  seno 
chiare  pompe  amorose, 
vaghezze  preziose: 

qui  adopra  il  tuo  pennel,  qui  un  bel  sereno 
ormai  per  te  risplenda, 
e  ciò  che  a  te  paleso  arda  e  s'accenda. 

Le  strofe  VII  e  Vili  mostrano  meglio  il  Secentista: 

E  perché  ancor  non  creda 

che  sol  con  puri  e  schietti 

liquori  tempre  l'ardor  mio  vivace, 

si  discopra  e  si  veda 

Iri  che  in  sé  perfetti 

nembi  d'acqua  ritegna,e  la  mia  face 

renda  anco  essa  fugace; 

e  se  ancor  più  vaghezze 

brami,  confondi  e  mesci 

stelle  insieme,  aurei  pesci. 

Il  cielo  io  qui  vedrò,  qui  le  ricchezze 

de  l'ocean  profonde 

tra  vaghi  frutti  ognor  tra  vaghe  sponde. 
0  che  mar  dolce!  o  quale 

vaghezza  aver  per  nave 

due  labbra,  e  per  antenna  un'amorosa 

lingua,  cui  preste  l'ale 

il  core!  o  che  soave 

ondeggiar,  s'ha  per  scorta  luminosa 

chiara  stella  spumosa! 

Quivi  languir  più  tosto 


LE  ANACREONTEE   IN  ITALIA  413 

credo  bramassi,  o  fido 

Leandro;  quivi  il  lido, 

Ariadna,  mirar;  quivi  al  sol  posto 

cadere,  Icaro;  e  conte 

far  le  tue  faci  in  questo  mar,  Fetonte. 

Per  ritornare  al  Tasso,  e  per  starmi  pago  delle  imitazioni  di 
maggior  conto,  riporterò  altri  quattro  sonetti  cogli  argomenti  e 
colle  annotazioni,  sicuro  che  al  lettore  non  dispiacerà  di  rileggerli 
meco,  tanto  sono  eleganti  e  al  caso. 

1)  Loda  il  'pittore  che  ritrasse  la  signora  Marftsa  d'Este. 
[Il  pittore  era  Giulio  Nuti;  quattro  altri  sonetti  avevano  presa 
ispirazione  dal  medesimo  ritratto.  —  Pubblicati  la  prima  volta  in 
Firenze  nel  1582  «  sopra  un  ritratto  dell'Ili"^*  et  EccelP*  Signora 
«  D.  Marfisa  d'Este  Cibo  Marchesa  di  Massa  ecc.  »]  : 

Dipinto  avevi  l'or  de'  biondi  crini, 

e  de  le  guance  le  vermiglie  rose, 

e  quella  bocca,  in  cui  Natura  pose, 

quasi  caro  tesor,  perle  e  rubini. 
E  '1  bianco  petto,  e  i  suoi  dolci  confini, 

e  mille  vaghe  altere  e  nuove  cose 

in  prima  non  vedute,  or  non  ascose, 

e  volevi  ritrar  gli  occhi  divini. 
Ma  dicesti  fra  te  —  La  terra  e  '1  mare 

non  ha  color,  ch'esprima  il  puro  lume, 

né  '1  temprerfa,  se  rinascesse,  Apelle. 
Pur,  chi  formar  li  vuol,  poggi  a  le  stelle, 

che  santo  Amor  gli  presterà  le  piume, 

e  furi  al  Ciel  le  fiamme  sue  più  chiare. 

Il  poeta,  dopo  aver  confessato  di  essersi  ricordato  del  Petrarca 
Ma  certo  il  mio  Simon  fu  in  Paradiso  ecc. ,  termina  «  Ma  il 
<  Petrarca  medesimo  imitò  Anacreonte,  ne  la  scultura  di  Venere 
«  nel  Desco,  il  qual  disse  [M.  LI]  : 

fipa  Ti<;  luirepGe  Xeuxàv 
àiraXàv  xàpal^  KuTrpiv 
vóo<;,  éc;  Geoùc;  àepGeU 
ILiaKÓpujv  (piicrio<;  ópx^v... 

Giornale  storico^  XX,  fase.  60.  27 


414  S.  FERRARI 

[Dunqite  alcuno  scolpi  la  bianca  morbida  Cipride  principio 
della  stirpe  de'  beati:  alcuno  oso  di  innalzarsi  fra  gli  Dei ...]. 
Ma  il  Tasso  adorna  questo  concetto  col  principio  del  fuoco  in- 
volato da  Prometeo  ». 

2)  Dichiara  con  la  similitudine  del  fuoco  e  del  fonte  come 
da  un  Amore  nascessero  m^lti  Amx)ri.  [Stampato  esso  pure 
in  Mantova  nel  1592 —  il  Solerti  lo  crede  composto  probabilmente 
fra  il  '63  e  il  '64]  : 

Voi,  che  pur  numerate  i  nostri  amori, 

e  per  saldar  la  mia  ragione  antica, 

qual  mi  fosse  benigna,  e  qual  nemica, 

e  le  mie  vecchie  colpe,  e  i  novi  errori: 
non  ha  tanti  l'aprile  erbette  e  fiori, 

né  questo  lido  e  questa  piaggia  aprica 

ha  tante  arene,  ove  più  '1  mar  s'implica, 

né  tanti  bella  notte  almi  splendori; 
quante  per  le  mie  pene  in  breve  gioco, 

e  quante  le  mie  fiamme,  e  '1  cor  nudrille 

pur  come  faci  d'un  medesmo  foco: 
e  sparse  un  fonte  sol  le  dolci  stille, 

ma  non  spense  l'arsura  o  tempo  o  loco, 

d'Amor  nascendo  Amori  a  mille  a  mille. 

Nelle  Annotazioni  avverte  «  Nei  due  primi  quaternari  imita 
«  Anacreonte.  I  versi  di  A.  son  questi  [M.XXXII]  : 

€1  q)iiXXa  iràvra  òébpujv 
èrrioTaaai  Kaxenrelv. 
€1  i^iiaGOùbec;  €Ùp€W 
TÒ  xf\c,  t\r\c,  eaXàaan<; 

aè  tOÙV  èflOÙV  £plI)TUIV 

ILióvov  ttoOj  Xoyiot/|v. 

^{Se  le  foglie  tutte  degli  alberi  Puoi  numerare ,  Se  le  arene 
<  trovare  Di  tutto  l'oceano,  Te  de' miei  amxyri  Te  solo  fo  com- 
<f^putista\.  Ma  ne* terzetti  lascia  l'imitazione,  e  va  poetando  di 
«  propria  invenzione,  e  con  vagbe  comparazioni,  che  possono 
«  esprimere  il  suo  concetto  ». 


LE  ANACREONTEE   IN   ITALIA  415 

3)  Assomiglia  il  suo  amore  ojcceso  ne  gli  occhi  de  la  sua 

donna  al  fuoco  che  s"  accende  ne  lo  specchio.  [Edito  la  prima 

volta  fra  le  sue  Rime  e  Prose,  Parie  III,  Venezia,  Giulio  Va- 

salini,  1583]: 

Qual  da  cristallo  lampeggiar  si  vede 

raggio»  ch'accender  suole  esca  repente, 

tal  de'  begli  occhi  vostri  il  lume  ardente 

ch'a  me  da  voi  risplenda,  a  voi  se  'n  riede. 
Specchio  son  io,  di  beltà  no,  di  fede, 

puro  ed  informe  e  sol  a  voi  presente, 

fatto  sono  da  voi  bello  e  lucente, 

de  la  vostra  beltà  che  mia  si  crede. 
E  se  non  ch'assai  spesso  il  duol  la  fronte 

mi  turba,  e  turba  in  me  la  vostra  imago, 

n'arderian  fiamme  più  vivaci  e  pronte. 
Ma  qualunque  io  mi  sia,  torbido  o  vago, 

son  vostro  specchio,  e  lacrimosa  fonte. 

Oh  miracol  d'Amor,  possente  mago. 

con  r  Esposizione  «  Assomiglia  sé  stesso  a  la  fonte,  come  prima 
«  aveva  fatto  a  lo  specchio,  anzi  più  tosto  dice  d'esser  già  tras- 
«  formato  in  ispecchio  et  in  fonte,  imitando  in  ciò  Anacreonte, 
«  il  quale  tra  le  molte  tramutazioni  ch'egli  desidera  di  fare, 
«  numera  queste  due:  ma  l'affetto  del  poeta  è  maggiore,  perché 
«afferma  d'essersi  tramutato  in  quelle  forme,  ne  le  quali  Ana- 
«  Creonte   desidera   di   trasformarsi  :  i  versi  d'Anacreonte   sono 

<  questi  |M.  XX:  'H  TavidXou  ttot  IcTiri  =  La  Tantalide  stette']: 

5  ètdj  b'ÉcJOTTTpov  eiTìv, 
ÒTTUjq  del  pXéTrr]c;  |ii€* 

bfÙì   XlTlbv   T€VOl|Ll€V, 

Sttiu^  del  cpopfl^  |li€... 

<  [Io  specchio  mi  farei  Perchè  sempre  guardassi  me.  Io  veste 

<  diverrei  affinchè  sempre  mi  portassi]  ». 

4)  Paragona  Amore  a  la  Rondinella  mostrando  come 
faccia  nido  nel  suo  cuore.  [Stampato  la  prima  volta  nella  prima 
parte  delle  Rim£,  Mantova,  Osanna,  1592]: 


416  S.  FERRARI 

Tu  parti,  0  rondinella,  e  poi  ritorni 
pur  d'anno  in  anno,  e  fai  la  state  il  nido: 
e  più  tepido  verno  in  altro  lido 
cerchi  su  '1  Nilo,  e  'n  Menfi  altri  soggiorni. 

Ma  per  algenti,  o  per  estivi  giorni, 
io  sempre  nel  mio  petto  Amore  annido, 
quasi  egli  a  sdegno  prenda  in  Pafo  e  *n  Onido 
gli  altari  e  i  tempi  di  sua  madre  adomi: 

e  qui  si  cova,  e  quasi  augel  s'impenna: 
e,  rotta  molle  scorza,  uscendo  fuori, 
produce  i  vaghi  e  pargoletti  Amori. 

E  non  gli  può  contar  lingua  né  penna, 
tanta  è  la  turba:  e  tutti  un  cuor  sostiene, 
nido  infelice  d'amorose  pene. 

A  questo  sonetto  pure  il  Tasso  annotò:  «  Imita  Anacreonte  in 

<  que'versi  dov'egli  parla  similmente  alla  rondinella  fM.  XXXIIIJ: 

èxrioiri  ^oXoOaa, 

e^p€l  irXCKCK  KttXlflV, 

Xeiinùivi  ò*  eie;  fiqpavxoc; 
f\  NetXov  fi  'iti  MéMqpiv 

€  [Tu,  amata  rondine,  Ogni  anno  tornando  Tessi  il  nido  d*e- 
€  state  In  inverno  ripari  Sul  Nilo  o  a  Menfi]  ». 

Studiando  le  imitazioni  fatte  dal  Tasso,  abbiam  visto  come  volen- 
tieri egli  faccia  rifiorire  quella  mossa  anacreontica  con  che  s'invita 
il  pittore  a  dipingere  le  bellezze  dell'amata,  o  con  lui  si  parla,  e 
abbiam  visto  come  egli  sappia  modificarla  opportunamente.  Quella 
mossa  doveva  poi  diventare  uno  dei  luoghi  comuni  nella  parte 
decorativa  della  lirica  del  Secento,  e  doveva  rifrangersi  per  entro 
ai  yetruzzi  colorati  ove  quei  poeti  atteggiavano  le  loro  immagini 
in  mille  modi.  Intanto  un  contemporaneo  del  Tasso,  prima  ancóra 
che  questi  stampasse  i  suoi  componimenti,  rifaceva  con  altra  inten- 
zione tutta  l'anacreontea  al  pittore  per  ramata  [in  M.  la  XXVIII], 
la  quale  cosi  a  noi  sonava  «Or  su,  pittore  eccellente,  maestra 

<  dell'arte  rodiana ,  dipingimi  come  io  ti  descrivo  la  mia  amica 


LE  ANACREONTEE   IN  ITALIA  417 

■<  lontana.  In  prima,  le  chiome  morbide  e  nere  e,  se  la  cera  lo 
«  permette,  olezzanti.  Dalla  radice  delle  guance  sotto  ai  capelli 
«lucenti  [purpm^ei]  pingi  una  fronte  d'avorio.  Lo  spazio  fra 
«ciglio  e  ciglio  né  spezzare  né  unire,  ma  sia  nella  pittura, 
«come  è  veramente  in  lei,  insensibilmente  congiunto.  L'occhio 
«  poi  sia  fatto  col  fuoco  stesso;  glauco  come  quello  d*Atena,  lan- 
«  guido  come  quello  di  Afrodite.  Pingi  il  naso  e  le  gote  tritando 
«  rose  con  latte.  Il  labro,  simile  a  quello  della  Persuasione,  pro- 
^  vochi  i  baci.  Sotto  il  delicato  mento  e  in  giro  per  l'alabastrino 
«  collo  volino  le  Grazie  tutte.  Sul  restante  del  corpo  gittale  pur- 
«  purei  pepli,  ma  traluca  un  tal  poco  delle  carni  per  saggio. 
«  Fermati  :  io  già  la  vedo.  Forse,  o  cera,  ancóra  parlerai  ».  II 
poeta  che  la  riprendeva  era  Giuliano  Goselini.  Nella  Dichiara^ 
tione  di  alcuni  componimenti,  che  pubblicò  a  Milano  nel 
MDLXXIII  —  la  prima  stampa  della  poesia  non  ho  trovata 
—  veggo  una  canzone,  sul  metro  di  Chiare  fresche  e  dolci 
acqiie,  che  per  T  appunto  ricanta  T  anacreontea  in  discorso  ; 
se  non  che  dalle  bellezze  naturali  della  donna  trae  argomento 
per  lodarne  le  morali,  che  quelle  sono  segno  di  queste,  come 
mostra  nella  Dichiarazione  ivi  aggiunta:  «  Al  Dipintore,  che 
«  s'apparecchia  di  ritrar  la  sua  donna,  ragiona  l'autore  in  questa 
<  canzone,  e  gli  dice,  Anacreonte  imitando,  tutto  quello  che  per 
«  doverla  fedelmente  ritrarre,  egli  deve  osservare.  E  perché  co- 
«  loro  che  di  simil  soggetti  composero ,  hanno  per  lo  più  tócco 
«  le  parti  del  corpo,  e  poco  o  nulla  quelle  de  l'animo,  e  l'autore, 
«all'incontro,  è  tutto  vòlto  a  laudar  queste  come  primiere,  e 
«  da  gli  effetti  che  fa  in  lui  la  bellezza  esterna,  vuol  dimostrare 
«  la  interna  bellezza,  allontanandosi  da  l'uso  comune  ecc.  ».  Per 
saggio,  bastino  le  due  prime  strofe: 

Saggio  pittor,  se  vuoi, 
se  pur  tanto  alto  aspiri, 
ridolo  mio  ritrarre  a  parte  a  parte; 
entro  a'  begli  occhi  suoi 
accendi  i  tuoi  desiri, 
ch'ivi  t'insegna  Amor  la  tempra  e  l'arte; 


418  S.  FERRARI 

ìndi  lascia  in  disparte 
ciò  che  vedesti  mai, 
perché  la  rimembranza 
di  qualche  altra  sembianza 
non  ti  faccia  mirar  più  basso  assai: 
ch'a  questa  nova  dea 
nova  forma  conviensi  e  nova  idea. 
Le  chiome  d'or  lucente, 
d'alabastro  la  fronte, 
di  zaffir  gli  occhi,  e  gli  altri  pregi  tali, 
son  come  faci  spente 
poste  con  l'altre  conte 
bellezze  sue;  son  doti  umane  e  frali; 
son  opere  mortali: 
che  sotto  a  l'uman  velo 
altra  beltà  risplende; 
e  non  ben  si  comprende 
da  chi  non  s'alza  contemplando  al  Cielo. 
Al  Ciel,  che  raro  dona 
quei  raggi,  ond'  ella  sola  oggi  ha  corona . . . 

E  per  ristringermi  a  pochissimi  esempi ,  ecco  come  questi  con- 
cetti faceva  rifiorire  a  suo  modo  in  un  madrigale  Alberto  Parma, 
nelle  aggiunte  alle  Rime  Piacevoli  del  Caporali  ecc.  [Venezia, 

1587]: 

Opra,  saggio  Pittore, 

nel  ritrar  la  mia  donna  a  parte  a  parte, 

più  di  pietà  che  d*arte. 

Tempra  pur  col  disegno 

mentitor,  ma  ministro  a  me  di  pace, 

del  bel  volto  lo  sdegno 

che  men  bello  lo  face; 

che  se  '1  fingi  men  fello, 

lo  fingerai  più  bello. 

Ma  rifacimenti  veri  e  propri  con  maggiore  o  minore  originalità 
puoi  trovare  in  Vincenzio  Gatteschi,  fiorito  al  principio  del  se- 
colo XVII,  nella  canzonetta  ove 

Invita  Santi  di  Tito  a  ritrarre  Lidia,  e  glie  la  descrive: 


LE  ANACREONTEE   IN  ITALIA  419 

'  Prendi,  Santi,  il  pennel  d'oro; 
e  nell'altra  del  Monti: 

Lo  san  Febo  e  le  Dive; 
e,  in  fine,  nelle  due  di  Gabriele  Rossetti: 

1)  Siedi,  i  pennelli  appresta 

2)  Deh,  tu  perdona,  Amore. 

In  quanto  al  Goselini,  prima  di  lasciarlo,  avverto  ancóra  che 
nelle  Rime  [ho  davanti  la  3'  ediz.  ampliata,  Milano,  MDLXXIV] 
derivava  poi  la  anacreontea  [M.  XIV:  SéXw  eéXuj  cpiXfjcrai  = 
Voglio  voglio  amare]: 

Mentre,  perch'io  pur  v'ami,  Amor  mi  tenta, 

e  con  dolci  lusinghe,  e  dolci  sguardi 

mi  dice  —  Or  se  per  questa  omai  non  ardi 

ben  hai  di  gloria  ogni  favilla  spenta;  — 
io  pur  di  ghiaccio  m'armo;  ond'ei  m'avventa 

d'un  in  un  tutti  i  suoi  dorati  dardi. 

r  fuggo,  ei  segue;  e  son  suoi  colpi  tardi 

si  che  'ndarno  mi  tira  e  mi  spaventa. 
Irato  al  fin,  poi  che  non  ebbe  altr'arme, 

vibrò  sé  stesso;  e  qual  saetta  ardente 

mi  colse — ahi  lasso!  —  ove  mi  stempra  e  'ncende. 
Cosi  vinto  conven  ch'or  mi  disarme; 

che  stolto  è  ben  chi  fuor  s'arma  e  difende, 

se  già  ne  l'alma  il  suo  nemico  è  tardo. 

Ritorniamo  al  fidenziano  Ercole  Fortezza.  Ristampandosi  nel 
1586  i  suoi  cantici  pedanteschi,  attorno  a  quella  canzone  ad  Eri- 
letto, si  trovano  raggruppati  alcuni  altri  madrigali,  ma  non  in 
pedantesco,  tino  è  l'anacreontea  Mr|  )li€  q)iJTi;ì?,  ópuJcra  =  Non  mi 
fuggire,  vedendo  [M.  XXXI Vj: 

Perché  l'ottavo  lustro  il  capo  e  '1  mento, 
spezi'osa  Licori, 
a  me  sparga  d'argento, 
Ebe  propizia  a  te  le  chiomi  indori; 
non  sprezzar  miei  amori  : 
mira  tra  i  fior  vermigli 
come  s'implican  ben  candidi  gigli. 


420  S.  FERRARI 

Questo  motivo,  già  più  volte  ripreso  da  Anacreonte  medesimo 
e  variato  di  poi  le  mille  volte  nel  Secento,  e  già  gradito  al  Tasso 
nel  son.  Donna  se  ben  le  chiome  ho  già  ripiene,  ci  riporta  a 
Filippo  Alberti,  del  quale  abbiam  già  visto  il  ritratto  di  Ana- 
creonte. Perugino,  ed  accademico  insensato,  prima  ancóra  di  rac- 
cogliere le  sue  poesie  [di  cui  conosco  una  stampa  del  1603  presso 
Giovanbattista  Ciotti,  senese,  con  lett.  dedicatoria  del  1600],  ne 
faceva  pubblicare  un  gruppetto  in  quell'aggiunta  alle  Rime  pia- 
cevoli del  Caporali,  le  quali  abbiam  visto  più  sopra.  Quando  il 
gruppetto  apparisse  la  prima  volta  non  so:  la  mia  stampa  è  del 
1587,  ma  è  dichiarata  come  «  quarta  impressione  ». 

Nell'Alberti  l'imitazione  d'Anacreonte  rasenta,  come  in  altri, 
ora  più  ora  meno  la  traduzione  :  da  notarsi  è  che  egli  si  vale  di 
nuovi  metri ,  lasciando  il  sonetto  e  la  canzone  petrarchesca.  In 
prima  ci  presenta  1'  amante  canuto  che  abbiam  visto  già  fatto 
madrigale  nel  Fortezza: 

Non  mi  fuggir,  ben  mio, 

perché  m'imbianchi  il  pelo  orrido  verno; 

non  mi  fuggir,  per  dio, 

non  m'aver,  Glori,  a  scherno, 

perché  nel  viso  tuo  dolce  e  gentile 

pinga  le  rose  aprile. 

Non  vedi,  oimè,  come  il  color  vermiglio 

col  bianco  si  conface,  e  come  al  giglio 

la  rosa  amorosetta 

s'annoda  e  stringe  in  vaga  ghirlandetta? 

Uniàn  dunque  le  rose  e  i  gigli  insieme, 

dolce  del  mio  cor  speme. 

Al  madrigale  l'Alberti  faceva  seguire  l'ode,  rifacendo  nel  metro 
dell'epodo  —  che  già  con  altro  ordine  di  rime  era  piaciuto  al  Tris- 
sino  traducendo  nella  Poetica  un'ode  di  Orazio  —  l'anacreontea 
alla  rondinella,  essa  pure  già  gradita  al  Tasso: 
Per  ch'io  pianga  al  tuo  canto 
rondinella  importuna,  inan/.i  '1  die, 
da  le  dolcezze  mie 
tu  pur  cantando  mi  richiami  al  pianto. 


LE  ANAGREONTEE  IN  ITALIA  421 

0  come  invida  sei! 

invida  si  ch'ai  mio  bel  sole  in  seno 

or  sarei  leto  a  pieno 

e  vedrei  giunti  a  riva  i  desir  miei. 
M'hai  pur,  ladra,  rapito 

la  donna  mia  tra  queste  braccia  stretta: 

ah  ladra  rondinetta, 

m'hai  pur  d'ogni  mio  bene  impoverita  ! 
È  questa  la  mercede 

del  caro  albergo  ove  sicura  puoi 

gli  amati  figli  tuoi 

nodrir,  ospite  ingrata  e  senza  fede? 
Poss'io  morir  penando 

se  non  ti  tronco  l'empia  lingua  e  fera; 

garruletta  straniera, 

se  non  ti  pongo  da'  tuoi  nidi  in  bando. 
Ma  che?  dal  sonno  oppresso 

invan  teco  mi  doglio;  ebro  vaneggio; 

già  me  ne  pento,  e  veggio 

che  son,  misero  me!  fuor  di  me  stesso. 
Con  chi,  con  chi  m'adiro? 

teco  cui  forse  è  la  mia  gioia  ascosa, 

mentre  cara  e  pietosa 

credi  allentar  col  canto  il  mio  martire? 
Tu,  noia  dolce  amara 

lasso!  mi  dai:  tal  la  mi  desse  Amore: 

forse  col  mio  dolore 

tregua  farei  talor  bramata  e  cara. 
Che  per  timor  del  verno 

or  vieni,  or  vai,  cangiando  cielo  e  nido: 

ma  questo  crudo  infido 

s'è  fatto  nel  mio  core  un  nido  eterno. 
Mille  e  mille  Amoretti, 

questi  da  quei  nascendo,  uniti  insieme 

stansi,  e  l'un  l'altro  preme 

com'api  ne'  lor  dolci  almi  ricetti. 
Anzi  i  favi  api  tante 

non  han  quant'io  nel  seno  Amori  accolgo; 

fatto  è  d'Amori  un  volgo, 

ma  non  son  io  però  volgare  amante. 


422  S.  FERRARI 

Altri  è  nel  guscio  involto, 

altri  già  spiega  per  volar  le  piume, 

altri,  che  noa  presume, 

si  sta  su  i  vanni  timidetto  e  stolto. 
Tanto  il  numero  cresce, 

che  '1  numer  scemo  se  contarli  io  tento. 

0  che  susurro  sento! 

0  che  bisbiglio  si  confonde  e  mesce! 
"Vie  di  te  più  loquace, 

peregrinetta  mia,  son  fatto  omai, 

né  t'ho  detto  i  miei  guai; 

ecco  ch'io  taccio:  su,  rimanti  in  pace. 

Il  Secento  poi,  al  solito,  ne  convertiva  l'invocazione  in  ma- 
drigali. Eccone  uno  del  Murtola: 

0  vaga  rondinella, 
quanto  quanto  desio 
co  '1  tuo  stato  cangiar  lo  stato  mio! 
Tu  garruletta  e  bella 
voli  scherzi  e  t'aggiri; 
io  sol  pianti  e  sospiri 
mando:  tu  aprile  eterno 
hai  sempre,  io  sempre  verno. 

E  questa  anacreontea  e  l'altra  alla  cicala  dovevano  poi  dare 
la  spinta  ai  rimatori  del  secolo  decimosettimo  per  tutte  le  invo- 
cazioni e  i  raffronti  coi  quali  misero  a  bottino  tutto  il  campo 
della  zoologia,  persuasi  che  la  poesia  se  ne  avvantaggiasse. 


Ed  ora  che  ho  dato  conto,  cogli  esempi  del  Fortezza  del  To- 
lomei  del  Guidi  del  Tasso  del  Goselini  e  dell'  Alberti ,  di  quelle 
imitazioni  e  rifioriture  italiane  delle  anacreontee  nella  seconda 
metà  del  Cinquecento  che  a  me  sono  note,  prima  di  far  punto 
avverto  che  se  mi  son  lasciato  andare  a  qualche  scorreria  nel 
Secento,  ciò  ho  fatto  quasi  per  necessità;  non  essendo  mia 
intenzione   di   entrare  in  quel   campo,   poiché   prima   bisogne- 


LE  ANAGREONTEE  IN  ITALIA  423 

rebbe  fare  lungo  discorso  sull'imitazione  di  Anacreonte  in  Ga- 
briello Ghiabrera,  la  quale,  per  una  parte,  si  manifesta  in 
quelle  rime  che  sotto  il  nome  di  Scherzi  pubblicò  in  Genova 
per  il  Pavoni  nel  1599.  Si  dovrebbe  anzi,  qualora  si  volesse  pre- 
star fede  alle  parole  del  suo  amico  Ambrosio  Salinero,  colle 
quali  egli  accompagnò  quella  stampa,  dire  il  Ghiabrera  il  primo 
imitatore  di  Anacreonte: 

Questi  da  Tebe  per  novel  sentiero 
portò  primier  sull'Arno  eccelsi  allori; 
ora  porta  da  Teo  teneri  amori 
su  le  rive  dell'Arno  anco  il  primiero. 

Né  in  vero,  non  ostante  ciò  che  siam  venuti  osservando,  ciò  sa- 
rebbe da  rigettarsi  senza  maturo  esame  ;  ma  prima  occorrerebbe 
intendersi.  Se  dicendo  che  il  Ghiabrera  imitò  per  il  primo 
Anacreonte  si  intenda  soltanto  dire  che  egli  per  il  primo  lar- 
gamente e  di  proposito  volle,  seguendo  il  greco,  esprimere  i 
suoi  concetti  amorosi  o  graziosi  e  il  suo  culto  per  il  vino,  con 
locuzione  facile ,  con  modi  briosi ,  con  immagini  di  piccolo  di- 
segno e  gentile  nei  metri  brevi ,  ciò ,  a  mio  credere,  sarebbe 
ben  giusto:  ma  tal  genere  d'imitazione  è  ben  differente  da 
quella  che  ha  fornito  materia  al  mio  discorso,  e  che  si  è  vista. 
Il  Ghiabrera  ben  di  rado  ha  un'immagine,  ha  una  mossa  di  Ana- 
creonte ,  né  lo  rifa  poi  mai  :  egli  sente  Anacreonte  attraverso 
allo  spirito  francese,  ed  alla  Francia  deve  inoltre  l'impulso  dei 
nuovi  metri,  benché  ciò  egli  non  confessi  mai  apertamente:  egli 
sa  mantenersi  originale,  e  più  rispetto  al  greco  che  ai  francesi. 
Se  non  che  avendo  còlte  alcune  delle  caratteristiche  più  spe- 
ciose che  si  ravvisarono  in  Anacreonte,  accadde  poi  che  gli  ita- 
liani chiamarono  anacreontiche,  non  le  poesie  fatte  ad  imitazione 
del  greco  poeta,  ma  quelle  che  seguirono  i  modi  con  che  il 
Ghiabrera  aveva  creduto  nelle  sue  odicine  amorose  e  leggiere 
di  rifare  Anacreonte:  onde  che  il  padre  Ireneo  Affò  nel  prege- 
vole Dizionario  precettivo  credè  di  poter  ammonire  :  «  Tre  cose 
«  vi  si  richieggono  pel  comporre  anacreontico,  ciò  è  versi  brevi. 


424  S.  FERRARI 

«come  sono  i  quinari,  senari  ed  altri;  uno  stile  tutto  grazia, 
«  dolcezza  e  brio,  che  imiti  la  greca  semplicità;  ed  argomenti 
«  piacevoli  e  teneri,  non  parendo  questa  poesia  atta  a  cose  gravi, 
€  torbide  ed  aspre  >.  Ma  con  tali  modi  non  si  compongono  pro- 
priamente odi  sul  genere  del  vero  Anacreonte,  e  soltanto  in 
parte  sul  genere  delle  anacreontee;  si  bene  delle  odicine,  che 
sarebbe  meglio  chiamare  chiabreresche,  perché  fatte  nell'uso  e 
nel  gusto  del  Ghiabrera. 

Severino  Ferrari. 


COMUNICAZIONI  ED  APPUNTI 


GIUSEPPE  CHIARINI.  —  Gli  amori  di  Ugo  Foscolo  nelle  sue 
lettere.  Ricerche  e  studi.  —  Bologna,  Zanichelli,  1892.  — 
Due  volumi.  I,  Studio  storico  critico  (8°,  pp.  xi-638);  II,  Lei- 
tare  (pp.  561). 

Nel  proemio  all'opera  sua  il  Chiarini  dice  che  il  suo  discorso  non  è  una 
semplice  narrazione  storica,  ma  un  discorso  in  gran  parte  critico,  ed  anche- 
polemico.  Dovendo  esporre  opinioni  sue,  contrarie  talora  a  quelle  degli  scrit* 
tori  che  lo  hanno  preceduto,  era  naturale,  aggiunge  egli,  che  le  sostenesse 
con  tutti  gli  argomenti  che  gli  si  porgevano  acconci  (1,  ix-x).  Se  non  che 
il  Chiarini,  dimenticando  che  «  una  delle  doti  più  necessarie  al  critico  »  è 
«  la  serenità  »  (I,  540),  sostenne  le  sue  opinioni  con  argomenti  acconci  e 
con  non  acconci;  persino  con  le  ingiurie.  Le  ragioni  degli  altri  il  più  delle 
volte  non  sono  ragioni,  taluno  anzi  de'  suoi  contraditori  è  incapace  d'inten- 
dere ragione  (cfr.  I,  546).  Che  se  talvolta  è  pur  costretto  a  riconoscere  il  suo 
errore,  o  si  perde  in  chiacchiere  per  avere  le  attenuanti;  o  aggiunge  cavilli 
a  cavilli  per  offuscare  il  vero.  Inoltre,  mentre  professa  di  scrivere  la  storia 
degli  amori  del  Foscolo,  quale  gli  risulta  dai  documenti  che  riusci  a  racco- 
gliere (I,  54),  si  lasciò  andare  alle  più  strane  congetture;  e  un  intero  capi- 
tolo è  «  in  gran  parte  (io  direi  tutto)  congetturale  »  (I,  540).  Non  è  dunque 
da  maravigliarsi  se  il  capitolo  primo,  il  secondo  e  il  quinto,  in  cui  si  trat- 
tano ardue  questioni,  perchè  non  abbondano  i  documenti  de'  quali  alcuni  non 
sono  di  facile  applicazione,  e  perchè  il  Chiarini  ebbe  de'  contraditori,  sieno- 
i  più  difettosi  dell'opera:  anche  il  sesto,  benché  sia  stato  riscritto,  non  è 
senza  gravi  mende. 

Il  capitolo  primo,  intitolato  Laura,  fu  pubblicato  «  con  poche  modifica- 
<  zioni  di  forma,  nella  Nuova  Antologia  del  16  agosto  1890  »  (I,  539);  e  al 
Chiarini  risposi  io  con  l'opuscolo  La  Laura  di  Niccolò  Ugo  Foscolo  (To- 
rino, Roux  e  C,  1891).  Il  Chiarini  legge  sempre  i  miei  «  libri  noiosi  »  (1, 552), 
noiosissimi  anzi  a  lui,  perchè  «  il  leggere  i  libri  altrui  è  cosa  quasi  sempre 
«  noiosa  •»  (Rivista  critica  della  lett.  ital.,  VII,  5, 131),  e  perchè  i  miei  libri 
mettono  spesso  in  mostra  i  suoi  errori.  Adunque  il  Chiarini  lesse  «  attenta- 
ci mente,  non  senza  un  po'  di  fatica,  le  cinquantaquattro  pagine  dell'opuscolo 


426  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

€  del  Martinetti le  rilesse  due  volte  »  ;  ma  dalla  triplice  lettura  ei  non 

ritrasse  nessun  profitto  per  il  suo  capitolo  su  Laura  :  questa  volta  «  la  mano 
€  dell'egregio  critico  era  stata  poco  felice;  la  ciambella  non  era  riuscita  col 
«  buco  »  (1,  540). 

Se  non  che  «  le  chiacchiere  —  come  c'insegna  lo  stesso  Chiarini  —  non 
€  fanno  farina  »  (I,  55).  Dal  passo  di  lettera  all'Olivi,  nella  quale  Laura  è 
nominata,  sappiamo  che  ella  era  per  Ugo  un  adorabile  oggetto,  come  sua 
madre,  come  il  Cesarotti,  e  che  per  la  sua  amica  egli  aveva  scritto  dei  canti; 
non  altro:  non  possiamo,  cioè,  argomentare  se  la  fosse  donna  o  giovinetta, 
né  se  Laura  sia  un  nome  poetico  col  quale  battezzasse  e  sotto  il  quale  na- 
scondesse l'amor  suo  per  un'altra  donna.  Che  fosse  giovinetta,  è  parso  a  me, 
e,  per  quel  che  dice  il  De  Winckels  (  Vita  di  U.  F.,  I,  15),  anche  al  Bian- 
chini  ;  tuttavia  io  non  ho  aflfermato  in  modo  assoluto  che  non  potesse  essere 
maritata.  Ma  quanto  al  nome,  è  tanto  il  candore  della  lettera,  che  a  chiunque 
legge  senza  pregiudizi  non  pare  si  possa  sospettare  che  l'amica  del  Foscolo 
non  si  chiamasse  veramente  Laura.  Non  lo  sospettò  il  Carrer,  non  il  Me- 
stica ;  fu  primo  il  De  Winckels  a  supporre  che  con  questo  nome  il  Foscolo 
velasse  Isabella  Albrizzi.    Da  prima  l'opinione  del  De  Winckels  parve  al 

Chiarini   «  un'opinione  sballata,  un'opinione  che  dovesse aver  pochi  se- 

«  guaci  »  (1,  13);  ma  poi  mutò  parere,  perchè  v<  dal  luglio  17S6  al  no- 
«  vembre  179(5 ,  quando  l'Isabella  era  apparentemente  libera  di  sé ,  cade 
«  l'amore  del  Foscolo  per  Laura  »  —  «  appunto  in  quel  medesimo  periodo 

«  di  tempo  cade l'amore  di  esso  Ugo  per  la  Isabella  »  —  e  perchè  non 

si  conosce  «  altro  nome  e  cognome  di  donna  amata  dal  Foscolo  in  quel 
«  tempo  »  alla  quale  «  meglio  che  ad  Isabella  Teotochi  si  adatti  tutto  ciò 
«  che  il  poeta  dice  di  Laura  »  (I,  17). 

E  indubitabile  che  dal  luglio,  anzi  prima  del  luglio,  del  '95  al  novembre 
1796  cade  l'amore  per  Laura;  ma  il  Chiarini  non  può  provare  che  in  quel 
medesimo  periodo  di  tempo  il  Foscolo  amasse  l'Isabella  e  fosse  da  lei  cor- 
risposto :  si  può  in  vece  provare  il  contrario;  e  fatto  questo,  il  «  fragile  edi- 
«  fizio  »  del  Chiarini  è  rovesciato.  In  fatti,  nella  primavera  del  1806,  quando 
il  Foscolo  era  in  permesso  a  Venezia  e  frequentava  l'Isabella,  lagnandosi 
questa  della  freddezza  e  delle  distrazioni  di  lui,  ei  le  rispondeva:  «  se  tu 
€  m'ami  davvero,  quand'io  ti  vedo  circondata  dal  mondo,  tremo  per  te  e 
«  per  la  tua  fama:  e  se  l'amore  è  ancora  perplesso  e  bambino,  le  dissipa- 
€  zioni  deWingegno  e  della  civetteria  usurpano  il  primo  seggio  e  ne  cac- 
«  ciano  il  cuore  »  (11,  120).  Ora,  se  nel  '95  e  '96  il  Foscolo  amò  l'Isabella 
e  questa  amò  lui,  dieci  anni  dopo,  alle  lagnanze  di  lei  su  la  sua  freddezza 
avrebbe  subito  capito  che  la  lontananza  non  aveva  spento  la  passione  nel 
cuore  dell'Isabella  e  che  al  suo  ritorno  s'era  fatta  più  ardente,  e  non  avrebbe 
potuto  fare  dilemmi  su  amore  vero  ed  amore  perplesso  e  bambino. 

Che  il  Foscolo  amò  V  Isabella  da  giovinetto  <  appare  —  dice  il  Chiarini 
€  —  più  che  abbastanza  chiaro  da  due  fra  le  lettere  all' Albrizzi  »  (I,  18), 
ripubblicate  da  lui  a  pp.  106-107  del  II  volume.  Se  non  che  il  Chiarini  non 
interpretò  bene  le  lettere  (cfr.  La  Laura  di  N.  U.  F.,  pp.  30-35).  Egli  in- 
siste specialmente  su  le  ultime  parole  della  seconda  :  «  io  porterò  con  me 
«  le  rimembranze  della  mia  fanciullezza  e  della  mia  prima  gioventù,  e  va- 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  427 

«  neggerò  con  esse  e  le  farò  parlare  con  le  mie  speranze  »;  le  quali  parole 
non  provano  punto  quello  che  vuole  il  Chiarini,  perchè  non  dicono  di  che 
rimembranze  si  tratti:  sono  esse,  tutt'al  più,  parole  galanti;  e  bisogna  ben 
guardarsi  dal  ritenere  come  dettate  da  amore  le  galanterie  che  il  Foscolo 
scriveva  a  tutte  le  signore,  giovani  e  vecchie;  perchè,  altrimenti,  si  corre 
il  rischio  di  prendere  delle  cantonate  solenni.  Per  es.,  nello  stesso  mese  (1), 
0  a'  primi  di  giugno,  a  Giustina  Renier  scriveva  press'a  poco  quello  che  aveva 
scritto  alla  Albrizzi  :  «  io  non  vedrò  più  le  belle  fisonomie  delle  donne  ita- 
«  liane;  ma  né  la  fortuna  né  il  cielo  faranno  mai  ch'io  possa  obbliarle  ;  —  e 
«  i  miei  passati  tempi,  e  Venezia,  e  voi  mi  sarete  sempre  care  e  pungenti 
€  memorie  »  (Ep.,  Ili,  287).  Non  sembrano,  anche  queste,  parole  d'innamo- 
rato? Se  non  sembrassero  al  Chiarini,  eccogli,  a  commento,  quest'altre  che 
Ugo  scriveva  alla  stessa  nel  luglio  del  1807:  «vostra  figlia  mi  lusingò  che 
«  sareste  venuta  a  passare  l'estate  a  Brescia.  Mia  gentile  amica,  l'estate  se 
«  ne  va,  quasi  ;  e  se  voi  tardate  un  po'  più ,  io  non  mi  pascerò  che  della 
«  lusinga  di  vedervi,  e  parlarvi  quest'autunno  a  Venezia  ».  Quand'  io 
stampai  l'articoletto  del  Mercurio  d'Italia  sul  Tieste  (  Ultime  lettere  di 
Jacopo  Ortis,  Saluzzo,  1887,  pp,  xx-xxi),  mi  dissi  tentato  a  credere  che  la 
dama  a  cui  gli  scrittori  del  giornale  avevano  mandata  la  tragedia  per  avere 
di  essa  il  suo  giudizio  (e  la  dama  rispose  con  due  versi  francesi:  Taime  à 
louer,  f  y  trouve  une  douceur  secrète  \  Je  suis  née  pour  me  faire  adorer 
d'un  poète)  mi  dissi  tentato  a  credere  che  la  fosse  Isabella  Albrizzi.  Ma, 
uscito  lo  studio  del  Malamani  su  la  Giustina  Renier-Michiel ,  parve  al  Bian- 
chini e  parve  a  me  che  la  dama  potesse  essere  la  Giustina,  la  quale  tradu- 
ceva Shakespeare,  leggeva  i  poeti  francesi  e  soleva  «  notare  i  pensieri  che 
«  più  la  impressionavano  nelle  sue  letture  »;  quei  pensieri  che  rispecchia- 
vano «  una  parte  dell'animo  suo  »  (2).  Può  dunque  essere  che  a'  compila- 
tori del  Mercurio  ella  rispondesse  con  due  versi  francesi:  ella  era  nata  per 
farsi  adorare  da  un  poeta,  e  il  giovinetto  Ugo  era  già  riconosciuto  poeta 
prima  della  recita  del  Tieste,  e,  come  vuole  il  Chiarini,  non  sdegnava  le 
mature  bellezze. 

Ecco  dunque  tirato  fuori  «  un  altro  nome  e  cognome  di  donna  »  che  si 
potrebbe  dire  amata  dal  Foscolo  verso  quel  tempo.  È  un  po'  difficile,  gli  è 
vero,  dimostrare  che  a  lei  si  adatti  tutto  ciò  che  il  poeta  dice  di  Laura,  ap- 
punto perchè  Laura  non  è  la  Giustina;  ma  quel  che  dice  di  Laura  si  adatta 
forse  all'Isabella?  Lasciamo  stare  il  sonetto  «  Quando  la  terra  è  d'ombre 
«  ricoverta  »,  che  non  sappiamo  quando  né  per  chi  sia  stato  scritto;  nep- 
pure sappiamo  se  le  varianti  del  sonetto  da  quello  che  comincia:  «  Cosi 
«  gl'interi  giorni  in  lungo  incerto  »,  sieno  del  Foscolo  (3):  occupiamoci  solo 


(1)  Ho  molti  dubbi  suH'esattezza  della  data  della  lettera  III  alla  Albrizzi  (II,  107).  Il  Foscolo 
fa  nominato  capitano  di  fanteria  con  decreto  del  22  maggio  ;  e  la  nomina  e  il  suo  destino  gli 
furono  comunicati  il  26.  Non  mi  pare  dunque  che  già  il  3  di  maggio  potesse  scrivere  alla  Al- 
brizzi che  fra  non  molto  sarebbe  stato  lontano  d'Italia. 

(2)  Cfr.  Viti.  Malamani,  OiusUna  Renier  Michiel ,  t  suoi  amici ,  il  suo  tempo ,  Venezia ,  Vi- 
sentini,  1890  (Estratto  dall'Arc^tw'o  veneto,  t.  XXXVIII,  P.  I),  p.ll. 

(3)  rnbblicandolo,  gli  editori  fiorentini  annotarono:  «  Ce  ne  diede  copia  il  signor  F.  De  Pelle- 


428  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

delle  Rimembranze.  «  Nelle  Rimembranze  —  dice  il  Chiarini  —  il  poeta 
«  canta  l'ultimo  (?)  ritrovo  d'amore  ch'ebbe  con  Laura  quando  ella  stava 

«  per  allontanarsi  da  lui  »  (I,  5);   «  alla  scena  d'addio potè  benissimo 

«  dar  cagione  la  partenza  d'Isabella  per  il  suo  viaggio,  dopo  le  nozze  [con 
€  l'Albrizzi],  in  compagnia  del  Salimbeni.  Ugo,  che  non  sapea  niente  delle 
<c  nozze,  avrà  naturalmente  ignorato  il  perchè  del  viaggio;  e  ne  sarà  stato 
«  dolentissimo;  e  la  saggia  Isabella  avrà  cercato  di  acquetare  e  consolare 
€  come  poteva  le  smanie  del  giovinetto  innamorato  »  (1,  39-40). 

Ma  le  cose  non  stanno  cosi.  Non  è  Laura,  o,  come  vuole  il  Chiarini,  l'I- 
sabella che  dica  addio  al  poeta;  sì  bene  il  contrario: 

Addio,  diceva  a  Laura,  e  Laara  intanto 
Fise  in  me  area  le  laci ; 

e  questa  non  cercava  di  consolare,  come  poteva,  le  smanie  del  giovinetto 
innamorato;  ma,  innamorata  essa  stessa, 

agli  addio 
Ed  ai  ringoiti  rispondea  col  pianto  .  .  . 

Se  poi  si  pone  mente  alla  terzina 


ta  Tedi  solitario  *  vago 

Il  giorin  Tate,  che  piangendo  porta 
Ahi  !  d'affanni  più  gravi  il  cor  presago; 

sapendo  noi  che  le  afflizioni  delle  quali  il  giovin  vate  si  lagna  nelle  lettere 
al  Cesarotti  —  e  nella  Vera  Storia  —  cominciarono  ne'  primi  mesi  del  '96 
e  che  fu  lontano  da  Venezia  ne'  mesi  di  luglio,  agosto  e  parte  del  settembre, 
possiamo  argomentare  che  le  Rimembranze  furono  scritte  nel  tempo  della 
sua  lontananza  da  Venezia ,  e  che  l'addio  a  Laura  avvenne  sul  finire  di 
giugno  0  a'  primi  di  luglio.  Ora ,  l'Isabella  era  tornata  nell'aprile  ;  e  s' ella 
amava  sempre  il  giovin  vate,  come  Laura  faceva  (1);  poiché  essa  Isabella, 
secondo  il  Chiarini,  era  donna  «  di  facil  costume  >  (I,  551),  e  non  è  ammis- 
sibile che  quel  buon  uomo  dello  Albrizzi,  il  quale  aveva  mandato  la  novella 
sposa  a  fare  il  viaggio  di  nozze  con  un  amico  di  lei,  ingelosisse  di  un  poe- 
tino male  in  arnese;  Ugo,  al  ritorno  dell'Isabella,  avrebbe  dovuto  gongolare 
della  gioia.  Invece  egli,  anche  dopo  il  suo  ritorno  a  Venezia,  era  sempre 
col  dolore  nell'anima  (2).   Pertanto  l'Isabella  dai  capelli  castani  (la  critica 


«  grini come  di  componimento  che  a  Yenetia  ognano   rioonoeee  aner»  del  Fowolo.  E  T«ra- 

«  mente  T  affetto,  la  melanconia  e  lo  stile  ci  sembrano  di  lai  »  (Saggi  di  eriUea  eoe.,  U,  832). 
n  signor  Pellegrini  era  in  obbligo  di  fkrci  almeno  conoscere  donde  trane  il  sonetto. 

(1)  0  sacra  rimembranza,  o  de  la  mia 

Prima  felicità  tenera  immago. 

Coi  Laara  /or$i  a  consolarmi  inwia. 

(2)  Cflr.  BpisM.,  1,  3-4,  e  gli  sciolti  ÀI  SoU.  —  Il  23  sett.  M.  Cesarotti  scrirera  al  Foscolo: 
«  He  gradito  le  vostre  notiiie,  e  godo  che  vi  troviate  più  in  calma  e  disposto  a  tnur  profitto  del- 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  429 

non  trascura  nemmeno  questi  piccoli  particolari)  non  può  essere  la  bionda  (1) 
Laura  :  la  Giustina,  almeno ,  come  ci  fa  sapere  il  Malamani ,  era  fulva  (2). 

Non  contento  di  trasformare  la  Isabella  in  Laura,  vuole  il  Chiarini  ch'ella 
sia  anche  la  Temira  del  frammento  di  romanzo  da  lui  detto  autobiografico, 
che  pubblicò  nelV Appendice  alle  opere  del  Foscolo.  In  quel  frammento  «  il 
«  Foscolo  narra  che  un  bel  giorno  la  celeste  Temira  dopo  averlo,  per  bontà 
«  sua,  iniziato  agli  arcani  d'amore,  ebbe  anche  la  bontà  di  spiegargli  il 
«  perchè  della  iniziazione  »  (1,  22).  «  Il  ritratto  foscoliano  della  celeste  Te- 
«  mira  e  la  descrizione  degli  ammaestramenti  eh'  essa  dà  al  suo  alunno  », 
parvero  al  Chiarini  «  improntati  di  tale  realismo  »,  che  non  dubitò  «  nep- 
«  pure  un  istante  che  non  ritraessero  un  fatto  e  persone  reali  »  (I,  546); 
e  parendogli  che  il  ritratto  «  a  nessun'altra  rassomigliasse  meglio  che  alla 
«  Alhrizzi  fra  le  donne  eleganti,  di  qualche  coltura  e  di  facil  costume,  che 
«  abbondavano  a  Venezia  negli  ultimi  del  secolo  passato  e  nei  primi  di 
«  questo  »  (I,  551),  congetturò  subito  che  Temira  fosse  la  stessa  Isabella. 

Per  cominciare  dal  nome,  il  Chiarini  si  chiese  e  chiedeva  altrui,  infrut- 
tuosamente, donde  il  Foscolo  potesse  aver  tratto  il  nome  di  Temira;  finché, 
con  l'aiuto  del  Mazzoni,  lo  trovò  nel  Tempio  di  Gnido  «  poemetto  in  prosa 
«  del  Montesquieu,  molto  ammirato  in  Italia  agli  ultimi  del  secolo  passato  », 
«  liberamente  tradotto  in  ottave  italiane  dal  veneziano  Francesco  Gritti  » 
(l,  547,  549).  Dice  il  Chiarini  che  «  quando  sorse  nella  mente  del  Foscolo 

«  l'idea  del  romanzo,  egli  probabilmente avea  letto  di  fresco  11  Tempio 

«  di  Gnido  ».  Ma  più  probabilmente,  dico  io,  anche  prima  che  pensasse  al 
secondo  romanzo,  il  Foscolo  aveva  letto  i  versi  di  Polidete  Melpomenio 
(Bassano,  1784),  anagramma,  se  il  Chiarini  noi  sapesse,  del  candido  e  molto 
m£:llifluo  cavaliere  (I,  160)  Ipp.  Pindemonte,  i  cui  versi  pare  che  il  Chiarini 
non  abbia  mai  letti.  Tra  questi  è  compreso  il  poemetto  La  Fata  Morgana, 
racconto  a   Temira: 

Io  la  vidi,  e  nel  cor  sì  dolce  un  moto 
Sorse,  che  ricordar  mi  feo  del  tempo 
De'  nostri  amor,  Temira,  e  nel  suo  volto 
L'antico  io  ravvisai  poter  del  tuo. 


«  l'arversità.  Questa  è  una  scuola  dura  ma  utile.  Voi  vivrete  in  pace  cogli  uomini  quando  avrete 
«  appreso  a  conoscerli  meglio ,  amarli  meno  ,  e  lusingarli  di  più.  Bisogna  soffrir  tutto  per  uscir 
«  un  giorno  dalla  loro  dipendenza  »  [Nozze  Rasi-Yanzan ,  Padova,  Fratelli  Gallina,  1891).  Qui 
il  Casini  domanda:  «  A  quale  fatto  della  vita  del  Foscolo  di  queir  anno,  anzi  proprio  di  quei 
«  mesi  autunnali,  a  quali  tempeste  dell'  animo  suo  possono  mai  riferirsi  le  parole  del  maestro  e 
«  la  sua  raccomandazione  di  esser  meno  facile  ad  amare,  se  non  alle  querele  e  ai  dolori  del  gio- 
«  vine  poeta  per  1'  abbandono  della  Isabella,  o  meglio  a  qualche  scenata  eh'  ei  facesse  (e  n'  era 
«  ben  capace)  per  l'abbandono  stessei  »  {Rivista  critica  della  lett.  it.,  VII,  7,  195).  —  Legga  il 
Casini  la  III ,  e  ,  se  vuole ,  anche  la  II ,  delle  Lettere  inedite  di  U.  F.  alVab.  prof.  Melchiorre 
Cesarotti  (Padova,  1872,  tip.  del  Seminario),  e  vedrà  che  le  parole  del  Cesarotti,  il  quale  non  fu 
mai  maestro  del  Foscolo,  non  si  riferiscono  punto  alle  querele  e  ai  dolori  del  giovine  poeta  per 
V abbandono  della  Isabella. 

(1)  Quest'è  la  pianta  che  le  die  i  beati 

Fior  ch'ella  colse,  e  con  le  molli  dita 
Vaga  Bi  fé  ghirlanda  ai  crini  aurati. 

(2)  Op.  cit.,  p.  106. 

Giornale  storico,  XX,  fase.  60.  28 


430  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

Il  Pindemonte  avrà  avuto  a*  suoi  be'  tempi  dimolte  avventure  amorose ,  e 
si  può  sospettare  che  questa  Temira  fosse  una  sua  amante  di  carne  e  d'ossa. 
Tuttavia  io  inclino  a  credere  ch'ella  fosse,  come  la  sua  «  leggiadra  Maga  »  (1), 
un'  illusione,  una  sua  fantasia  (2).  Comunque  sia,  il  Pindemonte  che  aveva 
sortito  una  eletta  educazione,  che  della  virtù  aveva  tutt'altro  concetto  che  il 
Foscolo;  mentre,  sul  fine  del  poemetto,  invita  Temira  alla  €  notturna  veglia 
«  che  l'aspetta  >,  dove  a  lei 

rìde  intorno 
Tutto  e  festeggia,  e  bear  può  beata  ; 

pure  le  fa  l'elogio  della  Virtù,  «  bella  Diva,  unica  e  vera  De  l'uom  felicità  ». 
E  quando  scriveva  La  Fata  Morgana,  il  Pindemonte  era  giovine  tuttavia. 
11  Foscolo  in  vece,  che,  orfano  di  padre,  crebbe  scapestrato;  che  ìs^  virtù 
credeva  un  idolo  vano  (Ep.^  1,120),  un  nome  vuoto  {Ortis^  17  aprile)  e  im- 
becilli i  virtuosi,  invertì  le  parti,  e  in  luogo  di  dare  esso  stesso  ammaestra- 
menti, se  li  fé'  dare  dalla  celeste  Temira.  E  quali  ammaestramenti!  davvero 
io  non  so  se  dei  peggiori  se  ne  abbiano  nei  bordelli. 


(1)  Vedi  il  sonetto  Partendo  dalla  Sicilia  «  navigando  ntl  MediUrranto,  al  quale  seguita  questo, 
intitolato  Lontananea: 

D'nn  aureo  giorno  nel  lucente  aspetto 

Scintillar  veggo  di  Temira  il  riso: 

Veggo  le  guance  di  Temira,  e  il  petto 

Sopra  la  rosa  e  sopra  il  fiordaliso. 
Sento  il  suo  respirar,  se  un  zeAretto 

Batterai  le  odorate  ali  nel  viso: 

Entro  il  loquace  umor  d'un  ruscelletto 

Odo  la  voce  sua  di  Paradiso. 
E  che  mi  piaccia  per  sé  stesso  io  credo 

Il  solitario  mio  verde  soggiorno; 

Folle!  e  sovente  a  dirlo  in  versi  io  riodo: 
E  non  m'avveggio,  che  sì  bello  e  adorno 

Mei  fa  colei,  la  quale  ascolto  e  vedo 

Nel  zefiro,  nel  rio,  ne*  fior,  nel  giorno. 

(2)  Alcuni  giorni  prima  che  mi  giungessero  le  bozze  del  presente  scritto,  ebbi  contezza  della 
pubblicazione  nuziale:  Temira,  UtUra  di  Guido  MaxMoni  a  Giutepp*  Chiarini.  —  Il  Mazioni, 
al  quale  pare  indubitabile  che  il  Pindemonte,  sotto  il  nome  di  Temira,  cantò  Tlsabella  Teotochi- 
Harin,  prima,  e  poi  Albrizzi  —  avrebbe  dovuto  anzitutto  dimostrare  che  il  Pindemonte  conobbe 
la  Isabella  avanti  il  1784.  Stando  a  quello  che  ne  dicono  il  Benansù  Montanari  e  il  Malamani, 
e'  non  conobbe  la  bella  greca  se  non  se  verso  la  fine  di  questo  o  dopo  questo  anno.  Scrive  il 
Montanari  :  «  Che  vita  non  visse  Ippolito  que*  nov'  anni,  di  cui  la  bolla  stagione  peaniT»  sa  qaesti 
«  colli  [di  Avesa],  o  sia  dall'  ottantaquattro...  al  novantasei,  levandone  i  tre  che  girò,  invece  di 
«  questi  ooUi,  l'Europa  !  Con  quanto  dolore  non  avrà  veduto  rawicinaisi  il  canuto  e  malinconico 
«  inremo ,  che  via  gli  portava  i  suoi  favoriti  piaceri ,  «  lo  affrttkuta  a  r^rar$  n$l  mH$  amrt 
«  dM*  vtnuiané  lacune,  ove  la  sua  famiglia,  registrata  di  fresco  in  quel  kbro  d'oro,  da  Verona 
«  erari  trapiantata?  »  {Della  vita  •  délU  opere  d'Jpp.  Pind.,  Venezia,  1834,  p.  69).  E  il  Mala- 
mani:  «  Pindemonte...  in  quell'anno  1784  ..  s'era  per  la  prima  volta  condotto  a  svernare  tra  le 
«  lagune.  Quivi  conobbe  Isabella,  che  arricchendo  la  sua  cetra  d'una  corda  e  d'un  snono  gentile, 
«  doveva  indurlo  a  piantare  in  Venezia  il  suo  quar^er  generale  d'inverno  »  (/«.  Teotochi-AlòriMMi 
- 1  suo*  amici  -  il  tuo  tempo ,  p.  16).  Ora,  l'andata  del  Pindemonte  a  Seggio  di  Calabria,  f^a  la 
quale  città  e  Messina  ha  luogo  la  «  meraviglia  »,  argomento  della  Fata  Morgana  —  poemetto 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  431 

Fu  già  notato  da  parecchi  che  il  Foscolo  molto  tolse  da  altri,  anche  da' 
mediocri;  e  dal  poco  ch'io  ho  detto,  s'intende  essere  mia  opinione  ch'egli 
dal  Pindemonte  non  si  facesse  imprestare  soltanto  il  nome  della  precettrice; 
ossia,  a  parlare  più  chiaro,  e  precetti  e  precettrice  sono  una  fantasia  destata 
in  lui  dal  poemetto  pindemontiano.  L'imitazione  tuttavia  non  impediva  che 
il  Foscolo  sotto  il  nome  di  Temira  nascondesse  una  persona  reale.  Sappiamo 
benissimo,  per  sua  confessione,  ch'egli  da  giovine  fu  libertino;  né  dubitiamo 
punto  che  in  Venezia  consacrasse  le  primizie  della  sua  gioventù  a  qualche 
sacerdotessa  di  Venere  :  anche  nell'  Ortis  leggiamo  che  taluna  lo  «  addottrinò 
«  nelle  arti  della  seduzione  »,  e  lo  confortò,  per  giunta,  al  tradimento  (Pa- 
dova,   ).   Ma  questa  taluna  gli  ha  proprio  a  essere  la  Isabella?  Ella  era 

donna  di  facile  costume,  era  letterata,  dice  il  Chiarini,  al  quale  Temira  è 
parsa  «  la  figura  letteraria  di  una  persona  reale  »  (I,  546).  Se  non  che  di 
donne  di  facile  costume  non  fu  mai  difetto  in  nessun  paese  del  mondo;  e 
quanto  alla  figura  letteraria,  dimentica  forse  il  Chiarini  che  chi  scrive  è 
il  Foscolo?  Se  la  precettrice  sacerdotessa  di  Venere  non  era  letterata  (sup- 
posto che  veramente  gli  abbia  dato  que'  belli  ammaestramenti),  doveva  il 
Foscolo  farla  parlare  come  proprio  ella  parlava,  per  non  guastare  il  rea- 
lismoì  Perocché  dal  ritratto  foscoliano  non  appare  che  Temira  fosse  lette- 
rata; ella  aveva  spirito,  cuore,  gioventù,  vezzi:  doni,  che  letterate  e  non  let- 
terate possono  avere. 

Adunque  il  Chiarini  non  potè  trovare  «  nessun  argomento  di  fatto  che 
«  confermasse  la  sua  supposizione  »  (1,  158);  anzi,  come  già  dissi,  nemmeno 
potè  provare  che  il  Foscolo,  giovinetto,  amasse  la  Isabella,  e  questa  rispon- 
desse al  suo  amore.  E  perchè  caricare  così  grave  soma  su  le  sue  povere 
spalle?  Non  era  una  santa  l'Isabella  !  ma  nemmeno  una  lelterata-hag ascia 
{I,  555),  checché  abbia  detto  la  satira  oscena;  e  dispiace  —  direi  che  addo- 
lora —  il  veder  trascinato  per  quasi  tutto  il  volume  il  suo  nome,  come  di 
donna  corrottissima,  di  donna  corrompitrice  di  giovinetti. 


«critto  prima  del  178i  —  avvenne  nel  '78,  quando  V  Isabella  da  soli  due  anni  era  a  Venezia.  E 
dicendo  il  poeta: 

Io  la  vidi  (*),  e  nel  cor  sì  dolce  un  moto 

Sorse,  che  ricordar  mi  feo  del  tempo 

De'  nostri  amor,  Temira,  e  nel  suo  volto 

It^ antico  io  ravvisai  poter  del  tuo  — , 

facilmente  si  comprende  che  gli  amori  suoi  con  Temira  erano  cosa  passata  prima  ancora  eh'  egli 
«crivesse,  cosa  passata  da  tempo  parecchio  quando  scriveva  ;  passata  tanto,  che, 

Come  tutto  è  quaggiù  mutabil  cosa, 

Più  di  me  non  ti  piace  ormai  che  il  canto. 

Ebbene;  Be  il  Pindemonte  conobbe  l'Isabella  nell'inverno  del  1784-85,  non  prima,  l'Isabella  non 
è,  non  può  essere  la  Temira  della  Fata  Morgana  —  volendo  congetturare  ,  io  direi  che  codesta 
Temira  è  Paolina  Grismondi  (cfr.  VOp.  cit.  del  Montanari,  a  p.  22)  — .  Che  poi  l'Isabella  in  «  un 
-«  dato  anno  »  diventasse  Temira  per  Ippolito ,  eh'  ella  sia  o  non  sia  la  Temira  de'  Sermoni  II 
Poeta  e  /  viaggi,  sono  questioni  che  non  mi  appartengono  punto. 

(•)  La  «  tenera  figlia  »  del  suo  ospite. 


432  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

Il  Chiarini  è  poco  benevolo  alle  donne  amate  dal  Foscolo,  ma  per  l' Isa- 
bella sente  avversione  addirittura:  la  dice  donna  volgare,  e  immagina  di  lei 
cose  improbabili  non  solo,  ma  veramente  incredibili.  Questa  p,  esempio. 
Quando,  nella  primavera  del  1806,  Ugo  rivedeva  Venezia  e  l'Albrizzi,  questa 
non  desiderava  niente  di  meglio  che  riconquistare  il  suo  giovine  amico. 
Il  cuore  della  bella  greca  era  grande  come  il  suo  salotto  e  fatto  a  somi- 
glianza di  esso;  cera  posto  per  tutti!  E  il  poeta,  partendo  dalla  Francia,. 
portava  con  sé  il  ricordo  de'  suoi  giovanili  amori  con  lei  e  la  speranza 
di  rinnovarli  (I,  157-8).  11  bello  poi  si  è  che  il  Chiarini,  contradicendosi, 
scrive  che  la  Albrizzi   «  recitando  con  Ugo  la  parte  di  Teresa,  dovea  puro 

«  mostrarsi  innamorata;  e  si  mostrava  quanto  e  come  poteva.   Ma inna- 

€  morata  non  era»  (I,  171);  e  in  tutte  le  proteste  d'amore  che  Ugo  faceva 

a  lei  «  non  c'era niente  d'amore;  erano  le  effusioni  dell'amicizia,  che 

€  assumeva  le  sembianze  e  il  linguaggio  dell'amore  »  (I,  170).  Oh  sì!  benchà 
la  greca  bellezza  gli  potesse  parere,  «  nonostante  le  sue  quarantacinque  pri- 
«  mavere,  abbastanza  desiderabile  »  (I,  163),  pare  tuttavia  più  credibile  che 
Ugo  andasse  in  traccia  di  bellezze  più  tenere;  e  forse  fin  da  quel  tempa 
s'imbattè  nella  signora  Fanny  Spineda  (cfr.  Lettere  inedite,  Torino,  1873, 
p.  47),  della  quale  ci  resta  una  lettera  che  a  me  pare  —  ed  è  certo  —  di 
persona  innamorata  (1). 

Ma  lasciamo  in  pace  e  Laura  e  Temira  e  l'Isabella;  e  teniamo  dietro  al 

Foscolo  che,  «  cacciato  dai  casi  politici lasciava ,  sulla  fine  del  1797, 

€  Venezia  per  Milano  »  (1,46).  Non  è  esatto  il  Chiarini  dicendo  che  <  una 
«  delle  prime  conoscenze  che  il  Foscolo  fece  a  Milano  fu  quella  di  Vin« 
«  cenzo  Monti.  Conosciuto  il  marito,  conobbe  poi  naturalmente  la  moglie  » 
(I,  47).  11  Foscolo  potè  conoscere  di  vista  il  Monti  nel  maggio  del  '97  in 
Bologna;  e  in  Milano  tenne  da' nemici  di  lui  fin  verso  l'aprile  del  '98  (cfr. 
Ortis,  ed.  e,  pp.  xxv-xxvii),  quando  gli  si  fé' amico,  preso,  probabilmente, 
dalla  bellezza  della  moglie.  «  Che  il  Foscolo  s'innamorasse  della  Monti  — 
«  scrive  il  Chiarini  —  è  cosa  oramai  nota  agli  studiosi  del  poeta,  e  che 
<  nessuno  di  essi  può  mettere  in  dubbio  »;  ma  «  la  Teresina  non  corrispose 
€  e  non  finse  di  corrispondere  all'amore  di  Ugo  »  (I,  47,  49).  Facciamoci  a 


(1)  É  questa,  ed  ò  inediU: 

Venezia  5  Maggio  J6I4. 
Amico 

S«nza  aaper  dove  ta  sia,  dirìggo  costì  questa  mia  lettera,  pregando  il  (9elo  a  roler  proteggerla^ 
e  fartela  perrenire  con  la  possibile  sollecitudine. 

Amabile  Ugo!  come  ti  ritrovi  di  salute?  che  ne  dici  di  questa  strepitosa  catastrofe?  d«  mì  to 
sbalordito  al  pari  di  me  ?  io  ne  rinvengo  a  fatica ,  ed  in  verità  che  una  maggior  riflesdone  qi 
fkrabbe  affatto  impazzirò;  e  perdo  basti  cosi.  Dimmi  quando  conti  di  venir  ad  abbracciar  la  tua 
Mamma,  ed  a  riveder  i  tuoi  Amici:  affrettati,  te  ne  prego,  giaechò  non  vorrei  che  di  bel  nnovo 
v'insorgessero  delle  difficoltà,  e  rimanermene  per  la  seconda  volta  delusa  nella  mia  aspettastone, 
poiché  (ktalmente  ftirono  ben  sfortunati  li  tuoi  progetti  dello  scorso  Natale. 

Fui  sempre  qui,  nulla  soffersi  nel  blocco ,  e  la  mia  salute  ò  buona;  desidero  aver  di  to  eguali 
notizie,  e  se  il  Cielo  arrise  a*  miei  voti  non  ho  nulla  a  dubitare  ;  affrettati  di  assicurarmene ,  ed 
accogli  le  proteste  cordiali,  ohe  partono  dall'ingenuo  cuor* 

della  tua  Amica 

Fakxt  Sfizio  a. 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  433 

intendere.  Che  il  Foscolo  non  giungesse  a  cogliere  fiori  nel  giardino  della 
Monti,  Io  dissero  altri,  lo  diss'io  probabile  ben  prima  del  Chiarini;  ma  che 
ella  non  si  compiacesse  della  corte  assidua  che  le  faceva  il  Zacintio,  che  col 
suo  portamento  non  destasse  in  lui  delle  illusioni,  anzi  che  non  ne  fosse 
tanto  0  quanto  innamorata,  tutto  questo  pare  a  me  che  non  si  possa  mettere 
in  dubbio.    Ei  scriveva  allo  Strocchi  :  «  La  Teresina Veramente  io  sono 

<  in  assoluta  necessità  di  partire.  Per  Dio!  amare,  tacere,  discorrere  sempre 
«  di  un  altro  per  non  annodarla;  lodarlo;  piangere  in  segreto  ed  affettare 
«  giocondità.  Siamo  troppo  innanzi  ».  Il  Chiarini  riferisce  queste  ultime 
parole  al  solo  amatore,  perchè  il  senso  di  esse  ^<  non  può  stare  in  contradi- 
«  zione  col  senso  di  ciò  che  precede  »  (1,  49).  «  Un  amante  —  osserva  il 
«  Chiarini  —  che  dichiara  d'esser  costretto  a  non  parlare  di  sé  e  dell'amor 
«  suo  alla  donna  amata  per  non  annoiarla,  d'esser  costretto  a  piangere  in 
«  segreto  ed  affettare  giocondità,  perchè  sa  che  mostrandole  il  suo  pianto  la 
«  importunerebbe;  un  amante  che  facendo  tali  dichiarazioni  creda  di  dire 
«  che  la  donna  amata  gli  corrisponde  o  mostra  di  corrispondergli,  potrà 
«  chiamarsi non  saprei  come,  ma  Ugo  Foscolo  no,  perchè  il  Foscolo  non 

<  era  uno  sciocco  »  (I,  48). 

Già,  il  Foscolo  non  era  uno  sciocco;  gli  sciocchi  sono  i  suoi  critici  che 
fanno  a  tira  tira,  perchè  le  parole  di  lui  abbiano  a  dire  quello  ch'essi  vo- 
gliono. Confesso  che  quel  siamo  troppo  innanzi  parve  a  me  veramente  plu- 
rale, perchè  non  vedevo  che  il  Foscolo  avesse,  in  quel  caso,  a  parlare  come 
i  re  ed  i  papi;  e  non  interpretavo  punto  come  fa  il  Chiarini:  «  siamo  troppo 
«  innanzi,  io  nell'amare  e  implorare,  lei  nello  star  dura  e  respingermi  »  (1, 49). 
Se  la  Teresina  stava  sempre  dura  e  lo  respingeva,  non  era  né  innanzi  né 
indietro.  Del  resto  io  scrissi  che  quel  passo  di  lettera  dice  chiaro  che  al- 
l'amore del  Foscolo  la  Monti  corrispondeva  o  fingeva  di  corrispondere,  non 
tanto  per  le  parole  siamo  troppo  innanzi,  quanto  perchè  dal  contesto  si 
comprende  che  il  Foscolo  era  sempre  intorno  a  lei  —  la  vedeva  tutti  i 
giorni!  (cfr.:  Lettere  amorose^  p.  15)  —  e  che  ella  lo  ascoltava  volentieri. 
11  fuoco  senza  esca  si  spegne,  e  sul  duro  sasso  il  piede  non  lascia  impronta. 
Se  la  Teresina  fosse  veramente  stata  sorda  a'  caldi  sospiri  di  Ugo,  questi 
l'avrebbe  capita  una  volta;  avrebbe  smaniato  alquanto,  ma  poi  si  sarebbe 
ridotto  a  darsene  pace.  Invece  egli  amava,  taceva,  discorreva  sempre  di  un 
altro  per  non  annoiarla;  lo  lodava;  piangeva  in  secreto  ed  affettava  giocon- 
dità. Ma  sarebbe  venuto  il  tempo  —  almeno  lo  sperava  —  che  più  non 
avrebbe  taciuto,  che  avrebbe  discorso  di  sé,  del  suo  amore.  Il  Foscolo  non 
era  uno  sciocco,  e  certi  misteri  delle  donne  sapeva  spiegarseli;  non  aveva, 
del  resto,  avuto  gli  ammaestramenti  di  Temira?  Ma  lo  coceva  sopra  tutto 
la  tardanza,  non  poteva   reggere  più:    «  Doman  l'altro  corro  a  Modena  a 

<  trovare  mio  fratello:  di  là  a  Bologna.  E  poi?  Chi  sa!  ».  E  poi sarebbe 

tornato  più  che  di  corsa  a  Milano,  novamente  all'assedio  della  fortezza,  a 
far  capitolare  la  quale  ei  metteva  in  opera  tutte  le  sue  batterie.  Fuori  di 
metafora;  per  vincere  la  ritrosia  della  Monti,  si  die'  a  dipingere  nella  Vera. 
Storia  la  sua  passione  per  lei;  perocché 

de  l'amour  la  sfnsible  peinture 

Est  pour  alter  au  cocur  la  route  la  plus  sure. 


434  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

E  riprese  a  farle  la  corte  nel  luglio  e  nell'agosto  del  1800,  al  suo  ritorno 
a  Milano  dopo  la  battaglia  di  Marengo;  le  stette  intorno  nella  seconda  metà 
di  marzo  del  1801,  fino  a  che  non  s'innamorò  della  Arese,  anzi  continuò  per 
un  bel  pezzo  a  vederla  tutti  i  giorni  anche  durante  i  suoi  amori  con  la  Con- 
tessa. Alla  quale  poi  scriveva  della  Monti,  come  di  donna  gelosa  del  suo 
novello  amore:  «  La  ex  confidente  crede  tutto  finito,  ma  per  tormentarla  le 
€  vo  sempre  ripetendo  che  t'  ho  amata  e  ti  amo  disperatamente,  e  che  ti 
€  amerò  sino  al  sepolcro  ».  —  «  La  Somaglia,  la  Monti,  Pompeo  Castiglione 
«  e  quel  francese  del  fiaschetto  di  rose  mi  hanno  domandato  s'io  ti  vedeva 
€  più;  ho  detto  fermamente  di  no,  e  ho  fatto  credere  che  tutto  era  finito; 
*  e  non  ci  ho  avuto  pena  a  persuaderli,  e  la  Giorgiana  (i)  trionfava  ».  -^ 
«  Sta  sempre  ferma  con  quei  del  bello  e  del  brullo  mondo  nel  dire  che  non 
«  ci  vediamo  più.  Tutti  lo  suppongono,  Monti  n'è  sicuro,  e  la  mogliera 
«  trionfa  »  (Lellere  amorose^  pp.  125,  225,  276-277). 

Andato  il  Foscolo  a  Bologna  «  sulla  fine  del  1798  »,  vi  dimorò  sino  al  19 
giugno,  almeno,  del  '99;  e,  tranne  «  i  due  democratici  intermezzi  della  Fiora 
€  e  della  foresozza  »  (1,  54),  il  Chiarini  non  conosce  altro  nome  di  donna 
che  in  quel  mezzo  tempo  occupasse  il  cuore  del  Foscolo.  Lasciamo  da  banda 
la  Fiora,  perchè  è  noto  oramai  che  le  Lettere  delVavv.  Pietro  Brighenti  a 
Domenico  Albertazzi  sono  una  goffìa  falsificazione  (2);  ma  il  Chiarini  avrebbe 
pur  dovuto  accennare  ad  una  Clementina,  della  quale  da  Bologna,  il  15  agosto 
1812,  il  Foscolo  scriveva  al  Pellico:  «  Oggi  io  sarei  in  Firenze,  se  non  mi  fer- 
«  massi  per  desinare  con  l'Emilia  [Briche],  e  con  la  Clementina  di  lei  ospite» 

«  la  quale, 

Qaando  de'  miei  fiorenti  anni  fuggiva 
La  stagion  prima, 

«  piacque  moltissimo  agli  occhi  miei  ».  Chi  sia  questa  signora,  finora  non 
sappiamo;  né  possiam  dire  se  la  stagion  prima  fuggisse  pel  Foscolo  nel  '97 
o  nel  '99.  Ma  se  la  Clementina  gli  piacque  moltissimo  nel  *97,  nel  '99  non 
gli  sarà  dispiaciuta.  Anche  non  si  sa,  «  ma  probabilmente  a  Bologna  o  a 
€  Lugo  fra  il  1799  e  il  1801  »  (1,  '319),  conobbe  Cornelia  Martinetti;  e  non 
intendo  perchè  il  Chiarini  rida  di  me  (I,  54),  che  credei  possibile  che  allora 
il  Foscolo  se  ne  innamorasse.  A  che ,  fin  da'  primi  giorni  che  la  conobbe» 
aveva  il  Foscolo  pensato  molto  sul  suo  carattere?  (II,  297). 

11  Casini  accenna  ad  un  altro  amore.  Scrive  egli:  <  a  Bazzano,  dove  il 
«  Foscolo  visse  nascosto  per  un  mese  al  sopravenire  degli  Austro-russi  nel 
«  '99,  e  dove  fu  cacciato  in  prigione  dai  reazionari,  durò,  sin  che  vissero 
«  gli  uomini  cresciuti  quand'erano  freschi  i  ricordi  dell'età  napoleonica,  la 
<  tradizione  che  egli  avesse  lasciata  ivi  pure  una  Teresa:  il  nome  della  quale» 


(1)  Suppongo  che  il  Foscolo  cod  chiamasse  la  Monti,  perchè  bella  e  graatosa  donna.  Fon*egli 
e  la  Contessa  conosceTano ,  o  nel  testo  francese  o  in  qualche  rersione  italiana ,  un  romancetto, 
che  neiredixione  a  me  nota  ha  questo  tìtolo:  Lt  atvtnturt  di  Maria  Ktmitki  Giorgiana.  Storia 
90ra  tradotta  dal  Francw,  Napoli,  MDCCLVIII.  In  esso,  a  pp.  4-5,  si  legge:  «  Tutti  i  Viaggia- 
«  tori  convengono  che  non  vi  ha  Paese  nel  Mondo,  in  cui  le  Donne  sieno  più  avvenenti  che  nella 
«  Giorgia.  La  beltà  non  vi  regna  sola,  ma  ò  acoompagnala  da  ogni  sorta  di  grazie  ». 

(2)  Cfr.  questo  GiornaU,  XIX,  183. 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  435 

«  per  riguardo  alla  famiglia  non  ispenta,  io  taccio  insieme  cogli  indizi 
«  che  anche  quest'amore  non  si  arrestasse  ai  sospiri!  »  (1).  La  tradizione 
è  una  bella  cosa,  ma  più  bella,  certo,  i  documenti.  Ad  ogni  modo  quest'altra 
Teresa  fu  tanto  o  quanto  svelata  dall'Antona  Traversi,  che  ne  ebbe  i  par- 
ticolari dallo  stesso  Casini;  e  sarebbe  stata  figliuola  o  parente  di  un  certo 
Desio  Sapori  (2).  Se  non  che  l'amore  avrebbe  dovuto  aver  luogo  non  a  Baz- 
zane, bensì  a  Monteveglio.  11  Foscolo  non  visse  nascosto  a  Bazzano  per  un 
mese;  ma,  dopo  il  5  maggio,  fu  per  24  giorni  prima  a  Calcara,  poi  a  Mon- 
teveglio sino  al  30,  quando  fu  arrestato,  condotto  a  Bazzano,  poche  ore  dopo 
a  Vignola  e  il  giorno  seguente  a  Modena,  dove  fu  rinchiuso  nella  citta- 
della (3). 

Seguitando  adunque  il  Chiarini,  saltiamo  dalla  Monti  alla  Roncioni,  in- 
torno alla  quale  egli  spende  dimolte  pagine  per  definire  una  questione  già 
definita  da  tempo  ;  cioè,  «  quando  l'amore  di  Ugo  per  la  Isabella  cominciasse  » 
(I,  58).  «  È  un  fatto  provato  —  dice  il  Chiarini  —  che  il  Foscolo  andò  a 
«  Firenze  nell'anno  1799  »  (1, 62).  Io,  già  si  sa,  non  lo  credo;  ma  sia  pure 
che   il  Foscolo  andasse  a  Firenze  nel  "99;  questo  tuttavia   «non  vuol  già 

«  dire che  propriamente  egli  debba  in  quel  tempo  averci  veduta  e  cono- 

«  sciuta  la  Roncioni,  ed  essersene  innamorato  ed  averle  fatto  la  sua  dichia- 
«  razione  ».  «  La  possibilità  che  la  vedesse  e  se  ne  accendesse  —  aggiunge 
«  il  Chiarini  — ,  senza  probabilmente  avere  la  opportunità  di  dichiararsi, 
«  questa  possibilità  c'è;  e  la  possibilità  diventa  probabilità  quando  leggiamo 
«  alcuni  sonetti  dove  sono  allusioni  all'amore  del  poeta  per  la  Roncioni, 
«  quello  particolarmente  che  nella  mia  edizione  delle  poesie  del  Foscolo  è 
«  segnato  del  n.  VII  »  (I,  63). 

Non  80  se  il  Chiarini  ancora  la  pensi  come  una  volta;  che,  cioè,  il  Foscolo 
conoscesse  il  Niccolini  al  tempo  stesso  che  la  Roncioni  {Poesie  di  U.  F.^ 
Livorno,  1882,  p.  ccv,  in  nota).  Non  essendosi  disdetto,  né  lo  poteva  fare, 
dobbiamo  credere  che  si;  ma  conviene  osservare  ch'egli  sarebbe  stato  più 
esatto,  ^e  avesse  detto  che  per  mezzo  appunto  del  Niccolini  Ugo  conobbe 
la  bella  pisana.  Ebbene,  scrisse  il  Niccolini  che  il  romanzo  del  Foscolo  — 
cioè  la  Vera  Storia  —  era  uscito  prima  eh' ei  lo  conoscesse,  e  però  il  Lo- 
renzo era  un  personaggio  immaginario  come  la  Teresa  (Vannucci,  Ricordi, 
II,  235-6).  La  Vera  Storia  venne  in  luce  sulla  fine  del  '99  o,  più  probabil- 
mente, sul  principio  del  1800;  né  il  Foscolo  dal  19  giugno  del  '99  al  novembre 
del  1800  si  trovò  a  Firenze  (4).  Adunque,  poiché  tra  le  affermazioni  del  Nic- 


(1)  L.  cit,  p.  197. 

(2)  Le  conversazioni  della  domenica,  an,  I,  no  20  (16  maggio,  1886). 

(3)  Cfr.  i  documenti  della  Vita  militare  di  U.  F.,  da  me  pubblicati  (Livorno,  tip.  Aldina,  1883), 
pp.  11-12;  e  Rivista  Emiliana  di  Reggio  (I,  1),  nella  quale  il  sig.  Andrea  Balletti  pubblicò,  tra 
gli  altri ,  due  importanti  documenti  già  dati  in  luce  da  me  nel  giornale  di  Saluzzo  Jl  Monviso, 
an.  II,  no  85. 

(4)  Crede  il  Casini,  anzi  tiene  per  fermo,  che  il  Foscolo  capitasse  a  Firenze  «  sul  finire  delia 
«  primavera  del  '99  ».  Ma  quante  cose  crede  il  Casini  nel  suo  scritto  su  Gli  Amori,  le  quali 
non  sono  vere  !  Il  Foscolo  dice  in  più  d'un  luogo  d*  essersi  trovato  nelle  battaglie  alla  Trebbia, 
ma  dice  una  bugia,  perchè  il  19  giugno  egli  era  a  Bologna.  Potò  tattavia  giungere  in  tempo  ad 
nniisi  con  gli  Usseri  che  combattevano  per  proteggere  la  ritirata  dell'esercito  ;  e  dice  egli  stesso 


436  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

colini  e  le  supposizioni  del  Chiarini  non  può  essere  dubbia  la  scelta,  dob- 
biamo ritenere  che  il  Foscolo  non  conobbe  la  Roncioni  nel  1799;  e  se  non 
la  conobbe  prima  del  novembre  del  1800,  come  si  può  supporre  che  il  so- 
netto VII  €  indubbiamente  scritto  o  pensato  sulla  riviera  ligure,  dove  il  poeta 
€  si  trovò  durante  l'assedio  di  Genova»,  *  sia  stato  scritto  appunto  per  la 
«  Roncioni  »?  Se  anche  concedessimo  che  prima  del  1800  «  il  poeta  avesse 

*  conosciuta  la  Roncioni,  e  se  ne  fosse  invaghito,  senza  avere l'opportu- 

«  nità  di  dichiararsi  »  (1,  74),  noi  non  vediamo  come  di  essa,  la  quale  non 
sapeva  nulla  della  passione  del  Foscolo,  e  forse  nemmen  lo  conosceva,  ei 
potesse  dire  nel  sonetto: 

Sperai,  poiché  mi  han  tratto  nomini  e  Dei 
In  Inngo  esilio  fra  spergiuro  genti 
Dal  bel  paese  ove  or  meni  si  rei. 
Me  sospirando,  i  tuoi  giorni  florenti  .  .  . 

10  non  posso,  per  amore  di  brevità,  intrattenermi  su  questioni  di  minore 
importanza;  non  posso,  cioè,  ridimostrare  al  Chiarini  che  la  proposta  del- 
l'appuntamento lung^Arno  venne  dal  Foscolo;  né  che,  innamoratosi  della 
Roncioni  nel  novembre  del  1800,  sebbene  vedesse  tronco  l'amor  suo  a'  primi 
di  gennaio,  tuttavia  poteva  il  Foscolo  scrivere  all'Arese  che  amore  e  la  pazzia 
gli  «  furono  ospiti  per  alcuni  mesi  su  e  giù  per  la  Toscana  ».  (Da  Bologna 
il  Foscolo  non  tornò  a  Milano  se  non  dopo  il  16  marzo;  e  il  Chiarini  non 
sa  dirci  dove  quegli  dimorasse  fino  a  questo  giorno.  Se  dopo  il  9  di  gennaio 
fu  per  qualche  tempo  ancora  in  Toscana,  chi  può  giurare  che,  nonostante 
le  poche  righe  scrittegli  dalla  Roncioni,  ei  non  seguitasse  dell'altro  a  spa- 
simare per  lei?)  E  per  la  stessa  cagione  non  posso  trattenermi  intorno  all'a- 
more per  la  Arese,  né  intorno  a  tanti  altri  amori,  de'  quali  del  resto  non 
avrei  —  storicamente  parlando  —  a  dire  molto.  Mi  contenterò  dunque  di  fare 
solamente,  qua  e  colà,  alcune  osservazioncelle. 

11  Chiarini  chiede  a'  critici  —  cioè  a  me  —  un  poco  più  di  discrezione 
nell'allargare  il  numero  delle  donne  amate  dal  Foscolo  (I,  64);  ma,  che  ci 
ha  a  fare  il  critico,  se  in  amore  il  Foscolo  non  conobbe  discrezione?  Dico 
dunque  che  la  Sofia,  della  quale  parla  il  Chiarini  a  p.  131  e  sgg.,  non  è 
punto  la  signorina  Petiet.  Questa  non  si  chiamava  Sofia,  ma,  come  ci  fa 
sapere  lo  stesso  Chiarini,  Eugenia  Isidora;  né  il  Foscolo  le  scriveva,  sebbene 
molto  lo  desiderasse.  In  fatti,  quando  ella,  nel  settembre  del  18(©,  andando 
da  Calais  a  Parigi  passò  per  Boulogne  dove  si  aspettava  di  vedere  il  Foscolo 
e  noi  vide,  di  questo  non  a  lei  ma  alla  Bagien  scriveva  egli  —  anticipata- 
mente pare  —  le  ragioni  che  sodisfecero  la  signorina.  Alle  ragazze  poi,  specie 
se  ci  è  pericolo  che  le  lettere  cadano  nelle  mani  de'  genitori,  certe  cose  non 
si  scrivono;  quasi  direi  che  alle  persone  ammodo,   trattandosi  di  signorine 


che  «  sella  ritirata  [sa  Oenova]  servi  come  capitano  aggiunto  all'iùa^^^t^  generale  Franceeolù  • 
(CoKio,  RtpsloMiowi,  88-89;  e  Teggaal  il  mio  scritto  U.  F.  a  Otnota  nel  cit.  Mom^ito^  m.  II, 
n>  76,  78).  Adanqne  il  Foscolo  ral  finire  della  primavera  del  '99  non  riparò  in  Toscana  «  rieon- 
«  giungendosi  a  qualche  manipolo  di  milizia  cisalpina  ». 

# 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  437 

ammodo,  certe  cose  neppure  vengono  in  mente.  E  alla  Sofia  il  Foscolo  scri- 
veva: «  Le  soir  que  je  vous  ai  quittée  et  le  jour  après  quand  vous  étes 
«  montée  en  voiture  j' ai  souvent  balancé  si  je  devais  passar  dans  votre 
«  chambre  pour  prendre  le  dernier  regard\  mais  la  bienséance  et  les 
«  égards  que  je  devais  à  votre  situation  Font  emporté  sur  mes  plus  ten- 
«  dres  sentiments  »  (II,  98-9).  Secondo  il  Chiarini,  la  lettera  conviene  alla 
Petiet  per  tante  ragioni;  per  la  circostanza,  specialmente,  alla  quale  «  il 
«  poeta  accenna  con  le  parole  :  "  la  fortune  qui  vous  a  présentée  une  autre 

«  fois  à  mes  yeux  „;  poiché  il  poeta  era  stato  un'altra  volta a  Galais  nel 

«  settembre  del  1804,  dove  probabilmente  conobbe  allora  per  la  prima  volta 
«  la  signorina  francese  »  (I,  134).  Sia  pure  che  il  Foscolo  avesse  già  cono- 
sciuta la  signorina  nel  1804  ;  ma  quando  essa  l'anno  dopo  partiva  da  Ga- 
lais, convien  credere  che  il  Foscolo  ne  fosse  lontano,  se  ella  sperava  di  ve- 
derlo a  Boulogne.  In  vece  la  Sofia  fu  veduta  la  seconda  volta  dal  Foscolo 
dove  egli  si  trovava,  ed  ivi  ella  lasciavalo  partendo;  e  il  povero  Ugo  non 
ebbe  la  baldanza  di  entrare  nella  camera  di  lei  pour  prendre  le  dernier 
regard.  Si  può  giurare  che  c'era  con  lei  il  marito. 

In  quanto  a  Fanny  non  so  decidermi  a  credere  ch'ella  sia  la  signorina  in- 
glese dalla  quale  il  Foscolo  ebbe  una  figlia.  Sembra  veramente  che  la  fosse 
una  giovinetta  con  cui  il  Foscolo,  consapevoli  i  genitori,  avesse  fatto  all'a- 
more, dando  a  credere  di  volerla  sposare;  ma  che  poi  essi,  spinti  da' metti- 
mali  che  il  Foscolo  diceva  suoi  nemici,  cambiassero  idea.  E  sembra  anche 
che  Fanny  si  rassegnasse  facilmente  e  volgesse  ad  altri  i  suoi  sguardi;  e  il 
Foscolo,  indispettito,  darsi  a  sparlare  di  lui,  scrivere  alla  signorina:  «  il  n'est 
«  [pas]  digne  de  la  délicatesse  dont  tu  pourrais  le  payer  ni  capable  de  te 
«  rendre  plus  heureuse  »  (II,  100).  Oh,  ci  voleva  proprio  lui,  Ugo  Foscolo  ! 
Ho  detto  sembrare  che  Fanny  fosse  una  giovinetta;  ma  non  bastano  a  ras- 
sicurarmi queste  parole  della  lettera:  —  «  J'ai  regu ta  lettre;  —  j'avais 

«  déja  regu  les  lettres  que  votre  pére  et  votre  mère  ont  eu  la  bonté  de  m'é- 
«  crire  ;  je  les  ai  relues,  et  je  les  garde  comme  un  gage  de  votre  amitié  ». 
Supposto  che  la  fosse  tale,  poiché  la  lettera  è  certamente  del  1806,  non  mi 
pare  che  il  Foscolo,  se  da  Fanny  avesse  avuta  una  figlia,  potesse,  senza 
sposarla,  pretendere  di  seguitare  ad  amoreggiare  con  essa;  potesse  lagnarsi 
della  «  incostance  d'autrui».  Non  sposandola,  l'incostante  era  lui;  perocché, 
nonostante  il  suo  fallo,  doveva  essere  persona  rispettabile  la  madre  della 
Floriana,  se  il  Foscolo,  come  scriveva  a  Dionisio  Bulzo,  l'avrebbe  tolta  in 
moglie,  ove  avesse  potuto  avventurarsi  senza  pericoli  di  lei  e  suoi  (£/>.,  Ili, 
226).  Questi  pericoli  erano,  probabilmente,  una  tarda  scusa. 

Neppure  certo  che  Fanny  sia  la  giovine  resa  madre  dal  Foscolo,  il  Chia- 
rini dice  di  lei  che  «  fu  piuttosto  leggera  nelle  sue  affezioni  e  non  troppo 
«  rigida  né  scrupolosa  in  quanto  a  costumi  ».  E  che  «  tale  fosse  appunto  la 
«  signorina  inglese  da  cui  il  Foscolo  ebbe  una  figlia,  basta  a  dimostrarlo 
«  l'avere  essa  sposato  un  altr'  uomo  dopo  la  relazione  avuta  col  poeta  » 
(1,  135)!  Se  per  sì  poco  il  Chiarini  é  tanto  severo  con  una  misera  giovine, 
forse  ingannata,  non  mi  meraviglierò  ch'egli  poi  dica  la  Martinengo  donna 
<  liberissima  di  costumi  »  (I,  175). 

Non  sappiamo  se  il  Foscolo  conoscesse  la  Marzia  quando,  verso  il  1807, 


438  RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA 

ei  fece  una  corsa  a  Brescia  per  intendersela  col  Bettoni  su  la  stampa  del- 
V Esperimento  di  traduzione  della  Iliade;  ma  che  almeno  la  conoscesse  quando 
vi  andò  la  seconda  volta  nella  seconda  metà,  pare,  di  marzo  e  vi  stette  sino 
al  24  aprile ,  non  può  mettersi  in  dubbio.  A  Brescia  tornava  novamente 
verso  il  giugno,  e  dalla  Municipalità  fu  mandato  ad  alloggiare  in  casa  Mar- 
tinengo  di  Banco.  Non  visitava  anima  nata,  vedeva  poca  gente,  e  parlava 
con  una  sola  persona,  e  soltanto  verso  sera  {Ep.^  Ili,  291).  Questa  persona 
era  la  Martinengo  Gesaresco,  in  una  lettera  alla  quale  è  pur  detto  che  an- 
dava a  trovarla  sull'imbrunire;  e  non  è  credibile  che  passasse  il  suo  tempo 
con  sempre  l'ufficio  della  Madonna  in  mano,  leggendo  e  cantando  salmi 
(cfr.  I,  188).  Da  Brescia  il  Foscolo  partiva  agli  ultimi  di  settembre,  o  a' 
primi  d'ottobre.  «  Quando  si  separarono  —  dice  il  Chiarini  —  l'amore  doveva 

«  essere  dall'una  parte  e  dall'altra  molto  caldo,  poiché si  scrivevano  spes- 

«  sissimo  »  (I,  186).  Ma  nonostante  le  spesse  lettere,  l'amore  del  Foscolo  si 
raffreddò  presto  :  —  «  Egli  educava  per  lungo  tempo  un  amore  accarezzan- 
«  dolo  e  annaffiandolo  di  preghiere,  di  sospiri  e  di  lacrime;  poi  quando  il 
«  fior  dell'amore  era  sbocciato,  lo  coglieva,  si  inebriava  del  suo  profumo; 
«  poi,  finita  l'ebrietà,  seppelliva  il  fiore  nel  cimitero  del  cuore»  (1,  181-2). 
Fatto  sta  che  ben  presto  Ugo  die  segno  di  essere  stanco  della  Marzia.  Una 
volta,  sol  perchè  una  lettera  di  lei  tardò  alquanto  ad  essergli  consegnata,  le 
scrisse  cosi  sgarbatamente  che  ebbe  a  pentirsene  (li,  180),  e  la  stessa  Marzia 
se  ne  lagnava  con  lui:  «  Arrivabene  scrive  ed  io  agiungo  {sic)  due  righe. 
«  Ma  che  voi  siate  destinato  a  tormentare  voi  e  gli  altri,  e  senza  ragione, 
€  non  mi  lamento  —  io  speravo  qualche  consolazione  dalla  vostra  lettera  ed 
«  in  vece  —  ma  torno  a  ripetere  —  io  non  mi  lamento.  Aspetto  col  primo 
«  corriere  questo  tuo  progetto.  Addio  addio  ». 

«  Stabilire  la  data  precisa  della  rottura  fra  i  due  amanti  —  scrive  il  Ghia- 
ie rini  —  non  m'  è  riuscito;  ma  ci  sono  documenti dai  quali  appare  ch'essa 

«  avvenne  prima  dell'ottobre  1808»  (I,  183);  e  attribuisce  la  rottura  al  so- 
spetto che  il  Foscolo  aveva  della  fedeltà  della  Marzia.  Se  non  che  vera  rot- 
tura non  avvenne:  l'amore  da  una  parte  e  dall'altra  languì  per  cagioni  di- 
verse, e  la  gelosia  dell'ufficiale  francese  non  fu,  io  sospetto,  se  non  una 
supposizione  degli  amici  che  non  sapevano  spiegare  la  sua  strana  condotta. 
Golti  i  fiori  nel  giardino  della  Marzia,  Ugo  se  li  portò  a  Milano  ;  presto  ap- 
passirono non  senza  sua  colpa,  ed  egli  pensò  di  sostituirne  ad  essi,  se  non 
dei  freschi,  almeno  de'  rinfrescati.  Grede  il  Chiarini  che  «  le  relazioni  fra 
«  Ugo  e  la  Marzia,  dal  tempo  eh'  ei  lasciò  Brescia  fino  al  27  giugno  1808, 
<  si  mantenessero  inalterate»  (1,191);  ma  così  non  fu:  lo  sappiamo  da  una 
lettera  a  Pietro  Armandi  (li,  187 sgg.),  lettera  che  il  Chiarini  dice  «un  po' 
*  enigmatica  »,  ma  che  a  me  par  chiara  fin  troppo:  «  ti  dico  più  che  non 
«  dovrei  »,  scriveva  Ugo  all'Armandi;  e  diceva  il  vero.  Prima  di  questa 
€  ne  avea  scritta  un'altra  all'amico  suo,  oggi  disgraziatamente  sconosciuta, 
«  nella  quale,  a  proposito  di  donne  e  d'amori,  citava  un  verso  di  Tibullo  in 
€  fine  della  elegia  sesta  del  libro  secondo: 

Quitv  mtam  itmat,  quot  Untata  modi*. 

«  Non  c'è  bisogno  di  dire  che  meam  sottintende  puellam.  L'Armandi  vide 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  439 

«  in  quel  verso  un'allusione  alla  Marzia,  alla  quale  fece  leggere  la  lettera; 
«  e  si  affrettò  ad  assicurare  Ugo  che  l'amica  sua  lo  amava  sempre  e  gli  era 
«  fedele  »  (I,  194-5).  Ugo  rispose  all'amico  che  s'era  ingannato,  e  di  molto, 
sul  verso  di  Tibullo:  quel  verso  toccava  una  corda  assai  diversa;  non  si 
trattava  cioè  di  sospetto  della  fedeltà  della  Marzia,  ma  di  una  nuova  pas- 
sione per  un'altra  donna:  «  Il  poeta  latino,  tu,  ed  io  abbiamo  applicato  il 
«  verso  alle  stesse  idee,  ma  a  diverse  persone^  ed  io  con  più  proprietà,  io 
«  unico  con  vera  e  funesta  conoscenza  di  causa  ».  Pare  che  Ugo  si  fosse 
riacceso  di  una  sua  antica  fiamma  (della  Monti?),  ma  la  fiamma  fuggisse 
lui,  0,  almeno,  gravi  ostacoli  gli  impedissero  di  avvicinarsele:  «  Lunga  lun- 
«  ghissima  storia  —  il  suo  principio  tocca  i primi  giorni  della  mia  gioventù; 
«  ed  è  di  pochi  accidenti,  ma  fatti  tutti  grandi  e  dalla  lor  bizzarria,  e  dagli 
€  ostacoli,  e  dagli  uomini,  e  più  da  me  stesso,  dalla  immaginazione  tutta  te- 
<  nebre,  dal  mio  cuore  che  non  può  riposare,  che  vuole  agitarsi  ».  Tuttavia, 
facendosi  forza,  «  forza  violenta,  micidiale,  strozzando  tutti  i  sentimenti  nelle 
€  viscere  profonde  »,  era  giunto,  se  non  ad  addormentare  la  fiera  che  stava 
nel  suo  petto,  almeno  a  farla  tacere.  Quando,  su  la  fine  del  1807,  la  Marzia 
lo  visitò  a  Milano,  da  donna  esperta,  indovinò  la  causa  delle  sue  «  tristis- 
«  sime  stravaganze  »  ;  e  «  con  poche  parole,  con  uno  scherzo  forse  »  tornò 
ad  aizzare  la  fiera:  «  da  prima  fremeva  sommessamente  —  poi  cominciò  a  rug- 
«  gire  ».  Adunque  la  Marzia  fu  «  causa  innocentissima  »  delle  sue  frenesie. 
Oià  l'infiammazione  era  passata,  quando  scriveva  all'Armandi  ;  era  ai  perpetui 
e  lenti  dolori;  li  avrebbe  sopportati  fino  alla  guarigione.  Ne'  giorni  d'un 
amore  disperato,  cioè  con  la  Arese,  scriveva  l'Orazione  e  ì" Ortis  e  le  sue 
poesie,  e  lo  scrivere  lo  consolava.  Se  avesse  potuto  scrivere  un  altro  Ortis 
(cfr.  :  I,  189-90),  gli  pareva  che  sarebbe  stato  meglio,  che  avrebbe  pianto 
senza  accusarsi  di  debolezza,  che  sarebbe  forse  guarito;  si  trattava  dunque 
di  un  altro  amore  disperato.  L'avrebbe  fors'anche  potuto  guarire  la  Marzia; 
ma  egli  era  poco  disposto  a  ricorrere  a  questo  rimedio  :  non  si  era  già  ine- 
briato del  profumo  de' suoi  fiori?  Amava  la  Marzia,  l'amava  teneramente, 
l'avrebbe  amata  quanto  poteva  l'afflitta  anima  sua.  Ma,  in  conclusione,  stimò 
sempre  la  Marzia  più  di  quello  che  l'avesse  amata  : 

Marzia  piacque  tanto  agli  occhi  suoi 
Mentre  ch'ei  fu  di  là  .  .  . 

Tuttavia,  «  secondo  la  usanza  sua,  seguitava  a  scriverle  molto  amorosa- 
«  mente  »  (I,  181).  Sempre  le  prometteva  di  rivederla,  e  a  Brescia  più  non 
fece  se  non  una  scappata  —  di  questa  il  Chiarini  non  si  accorse  —  agli 
ultimi  di  maggio  o  a'  primi  di  giugno  1808,  come  risulta  da  una  lettera  a 
Camillo  Ugoni  (Ep.,  Ili,  308;  si  badi  che  la  data  dell'anno  è  sbagliata).  Ma 
le  sue  €  tenerezze  postume  non  aveano,  sembra,  gran  virtù  di.  riscaldare  la 
«  Marzia,  la  quale  rispondeva  fredda  e  sostenuta  »  (I,  182).  In  fatti  fredda 
e  sostenuta  è  l'unica  lettera,  ancora  inedita,  che,  oltre  le  poche  righe  già 
riportate,  ci  rimane  di  lei: 


440  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

BrescUC,]  U  5  Aprile  [1809.] 
Amt'co 
Col  mezzo  d'Armandi  bo  ricevuto  la  vostra  Prolnsìone.  Yi  ringnrazio  della  vostra  premars  e  vi 
prego  ad  esser  persuaso  che  Tesser  ricordata  da  voi  mi  fu  di  vera  compiacenza. 

Sento  da  Armandi  che  non  siete  contento  della  vostra  8alate[;]  abbiatevi  cara.  Addio[;]  contata 
che  avete  un'amica  nella 

Mabzu. 

Questa  letterina   non  è  tale  certamente  che  un  amante  debba  per  essa 

estasine.  Pure  il  maestro   di   finzioni  rispondeva:   «  ti  ringrazio  che  tu, 

«  mia  cara  amica,  mi  abbia  scritte  due  righe;  e  quando  sarò  in  Pavia,  ri- 
«  porrò  quella  letterina  fra  le  altre  ch'io  custodisco  religiosamente  e  dove 
«  si  conservano   le  memorie  degli  anni  che  fuggirono.    Tu  non  fuggirai, 

€  Marzia  mia,  tu  non  fuggirai  dal  mio  cuore  con  gli  anni »  (I,  182).  E 

quando  scriveva  in  questo  modo  era  innamorato  della  Giovio  e  della  Bignami. 
Ma  la  Marzia  non  aveva  tanto  aspettato  a  conoscere  l'amatore  Ugo;  e  ri- 
scrisse fredda  e  sostenuta,  perchè  rispondendo  egli  il  21  aprile,  le  diceva: 
«  Voi  state  sempre  sul  Voi,  e  fra  non  molto  vedo  che  verrete  al  Lei  »  (I,  183). 
Se  venisse  al  Lei  non  sappiamo,  perchè  il  carteggio  della  Marzia  con  Ugo 
fu  distrutto,  e  quello  di  lui  con  essa  è,  tranne  poche  lettere,  inedito  tut- 
tavia. Probabilmente  il  carteggio  finì,  com'era  finito  Tamore,  non  molto  dopo 
l'aprile. 

Non  dispiacerà  ch'io  faccia  sapere  che,  se  il  Foscolo  avesse  finito  il  Gaz- 
zettino del  Bel  Mondo,  alla  Marzia  avrebbe  dedicato  la  lettera  dal  titolo 
Pettegoli,  o  Pettegolezzo,  che  prima  voleva  dedicata  a  Felicina  Giovio,  anzi 
ne  scrisse  alcune  righe  (1).  Aveva  incominciato  così,  ma  poi  mutò:  «  Che 
«  voler  ciò  udire  S  bassa  voglia.  |  Dante,  Inf.,  XXX,  vs.  ult.  |  Vorrei  inco- 
«  minciare  con  quell'altro  verso  di  Dante:  Marzia  che  piacque  tanto  agli 
«  occhi  ìniei,  ma  ho  l'animo  un  po'  inacerbito ». 

Il  10  luglio  1808  il  Foscolo  scriveva  al  Pindemonte:  «  mi  pare  ch'io  potrei 

«  scrivere  un  altro  Ortis Poesie  e  versi  medito  sempre  perchè  io  amo  > 

(Ep.,  I,  l'25).  Chi  era  oggetto  del  suo  amore?  forse  la  donna,  alla  quale  al- 
ludeva nella  lettera  all'Armandi,  o  ora  un'altra,  p.  es.  la  FJignami?  La  ri- 
sposta non  è  facile.  Di  quel  tempo,  anzi  ben  prima  di  quel  tempo,  vagheg- 
giava Lucia  Battaglia;  ma  costretto  a  far  tacere  l'amore,  c'era,  almeno  in 
parte,  riuscito.  Che  possa  essere  la  Bignami,  non  è  aflatto  improbabile,  perchè, 
<  se  nel  novembre  del  1808  Ugo  era  famigliare  in  casa  Bignami  [cfr.  Ep., 
€  I,  168  in  notaj,  è  naturale  supporre  che  la  conoscenza  di  lui  con  la  fa- 
«  miglia  e  con  la  giovine  signora  di  casa,  fosse  cominciata  qualche  tempo 
«  innanzi  »  (I,  214).  Comunque  sia  la  cosa,  neW Epùttolario  Ugo  si  manifesta 
innamorato  della  gentile  persona  solo  nel  1809  (voi.  1,  213-14;  239-40  sgg); 
né  la  gentile  persona  conobbe  il  segreto  di  lui  se  non  se  nella  seconda  metà 
di  giugno  (li,  244).  II  9  di  questo  mese,  da  Codogno,  ella  gli  scriveva  che 


(1)  A  Francesca  Giovio  —  si  sa  —  avrebbe  intitolaU  la  lettera  FanciulU;  a  Madd.  Bignami  e 
a  Matilde  Vi^contini  Dembowski,  RomanMi. 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  441 

il  domani  sarebbe  partita  per  Milano  (1);  e  Pietro  Borsieri,  il  di  13,  lo  av- 
vertiva che 

La  bella  donna  che  cotanto  amara 

era  tornata  (Il  Baretti,  an.  1873,  p.  374).  Ugo  volò  a  Milano  —  sbaglia  il 
Chiarini  dicendolo  quivi  il  di  10,  ma  il  suo  sbaglio  provenne  àdWEpistO' 
lario — ;  e  il  17  scriveva  al  Montevecchio  la  pietosa  lettera  che  incomincia: 
«  Il  caldo  è  sì  affannoso  »  {Ep.,  I,  284). 
Non  appena  tornata,  la  povera  Bignami  era  stata  riassalita  da'  suoi  soliti 

malanni  di  nervi  e  di  tosse.  In  vece  pare  al  Chiarini  «  molto  probabile  che 

«  la  malattia  di  lei  avesse  relazione  col  tentato  suicidio,  e  fosse  forse  una 
«  conseguenza  di  esso  »  (I,  233).  Eppure  vide  il  Chiarini  che  «  se  la  Bi- 
«  gnami  avea  tentato  d'uccidersi  per  amore  del  Foscolo,  forse  dopo  qualche 
«  scena  violenta  fattale  dal  marito  »,  Ugo  non  poteva  «  non  solo  seguitare 
«  a  praticare  quella  casa,  ma  (né)  andarci  a  tenere  lunga  ora  di  compagnia 
«  alla  signora  »  (I,  234).  E  doveva  il  Chiarini  badare  meglio  alla  lettera 
del  Foscolo  al  Montevecchio,  la  quale  spiega  chiaramente  la  malattia  di  lei; 
e  badare  ad  un'altra  della  Teresa  Bignami  al  Foscolo  con  la  quale,  il  16 
agosto,  gli  faceva  sapere  che  nel  decorso  di  due  mesi  la  Lenina  non  aveva 
più  avuto  alcun  accesso  di  tosse;  ingrassava,  e  la  sua  salute  guadagnava  di 
giorno  in  giorno.  Avrebbe  la  Teresa  scritto  ancora  al  Foscolo,  s'egli  fosse 
stato  cagione  del  tentativo?  e  poteva  il  Foscolo  scrivere  alla  Teresa  qual- 
mente non  sapeva  né  voleva  sapere  quali  ragioni  avevano  destata  tanta  dif- 
fidenza e  freddezza  verso  di  lui?  Inoltre,  se  il  2  di  giugno  la  Lenina  non 
conosceva  ancora  il  segreto  di  Ugo,  segreto,  del  resto,  facilissimo  a  indovi- 
narsi; se  da  Codogno  ella  era  tornata  il  dì  10  e  il  Foscolo,  da  Pavia,  dopo  il 
13;  potevano  in  sì  breve  spazio  di  tempo  avvenire  tali  e  tante  cose?  —  gio- 
verà ricordare  che  le  lettere  della  Bignami  al  Foscolo  non  sono  punto  lettere 


(1)  Ecco  la  lettera  non  pubblicata,  non  saprei  perchè,  dal  Chiarini: 

Amico  mio  —  Avete  fatto  benissimo  di  credere  a  me,  perchè  cosi  ebbi  il  piacere  di  trovare  nel 
mio  ritorno  da  Mantova  due  vostre  lettere  le  quali  leggo  benissimo ,  e  mi  fanno  molto  piacere. 
È  pur  troppo  vero,  che  vi  sono  certi  caratteri,  che  senza  loro  colpa  sono  preda  d'eterna  inquie- 
tudine, e  per  nostra  fatalità,  credo  che  siamo  nellMstesso  caso  tutti  e  due;  non  anelate  in  collera, 
ma  bensì  sopportate  con  rassegnazione  (come  è  il  vostro  solito)  l'opinione  forse  falsa  della  vostra 
amica.  Vi  prometto  d'ora  in  avanti  di  non  disputare  più  con  voi,  perchè  voglio,  che  conserviate 
la  buona  qualità,  che  avete  di  non  parlar  mai  con  ironia,  e  non  voglio,  che  per  convenienza  alla 
Signora  ci  facciate  degli  elogj  quando  dice  delle  bestialità;  vi  assicuro,  che  mi  sarà  più  dolce 
una  contradizione  che  il  sentire,  che  vi  ho  imbrogliato  più  di  quel ,  che  avrebbero  potuto  fare  i 
metafisici  disputanti  delV  università.  La  mia  salute  è  ottima,  ed  ho  avuta  anche  la  sodisfazione 
di  trovare  bennone  il  mio  Rocchino  quale  vi  ringrazia  molto  della  memoria,  che  conservate  di  lui. 
Questa  mattina  mi  sono  alzata  alle  cinque,  ed  in  questo  momento  suona  mezz'ora  dopo  la  mezza 
notte,  vi  dico  queste  cose  perchè  non  voglio,  che  crediate  che  sia  per  pigrizia  eh'  io  faccia  delle 
lettere  corte.  Addio  caro  Foscolo,  pregandovi  de'  miei  saluti  a  Montevecchi  mi  dico  di  cuore 

vostra  amica 
Codogno  9  Giugno  1809. 

H.     B  IONA  MI. 

Domani  parto  per  Milano. 

[Al  Sig.r  Sig.r  \  Ugo  Foscolo  professore  casa  |  Bonfico  Borgo  Oleario  |  Pavia]. 


442  RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA 

d'amore.  —  Il  Chiarini  ci  fa  osservare  che  «  il  Foscolo  scrisse  da  Milano 
«  parecchie  lettere  alla  Contessa  d'Albany,  ragguagliandola  minutamente  delle 
«  faccende  di  casa  Bignami;  e  in  nessuna  di  quelle  lettere  accenna  neppure 
«  lontanamente  al  tentativo  di  suicidio  della  signora  »  (1.  236).  Ma  il  Foscolo 
ad  amiche  e  ad  amici  scriveva  quello  che  gli  tornava.  Del  resto,  a  giudicare 
dalle  due  lettere  del  18  dicembre  alla  d'Albany  e  alla  Mngiotti  e  da  lettere 
posteriori,  si  potrebbe  argomentare  che  il  tentativo  di  suicidio  avvenisse  tra 
il  novembre  e  il  dicembre  del  1513.  Nelle  lettere  del  18  parla  de'  suoi  do- 
lori indicibili  inenarrabili;  nelle  posteriori,  sebbene  si  dica  sempre  forsen- 
natamente innamorato  della  Bignami,  è  più  forte,  sta  men  male  di  prima 
(cfr.:  Ep.y  1,545;  555-56).  Il  fine  della  lettera  alla  d'Albany  è  per  me  assai 
eloquente:  «  la  mia  assiduità,  e  il  vedere  ch'io  per  ora  stava  risolutamente 
«  in  Milano  e  presso  il  ministro  della  guerra,  inferoc'i  l'antica  gelosia  del 
«  marito,  che  divenne  muto,  vigilante  ed  in  uno  stato  deplorabile;  e  l'esser 
«  egli  infelicissimo,  e  imprigionato  volontariamente  in  casa  dalla  sua  passata 
«  calamità,  accrebbe  i  rimorsi^  i  doveri  e  le  angosce  della  moglie;  e  con 
«  le  angosce  un  tremendo  terrore  perpetuo  che  s' è  immedicabilmente  in- 
«  nestato  nelle  mie  viscere.  Ho  dunque  dovuto  rassegnarmi  al  partito  di  non 
«  rivederla  mai  più  »  {Ep.^  I,  543). 

Adunque  fu  durante  la  malattia  della  Lenina  che  il  Foscolo  le  fé'  cono- 
scere il  suo  segreto ,  e  la  Lenina  non  si  sarà  mostrata  insensibile  all'  a- 
more  di  lui.  E  l'amore  andò  tanto  crescendo,  che  il  26  giugno  1809  (nella 
stampa  è,  erroneamente,  1808)  Ugo  scriveva  al  Montevecchio  di  star  male, 
insopportabilmente  quasi;  aveva  bisogno  della  sua  compagnia ,  provando  in- 
sopportabile la  solitudine  delle  sue  stanze;  ad  ogni  costo  non  sarebbe  stato 
a  Milano:  il  perchè  andava  a  Como  per  intendersela  col  padrone  di  casa 
Resta  circa  l'appartamento  sul  lago.  «  Saprai  ogni  cosa  dalla  mia  lettera 
€  che  ti  scriverò  domani  l'altro  »,  gli  diceva.  Gli  riscrisse  il  primo  luglio: 
«  Ci  rivedremo:  saprai  tutto:  vi  è  una  vittima  e  un  sacrifizio  »  {Ep.^  1,  287). 
Il  giorno  7  riceveva  da  lui  una  lettera  con  la  data  del  3,  nella  quale  non 
era  cenno  della  sua.  Temendo  che  la  andasse  smarrita ,  gli  scriveva  nova- 
mente:  «  Bada  per  carità  di  riavere  la  mia  lettera non  vorrei  che  fosse 

«  veduta  da  occhio  vivente;  v'è  un'espressione  che  mi  fa  tremare  pel  se- 
€  crete  del  mio  cuore  pazzo.  Gli  uomini  ne  riderebbero;  ma  una  persona, 
«  una  disgraziata  persona,  se  lo  risapesse,  avrebbe,  e  ingiustamente  certo, 
«  ma  avrebbe  mille  ragioni  apparenti  di  odiarmi  ». 

Una  volta  il  Chiarini  credette  «  che  la  disgraziata  persona  fosse  la  Bi- 
«  gnami  »  {Ombre  e  figure^  p.  306);  ora  invece  gli  paro  evidente  <  ch'ella 
«  non  può  essere  se  non  la  vittima  di  cui  si  parla  nella  prima  lettera,  cioè 
«  la  Cecchina  »  (1,  227).  Ma  io  non  so  comprendere  come  mai,  smarrendosi 
una  lettera  impostata  a  Milano  per  Arena,  la  Cecchina  a  Como  giungesse 
a  conoscerne  il  contenuto.  Inoltre,  dalla  lettera  di  Ugo  del  26  giugno  ap- 
pare che  la  cagione  del  suo  male  era  a  Milano,  e  la  voleva  fuggire  ripa- 
rando sul  lago  eh'  ei  desiderava  «  come  un'anima  ardente  nelle  fiamme  in- 
«  fernali  »  {Ep.,  I,  292).  Farmi  dunque  si  possa  argomentare  che  le  visite 
troppo  frequenti  in  casa  Bignami,  le  continue  amorose  cure  per  l'ammalata, 
qualche  imprudenza  fors'anche,  quando  la  fu  guarita,  destassero  la  gelosia 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  443 

nel  marito  e  la  diffidenza  in  tutta  la  casa.  Quindi  la  necessità,  se  ad  evitare 
lo  scorno  non  voleva  di  punto  in  bianco  troncare  le  visite,  di  diradarle  al- 
meno come  fece  veramente,  a  ciò  confortato  forse  dalla  stessa  Bignami  — 
la  vittima  —  alla  quale  saranno  toccati  de' fieri  rabbuffi  dal  marito;  quindi 
la  necessità  di  abbandonare,  non  foss'altro  per  qualche  mese,  Milano,  e  d'e- 
siliarsi poi  per  sempre  dalla  casa  Bignami.  Ecco  il  sacrifizio! 

Crede  il  Chiarini  che  Ugo  ritornato  «  col  cuore  e  la  testa  in  grande  tu- 
«  multo  »  da  Como  —  non  il  martedì,  com'egli  dice,  ma  il  mercoledì  — , 
ricevesse  la  lettera  della  Cecchina,  «  con  la  quale  essa  confessandogli  di 
«  avere,  dopo  molte  resistenze  e  molti  rifiuti,  accettato  finalmente  la  proposta 
«  di  matrimonio  fattale  da  suo  padre,  gli  confermava  il  suo  amore  »  (Ombre 
e  figure,  303-4);  e  si  sfogasse  «  al  solito  scrivendo,  come  avea  promesso,  al 
«  suo  Montevecchio  »  (I,  227).  Ma  con  la  lettera  del  26  Ugo  prometteva  di 
far  sapere  all'amico  ciò  che  lo  faceva  star  male  prima  di  andare  a  Como. 
E  a  Como  erasi  fermato  sole  ventiquattro  ore,  e  se  vide  la  Cecchina,  non 
intese  da  lei  nulla  di  grave,  perchè  di  questa  visita  neppure  è  cenno  nella 
lettera  del  19  agosto.  La  lettera  poi  della  Cecchina  a  lui  non  è  del  17  giugno, 
ma,  se  fu  scritta  nel  1809,  e  non  nel  1810,  è  del  7  marzo. 

Supposto  che  la  lettera  sia  del  1809,  essa  non  è  anteriore  al  marzo  per 
molte  ragioni  ch'io  mi  taccio,  appunto  perchè  gli  è  inutile  l'addurle.  La  lettera 
fu  scritta  il  martedì  e  fu  indirizzata  a  Milano  (1).  Ora,  il  -27  giugno  del  1809 
era  bensì  martedì,  ma  proprio  in  questo  giorno  il  Foscolo  da  Milano  andava 
a  Como,  donde  ripartiva  la  mattina  del  mercoledì.  Il  lunedì  adunque,  26  giugno, 
non  essendo  Ugo  a  Como,  la  giovine  non  gli  poteva  scrivere:  «  Se  tu  sapessi 
«  quanta  pena,  quanta  compassione  mi  facevi  jersera  vedendoti  sempre  gli 
«  occhi  pieni  di  lagrime  !  ».  Né  può  la  lettera  essere  dell'aprile,  perchè  Ugo, 
lasciato  Milano  il  30  marzo,  fu  a  Como,  ad  Erba  e  di  nuovo  a  Como  per  le 
feste  di  pasqua;  e  da  Como  partiva  il  giovedì,  6  aprile.  Bensì  sappiamo  che 
il  5  di  marzo  —  era  domenica  —  ei  rivedeva  Como  per  la  terza  volta,  e 
presto  tornava  a  Milano  e  precisamente  il  giorno  7:  il  9  già  scriveva  al 
Conte,  mandandogli  in  dono  l'orazione  inaugurale.  E  appunto  il  martedì  sera, 
a  tarda  ora,  la  Cecchina  avrebbe  scritta  la  sua  prima  lettera  (2)  al  Foscolo, 
al  quale  poi  scrisse  parecchie  altre  volte,  come  sappiamo  dal  frammento  di 
lettera  a  Vincenzina  Panigadi,  sorella  della  Cecchina. 

Alle  parole  della  lettera;  «Se  tu  sapessi»  ecc.  il  Chiarini  annota:  «  Si 
€  capisce  che  la  lettera,  per  quanto  porti  la  data  di  martedì,  fu  realmente 
«  scritta  il  mercoledì  mattina,  cioè  dopo  la  mezzanotte  del  martedì  »  (I,  226). 
Questa  è  critica  sottile!  Crede  forse  il  Chiarini  che  la  Giovio  non  sapesse 
distinguere  i  giorni  della  settimana,  come  certi  critici  non  sanno  quanti  sieno 
i  giorni  dei  mesi?  Del  resto,  se  anche  ella  avesse  scritto  dopo  la  mezzanotte, 
avendo  datata  la  lettera  m,artedì^  col  jersera  intendeva  il  lunedì.  Ad  ogni  modo, 
a  supporre  la  lettera  del  marzo  1809  vi  sarebbe  un  altro  argomento.  Leggiamo 
in  essa  :  «  Non  vedendo  più  tue  lettere  al  Papà,  io  credeva  che  tu  m'avessi 


(1)  La  sopraccarta  è  così:  AlVOmaLmo  Signore  |  Jl  Signor  Ugo  Foscolo  \  Milano. 

(2)  Lo  si  potrebbe  argomentare  da  queste  parole:  «  l'averti  scritto  ti  sia  una  prora  della  mia 
stima,  della  mia  amicizia,  ch'io  ti  conserverò  fino  all'ultimo  mio  respiro  ». 


444  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

«  dimenticata,  e  forse  non  amata  mai,  quant'io  t'aveva  amato; ma  t'ho 

«  riveduto...  più  tenero  di  prima  ».  Chi  guarda  neW Epistolario,  vede  che  dopo 
il  3  di  ottobre  1808  il  Foscolo  più  non  scrisse  al  Conte  se  non  il  20  novembre 
e  poi  ril  dicembre.  E  sappiamo  dalla  lettera  del  19  agosto  che,  dopo  la  sua 
seconda  visita  alla  Giovio  —  il  Chiarini  non  ne  fa  menzione  —  la  quale  vi- 
sita fu  a  Verzago  verso  la  metà  di  ottobre,  tardò  un  mese  a  mandare  i  suoi 
ringraziamenti  al  Conte.  Con  l'anno  nuovo  gli  scrisse  spessissimo,  cominciando 
dal  6  gennaio;  cioè,  il  31  dello  stesso  mese,  il  3  e  17  febbraio,  il  9,  12-16, 
20-21,  25  marzo;  due  volte  nell'aprile,  cinque  nel  maggio,  e  due  volte  ancora 
prima  del  27  giugno.  Adunque  con  le  parole:  «  non  vedendo  più  tue  lettere 
«  al  papà  »,  la  Cecchina  avrebbe  alluso  al  lungo  silenzio  dei  mesi  novembre 
e  dicembre;  e  con  le  altre:  «  t'  ho  riveduto  »,  alla  visita  del  5  marzo,  che 
altra  il  Foscolo  non  glie  ne  aveva  fatta  dopo  l'ottobre. 

Invitato  dal  conte  G.  B.  Giovio  alle  sponde  del  Lario,  il  Foscolo  vi  era 
andato  su  la  fine  di  luglio  del  1808  (Ep.,  I,  127,  nota  2) ,  e  la  gentile  im- 
magine della  Cecchina  «  fece  vibrare  dolcemente  tutte  le  fibre  del  suo  cuore, 
«  e  gli  s'impresse  forte  nell'animo  »;  tanto  forte  che  ebbe,  «  per  un  istante 
«  almeno,  l'idea  di  offrire  la  sua  mano  alla  giovine  »  (1,  244).  E  quando 
avvenne  la  «  definitiva  rottura  del  poeta  con  la  Cecchina  »  (I,  243),  quella 
«  gli  lasciò  nell'animo  non  poca  amarezza  ».  Scriveva  in  fatti  a  Sabina  Orozco: 
<  Oggi  è  un  mese  ch'io  vi  vidi  per  l'ultima  volta;  da  quel  tempo  sono  an- 
«  dato  su  e  giù  da  Milano  al  lago  di  Como;  e  non  potrei  dirvi  la  causa^ 
«  ma  l'ultimo  giorno  del  mese  di  Agosto  ho  tirato  una  linea  che  divide  tutta 
«  la  mia  vita  passata  dagli  anni  che  forse  ancora  mi  restano  »  (Lettere  ine- 
dite  di  illustri  italiani,  Pisa,  Nistri,  1874,  p.  8).  La  lettera  non  ha  data,  e 
io  la  dissi,  altra  volta  (1),  del  settembre  1808,  perchè  in  questo  anno  dalla 
fine  di  luglio  a  quella  di  agosto  il  Foscolo  fu  da  Milano  a  Como,  da  Como 
a  Milano,  e  a  Lugano  e  a  Lecco;  onde  scriveva  al  Brunetti  che  andava 
€  pellegrinando  su  e  giù  »  (£p.,  1,  132).  E  ho  pur  detto  che  dopo  l'ottobre 
dei  1809  il  Foscolo  non  andò  più  a  Como,  finché  vi  fu  la  Cecchina  (2), 
perchè  neW Epistolario  non  vi  è  per  un  bel  pezzo  traccia  di  gita  alcuna 
colà.  Leggendo  ora  nel  frammento  di  lettera  a  Vincenzina  Paaigadi  che  il 
Foscolo  nel  1809  aveva  restituiti  alla  Cecchina  i  biglietti  che  gli  scrisse 
la  prima  volta,  e  quelli  che  gli  restavano,  gli  erano  stati  mandati  dal 
primo  all'ultimo  di  agosto  dell'anno  passato;  essendo  il  frammento  del 
gennaio  o  febbraio  del  1811  (3),  devo  convenire  col  Chiarini  che  la  lettera 
alla  Orozco  è  del  settembre  del  1810,  e  che  nell'agosto  di  quest'anno  il  Fo- 
scolo fu  ancora  a  Como,  forse  più  d'una  volta.  Anche  scriveva  alla  Orozco: 
«  io  non  so  sotto  che  tetto  poserò  questo  o  quest'  altr'  anno  il  mio  povero 
€  corpo,  che  l'inquietudine  della  mia  fortuna  e  della  mia  natura  fecero  sempre 
«  andar  vagabondo  »;  e  r8  di  ottobre,  non  so  a  quale  Eccellenza,  che  non  era 


(1)  Cfr.  qaesto  OiornaU,  XIX,  128. 

(2)  2b.,  p.  119. 

(3)  In  esso  si  legge  :  «  Anche  Montereccbi  s'ammoglia  »;  e  il  Monterecchi  sposò  Maria  Bedogni 
il  23  febbraio  del  1811,  come  si  rileva  dalla  fede  matrimoniale  che  il  Bianchini  ebbe  dalla  caria 
Tcwo^le  di  Norara. 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  445 

possibile  ch'ei  seguisse  a  dimorare  in  Milano  {Ep.,  1,375);  e  la  stessa  cosa 
dovette  scrivere  alla  Panigadi,  perchè  questa  il  24  novembre  gli  rispondeva; 
«  che  vi  decidiate  ad  abitar  la  Toscana,  o  Venezia  vostra,  io  formerò  sempre 
<  dei  voti  sinceri  per  voi  »  (I,  620).  Adunque  tutte  e  tre  le  lettere  furono 
scritte  a  poca  distanza  T  una  dall'  altra ,  cioè  dal  settembre  al  novembre 
del  1810. 

Quindi  appare  manifesto  che  gli  amori  del  Foscolo  con  la  Giovio  non  fi- 
nirono se  non  col  finire  dell'agosto  del  1810.  Ora,  non  potrebbe  la  lettera 
della  Gecchina  essere  di  quest'anno?  Potrebbe  certamente.  Il  Ghiarini  non 
pensò  punto  a  questa  possibilità,  né  fino  a  qui  ci  avevo  pensato  io  stesso; 
perchè ,  com'egli  dice ,  quando  uno  si  è  fitto  un  chiodo  in  capo ,  a  levarlo 
via  ce  ne  vuole.  Fu  sempre  creduto  che  «  dopo  la  famosa  lettera  d'Ugo  del 
€  19  agosto  e  le  poche  spiegazioni  che  ad  essa  tennero  dietro ,  tutto  fosse 
€  finito  fra  il  poeta  e  la  Giovio  »  (I,  242)  ;  e,  naturalmente,  fu  anche  sempre 
creduto  che  la  lettera  di  lei  a  lui  fosse  dello  stesso  anno  1809.  Ma  riflet- 
tiamo un  po'  :  se  il  Foscolo  aveva  ricevuta  codesta  lettera  nel  marzo  ovvero 
nel  giugno,  come  vuole  il  Ghiarini,  del  '9,  come  mai  nella  sua  del  19  agosto 
neppure  lontanamente  accenna  alla  promessa  della  giovine  di  sposare  il 
Vautré  ?  l'essere  ella  promessa  non  era  un  ostacolo  di  più  a  sperarla  da'  suoi 
parenti?  Inoltre,  se  il  Vautré  non  aspettava  più  che  una  lettera  del  Conte 
per  andare  a  Gomo  a  sposare  la  Gecchina,  è  egli  presumibile  che  il  Gente 
a  scriverla  tardasse  più  d' un  anno  ?   Nella  lettera  della  giovine  leggiamo  : 

—  «  mio  padre mi  fece  parlare  da  Benedetto,  che  fu  testimonio  del  ter- 

«  rore  che  mi  faceva  una  separazione  così  dalla  mia  famiglia  »;  e  noi  sap- 
piamo dalla  lettera  del  Foscolo  al  Gente,  la  quale  ha  la  data  del  13  giugno 
1810,  che  appunto  in  questo  mese  Benedetto  Giovio  si  trovò  a  Gomo:  —  «  Il 
«  signor  Vaccari  vide  la  lettera  ch'ella  mi  diede  aperta  per  [mezzo  di]  Be- 
«  nedetto,  e  non  ve  n'era  bisogno  perch'ei  considerasse  l'imprudenza  come 
«  frutto  di  generose  intenzioni  »  [per  l'intelligenza  di  queste  ultime  parole 
veggasi  il  principio  della  lettera  del  3  giugno].  Da  queste  parole  poi  :  — 
«  quante  volte  ho  avuto  il  pensiero  di  dirti  di  trovarti  in  bastione,  che  dal 
«  giardino  del  Prefetto  lo  potevi ,  eh'  io  t'avrei  aspettato  tutta  la  notte  in 
«  giardino  » ,  si  comprende  che  il  Foscolo  era  ospite  del  suo  amico  Ta- 
massia  (1),  il  quale  era  stato  traslocato  alla  prefettura  del  Lario  nel  maggio 
del  1810  (Epist.,  I,  346).  E  se  badiamo  che,  dopo  la  lettera  del  13  giugno, 
il  Foscolo  più  non  si  fé'  vivo  col  Gente  finché  non  fu  a  vederlo  nell'agosto, 
possiamo  credere  che  a  questo  lungo  silenzio  alludesse  la  Gecchina  con  le 
parole:  «  Non  vedendo  più  tue  lettere  al  Papà  »;  e  con  le  altre:  «  t'ho  ri- 
«  veduto  più  tenero  di  prima  »,  alludesse  alla  prima  delle  visite,  se,  come 
pare ,  più  di  una  il  Foscolo  ne  fece  in  quell'agosto.  Quindi  vediamo  anche 
che  il  Foscolo  diceva  il  vero  quando  alla  Panigadi  scriveva:  —  «Le  carte... 


(1)  «  La  mia  strada  mi  conduceva  per  Como;  e  il  desiderio  di  abbracciarti  (forse  —  e  senza 
«  forse  !  —  per  l' ultima  volta) ,  e  di  salutare  la  mia  stanza  ospitale,  e  di  baciare  i  tuoi  flgliuo- 
«  letti,  e  di  ringraziare  affettuosamente  di  tante  gentilezze  tua  moglie,  mi  avrebbero  pur  condotto 
«  per  Como  »  {Epistol,  III,  341). 

OiornaU  storico,  XX,  fase.  60.  29 


446  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

€  sono  pronte;  e  le  manderei  per  la  posta,  se  non  temessi  d'avventurarle. 
€  Vostra  sorella  saprà  che  sono  pochissime;  perchè  io  le  aveva  nel  1809  re- 
«  stituiti  i  biglietti  ch'Ella  mi  scrisse  la  prima  volta;  e  questi  che  mi  re- 
€  stano  mi  furono  mandati  dal  i^  all'ultimo  d'Agosto  dell'anno  passato».  0 
il  Foscolo  restituì  veramente,  o  distrusse  codesti  ultimi  biglietti;  ma,  per 
memoria  del  suo  infelice  amore,  conservò  la  sola  lettera  della  quale  ho  do- 
vuto fare  tante  parole.  Ed  ora  il  Chiarini  potrà  crederla  del  7  mar/o  del 
1809,  0  dell'agosto  del  1810;  ma  non  potrà  credere  che  la  disgraziata  per- 
sona  della  lettera  del  Foscolo  al  Montevecchio  sia  Francesca  Giovio. 

Tornando  indietro  alquanto,  poiché  il  Chiarini  suppose  che  il  tentativo  di 
suicidio  della  Bignami  avvenisse  nel  giugno  del  1809,  naturalmente  credè 
che  la  Matilde,  menzionata  nel  frammento  di  lettera  pubblicata  a  pp.  251 
e  sgg. ,  «  facesse  il  suo  ingresso  nel  cuore  del  poeta  contemporaneamente 
«  alla  Bignami,  o  poco  dopo;  e  che  la  lettera  sia  del  1809,  e  propriamente 
«  del  tempo  quando  la  Lenina  era  malata  ».  Ciò  sembragli  risultare  <  ab- 
«  bastanza  chiaro  dall'accenno  alla  malattia  della  signora,  che  il  poeta  te- 

€  meva di  veder  seppellire  di  giorno  in  giorno  »  (I,  253).  Ma  come  io 

ho  dimostrato  che  il  tentativo  avvenne  più  tardi,  probabilissimamente  nella 
prima  metà  del  dicembre  1813,  così  ne  consegue  che  il  nuovo  amore  sorse 
nel  poeta  verso  quel  tempo,  nel  dicembre  cioè,  o  a'  primi  del  1814.  Il  poeta 
temeva  di  veder  seppellire  di  giorno  in  giorno  la  Lenina.  E  veramente,  co' 
rimorsi  e  le  angosce  nell'anima,  col  tremendo  pei'petuo  terrore  che  la  spin- 
sero a  tentare  «  con  tanto  furore  »  di  uccidersi,  la  sua  salute  doveva  essere 
tutt'altro  che  fiorente. 

Chi  era  la  nuova  amante?  «  Fra  le  tante  donne  italiane  conosciute  dal 
€  Foscolo,  delle  quali  è  rimasta  memoria  nelle  sue  lettere,  ci  sono  due  sole 
«  Matildi,  la  Matilde  figlia  del  cavaliere  Orozco,  maritata  nel  1813  ad  un  Ce- 
«  nami  lucchese,  e  la  Matilde  Viscontini,  moglie  al  generale  Dembowski  » 
(I,  255).  La  Orozco  non  può  essere  la  Matilde  cui  è  diretta  la  lettera;  invece 
può  essere  la  Viscontini  per  molte  ragioni,  ma  specialmente  perchè  «  riman- 
«  gono  documenti  dai  quali  è  lecito  argomentare  che  una  volta  il  Foscolo 
€  fu  innamorato  di  lei  »  (I,  255-6).  lo  sono  dell'avviso  del  Chiarini,  il  quale, 
non  so  perchè ,  a'  passi  delle  lettere  alla  Gentile  e  al  Porta  non  aggiunse 
quelli  delle  lettere  de'  22  settembre  1815,  16  giugno,  6  e  30  agosto  1816  a 
Giacobbe  Enrico  Meister  (1).  Sempre  che  parla  di  belle  donne,  il  Foscolo 
ne  parla  da  innamorato;  ma  della  Viscontini  in  queste  lettere  al  Meister 
parla  da  innamoratissimo,  quantunque  il  17  gennaio  1815  ne  avesse  scritto 
al  Pellico  in  questi  termini  :  «  E'  sono  due  mesi  che  un'altra  donna  italiana, 
€  e  forse  meno  colpevole  [della  Negri '\y  ma  forse  non  meno  misera,  mi 
«  scrisse  da  Berna  i  suoi  guai.  E  non  mi  rincresce  d'afiSiggermi  degli  altrui 
«  guai,  quantunque  tu  sai  che  mi  basterebbero  i  miei  ».  Di  questo  non  ci  dob- 
biamo meravigliare:  il  Foscolo  non  conobbe  troppo  la  delicatezza;  anzi,  a 
parlar  chiaro,  non  rispettava  punto  le  donne  che  amava  od  aveva  amate; 
due,  forse,  eccettuate:  la  Bignami  e  la  Lucietta;  appunto  perchè,  io  credo. 


(1)  Jakrbuch  f.  romani$ch4  MHd  tnglttehé  Spraehé  und  LUeratur,  LIpsU,  1871. 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  447 

non  giunse  ad  aggavignarle.  Leggendo  queste  parole  di  me  «  paladino  delle 

<  mogli  virtuose  come  l'Albrizzi  »,  il  Chiarini  darà  in  «  una  risata  »  (I,  316). 
In  quanto  alla  Lucietta,  non  scriveva  ella  al  Foscolo  :  «  Potrei  mai  credere 
«  d'essere  da  voi  veramente  amata  se  mi  esponeste  a  farmi  scordare  nuo- 
€  vamente  i  miei  doveri?  ».  Ciò  è  vero;  ma  è  pur  vero  ch'ella  gli  prote- 
stava che  non  sarebbe  sua  (una  donna  maritata  può  scordare  i  suoi  doveri 
anche  senza  venire  a  certi  mali  passi);  ed  è  vero  anche  che,  sebbene  la 
Lucietta  fosse  «  una  donna  debole  »  ecc.  ecc.  (I,  277),  tuttavia  l'onore  della 
vittoria  doveva  toccare  a  lei.  Dopo  quasi  un  anno  di  lotta,  il  Foscolo,  stanco, 
sonava  a  ritirata:  —  «  È  tempo  che  l'amico  tuo  ti  nasconda  i  delirj  dell'a- 
«  more,  e  ti  mostri  i  teneri  affetti  della  sua  religiosa  amicizia.  Scordati  del- 
«  l'amante,  o  amabile  giovine,  e  più  amabile  per  la  tua  virtù,  e  ricordati 
«  sempre  del  tuo  amico.  Ah  !  s'io  perdessi  anche  la  stima  e  la  fede  che  tu 
«  mi  hai  conceduta,  maledirei  l'amor  mio  ». 

Fra  i  manoscritti  della  Nazionale  di  Firenze  ci  sono  tre  bigliettini  amo- 
rosi di  donna  diretti  al  Foscolo,  in  francese,  e  di  ortografia  spropositata;  e 
nella  mente  del  Chiarini  balenò  «  il  pensiero  che  la  signora  de'  bigliettini 
«  potesse  essere  la  Dembowski  stessa;  ma  fra  le  lettere  di  lei,  scritte  con 
«  una  certa  spigliatezza  e  con  sufficiente  correzione,  ce  ne  sono  due  in  fran- 
ge cese,  abbastanza  corrette  anch'esse  »,  ciò  che  lo  induce  a  supporre  «  che 
«  i  bigliettini  possano  essere  di  un'altra  donna  »  (1,  267-8). 
,  Perchè  il  Chiarini  tenesse  per  fermo  che  i  bigliettini  sono  di  un'altra 
donna,  bastava  badasse  alla  mano  diversa.  Ristampandoli,  egli  non  credè 
«  bello  e  nemmeno  necessario,  riprodurli  con  esattezza  diplomatica;  pronto 

<  a  sfidare  per  ciò  i  fulmini  critici  degli  egregi  Martinetti  e  Antona  Tra- 
«  versi  »  (I,  266).  Ecco;  se  il  Chiarini  si  contentasse  di  raddirizzare  la  or- 
tografia dei  documenti  ch'egli  pubblica,  benché  a  me  piaccia  di  averli  ge- 
nuini, ei  non  avrebbe  a  temere  de'  miei  fulmini  critici.  Ma  il  Chiarini  non 
si  sta  contento  a  ciò;  egli  fa  ben  altro.  E  poiché  ho  toccato  questo  tasto, 
non  potendo  io,  per  la  già  troppa  lunghezza  del  mio  scritto,  dire  del  rima- 
nente del  volume  che,  del  resto,  è  migliore  d'assai,  anzi  ha  qualche  capitolo 
veramente  bello,  darò  qualche  saggio  da  cui  si  possa  argomentare  con  quanta 
esattezza  il  Chiarini  pubblichi  i  documenti  inediti  riguardanti  gli  amori  del 
Foscolo.  Nel  secondo  biglietto  (1),  invece  di  six  heures  e  le  baslion,  io  credo 
sia  cinq  heures  e  les  bastionls].  Pour  toi  non  è  certo;  in  luogo  di  pour 
pare  a  me  si  debba  leggere  puis,  sebbene  il  puntino  della  i  sia  sulla  prima 
asticciuola  dell'w;  e  perchè  dopo  toi  non  c'è  punteggiatura,  suppongo  che 
la  signora  volesse  scrivere  et  puis  avec  toi  nous  ferons  etc. ,  ma  Yavec  le 

restò  nella  penna.  Nel  terzo,  non  ma  voisine,  bensì  è  mad (non  sono 

riuscito  a  leggere  il  nome  della  signora,  scritto  con  la  iniziale  minuscola: 
pare  Riniere  o  Riviere);  e  non  so  perchè  di  questo  biglietto  il  Chiarini 


())  In  fine  del  primo  bigliettino,  invece  di  Touté  à  toi,  come  stampò  il  Chiarini,  era  parso  a 
me  di  poter  leggere  Teres  (il  resto  mi  riuscì  indecifrabile).  Non  potendo  rivedere  l'autografo,  in- 
terrogai l'egregio  signor  Cbilovi,  prefetto  della  Nazionale  di  Firenze,  il  quale  mi  fé'  gentilmenta 
rispondere  che  vi  si  legge  tote  a  toi  ovvero  tot  atoi  (sic).  Danqne  ho  torto  io. 


448  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

abbia  ommesso  le  ultime  parole:  elle  a  de  l'esprit  et  mot I  puntini  li  ba 

messi  io  per  segno  della  bella  sospensione  della  incognita  signora. 

Maggiore  cura  non  ebbe  il  Chiarini  per  le  lettere  della  Bignami  e  di  Paolo, 
marito  della  Maddalena.  Ecco  i  mutamenti  più  gravi:  —  Voi.  I,  611,  14: 
30  aprile  (23  aprile)  —  Ib.  :  alla  lettera  IV  manca  il  voc.  Amico  car.mo  — 
612,  3:  così  buone  (sì  ottime)  —  Ib.,  4:  come  ne'  scorsi  giorni  (come  lo  era- 
vate ne'  ecc.)  —  614,  15;  Can  (Can.,  abbr.  di  Canonico)  —  615,  12:  uè 
prendervela  (con  prendervela)  —  Ib.:  non  capisco  perchè  il  Chiarini  nella 
lin.  6  della  lettera  III  abbia  messo  un  non  tra  parentesi,  non  richiesto  dal 
senso  —  616,  1:  quella  tempra  (quella  stampa)  —  Ib.,  12;  è  andata  (s'era 
data)  —  Ib.,  23:  letterine  (vetturino)  —  617,  1:  bene  stare  (benessere)  — 
Ib.,  9:  in  parte  (in  generale)  —  Ib.,  22:  qualche  tempo  (qualche  giorno)  — 
Ib.,  26:  Foscolo  (Focolo:  così  pronunciava  Rocchino,  il  figliuoletto  della  Le- 
nina,  ovvero  anche  Fosco)  —  Ib.,  28  :  inalterabile  (inalterabilmente)  —  618, 
12:  Pottoni  (Pattani,  cioè  i  Tedeschi)  —  Ib.,  13:  l'Imperatore  è  stato  (l'Im- 
peratore è)  —  Voi.  II,  243,  23:  posteggiente  di  (posteggiante,  di)  —  244,  9  :  E 
perchè  non  versare  (0  perchè  non  volete  versare)  —  Ib.,  24:  Foscolo  (Fosco). 

Delle  lettere  del  Foscolo  alla  Lucietta  il  Chiarini  dice  di  aver  notato  nel- 
Y Indice,  che  chiude  il  volume  II,  le  differenze  fra  la  mia  e  la  sua  edizione  ; 
ma  quante  ne  ha  ommesse,  le  quali  sono  tutt'altro  che  leggere  !  (1).  Nem- 
meno le  tre  lettere  che  stampò  dopo,  nell'appendice  al  capitolo  VI  (I,  6(>2sgg.), 
sono  senza  mende.  Per  non  dir  altro,  dopo  le  parole  per  te  (608,  9)  mancano 
queste  :  avrei  almeno  avuta  una  dolce  e  forte  obbligazione  di  vivere.  Nella 
lettera  a  Teresa  Bignami  (I,  618-9)  a  p.  619,  lin.  34,  invece  di  rigorosamente 
e  assolutamente  a,  si  legga  rigorosamente  a:  le  parole  e  assolutamente 
sono  nella  seconda  minuta  (li,  245-6).  E  invece  di  vile;  che  questa  sciagura 
è  innata  (lin.  26),  leggasi  vile;  questa  sciagura  è  inerente.  Nella  linea  se- 
guente, dopo  affrontarla  nell'autografo  non  c'è  punto;  ma  tengono  dietro 
queste  parole  tutte  cancellate,  eccetto  la  prima  :  risolutamente  e  le  confesso 
che  questo  sacrificio  è  per  me  maggiore  di  quello  della  lontananza.  Nel 
frammento  di  lettera  a  Vincenzina  Panigadi  (II,  234)  nella  lin.  9  si  deve 
leggere:  ed  il  tempo  versano  nell'anima,  non  scusano;  e  a  p.  118,  lin.  1 
del  voi.  I,  non  per  matronam,  ma  per  m,atronatu(m). 

Oltre  questi  e  pochi  altri,  io  non  ho  veduto  o  non  ho  potuto  riscontrare 
gli  autografi  de'  documenti  pubblicati  dal  Chiarini.  Le  lettere  del  Foscolo 
alla  Russel  egli  dice  d'averle  pubblicate  <  integralmente  con  fedeltà  scrupo- 
losa »;  ed  io  mi  auguro  che  abbia  fatto  così  anche  delle  altre  tutte. 

G.  Antonio  Martinetti. 


(1)  Kingratio  il  Chiarini  d*  avermi  fatto  accorto  di  quattro  errori  di  atampa ,  de*  qaali  Don  mi 
era  avredato ,  nella  mia  edizione  delle  UU$r$  alla  Lucùtta ,  benchò  foaee  esatta  la  mia  copia. 
Leggìi  dnnqae  (p.  16,  1.  21):  dtrivawmo  —  (p.  22,  1.  16)  :  cornuti  no  imI  —  (p.  27,  1.  20)-. 
coti  mmico  ài  m»  —  (p.  33,  1.  5):  morrti  infrutiuotamintt  m/$Ue$. 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  449 

LUCIANO  BAROZZI  e  REMIGIO  SABBADINL—  Studi  sul  Pa- 
normita  e  sul  Valla.  —  Firenze,  Le  Monnier,  1891.  Nelle 
Pubblicazioni  del  R.  Istituto  di  studi  superiori,  Sezione  di 
filosofia  e  filologia  (8°  gr.,  pp.  xii-268). 

Su  questo  volume,  dove,  a  malgrado  del  titolo,  si  tratta  per  quattro  quinti 
del  Valla;  a  lettori  che  già  conoscono,  anche  per  ciò  che  ne  ha  detto  il 
Giorn.  (XIX,  403),  la  bella  opera  testé  pubblicata  dal  Mancini;  ci  sembra  di 
dover  subito  avvertire,  come  Tun  libro  non  escluda  interamente  l'utilità  del- 
l'altro e,  al  tempo  stesso,  di  dover  subito  rilevare  la  gran  diversità  che  corre 
fra  essi,  nella  natura,  nell'intento,  nell'organismo:  se  pure  d'organismo  si 
può  parlare  in  proposito  d'un  volume  formato  da  lavori  di  diverso  genere, 
d'autore  diverso  e  inorganici  tutti ,  qual  più  qual  meno.  Poiché  gli  Studi 
sul  Panormita  e  sul  Yalta,  di  cui  qui  diamo  ragguaglio,  si  compongono  di 
un  saggio  critico  filosofico  del  Barozzi,  sull'umanista  romano,  e  di  due  cro- 
nologie, della  vita  del  Beccadelli  e  della  vita  del  Valla,  dovute  al  Sabbadini. 
Quegli,  spaziando  con  ardita  fiducia  pel  territorio  degli  studi  umanistici,  si 
compiace  dell'erte  rischiose,  e  incespica,  delle  vette  onde  al  suo  sguardo  si 
schiudano  ampie  distese,  e,  qualche  volta,  non  vede  o  vede  male  :  questi,  da 
scienziato  irreprensibile,  procede  cauto,  terra  terra,  raccattando  quanto  giovi 
al  suo  intento  speciale  o  ad  arricchire  la  collezione,  che  da  più  tempo  ha 
iniziata,  d'aneddoti,  notizie  e  documenti  sugli  umanisti;  senza  mai  voltarsi 
addietro  per  agevolare  a  chi  voglia  seguirlo  il  cammino  faticoso  ;  noncurante, 
mentre  rischiara  la  vita  del  maestro  delle  eleganze,  di  ogni  garbo  d'elocu- 
zione; dottamente,  oculatamente,  aridamente.  Il  lettore  è  avvisato;  frigida 
pugnahunt  calidis,  humentia  siccis. 

Luciano  Barozzi  mori  giovanissimo  nel  1874;  il  lavoro  che,  adempiendo 
a  un  dovere  di  pietà  verso  la  memoria  dell'antico  condiscepolo,  il  Sabbadini 
offre  ora  agli  studiosi,  fu  la  sua  dissertazione  dottorale  di  filologia,  presentata 
nell'estate  del  '73.  Queste  date  e  l'indole  dello  scritto  bastano  a  spiegar  la  ra- 
gione delle  mutilazioni  fattevi  dall'editore  e  delle  due  cronologie  ch'egli  v'ha 
premesse;  le  quali  (sia  detto  col  rispetto  dovuto  al  nome  di  quel  valoroso 
rapito  immaturamente  agli  studi)  sono  la  sola  parte  del  volume,  onde  s'av- 
vantaggi veramente  la  scienza.  Il  Sabbadini  vi  dà  prova,  anche  una  volta, 
della  sua  dimestichezza  col  materiale  umanistico,  cosi  biografico  come  let- 
terario, e  riesce  a  risultamenti  sicuri,  spesso  nuovi  ed  insperati.  Egli  primo, 
ad  esempio,  ha  incontestabilmente  dimostrato,  che  il  Valla  dimorò  nel  1435 
a  Genova  (1)  ;  e  primo  ha  messa  in  luce  una  lettera  lunghissima  di  Maffeo 
Vegio  (pp.  89-92),  che  ci  sembra  nuovo  e  perentorio  argomento  dell'efficacia 


(1)  Le  dae  lettere  a  Luchino  Belbelli,  scritte  appunto  da  Genova,  ch'ei  pubblica  di  sur  un  ms. 
di  Ferrara  (pp.  73-74)  e  il  Mancini  (  Vita  di  L.  Valla,  p.  83)  cita  da  un  Viennese ,  occorrono 
anche  nel  cod.  Trivulziano  643 ,  f.  171 ,  insieme  con  più  altre  lettere ,  del  Vegio  e  di  Guarino 
Teronese,  indirizzate  al  medesimo. 


450  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

benefica  esercitata  da  questo  umanista  sul  Valla,  nello  smussare  (per  dir  cosi) 
le  asperità  del  suo  carattere  (1).  Sottoporre  a  una  sottile  disamina  questa 
cronologia  del  Valla,  dopo  che  l'autore  stesso  l'ha  diffusamente  ragguagliata, 
in  questo  periodico,  coi  dati  offertici  dal  Mancini,  sarebbe  vana  fatica.  Nato 
nel  1407  (2)  a  Roma,  dove  stette  sino  alla  fine  del  '29,  Lorenzo  fu  Tanno 
appresso  a  Piacenza  e  quindi  a  Pavia,  dove  insegnò  pubblicamente  un  bi- 
ennio (1431-2,  1432-3).  Dopo  una  gita  di  qualche  giorno  a  Ferrara  e  una 
breve  dimora  a  Milano  (1434)  e  a  Genova  (1435),  entrò  ai  servigi  d'Alfonso 
d'Aragona;  insieme  col  quale,  pertanto,  lo  troviamo  e  alla  battaglia  di  Ponza» 
e,  prigioniero,  a  Milano,  e,  al  ritorno  dalla  cattività,  in  Gaeta  (febbraio  1436), 
e  in  varie  spedizioni  che  quel  re  fece  dal  '36  al  '39.  Circa  questo  tempo 
andò  in  Sicilia,  si  trovò  alla  campagna  contro  Salerno,  fu  con  Alfonso  in 
Puglia  nel  1442,  dopo  aver  passato,  come  pare,  due  anni  fermo  in  Gaeta. 
Stabilitosi  nel  '48  a  Roma,  vi  rimase  fino  alla  morte,  che  segui  il  1«  agosto 
1457.  Tutto  questo  è  messo  in  sodo  dal  Sabbadini  con  un  corredo  di  do- 
cumenti amplissimo,  qualche  volta  eccessivo,  eh' ei  produce  da  svariati 
manoscritti,  non  sempre  (per  quanto  abbiamo  potuto  riscontrare)  con  fe- 
deltà scrupolosa  (3).  Alla  cronologia  del  Valla  il  S.  ne  ha  premessa  una 
del  Panormita ,  perché  questi  esercitò  su  Lorenzo  notabile  efiìcacia  ;  in  tal 
modo  ha  surrogato  la  parte  del  lavoro  del  Barozzi  che  si  riferiva  al  Becca- 
delli,  invecchiata  e  manchevole  di  fronte  alle  nuove  ricerche.  Anche  pel 
Panormita  egli  usa  la  stessa  ostinata  minuzia;  arrestandosi  al  141^,  dal 
quale  anno  in  poi  il  poeta  siciliano  fu  sempre  presso  re  Alfonso,  e  trala- 
sciando la  cronologia  del  quinquennio  1429-34,  perché  si  collega  con  le 
Epistolae  GalUcae,  meritevoli  d'uno  speciale  lavoro  di  ordinamento  (4);  si 
trattiene  in  quella  vece,  e  certo  con  ottimo  pensiero,  sulle  ostilità  tra  il 
Beccadelli  e  Antonio  da  Rho  (5).  Qualche  maggior  copia  di  notizie  intorno 


(1)  Cfr.  Mahcihi,  Op.  ci?.,  pp.  38-39.  Il  Valla  si  confessava  obbligato  all'amico  pei  consigli  di 
moderazione  ricevuti  nello  scrivere  il  De  vero  botto.  È  verosimile,  che  li  seguisse  anche  nel  cen* 
snrare  Antonio  da  Rho  ;  contro  il  quale ,  senza  essi ,  avrebbe  forse  inveito  con  queir  acredine, 
ch'era  nella  sua  indole  e  che  usò  contro  il  Fazi  e  Poggio. 

(2)  Cfr.  Oiom.,  XIX,  406. 

(3)  Tralasciando  più  minute  divergenze,  nella  lettera  del  Panormita  ricavata  da  un  cod. 
Ambrosiano,  a  pp.  86-37,  trovo  ommesso  Htam  alla  lin.  0,  Muta«  alla  lin.  41,  e,  in  fine,  la  frase 
JUrum  vale,  spts  Mutarum,  Uectntu.  Inoltre  il  S.  vi  fa  alcune  correzioni  un  po'  ardite  senta 
punto  recare  a  piò  di  pagina  la  lezione  del  codice  :  cosi  dove  egli  stampa  Kxcitattu  quidém  Muta» 
tunt,  citharam  Unent  ac  pUctrtim  a  unum  arr«x$rt  iam ,  potrebbe  altri  leggere ,  col  ma., 
citharam  tenent  ac  pUctrum ,  aurit  arr«x«r«  iam;  e,  da  princìpio,  amieos...  p«r  episioìa$ 
quasi  vìsimus,  come  scrisse  il  copista,  può  forse  stare  anche  senta  quel  prautntts,  che  supplisce 
dopo  qua$i  il  S.  A  p.  28 ,  dove  questi  legge  QuinUmi  iUi  adoUtetntium  ut  m9mt$  Ubi  eottiga- 
buntur^  sarebbe  stato  utile  avvertire,  che  il  codice  (un  altro  Ambrosiano)  reca  propriaoMat*  otfo- 
kseenUum  mor«t,  correggibile  anche  in  adoleseenUum  more. 

(4)  Oltre  ai  quattro  pid  importanti  codici  di  queste  Epistolae ,  il  S.  ne  indica  molti  altri  con- 
tenenti lettere  e  poesie  del  Panormita  (p.  1  n.).  Particolari  ricerche  accreecerebbero  certamente 
la  lista;  noi,  dal  canto  nostro,  ricordiamo  d'averne  incontrati  e  a  Napoli  nella  biblioteca  dai  G*- 
rolomini  e  a  Milano  in  Trivnlziana;  dove,  anti ,  il  ms.  sopra  citato  ne  contiene  nn  aomero  si 
Taggnardevole,  da  poter  eoere  annoverato  fra  i  principali. 

(5)  Pei  rìsnlUmenti  a  cui  il  S.  è  giunto  in  tutte  qoeaU  indagini  sol  PanormiU ,  baaU  qoi  ri- 
mandare al  suo  riepilogo  (p.  47). 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  451 

a  più  d'uno  dei  personaggi  nominati  in  queste  cronologie  (1)  avrebbe  senza 
dubbio  giovato  a  valutare  Timportanza  di  molte  lettere  intercalate  nel  testo, 
prive  d' illustrazioni  ;  e  senza  accrescere  la  mole  del  libro  v'  avrebbe  tro- 
vato posto,  sol  che  l'autore  fosse  stato  alquanto  meno  largo  d'ospitalità  alla 
prosa  de'  suoi  quattrocentisti  (2),  e  nella  propria  più  denso.  Ma  anche  così 
come  sono ,  se  non  lette,  consultate,  le  due  nuove  cronologie  sabbadiniane 
renderanno  buon  servigio  agli  studiosi. 

Lo  stesso,  come  già  accennammo,  non  si  può  dire  dello  scritto  sul  Valla 
del  Barozzi  :  buon  documento  del  suo  ingegno  e  de'  suoi  studi,  avuto  riguardo 
al  tempo  in  cui  lo  dettò  e  all'officio  a  cui  lo  destinava;  ma  troppo  oggidì 
inadeguato  alle  nuove  cognizioni  acquisite  dalla  scienza,  perché  se  ne  possa 
sostenere  con  profitto  la  lettura  (3).  Difettoso  fin  da  principio  nella  disposi- 
zione della  materia,  di  tra  le  cesoie  spietate  del  Sabbadini  esso  è  uscito 
miseramente  deforme  (4);  e  le  osservazioni  savie  e  acute,  che  pur  v'incontri 
in  mezzo  a  vacue  generalità  fiorite  d'immagini,  quali  vent'anni  sono  usa- 
vano, anzi  trionfavano,  nei  lavori  di  scuola  (5),  ora  son  rese  vane  dalla  Yita 
di  Lorenzo  Valla  del  Mancini,  opera  recentissima  d'un  veterano  dell'erudi- 
zione, di  fronte  alla  quale  ben  poco  valore  conserva  questo  scritto  invec- 
chiato d'esordiente.  Non  è  dubbio,  che  il  Barozzi,  se  fosse  vissuto  ancora  un 
paio  d'anni,  sarebbe  tornato  sopra  alla  sua  dissertazione,  per  isfrondarla  dalle 
ripetizioni  inutili,  per  rassettarne  qua  e  là  l'elocuzione  e  mitigarne  l'enfasi 
sconveniente  ad  una  trattazione  scientifica  (6):  oggidì  poi  e'  l'avrebbe  addi- 
rittura rifatta.  Poiché  nulla  v'ha  di  più  manchevole  d'una  sintesi  prematura; 
l'analisi  e  la  discussione  su  date,  su  fatti  sono  per  ogni  ricostruzione  critica 


(1)  Ad  esempio,  sa  Niccolò  Arcimboldi  (p.  31),  su  Ant.  d'Asti  (pp.  60-61),  sul  Belbelli  (pp.  73- 
74),  su  Ant.  Bossi  (pp.  62-63),  su  Niccolò  Malpigli  (p.  21  n.),  su  A.  B.  Imperiali  e  Pietro  Cotta 
(p.  78),  su  Mattia  Lupi  (p.  19,  n.  4)  ecc.  Per  quest'  ultimo,  ai  rinvìi  del  S.  sono  da  aggiungere 
Mehus,  7.  A.,  p.  379;  Coppi,  Annali  di  S.  fftfwitsrn.,  II,  195;  Yoigt,  il  mor^rw».,  I,  409;  Gior- 
naU,  XVI,  76. 

(2)  Di  pili  d'uno  dei  documenti  ,  eh'  ei  produce  per  intero ,  bastava  riferire  i  passi  di  maggior 
rilievo,  collegandoli  col  riassunto  del  rimanente. 

(3)  Tutti  sanno,  ad  esempio,  quanto  sia  controversa  la  quistione  del  tempo  in  cui  è  da  credere 
abbia  avuto  origine  la  leggenda  della  donazione  di  Costantino  (per  ragguagli  bibliografici,  cfr. 
Arch.  stor.  ital,  serie  V,  voi.  V,  pp.  339-40;  Hist  Jahrbuch  del  Gbaubkt,  X,  439).  Il  B.  con 
tutta  sicurezza  1'  afiferma  sorta  «  allorché  nel  secolo  YIII  i  Longobardi  minacciavano  di  scuotere 
«  il  giogo  papale  »  (p.  245). 

(4)  Delle  due  prime  parti  non  rusta  che  nn  brandello  :  dieci  pagine  ! 

(5)  Cfr.  le  pp.  158,  222,  215-16,  235-38.  A  p.  162:  «  Egli  [il  V.]  ci  sembra  quasi  un  vigoroso 
«  gladiatore,  che,  attorniato  da  fiere,  si  volga  intomo  terribile,  ferocemente  combattendo  »;  a 
p.  163:  «  Il  Valla  ci  pare...  che  coli'  ardor  d'  un  tribuno  si  slanci  contro  l' inimico,  intonando 
«  l'inno  della  vittoria  »;  a  p.  189:  <  Il  grande  umanista...  come  un  titano  slanciasi  minaccioso 
«  contro  i  pili  radicati  pregiudizi  de'  suoi  tempi  >. 

(6)  Poiché  la  copia,  non  autografa,  onde  s'  è  valso  il  S.  non  era  destinata  al  pubblico ,  l'edi- 
tore ,  che  in  nota  rettifica  più  volte  errori  o  inesattezze  del  Barozzi,  avrebbe  fatto  opera  buona 
eliminandovi  certe  grossolane  scorrezioni  di  forma:  cosi,  a  p.  231  ,  Un.  28,  un  filoso/o  in  luogo 
di  filologo;  a  p.  244,  lin.  38,  un  temevasi  in  luogo  di  temeva;  a  p.  245,  lin.  26,  un  ne  traeva 
da  essa  e  a  p.  251,  lin.  10,  un  che  ne  fa  il  Poggio  dei  medesimi.  A  p.  255,  lin.  13,  manca  un 
ponto  interrogativo  indispensabile.  Inoltre,  certe  sviste  di  nomi  potevano  senz'altro  essere  emen- 
date nel  testo  (p.  213,  p.  255). 


452  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

quello  che  per  un  edificio  le  basi,  a  quel  modo  che  senza  il  lume  della  cro- 
nologia è  facile  incorrere  in  afiermazioni  infondate  o  cervellotiche.  Piaceva 
ai  critici  di  trent'anni  sono ,  fidenti  in  un  cotale  loro  intuito  qualche  volta 
non  infelice,  adoprarsi  a  stabilire,  a  priori  e,  diciamolo  pure,  a  orecchio^ 
certi  postulati,  belli,  ingegnosi,  fecondi  di  deduzioni,  qual'è  per  l'appunto  il 
concetto  che  informa  tutto  il  lavoro  del  Barozzi,  e  ch'egli  ha  mutuato  dal 
Settembrini  (1)  ;  ma  ai  seguaci  di  questo  metodo  non  resta  omai  altro  con- 
forto, che  d'imprecare  contro  la  nuova  «  scuola  boreal  >  (audace  no,  anzi  per 
essi  timida  troppo!)  che,  pur  nella  critica,  ha  osato  sostituire  alle  parvenze 
vaporose  «  l'arido  vero  »,  e  quel  concetto  specioso  cade  innanzi  ad  una  più 
equa  ponderazione  dei  fatti.  Il  Valla  non  si  sollevò  dalla  filologia  alla  filo- 
sofia :  il  dialogo  De  voluptate,  già  terminato  nell'estate  del  1430,  a  ven- 
titré anni,  è  la  prima  opera  del  grande  umanista  romano  fino  a  noi  perve- 
nuta. Ignorava  forse  il  B. ,  che  il  Valla  trattò  la  quistione  morale  prima 
della  dialettica  ?  No  ;  eppure ,  secondo  lui ,  il  celebre  umanista ,  coi  libri 
Dialecticarum  disputationum  «  determinò  meglio  il  passaggio  della  filologia 
€  in  filosofia ,  si  dischiuse  la  via  al  De  vero  bono  (2) ,  che  segna  uno  svol- 
4  gimento  ulteriore  del  suo  pensiero  e  dell'erudizione  »  (p.  193)  :  tanto  s'era 
invaghito  del  concetto  settembriniano  quel  giovine  egregio,  a  cui  non  parea 
vero  di  poter  dire  del  suo  Valla,  che  rappresenta  «  il  passaggio  dallo  studio 
«  filologico  alla  critica  filosofica ,  cui  dovoano  poi  succedere  i  tentativi  del 
«  Ficino  e  dei  Greci,  e  finire  col  panteismo  del  Bruno  e  lo  scetticismo  del 
€  Pomponazzi  »  (p.  209).  Magnifici  ravvicinamenti  ! 

Per  fortuna,  le  recenti  indagini  sulla  vita,  sugli  scritti,  sulle  polemiche 
del  Valla  (3)  han  gettato  le  fondamenta  d'un  edificio  ben  altramente  solido 
e  compiuto.  All'opera  del  Mancini,  organica  ed  ampia,  potrà  taluno  rimpro- 
verare, oltre  al  procedere  alquanto  monotono,  un  soverchio  insistere  su  cose 
note;  ma  questo  difetto  scaturisce  dall'indole  stessa,  essenzialmente  analitica, 
del  libro,  per  cui  l'autore,  desideroso  di  studiare  a  fondo  ogni  quistione,  del 
pari  che  ogni  scritto ,  a  cui  rivolga  l'attenzione  sua ,  si  dilunga ,  e  a  volte 
rifacendosi  ab  ovo^  nell'indagarne  l'origine,  nel  ritrarre  l'ambiente  in  cui  si 
generarono  o  si  svolsero  ;  la  qual  cosa ,  se  nuoce  all'economia  del  libro  e 
affatica  il  lettore ,  giova  peraltro  a  porger  più  chiari  e  meglio  rilevati  gli 
elementi  del  giudizio  a  chi  voglia  da  sé  ricostruire  (come  appunto  cerche- 
remo di  fare  qui  noi  in  breve)  la  figura  del  Valla,  e  considerarne  l'opera 
sinteticamente  sulla  scorta  de'  nuovi  dati,  senza  ricorrere  al  riassunto  finale, 
un  po' magro  e  incompiuto,  del  Mancini. 

Messosi  per  la  via  degli  studi  in  un  tempo  in  cui,  col  decadere  del  prin- 
cipio d'autorità,  si  facevano  strada  nuove  idee,  e  la  scuola  si  purificava,  e 
rinnovavansi  le  dottrine,  Lorenzo  Valla,  stimolato  dalla  natura  del  suo  in- 
gegno e  dal  desiderio  del  nuovo,  si  dette  tutto  alla  critica,  alla  libera  dis- 


(1)  Luimi  di  UUerat.  ital,  I.  2ft7-68. 

(2)  Questo  titolo  si  riferisce  alla  seconda  edizione  del  saddetto  dialogo  Dt  Voluptatt. 

(8)  A  qaeete  nltime  ha  dedicato  ora  speciali  care  il  O&botto,  nel  sao  Nuoto  contributo  aVa 
ttoria  tUWumtum^no  Ugur»,  Oenova,  1898,  pp.  187  tgf . 


RASSEGNA.  BIBLIOGRAFICA  453 

cussione.  Vi  recò  una  larghezza  di  vedute  singolare,  un'indipendenza  di  giu- 
dizio che  in  pochi  altri  ha  riscontro;  e,  attingendo  più  territori  dello  scibile 
(l'eloquenza,  la  filosofia,  la  teologia,  il  giure  ecc.),  in  tutti  mosse  guerra,  con 
pari  ardore  se  non  con  pari  fortuna,  alla  tradizione.  Nell'uso  sapiente  ch'egli 
sapeva  fare  del  metodo  comparativo,  applicando  a  una  quistione  particolare 
la  sua  dottrina  cosi  estesa  e  varia,  è  da  ricercare  la  ragion  principale  di 
quella  fama  che  ottenne,  a  preferenza  degli  analoghi  scritti  del  Cusano  e 
del  Pecock,  il  suo  opuscolo  sulla  donazione  di  Costantino  (1).  Naturalmente, 
quel  suo  spirito  d'indipendenza,  unito  all'ambizione  di  riuscir  nuovo  e  ori- 
ginale, l'ha  indotto  talvolta,  in  ispecie  ne'  primi  anni,  a  sostenere  opinioni 
che  rasentano  il  paradosso  e  a  combatterne,  come  al  tutto  erronee,  altre  in 
cui  è  parte  di  vero  ;  ma  i  giudizi  enunciati  con  foga  giovenile  venne  in  se- 
guito temperando,  sì  da  precorrere  in  più  d'uno  il  pensar  dei  moderni.  E, 
ad  esempio,  nella  quistione  di  preminenza  tra  Quintiliano  e  Cicerone,  dopo 
aver  indubbiamente  trasceso,  per  desiderio  di  rimettere  il  primo  in  onore  e 
combattere  la  troppo  esclusiva  adorazione  del  secondo,  fini  con  ridursi  a  ben 
più  moderata  sentenza;  cosi  pure,  se,  discorrendo  nel  De  voluptate  del  sommo 
bene,  per  impugnare  le  dottrine  stoiche  e  i  filosofemi  dei  commentatori  di 
Aristotele,  egli  ha  vituperato  il  Maestro  e  con  soverchia  compiacenza,  quasi 
per  amor  di  contrasto,  s'è  indugiato  sulle  dottrine  morali  degli  epicurei  (2); 
ben  ha  mostrato  in  séguito,  che  diverso  giudizio  facesse  dell'Aristotele  svi- 
sato dai  commentatori  e  dell'Aristotele  genuino,  e  come  il  desiderio  di  ri- 
vendicare la  fama  d'Epicuro  (i  cui  insegnamenti  non  gli  parevano  inconci- 
liabili con  la  religione  cristiana)  s'accompagnasse  in  lui  ad  un  vivo  biasimo 
per  le  esagerazioni  dei  seguaci  di  quel  grande.  Al  suo  fine  senso  pratico 
dovevano  ripugnare  ugualmente  il  rigore  ascetico  e  le  immoralità  poste  in 
bocca  al  Panormita  (;S);  giudicando  con  la  sua  testa  e  secondo  la  sua  co- 
scienza, il  Valla  si  era  reso  ottimamente  ragione  dei  caratteri,  de'  bisogni 
dell'età  sua.  Perciò ,  dappoiché  codesta  età  ha  con  la  nostra  notabile  ana- 
logia, egli  è  uno  dei  più  moderni  fra  i  pensatori  della  prima  metà  del 
quattrocento  :  avverso  agli  stoici,  le  cui  dottrine  non  si  confacevano  a  tempi 
inchinanti,  come  si  sa,  all'epicureismo,  strenuo  oppugnatore  del  sistema  mo- 
nastico, corrotto  e  sviato  dalla  sua  santa  missione;  ma  allo  stesso  tempo 
alieno  dalla  troppo  cieca  ammirazione  della  sapienza  pagana  e  dalle  laidezze 
di  molti  suoi  dotti  contemporanei  (4). 

Al  Leibnitz  il  Valla  parve  non  minor  filosofo  che  umanista.   E  in  vero, 
nel  dialogo  De  libero  arbìtrio  ei  precorse  in  qualche  modo  le  dottrine  psi- 


(1)  Cfr.  Manciki,  Op.  cit.,  pp.  145-59.  Fra  i  contemporanei  che  credevano  autentica  questa 
donazione  è  ricordato  ivi  anche  Francesco  Accolti  ;  ma  sulla  fede  di  due  ternari ,  che  (come  al- 
trove mostrai)  appartengono  pili  probabilmente  a  un  altro  celebre  giurista,  il  Eoselli. 

(2)  Fino  a  che  seg^o  nel  suo  segreto ,  e  da  giovine  specialmente  ,  egli  abbia  vagheggiato  l'i- 
deale epicureo  ,  resta  ancora  da  determinare  con  una  disamina  de*  suoi  scritti  filosofici  affatto 
oggettiva  e  spassionata. 

(3)  Vedile  riassunte  in  Mamciki,  Op.  cit.,  pp.  54-55. 

(4)  Cfr.  Mancisi,  Op.  cit.,  pp.  292-93.  Inutile ,  dopo  i  recenti  studi ,  confutar  qui  il  giudizio 
eccessivamente  severo  espresso  dal  Barozzi  sulla  moralità  di  Lorenzo  :  basta,  per  quanto  laconica, 
la  nota  del  Sabbadini  (p.  198). 


454  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

cologiche  del  positivismo  odierno,  nel  De  voluptate  (questi  gli  scritti  a  cui 
il  Leibnitz  si  riferiva)  oppugnò,  in  nome  della  libertà  di  pensiero,  il  prin- 
cipio d'autorità.  Nondimeno,  con  tutto  il  rispetto  dovuto  a  un  giudice  cosi 
insigne,  grande  filosofo  non  lo  crediamo.  Giustamente  il  Tocco  rilevò  il  suo 
inesatto  concetto  dell'atarassia  epicurea ,  della  gran  parte  che  Epicuro  as- 
segna alla  virtù  (1),  e  altri  meritati  biasimi  ebbe  a  fare  al  De  voluptate  il 
Fiorentino  (2)  :  se  poi  il  Valla  s'adoprò  a  separare  la  teologia  dalla  filosofia, 
ciò  non  fu  davvero  per  gran  tenerezza  eh'  egli  sentisse  di  quest'ultima,  tale 
da  indurlo,  come  mostrava  di  credere  il  Barozzi  (p.  219),  a  favorirne  <  lo 
€  svolgimento  e  la  trasformazione  »  ;  che  anzi  da  tutta  l'opera  sua  letteraria 
(ce  ne  assicurano  anche  le  analisi  dell'Invernizzi  e  del  Mancini)  appare  il 
poco  conto  ch'ei  faceva  de'  filosofi  (3)  e  la  sua  venerazione  per  la  scienza 
dei  Padri,  nonché  pel  Nuovo  Testamento,  cui  cercò  ridurre,  mercé  d'una 
critica  coscienziosa  e  profonda,  alla  genuina  lezione,  e  sul  quale  si  fon- 
dava sempre  per  risolvere  i  problemi  metafisici  (4).  Nella  storia  della  fi- 
losofia egli  ha  importanza  sol  per  aver  anche  ad  essa  applicata  la  critica, 
per  avere  con  tal  mezzo  combattuto  la  scolastica  e  l'aristotelismo,  come  il 
grande  Cusano,  suo  corrispondente  e  ammiratore;  ma  la  sua  fu  opera  ne- 
gativa, e  demolì  senza  nulla  riedificare  sulle  ruine.  Della  viva  brama  ch'egli 
ebbe  di  abbattere,  deliberatamente  e  coscientemente,  in  tutti  i  campi  le  opi- 
nioni vulgate,  restano  documento  notevole  le  seguenti  parole  d'una  sua  let- 
tera al  Tortelli  (5): 

Vidisti  in  libris  De  vero  bono  quod  ad  mores  (6)  pertinet  me  ab  omnibus 
dissentire,  guod  et  in  libris  De  institutìone  phitosophiae  feci.  In  quibus 
unam  feci  virtutem,  quae  est  fortitudo,  nihilque  differre  a  prudentia  malitiam, 
nec  ullam  differentiam  inter  cardinales  theolo^icasque  virtutes  ;  et  multa  hu- 
iusmodi  praeterea  de  dialectica,  ita  ut  Boetium  nedum  alios  derideam  de 
naturalibus  somniare  philosophos,  et  plerisque  estendo  metaphisicam 
totam  constare  in  pauculis  verbis,  nec  in  rebus  versari  sed  in 
vocibus,  easque  voces  ab  Aristotele  per  miram  hebetudinem  ignorari, om- 
niaque  illa  vocabula,  concretum  et  abstractum,  quiditas,  essentia,  esse,  ens, 
frenetica  piane  esse  nullius  ponderis;  quae  si  ille  intellexisset,  nunquam 
tantam  aais  insaniendi  materiam  praebuisset.  Haec  ergo  cum  scripserim, 
quid  scribere  verebor?  Adde  bue  libros  Elegantiarum  linrjuae  Catinae^ 
in  quibus  Priscianum,  Servium,  Donatum,  Macrobium,  Aulum  Gellium,  Mar- 
cellum,  lurisconsultos,  Lactantium,  Hieronimum  aliosque  (7)  reprehendi,  neque 
aliter,  salva  fide  operis,  facere  potui.  Numquid  retexam  iam  quod  tanto  labore 


(1)  Giorn.,  VII,  411. 

(2)  Il  risorgim.  filosofico  nel  Quattrocento,  pp.  204-12. 
(S)  Cftr.  Babozzi,  p.  196. 

(4)  L'ortodossia  del  Valla  è  una  delle  ted  foetenate  dal  Mancini  con  maggiore  e  miglior  copia 
d'argomenti. 

(5)  La  lettera  ò  nel  libro  Lavbbntii  Vallivbis  Opuscula  qttatdam  (certo  non  cornane ,  ma  di 
cui  por  consenrasi  nn  esemplare  nel  fondo  magliabechiano  della  Nazionale  di  Firenze),  cbe  al 
Sabbadini  non  è  venuto  fatto  di  trorare.  Il  Mancini  la  riasrame  in  breve  e  in  italiano;  noi, 
poiché  ci  pare  importante,  ne  riferiamo  qui  gran  parte,  correggendone ,  col  riscontro  d'  un  tardo 
codice  Ambrosiano,  la  lezione  a  volte  errata. 

(0)  La  stampa  maioret. 

(7)  Lft  stampa  e  il  ms.  fuo$  non  (I). 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  455 

detexui?  Idem  ego  (1),  qui  praeponam,  in  (2)  comentariis  quos  in  Giceronem  et 
Quintilianum  componam  (3),  Quintilianum  Ciceroni,  Demostheni,  atque  etiam 
ipsi  Homero,  ideoque  qui  non  studiosissimi  fuerunt  Quintiliani  eos  nequaquam 
eloquentes  existimo.  Quorum  fere  omnes  sunt  horum  temporum  homines; 
quos  abesse  a  perfecta  vi  dicendi,  si  una  tu  ego  essemus,  ostenderem.  Igitur» 
cum  ex  omni  parte  sapientiam  divinam  humanamque  claudicare  videam, 
nonne  eam  prò  virili  mea  sufiulciam?  At  mordent  multi.  Mihi  crede,  non 
mordent  ii  canes,  sed  latrant.  Nec  generosae  ferae  est  ad  latratus  catulorum 
ab  instituto  itinere  deflectere.  Tunc  autem  morderent  (4),  tunc  resistendum 
mihi  putarem  (5;,  cum  opera  mea  invadere  et  confutare  tentarent.  Denique, 
ut  multus  non  sim,  vix  mihi  videor  posse  (6)  componere,  in  quo 
non  aliquid  novi  afferam. 

Questa  lettera,  ce  ne  assicura  Lauro  Quirini  (7),  fece  su  molti  penosa  im- 
pressione. Un  uomo  che  osava  vantarsi  cosi  esplicitamente  d'  aver  rove- 
sciata tutta  la  sapienza  antica  {omnem  veierem  sapientiam  evertissé)  do- 
veva parere  un  prodigio  di  sfrontatezza;  e  certamente,  più  che  le  famose 
polemiche  con  Poggio ,  col  Fazi ,  col  Panormita ,  nelle  quali  non  eccedette 
la  misura  e  le  consuetudini  del  tempo,  fu  codesta  sua  manìa  d'attaccar  tutto 
e  sempre,  anche  le  più  radicate  opinioni,  anche  gli  idoli  più  venerati,  che 
gli  procacciò  la  nomea  di  maldicente  insaziabile,  inducendo  i  suoi  avversari 
d'una  volta  e  talun  suo  critico  d'oggi  ad  attribuire  a  bilioso  livore  (8)  quello 
che  era  desiderio  del  vero ,  congiunto  ad  ambizione  di  novità  (9).  Con  si 
fatte  attitudini ,  è  naturale  che  il  Valla  non  abbia  legato  il  suo  nome  a 
nessun  lavoro  artistico.  Le  sue  versioni  in  latino  da  Esopo,  da  Erodoto,  da  Tu- 
cidide ebbero  fortuna,  e  si  capisce,  nel  quattrocento  (10);  ma  ci  maravigliano 
ora ,  non  tanto  per  l'infedeltà  (spiegabile,  chi  ponga  mente  ai  criteri  seguiti 
nel  tradurre  dalla  maggior  parte  degli  umanisti),  quanto  per  la  ineleganza. 
Pensatore  più  che  scrittore,  sapea  derivare  dalla  sottile  e  acuta  analisi  de' 
classici  i  precetti  dell'eloquenza,  non  praticarli  egli  stesso.  Per  ciò  lasciò  a 
mezzo  la  versione,  pur  tanto  desiderata  e  già  molto  innanzi,  àoiVIliade  (11);  per 


(1)  La  stampa  ego  swn. 

(2)  La  stampa  e  il  ms.  ut. 

(3)  La  stampa  praeponam. 

(4)  La  stampa  mordent. 

(5)  La  stampa  putarent.  * 

(6)  La  stampa  vidi  at  eposse  ! 

(7)  In  una  lunga  epistola,  al  Valla,  che  le  atterga  l'Ambros.  S.  99  sup.,  f.  157  6. 

(8)  Cfr.  Babozzi,  p.  183. 

(9)  Il  Makcini  (p.  327  n.)  crede  arbitraria  l' attribuzione  al  Dati  dell'  epitafio  di  Lorenzo 
ch'io  pubblicai  in  questo  Giorn.,  XVI,  65,  «  perché  il  Dati  non  era  uomo  maligno  ».  Ma  non 
T'ha  ragione  alcuna  di  negar  fede  al  buon  codice  Chigiano,  tutto  di  poesie  del  vescovo  di  Massa  ; 
al  quale,  d'altra  parte,  non  fa  gran  torto  l'avere  anch' egli  alluso  epigrammaticamente  alla  ben 
nota  e  quasi  proverbiale  mordacità  del  Valla. 

(10)  Sulla  fede  del  vecchio  Labbe,  il  Mancini  ci  fa  sapere  che  Guglielmo  Tardif  voltò  in  fran- 
cese la  traduzione  esopiana  del  Valla.  Giova  notare,  che  di  questa  fatica  del  Tardif  è  uscita  mo- 
dernamente un'edizione  riscontrata  dal  Moktaiolon  sul  testo  della  Nazionale  di  Parigi  (Les  Apo- 
logues  de  L.  Valla,  translate's  du  latin  en  franfois  et  suivis  des  diiz  moraulx,  par  Guillacme 
Tabdif  du  Puy-en-Velay,  prof,  au  Collège  de  Navarre,  maistre^Useur  du  roy  Charles  huictiesm» 
de  nom,  Paris,  Leroux,  1876). 

(11)  Il  Mancini  (pp.  135-36)  adduce  altre  cause,  che  certo  avranno  anch'esse  contribuito  all'in- 
terruzione. Ma  la  vera  dovett'essere  la  debolezza  dell'opera,  avvertita  dall'autore  medesimo. 


466  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

ciò,  a  differenza  de'suoi  confratelli,  non  coltivò  che  scarsamente  (e  quel  poco 
con  negligenza  frettolosa)  la  poesia  latina  (1).  11  suo  vero  posto,  ed  elevato, 
è  (ripetiamolo)  nella  storia  della  critica;  parte  non  ultima  della  storia  del 
pensiero.  E  con  ispecial  gloria  s'esercitò  nella  critica  filologica;  che  della 
filologia  servi  vasi  (questo  afferma  anche  nel  passo  su  riferito)  come  di  base 
della  metafisica,  come  di  sussidio  della  dialettica,  come  d'arma  contro  il  mo- 
nachismo, contro  l'autenticità  della  donazione  di  Costantino,  e  cosi  via.  Nelle 
Eleganze ^  opera  capitale,  specchio  fedele  del  suo  ingegno,  è  mirabile  lo 
sforzo  fatto  per  rinsanguare  il  latino,  purificandolo  dalla  barbarie  delle  scuole, 
con  una  più  varia,  più  larga  e  meglio  intesa  imitazione  de'  classici,  con  os- 
pitarvi neologismi  e  frasi  plasmate  sul  conio  della  lingua  viva  (2);  meno 
pedante  in  ciò  di  molti  altri,  che  al  par  di  lui  s'incaponirono  nel  ripudiare 
l'uso  dell'idioma  parlato.  E  non  meno  mirabile  è  il  modo  com'egli  ha  intuite 
alcune  delle  idee  filologiche  moderne  (3),  come,  in  altri  scritti,  ha  precorso 
la  critica  storica  de'  tempi  nostri,  spogliando  audacemente  dell'aureola  che  li 
circondava  certi  nomi  d'eroi  romani,  fissi  in  mente  e  in  cuore  a  tutti  i  quat- 
trocentisti. Questa  ci  pare  vera  gloria  ;  ed  è  gloria,  senza  dubbio,  l'aver  di- 
schiusa anche  al  giure  la  via  di  godere  i  benefici  dell'umanesimo,  l'aver 
avuto  scolari  come  il  Platina  e  Pomponio  Leto,  ammiratori  come  il  Bude  ed 
Erasmo:  alla  quale  alcun  poco  detrae,  ma  senza  oscurarla,  quello  che  pur 
v'ha  nella  sua  vita  e  nell'opera  sua  di  violento,  di  retorico,  di  paradossale. 

Francesco  Flamini. 


(1)  I  pochi  saggi  fino  a  noi  perrenati  giastiScano  appieno  quest'epigramma  del  Panormita  edito 
dal  Raxobimo  (Arch.  stor.  ital,  anno  1889,  p.  449): 

Carmina  componis,  Lanrenti,  stans  pede  in  ano; 
nil  mimm,  si  sic  carmina  facta  cadont. 

Il  poemetto  in  tre  libri  Triumphua  À^honti  dnicta  NtapoU  non  è  del  Yalla;  già  prima  del 
Mancini,  ma  a  sua  insaputa,  TaTera  ascritto  al  vero  autore  L.  Cokbxba  ,  nella  Riv.  stor.  /tot, 
I,  229. 

(2)  Il  cod.  Univ.  Bolognese  662  ci  ha  conservata  una  raccolta  messa  insieme  dal  Valla  di  ftasi 
del  volgare  tradotte  in  latino.  E  le  lodi  di  questo  insigne  umanista  il  Cantalicio,  nel  Dittichorum 
libéUus  de  doctis  viris  et  imperitis  vioeniibus  mortuisque  nostrae  aetatù,  condensava  ne*  4m  w- 

guenti  versi: 

Hoc  duce  barbaries  decessit  sordida  nate, 

et  rediit  Latio  perdita  lingua  suo. 

(3)  Ecco  quello  che  osservava  giustamente ,  in  tal  proposito ,  il  Baroni  :  <  Decomponendo  la 
«  parola  nelle  sue  parti ,  che  or  diconsi  temi  e  sufBfwi ,  comparando  queste  e  le  varie  forme  tra 
«  loro,  facendo  opportuni  confronti  tra  le  parole  e  le  costrutioni  greche  e  latine ,  col  valersi  di 
«  questi  sussidii ,  come  pure  della  storia ,  antichità ,  costumi  ecc.,  per  stabilire  il  significato  di 
«  una  parola,  e  col  passare  infine  dallo  studio  di  questa  a  quello  del  pensiero,  ci  pare  che  il 
«  "Valla  gettasse  1  primi  germi  di  quella  grande  rìvolnxione  filologica,  che  si  operò  da  poco  t«mpo 
«  In  Germania ,  e  trovasse  pel  primo  i  criterìi  principali  di  questa  sdenxa.  Anzi  a  rotte  culla 
«  Inconscia  potenza  deirintulto  ne  anticipa  alcuni  risultamenti,  per  quella  segreta  armonia  che 
«  lega  le  conseguenze  della  indagine  scientifica  con  quelle  che  si  hanno  dairoso  dei  buoni  au- 
«  tori  »  (p.  168). 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  457 

ANGELO  MARCHESAN.  —  L'universUà  di  Treviso  nei  sec.  XIII 
e  XIV  e  cenni  di  storia  civile  e  letteraria  della  città  in 
quel  tempo.  —  Treviso ,  tip.  del  pio  istituto  Turazza,  1892 
(8^  pp.  369). 

11  libro  del  dr.  Marchesan  è  un  bel  ^contributo  alla  storia  civile  e  spe- 
cialmente letteraria  di  Treviso  nei  secoli  XIII  e  XIV,  ma  ha  un  difetto  ca- 
pitale. Esso  pare  a  noi  una  raccolta  di  documenti  e  di  notizie  riferentisi  alle 
condizioni  politiche  ed  intellettuali  del  piccolo,  ma  non  inglorioso  Comune 
in  quel  tempo:  documenti  illustrati  con  acume  di  critica  e  notizie  raccolte 
con  diligenza  commendevole,  ma  non  ordinate  e,  diciam  così,  fuse  insieme 
per  modo  da  costituire  una  vera  e  propria  monografia.  Si  direbbe  che  l'A., 
avendo  esaminato  buon  numero  de'  primi  ed  accumulate  molte  delle  seconde, 
abbia  voluto  mettere  in  opera  tutto  il  materiale  raccolto,  ed  abbia  quindi 
introdotto  nel  suo  libro  la  trattazione  di  argomenti  che  non  hanno  intima 
relazione  con  quello  principale  :  e  il  titolo  stesso  (come  fu  già  notato  da  altri) 
rivela  nella  sua  imprecisione  la  difettosa  unità  dell'opera.  Certo  che  un  fila 
lega  insieme  i  dodici  capitoli  di  essa,  ma  è  talora  così  tenue,  che  quasi  non 
si  ravvisa.  Così,  a  giustificare  la  trattazione  degli  argomenti  svolti  nella  se- 
conda parte,  che  l'A.  intitola  Feste  e  lettere^  egli  scrive:  «E  poiché  è  mio 
#  scopo...  di  presentare  in  questo  mio  lavoro  l'Università  trevigiana  non  già 
4L  come  cosa ,  che  stia  affatto  a  sé ,  ma  come  istituzione ,  che  é  sorta  dalle 
«  condizioni  del  suo  tempo,  ecco  che  ora  veggo  necessario,  volendo  in  parte 
«  ritrarre  il  carattere  di  quest'epoca,  dare  anche ,  insieme  colle  vicende  po- 
«  litiche,  che  accompagnano  l'argomento  principale  e  che  ci  mostrano  solo 
«  in  parte  il  vero  aspetto  del  tempo ,  qualche  notizia  sulle  vicende  intime, 
«  sulle  feste  e  sulla  coltura  letteraria ,  massimamente  di  Treviso  a  questo 
«  tempo  »  (p.  58).  E  sta  bene  s'egli  ci  avesse  presentato  come  lo  sfondo  di  un 
quadro;  ma  in  questa  seconda  parte  egli  tratta  questioni  del  tutto  particolari,, 
quale  quella  degli  amori  di  Cunizza  da  Romano  con  Sordello,  dei  costumi 
di  Gaia  da  Camino ,  dell'  autenticità  del  cod\^e  Barberiniano  XLV,  47  e  va 
dicendo.  Un  nome,  una  data  gli  danno  occasione  a  introdurre  frequenti  di> 
gressioni  ed  episodi,  i  quali  si  leggono  volentieri,  specialmente  da  chi  ama 
conoscere  le  vicende  della  propria  città ,  ma  certamente  non  conferiscono 
pregio  ad  un  libro  che  pur  vuol  essere  chiamato  scientifico. 

Riassumeremo  qui  via  via  i  vari  capitoli  di  esso,  fermandoci  a  fare  quelle 
osservazioni  che  ci  parranno  opportune. 

Nel  primo  l'A.,  accennate  brevemente  le  molteplici  e  poco  salde  opinioni 
su  la  fondazione  dell'Università  trevigiana,  si  ferma  a  descrivere  le  condi- 
zioni politiche  del  Comune,  dopo  la  cacciata  degli  Ezzelini,  avvenuta  nel 
1260;  e  mostra  come,  dopo  essersi  uniformato  per  più  secoli  al  decreto  del- 
l'imperatore Lotario  (il  quale  imponeva  ai  cittadini  della  Marca  trevigiana 
di  mandare  gli  scolari  a  Vicenza),  ebbe  poco  dopo  quell'anno  uno  studio  suo 
proprio.  Gli  eruditi  citano  i  nomi  di  molti  che  avrebbero  insegnato  in  questo 


458  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

tempo  le  leggi  a  Treviso:  ma  essi  hanno  tenuto  per  tali  coloro  che  dai  do- 
cumenti appariscono  essere  stati  semplicemente  dottori  in  legge,  o  forse,  ag- 
giungiamo noi ,  insegnarono  soltanto  per  conto  proprio ,  come  accadeva  in 
parecchie  città  italiane  di  quel  tempo.  In  tanta  incertezza  di  dati  ci  pare, 
che  l'A.  proceda  con  molta  cautela,  e  miri  più  a  provare  che  ad  affermare. 

Nel  capitolo  che  segue  si  mostra  la  necessità,  in  cui  li  ovavasi  il  Comune, 
di  avere  una  scuola  sua  propria  di  leggi,  mentre  dovevano  essere  frequenti  le 
<  questioni  e  controversie,  per  la  cui  soluzione  era  necessario  avere  a'  servigi 
«  della  propria  città  degli  uomini  che...  fossero  pronti  a  difendere  il  diritto 
«di  tutti  »  (p.  40):  ragione  tirata,  ci  pare,  un  po'  cogli  argani,  perchè  po- 
tevano i  Trevigiani  andare  agli  studi  in  altre  Università,  e  perchè,  se  così 
fosse,  ogni  Comune  avrebbe  dovuto  fondare  una  Università  sua  propria.  Del 
resto,  che  alcuni  professori  abbiano  insegnato  pubblicamente  le  leggi  avanti 
il  1300  in  Treviso,  è  fuor  di  dubbio;  né  solo  le  leggi,  ma  anche  la  medi- 
cina, su  lo  stato  della  quale  nel  secolo  XIII  dice  TA.  cose  non  ignorate, 
ma  che  si  rileggono  volentieri.  Si  danno  per  ultimo  notizie  su  gli  scolari, 
sul  loro  numero,  sui  privilegi  che  vi  godevano,  e  si  conchiude  così  la  prima 
parte  del  libro. 

Quella  che  segue  è  la  più  geniale  quanto  alla  sostanza,  la  meno  scien- 
tifica  quanto  al  metodo  con  cui  è  svolta.  Prendendo  le  mosse  da  quanto 
scrive  il  Rajna  su  le  consuetudini  cavalleresche  della  Marca  trevigiana, 
l'A.  discorre  largamente  della  gaia  vita  che  in  essa  conducevasi,  e  dà  ra- 
gione di  quelle  parole  di  Benvenuto  da  Imola  a  proposito  di  Gaia  da  Ca- 
mino, eh'  ella  era  gaia  et  vana  et . . .  tota  tarvisina  et  amorosa  (1).  A  di- 
mostrar poi  meglio  quanto  asserisce,  riproduce  la  descrizione  già  abbastanza 
nota,  del  castello  d'Amore.  Così  si  spiega  come  Treviso  potesse  diventare 
«  ritrovo  gentile  di  letterati,  di  trovatori,  di  poeti,  di  gente  piacevole  »  (p.  60); 
ma  a  questo  contribuì  per  certo  anche  la  famiglia  degli  Ezzelini,  i  quali 
ebbero  relazione  con  alcuni  dei  più  celebri  trovatori  del  tempo,  tra  cui  il 
fiore  de'  rimatori  italiani  in  lingua  provenzale,  Sordello. 

Bellissimo  tema  questo  della  dimora  di  Sordello  a  Treviso ,  e  dei  suoi 
amori  con  Cunizza ,  ma  dall' A.  è  trattato  un  po'  aridamente  e  con  troppe 
frequenti  citazioni  di  testi  noti.  Non  sappiamo  poi  perchè  solo  in  fondo  al 
capitolo,  e  dopo  aver  parlato  di  Ugo  de  Saint-Circ,  di  Alberico  da  Romano  ecc., 
egli  si  fermi  a  ribattere  i  dubbi  sollevati  dal  Gittermann  sulla  identità  tra 
l'amante  di  Cunizza  e  il  cantore  della  morte  di  ser  Biacatz  (2):   ad  ogni 


(1)  A  noi  sembra  che  VA..,  ed  altri  con  lai,  esageri  nn  pò*  neiraitrìboire  nn  significato 
alla  danjia  trevisana^  di  cai  si  parla  in  an  ptactr  italiano  di  Federigo  II.  Il  M.  dta  nn  esempio 
del  Boccaccio  ;  ma  conriene  notare  che  la  poesia  troradorica,  sebbene  espressione  di  eottaini  non 
sempre  decenti,  conserra  però  ana  forma  apparentemente  eorretU.  Del  pari,  un  signlSeato  poco 
polito  sembra  dare  il  M.  alla  parola  sohuMart  in  una  canzonetta  di  Anonimo,  riportata  a  p.  Ili, 
laddore  per  noi  essa  ha  quello  stesso  che  in  una  canzone  di  Pietro  Cardinal  (I,  19  di  quelle  re- 
cate dal  Bartseh  nella  Chrut.  prottn^aìi,  Elberfeld,  1880)  e  in  ana  ballata  popolare  pare  del 
BartMh  {ibid.,  112,  29). 

(2)  Strano  che  di  qaesto  argomento ,  il  qaale  occupa  ben   sette  facciate ,  non  si  fkceia  parola 
nel  sommario  del  capitolo! 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  459 

modo  ci  pare  che  il  ^I.  sfati  vittoriosamente  gli  argomenti  addotti  dallo 
storico  tedesco  in  appoggio  alla  sua  opinione  (1). 

Treviso,  libera  dalla  tirannia  degli  Ezzelini,  si  resse  qualche  tempo  da  sé, 
poi  si  lasciò  governare,  con  autorità  quasi  di  signore,  da  Gerardo  da  Camino. 
Anche  questi  accolse  benevolmente  ed  ospitò  nel  suo  palazzo  poeti  e  lette- 
rati, quali  Ferrarino  da  Ferrara  e  Guglielmo  Raimondo.  L'A.  si  trattiene 
poi  volentieri  a  parlare  della  figliuola  di  Gerardo,  la  celebre  Gaia  (2),  che 
egli  inclina  a  credere  donna  di  facili  costumi  ;  ma  l'argomento  più  forte  di 
cui  si  vale  per  confortare  la  sua  opinione,  è  che  ella  non  doveva  essere  di- 
versa dalle  sue  concittadine,  le  quali,  appoggiandosi  ad  alcune  espressioni 
di  significato  per  lo  meno  ambiguo,  che  troviamo  negli  scrittori  del  tempo 
(ho  già  citato  in  nota  la  danza  trevisana  e  il  solazzare),  ei  tiene  per  diso- 
neste e  lascive.  Seguono  poi  alcune  notizie  ed  osservazioni  su  la  morte,  la 
sepoltura,  l'età  della  famosa  gentildonna  trevigiana  (3).  —  Il  capitolo  quinto 
contiene  notizie  biografiche  su  tre  poeti  trevigiani  del  tempo,  Gualbertino 
da  Coperta,  Albertino  Cirologo  e  Nicolò  de  Rossi,  l'opera  poetica  de'  quali, 
0  meglio  dell'ultimo  (che  dei  due  primi  ben  poco  ci  resta)  è  dal  M.  studiata 
largamente  e  giudiziosamente. 

A  compiere  il  quadro  della  vita  intellettuale  di  Treviso  nel  secolo  XIII, 
l'A.  tratta  diffusamente  della  leggenda  carolingia  nella  Marca  trevigiana, 
ricordando  tutti  i  monumenti  che  attestano  la  vita  rigogliosa  ch'essa  ebbe 
in  quella  regione  (4);  tocca  poi  della  letteratura  sacra,  che  pur  fiorì  in  essa, 
e  di  alcuni  trevigiani  che  promossero  in  quel  tempo  lo  studio  dell'antichità 
e  la  coltura  letteraria,  raccogliendo  cose  d'arte  e  codici  antichi.  Ma  la  col- 
tura e  l'importanza  di  Treviso  in  questo  tempo,  sono  attestate  (cosi  l'Autore) 
anche  dal  fatto  che  molte  famiglie  fuoruscite,  specialmente  fiorentine,  tro- 
varono accoglienze  «  oneste  e  liete  »  in  Treviso.  Ciò  confermano  le  molte  iscri- 
zioni onorarie  e  sepolcrali.  Da  queste  poi  toglie  occasione  il  M.  a  parlare 
della  tomba  di  Francesca,  figlia  del  Petrarca,  della  poco  grata  sorpresa  toc- 
cata a  Gino  de'  Barisani  d'essere  sepolto  vivo,  e  finalmente  della  autenticità 
del  sepolcro  di  Pietro  di  Dante.  Lasciamo  la  opportunità  di  talune  di  queste 
digressioni:  diremo  solo  che  gli  argomenti  recati  per  provare  che  Pietro  di 
Dante  è  veramente  seppellito  a  Treviso ,  non  ci  sembrano  decisivi.  Il  capi- 
tolo si  chiude  con  un  cenno  intorno  a  Nicolò  Boccasino  (Benedetto  XI),  il 
più  grande,  senza  dubbio,  dei  Trevigiani  di  questo  tempo,  e  che  l'A.  chiama 
«  il  più  splendido  esempio  della  larga  coltura  e  della  pratica  sapienza  di 
«  Treviso  in  quel  tempo  »  (p.  199}. 


(1)  Cfr.  Mebkel  in  questo  Giornale,  XVII,  381  sgg.,  che  l'A.,  in  generale  mediocremente  in- 
formato di  cose  moderne,  ebbe  il  torto  di  non  conoscere. 

(2)  Peccato  che  l'A,  non  abbia  potuto  trar  profitto  del  recente  studio  del  Rajka,  Gaia  da  Ca- 
mino, pnbbl.  nélV Archivio  storico  italiano.  Serie  V,  t.  IX,  284  e  segg. 

(3)  Giacché  ci  si  presenta  l'occasione,  accenniamo  ad  un  albero  della  famiglia  da  Camino,  esi- 
stente nel  museo  Correr  di  Venezia  (ms.  Cicogna,  no  3505  segn.  mod.). 

(4)  Sia  permesso  all'autore  di  questa  recensione  ricordare,  a  proposito  della  leggenda  carolingia 
nella  Marca  Trevigiana ,  il  poemetto  da  lui  illustrato  Orlando  Santo  di  G.  C.  Graziano  (vedi 
Propugnatore,  Serie  antica,  t.  XX),  poemetto  in  cui  è  più  di  un  accenno  all'antica  leggenda,  e 
che  dev'essere  stato  tratto  da  una  vita  di  Orlando,  inserita  in  qualche  martirologio. 


460  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

Esauriti  gli  argomenti  che  non  hanno  immediata  relazione  col  tema  prin- 
cipale, l'A.  ripiglia  la  storia  della  Università  trevigiana,  e  ne  espone  le  vi- 
cende fino  ci  1318.  Anche  qui,  secondo  il  suo  costume,  il  M.  si  trattiene  a 
narrare  avvenimenti  storici  (per  esempio,  il  passaggio  di  Caterina,  sorella  di 
Federico  d'Austria ,  per  Treviso  :  cap.  Vili  ;  la  morte  del  beato  Enrico  da 
Bolzano:  cap.  X),  ad  illustrare  regolamenti  universitari,  mentre  se  ne  do- 
veva parlare  di  sfuggita,  per  essere  i  primi  abbastanza  noti,  e  i  secondi  il- 
lustrati dal  Coppi  nel  suo  studio  su  le  università  italiane;  ad  ogni  modo  essi 
non  attardano  notevolmente  lo  svolgimento  del  tema ,  né  divertono  l'atten- 
zione del  lettore,  cosi  come  le  digressioni  dei  capitoli  antecedenti. 

Per  riprendere  il  compendio  del  libro,  diremo  che  Treviso,  spento  Ric- 
ciardo da  Camino,  e  ridivenuta  libera  (1314),  decreta  la  fondazione  di  uno 
studio,  ed  apre,  come  diremmo  oggi,  il  concorso  per  professori  ordinari  e  stra- 
ordinari di  legge  e  medicina.  Fatta  poi  l'elezione  di  questi,  annunzia  la  fon- 
dazione della  Università  alle  città  vicine,  ed  invita  gl'insegnanti  eletti  a  re- 
carsi a  Treviso.  I  quali  (per  non  parlare  che  dei  soli,  che  accettarono  l'in- 
vito) sono  nell'anno  1314  Arpolino  da  Mantova  e  Zambono  di  Matarello  per 
le  leggi  ;  Euzelerio  di  Monte  Martino  e  Gerardo  da  Modena  per  la  medicina. 
Di  quelli  succeduti  ad  essi  ne'  due  anni  seguenti,  non  si  ha  sicura  notizia  ; 
ma  nel  1318  insegnarono  certamente  Uberto  Follata  e  Nicolò  de'  Rossi. 
Quanto  ai  due  celebri  Pietro  di  Abano  e  Cino  da  Pistoia,  essi  certamente 
non  furono  professori  a  Treviso.  Sull'insegnamento  di  Cino  aveva  già  solle- 
vato qualche  dubbio  il  Casini;  il  M.  tratta  novamente,  con  molto  acume,  ma 
non  senza  qualche  lungaggine,  la  questione,  e  conclude  che  avendo  Nicolò 
de  Rossi,  eletto  con  maggior  numero  di  voti,  accettato  la  cattedra  offertagli, 
non  può  aver  tenuto  quella  il  giureconsulto  pistoiese. 

Nell'ultimo  capitolo  l'A.  disegna  le  condizioni  politiche  della  città  intorno 
il  1318,  quando  Cane  della  Scala  volgeva  ad  essa  le  cupide  brame,  e  tratta 
ampiamente  dei  privilegi  che  il  pontefice  avrebbe  secondo  alcuni  concesso, 
e  che  Federico  d'Austria  concedette  realmente  ai  Trevigiani  «  per  l'incre- 
€  mento  e  decoro  sempre  maggiore  della  loro  Università  »  (p.  302).  Senonchè 
il  diploma  del  1318  con  cui  si  riconoscevano  alla  città  quei  privilegi,  è  l'ul- 
timo documento  relativo  allo  studio  trevigiano,  di  cui  s'abbia  comunemente 
notizia;  se  ne  inferisce  dunque  ch'esso  dovette  ben  presto  cessare.  11  M., 
seguendo  il  Denifle,  afferma  che  questo  fu  non  molto  dopo  il  1318  (1). 

Tale  la  materia  del  libro  del  M.,  materia  che  se  fosse  stata  più  circoscritta 
e  meglio  distribuita,  avrebbe  accresciuto  pregio  a  questa  monografia:  la  quale 
del  resto,  considerata  soltanto  in  riguardo  all'argomento  principale  in  essa 
svolto,  la  storia  dell'Università  trevigiana,  sarà  bene  accolta  dagli  studiosi, 
ora  che  si  ricercano  con  particolar  interesse  le  origini  ed  il  progresso  delle 
nostre  scuole  nel  medio  evo  e  nel  rinascimento.  Si  scorge,  è  ben  vero,  nel 


(1)  Non  sappiamo  se  egli  abbia  fatto  ricerche  nell'  Archino  di  Stato  ìq  Venezia  (è  noto  che 
Treriso  poco  appresso  si  dette  spontaneamente  alla  Repubblica);  noi  abbiamo  esaminato  le  deli- 
beraiioni  del  fenato  dal  1318  fino  alla  fine  del  secolo,  e  nulla  ri  abbiamo  trorato  che  si  riferisca 
allo  studio  trevisano. 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  461 

M.  un  cotale  studio  di  dare  un  alto  significato  od  una  grande  importanza  a 
qualche  fatto  che  non  ne  ha,  ma  oltre  che  questo  è  effetto  di  amore  al  pro- 
prio paese,  non  conduce  TA.  a  giudizi  errati  o  conclusioni  esagerate. 

Ci  spiace  non  poter  lodare  altrettanto  la  maniera  di  scrivere  del  M.  In 
un  lavoro  erudito  non  si  pretende  peregrinità  di  elocuzione  od  eleganza  di 
forme,  ma  per  lo  meno  si  vuole  italianità  di  linguaggio  e  correttezza  di  stile. 
Ora  per  questo  rispetto  il  libro  che  abbiamo  esaminato,  lascia  parecchio  a 
desiderare.  Rilegga,  per  esempio,  TA.  il  periodo  del  primo  capoverso  a  pa- 
gina 95,  e  veda  se  noi  parliamo  a  caso.  Aveva  proprio  ragione  il  Leopardi, 
che  la  lima  è  rotta  e  non  s'ha  il  tempo  di  rifarla! 

Francesco  Foffano. 


Giornale  $iori-:o,  XX,  f»8c.  60.  30 


ORO  N  A.OA. 


L* esilità  di  questo  fascicolo,  resa  indispensabile  dalla  corpu- 
lenza del  precedente,  ci  costrinse  a  sopprimere  il  Bollettino  ài- 
Uiografìco  e  ad  assottigliare  il  più  possibile  la  Cronaca. 

La  Direzione. 

PERIODICI. 

Atti  della  R.  Accademia  di  archeologia ^  lettere  e  belle  arti  di  Napoli 
(voi.  XVI):  B.  Zumbini,  Vittoria  Colonna.  Studio  estetico  e  psicologico  delle 
sue  rime. 

Archivio  per  lo  studio  delle  tradizioni  popolari  (XI,  1):  A.  Lumbroso, 
Di  alcune  tradizioni  popolari  su  Napoleone  1  e  sui  Bonaparte. 

Archivio  storico  lombardo  (XIX,  3):  L.  A.  Ferrai,  Gli  annali  di  Dazio 
e  i  Patarini;  Z.  Volta,  Del  collegio  universitario  Marliani  in  Pavia; 
G.  Vignati,  Francesco  da  Lemene  e  il  suo  epistolario  inedito,  continuaz.  e 
fine.  Rilevante. 

Archivio  storico  italiano  (Serie  V,  voi.  X,  3):  G.  Rondoni,  Un  cronista 
popolano  dei  tempi  della  dominazione  francese  in  Toscana  ^  Niccola  di 
Tommaso  Gagliardi,  che  narra  gli  avvenimenti  seguiti  in  S.  Miniato  al  Te- 
desco; A.  Virgili,  Dei  battezzatoi  o  battezzatorii  negli  antichi  fonti  bat- 
tesimali, ad  illustrazione  dei  vv.  16-21  del  G.  XIX  deìV  Inferno. 

Bollettino  storico  letterario  del  Mugello  (1,  5):  R.  Ajazzi ,  Sant"  Agata. 
Notizia  di  Leonardo  di  Piero  di  Giorgio  Dati,  e  una  lettera  di  Lorenzo  de' 
Medici  a  Giov.  Lanfredini  in  data  3.  IX.  1488,  estr.  dall'Archivio  Mediceo, 
in  cui  si  parla  del  Poliziano  e  del  Franco. 

Giornale  di  erudizione  (IV,  9-10):  Notizie  di  A.  Tessier  sulle  edizioni 
delle  Rime  di  Serafino  Aquilano  e  di  G.  Alderighi  sui  Proverbi  di  Aloise 
Cinzio  delli  Fabrizii. 

Il  Muratori  (I,  2):  I.  Garini,  Attentato  di  Giacinto  Centini  contro  Ur- 
bano Vili;  F.  B.,  Per  la  storia  dell'  Università  di  Roma,  rotule  del  1568  ; 
F.  Ballerini,  Le  feste  di  Gubbio  per  la  nascita  di  Federico  Ubaldo  dei 
duchi  d'Urbino,  in  continuazione. 

Il  Propugnatore  (V,  27):  G.  Mazzi,  Leone  Allacci  e  la  Palatitia  di  Bei- 
delberoy  in  continuazione;  F.  Gabotto,  Un  poeta  piemontese  del  sec.  XVI, 
Raffaele  Toscano;  G.  Gogò,  F.  Buziacarini  poeta  latino  del  sec.  XV. 

Inventari  dei  manoscritti  delle  biblioteche  d'Italia,  a  cura  di  G.  Mazza- 
tinti.  —  Le  prime  quattro  dispense  del  voi.  II  contengono  ^li  inventari  della 
Bartoliana  di  Vicenza,  delle  Cfomunali  di  Gomo,  di  Cagli,  di  Nicosia,  di  Lodi, 
della  Leniniana  e  della  bihl.  del  Museo  civico  di  Belluno,  della  Gambalun- 
ghiana  di  Rimini,  della  libreria  di  Fonte  Colombo  presso  Rieti,  della  bibl. 
Dominicini  di  Perugia. 


CRONACA  463 

V Ateneo  veneto  (S.  XVI,  II,  1-4):  E.  Callegari,  La  congiura  del  Fieschi 
secondo  i  documenti  degli  archivi  di  Stmancas  e  di  Genova;  E.  Lamma, 
Intorno  ad  alcune  rime  di  Lionardo  Giustiniani^  nel  cod.  1749  dell'Uni- 
versitaria di  Bologna ,  con  uno  studio  speciale  sulla  lauda  Maria  Tergine 
bella. 

La  Scintilla  (VI ,  39)  :  F.  Foffano ,  Una  versione  dell'  «  Aristodemo  »  in 
dialetto  veneziano.  Di  Camillo  Nalin,  pubblicata  nel  1846.  Lo  stesso  Nalin 
aveva  già  tentato  una  parodia  della  tragedia  Montiana,  che  cadde  irrepara- 
bilmente al  teatro  S.  Samuele  di  Venezia  nel  gennaio  del  1836. 

Nuova  Antologia  (Serie  III,  voi.  XLl):  G.  Ricci,  Cristina  di  Svezia  in 
Italia,  a  proposito  del  libro  del  Glaretta;  A.  Zardo,  Due  tragedie  veneziane, 
studia  il  Conte  di  Carmagnola  del  Manzoni  e  l'Antonio  Foscarini  del  Nic- 
colini;  F.  D'Ovidio,  Dante  e  la  magia;  T.  Casini,  Ter.  Mamiani  in  esilio^ 
da  carteggi  e  documenti  inediti,  in  continuazione;  E.  Masi,  Vita  italiana  in 
un  novelliere  del  cinquecento,  il  Bandello,  in  continuazione. 

Studi  storici  (1,  2):  D.  Santoro,  La  leggenda  pisana  di  Cinzica  Sismondi; 
(I,  3),  V.  Fanucci,  Pisa  e  Carlo  Vili  secondo  recenti  pubblicazioni  e  se- 
condo nuovi  documenti.  Saggio  di  più  ampio  lavoro  sulle  relazioni  tra  Pisa 
«  Carlo  Vili,  condotto  sui  documenti  dell'Archivio  Pisano,  che  è  in  corso 
di  stampa  negli  Annali  della  Scuola  normale  superiore  di  Pisa. 

Archivio  storico  per  le  provincie  napoletane  (XVII,  2):  F.  Gabotto,  Al- 
cuni appunti  per  la  cronologia  della  vita  dell'  astrologo  Luca  Gaurico; 
G.  De  Blasiis,  La  dimora  di  G.  Boccaccio  a  Napoli,  continuazione. 

Atti  del  R.  Istituto  Veneto  (Serie  VII,  voi.  III,  4-5):  A.  Fa  varo,  Gli  op- 
positori di  Galileo  ;  (111,  6-7),  G.  Marinelli,  Il  nome  d'  «  Italia  »  attraverso 
i  secoli. 

U Alighieri  (IV,  1-2):  G.  Agnelli ,  La  Lombardia  e  i  suoi  dialetti  nella 
Div.  Commedia,  in  continuazione;  P.,  Il  sole  che  scherza,  nota  a  Purgai., 
XV,  1  sgg.;  G.  L.  Passerini,  Di  alcuni  notevoli  contributi  alla  storia  della 
vita  e  della  fortuna  di  Dante,  sui  libri  di  M.  Barbi,  di  G.  Ricci,  di  G.  Fran- 
ciosi, e  sulla  raccolta  di  G.  del  Balzo;  F.  Ronchetti,  Moronto  ed  Eliseo, 
nota  a  Parad.,  XV,  136. 

Giornale  Ligustico  (XIX,  7-8):  A.  Badini  Gonfalonieri  e  F.  Gabotto,  No- 
tizie biografiche  di  Demetrio  Calcondila;  G.  Ferraro,  La  novella  CCXII 
del  Sacchetti  e  una  «paristoria  »  sarda. 

Atti  e  memorie  della  R.  Deputazione  di  storia  patria  per  le  provincie 
Modenesi  (Serie  IV,  voi.  Ili):  M.  Campori,  Corrispondenza  tra  L,  A.  Mu- 
ratori e  G.  G.  Leibniz  conservata  nella  R.  Biblioteca  di  Hannover  ed  in 
altri  istituti,  con  un'  appendice  di  Documenti  dell'  Archivio  Gonzaga  di 
Mantova  che  si  riferiscono  alle  ricerche  fatte  dal  Muratori  in  queW  ar- 
chivio. 

L'Arcadia  (III,  6):  A.  Bartolini,  Dante  in  Gubbio;  (III,  7),  A.  Vernarecci, 
F.  Petrarca  a  Bolsena;  (III,  9),  A.  Bartolini,  Lo  stemma  di  Dante  e 
S.  Francesco  e  Dante,  in  continuazione;  (III,  12),  A.  Bartolini,  /  frati  gau- 
denti nella  Div.  Commedia. 

La  Cultura  (li,  34):  A.  Professione,  Caleffi  di  Siena,  notizia  storica  sulla 
cosa  e  sul  nome;  (li,  41),  A.  S.  Martorelli,  Per  Vanni  Fucci,  dà  conto  della 
pubblicazione  di  Peleo  Bacci,  Dante  e  Vanni  Fucci  secondo  una  tradizione 
ignota. 

Rendiconti  dell'Istituto  Lombardo  (XXV,  15-16):  A.  Corradi,  Donde  la 
parola  calamitai 

La  Biblioteca  delle  scuole  italiane  (V,  1):  Della  Giovanna,  La  ragion 
poetica  dei  canti  di  G.  Leopardi,  in  continuazione;  G.  Braggio,  Falstaff  e 
il  grottesco  nel  rinascimento  europeo  ;  G.  Rua,  Di  alcune  fonti  italiane  di 
un   vecchio   libro  francese,  cioè  i  Comptes  amoureux  de  Madame  Jeanne 


464  CRONACA 

Florcy  alcuni  dei  quali  sono  derivati  dal  Boiardo,  dal  Pulci,  dal  Cieco  fer- 
rarese, altri  dal  Boccaccio. 

Bollettino  della  società  geografica  italiana  (V,  7):  G.  Uzielli,  Della  gran- 
olezza  della  terra  secondo  L.  B.  Alberti. 

Mémoires  et  documents  de  la  Società  d'histoire  de  la  Suisse  Romande 
^.  S.,  IV,  1):  A.  Piaget,  Poésies  frangaises  sur  la  bataille  de  Marignan^ 
1515. 

Romania  (XXI,  83)  :  A.  Piaget,  Là,  «  Quistione  d'amore  »  di  Carlo  del 
Nero.  Come  già  La  donna  senza  mercede  del  medesimo  autore  (cfr.  Giorn.y 
XVIII,  446),  anche  questo  poemetto,  edito  prima  da  C.  Arlia  e  poi  da  A. 
Bruschi  (Giorn.,  XV,  478),  si  mostra  essere  traduzione  d'un  poema  di  Alain 
Chartier,  e  precisamente  di  quello  che  s'intitola  Le  débat  Réveille-matin. 

Bibliothèque  de  Vècole  des  chartes  (LUI,  3):  Mas  Latrie,  U  €  officium 
robariae  »  ou  l'office  de  la  piraterie  à  Génes  ati  moyen  Age. 

Deutsche  Zeitschrift  fùr  Geschichtswissenschaft  (VII,  2):  L.  Zdekauer, 
Die  Handschriften  der  «  Istorie  pistoiesi  ». 

Archiv  fùr  slavische  Philologie  (XV,  1):  A.  Soerensen,  Beitrag  zur  Gè- 
schichte  der  Entvoichelung  der  serbischen  Heldendichtung.  Può  interessare 
gli  studiosi  dell'epica  e  della  novellistica  neolatina  per  la  possibilità  dei  ri- 
scontri di  motivi  leggendari. 

Journal  des  savants  (agosto  1892):  L.  Delisle,  Les  archives  du  Vatican, 

Le  moyen  àae  (V,  3):  M.  Willmotte,  Note  sur  la  chanson  populaire^ 
complemento  uell'  articolo  sulla  Chanson  populaire  au  rnox^en  dge  inserito 
dal  W.  nel  Bulletin  de  folk-lore ,  1,1;  (V,  8),  F.  Novatj ,  Quel^es  re- 
marques  sur  un  très  ancien  document  de  la  fable  animale  en  France^ 
contributo  allo  studio  sulle  origini  del  Renard. 

Vom  Fels  zum  Meer  (XII,  3):  E.  Koppel,  Yitt.  Alfieri  und  die  Grdfin 
Albany. 

*  Sul  Tractatus  de  formatione  humani  corporis  in  uterOy  di  cui  si  parlò 
in  questo  Giom.^  XX,  147-149,  è  da  consultare  la  Eist.  litt.  de  la  France, 
XXX,  463-65  [Comunica  R.  Renier]. 

*  L' instancabile  editore  Hoepli  ha  fornito  le  nostre  scuole,  ed  in  genere 
le  persone  colte,  d'un  altro  volume  pregevolissimo.  Egli  ha  pubblicato  in 
un  tomo  solo  la  Divina  Commedia  col  commento  dello  Scartazzini ,  ridotta 
dall'autore  a  massima  brevità.  Tutti  sanno  quanto  utile  sia  riuscito  agli  stu- 
diosi del  poema  dantesco  quel  largo  repertorio  che  è  il  grande  commenta 
dello  Scartazzini  nell'edizione  di  Lipsia.  Ma  quell'opera,  completata  due  anni 
or  sono  dai  Prolegomeni  (cfr.  Giorn.,  XVI,  383),  non  era,  pel  suo  prezza 
e  per  la  sua  mole,  accessibile  a  tutte  le  borse,  né  opportuna  per  i  princi- 
pianti e  per  la  comune  dei  lettori  non  specialisti.  La  presente  <  edizione 
€  minore  »,  che  contiene  il  buono  ed  il  meglio  dell'altro  commento,  con  pa- 
recchie rettificazioni  ed  aggiunte  dovute  a  nuovi  studi  dell'autore  e  di  altri, 
non  che  alla  recente  pubblicazione  di  alcuni  celebri  commenti  antichi,  è  nel 
suo  ordinamento  e  noli'  assetto  esteriore  comodissima.  La  stampa  è  nitida  ^ 
ed  in  fondo  al  voi.  trovansi  il  rimario  ed  un  indice  dei  nomi  propri  e  delle 
cose  notevoli:  tuttociò  per  un  prezzo  incredibilmente  tenue  (L.  4).  Non  du- 
bitiamo che  il  libro  avrà  larghissima  diffusione  e  facciamo  voti  affinchè  la 
Scartazzini  possa  presto  effettuare  il  suo  proposito  di  pubblicare  una  nuova 
edizione  del  commento  di  Lipsia,  rifacendo  il  voi.  I,  che  non   corrisponde 


CRONACA.  465 

all'ampiezza  ed  alla  ricchezza  degli  altri  due.  Per  l'anno  prossimo  egli  pro- 
mette una  Dantologia,  che  sarà  un  rifacimento  dei  due  manualetti  danteschi 
editi  dairedit.  Hoepli,  di  cui  tenemmo  parola  in  questo  Giorn,,  II,  427. 

*  Dal  prof.  Gioacchino  Maruflfi  ci  perviene  una  seconda  edizione  (Palermo- 
Torino,  Clausen,  1893)  del  suo  Piccolo  manuale  di  metrica  italiana  ad  uso 
«delle  scuole.  Parlammo  già  con  lode  della  prima  edizione,  comparsa  in  Ter- 
ranova di  Sicilia;  cfr.  Giorn.,  XVII,  173.  La  ristampa  ha  molti  migliora- 
menti, onde  il  libretto  è  reso  sempre  più  raccomandabile  per  uso  delle  scuole 
secondarie  classiche. 

*  Ad  uso  scolastico  è  compilata  pure  la  Storia  della  letteratura  italiana 
di  Giov.  Ant.  Venturi  (Firenze,  Sansoni,  1892).  È  un  compendio  breve,  ma 
fatto  con  garbo ,  nel  quale  1'  A.  s'è  studiato  di  dare  speciale  risalto  alle  fi- 
gure letterariamente  maggiori.  Sarà  adottato  con  profitto  da  coloro  che  tro- 
vano per  avventura  troppo  pieno  di  notizie ,  e  quindi  non  agevole  alla  me- 
moria dei  giovani,  il  Disegno  storico  di  R.  Fornaciari,  nell'edizione  rifatta. 

*  Poiché  annunciamo  libri  scolastici,  la  cui  produzione,  da  qualche  anno, 
oltreché  crescendo ,  va  migliorando  in  Italia ,  non  ci  è  lecito  trascurare  la 
edizione  che  delle  Poesie  liriche  di  Alessandro  Manzoni  apprestò  il  pro- 
fessore Alfonso  Bertoldi  (Firenze,  Sansoni,  1892).  È  un  libretto  molto  comodo 
anche  per  uso  non  didattico,  perché  tutto  il  patrimonio  lirico  del  Manzoni, 
vale  a  dire  le  poesie  giovanili  (a  F.  Lomonaco,  In  morte  di  G.  Imbonati, 
Urania),  le  sacre,  le  politiche  ed  i  cori  delle  tragedie,  vi  si  trova  raccolto, 
con  un  commento  copioso  ed  una  non  meno  ricca  illustrazione  storica.  Il 
metodo  è  il  medesimo  che  il  Bertoldi  praticò  già  pel  Parini  e  pel  Monti 
(Giorn.,  XVI,  428;  XVIII,  450).  Delle  varianti  è  pur  tenuto  conto,  dando 
modo  così  allo  studioso  di  seguire  1'  opera  perfezionatrice  del  poeta.  Indici 
bene  intesi  delle  voci  e  locuzioni  singolari  e  degli  autori  chiamati  a  riscontro 
nelle  note  rendono  vieppiù  pratico  l'uso  del  libro  (1). 

*  Accresciuta  e  migliorata  esce  per  la  seconda  volta  l'antologia  di  Poeti 
siciliani  del  sec.  XIX^  messa  insieme  da  Frane.  Guardione  (Palermo-Torino, 
Clausen,  1892).  Buona  scelta  regionale  praticata  su  35  poeti  dell'isola,  alcuni 
dei  quali  appartengono  ormai  alla  letteratura  storica.  Si  comincia  col  Gar- 
gallo  e  si  finisce  col  Cesareo.  D'ogni  poeta  il  G.  dà  sobrie  notizie  biografiche. 

*  Venceslao  Santi  ha  dato  in  luce  due  volumetti,  condotti  entrambi  su 
larghe  esplorazioni  d'archivio,  intorno  al  suo  nativo  Frignano,  nell'Appen- 
nino Modenese.  V'è  qualche  cosa  che  può  interessare  anche  agli  studiosi  di 
storia  letteraria.  Nelle  Memorie  storiche  di  Sant'Anna  Pelago  nel  Frignano^ 
Modena,  1892,  debbono  richiamare  la  loro  attenzione  le  pp.  136  sgg.,  in  cui 
è  parola  dei  maggi  e  vien  riferita  una  «  lauda  delle  anime  del  purgatorio  », 
che  suol  essere  cantata  in  fin  di  maggio  per  raccogliere  elemosine  a  prò 
delle  anime  purganti.  Nelle  Yarietà  storiche  sul  Frignano,  Modena,  1892, 
va  notato  a  pp.  119  sgg.  lo  studietto  su  d'C7n  accademico  della  Crusca  ri- 
vendicato al  Frignano,  cioè  su  Giov.  Filippo  Magnanini,  letterato  del  se- 
colo XVI  amico  di  T.  Tasso. 


(1)  Poco  prima  d'andare  in  macchina  ci  pervenne  un'altra  edizione  scolastica  commentata  delle 
Poesie  di  A.  Manzoni  dovuta  alle  care  di  À.  D'Ancona  (Firenze,  Barbèra,  1892). 


466  CRONACA 

*  Nella  bella  collezione  francese  La  vie  privèe  d'autrefois  A.  Franklin 
ha  pubblicato  due  nuovi  volumi,  importantissimi  per  la  storia  del  costume, 
Les  médecins  ed  Écoles  et  collèges  (Paris,  Plon,  1892).  Il  secondo  s'occupa 
specialmente  della  vita  degli  studenti  nel  medioevo  e  fornisce  anche  dei 
particolari  sull'origine  delle  biblioteche  monastiche. 

*  La  Casa  editrice  Le  Monnier  ha  pubblicato  la  terza  edizione,  con  ag- 
giunte notevoli,  del  volume  di  G.  Piergili,  Nuovi  documenti  intorno  agli 
scritti  e  alla  vita  di  G.  Leopardi. 

*  I  cultori  di  storia  della  geografia  dovranno  tenere  molto  conto  della 
bellissima  pubblicazione  recente  di  Gius.  Ottino,  Il  Mappamondo  di  Torino 
riprodotto  e  descritto,  Torino-Palermo,  Glausen,  1892.  Per  la  prima  volta 
compare  qui  senza  riduzione  di  scala,  riprodotto  a  colori,  quel  celebre  mo- 
numento dell'antica  cartografia  latina,  il  secondo,  per  cronologia,  che  pre- 
senti in  forma  circolare  l'imagine  del  mondo.  Lo  si  trova  in  un  cod.  della 
Nazionale  di  Torino,  del  sec.  XII,  che  riproduce  un  commento  all'Apocalisse 
con  la  data  interna  787  di  Gr.,  e  vi  sta  ad  illustrare  la  propagazione  del 
cristianesimo.  Fatto  conoscere  dapprima,  non  senza  gravi  inesattezze,  dal 
Pasini  (1749),  fu  poscia  riprodotto  e  studiato  dal  Santarem,  da  Lelewel,  dal 
Jomard,  dal  Marinelli,  dal  Nordenskiòld.  Se  anche  la  mappa  originale,  di 
cui  nel  cod.  Torinese  è  una  copia,  non  appartenne  sicuramente  al  sec.  Vili, 
è  indubitato  che  è  molto  più  antica  del  Xll.  Quest'è  l'opinione  dei  più  com- 
petenti geografi,  cui  si  associa  anche  l'Ottino,  il  quale  ha  corredato  la  sua 
esemplare  riproduzione  di  tre  rilevanti  note  illustrative.  Gi  gode  l'animo  di 
veder  uscire  dalle  nostre  biblioteche  lavori  così  profittevoli  agli  studi  d'eru- 
dizione storica. 

■*  Pubblicazioni  accademiche  in  Germania  :  H.  Varnhagen,  Passio  sanctae 
Catharinae  Alexandrinae  metrica  e  duobus  libris  mss.  edita  (Erlangen, 
rettorato);  P.  Geyer,  Kritische  und  sprachliche  Erlduterungen  zu  Antonini 
Piacentini  itinerarium  (laurea,  Erlangen);  0.  Rottig,  Die  Versfasserfrage 
des  Enes  und  des  Roman  de  Thèbes  (laurea,  Halle-Wittenberg);  J.  Palme» 
Die  deutschen  Veronicalegenden  des  XII  Jahrhunderts  (progr.  ginn.,  Praga); 
K.  Wotke,  Ercole  Strozza  (progr.  della  scuola  Speneder,  Vienna). 

*  Pubblicazioni  recenti: 

Giovanni  Sercambi.  —  Le  croniche^  pubblic.  sui  mss.  originali  a  cura  di 
Salvatore  Bongi.  —  Volumi  due.  —  Roma,  Istit.  storico  italiano,  1892. 

Luchino  Dal  Verme.  —  Francesco  Petrarca  e  Luchino  dal  Verme  con' 
dottiero  dei  Veneziani.  Raccolta  di  memorie  storiche.  —  Roma,  tip.  Vo- 
ghera, 1892.  Fuori  commercio.  Cfr.  Arch.  stor.  ilal.,  Serie  V,  voi.  X,  p.  233. 

Giacomo  Leopardi.  —  /  canti ,  commentati  da  Alfredo  Straccali.  —  Fi- 
renze, Sansoni,  1892. 

Francesco  Novati.  —  La  €  Navigatio  Sancti  Brendani  »  in  antico  ve* 
neziano  edita  ed  illustrata.  —  Bergamo,  tip.  Cattaneo,  1892. 

G.  A.  Cesareo.  —  Poesie  e  lettere  edite  ed  inedite  di  Salvator  Rosa^ 
pubblicate  criticamente  e  precedute  dalla  vita  dell'  autore  rifatta  su  nuovi 
documenti.  —  Napoli,  tip.  della  R.  Università,    1892. 


CRONACA  467 

Vincenzo  Reforgiato.  —  La  giovinezza  di  Giacomo  Leopardi.  —  Ca- 
tania, tip.  Galati,  1892. 

Alessandro  D'Ancona  e  Orazio  Bacci.  —  Manuale  della  letteratura 
italiana.  Voi.  I,  P.  I,  e  voi.  II.  —  Firenze,  Barbèra,  1892. 

Gustavo  Uzielli.  —  Paolo  dal  Pozzo  Toscanelli  iniziatore  della  sco- 
perta d'America.  —  Firenze,  Loescher  e  Seeber,  1892. 

Charles  Joret.  —  La  rose  dans  Vantiquitè  et  au  moyen  dge.  Histoire, 
légendes,  symbolisme.  —  Paris,  Bouillon,  1892. 

Attilio  Centelli.  —  Caterina  Cornaro  e  il  suo  regno.  —  Venezia,  On- 
gania,  1892. 

»  Annunzi  analitici. 

Ludovico  Pepe.  —  Il  Cieco  da  Forlì  cronista  e  poeta  del  sec.  XVL  — 
Napoli,  tip.  De  Rubertis,  1892  [Con  molta  e  recondita  erudizione  scova  FA. 
di  questa  memoria  le  attestazioni  di  scrittori  regionali  del  mezzogiorno,  che 
si  riferiscono  agli  scritti  storici  di  Cristoforo  Cieco ,  personaggio  quasi  del 
tutto  obliato,  che  visse  nella  seconda  metà  del  cinquecento.  Egli,  forse  in- 
dotto dal  suo  stesso  mestiere  di  cantastorie,  fu  un  gran  viaggiatore,  e  di  al- 
cune regioni  da  lui  percorse  stese  una  specie  di  descrizione  storico-geogra- 
fica. Cosi  fece  dell'Abruzzo,  della  Campania,  della  Magna  Grecia.  Sulla  fede 
degli  scrittori  di  Terra  d'Otranto,  il  P.  ricercò  e  riuscì  a  rintracciare  in  una 
miscellanea  dell'Angelica,  la  Chronica  universale  della  fidelissima  et  antiqua 
regione  di  Magna  Grecia,  stampata  a  Venezia  nel  1575.  Essendo  rarissima, 
pensò  bene  di  ristamparla  in  quest'opuscolo,  premettendole  uno  studietto  co- 
scienzioso, in  cui  mostra  come  il  Cieco  saccheggiasse  la  Descritione  di  tutta 
Italia  di  Leandro  Alberti,  stamp.  nel  1550,  ma  v'aggiungesse  parecchio  di 
suo,  sia  rispetto  ai  luoghi,  sia  sul  conto  di  vari  ragguardevoli  personaggi.  A 
questa  illustrazione  il  P.  era  molto  ben  preparato  da'  suoi  studi  storici  spe- 
ciali su  quelle  provinole  del  mezzodì.  Il  Cieco  fu  anche  verseggiatore,  anzi 
forse  più  specialmente  verseggiatore.  Esiste  di  lui  a  stampa,  ma  assai  raro, 
quantunque  impresso  più  volte,  un  poemetto  intitolato  Stanze  sopra  la  morte 
di  Rodomonte,  la  cui  prima  edizione  è  di  Fermo,  1562.  È  una  specie  di  coda 
all'ultimo  canto  del  Furioso,  con  reminiscenze  ariostesche  e  dantesche,  non 
senza  una  certa  facilità  di  verso,  che  è  frequente  negli  improvvisatori.  Ro- 
domonte morto  va  a  mettere  lo  scompiglio  nei  regni  bui,  volendone  spode- 
stare Plutone;  ma  gli  si  oppongono  le  ombre  dei  cavalieri,  che  furono  in 
vita  suoi  nemici.  11  P.  riproduce  quelle  stanze  secondo  l'esemplare  antico 
della  Melziana.  Il  trovare  l'improvvisatore  denominato  nella  didascalia  Cri- 
stoforo Scandio,  gli  fa  credere  che  questo  sia  il  suo  vero  casato,  quantunque 
il  Boccalini,  che  a  lungo  ne  discorre  ne'  Ragguagli  di  Parnaso  (cent.  II, 
rag.  18),  lo  chiami  «Cristoforo  de' Sordi,  detto  il  Cieco  da  Forlì,  famoso 
«  cantambanco  italiano  ».  A  dir  vero,  su  questo  casato  de'  Sordi,  che  il  Boc- 
calini gli  appioppa,  l'A,  scivola  un  po'  troppo.  Che  possa  esser  nata  una  con- 
fusione, come  pei  poeti  ciechi  così  spesso  accadde  (cfr.  Rua ,  in  questo  Gior- 
nale, XI,  294),  può  darsi;  ma  bisognava  chiarirla.  Crediamo  che  forse  qualche 
nuova  notizia  l'A.  avrebbe  potuto  rintracciare  instituendo  delle  ricerche  nel 
copioso  materiale  mss.  che  esiste  in  Forlì]. 

Heinrich  Ungemach.  —  La  guera  de  Parma.  Ein  italienisches  Gedicht 


468  CRONACA 

auf  die  Schlacht  bei  Fornuovo  1495.  —  Schweinfurt,  Reichardt,  1892  [Progr. 
ginn.,  Schweinfurt.  L'A.  di  questo  opuscolo  ci  dice  che  la  biblioteca  univer- 
sitaria di  Eriangen  possiede  una  serie  di  stampe  antiche  italiane,  che  saranno 
tra  breve  descritte  dal  prof.  Varnhagen.  Tra  quelle  stampe  se  ne  trova  una 
senza  note  tipografiche,  che  i  bibliografi  non  registrano,  e  che  deve  real- 
mente essere  molto  rara.  Con  un  titolo  simile  ad  altra  stampa,  che  s'occupa 
della  lotta  di  Carlo  V  in  Italia,  vi  s'adagia  un  poemetto  di  76  stanze,  in  cui 
è  narrata  la  battaglia  di  Fornovo,  contro  Carlo  Vili.  È  cosa  diversa  dal- 
l'altro raro  poemetto ,  registrato  nel  catal.  Libri ,  di  cui  fa  menzione  anche 
il  D'Ancona,  Poesia  popolare,  pp.  70-71.  Il  presente  componimento  è  molto 
rozzo:  esso  appartiene  evidentemente  alla  letteratura  giullaresca:  le  stanze 
si  seguono  monotone  e  bracalone,  i  versi  zoppicano  spessissimo,  le  esigenze 
della  rima  fecero  commettere  all'infelice  verseggiatore  dei  peccati  di  lingua 
e  di  senso  talora  imperdonabili.  Tuttavia  l'importanza  e  la  curiosità  del  poe- 
metto non  sono  scarse;  vi  trovi  anche  dei  tratti  rozzamente  efficaci,  vi  trovi 
dei  particolari  che  forse  rivelano  testimonianza  de  visu.  Ha  fatto  dunque  bene 
il  sig.  U.  a  renderlo  accessibile.  Ma  se  di  ciò  volentieri  lo  lodiamo,  ci  spiace 
dover  aggiungere  che  la  sua  pubblicazione  è  fatta  assai  male.  11  testo  è  ri- 
prodotto con  fedeltà  diplomatica,  quasiché  si  trattasse  d'opera  dei  primi  se- 
coli, con  un  rispetto  per  le  ipermetrie  ed  anche  per  i  più  grossolani  ed  evi- 
denti errori  tipografici  (cfr.  st.  6,  v.  1;  st.  7,  v.  4;  st.  47,  v.  1  ;  st.  66,  v.8  ecc.) 
degno  davvero  di  miglior  causa.  Seguendo  un  uso,  che  in  Germania  ormai 
può  dirsi  un  abuso,  credette  necessario  l'U.  di  offrire  uno  spoglio  delle  forme 
linguistiche,  per  nessun  rapporto  notevoli,  che  il  componimento  presenta.  La 
illustrazione  storica,  che  avrebbe  dovuto  essere  accurata,  rivela  nell'A.  somma 
inesperienza  e  cultura  deficiente.  Egli  non  ha  saputo  (ed  era  pur  facile)  met- 
tersi in  grado  di  chiarire  con  precisione  e  compiutamente  i  nomi  e  le  allu- 
sioni del  poemetto.  Sulla  battaglia  di  Fornovo  non  conosce  che  le  relazioni 
storiche  più  ovvie;  non  solo  non  gli  son  noti  i  documenti  pubblicati  nel- 
r  Archivio  storico  italiano ,  serie  V,  voi.  VI ,  ma  pare  non  abbia  contezza 
né  della  Spedizione  del  Sanudo,  né  della  Cronaca  di  Jacopo  d'Atri,  né  del 
libro  recente  del  Delaborde,  e  non  siasi  saputo  servire  del  Litta  (1).  Il  suo 
commentario  storico  è  pieno  di  ommissioni  e  formicola  di  errori.  Trova 
Carlo  Vili  chiamato  el  re  de  li  capponi,  ed  anziché  vedervi  uno  scherzo 
trivialuccio  diretto  al  re  dei  Galli ,  almanacca  rapporti  con  Piero  Capponi 
(p.  39),  che  qui  non  c'entrano  aff*atto.  Nella  stanza  59  trova  notato  tra  i  morti 
Teofilo  da  Pesaro  e  non  sa  chi  sia  (p.  49),  mentre  ormai  a  tutti  é  noto  che 
si  tratta  di  Teofilo  Collenuccio.  Nella  st.  34  vede  nominato  Pandolfo  d'Este, 
e  con  una  disinvoltura  mirabile  chiosa:  «  gemeint  ist  Alfonso  d'Este,  dar 
€  nachmalige  Herzog  Alphons  I  von  Ferrara  »  (p.  42).  No,  no;  Pandolfo 
non  è  Alfonso,  e  codeste  sostituzioni  non  sono  lecite.  Non  s'è  accorto  l'I), 
che  nella  st.  60  è  detto  che  quel  Pandolfo  morì  appunto  al  Taro?  Fra  i  morti 
è  pure  indicato  Galeazzo  da  Correggio  (st.  59;  v.  st.  34),  e  l'A.  lo  scambia 


(1)  Dopo  scritto  il  nostro  annunzio  1'  U.  aggiunse  un  «  Kachtrag  za  den  LiUratarangaben  »  e 
la  correzione  di  alcani  errori  tipografici  nel  lÀUraturbl.  fùr  gtrm.  und  rom.  Phiìologù,  XIII, 
828-24;  ma  queste  correzioni  ed  aggiunte  non  tono  tali  da  modificare  in  nolla  il  giudisio  nostro. 


CRONACA  469 

(p.  42)  con  Giangaleazzo  figliuolo  di  Niccolò  postumo,  il  quale  ultimo  fa  mo- 
rire nel  1517,  anziché  nel  1508.  È  una  confusione  incredibile.  Giangaleazzo, 
non  il  padre,  passò  di  vita  nel  1517;  il  Galeazzo  morto  al  Taro  era  un  cu- 
gino di  lui,  figliuolo  di  Manfredo.  Questo  non  è  che  un  saggio  dei  primi 
errori  che  ci  capitarono  sott'occhio]. 

Rudolf  Anschùtz.  —  Boccaccws  Novelle  vom  Falken  und  ihre  Ter- 
breitung  in  der  Litteratur.  —  Erlangen,  Junge,  1892  [Tesi  di  laurea,  Er- 
langen.  Discorrendo  della  graziosa  novella  boccaccesca  di  Federigo  degli  Al- 
berighi,  che  caduto  in  povertà,  diede  in  pasto  alla  sua  donna  la  cosa  più 
cara  che  s'avesse,  l'unico  falcone  rimastogli  (Decam.,  V,  9),  il  Landau  (Quel- 
ìen^ ,  p.  24)  accennava  a  qualche  lontano  riscontro  sanscritico,  accennava 
al  fableau  di  Guillaume  au  faucon,  e  finiva  col  dichiarare  di  non  ricono- 
scere in  quei  racconti  la  vera  fonte  della  novella.  Ad  un  risultato  negativo 
simile  giunge  anche  rAnschùtz,  il  quale  peraltro,  guidato  da  una  nota  del 
Liebrecht  al  Dunlop,  rammenta  una  narrazione  araba  che  ha  maggiori  affi- 
nità con  quella  del  B. ,  salvochè  vi  si  parla  d'un  cavallo ,  e  non  d'un  fal- 
cone. La  parte  maggiore  e  più  notevole  dello  studio  dell'A.  consiste  nella 
enumerazione  ragionata  dei  numerosi  drammi  e  poemetti,  che  indiretta- 
mente risalgono  alla  nostra  novella.  Egli  ne  conosce,  oltre  la  novella  del 
Sansovino  e  la  riduzione  in  ottave  del  Brugiantini,  ben  17.  Ed  è  curioso 
l'osservare  come  scrittori  eminenti  d'ogni  paese  si  sentissero  tentati  da  quel 
leggiadro  soggetto,  specialmente  per  dargli  forma  drammatica.  Tra  i  più  an- 
tichi sono  da  menzionare  Hans  Sachs,  Lope  de  Vega  ed  il  La  Fontaine,  il 
quale  ultimo  giovò  assai  alla  diffusione  di  quel  motivo  in  altre  opere  fran- 
cesi. Tra  i  più  moderni  bastano  i  nomi  del  Goethe,  la  cui  elaborazione  per- 
altro non  ci  pervenne,  del  Longfellow  e  del  Tennyson.  Uno  scrittore  fran- 
cese del  secolo  scorso,  il  Delisle  de  la  Drévetière,  per  farne  una  commedia 
in  prosa,  contaminò  la  novella  del  falco  con  l'altra  boccaccesca,  d'antichis- 
sima origine,  del  giovane  ingenuo  e  delle  papere,  eh' è  nella  introduzione 
alla  IV'  giornata  del  Decam.  Vogliamo  si  noti  che  nel  carnevale  del  1506 
fu  rappresentata  in  Ferrara  una  commedia  ov'era  anche  drammatizzata  la 
novella  del  falco.  Cosi  ne  scriveva  Bernardino  Prosperi  a  Isabella  Gonzaga 
il  22  febb.  di  quell'anno  (doc.  Arch.  Gonzaga)  :  «  La  111."»»  patrona  nostra 
«  qui  {Lucrezia  Borgia)  fa  fare  domane  de  sira  una  comedia  de  tre  sorta 
«  de  inamorati,  fra  li  quali  gè  è  quello  del  falcone  che  descrive  il  Boccaccio 

«  in  le  cento  novelle Questo  che  compone  et  ordina  tal  comedia  è  il  priore 

«  de  là,  factore  olim  del  Vescovo  di  Ferrara  »]  (1). 

Ferdinando  Gabotto.  —  Un  poeta  beatificato,  schizzo  di  Battista  Spa- 
gnolo da  Mantova.  —  Venezia,  tip.  Fontana,  1892  [Estratto  dall'Ateneo 
Yeneto.  Il  17  die.  1885  Leone  XIII  beatificava  solennemente  il  Carmelita 
(n.  1448,  ■\  1516);  quindi  il  parlarne  oggi  è  quasi  d'attualità,  tanto  più  che 
la  sua  grande  fama  fu  molto  oscurata  dai  secoli ,  sicché  più  volte  avviene 
che  oggi  se  ne  discorra  non  troppo  esattamente  (cfr.  Bibliofilo,  IV,  55  e  76  ; 


(1)  La  memoria  del  dr.  Anschtttz  venne  poscia  a  formare  il  fase.  13  degli  Erlatiger  Beitrdrje 
zur  englischen  Philologie,  Erlangen,  1892,  con  in  fine  ristampata  integralmente  la  commedia  di 
Lope  de  Vaga  El  halcon  de  Federico. 


470  CRONACA 

Arch.  stor.  lombardo,  XVI,  512).  Per  la  parte  biografica  l'A.  si  valse,  nel 
suo  riassunto,  di  buone  fonti,  quali  la  vecchia,  ma  pregevole,  biografia  di 
Florido  Ambrosio  (1784)  e  lopuscoletto  prezioso  di  S.  Davari ,  Della  fami- 
glia Spagnolo  (1873).  Conobbe  pure  undici  documenti  inediti  dell'Archivio 
Gonzaga,  dai  quali  peraltro  non  trasse  molto  partito.  Scopo  precipuo  di 
questo  schizzo  fu  di  porre  in  chiaro  il  carattere  religioso  e  letterario  di  Bat- 
tista, mostrando  come  la  sua  religiosità  oscilli  continuamente,  al  pari  delle 
sue  aspirazioni  e  tendenze  politiche,  e  come  egli,  nonostante  le  cariche  ec- 
clesiastiche elevatissime  conseguite  e  la  beatificazione  recente,  sia  sopratutto 
un  umanista  ed  un  poeta.  A  confessione  sua  stessa,  fu  la  poesia  che  lo  in- 
dusse a  farsi  frate;  e  quantunque  avesse  talvolta  ispirazioni  vere  e  posse- 
desse i  segreti  del  poetare  latino,  bisogna  convenire  che  si  lasciava  tentar 
troppo  spesso  dalla  Musa  e  diveniva  volgare  nella  soverchia  facilità  del  ver- 
seggiare ad  ogni  occasione.  11  confronto  di  lui  con  Virgilio  ben  a  ragione 
indispettiva  il  Giovio  (cfr.  Giornale,  XI,  213,  n.  3),  e  fors'anco  se  ne  rideva 
ironicamente  il  Folengo  nell'ultimo  canto  del  Baldo  (ed.  Portioli,  II,  208): 

Mons  quoque  CarmeloB  Baptistae  Tersibos  altis 
lam  boat,  atqne  novnm  Manto  fecisse  Haronem 
Gaudet,  nec  primo  praefert  tamen  illa  Haroni, 
Namque  vetusta  nocet  lans  nobis  saepe  modernis. 

Tuttavia  la  fama  che  godette  fra  i  contemporanei  fu  grandissima:  in  Ger- 
mania, nel  cinquecento,  i  suoi  carmi  erano  prescritti  nelle  scuole  come  mo- 
delli classici  di  latino  (cfr.  Klette,  Beitrdge,  III,  20).  È  noto  come  in  Man- 
tova il  medico  e  poeta  Battista  Fiera  costruisse  un  arco  decorato  da  tre 
magnifici  busti  in  terracotta:  nel  mezzo  era  quello  del  marchese  Francesco 
Gonzaga,  che  il  Muntz  ed  altri  riprodussero,  dai  lati  quelli  di  Virgilio  e  di 
Battista  Mantovano  (v.  Bettinelli,  Lettere  e  arti  mantovane,  Mantova,  1774, 
p.  1(X)).  Oggi  quei  tre  busti,  opera  magnifica  del  Rinascimento,  si  ammirano 
nel  Museo  di  Mantova.  Né  è  quella  la  sola  eflSgie  che  si  possegga  del  Car- 
melita.  Abbiamo  di  lui  una  medaglia  (Armand,  Médailleurs,  I,  101)  ed  un 
altro  busto,  molto  espressivo,  in  bronzo,  che  la  critica  più  oculata  suppone 
fattura  di  Gianmarco  Cavalli,  e  che  è  fra  gli  acquisti  più  recenti  del  Museo 
di  Berlino.  Lo  si  può  vedere  riprodotto  da  W.  Bode  nel  suo  eccellente  vo- 
lumetto Die  italienische  Plastik,  Berlin,  1891,  p.  124.  Il  Bode  stesso  (p.  123) 
menziona  una  mezza  figura  in  legno,  pur  rappresentante  lo  Spagnoli,  che  ò 
nella  biblieteca  di  Mantova,  e  che  forse  doveva  servire  ad  un  monumento. 
A  scritti  dello  Spagnoli  non  pubblicati  accenna  il  Donesmondi,  Ist,  eccles. 
di  Mantova ,  II ,  121  ;  e  a  questo  proposito  sarebbero  necessarie  lunghe  in- 
dagini, che  non  erano  negli  intendimenti  del  G.  Egli  volle  fare  uno  schizzo 
più  letterario  che  storico.  Da  molti  anni  il  padre  Caimi  sta  facendo  ricerche 
sulla  vita  e  sulle  opere  del  Carmelita  (cfr.  Giornale,  XI,  430,  n.  2).  Non  ci 
consta  che  ne  abbia  peranco  dato  in  luce  nessun  risultato,  ma  speriamo 
voglia  farlo  tra  breve]. 

Manuel  de  bibliographiebiographique  et  d'iconographie  des  femmes  cele- 
bres  par  un  vieux  bibliophile  (A.  Ungherini).  —  Turin,  Roux;  Paris, 
Nilsson,  1892  [Impresa  senza  dubbio  coraggiosa  fu  il  compilare  un  reper- 


CRONACA  471 

torio  bibliografico  delle  donne  famose  di  tutti  i  tempi  e  di  tutti  i  paesi.  Il 
grosso  e  denso  volume  che  ne  è  uscito  potrà  sempre  essere  consultato  con 
profitto.  La  parte  maggiore  di  esso  è  destinata  airelenco  alfabetico  delle 
donne  celebri ,  di  ciascuna  delle  quali  sono  date  in  poche  righe  le  notizie 
biografiche  essenziali ,  quindi ,  per  alfabeto ,  le  indicazioni  degli  studi  bio- 
grafici ad  esse  relativi ,  in  fine  i  rinvii  iconografici.  Seguono  elenchi  delle 
biografie  generali ,  delle  speciali  (per  nazioni) ,  delle  raccolte  di  ritratti  e 
d'autografi.  11  materiale  è  certamente  copioso  ;  sarebbe  ingiustizia  il  non 
riconoscerlo.  Ma  TA.  stesso  ha  preveduto  che  non  pochi  miglioramenti  si 
potranno  arrecare  all'opera  sua.  Infatti,  non  tenendo  conto  di  qualche  difetto, 
d'ordinamento,  che  ci  occuperebbe  quando  intendessimo  esaminare  il  libro 
con  minutezza,  molte  e  molte  ommissioni  ci  fu  dato  di  notare,  solo  sfo- 
gliando questo  repertorio.  E  si  avverta  che  ci  trattenemmo  quasi  esclusiva- 
mente sui  nomi  delle  donne  celebri  italiane,  o  che  per  relazioni  con  grandi 
italiani  sono  quasi  nostre  connazionali,  e  segnatamente  poi  sulle  letterate. 
Anzitutto,  per  quel  che  concerne  le  sante,  pare  che  l'A.  non  siasi  servito 
dei  Bollandisti.  Nella  bibliografia  speciale  dell'Italia  (col.  841  sgg.)  non  com- 
pare la  notissima  raccolta  della  Bergalli ,  corredata  di  notizie  biografiche 
delle  poetesse  italiane;  né  trovano  luogo  i  lavori,  sia  pure  infelici,  del  Ma- 
gliani  e  dello  Zernitz  (Giornale,  VI,  437  e  Vili,  299).  Perchè  questa  tras- 
curanza  d'opere  cosi  agevoli?  E  perchè  nella  bibliografia  delle  donne  di 
Francia  ommettere  del  tutto  l'opuscolo  accurato  di  0.  Schultz,  Provenza- 
lische  Bichterinnenì  Rispetto  alle  note  bibliografiche  personali  indicheremo 
air  A.  le  principali  ommissioni  che,  nel  campo  nostro,  venimmo  appuntando 
cosi  a  memoria,  senza  nessuna  particolare  ricerca.  Su  Lucrezia  Borgia  è 
dimenticato  il  notevolissimo  articolo  del  Gampori,  Una  vittima  della  storia^ 
nella  N.  Antologia,  sett.  1866;  su  Vitt.  Colonna  manca  la  memoria  docu- 
mentata del  Luzio  nella  Riv.  stor.  mantovana;  su  Tarquinia  Moba  difet- 
tano i  lavori  di  G.  Malmusi  inseriti  nelle  Memorie  dell'  accad.  di  Modena. 
L'A.  ignora  gli  studi  capitali  dell'Abel  intorno  ad  Isotta  Nogarola  ;  non  co- 
nosce il  voi.  di  lettere  dell'Albany  pubblicato  nel  1887  dall'Antona-Traversi 
e  dal  Bianchini ,  né  quanto  stamparono  di  recente  su  Veronica  Gambara 
E.  Gosta  e  V.  Gian  (cfr.  Giornale,  XV,  477-78).  Della  Grismondi  non  indica 
né  la  ediz.  delle  sue  poesie  fatta  a  Bergamo  nel  1870,  ove  leggesi  l'elogio 
che  di  lei  pronunziò  il  Bettinelli,  né  le  Memorie  dell'amica  del  Mascheroni 
offerte  al  pubblico  da  G.  Maes,  Roma,  1874.  Intorno  a  Laura  De  Noves  di- 
mentica di  citare  nientemeno  che  l'ab.  De  Sade.  Per  Isotta  Malatesta  non 
tien  conto  delle  dotte  ricerche  del  Battaglini,  che  rettificano  in  parte  certe 
asserzioni  del  Mazzuchelli.  Della  Gurtoni-Verza  non  segnala  la  biografia  del 
Montanari  ;  sulla  Sulgher-Fantastici,  oltre  l'elogio  del  Dentoni,  è  obliato  l'ar- 
ticolo del  Ferrai  nel  Giornale,  V,  370  sgg.,  che  mette  in  chiaro  le  relazioni 
di  lei  con  V.  Monti.  Nonostante  che,  lo  ripetiamo,  queste  dimenticanze,  non 
tutte  lievi  certamente,  ci  saltassero  agli  occhi  in  una  prima  scorsa  del  libro, 
e  siano  certo  indizio  di  altre  forse  maggiori,  non  dubitiamo  che  l'A.,  conti- 
nuando le  sue  indagini  pazienti ,  riuscirà  a  dare  in  una  seconda  edizione 
opera  più  compiuta  e  soddisfacente]. 
Flaminio  Pellegrini.  —  Cola  di  Manforte  conte  di  Campobasso  rima- 


472  CRONACA 

tore.  —  Cerignola,  tip.  del  Progresso,  1892  [Con  nuove  cure  ripubblica  il 
P.  le  ballate  e  gli  strambotti  di  quel  guerriero  vissuto  nel  sec.  XV ,  che 
amava,  come  non  pochi  suoi  pari,  trovar  qualche  svago  nella  poesia.  Queste 
rime  comparvero  la  prima  volta  nella  raccolta  di  Rimatori  napoletani  del 
Quattrocento  di  M.  Mandalari.  Nella  prefazione  il  P.  chiarisce  qualche  que- 
stione metrica  e  letteraria,  e  mostra  quanta  importanza  storica  abbiano  quei 
rozzi  poeti  meridionali  per  ristabilire  la  continuità  e  spiegarsi  Tapparizione 
del  Canteo  e  del  Sannazaro.  Egli  è  troppo  indulgente  quando  chiama  il 
De  Gennaro  «  il  più  geniale  tra  questi  rimatori  »  (p.  6).  Geniale  non  fu 
nessuno  di  essi,  a  dir  vero,  neppure  il  Galeota,  intorno  al  quale  il  P.  non 
poteva  conoscere  ancora  l'articolo  del  Flamini,  che  lo  rivela.  Diamo  special- 
mente lode  all'A.  di  quest'opuscolo  per  le  saggio  massime  critiche,  di  cui  fa 
professione;  massime  di  metodo  storico  severo,  che  piacciono  specialmente, 
nell'attuale  naufragar  del  buon  senso,  in  bocca  ad  un  poeta  gentile,  com'egli  è]. 

Gaetano  Quadri.  —  Sui  versi  della  «  Gerusalemme  liberata  »,  Ma  ecco 
ornai  fora  fatale  è  giunta  \  Che  il  viver  di  Clorinda  al  suo  fin  deve.  — 
Mantova,  tip.  Mondovi,  1892  [Estratto  dagli  Atti  e  memorie  dell" Accademia 
Virgiliana.  I  versi  menzionati  dell'episodio  tassesco  in  cui  è  descritta  con 
tanta  potenza  d'affetto  la  morte  di  Clorinda  (XII,  64)  furono  variamente  in- 
terpretati. Chi  intese  il  secondo  verso  cosi:  «  nella  quale  il  vivere  di  Clorinda 
«  deve  pervenire  al  suo  fine,  cioè  alla  morte  »;  altri  invece,  col  Guastavini, 
«  è  giunta  quell'ora  destinata,  la  quale  è  debitrice  verso  la  morte  del  vivere 
«  di  Clorinda  ».  Cfr.  a  p.  132  il  commento  di  S.  Ferrari.  Il  Q.  propone  una 
interpretazione  nuova  e  la  sostiene  con  finezza  d'argomentazione.  Conside- 
rando tutta  la  vita  fortunosa  di  Clorinda,  egli  crede  che  il  fine  (non  la  fine) 
del  viver  suo,  prestabilito  dal  fato  {fatale),  cioè  dalla  Provvidenza,  non  fosse 
punto  la  morte  materiale,  ma  la  rigenerazione  per  mezzo  del  battesimo, 
quindi  la  beatitudine  eterna,  o  altrimenti  Dio.  E  però  il  distico  citato  vor- 
rebbe dire  :  è  giunta  ormai  l'ora,  fissata  dalla  Provvidenza,  che  deve  al  suo 
Dio  la  vita  di  Clorinda]. 

Dante  Alliqhifri.  —  Traité  de  Vcloquence  vulgaire.  Manuscrit  de  Gre- 
noble publié  par  Maignien  et  Prompt.  —  Venise ,  Leo  S.  Olschki ,  1892 
[  Mentre  s'attende  l'edizione  critica  del  De  vulgari  eloquentia ,  promessa 
dalla  Società  Dantesca  italiana,  ecco  una  splendida  riproduzione  fototipica 
del  cod.  di  Grenoble.  Il  lavoro  è  cosi  accurato  e  condotto  con  tanta  perfe- 
zione di  mezzi,  come  rare  volte  s'è  veduto  fra  noi  ;  di  che  va  data  lode  par^ 
ticolare  al  coraggioso  editore  Olschki.  Egli  offre  per  tal  guisa  agli  studiosi 
di  Danto  il  modo  d'aver  sott'occhio  nella  sua  forma  genuina  il  più  autore 
vole  fra  i  mss.  noti  del  trattato,  e  nel  tempo  medesimo  offre  un  buon  esem- 
plare per  esercitazioni  alle  scuole  di  paleografia,  nelle  quali  di  solito  sono 
insufiìcienti  alla  pratica  i  modelli  consueti  che  non  riproducono  più  d'una 
pagina  d'antico  ms.  I  due  studiosi  francesi,  che  corredarono  questa  riprodu- 
zione d'un  proemio  non  breve ,  ebbero  il  merito  di  dimostrare  inoppugna- 
bilmente che  il  codice  di  Grenoble  fu  quello  che  il  Corbinelli  pose  a  baso 
della  sua  edizione  principe  del  1577  e  che  di  sua  mano  appunto  sono  le 
chiose  marginali  del  ms.,  con  cui  egli  intese  rettificare  il  testo.  Alcune  di 
quelle  correzioni  sono  buone  e  rette,  altre  inutili  e  fin  puerili,  perchè  dovute 


CRONACA.  473 

unicamente  al  desiderio  del  Gorbinelli  che  il  testo  latino  rispondesse  in  tutto 
alla  versione  del  Trissino,  già  pubblicata  nel  1529.  Il  testo  seguito  dal  Tris- 
sino  è  quello  dell'attuale  cod.  Trivulziano  1088  (cfr.  Porro,  Catal.^  pp.  124  sgg.), 
il  quale  sembra  certo  sia  copia  del  Grenoblano.  Sin  qui  tutto  bene  :  è  questa 
la  parte  migliore  del  proemio,  per  quanto  si  deplori  la  mancanza  di  notizie 
intorno  alla  storia  del  ms.  di  Grenoble.   Ma  quando  i  predetti  due  studiosi 
abbandonano  l'esame  esterno  del  testo  e  fanno  considerazioni  interne,  o  si 
diffondono  nel  dare  qualche  notizia  storica  e  filologica  più  generale,  la  loro 
inesperienza  riesce  troppo  palese,  in  una  pubblicazione  aristocratica  come  la 
presente,  che  certo  non  andrà  mai  in  mano  al  pubblico  largo,  è  davvero 
curiosa  l'idea  di  offrire  un  saggio  a  stampa  della  grafia  trissiniana  e  d'infor- 
mare chi  fosse  Ippolito  de'  Medici,  figlio  di  Giuliano,  che  è  detto  «  person- 
€  nage  obscur  »  !  (p.  4).  La  ingenuità,  e  talora  T  audacia,  appaiono  vieppiù 
manifeste  nelle  osservazioni  particolari,  delle  quali  poche  (lo  diremo  franca- 
mente)  possono  riuscire  veramente  utili ,  le  più  ripetono  cose  risapute  ed 
ovvie,  qualcuna  esce  in  asserzioni  che  nessun  cultore  serio  di  Dante  giudi- 
cherà accettabili.  Con  una  franchezza  singolare  i  due  AA.  del  proemio  svol- 
gono a  pp.  31-34  la  teoria  metrica  della  canzone  e  del  sonetto  secondo  D., 
con  l'aria  di  comunicare   agli  Italiani  delle  cose  nuove  di  zecca ,   perchè 
«  les  Italiens  modernes  sont  devenus  incapables  de  comprendre  leur  poètes 
«  lyriques  du  Moyen-Age,  et  ils  n'arriveront  pas  à  combler  cette  grave  la- 
«  cune  dans  leur  éducation  intellectuelle ,  s'ils  n'étudient  pas  le  Tratte  de 
«  Véloquence  vulgaire  du  Dante,  où  les  principes  de  l'art  sont  expliqués 
«  avec  tout  le  soin  nécessaire  ».  Questa  lezioncina  sommata  con  quanto  gli 
AA.  dicono  poco  appresso  degli  «  éditeurs  modernes  »,  inetti  a  capire  la  rit- 
mica antica,  non  può  che  riuscire  esilarante  quando  si  pensi  che  ormai  da 
anni  girano   per  le  nostre  scuole  secondarie  dei  manuali  che  spiegano  per 
filo  e  per  segno,  ne'  loro  tratti  fondamentali,  gli  usi  metrici  delle  origini. 
Forse  peregrina,  certo  poco  seria,  è  la  spiegazione  del  famoso  verso  di  Nem- 
brotte  (/n/i,  XXXI,  67),  che  vorrebbe  dire:  «  Un  roi  félon  jamais  n'aima  les 
«  àmes  sages  »  (p.  20).  Incredibilmente  ardita  e  procace  (per  non  dir  peggio) 
l'aff'ermazione  che  D.  non  abbia  voluto  dare  al  suo  poema  il  titolo  di  com- 
media^ e  che  invece  sia  d'uopo  denominarlo  canzone   (pp.  24-25).   Ciò  ha 
contro  l'esplicita  asserzione  di  D.  medesimo  nel  poema   (v.  Blanc,  Dizion. 
Dantesco,  sotto  commedia),  anche  quando  non  si  ammetta  l'autenticità  della 
lettera  a  Cangrande,  che  gli  AA.  qualificano   «  tout  ce  qu'il  y  a  de  plus 
«  grossier  au  monde,  comme  travail  de  falsification  et  d'imposture  »,  sicché 
non  sanno  spiegarsi  «  l'aveuglement  des  écoles  allemandes  (?)  qui  s'obsti- 
«  nent  à  attribuer  à  un  homme  tei  que  Dante  ce  recueil  de  contradictions, 
€  de  fautes  et  de  sottises  ».  Scusate  se  è  poco]. 

Matteo  Maria  Boiardo.  —  Stanze  scelte,  ordinate  e  annotate,  col  testo 
a  fronte  del  «  Rifacimento  >  di  Francesco  Berni,  per  cura  di  A.  Virgili. 
Firenze,  Sansoni,  1892  [Ottima  idea  davvero  fu  questa  del  Virgili  d'allestire 
per  le  scuole  una  scelta  di  stanze  del  Boiardo  e  del  Berni,  stampandole  a 
fronte  in  doppia  colonna,  ed  aggiungendo  del  Berni  tutti  i  proemi  originali 
bellissimi.  Il  confronto  dei  due  testi  s'oflfre  cosi  agli  alunni  ed  agli  studiosi 
agevole  e  fecondo  di  buone  osservazioni,  di  lingua  e  di  stile.  Le  note  sono 


474  CRONACA 

molto  sobrie,  ma  altrettanto  diligenti  ;  né  per  uso  scolastico  si  richiedeva  di 
più.  Quanto  al  testo,  il  V.  non  ha  risparmiato  cure  per  renderlo  soddisfa- 
cente. S'attenne  pel  Rifacimento  alla  buona  edizione  datane  nel  1827  da 
G.  Molini;  per  Mnnamorato  rettificò  la  ediz.  del  Panizzi  con  una  stampa 
veneziana  del  1535  e  con  la  propria  esperienza  filologica.  Questo  saggio  e 
ciò  che  r  A.  ne  dice  nella  prefazione  acuiscono  sempre  più  il  desiderio  di 
possedere  una  buona  volta  un  testo  critico  di  quell'insigne  documento  epico, 
ch'è  il  poema  del  Boiardo,  testo  che  andrebbe  condotto  sulla  ediz.  principe 
del  1486,  di  cui  si  conosce  un  esemplare  solo,  quello  della  Melziana,  e  sul 
codice  Trivulziano  1094,  che  ha  importanza  capitale,  se  anche  non  è  auto- 
grafo, come  fu  reputato.  Per  incidenza  il  V.  ritorna  nella  prefazione  sulla 
tesi  già  largamente  dimostrata  nel  suo  noto  libro  su  F.  Berni^  intorno  alla 
trista  opera  d'adulterazione  che  avrebbe  sofferto  il  Rifacimento  per  parte 
dell'Aretino  e  dell'Albicante,  e  risponde  in  una  nota  aggiunta,  con  cortesia 
e  temperanza  esemplari  (oggi  che  gli  eruditi  hanno  i  nervi  così  scoperti),  a 
quanto  gli  osservò  A.  Luzio  in  questo  Giornale,  li,  167]. 

Georg  Hart.  —  Die  Pyramus-  und  Thishe-Sage  in  Eolland,  England^ 
Italien  und  Spanien.  —  Passau,  Lieseke,  1891  [E  una  giovevole  raccolta 
di  indicazioni,  d'analisi,  di  riscontri.  L'A.  studia  le  varie  forme  dell'antica 
leggenda  nei  Paesi  Bassi,  in  Inghilterra,  in  Italia,  in  Spagna,  e  stampa  in 
appendice  da  un  cod.  di  Wolfenbùttel  due  elaborazioni  versificate  latine  del 
XIll  secolo.  Per  quel  che  riguarda  Tltalia,  egli  considera  ciò  che  narrano 
della  leggenda  il  Boccaccio  nel  De  claris  mttlieribus,  Sabadino  degli  Arienti 
in  un  suo  libretto  ancora  inedito  che  il  Petzholdt  descrisse  nel  Serapeum, 
I,  39,  Bernardo  Tasso,  una  redazione  anonima  in  versi,  impressa  più  d'una 
volta  nel  cinquecento,  Antonio  Mariconda  nel  sec.  XVII,  ed  un  Intermezzo 
tragico  pubblicato  a  Vienna  nel  1770.  Quasi  tutti  questi  racconti  riprodu- 
cono più  0  meno  estesamente  ciò  che  riferisce  Ovidio,  delle  cui  traduzioni 
italiane  antiche  non  era  male  tener  conto.  Il  H.  accenna,  oltracciò,  ad  una 
Istoria  di  Piramo  e  Tisbe  del  sec.  XIV,  che  dice  pubblicata  nel  1861  da 
Ges.  Gavara;  ma  si  vede  che  ne  conosce  solo  l'esistenza.  Non  sappiamo  se 
quel  medesimo  o  un  altro  testo  sia  quello  che  viene  designato  come  Un 
libro  di  Piramo  e  Tisbe  vulgare  nell'inventario  della  libreria  di  Ercole  1 
d'Este.  Vedi  A.  Venturi,  Uarte  ferrarese  nel  periodo  d'Ercole  1  d'Este^ 
Bologna,  1890,  p.  14.  Non  si  doveva  ommettere  la  novella  di  G.  Sercambi 
su  Piramo  e  Tisbe,  che  ha  il  n®  93  (Triv.  130)  tra  quelle  edite  dal  Renier. 
Oltracciò,  forse,  avrebbe  giovato  l'avvertire  che  dell'antica  leggenda  di  Pi- 
ramo  volle  un  dotto  critico  vedere  un  riflesso  nella  storia  pietosa  di  Romeo 
e  Giulietta.  Gfr.  Simrock,  Die  Quellen  des  Shakspeare  ^  1,  85  sgg.]. 

A.  L.  Stibfel.  —  Unbehannte  italienische  Quellen  Rotrous.  —  Berlin, 
W.  Gronau,  1891  [Estratto  dalla  Zeitschrift  fùr  franzòs.  Sprache  und  Litte- 
ratur.  Il  Rotrou,  chiamato  letterariamente  «  padre  »  dal  Corneille,  è  uno 
dei  più  notevoli  tra  i  commediografi  francesi  che  segnano  il  passaggio  dalla 
commedia  cinquecentista  alla  fioritura  drammatica  solenne  del  secolo  di 
Luigi  XIV.  Gome  tale  fu  esaminato  e  studiato,  specialmente  nella  sua  bio- 
grafia ,  da  parecchi  monografìsti  francesi  in  questi  ultimi  anni.  Ma  molto 
resta  ancora  da  fare  intorno  alle  fonti  del  suo  ricco  teatro,  tra  le  quali  le 


CRONACA  475 

italiane  tengono  un  luogo  cospicuo,  per  la  fortuna  che  la  commedia  nostra 
ebbe  in  Francia  nella  seconda  metà  del  cinquecento.  Lo  Stiefel  esamina 
appunto  da  questo  lato  quattro  drammi  del  Rotrou,  rischiarando  anche  questo 
soggetto  con  la  sua  erudizione  veramente  straordinaria  intorno  alla  storia 
del  teatro.  11  suo  lavoro  non  è  solamente  un  contributo  alla  conoscenza  delle 
relazioni  letterarie  tra  l'Italia  e  la  Francia,  ma  è  anche  una  buona  illustra- 
zione di  alcune  nostre  commedie,  giacché  dei  componimenti  drammatici  ita- 
liani in  cui  riconosce  dei  modelli  del  R.,  non  soltanto  egli  dà  un'analisi  ac- 
curata, ma  ne  studia  la  formazione,  le  fonti,  i  riscontri.  Non  si  trattiene 
molto  su  Clarice  ou  V amour  Constant,  rappr.  1641,  perchè  il  R.  stesso  dice 
d'averla  tradotta  àdXY  Ero  filomachia  di  Sforza  degli  Oddi,  pubbl.  nel  1572; 
ma  invece  considera  a  lungo  La  pélerine  amoureuse,  rappr.  1634,  che  imita 
direttamente  La  pellegrina  di  Girolamo  Bargagli ,  comparsa  sulle  scene  la 
prima  volta  nel  1589.  Due  altri  drammi  del  R.,  Celie  ou  le  viceroy  de  Naples 
e  La  scewr,. rappr.  entrambi  nel  1645,  seguono  due  commedie  di  Giambat- 
tista della  Porta,  che  lo  St.  studia  assai  bene,  I  due  fratelli  rivali  e  La  so- 
rella. In  un'appendice  l'A.  mostra  l'imitazione  della  Sorella  del  Porta  e 
della  Sceur  del  Rotrou  nella  commedia  inglese  No  wit,  no  help  like  a  Wo- 
man's^  ascritta  a  Tommaso  Middleton,  che  per  ragioni  cronologiche  deve 
essergli  ritolta.  Queste  ottime  ricerche  dello  St.,  che  richiamano  alla  me- 
moria alcune  nostre  commedie  antiche  rare  e  dimenticate,  valgono  eziandio 
a  far  vedere  che  gran  parte  del  merito  tribuito  al  R.  per  gli  anzidetti  drammi 
giustizia  vuole  si  ascriva  a'  suoi  modelli  italiani,  che  di  solito  non  ha  mi- 
gliorati]. 

Adolfo  F.  v.  Schack.  —  Giuseppe  Mazzini  e  V unità  italiana^  traduz. 
di  Giulio  Ganestrelli.  —  Roma,  tipogr.  Laziale,  1892  [Scrivere  degnamente 
del  Mazzini  dopo  la  densa  e  sapiente  biografia  di  lui,  che  il  migliore  amico 
ch'egli  s'avesse,  Aurelio  Saffi,  mandò  innanzi  al  voi.  IX  degli  Scritti  editi 
ed  inediti  di  G.  Mazzini,  Roma,  1877,  non  è  certo  agevole.  L'operetta  dello 
Schack,- diplomatico  e  letterato  tedesco,  di  cui  sono  noti  gli  studi  sulla  do- 
minazione normanna  in  Sicilia,  sul  teatro  spagnuolo  e  sulle  letterature  orien- 
tali, ha  il  pregio  d'essere  scritta  con  molto  calore  e  grandissima  simpatia 
per  l'Italia  e  per  il  grande  suo  agitatore,  simpatia  che  proviene  non  tanto 
da  comunanza  d'idee,  quanto  da  verace  e  profonda  stima  personale.  La  tra- 
duzione del  sig.  Ganestrelli  è  fatta  con  disinvoltura  e  sapore  d'italianità,  onde 
molte  pagine  hanno  conservato  l'eloquenza  incisiva  e  robusta  dell'orginale. 
Questo  libro  si  registra  qui  perchè  nel  Mazzini  non  è  soltanto  considerato  l'a- 
gitatore politico,  ma  anche  il  pensatore  ed  il  letterato,  che  si  meritò  la  stima 
del  Garlyle.  Ghi  tesserà  la  storia  letteraria  del  secol  nostro  non  dovrà  certo 
dimenticarlo,  perchè  egli  seppe  essere  scrittore  profondo  e  signorilmente  ele- 
gante, e  nelle  prose  letterarie  profuse  i  tesori  delle  sue  intuizioni  d'artista. 
Il  G.  aggiunse  a  questo  volume  una  importante  Bibliografia  degli  scritti  di 
G.  Mazzini,  che  conta  558  numeri]. 

Domenico  Bosurgi.  —  Studii  di  psicologia  applicata  alla  letteratura.  — 
Catania,  Giannotta,  1892  [Appunto  perchè  anche  noi  reputiamo  che  «  l'alta 
€  critica  letteraria  »  sia  «  essenzialmente  filosofica  »,  come  l'A.  osserva  a 
p.  59,  ci  è  grato  di  far  buon  viso  ad  ogni  produzione  critica  che  abbia  per 


47C  CRONACA 

base  una  larga  preparazione  speculativa,  e  sappia  quindi  assorgere  dall'esame 
dei  fatti  a  riconoscerne  la  motivazione  interna  ed  a  stabilire  le  ragioni  del 
loro  avvicendarsi.  Noi  combattiamo  solo  la  vuota  volgarità  della  ciarla  este- 
tica,  che  se  soddisfa  al  facile  dilettantismo  dei  più,  non  ha  perciò  alcun 
diritto  di  essere  rispettata  come  frutto  di  scienza.  Gli  studietti  del  prof.  Bo- 
surgi,  molto,  fin  troppo,  densi  e  laconici,  hanno  dei  pregi  innegabili,  perchè 
tentano  di  sviscerare  certe  bellezze,  delle  quali  non  è  sempre  facile  rendersi 
ragione,  rifacendo  consciamente  il  cammino  che  l'artista  ha  fatto,  nella  mag- 
gior parte  dei  casi,  per  intuito  spontaneo.  Il  B.  mette  in  chiaro  la  situazione 
psicologica  rappresentata  dall'arte  e  mostra  quale  sia  la  sorgente  di  certi 
effetti  che  ne  risultano  e  che  ci  incatenano.  Qualche  volta,  forse  per  istudio 
di  soverchia  brevità,  ci  parve  oscuro;  ma  talora  è  riuscito  assai  bene,  come 
nell'analisi  del  Consalvo,  a  parer  nostro  il  saggio  più  acuto  del  volumetto. 
L'A.  s'occupa  anche  del  Risorgimento  di  G.  Leopardi ,  e  spesso  ritorna  ai 
suoi  canti  nell'abbozzo  di  studio  intitolato  La  misura  subbiettiva  del  tempo 
nella  letteratura^  soggetto  appena  sfiorato.  Di  Dante  esamina  la  Francesca 
da  Rimini,  il  Farinata,  il  Pier  delle  Vigne;  del  Petrarca  la  canzone  Chiare, 
fresche  e  dolci  acque,  del  Manzoni  la  risoluzione  dell'Innominato  di  liberare 
Lucia  ed  il  sogno  di  Don  Rodrigo]. 

Gaetano  Gogò.  —  Intorno  al  trasferimento  della  Università  di  Padova 
a  Vercelli.  —  Padova,  tip.  Gallina,  1892  [Un  documento  vercellese  stam- 
pato dallo  Zaccaria  e  dal  Gloria  mostra  come  nel  1228  il  comune  di  Vercelli 
s'intendesse  con  l'Università  di  Padova  per  fondare  in  Vercelli  uno  Studio 
pubblico.  Il  Tiraboschi  reputò  che  dal  1228  al  1260  tutto  lo  Studio  padovano 
venisse  trasportato  a  Vercelli.  Il  C.  combatte  quest'opinione  con  argomenti 
decisivi  e  pone  in  dubbio  l'autenticità  dell'atto  vercellese,  che  ritiene  sia 
«  una  falsificazione  di  tempi  posteriori  »]. 

Corrado  Zacchetti.  —  L'elemento  imitativo  nel  «  Ricciardetto  »  di  Nic- 
colò Forteguerri.  Appunti.  —  Reggio  Calabria,  tip.  Ceruso,  1892  [L'A.  vien 
notando  le  imitazioni  di  poemi  cavallereschi  anteriori  che  sono  negli  esordi 
e  nei  commiati  dei  canti  del  Ricciardetto;  quindi  raccoglie  le  somiglianze 
di  motivi,  di  situazioni,  di  caratteri.  Vi  si  ravvisano  specialmente  remini- 
scenze del  Furioso,  àeiY Innamorato ,  del  Morgante,  della  Gerusalemme; 
ma  il  Forteguerri ,  con  la  sua  larga  vena  burlesca ,  tutto  trasforma  in  pa- 
rodia, sicché  le  imitazioni  riescono  per  lo  più  assai  diverse  dagli  originali. 
Questo  breve  saggio  è  stralciato  da  uno  scritto,  già  pronto,  sul  Ricciardetto, 
che  farà  parte  d'una  futura  monografia,  corredata  di  nuovi  documenti,  sulla 
vita  e  sulle  opere  di  N.  Forteguerri.  È  d'uopo  rallegrarsene  perchè,  all'in- 
fuori  del  Procacci,  nessuno  finora  s'era  occupato  sul  serio  di  questo  poeta]. 

Fra  Paolo  Sarpi.  —  Lettere  inedite  a  Simone  Contarini,  pubbl.  dagli 
autografi  a  cura  di  C.  Castellani.  —  Venezia,  tip.  Visentini,  1892  [Sono 
36  lettere,  spedite  dal  Sarpi  al  Contarini  dal  3  genn.  al  13  dicembre  1615, 
raentr'egli  era  ambasciatore  veneto  a  Roma.  Del  cod.  autografo  che  le  con- 
tiene fece  già  menzione  il  Cicogna  {Iscriz.,  IV,  704  e  VI,  879):  ora  esso  è 
entrato  nella  Marciana.  Con  ottimo  pensiero  la  Deputazione  veneta  di  stona 
patria  pensò  di  renderle  pubbliche,  e  ne  affidò  la  cura  al  Castellani.  Questi 
vi  spese  intorno  ogni  diligenza,  corredandole  d'annotazioni  copiose  e  facendo 


CRONACA  477 

loro  precedere  un  opportuno  proemio.  Le  lettere  trattano  questioni  di  giu- 
risdizione e  di  diritto  ecclesiastici,  e  non  trascurano  nessuno  de'  fatti  politici 
di  qualche  momento  accaduti  in  quelKanno.  Ma  l'importanza  loro  maggiore 
consiste  nel  farci  intravvedere,  nella  forma  genuina,  le  idee  del  S.  intorno 
alla  riforma  religiosa,  che  molti,  sembra  a  torto,  sostennero  ch'egli  vagheg- 
giasse di  veder  introdotta  in  Venezia.  Su  questo  punto  il  G.  s'indugia  nella 
prefazione  e  ne  discute  avvisatamente.  Notevoli  sono  pure  le  pagine  in  cui 
j)assa  in  rivista  le  raccolte  di  lettere  del  Sarpi,  che  finora  si  ebbero,  e  mo- 
stra come  tutte  sieno  da  ritenersi,  per  vari  motivi,  poco  attendibili.  Racco- 
gliamo con  piacere  la  promessa  ch'egli  fa  a  p.  xii  n.  d'occuparsi  in  seguito 
dei  mss.  del  Sarpi  che  si  trovano  nella  Nazionale  di  Parigi,  tra'  quali  sono 
pure  altre  sue  lettere  autografe]. 

Giacomo  Lumbroso.  —  Roma  e  lo  stato  romano  dopo  il  1789,  da  una 
inedita  autobiografia.  —  Roma,  1892  [Estratto  dai  Rendiconti  della  R.  Ac- 
cademia dei  Lincei.  Le  memorie  autobiografiche  qui  pubblicate  sono  del 
viterbese  Francesco  Orioli,  n.  1783,  -{-1856.  Esse  giungono  al  1831,  e  quan- 
tunque non  destinate  dall'autore  alla  stampa,  sono  dettate  con  eleganza,  con 
ordine,  con  arguzia.  Chi  prenda  a  leggerle,  difficilmente  se  ne  staccherà  sino 
alla  fine.  Vi  sono  narrati  moltissimi  aneddoti  caratteristici,  atti  a  lumeggiare 
la  vita,  gli  uomini,  le  consuetudini,  le  superstizioni  di  quel  tempo  fortunoso, 
de'  cui  avvenimenti  politici  si  sentono  qua  dentro  riflessi  continui.  Di  no- 
tizie letterarie  non  v'è  dovizia  :  tuttavia  il  brano  che  concerne  Paolo  Costa 
(pp.  6; 5-64)  non  va  trascurato]. 

G.\ETANO  Amalfi.  —  La  regina  Giovanna  nella  tradizione.  —  Napoli, 
Priore,  1892.  —  Una  fonte  dei  «  Cento  racconti  »  di  Michele  Somma.  — 
Napoli,  Piiore,  1892  [Ambedue  questi  opuscoli,  non  venali,  appartengono  al 
folk'lore  storico  (1);  quindi  rientrano  nel  campo  nostro.  Volentieri  noi  ne 
teniamo  parola  perchè  sono  dotti  ed  arguti ,  come  sogliono  essere  tutte  le 
pubblicazioni  dell'Amalfi.  Nel  primo,  dopo  una  breve  esposizione  della  storia 
di  Giovanna  I,  condotta  su  fonti  sincrone,  l'A.  constata  che  quella  figura, 
divenuta  pe'  suoi  vizi  popolare,  subì  nella  mente  del  volgo  una  bizzarra  so- 
vrapposizione di  elementi  leggendari,  per  cui  le  sue  scelleratezze,  e  special- 
mente le  sue  insaziate  libidini,  assunsero  proporzioni  fantastiche.  I  fatti  che 
l'A.  adduce  sono  molti  e  curiosi.  Tratta  delle  profezie  che  si  divulgarono 
sul  conto  suo,  una  delle  quali  è  accennata  da  A.  de  Tummolillis,  un'altra 
è  qui  pubblicata  di  su  un  cod.  Baiberiniano,  ed  è  la  stessa  che  trovasi,  ri- 
dotta in  volgare,  nelle  Mescolanze  del  Siminetti  (cfr.  Giornale,  XIV,  317)  ; 
accenna  ai  vari  palazzi,  in  Napoli  e  fuori,  che  si  vuole  fossero  teatro  delle 
sue  crudeltà  e  nefandezze;  rammenta  i  canti  popolari  moderni  che  conser- 
vano il  suo  nome;  tocca  della  commistione  d'elementi  storici  appartenenti 
in  ispecie  a  Giovanna  II  ;  finalmente  mostra  come  la  morte  turpissima  della 
regina  non  sia  che  un  riflesso  d'una  leggenda  già  riferita  da  Apuleio  (2).  — 

(1)  Soavissimo  contributo  al  folk-lore  moderno  reca  invece  1'  altro  opuscolo,  pure  recente,  del- 
l'Amalfi, La  culla,  il  talamo  e  la  tomba  nel  Napoletano,  Pompei,  1892.  Ma  anche  qui  i  richiami 
di  poeti  antichi  napoletani  sono  continui. 

(2)  Una  parte  del  materiale  posto  a  profitto  dall' A.  si  può  trovare  nel  Oiom.  d' eruditione 
]II,  108-109  e  138. 

OiomaU  storico,  XX,  fase.  60.  31 


478  CRONACA 

Il  secondo  opuscolo  studia  un  bizzarro  libretto  popolare,  molte  volte  ristam- 
pato, ii  Nuovo  libro  per  imparare  la  pratica  di  fare  ogni  sorta  di  dolci, 
confetture  e  sciroppate  ecc.  di  Michele  Somma,  cui  sono  aggiunti  cento  rac- 
conti. L'A.  fa  vedere  come  il  Somma  molto  attinga  dalla  tradizione  popo- 
lare e  molto  ricavi  dal  libretto  di  Nicola  Vottiero.  Lo  specchio  de  la  cevertà. 
Tuttociò  avrebbe  un  interes-se  puramente  locale;  ma  l'A.  illustra  quelle  novelle 
con  tanti  raffronti  antichi ,  che  questo  suo  diviene  uno  studio  coscienzioso 
ed  erudito  di  novellistica  comparata.  I  cultori  di  questa  disciplina  non  do- 
vranno trascurarlo ,  tanto  più  che  i  volumetti  del  Somma  e  del  Vottiero 
sono  ignoti  e  difficili  a  trovarsi  fuori  delle  provincie  meridionali]. 


PUBBLICAZIONI    NUZIALI. 

Emilio  Lovarim.  —  Due  canzoni  antiche.  —  Padova,  tip.  Gallina,  1892; 
per  nozze  Pelaez-Ghiarini  [Riproduce  tal  quale,  non  senza  la  sua  brava  si- 
lografia rappresentante  Giuditta,  un  opuscolino  popolare  privo  di  note  tipo- 
grafiche, del  sec.  XVI,  che  è  nella  bibl.  Landau.  Ha  per  titolo  Questa  sie 
LA  I  Canzon  la  quale  dice^  le  \  fatto  al  pan  caro  |  Vecchin  \  con  quella  | 
de  Balla  le  Oche.  Nella  prima  canzonetta  si  fìnge  che  una  comare  acco- 
miati un  suo  ospite  mangione  infingardo;  la  seconda  è  una  filastrocca  di 
versi  a  rima  baciata  senza  senso  determinato.  Gfr.  Propuqn"f  V  <  ) 
II,  377]. 

Francesco  Flamini.  —  Versi  inediti  di  Giov.  Mario  Filelfo.  --  Livornc, 
Giusti,  1892;  ediz.  di  100  esemplari  per  nozze  Zuretti-Cognetti  De  Martiis 
I  Rintraccia  e  descrive  il  cod.  E.  IV.  2  della  Nazionale  di  Torino,  contenente 
un  poema  latino  di  G.  M.  Filelfo,  che  canta  le  lodi  di  Guglielmo  di  Monfer- 
rato. Il  poema,  di  cui  il  FI.  riferisce  qualche  brano,  ò  di  scarso  valore  sto- 
rico e  letterario:   «  Immagina il  poeta,  che  quattro  dee  si  rechino  alla 

«  magione  del  gran  Guglielmo,  ciascuna  desiderosa  di  cattivarsene  l'animo  : 
«  Venere,  Diana,  Bellona  e  Minerva.  Una  per  volta,  nell'ordine  con  cui  le 
«  abbiamo  mentovate,  tengono  al  principe  un  discorso,  annoverandogli  i  loro 
«  illustri  alunni,  non  parva  exempla  virorum;  ciò  che  al  buon  Mario  procura 
«  l'ineffabile  diletto  di  poter  sciorinare  il  suo  fardello  d'erudizione  classica  e 

«biblica.  Ultima  a  parlare  è  Minerva e  a  lei  resta  la  palma;  poiché Gu- 

€  glielmo,  ponderati  i  meriti  delle  contendenti,  determina  d'addirsi  ai  servigi 
«  di  quella  che  può  renderlo  più  degno  de' suoi  maggiori.  Le  altre  dee,  per- 
«  tanto,  ritornano  airOlimpo;  Pallas  stetit  una  Casali  >.  Al  poema  tien 
dietro  nel  cod.  un  ternario,  composto  pure  ad  esaltazione  di  Guglielmo  Pa- 
leologo,  che  il  FI.  riferisce.  In  una  delle  annotazioni  egli  rammenta  parecchie 
rime  volgari  malnote  di  umanisti,  che  gli  occorsero  ne'  codici]. 

Giovanni  Giannini.  —  Gli  amori  di  Delinda  e  Mitene.  —  Lucca,  Giusti, 
1892;  per  nozze  Lovarini-Garuso  [Rappresentazione  drammatica  contadinesca 
del  territorio  di  Lucca,  che  entra  nella  categoria  dei  bruscelli.  fìeiinda  ama 
Milene:  il  padre  di  lei,  Seranto,  vorrebbe  invece  concederla  a  Cerano  e  con 
quest'ultimo  ordisce  un  complotto  per  toglier  di  mezzo  Milene.  Brighella, 
per  arte  magica,  sventa  la  macchinazione  e  procura  la  felicità  dei  due  amanti. 


CRONACA  479 

II  componimento  è  tutto  in  ottave,  abbastanza  scorrevoli.  L'editore  dà  qualche 
notizia  sui  bruscelli  lucchesi,  differenti  da  quelli  senesi,  di  cui  parlò  il  D'An- 
cona, Orig.\  II,  243-44]. 

Rodolfo  Renier.  --  Canzonieretto  adespoto  di  Niccolò  da  Correggio.  — 
Torino,  Bona,  1892;  ediz.  di  80  esemplari  per  noz/.e  Salvioni-Taveggia  [In- 
dica le  rime  attribuite  a  Niccolò  (n.  1450;  -{- 1508)  che  occorrono  in  12  mss. 
miscellanei,  due  estensi  di  Modena,  un  bolognese,  un  ferrarese,  un  parmense, 
due  palatini  di  Firenze,  due  vaticani  ed  un  sessoriano  di  Roma,  un  manto- 
vano, ed  una  copia  moderna  dell'Archivio  di  Correggio;  quindi  stabilisce 
esser  tuttoquanto  opera  di  lui  il  codicetto  adespoto  N.  VI.  9  della  Nazionale 
di  Torino.  Descrive  questo  ms.,  dedicato  a  Leonora  Rusca  da  Correggio,  fi- 
gliuola del  poeta,  e  ne  estrae  tre  sonetti  d'argomento  storico.  Intorno  a  Nic- 
colò da  Correggio  comparirà  Tanno  prossimo  in  questo  Giornale  una  spe- 
ciale monografia,  che,  stesa  da  parecchio  tempo,  attende  il  suo  turno  per 
l'inserzione]. 

Luigi  Alberto  Gandim.  —  Sulla  venuta  in  Italia  degli  Arciduchi  d'Au- 
stria conti  del  Tirolo  (1652)  studio  storico.  —  Modena,  tip.  Soliani,  1892  ; 
per  nozze  Calabrini-Gorsini  [Additiamo  come  assai  interessante  per  la  storia 
del  costume  quest'opuscolo  condotto  su  molti  documenti  inediti.  Vi  sono  in- 
dicazioni e  descrizioni  di  giuochi  pubblici,  tornei,  quintane,  spettacoli  tea- 
trali ecc.  Copiose  notizie  specialmente  sulla  dimora  degli  arciduchi  (Ferdi- 
nando Carlo  con  la  moglie  e  Sigismondo  Francesco)  in  Firenze,  dedotte  dal 
diario  ms.  del  Settimanni]. 

Vittorio  Cian.  —  Candidature  nuziali  di  Baldassarre  Castiglione.  — 
Venezia,  tip.  Ferrari,  1892;  ediz.  di  99  esemplari  per  nozze  Salvioni-Taveggia 
[Gustosissimo  opuscoletto,  tutto  contesto  di  documenti  per  lo  più  inediti,  che 
il  C.  ha  opportunamente  riferiti  nei  loro  brani  più  caratteristici,  anziché  rias- 
sumerli, vale  a  dire  sciuparli.  Già  nell'epistolario  del  Castiglione  edito  dal 
Serassi  s'intravvedevano  i  molti  matrimoni  proposti  al  celebre  autore  del 
Cortegiano;  ma  qui  essi  sono  seguiti  ed  illustrati  col  sussidio  di  documenti 
nuovi,  estratti  da  codici  della  Vaticana,  ai  quali  altri  se  ne  aggiungono,  d'in- 
teresse notevole,  dell'Arch.  Gonzaga  e  dell'Oliveriana  di  Pesaro.  Messer  Bal- 
dassare  fu  fidanzato  per  una  quindicina  d'anni,  e  talora  gli  venivano  proposte 
fin  tre  o  quattre  spose  alla  volta,  da  varie  parti,  sicché  queste  curiose  can- 
didature raggiunsero  la  ventina.  Ciò  non  deve  fare  troppa  meraviglia  quando 
si  consideri  che  il  Cast,  cercava  nel  matrimonio  soddisfazione  all'amor  pro- 
prio e  ristoro  alle  finanze  dissestate  della  sua  famiglia.  Gli  fu  offerta  la  mano 
di  fanciulle  appartenenti  alla  nobiltà  più  fiorita  del  tempo;  due  Stanga,  una 
Gambara,  una  Martinengo,  una  Visconti,  una  Boiardo,  una  Correggio,  una  Bec- 
caria, una  Pico,  Camilla  Gonzaga  e  Clarice  de*  Medici.  Ma  tutti  questi  partiti, 
per  motivi  svariatissimi,  andarono  in  fumo,  finché  nel  1516  egli  giunse  ad 
impalmare  Ippolita  Torelli,  mediatore  il  march,  di  Mantova,  con  cui  s'era 
finalmente  rappattumato.  Il  C.  pubblica  anche  dei  brani  di  letterine  adora- 
bili d'Ippolita,  e  non  manca  di  riferire  qualche  nuovo  documento  delle  te- 
nerezze paterne  del  conte]. 

Antonio  Virgili.  —  Otto  lettere  inedite  di  Francesco  Redi.  —  Firenze, 
Carnesecchi,  1891  ;  per  nozze  Mattani-Bacci  [Dirette  al  march.  Luca  Casimiro 

GiornaU  storico,  XX,  fase.  60.  31* 


480  CRONACA 

degli  Albizzi,  dal  1670  al  1686.  Le  conosciamo  solo  per  l'annuncio  dell'Arca. 
stor.  ital.^  serie  V,  X,  237,  ove  sono  dette  molto  interessanti  per  la  vita  uffi- 
ciale del  Redi]. 

Curzio  Mazzi.  —  [Saggio  della  €  Storia  del  re  Giannino  *].  —  Roma, 
Forzani,  1892;  per  nozze  Gorrini-Cazzola  [È  qui  riferito  il  curioso  brano 
della  Storia,  ov'è  dato  un  inventario  del  tesoro  del  futuro  re.  La  illustra- 
zione del  testo  importantissimo  è  dottamente  copiosa,  onde  potrà  riuscire 
utile  a  chi  indaga  le  vicende  del  costume  e  quelle  della  lingua.  Gfr.  Gior- 
nale, XX,  327]. 

Alfonso  Bertoldi.  —  Due  lettere  inedite  di  Pietro  Giordani.  —  Reggio- 
Emilia,  tip.  Calderini,  1892;  per  nozze  Codeluppi-De-Francisci  [Una  delle  let- 
tere è  diretta  a  C.  E.  Muzzarelli,  il  27.  XL  1846,  l'altro  a  Luigi  Ghinoz/i, 
il  9.  Vili.  1848,  ed  entrambe  parlano  dell'avv.  Pietro  Brighenti.  La  seconda 
lettera  è  rilevante]. 


CORREZIONE. 

In  testa  alla  p.  425  di  questo  fascicolo  fa  stampato  per  errore 
tipografico  «  Gomunicazioni  ed  appunti  »  anziché  «  Rassegna  biblio- 
grafica ». 


Luigi  Morisbnoo,  Gerente  responsabile. 
Torino  —  Tip.  YncBMio  Boma. 


INDICE  ALFABETICO 

DELLA   RASSEGNA,   DEL   BOLLETTINO 
E  DEGLI  ANNUNCI  ANALITICI 


In  quesV  indice ,  che  abbraccia  V  intera  annata  {vv.  XIX  e 
XX)  sono  registrati  i  nomi  degli  autori  e  degli  editori;  i 
titoli  delle  opere  sono  dati  per  lo  più  in  forma  abbreviata. 
Il  numero  romano  indica  il  volume,  l'arabico  la  pagina. 


Abbattimento  {L")  della  colonna  in- 
fame, XIX,  475. 

Agnelli  G.  ,  Topo-cronografia  del 
viaggio  dantesco,  XIX,  159. 

Albertazzi  a..  Parvenze  e  sem- 
bianze, XX,  341. 

Alighieri  D.,  Traité  de  Véloquence 
vulgaire,  par  Maignien  et  Prompt, 
XX,  472. 

—  V.  Bassermann. 

—  V.  Starrett  Latham. 
Amaduzzi  L.,  Spigolature  letterarie, 

XX,  337. 

Amalfi.  G., 

G.  Gozzi, 


Bue  componimenti  di 
XX,  334. 

nella  tra- 


—  La  regina    Giovanna 
dizione,  XX,  477. 

—  Una  fonte  dei  «  Cento  racconti-» 
di  M.  Somma,  XX,  477. 

—  La  vera  lezione  del  Cicalamento 
di  G.  M.  Cecchi,  XIX,  465. 

Anschùtz  R.  ,  Boccaccio's    Novelle 

vom  Falken,  XX,  469. 
Ardizio  G.,  V.  Saviotti. 


Aretino  P.,  v.  Rossi. 
Arzenti  (degli)  S.,  Novella,  ed.  0. 
Guerrini,  XIX,  226. 

Barbèra  P.,  Nicolò  Bettoni,  XIX,  467. 
Barozzi  L.  e  Sabbadini  R.,  Studi  sul 

Panormita  e  sul  Yalla,  XX,  449. 
Bassermann  A.,  Dante" s  Eòlie  uè- 

bersetzt,  XIX,  470. 
Bellorini  e..  Canti  popolari  Nuo- 

resi,  XIX,  474. 

—  Note  sulle  traduzioni  italiane 
d'Ovidio,  XX,  331. 

Benadducci  G.,  Orazione  epitalamica 

di  F.  Filelfo,  XIX,  476. 
Berti  D.,  Scritti  varii,  voi.  I,  XX, 

342. 
Bertoldi  A.,  Cinque  lettere  ined.  di 

C.  L  Frugoni,  XIX,  228. 

—  V.  Giordani. 

Biadego  G.,  Catalogo  dei  mss.  della 
biblioteca  comunale  di  Verona, 
XX,  292. 

Biondo  F.,  v.  Lobeck. 


482     INDICE  ALFABETICO  DELLA  RASSEGNA,  DEL  BOLLETTINO  ECC. 


Bisticci  (da)  V.,  Vite  d"  uomini  il-  \ 

lustri  del  sec.  XV ^  voi.  1,  ed.  L. 

Frati,  XX,  258. 
Blado,  Lettere,  XIX,  475. 
BoDONi  G.  B.,  V.  Ravelli. 
Boiardo  M.  M.,  Stanze  scelte^  ed.  A. 

Virgili,  XX,  473. 
BoNARDi  A.,  Ezelino  nella  leggenda 

religiosa  e  nella  novella^  XIX,  222. 

—  Leggende  e  storielle  su  Ezelino 
da  Romano,  XIX,  471. 

BONCOMPAGNO   DA   SiGNA  ,    V.   Novati. 

Borgognoni  A.,  Studi  di  letteratura 
storica,  XIX,  435. 

Bosurgi  D.,  Studii  -di  psicologia  ap- 
plicata alla  letteratura,  XX,  475. 

Bottegari  C,  Il  libro  di  canto  e  di 
liuto,  ed.  L.  F.  Valdrighi,  XIX,  430. 

Broccardi  D.,  V.  Saviotti. 

Bruschi  G.,  Ser  Piero  Bonaccorsi  e 
il  suo  €  Cammino  di  Dante  »,  XIX, 
159. 

Bruyn  Andrews  J.,  Contes  ligures, 
XIX,  437. 

Campanini  N.,  L.  Ariosto  nei  pro- 
loghi delle  sue  commedie,  XX,  282. 

Carini  I.,  Bi  alcuni  lavori  ed  ac- 
quisti della  bibl.  Vaticana,  XX,  342. 

—  U  Arcadia  dal  i690  al  1890, 
voi.  I,  XIX,  177. 

Castellani  C,  v.  Sarpi. 
Catelani  a.  ,   Sopra   un   attentato 

alla  vita  di  M.  M.  Boiardo,  XIX, 

218. 
Cecchi  G.  M.,  V.  Amalfi. 
Celani  e.,  «  Be  gente  Sabella  »  ms. 

ined.di  Onofrio  Pant'mio,XIX,219. 

—  V.  Montecuecoli. 

Gerquetti  a.,  //  testo  più  sicuro 
delle  odi  di  G.  Parini,  XIX,  466. 

Gian  V.,  Candidature  nuziali  di  B. 
Castiglione,  XX,  479. 

Cimegotto  C,  Studi  e  ricerche  sul 
Mambriano,  XIX,  166. 

Chiarini  G.,  Gli  amori  di  U.  Fo- 
scolo, XX,  425. 


Cipolla  C,  Il  trattato  «  Be  Monar- 
chia »  di  Bante,  XX,  272. 

Cloetta  W.,  Bie  An funge  der  Re- 
naissancetragodie ,  XIX,  414. 

Cogo  G.,  Intorno  al  trasferimento 
dell'Università  di  Padova  a  Ver- 
celli, XX,  476. 

Colonna  V.,  v.  Tordi. 

Conti  A.,  Letteratura  e  patria,  XX, 
338. 

Croce  B.  ,  Canti  politici  del  popolo 
napoletano,  XIX,  470. 

—  I  teatri  di  Napoli,  XIX,  103. 

—  Una  raccoltina  d'autografi,  XIX, 
221. 

Crovato  G.  B.,  Ad  Almerico  da 
Schio  in  mia  difesa,  XIX,  471. 

De  Castro  G.,  Milano  e  le  cospiraz. 
lombarde,  1814-1820,  XIX,  183. 

Della  Giovanna  I.,  L'uomo  in  punto 
di  morte  e  un  dialogo  di  G.  Leo- 
pardi, XX,  336. 

De  Nolhac  P.,  Boccace  et  Tacite, 
XX,  334. 

—  Be  Patrum  codicibus  in  bibl. 
Petrarcae  olim  collectis,  XX,  335. 

De  Simone  Brouwer  F.,  Storia  di 

Argia,  XX,  345. 
Donati  G.,  Bieci  ballate  amorose  di 

R.  Roselli,  XIX,  226. 

Erèdia  (d')  L.,  V.  Salomone-Marino. 
Eyveau  G.  ,    Una  frottola  politica 
scritta  nel  1504,  XIX,  227. 

Feliciangeli  B.  ,  Vita  di  Caterina 

Cibo-Varano,  XIX,  425. 
Fenaroli  O.,   Il  veltro  allegorico 

della  Biv.  Commedia,  XIX,  211. 
Ferrai  L.  A.,  Lorenzino  de'Medici, 

XX,  236. 
F1AM.MAZZ0  A.,  Raccolta  di  lettere 

inedite,  XIX,  220. 
FiLELPO  F.,  v.  Benadducci. 

—  v.  Pesenti. 

—  G.  M.,  v.  Flamini. 


INDICE  ALFABETICO  DELLA  RASSEGNA,  DEL  BOLLETTINO  ECC.     483 


Filippini  E.,  La  «  prophetia  fratris 
Mudi  de  Periisio  »,  XX,  346. 

Pinzi  G.,  v.  Leopardi. 

Fiorini  V.,  La  hello.  Camilla,  poe- 
metto di  Piero  da  Siena,  XX,  340. 

Firenzuola  A.,  Prose,  ed.  G.  Guasti, 

XIX,  169. 

Flamini  F.  ,  Sui  pretesi  sonetti  di 
A.  Poliziano,  XIX,  224. 

—  Un  codice  del  collegio  di  S.  Carlo, 

XX,  340. 

—  Versi  ined.  di  G.  M.  Filelfo,  XX, 
478. 

Frati  L.,  v.  Bisticci. 
Frugoni  G.  L,  v.  Bertoldi. 
Fumagalli  G.,  Librerie  imaginarie, 
XIX,  475. 

Gabotto  F.,  Gli  epitalami  per  le 
nozze  di  Margherita  ed  Isabella 
di  Savoia,  XIX,  476. 

—  Un  nuovo  contributo  alla  storia 
deir umanesimo  ligure,  XX,  254. 

—  Un  poeta  beatificato,  schizzo  di 
Batt.  Spagnolo,  XX,  469.  | 

Gandini  L.  a.,  Tenuta  in  Italia  degli  \ 

arciduchi  d'Austria  nel  1652,  XX,  ! 

479. 
Giannini  G.,  Gli  amori  di  Belinda 

e  Milehe,  XX,  478. 
Gilbert  de  Winckels  F.,  Yita  di 

U.  Foscolo,  voi.  II,  XIX,  112. 
Giordani  P.,  Bue  lettere  inedite,  ed. 

A.  Bertoldi,  XX,  480. 
Gnoli  D.,    Un  giudizio  di  lesa   ro- 
•   munita  sotto  Leone  X,  XIX,  151. 
Gozzi  G.,  v.  Amalfi. 
Gradenico  J.,  V.  Mazzoni. 
Guasti  G.,  v.  Firenzuola. 

Hart  G.,  Bie  PyramuS'  und  Thisbe- 
Sage,  XX,  474. 

Jacopone  da  Todi,  Lauda,  ed.  P.  Pa- 
parini e  F.  Bagli,  XIX,  473. 

Lazzari  A.,  Quattro  lettere  ined.  di 
Fulvio  Testi,  XX,  346. 


Lensi  a.  ,  Bibliografia  italiana  di 
giuochi  di  carte,  XIX,  476. 

Leopardi  G.,  Canti,  ed.  F.  Martini, 
XIX,  440. 

—  Epistolario,edi.'P.  Viani,XIX,182. 

—  Prose,  ed.  G.  Finzi,  XX,  294. 
LoBECK  0. ,   Bes  Flavius   Blondus 

Abhnndlung  «  Be  militia  etjuris- 
prudentia  »,  XIX,  434. 
LovARiNi  E.,  Bie  Frauenwettrennen 
in  Padua,  XIX,  472. 

—  Bue  canzoni  antiche,  XX,  478. 
LuMBROso    G.,    Osservazioni    sulla 

Basvilliana,  XX,  339. 

—  Roma  e  lo  stato  romano  dopo  il 
1789,  XX,  477. 

Magliabechi  A.,  V.  Ravelli. 

Mancini  G.,  Yita  di  Lorenzo  Valla, 
XIX,  403. 

Mandalari  M.,  Matelda,  XX,  337. 

Mango  F.  ,  Le  fonti  dell'  Adone  di 
G.  B.  Marino,  XIX,  143. 

Manuel  de  bibliographie  -  biogra- 
phique  des  femmes  célèbres,X.X,A10 , 

Manuzio  P.  A.,  v.  Ravelli. 

Marchesan  a..  L'università  di  Tre- 
viso, XX,  457. 

Martello  P.  J.,  v.  Restori. 

Martini  F.,  v.  Leopardi. 

Masi  E.,  Sulla  storia  del  teatro  ita- 
liano nel  sec.  XVIII,  XX,  296. 

Mazzatinti  G.,  Molte  fogie  de  vesti- 
menti  fate  per  Italia,  XIX,  474. 

Mazzi  G.,  Saggio  della  «  Storia  di 
re  Giannino  »,  XX,  480. 

Mazzoleni  a..  Gli  ultimi  echi  della 
leggenda  cavalleresca  in  Sicilia, 
XIX,  469. 

Mazzoni  G.,  Avviamento  allo  studio 
critico  delle  lettere  ital.,  XIX,  212. 

—  Evangeli  concordati  di  J.  Gra- 
denico, XX,  344. 

Medin  a.  ,  /  Visconti  nella  poesia 
contemporanea,  XIX,  397. 

Mirabella  F.  M.  ,  Cielo  d"  Alcamo, 
XIX,  492. 


484     INDICE  ALFABETICO  DELLA  RASSEGNA,  DEL  BOLLETTINO  ECC. 


MoLiNARO  Del  Chiaro  L.,  Un  ms. 
inedito  sulV origine  dell"  Ortis  del 
Foscolo,  XIX,  471. 

Monaci  E.,  Aneddoti  per  la  storia 
letteraria  dei  laudesi,  XX,  338. 

—  Di'  Guido  della  Colonna  trova- 
dore, XX,  338. 

MoNTECUCCOLi  M.,  Feste  torinesi  per 
le  nozze  d'Isabella  di  Savoia,  ed. 
E.  Gelani,  XIX,  476. 

Mosti  A.,  v.  Solerti. 

Mucio  (frate),  V.  Filippini. 

Notati  F.  ,  Il  «  De  malo  senectutis 
et  senii  »  di  Boncompagno  da 
Signa,  XIX,  466. 

Orlando  F.,  Carteggi  italiani,  Ser.  1, 

disp.  1»,  XIX,  469. 
Orsi  D.,  La  Passione  di  Sordevolo, 

XX,  298. 
Ottino  G.,  Dal  Diario  del  sig.  Rof- 

fredoy  XIX,  475. 

Panvinio  0.,  V.  Gelani. 

Papa  P.,  Frammento  d'una  antica 
versione  toscana  della  «  Disciplina 
clericalis  »  di  Pietro  A^/bnso,XIX, 
225. 

Parini  G.,  V.  Cerquetti. 

Pellegrini  F.  ,  Cola  di  Manforte 
conte  di  Campobasso,  XX,  471. 

Pepe  L.,  Il  Cieco  da  Forlì,  XX,  467. 

Peri  S.  ,  U  opera  letteraria  di  un 
poeta  del  sec.  XVIII,  XX,  345. 

Pesenti  a.,  Poesie  di  F.  Filelfo^ 
XIX,  475. 

Piero  da  Siena,  v.  Fiorini. 

PiNTON  P.,  M.  Pietro  Bembo  cano- 
nico Saccense,  XIX,  443. 

PiTRÌ5  G. ,  Di  uno  stratagemma  leg- 
gendario di  città  assediate,  XIX, 
222. 

Pizzi  I.,  Le  somiglianze  ira  la  poesia 
persiana  e  la  nostra,  XX,  330. 

PoGNisi  A.,  Giordano  Bruno,  XIX, 
216. 


Quadri  G.,  Su  due  versi  della  Ge- 
rusalemme Liberata,  XX,  472. 

Ravelli  G.,  Lettere  ined.  di  P.  A. 
Manuzio,  A.  Magliabechi ,  G.  B. 
Bodoni,  XIX,  477. 

Redi  F.,  Otto  lettere  inedite,  ed.  A. 
Virgili,  XX,  479. 

Renier  R.,  Canzoniereito  adespoto 
di  N.  da  Correggio,  XX,  479. 

Restori  a..  Capitolo  di  P.  J.  Mar- 
tello, XIX,  474. 

—  Palais,  XIX,  163. 

—  Per  un  serventese  di  Guillem  de 
la  Tor,  XIX,  422. 

Ricci  G.,  L'ultimo  rifugio  di  Dante, 

XIX,  137. 

RivoiRE  P.,  La  €  Nobla  Leyczon  », 

XX,  339. 

Romano  G.,  Cronaca  del  soggiorno 
di  Carlo  V  in  Italia,  XX,  343. 

—  Degli  studi  sul  medioevo  nella 
storiografia  del  /2imwctm.,XlX,473. 

Romei  A.,  v.  Solerti. 

RosELLi  R.,  V.  Donati. 

Rosi  M.,  La  riforma  religiosa  e  l'I- 
talia nel  sec.  XVI,  XIX,  220. 

Rossi  V.,  Pasquinate  di  P.  Aretino 
ed  anonime,  XIX,  80. 

Sabbadini  R.,  Due  questioni  storico- 
critiche  su  Quintiliano,  Xl\,  224. 

—  V.  Barozzi. 
Salomone-Marino  S.  ,  La  surci-giu- 

rania  di  Luigi  d'Erèdia,\ì\,46S. 

—  L'ora  e  la  solennità  del  hatte^ 
Simo  in  Sicilia,  XX,  346. 

Samosch  S.,   Ariosto  als  Satiriher, 

XX,  282. 
Sarpi  P.,  Lettere  ined.  a  S.  Conta- 

rini,  ed.  G.  Gastellani,  XX,  476. 
Saviotti  a.,  Ballate  di  Domizio  Bro- 

cardi,  XIX,  474. 

—  Rime  inedite  di  Curzio  Ardizio 
da  Pesaro,  XX,  345. 

ScHACR  A.  F.,  Giuseppe  Mazzini, 
trad.  G.  Ganestrelli,  XX,  475. 


INDICE  ALFABETICO  DELLA  RASSEGNA,  DEL  BOLLETTINO  ECC.     485 


Sforza  G.,  Casiruccio  Castracani  in 

esilio,  XIX,  223. 
SiRAGUSA  G.  B.,  L'ingegno,  il  sapere 

e  gVintendimenti  di  Roberto  d'An- 

già,  XX,  275. 
Solerti  A.,  Appendice  alle  opere  in 

prosa  di  T.  Tasso,  XX,  289. 

—  Ferrara  e  la  corte  Estense,  i  di- 
scorsi di  A.  Romei,  XIX,  174. 

—  La  vita  ferrarese  nella  prima 
metà  del  sec.  XVI  descritta  da 
A.  Mosti,  XX,  333. 

Spinelli  A. ,  Versi  del  400  e  del 

600  attinenti  a  pittori   od  a  cose 

di  arte,  XX,  344. 
Sterrett  Latham  Gh.,   A  transla- 

tion  of  Dante' s  eleven  letters,  XIX, 

214. 
Stiefel    a.    L.  ,    Unbekannte  ital. 

Quellen  Rotrou's,  XX,  474. 
Stromboli  P.,  v.  Strozzi. 
Strozzi  L.  di  F.,  Vita  degli  uomini 

illustri  della  Casa  Strozzi,  ed.  P. 

Stromboli,  XIX,  221. 

Tasso  T.,  v.  Solerti. 
Testi  F.,  v.  Lazzari. 
ToBLER  A.,  Ungedruckte  BHefe  von 
Freunden   U.  Foscolos,  XX,  334. 
Tononi  A.  G.,  Note  storiche  e  rime 


politiche  tra  gli  atti  d"  un  notaio 

piacentino,  XIX,  217. 
Tordi  D.,  Supplemento  al  carteggio 

di  V.  Colonna,  XX,  332. 
TuRRiNi  I.,  L'Orlando  Furioso  e  la 

regina  delle  fate,  XIX,  215. 

Ungemach  H.,  La  guera  de  Parma, 
ital.  Gedicht,  XX,  467. 

Valdrighi  L.  F.,  V.  Bottegari. 
Verga  E.,  Saggio   di  studi  su   B. 

Bellincioni,  XX,  285. 
ViANi  P.,  V.  Leopardi. 
Virgili  A.,  v.  Boiardo. 

—  V.  Redi. 

Volpi  G.  ,  Poesie  popolari  italiane 

del  sec.  XV,  XIX,  223. 
Wiese    B.  ,    Etne    altlomhardische 

Margarethen-Legende,  XX,  278. 

Zacchetti  C,  Velem.  imitativo  nel 
«  Ricciardetto  »  di  N.  Forteguerri, 
XX,  476. 

Zambaldi  F.,  Delle  teorie  ortogra- 
fiche in  Italia,  XX,  265. 

Zannoni  G.,  Rappresentazione  alle- 
gorica a  Bologna  nel  1487,  XIX, 
218. 

—  Studi  storici  sconosciuti  di  Ca- 
millo Porzio,  XX,  339. 


H!?7 


INDICE  DELLE  MATERIE  DEL  XX  VOLUME 


FLAMINI  F.  ,  Francesco    Galeota  gentiluomo   napolitano  del  quattrocento  e  il  suo 

inedito  Canzoniere Pag.         1 

CESAREO  G.  A.,    Su   l'ordinamento  delle  poesie   volgari  di   Francesco   Petrarca 

(continuazione  e  fine) »  91 

BOLOGNA  P. ,  La  stamperia  fiorentina  del  Monastero  di  S.  Jacopo  di  Ripoli  e  le 

sue  edizioni  (in  continuazione)      .         • »        349 

PÈKCOPO  E.,  Laudi  e  devozioni  della  città  di  Aquila  (Lessico,  Indice  dei  capoversi 

e  Appendice) »        379 

FERKARI  S.,  Di  alcune  imitazioni  e  rifioriture  delle  «  Anacreontee  *  in  Italia  nel 

sec.  XVI »        395 


VARIETÀ 


LUZIO-RENIER,  Il  probabile  falsificatore  della  «  Quaestio  de  aqua  et  terra  ».  »  125 

LAMMA  E.,  //  codice  di  rime  antiche  di  G.   0.  Amadei »  151 

FRATI  L.,   Un'egloga  rusticale  del  1508 »  186 

GIAN  V.,   Per  la  storia  del  sentimento  e  della  poesia   sepolcrale  in   Italia  ed  in 

Francia  prima  dei  «  Sepolcri  »  del  Foscolo »  205 


RASSEGNA    BIBLIOGRAFICA 


PELLEGRINI  P.  C.  —  L.  A.  Febbai,  Loreneino  de'  Medici  e  la  società  cortigiana 

del  Cinquecento •236 

SABBADINI  B.  —  Febdinando  Gabotto,  Un  nuovo  contributo  alla  storia  dell'uma- 
nesimo ligure »        254 

BOSSI  V.  —  Vespabiako  da  Bisticci,   Vite  di  uomini  illustri  del  secolo  XV,  ed. 

L.  Frati,  voi.  I »        258 

BACCI  0.  —  Fbamcesco  Zambaldi,  Delle  teorie  ortografiche  in  ItaUa      .        .        .    -    »        265 

MABTINETTI  G.  A,  —  Giuseppe  Chiaeisi,  QU  amori  di  Ugo  Foscolo  nelle  sue  lettere        »        425 

FLAMINI  F.  —  LccuKO  Babozzi  e  Bbmioio  Sabbadimi,  Studi  sul  Panormita  e  sul 

Valla .' »        449 

FOFFANO  F.  —  Ahoelo  Mabchesan,  L'università  di  Treviso  nei  sec.  XIII  e  XIV 

e  cenni  di  storia  civile  e  letteraria  della  città  in  quel  tempo       .        .        »        457 


488  INDICE  DELLE  MATERIE 


BOLLETTINO    BIBLIOGRAFICO 

CIPOLLA,  Il  trattato  «  De  Monarchia  »  di  Dante  Alighieri  e  Voputcolo  «  D*  pot$$ttit»  regia  $t 
papali  »  di  Giovanni  da  Parigi,  p.  272.  —  6.  B.  SIBAGUSA,  L'ingegno,  (l  sapere  e  gVin- 
tendimenti  di  Roberto  d'Angiò,  p.  275.  —  B.  WIESE ,  Ein«  alOombardische  Margaretken- 
Legende,  p.  278.  —  N.  CAMPANINI ,  Lodovico  Ariosto  nei  prologhi  delle  sue  eommtik^  e 
8.  SAMOSCH,  Ariosto  ah  Satiriker  und  itaUenische  Portraits,  p.  282.  —  E.  VERGA,  Sàggio 
di  sttUli  su  Bernardo  Bellincioni  poeta  cortigiano  di  Lodovico  il  Moro,  p.  285.  —  A.  S0> 
LERTI,  Appendice  alle  Opere  in  prosa  di  Torquato  Tasso,  p.  289.  —  G.  BIADBGO,  Ca- 
talogo descrittivo  dei  manoscritti  della  biblioteca  comunale  di  Verona ,  p.  292.  —  G.  LEO- 
PARDI, Prose  scelte  ed  annotate,  ed.  G.  Fiszi,  p.  294.  —  E.  MASI,  Sulla  storia  del  Uatro 
italiano  nel  sec.  XVJIJ,  p.  296.  —  D.  ORSI,  La  Passione  di  Sordevolo,  p.  298. 


COMUNICAZIONI  ED  APPUNTI 


R.  RENIER,  Spigolature  Ariostesche,  p.  301.  —  B.  CROCE,  La  *Philenia»  di  Antonio  Mari- 
cotida,  p.  808.  —  I.  CARINI,  La  corotxatìone  di  CoriUa  giudicata  da  Gaetano  Marini,  p.  311. 
—  E.  PÈRCOPO ,  La  stampa  mpoletana  del  1506  dette  «  Rime  »  del  Chariteo  ,  p.  314.  — 
F.  FLAMINI,  Ancora  sui  sonetti  pseudo-poUsianéSchi,  p.  317.  —  A.  LUMBROSO,  Una  Utr 
iera  di  Vittorio  Alfieri,  p.  318. 


CRONACA P(V.    820,  4«2 


INDICE  ALFABETICO  DELLA  RASSEGNA  E  DEL  BOLLETTINO ...»  481 


■mDINQ  DEPT.  APR    2  1912 


PQ 

G5 

V.20 


Giornale  storico  della 
letteratura  italiana 


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